Cerreto Sannita

L’archeologia al servizio della comunità: la riscoperta della vecchia Cerreto Sannita

L’archeologia al servizio della comunità. La riscoperta della vecchia Cerreto Sannita (Benevento) e la creazione del parco archeologico per la nuova Cerreto

Cerreto Sannita
Fig. 1. Il torrente Titerno nei pressi di Cerreto Sannita (foto Lester Lonardo)

Nella media valle del torrente Titerno, affluente di sinistra del Volturno contraddistinto da un percorso sinuoso che attraversa luoghi di rara bellezza (Fig. 1), sorge Cerreto Sannita, noto insediamento del Beneventano nord-occidentale per la produzione di ceramica di pregio. L’abitato titernino è altresì ben conosciuto per il suo particolare impianto urbanistico costituito da tre arterie viarie principali legate da una trama di assi viari minori, da ampi slarghi e da isolati dalla forma regolare. Si tratta di una pianta, progettata dall’ingegnere Giovanni Battista Manni alla fine del Seicento, che risponde a criteri di razionalità e rigore propri di una città di fondazione, quale era Cerreto.

Fig. 2. Cerreto Sannita ed il suo territorio visti da Monte Coppe (foto Lester Lonardo)

La progettazione di tale impianto si rese necessaria in seguito agli effetti del devastante sisma del 5 giugno 1688. Il terremoto, uno dei più catastrofici eventi tellurici che colpirono il Meridione ed il Sannio, con epicentro nella vicina località di Civitella (a circa 4 km da Cerreto), comportò la distruzione del più antico insediamento ubicato su di un’altura posta immediatamente a monte dell’area prescelta per la ricostruzione del nuovo abitato (Fig. 2). I conti cerretesi Marzio e Marino Carafa promossero con energia l’edificazione della nuova Cerreto per scongiurare il collasso della fiorente economia cerretese basata principalmente sulla produzione dei ben noti e richiesti “panni-lana”. Ricostruita con particolari accorgimenti volti a prevenire i devastanti effetti a catena che furono fatali per il vecchio abitato, la nuova Cerreto fu in parte edificata con i materiali edilizi provenienti dai crolli degli edifici della Cerreto medievale (Fig. 3).

Fig. 3. Uno dei tanti elementi di reimpiego provenienti dalla vecchia Cerreto presenti nel nuovo insediamento (foto Lester Lonardo)

La prima attestazione conosciuta dell’insediamento cerretese è riferibile alla fine del X secolo, precisamente al 22 aprile 972 allorché l’imperatore Ottone I confermò ad Azzo, abate del monastero di Santa Sofia di Benevento, i suoi beni tra i quali «in Cereto cappella in honore S(an)c(t)i Martini cum p(er)tinentiis eor(um)».

In età normanna, come traspare dal Catalogus Baronum, Cerreto compare come feudo di 3 militi appartenente a Guglielmo di Sanframondo, esponente dell’omonima famiglia che ne deterrà il dominio, insieme ad altri centri (Limata, Guardia e Civitella Licinio) quasi ininterrottamente fino alla seconda metà del XV secolo.

La crescita dell’abitato culminò tuttavia fra la fine del medioevo e la prima età moderna, allorché Cerreto divenne l’abitato più importante dell’area campano-molisana nel commercio della lana e nella produzione di stoffe.

A partire dalla metà del XII secolo, l’insediamento fu interessato dal rinnovamento degli impianti difensivi con l’implementazione della cinta muraria e la costruzione, tra le altre cose, del maestoso donjon cilindrico che occupava la porzione mediana dell’abitato.

La crescita della popolazione, che si accentuò fra la fine del XV secolo e gli inizi del successivo, portò non solo ad acutizzare il fenomeno dell’edificazione incontrollata di strutture all’interno del perimetro urbano, ma altresì ad un’espansione dell’abitato al di fuori delle mura ed alla conseguente costruzione di un sempre più elevato numero di abitazioni a ridosso della cinta muraria.

