Anime Salve al PAN: personale fotografica di Jess Kohl

ANIME SALVE AL PAN
PERSONALE FOTOGRAFICA DI JESS KOHL

Anime Salve Jess KohlNapoli - Debutto partenopeo della fotografa e regista inglese Jess Kohl: le sale del Loft al Palazzo delle Arti Napoli (PAN - Via dei Mille, 60 – 80121 Napoli) si apriranno venerdì 11 settembre 2020 alla sua prima mostra fotografica italiana dal titolo “Anime Salve” e resteranno disponibili al pubblico fino a domenica 27 settembre 2020. Le opere fotografiche selezionate presenteranno al pubblico il suo ultimo progetto realizzato tra le vele di Scampia, un interessante e particolare sguardo dell’obiettivo aperto sulla comunità dei femminielli e delle sue contraddizioni.

La mostra personale di Jess Kohl nasce da un progetto di ShowDesk, un’organizzazione indipendente che dà supporto ai giovani artisti emergenti nella promozione del loro lavoro. Gratuità, spirito di condivisione e cooperazione sono i principi fondanti di questo progetto open source. 

La mostra è curata da Collettivo Zero: un collettivo curatoriale indipendente costituitosi nel 2019 tra i banchi dell’Istituto Europeo di Design a Roma, unendo dei giovani provenienti da diverse città italiane. Composto da Sveva Ventre, Gianluca Sensale, Andrea Pastore, Ilaria Lely, Rita Roberta Esposto, Chiara Di Giorgio, Enrica Mariani e Alice Broggini, è un gruppo eterogeneo di storici dell’arte, architetti, archeologi, educatori all’arte e laureati in Beni Culturali, accomunati da una forte passione per l’arte in ogni sua forma. La sua apertura ai più disparati temi, con una particolare attenzione alla visuale contemporanea, lo ha portato ad essere l’anima portante ed organizzatrice della personale di Jess Kohl.

L'artista negli ultimi anni si è occupata di raccontare, attraverso reportage fotografici e cortometraggi, alcune comunità considerate marginali, dai punk filippini agli Hijras indiani. Attraverso una scenografia ben definita e raccontata senza elementi superflui, le fotografie della personale al PAN rappresenteranno soggetti reali e lasceranno trapelare una realtà poco conosciuta nel suo aspetto più intimo e non ancora documentato. L’opera fotografica di Jess Kohl si allontana da modelli più volte abusati e noti per condurre chi guarda in un contesto quotidiano: un parco, un balcone e sullo sfondo, sempre riconoscibile, il complesso delle vele di Scampia.

«È tutto pronto e, dopo un intenso lavoro, riteniamo che la mostra sarà originale ed interessante – dichiarano gli 8 membri di Collettivo Zero – sotto certi aspetti sarà anche sorprendente. Con la mostra proponiamo un percorso che, allontanandosi dallo stereotipo, vuole avvicinare gli sguardi e la sensibilità di ciascuno a un quotidiano ricco di storie diverse, raccontate in un percorso tematico che sicuramente sveleremo e sarà svelato in modo chiaro ai visitatori. È una mostra che si racconta e si può raccontare, ma è soprattutto da vedere e godere. Vi invitiamo tutti al PAN».

Testo e foto da Collettivo Zero sulla personale fotografica “Anime Salve” di Jess Kohl.


ARA GÜLER. Istanbul vista attraverso le foto in bianco e nero del maestro turco

Nominato uno dei sette fotografi migliori al mondo dal British Journal of Photography Yearbook e insignito del prestigioso titolo di “Master of Leica”, il maestro turco Ara Güler approda a Roma con una mostra monografica dedicata ai suoi scatti in bianco e nero. La tappa romana arriva al Museo di Roma in Trastevere dal 30 gennaio al 3 maggio 2020, dopo le esposizioni alla Galleria Saatchi a Londra, alla Galleria Polka a Parigi, al Tempio di Tofukuji a Kyoto, nell’ambito del vertice del G-20, e alla Alexander Hamilton Custom House a New York in concomitanza con l’Assemblea Generale dell’ONU, prima di continuare il suo percorso a Mogadiscio.

La mostra è promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e presentata dalla Presidenza della Repubblica di Turchia in collaborazione con il Museo Ara Güler e l’Archivio e Centro di Ricerca Ara Güler. Sponsor principali dell’iniziativa sono Halkbank Ziraat Bank, media sponsor i quotidiani Sabah e Daily Sabah e la compagnia aerea ufficiale la Turkish Airlines. I servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura.

L’ingresso è gratuito per i possessori della MIC Card.

Lucido osservatore della storia e società turca, il fotografo di origine armena, scomparso poco più di un anno fa, ha lasciato in eredità un archivio di oltre due milioni di foto, alcune delle quali si potranno vedere nella tappa romana del tour.

La mostra è composta in gran parte dalle fotografie di Istanbul scattate da Ara Güler a partire dagli anni ’50, periodo fondamentale in cui fu reclutato da Henri Cartier-Bresson per l’Agenzia Magnum e divenne corrispondente per il Vicino Oriente prima per Time Life nel 1956, e poi per Paris Match e Stern nel 1958. Le 45 vedute in bianco e nero della città presenti in mostra costituiranno una preziosa testimonianza di un’umanità ormai quasi cancellata dalla memoria e si affiancheranno ad una sezione, composta da 37 immagini in tutto, dedicata ai ritratti di personaggi importanti del mondo dell’arte, della letteratura, della scienza e della politica: da Federico Fellini a Sophia Loren, da Bernardo Bertolucci ad Antonio Tabucchi, da Papa Paolo VI a Winston Churchill.

Ara Güler era “un marchio globale” per la sua professione a tutti gli effetti – dichiara il Presidente Recep Tayyip Erdoğan – La sua maestria è comprovata dal fatto che tutti i personaggi più importanti degli ultimi 65 anni, che hanno lasciato un segno indelebile nella nostra memoria collettiva con le loro lotte politiche, la loro leadership come uomini di Stato, le loro idee, la loro arte e la loro sensibilità, furono immortalati dal suo obiettivo. È un motivo di grande orgoglio per l’intera nazione vedere le sue fotografie, scattate nel corso di una lunga carriera, che iniziò nel 1950 e durò fino al suo ultimo respiro, esposte ancora oggi nelle sezioni più prestigiose di mostre, collezioni e raccolte in ogni angolo del mondo. Il viaggio artistico di Ara Güler, che mise Istanbul, dove fu nato e cresciuto, al centro della sua vita e della sua arte, racchiude in sé una sintesi della nostra storia recente. Lo ricorderemo sempre con profondo rispetto come una delle più edificanti testimonianze della figura del “vero artista” nel nostro Paese, con il suo linguaggio originale, avvincente e prolifico, libero da ogni forma di bigottismo.


FRAMMENTI. Le fotografie di Stefano Cigada

La serie “FRAMMENTI”, realizzata dal fotografo Stefano Cigada, potrebbe sembrare, ad un primo sguardo, una raccolta di fotografie in bianco e nero su soggetti di statuaria classica; in realtà se ci soffermiamo con maggiore attenzione esse ci rivelano altro.

Quella allestita dalla curatrice Jill Silverman van Coenegrachts, nel Museo di Roma in Trastevere (Piazza di Sant’Egidio), è la prima mostra personale del fotografo autodidatta che, dopo aver viaggiato per raccontare il resto del mondo ritorna nel suo paese ritrovando una vecchia passione: quella per la classicità e per l’antico, riportata in vita dalla conoscenza del mercante di antichità David Cahn a Basilea.

Non si tratta in questo caso di voler fotografare le statue e i reperti prodotti dalle civiltà classiche nella loro perfezione formale, bensì di catturare la loro forma attuale, quella che il passare del tempo ha modificato, rendendole appunto incompleti “frammenti”.

 

Il percorso mostra presenta una nuova serie di ventuno stampe in bianco e nero che permettono allo sguardo di posarsi su alcuni particolari delle sculture prese in esame, ponendone in risalto le parti danneggiate, ferite e mancanti; un nucleo coerente di opere il cui soggetto è molto più ampio di quanto successivamente esposto.