Il terremoto del 5 giugno 1688 andò quindi a colpire un insediamento densamente abitato e costruito: in un documento del 1622 le abitazioni vengono ricordate, non a caso, come «folte e confuse». Gli effetti devastanti del sisma furono tali che la maggior parte delle strutture del vecchio abitato di Cerreto venne rasa al suolo.

Cerreto Sannita
Fig. 4. L’area della vecchia Cerreto prima delle indagini archeologiche (foto Lester Lonardo)

Sebbene il ricordo del vecchio insediamento non venne mai meno e la stessa altura, prima cava di materiali edili poi sede di masserie dedite allo sfruttamento agricolo dell’area, non fu mai completamente abbandonata, la “riscoperta archeologica” ed un interesse più puntuale sulle non poche strutture in elevato sopravvissute al sisma del 1688 si è avuta soltanto a partire dal 2012 (Fig. 4). L’area della vecchia Cerreto è stata al centro di un programma di ricerca condotto dal prof. Marcello Rotili e dall’équipe della cattedra di Archeologia cristiana e medievale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” (Dipartimento di Lettere e Beni Culturali). Tra il 2012 ed il 2015 sono state condotte tre campagne di scavo grazie alla sinergia fra la Soprintendenza archeologica di Salerno-Avellino-Benevento-Caserta, il Dipartimento di Lettere e Beni Culturali della Vanvitelli ed il Comune di Cerreto Sannita che le ha promosse ai fini della riscoperta, della valorizzazione e fruizione dell’importante sito archeologico.

Fig. 5. Il donjon (XII-inizi XIII secolo) della vecchia Cerreto dopo il restauro del 2015 (foto Lester Lonardo)

Le indagini archeologiche, avviate nella porzione centrale dell’insediamento ove sussistevano gli edifici di rappresentanza, quali il palatium della fine del Quattrocento dimora dei Carafa, il donjon di XII-inizi XIII secolo (Fig. 5), la chiesa dedicata a S. Martino ed alcuni edifici abitativi, hanno offerto non pochi dati sulla cultura materiale della comunità cerretese fra il basso medioevo e la prima età moderna e sull’organizzazione dello spazio urbano dell’abitato. I dati scaturiti dalle attività di scavo e di survey che hanno interessato tutta la superficie dell’altura e dei territori contermini hanno evidenziato come l’area urbana cinta dalle mura fosse organizzata su terrazzamenti predisposti per ottimizzare meglio lo spazio data la particolare orografia del colle. Le strutture abitative, produttive, religiose e del potere civile assecondavano pertanto i salti di quota creando un reticolo urbano piuttosto irregolare.

Nel 2015, in rapporto al progetto di restauro e di scavo archeologico del donjon di età normanna finanziato dalla Regione Campania, il settore della vecchia Cerreto interessato dalle indagini archeologiche è stato oggetto di attività di restauro, di tutela delle evidenze archeologiche rinvenute e di operazioni volte alla completa fruizione dell’area indagata. Inoltre, i risultati delle campagne di scavo, presentati in convegni nazionali ed internazionali ed editi in molteplici riviste scientifiche ed in una monografia di imminente uscita, sono stati illustrati “in corso d’opera” alla comunità della nuova Cerreto che ha partecipato sempre con entusiasmo alle iniziative volte alla riscoperta del passato cerretese.

Cerreto Sannita
Fig. 6. Il parco archeologico della vecchia Cerreto (foto Lester Lonardo)

Al visitatore che si reca in località “Cerreto vecchia”, dopo aver percorso la strada di accesso al parco archeologico e dopo aver valicato il cancello di ingresso, si apre uno scenario unico capace di trascinare in un’esperienza sensoriale (Fig. 6): in un paesaggio incontaminato composto da uliveti secolari intervallati a fitti boschi di querce e di altre essenze arboree, fra il profumo di arbusti e di fiori di campo che si alternano in tutto il corso dell’anno (Fig. 7), i resti archeologici della vecchia Cerreto dialogano armonicamente con la razionalità dell’impianto urbano della nuova Cerreto che, posta ai piedi del vecchio insediamento, ha raccolto l’eredità di un importante - ed ora finalmente riscoperto - passato.

Cerreto Sannita
Fig. 7. Primavera nel parco archeologico della vecchia Cerreto (foto Lester Lonardo)

Tutte le foto di Cerreto Sannita sono di Lester Lonardo


Archeologi da Gliwice sulle tracce delle residenze medievali dei cavalieri

25 Aprile 2016

Archeologi da Gliwice sulle tracce delle residenze medievali dei cavalieri

Source: Fotolia
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Numerosi resti delle residenze dei cavalieri medievali sono state scoperti a Pniów e Stare Tarnowice, grazie all'uso di moderni metodi di ricerca da parte degli archeologi dal Museo a Gliwice.
In Alta Slesia, anche nell'area di Gliwice, ci sono dozzine di tumuli di terra che gli archeologi chiamano fortezze (NdT: hill fort in Inglese). Sono considerati resti di residenze in torri, costruite dai rappresentanti della nobiltà locale nel periodo che va dal tredicesimo al quindicesimo secolo.
Nel 2015, il Museo a Gliwice finanziò studi non invasivi dei tumuli situati a Pniów e Stare Tarnowice. Sono stati utilizzati gli ultimi metodi di ricerca della moderna archeologia, compresa un'apparecchiatura chiamata magnetometro. Permette di rilevare anomalie magnetiche sotterranee, che possono essere identificate con l'esistenza di resti archeologici, ad esempio fosse o strutture architettoniche.
Questo genere di lavoro spesso permette di effettuare rilevamenti nei siti archeologici prima degli scavi programmati. Permette di definire una più precisa ubicazione delle fosse durante i lavori di scavo, e quindi di ottenere una conoscenza più dettagliata dei resti esaminati.
"Siamo incappati in diverse anomalie che sono i resti di torri di cavalieri. A prescindere da queste, possiamo aspettarci i resti di terrapieni: fossati, palizzate, ma pure i cosiddetti strati culturali relativi all'utilizzo di torri, probabilmente contenenti frammenti di contenitori, armi, strumenti della vita quotidiana che ci permettono di datare questi resti. Con questa ricerca non invasiva, sappiamo esattamente dove guardare, dove scavare" - così ha riferito a PAP Radosław Zdaniewicz, archeologo dal Museo di Gliwice.
Gli archeologi di Gliwice hanno fatto domanda al conservatore provinciale per finanziare gli scavi.
Radosław Zdaniewicz ha spiegato che nel Medio Evo, le torri in legno erano i luoghi più comuni di residenza per i cavalieri e le loro famiglie, permettendo un controllo efficiente e la gestione delle proprietà. "I cavalieri ricevevano la terra dal principe, e su quella potevano costruire le loro residenze. In cambio, dovevano rispondere ad ogni chiamata del principe. Sfortunatamente, sappiamo poco dei cavalieri che potevano vivere vicino l'odierna Gliwice. Dai documenti relativi ai resti conosciamo solo il nome di Piotr de Tarnowitz, che visse a Tarnowice" - così l'archeologo.
Dalla fine del quindicesimo secolo, i manieri in legno erano spesso eretti sugli stessi tumuli, rimpiazzando le torri residenziali medievali.
I primi studi di verifica delle fortezze (NdT: hill fort in Inglese) vicino Gliwice sono stati effettuati nel 1970. I lavori successivi portati avanti dagli archeologi del Museo a Gliwice in luoghi che comprendono Kozłów gettano luce sull'aspetto di alcuni di questi resti, e i reperti scoperti nelle macerie permettono di ricostruire la vita quotidiana degli abitanti. Gli scienziati sperano che scoperte ancor più interessanti vengano dalle ricerche a Pniów e Stare Tarnowice.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.