Alla maniera di Monet che affittò una stanza appositamente per osservare i cambiamenti che la luce naturale provocava sulla facciata ovest della cattedrale di Rouen e raffigurarla nelle diverse sfumature cromatiche che questa assumeva, Cigada durante il suo processo creativo manifesta la necessità di visitare più volte uno stesso museo, un determinato oggetto. Come il fotografo racconta, si tratta di una vera e propria ossessione che lo ha portato, e lo porta, ad aggirarsi per le stanze di vari musei e a visitare più volte uno stesso luogo o un oggetto, senza mai stancarsi; un’ossessione che allo stesso tempo crea un profondo mutamento nello stato d’animo di colui che osserva.

Le fratture e l’incompletezza cambiano al cambiare dell’incidenza della luce sulle superfici e all’alternarsi delle stagioni, - ci spiega Cigada stesso - in momenti differenti del giorno e dell’anno. La materia è colpita e accarezzata dalla luce ed è in un determinato istante, che il fotografo percepisce qual è l’attimo perfetto da afferrare e sa che proprio quel momento è IL momento. “Non appena prima, non un secondo dopo.”

Tutto questo rende il lavoro di Cigada un lavoro non “sulle statue” ma sul tempo e sul movimento, che nell’esaltare i frammenti di statue attraverso frammenti fotografici ci restituisce un’indagine raffinata e colta sull’ambivalenza e sull’incompletezza dell’esistenza stessa.

Il percorso espositivo è suddiviso in tre ambienti e le stampe sono realizzate con sofisticate tecniche di stampa in Fine Art, una lavorazione che soddisfi precisi requisiti e garantisca una serie di specifiche quali la durata nel tempo senza decadimenti qualitativi e il massimo rendimento nella stampa, dove nulla viene lasciato al caso; sono poi contornate da cornici di colore nero - per le quali il fotografo si è affidato all’atelier di Bartoli (RE).

 

Neppure i passepartout vengono utilizzati, ma il vetro è di tipo antiriflesso e non risulta a contatto con l’immagine; è invece posizionato a circa 0,5 cm dalla fotografia - e non entra in contatto con essa - per cercare di aggirare il riflesso dell’illuminazione artificiale.

Tutte queste soluzioni ci rivelano la vera vocazione dell’opera: quella di essere contemplata sotto la luce naturale.

 

 

 

        

 

 

La mostra sarà visitabile dal 22 gennaio al 15 marzo 2020 al Museo di Roma in Trastevere.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è curata da Jill Silverman van Coenegrachts.
L’ingresso è gratuito per i possessori della MIC Card.

Tutte le foto della mostra FRAMMENTI di Stefano Cigada sono scattate da Ilaria Lely.


“Chernobyl: l’ombra lunga. Fotografie di Gerd Ludwig”

Gerd Ludwig nasce a Alsfeld in Germania nel 1947. Dopo aver studiato con il maestro della fotografia tedesca Otto Steinert inizia la sua collaborazione professionalmente con i più importanti magazine tedeschi e americani come Time, Life, Stern e Spiegel. Nel 1990 firma un contratto con il National Geographic per un progetto che riguarda i cambiamenti sociali e i problemi ambientali dell’Ex Unione Sovietica. Per 10 anni fotografa e testimonia la dissoluzione dell’URSS. Tra i vari siti visitati nel 1993 si reca a Chernobyl, luogo diventato simbolo della fine del Comunismo Sovietico, la cui catastrofe viene considerata pietra miliare del fotogiornalismo di fine millennio. Nel 2005, durante il suo secondo viaggio, sarà il primo fotografo occidentale a scendere nei meandri della centrale fino anche al reattore 4 ancora contaminato. 

On April 26, 1986, the nuclear accident at the Chernobyl Nuclear Power Plant in Ukraine contaminated thousands of square miles, forcing 150.000 inhabitants within a 30km zone to hastily abandon their homes. Nineteen years later, the still empty school and kindergarten rooms in Prypyat- once the largest town in the zone with 49.000 inhabitants – bear witness to the sudden and tragic departure.