Scozia: emergono i resti del castello di ottocento anni fa a Partick

22 - 23 Marzo 2016
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Scavi archeologici condotti a Partick, in quello che è oggi uno dei sobborghi occidentali di Glasgow, hanno rivelato i resti di due castelli. Uno risale al dodicesimo-tredicesimo secolo e fu utilizzato dai vescovi di Glasgow. L'altro lo si ritiene una struttura successiva, costruita nel 1611 dal benefattore George Hutcheson: in un documento si specifica però la demolizione di una struttura preesistente.
Fino ad adesso, nulla si sapeva del castello di ottocento anni fa. I ritrovamenti, che comprendono fossati, un pozzo, muri di pietra, oltre a ceramiche, vetro, metallo, cuoio e ossa hanno suggerito la datazione. Il sito era stato pesantemente disturbato da attività industriali nel diciannovesimo secolo.
https://twitter.com/wb_gal/status/712242340547710976
Link: GUARD Archaeology; Scottish WaterBBC NewsPast Horizons; The ScotsmanSTV; Culture24.
Stemma del Burgh di Partick col castello, da WikipediaPubblico Dominio (Unknown - http://www.theglasgowstory.com/image.php?inum=TGSA05252 Direct link: http://www.theglasgowstory.com/images/TGSA05252.jpg).


Alba Fucens: il percorso delle mura

Alba Fucens: il percorso delle mura

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Domenica 20 marzo, alle ore 15,00 “Fucino 2016. Archeologia a chilometro zero” arriva ad Alba Fucens.
Il primo appuntamento della Soprintendenza Archeologia dell’Abruzzo è dedicato alle mura che cingono la città romana per 3 km.
Conservate per tratti consistenti e interrotte da quattro porte per l’accesso al centro urbano, abbracciavano tutto il perimetro definito dalle tre colline, attestato su una quota di m 980 s.l.m. e adattato alle caratteristiche orografiche del sito.
La compattezza e la solidità dell’impianto murario assegnano ad Alba la connotazione di città “ben fortificata” (Strabone V, 3,13), tanto da farne luogo adatto per la prigionia di personaggi importanti: Siface, Perseo di Macedonia e Bituito trovarono in questa località roccaforte di Roma, a mille metri di altitudine tra le montagne, il luogo dove scontare le loro colpe.
Sulle orme dei viaggiatori italiani e stranieri, che dalla fine del Settecento inseriscono Alba Fucens, di cui erano visibili soltanto le mura, tra le tappe preferite, la visita si svolge lungo alcuni dei tratti più significativi del circuito e terminerà nell’anfiteatro dove è in programma un incontro, aperto a tutti, per dialogare su idee, proposte e collaborazioni per Alba Fucens.
Altri appuntamenti sono previsti nei prossimi mesi sia nella città antica che nel territorio circostanti, utili per attivare forme di conoscenza e di tutela dei beni archeologici presenti.
Informazioni
Tel. 366/9615633
Come da MiBACT, Redattore Giuseppe La Spada

Una strada romana da Housesteads

6 - 8 Febbraio 2016
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Una strada romana, costruzioni in pietra e ceramiche sono state ritrovate presso Housesteads, nel Northumberland, durante i lavori di estensione del parcheggio del centro visitatori relativo al forte nell'area del Vallo di Adriano.
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Some photos from the ongoing work at #Housesteads.Archaeologists cleaning the site, showing more cobblestones emerging from the mud created after the area had been exposed to the wind and rain for a week.
Pubblicato da Northumberland National Park su Venerdì 12 febbraio 2016

Link: Northumberland National Park; BBC News.
Il castello di Housesteads, foto di Mediatus, da WikipediaCC BY 3.0.
Il Northumberland, da WikipediaCC BY-SA 3.0 (Nilfanion - Ordnance Survey OpenData: County boundaries and GB coastline National Geospatial-Intelligence Agency Irish, French and Isle of Man coastlines, Lough Neagh and Irish border).


Polonia: rilevamenti in Sudovia localizzano tumuli e fortificazioni

3 Febbraio 2016

Il laser rivela i segreti dei Prussiani agli inizi del Medio Evo

Tumulo a Odoje scoperto dalla scansione laser aerea, foto: Museo Archeologico Statale a Varsavia
Tumulo a Odoje scoperto dalla scansione laser aerea, foto: Museo Archeologico Statale a Varsavia
Sei presunti tumuli sepolcrali, oltre ai resti di due insediamenti fortificati, terrapieni, fossi di scolo e altri elementi di sistemi di difesa della Sudovia (Jaćwież) nel primo Medio Evo sono stati localizzati nell'area lacustre di Ełk dagli archeologi del Museo Archeologico Statale a Varsavia. La scoperta è stata effettuata utilizzando la scansione laser aerea (airborne laser scanning - ALS).
Gli scienziati hanno effettuato rilevamenti in un'area di 110 km quadrati. Si sono concentrati su 11 area vicino ai celebri castelli e insediamenti fortificati situati nei distretti di Ełk e Grajewo.
"Crediamo che attorno a questi centri ci siano ancora molte posizioni ignote nelle loro forme paesaggistiche - residui di estesi sistemi difensivi degli esordi del Medio Evo. La Polonia nord-orientale è un'area ancora poco nota dagli archeologi. Le ragioni di questo stato delle cose comprendono le numerose paludi e le aree boschive" - ha spiegato Cezary Sobczak del Dipartimento di Archeologia di Balts (Museo Archeologico Statale a Varsavia), a capo del progetto.
Vista dell'insediamento a Skomack Wielki, foto: Museo Archeologico Statale a Varsavia
Vista dell'insediamento a Skomack Wielki, foto: Museo Archeologico Statale a Varsavia

Lo studio comprende le aree attorno agli insediamenti di Bajtkowo, Gorczyce, Rajgród, Rogale, Skomack Wielki, Skomętno Wielkie, Stare Juchy, Wierzbowo. L'analisi delle immagini create sulla base dei modelli di elevazione delle scansioni laser ha fornito molti dettagli di costruzione di città castello già note, e informazioni sullo stato di conservazione di dozzine di posizioni con le loro proprie forme paesaggistiche.
"Ad ogni modo, la più grande sorpresa è stata la scoperta, nell'area fortemente modificata dall'agricoltura, di grandi pietre precedentemente sconosciute e di cumuli di terra, probabilmente tumuli della prima Età del Ferro o persino più antichi" - ha riferito Sobczak.
Gli Archeologi hanno verificato i risultati di questo studio sul campo, durante la ricognizione di superficie. Presso due siti hanno pure portato avanti rilevamenti geofisici non invasivi. Comunque, secondo il leader del progetto, per confermare le funzioni, per determinare la cronologia e l'affiliazione culturale dei siti appena scoperti bisognerebbe effettuare degli scavi - finora gli studi non hanno prodotto risultati conclusivi.
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“Le opere di difesa veneziane tra il XV ed il XVII secolo”. Prossima candidatura italiana per l'UNESCO

CANDIDATURA ITALIANA PER L’ISCRIZIONE NELLA LISTA DEL PATRIMONIO MONDIALE DELL’UNESCO

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Le opere di difesa veneziane tra il XV ed il XVII secolo” saranno la prossima candidatura italiana per l’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Il Consiglio Direttivo della Commissione Nazionale Italiana dell’UNESCO, tenutosi il 22 gennaio a Roma, ha così deliberato nel merito della candidatura seriale che è stata elaborata dall’Italia come capofila insieme con Croazia e Montenegro.
Il Consiglio Direttivo ha espresso grande apprezzamento per la qualità del dossier transnazionale e contestualmente ha giudicato molto positivamente il dossier di “Ivrea, città industriale del XX secolo”, che ha concluso anch’esso il complesso lavoro di redazione.
A seguito di un percorso lungo e complesso le due candidature sono state elaborate e completate con il coordinamento tecnico scientifico del Segretariato Generale – Ufficio UNESCO del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
Il Consiglio Direttivo, con una procedura innovativa, ha deliberato di inviare entrambe le candidature all’UNESCO, con l’ordine di priorità che vede “Le Opere di difesa veneziane tra il XV ed il XVII secolo” al primo posto. In conformità con le procedure stabilite dalla Convenzione, la proposta verrà valutata dal Comitato del Patrimonio Mondiale entro il mese di luglio 2017.