Il disastro di Chernobyl avvenne infatti il 26 aprile 1986 all’una e ventitre del mattino, presso la centrale nucleare denominata V.I. Lenin. Si tratta del peggior disastro nucleare della storia, disastro che ebbe ripercussioni non solo in Unione Sovietica ma anche in Europa Occidentale. Le radiazioni, grazie ai venti favorevoli, raggiunsero Scandinavia e gran parte degli stati europei gettando nel panico la popolazione. Le cause del disastro sono da attribuire alla cattiva progettazione della centrale e all’errore umano. Durante un test di sicurezza, infatti, il personale della centrale commise numerosi errori che portarono ad un aumento della potenza con conseguente esplosione e incendio del reattore numero 4.

The contaminated control room of Unit #4, where the engineers
caused the fatal meltdown that resulted in the world's largest
nuclear accident to date. A radiation worker is monitoring the area. Pictures of my guide Julia and me in one of the Unit #4 monitoring rooms.

Dopo la prima visita, Gerd Ludwig si è recato a Chernobyl anche nel 2011 e 2014 per completare il suo lavoro e testimoniare, con la sua macchina fotografica, non solo lo stato della centrale, ma anche la vita della gente, l’ambiente circostante nonché l’attrazione esercitata da Chernobyl sui cosiddetti Disaster Tourists, ovvero i turisti attratti dai luoghi dei disastri. Quello di Gerd Ludwig è un occhio quasi poetico che ci permette di cogliere, spesso in un'unica immagine, diversi elementi: la fragilità della vita umana (le ripercussioni del disastro sono evidenti sui corpi anche dei bambini nati oggi), dell’ambiente in cui viviamo e allo stesso tempo la necessità dell’approvvigionamento energetico sempre più impellente nel mondo nel quale viviamo. Tutto questo mentre la natura attorno alla centrale si sta ripopolando di animali di ogni specie i quali, grazie all’assenza dell’uomo, hanno trovato un habitat se non ideale quantomeno idoneo alla loro esistenza.

La mostra (23 gennaio – 15 febbraio) si compone di 14 fotografie scattate all’interno e all’esterno della centrale di Chernobyl. Si tratta della presentazione di un progetto di più ampio respiro sulla fragilità del mondo in cui viviamo e sullo sfruttamento delle risorse energetiche che sfocerà in una ampia mostra personale di Gerd Ludwig che si terrà nel 2020 in una importante sede museale italiana. 


fuga dal museo MANN Napoli

Le opere del MANN in fuga dal museo per scoprire Napoli

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è stata inaugurata martedì 2 dicembre 2019 la mostra fotografica “Fuga dal museo” che sarà visitabile fino al 24 febbraio 2020 nella Sala del Toro Farnese.

All’inaugurazione hanno partecipato il direttore del museo Paolo Giulierini e i due fotografi, Dario Assisi e Riccardo Maria Cipolla, autori dei quaranta fotomontaggi che raccontano quale potrebbe essere la vita di alcune opere del MANN se potessero animarsi, scappare dal museo e interagire con la realtà cittadina.

fuga dal museo MANN Napoli
Afrodite a Castel dell'Ovo

Dopo il successo della mostra “Fantasmi a Pompei”, con protagonisti le figure dei mosaici e degli affreschi provenienti da Pompei e custoditi al MANN, questa volta i due fotografi hanno scelto per i loro fotomontaggi le sculture della Collezione Farnese, alcuni capolavori di Antonio Canova presenti nella recente mostra “Canova e l’Antico” e le statue dei re di Napoli della facciata di Palazzo Reale.

Con un tocco di dissacrante ironia, troviamo tra gli altri l’Atlante scorazzare in motorino senza casco lungo via San Biagio dei Librai, l’Afrodite farsi un selfie sulle terrazze di Castel dell’Ovo, il Doriforo visitare la Chiesa di San Giovanni a Carbonara, Artemide fare la spesa al mercato, la Danzatrice di Canova passeggiare sotto la pioggia in Vico San Domenico e l’Ercole Farnese incrociare la sua copia nella stazione Museo della metropolitana.

fuga dal museo MANN Napoli
Ercole Farnese in metropolitana

Come ha affermato il direttore Giulierini durante l’evento, questa è una mostra che ha il pregio di riuscire ad avvicinare il grande pubblico dei non addetti ai lavori all’archeologia grazie a un approccio leggero e divertente ma mai banale che porta i visitatori a scoprire e ricercare non solo le opere presenti nel museo ma anche gli scorci e i luoghi d’interesse di Napoli e Pozzuoli che fanno da sfondo a queste insolite scene di vita quotidiana e che, per questo motivo, meriterebbe di essere replicata in altri luoghi della città e anche in altre istituzioni culturali.