Polonia: microstorie di oltre 4000 anni fa da Bruszczewo

30 Dicembre 2015

Microstorie di oltre 4000 anni fa

Resti di strutture lignee bruciate. Foto di Mateusz Cwaliński
Resti di strutture lignee bruciate. Foto di Mateusz Cwaliński
Recenti studi dell'insediamento fortificato dell'Età del Bronzo a Bruszczewo (Grande Polonia) permetteranno una comprensione molto dettagliata dell vita quotidiana dei suoi abitanti.
Tutto questo sarà dovuto ai numerosi campioni organici raccolti per la datazione al radiocarbonio. Questa è la modalità più comune per determinare l'età dei ritrovamenti scoperti dagli archeologi. Ad ogni modo, più antica la posizione rilevata, meno accurate saranno le datazioni stimate - col tempo, la possibilità di stimare precisamente l'età viene ridotta.
"Utilizzeremo statistiche bayesiane, che tengono conto di diverse variabili riferite al tempo. Otterremo un'immagine piena e molto dettagliata di ogni parte dell'insediamento dopo l'abbinamento dei dati che vengono dalle analisi di stratigrafia, contesto, tipologia dei ritrovamenti e datazioni C14" - ha spiegato il prof. Janusz Czebreszuk, a capo della ricerca a Bruszczewo per l'Istituto di Preistoria dell'Università Adam Mickiewicz a Poznań.
Oggi gli archeologi sanno che l'insediamento fortificato fu fondato da rappresentanti di comunità della cultura Unetice poco dopo il 2000 a. C. e che operarono per circa 350-400 anni. Le statistiche bayesiane permetteranno di guardare alle microstorie all'interno dell'insediamento, non solo alla cornice cronologica e alla determinazione dell'esistenza dell'insediamento "dal / al". Finora, gli scienziati hanno ottenuto circa 100 risultati di datazioni al C14, ma grazie al programma Beethoven in corso, e implementato dall'Istituto di Preistoria dell'Università Adam Mickiewicz a Poznań insieme a partner tedeschi, ne otterranno almeno 100 in più, il che costituirà un buon complemento.
Gli scavi presso Bruszczewo cominciarono negli anni sessanta, quando gli archeologi dal Museo Archeologico di Poznan lavorarono nell'area. Entrarono in una fase interdisciplinare e internazionale nei tardi anni novanta, quando cominciò un progetto di ricerca ad ampio raggio dell'Istituto di Preistoria dell'Università Adam Mickiewicz e dell'Università di Kiel.
"Quello che scaviamo è importante per l'analisi degli esordi dell'Età del Bronzo in Europa" - afferma il prof. Czebreszuk.
Profilo del fossato. Foto di Mateusz Cwaliński
Profilo del fossato. Foto di Mateusz Cwaliński

L'insediamento ovale occupava un'area di 1,5 ettari e misurava approssimativamente 120m di diametro. Aveva al massimo 100 residenti. Era protetto da un profondo fossato e almeno due linee di palizzate in legno. Le fortificazioni erano l'obiettivo di quest'anno di scavi.
"Abbiamo trovato segni di bruciature che chiaramente indicano che le fortificazioni furono distrutte dal fuoco diverse volte durante l'esistenza dell'insediamento. A questo punto non possiamo dire se il fuoco contribuì all'abbandono dell'insediamento" - ha affermato il prof. Czebreszuk. C'erano anche numerose tracce di riparazioni e alterazioni nell'arco dei secoli. In aggiunta, l'analisi ambientale effettuata negli anni precedenti mostra chiaramente che la regione attorno a Bruszczewo, attorno al 1500 a. C., fu pesantemente sfruttata in termini ecologici. Secondo i ricercatori, la fine dell'insediamento potrebbe essere associata con un disastro ambientale locale. Indizio aggiuntivo è la scoperta di dozzine di punte di freccia in selce in vari luoghi dell'insediamento - più che in tutti gli altri insediamenti della Cultura Unetice combinati. Forse un disastro ecologico coincise con un'invasione - suggeriscono gli scienziati.
Tra gli ultimi ritrovamenti degli archeologi ci sono anche sensazionali scoperte riguardanti laboratori in bronzo esistenti all'interno dell'insediamento. L'analisi di tutti gli oggetti fatti di metallo permette di dire che i metallurghi lavorarono qui continuativamente per centinaia di anni. "È difficile determinare se fosse un commercio familiare, o se un maestro addestrasse apprendisti in questo commercio, ma una conoscenza continua, passata di generazione in generazione è certa - prodotti finiti non arrivavano qui dall'esterno" - ha spiegato l'archeologo. Nuova è pure la scoperta di tracce della lavorazione dell'oro sugli strumenti litici.
Bruszczewo è stata inserita nel registro dei monumenti dal conservatore della Grande Polonia. Ad ogni modo, a causa del lavoro agricolo intensivo, il sito preistorico è minacciato dalla distruzione. Ad oggi, gli archeologi hanno esaminato circa il 20% della superficie dell'insediamento. Fortunatamente, è anche parzialmente nella torba, che preserva efficacemente monumenti e strutture, come nel caso del famoso Biskupin lusaziano.
"Mantenere le proporzioni dell'acqua all'interno dell'insediamento è cruciale. Sfortunatamente, l'area è costantemente prosciugata e adattata a una coltivazione più intensiva, che potrebbe mettere a rischio il mantenimento dei monumenti. È importante che i resti dell'insediamento sopravvivano per le future generazioni di ricercatori" - così crede il prof. Czebreszuk, che ha il supporto del governo locale riguardo ciò.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
 

Egitto: Tell Dafna e conseguenze dell'eruzione di Santorini

29 Dicembre 2015
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Il dott. Mamdouh Eldamaty, ministro delle Antichità, ha annunciato - durante la sua visita odierna (NdT: ieri) a Tell Dafna - la scoperta dei resti relativi all'eruzione del vulcano greco di Santorini; questa eruzione vulcanica è considerata la prima crisi naturale ad aver investito il Mar Mediterraneo. I resti sono stati ritrovati presso Tell Dafna, a 11 km dal Canale di Suez occidentale presso Al-Qantara, Governatorato di Ismailia.