fuga dal museo MANN Napoli
L'Atlante in via San Biagio dei Librai

Tutte le foto dalla mostra “Fuga dal museo” sono di Teresa Pergamo


Napoli World Press Photo Exhibition

Fa tappa a Napoli la World Press Photo Exhibition 2019

Arriva a Napoli, per il quarto anno consecutivo, la World Press Photo Exhibition, la mostra di fotogiornalismo più importante al mondo che quest’anno, dal 14 ottobre all’11 novembre 2019, è ospitata nell’atrio del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Napoli World Press Photo ExhibitionLa mostra, che presenta i risultati della 62a edizione del concorso World Press Photo, ogni anno è esposta in oltre cento città di 45 paesi diversi. Quest’anno hanno partecipato al concorso 4.738 fotoreporter di 129 paesi che hanno presentato in tutto 78.801 scatti.

Nella tappa napoletana, organizzata da CIME in partnership con il MANN, sono presenti le 144 fotografie finaliste del World Press Photo scelte da una giuria internazionale di fotografi professionisti che hanno selezionato i primi tre classificati per le categorie: Storie d’attualità, Ambiente, Notizie generali, Progetti a lungo termine, Natura, Ritratti, Sport e Spot News sia nella sezione foto singole sia nella sezione reportage.

L’esposizione si apre con la foto vincitrice del premio World Press Photo of The Year 2019. La fotografia di John Moore (Agenzia Getty Image), intitolata Crying Girl on the Border, ritrae una bambina honduregna di circa due anni, Yanela, che piange disperatamente sul ciglio della strada mentre sua madre, Sandra Sanchez, viene perquisita da un agente della polizia di frontiera statunitense al confine con il Messico.

Novità di quest’anno è il premio World Press Photo Story of the Year che è stato assegnato al fotografo olandese Pieter Ten Hoopen, autore del progetto intitolato The Migrant Caravan. Si tratta di un foto-racconto, realizzato tra ottobre e novembre 2018, dedicato all’immigrazione e in particolare alla più grande carovana di migranti partita dall’Honduras e diretta negli Stati Uniti.

Napoli World Press Photo ExhibitionFra i premiati ci sono anche dei fotoreporter italiani: Marco Gualazzini, dell’agenzia Contrasto, con il reportage La crisi del lago Ciad  vincitore della sezione Ambiente, Lorenzo Tugnoli, dell’agenzia Contrasto, che ha presentato un reportage dal titolo La crisi in Yemen, primo classificato per la categoria Notizie generali sezione reportage e Luca Volpe, fotografo indipendente, che ha vinto il secondo premio della categoria Notizie generali sezione foto singola con Still Life Volcano.

La World Press Photo Exhibition è una manifestazione riconosciuta a livello mondiale per il suo alto valore culturale, sociale ed educativo, per questo la scelta del Museo Archeologico Nazionale di Napoli come sede espositiva appare particolarmente appropriata poiché riunisce nello stesso luogo gli scatti più rappresentativi del 2018 con le grandi opere dell’antichità classica, mostrando ai visitatori che la riflessione sull’attualità non può prescindere dalla conoscenza del passato. Infatti, la ciclicità degli eventi storici è dimostrata dal fatto che i grandi temi della guerra, della violenza, delle migrazioni, della bellezza, della solidarietà, delle sfide con la natura e dei popoli in cammino, protagonisti delle foto in mostra, sono gli stessi delle opere antiche custodite nel museo.

Napoli World Press Photo Exhibition

Tutte le foto della World Press Photo Exhibition al Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono di Teresa Pergamo.


L’istantaneo e impulsivo rituale di Simone Mussat Sartor

Simone Mussat Sartor ci accompagna all’interno dei suoi tre progetti esposti dalla galleria Alberto Peola (Torino) al The Phair di Torino: Ss129, Cloud (2018) e Gambe (2011-in corso). I tre lavori riverberano in pieno lo spirito del fotografo che lui stesso pone tra virgolette. Lo strumento utilizzato è sempre un iPhone, che, di fatto, a centottant’anni dalla nascita della fotografia (complici in positivo anche le Polaroid) è ormai diventato il simbolo della fotografia istantanea e ‘a portata di tutti’.

La sua arte è istintiva, impulsiva, con scatti spesso in movimento. Le sequenze riprodotte si agganciano ad altre sequenze con ciclicità e continuità, il cui atto ripetuto per l’artista torinese classe 1972 porta a contrassegnare la fotografia come un rituale.

Fotografo solo con il telefono. Non sono un fotografo, non saprei neanche usarla una macchina fotografica; utilizzo uno strumento che ormai è fotografico a tutti gli effetti, con un’inquadratura più o meno simile perché non mi interessa l’ossessione del cavalletto.

Nel progetto Same Place Project (lo stesso luogo, nel quale confluiscono Ss129 e Cloud) utilizzo la fotografia come mezzo per comunicare un concetto, un mio punto di vista, ovvero quello di rimanere sullo stesso posto, che può essere una stessa piazza, una stessa strada o una stessa città e, attraverso lo strumento fotografico, mostrare come passa il tempo, come cambiano le situazioni e quello che succede: non sono io a muovermi ma ciò che sta attorno”.

Simone Mussat Sartor Same Place Project
Simone Mussat Sartor. Cloud (2018). Same Place Project. 25 fotografie, cm 108x133

 

 

Ss129: 90 cancelli in ripresi frontalmente dalla stessa statale, dietro ai quali si aprono strade sterrate, uniti in una ripetitività sempre diversa che permette di cogliere dettagli altrimenti non percepibili.

Ss129 è una statale sarda che unisce Nuoro a Oristano, nella quale io ho fotografato un centinaio di cancelli che hanno come sfondo il mare, le montagne, il cielo e svariati paesaggi perché mi interessa mostrare un aspetto non sempre così evidente; quello, ad esempio, di una strada statale lungo la quale lo sguardo di chi guida solitamente non percepisce un paesaggio differente”.

Simone Mussat Sartor Same Place Project
Simone Mussat Sartor. Cloud (2018). Same Place Project. 25 fotografie, cm 108x133

Cloud: Copenaghen, Louisiana Museum of Modern Art. L’opera è una “nuvola” nera di microfoni, riprodotta in 25 scatti fotografici, attorno alla quale si muovono solo i passi dei visitatori accompagnati dal variare della luce.

L’opera è di un’artista indiana; questo ammasso di microfoni l’ho trovato molto interessante come figura e mi sono fermato due ore a fare una serie di fotografie, come molte volte mi capita.

In questo caso l’opera, stando immobile, interagisce sia con il tempo ma anche con lo spazio e con le persone che si muovono attorno ad essa”.

Simone Mussat Sartor Same Place Project
Simone Mussat Sartor. Gambe (2011-on going). Fotografia, cm 26,5x26,5

Gambe: un’enciclopedia tutt’ora in continuo aggiornamento di gambe di donne in movimento riprese quasi sempre nell’atto di allungare il passo. Ritagli affiancati in formato quadrato che generano un senso di movimento e istantaneità a chi li osserva; quasi un’opera futurista. Dalla piccola cittadina Torinese al mondo intero.

Gambe è progetto iniziato per me da quando esiste l’iPhone, ovvero dal 2008. Ho iniziato come mi capita spesso per caso a fotografare gambe in giro per Torino, la città in cui vivo. Adesso ho 4000 scatti di archivio di gambe fotografate ovunque in ogni parte del mondo.

Trovo molto interessante l’aspetto ‘democratico’ delle gambe: non c’entra niente la bellezza tout court che noi conosciamo bene perché delle gambe che camminano sono sempre belle. Ed è questo il motore generatore che mi spinge a fare questa cosa, un po’ voyeuristica forse, ma alla fine il mio è un omaggio”.

Presso la Galleria Alberto Peola Arte Contemporanea (Via della Rocca 29, Torino – www.albertopeola.com) fino al 18 maggio è visitabile la mostra Memorie private di Simone Mussat Sartor, venti abbinamenti di tre istantanee che hanno come soggetti invariabili Zoe, Nina e Phoebe – 10, 17 e 7 anni, le figlie dell’autore. A cura di Marco Rainò.