Eldamaty ha espresso alto apprezzamento per la Spedizione Archeologica Egizia al lavoro presso il sito, sotto l'autorità del Ministero delle Antichità; la spedizione è guidata dal dott. Muhammad Abd Al-Maksoud, i cui scavi nel sito contribuirono ad effettuare molte importanti scoperte che aiuteranno ricerche e studi per il ramo Pelusiaco del Nilo, e siti archeologici sulle rive del Nilo che non sono stati ancora rivelati.
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Da parte sua, il dott. Muhammad Abd El-Maksoud ha affermato che la spedizione ha scoperto presso lo stesso sito, parte di un'isola fortificata, circondata da muri di argilla e mattoni di fango, che questi muri operavano come barriera per bloccare le acque e per proteggere l'isola dai flutti presso la parte nord-occidentale della fortezza. Questa è una delle tre enormi fortezze costruite dal Faraone Psammetico I: a Tell Dafna, al fine di proteggere l'entrata orientale in Egitto; un'altra di queste fortezze fu costruita a Maria per respingere gli attacchi libici; l'altra è ad Elefantina per proteggere l'Egitto dagli Etiopi. La terza fortezza, che è quella a Tell Dafna, i cui muri sono spessi circa 20m, con dimensioni di 400mx800m, contiene diverse residenze fortificate con muri spessi.
Abd El-Maksoud ha anche aggiunto, che si sono scoperti resti di mastaba, laboratori e forni usati per fondere i metalli e cuocere il pane, oltre a resti scheletrici di pesci e coccodrilli.
Il dott. Mahmoud Afifi ha affermato che il progetto di scavi presso il sito di Tell Dafna è portato avanti in collaborazione tra il Ministero delle Antichità e il Ministero delle Abitazioni e della Difesa, e in cooperazione con l'Autorità di costruzione nel Sinai. Il progetto avviene nella cornice di un altro progetto, di sviluppo dei siti archeologici presso il Corridoio del 30 di Giugno, e questa lo si considera la terza fase dei lavori del corridoio, mentre gli scavi sono stati effettuati nel raggio di 2300m, con ampiezza di 100m, e nessuna prova archeologica è emersa.
Ha anche menzionato che il sito di Tell Dafna è considerato uno dei cinque siti archeologici scelti all'entrata orientale dell'Egitto per essere sviluppato nell'ambito del progetto sul Panorama della Storia Militare Egiziana, e dello sviluppo di siti archeologici presso il Corridoio del Canale di Suez (questi siti sono Tell Habwa, Tall Abu-Saify, Blusium, e Tall Al-Maskhouta).
Afifi ha anche aggiunto che, tutta la documentazione e i lavori di misurazione sono stati effettuati, per preservare e proteggere il sito.
Link: Ministry of Antiquities – Egypt
Traduzione dal Ministero delle Antichità Egizie. © Ministry of Antiquities: scritto da Asmaa Mostafa, tradotto da Hend Mounir. Il Ministero delle Antichità Egizie non è responsabile dell’accuratezza della traduzione in Italiano. Foto del Ministero delle Antichità Egizie.
30 Dicembre 2015

Rassegna Stampa

Link: Ahram Online; Archaeology News Network.


Fortificazioni di Tana, colonia greca nella Russia meridionale

7 Dicembre 2015

Polacchi studiano l'antica colonia greca di Tana

Archeologi al lavoro. Foto di M. Matera
Archeologi al lavoro. Foto di M. Matera
L'antica città, risalente a più di duemila anni fa, e situata nell'odierna Russia, alla foce del Fiume Don nel Mar d'Azov, è stata studiata dalla spedizione del Centro Ricerche per le Antichità dell'Europa Sud-orientale dell'Università di Varsavia. Si tratta della sola missione archeologica permanente polacca al lavoro nel paese.
I Ricercatori sono tornati dagli studi di una delle più remote colonie greche in Agosto, ma solo ora sono stati in grado di completare le analisi necessarie che permettono di tracciare conclusioni circa lo scopo e l'età dei vari ritrovamenti. Tra le scoperte più interessanti hanno citato porzioni del terrapieno rinforzato con uno strato di grandi pietre non tagliate.
Il terrapieno con lo strato di pietra esterno. Foto di M. Matera
Il terrapieno con lo strato di pietra esterno. Foto di M. Matera

"La datazione assoluta della struttura fa sorgere una serie di difficoltà. Il rafforzamento in pietra fu coperto con uno strato artificiale che costituisce il coronamento dei bastioni. Il materiale archeologico scoperto nel corso della ricerca è, ad ogni modo, cronologicamente irregolare - ha affermato il dott. Marcin Matera dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Varsavia, alla guida della spedizione. - La stratigrafia di questa parte degli scavi mostra, ad ogni modo, che il terrapieno fu costruito dopo la conquista di Tana da parte di Polemone". Polemone I fu un re del Bosforo Cimmerio, che regnò nel primo secolo a. C.

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