Fo.To. – Fotografia a Torino: un mese e quasi cento mostre fotografiche

Sulle prime pagine del programma di Fo.To., novantuno numerini rossi sulla pianta di Torino accompagnano dal 3 maggio fino al 16 giugno un pubblico di amatori, appassionati ma anche di professionisti e collezionisti, verso un itinerario di mostre fotografiche che si snoda dal centro alle periferie, dalle grandi fondazioni alle piccole associazioni, passando per biblioteche e studi fotografici indipendenti (il fitto palinsesto è consultabile al link: www.fotografi-a-torino.it).

Fo.To. fotografia Torino
Giuseppe Scellato, Vezo, gli ultimi pescatori nomadi del Madagascar (Phlibero Aps)

La kermessenon vuole essere un progetto esclusivo, di un unico curatore, ma di tanti. È un progetto di forte valenza ‘anarchica’; in questa rassegna non ci sono persone che stabiliscono cosa sia o cosa non sia la fotografia” commenta Andrea Busto, direttore del Museo Ettore Fico, organizzatore del progetto.

Dopo il grande successo della prima edizione (100.000 visitatori per 81 sedi), quest’anno sono 91 le realtà coinvolte nell’ecclettico progetto.

Michele Pellegrino, Persone (Spazio Don Chisciotte)

Fo.To. vuole proprio contraddistinguersi per la sua volontà di dare voce a qualunque realtà che si occupi di fotografia, creando così una rete cittadina all’interno della quale sono annodate mostre indipendenti per orari, tematiche e allestimenti (e una Notte Bianca, l’11 maggio, con aperture straordinarie fino a tarda ora)

A trent’anni dalla Biennale Internazionale di Fotografia a Torino, Fo.To. offre un interessante spunto di riflessione su cosa sia la fotografia di oggi. Le ‘cinquanta sfumature di grigio’ esistono ancora, così come i canoni della Fotografia; tuttavia la fotografia oggi è anche Instagram, perché, in fondo, ognuno di noi ha in tasca una macchina fotografica che può anche telefonare.

Valeria Sangiorgi, Narrazioni (CSA Farm Gallery)

Un forte passo verso l’’emancipazione’ dall’appuntamento autunnale di Contemporary Art Torino Piemonte, soprattutto con l’inaugurazione dell’innovativa The Phair (Photography-fair - fiera della fotografia), in scena all’ex Borsa Valori.

Andrea Busto, Direttore del Museo Ettore Fico, ha anche risposto ad alcune domande per ClassiCult.

Come nasce l’idea ‘anarchica’ di Fo.To.?

L’idea nasce fondamentalmente dal fatto che la fotografia permette l’utilizzo di mezzi espressivi molto diversi. Di conseguenza, ci sono anche modi di intendere la fotografia, pensieri diversi di leggere la fotografia, di realizzarla, di fare critica e di esporla. Per cui mi è sembrato questo un modo completamente “libero” che non mi sembrava il caso di incastrare all’interno di alcun paletto, decidendo quindi di lasciare un programma libero, una proposta libera. È diventata così una kermesse, un festival, una rassegna, chiamiamolo come lo si vuole, ma libero. Ed è per questo che la risposta è stata enorme: 91 partecipazioni in città, che per me è un gran successo. E Vedendo la qualità delle fotografie esposte, ci sono anche delle mostre di altissimo livello.

Talvolta si rischia con il passare degli anni e l’affluenza maggiore di alterare lo spirito delle prime edizioni. Qualche anticipazione sulle rassegne future?

Un progetto vincente è un progetto che si evolve, quindi sicuramente ci saranno delle novità per l’anno prossimo, non posso ancora anticiparle, ma ci sono dei progetti molto forti, anche di internazionalizzare questa kermesse, quindi non lasciarla soltanto a Torino ma farla uscire. Questa settimana ho degli appuntamenti con dei curatori di altre fiere, kermesse e altri festival, non solo europei ma anche extraeuropei.

Fo.To. fotografia Torino
Lina Fucà, Daniele Gaglianone, Paolo Leonardo, Solo da bambini (Fondazione Merz)

I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia

Mostra “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”

Sarà inaugurata il 24 maggio a Baia, alle ore 11, la mostra fotografica “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”, all’interno del Museo archeologico dei Campi Flegrei.
L’esposizione, con allestimento e curatela realizzati da Teichos, racconta la stagione di nascita dell’archeologia subacquea in Italia, nell’area Flegrea ed in Sicilia, e per quest’ultima dai suoi esordi fino alle più importanti esperienze istituzionali: la costituzione della Soprintendenza del Mare da parte di Sebastiano Tusa.

Un percorso, supportato da allestimenti multimediali e sensoriali, con l’utilizzo di materiali video e fotografici, provenienti dagli archivi delle Soprintendenze del ministero per i Beni e le attività culturali, dagli istituti specializzati, dagli archivi privati, dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. Un’esplorazione dagli anni ’50, tra condizioni e circostanze che hanno determinato la nascita dell’archeologia subacquea come disciplina, evidenziandone ruoli e protagonisti.
Una preview che anticipa, essendone complemento necessario, il progetto “Thalassa. Meraviglie dei Mari della Magna Grecia e del Mediterraneo”, mostra che sarà inaugurata al MANN-Museo archeologico Nazionale di Napoli, nel Salone della Meridiana il 25 settembre prossimo.
Articolata per sezioni, Thalassa racconta attraverso i reperti e le immagini l’evoluzione dell’archeologia subacquea fin dall’iniziale processo di formazione del suo statuto scientifico. Spiega attraverso i relitti via via ritrovati, anche in relazione allo sviluppo delle tecnologie, l’affascinante individuazione dei flussi migratori e delle relazioni lungo le coste, le relazioni tra popoli, tra punti di partenza e di arrivo, la loro localizzazione nelle diverse aree geografiche; conduce il visitatore, con un salto nel tempo, circa 60 milioni di anni, tra i segreti del mare Mediterraneo, nelle città-porto, mete del commercio sin dall’antichità e luoghi di racconto dei processi di trasformazione dell’ambiente naturale da parte dell’uomo.
Un Progetto promosso dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, con il MANN, l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, e Teichos, anche in forza di un protocollo da essi sottoscritto per sviluppare, nel prossimo triennio, una serie di attività culturali, di ricerca, divulgazione e informazione.
Al progetto, agli eventi collegati e a questa preview, realizzata nella curatela e nell’allestimento secondo i suoi indirizzi, ha lavorato con passione il compianto Sebastiano Tusa, assessore ai Beni culturali e all’Identità siciliana.
Thalassa è il suo testamento scientifico. Questo appuntamento costituisce il primo grande omaggio e riconoscimento sentito, che viene rivolto alla memoria di un grande studioso, un grande archeologo e soprattutto un grande uomo.
Evento Facebook qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testo da Soprintendenza del Mare e Parco Archeologico dei Campi Flegrei

I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia


Claude Monet Ritorno in Riviera Bordighera Dolceacqua mostre

Bordighera e Dolceacqua: mostra "Claude Monet, ritorno in Riviera"

CLAUDE MONET, RITORNO IN RIVIERA

Monet in mostra a Bordighera e Dolceacqua

30 aprile – 31 luglio 2019

Bordighera, Villa Regina Margherita
Dolceacqua, Castello Doria

Ho l’impressione che farò cose meravigliose”.

Dopo 135 anni dal soggiorno di Monet in Riviera, tornano a Bordighera e Dolceacqua tre dipinti del grande artista francese nel luogo dove furono realizzati. Nella rivisitazione di questa avventura artistica, Monet è protagonista insieme a un territorio straordinario, definito da lui stesso un “paese fiabesco”. Un percorso espositivo anche multimediale illustrerà l’esperienza dell’artista nel suo viaggio in Riviera nel 1884.

Claude Monet Ritorno in Riviera Bordighera Dolceacqua mostreSarà un evento straordinario la mostra dedicata a Claude Monet, in programma dal prossimo 30 aprile.

Dopo 135 anni dal suo soggiorno, tornano a Bordighera e Dolceacqua tre dipinti del grande artista francese nel luogo dove furono realizzati.

Il progetto “MONET, RITORNO IN RIVIERA” è reso possibile dalla collaborazione con il Musèe Marmottan Monet di Parigi attraverso il prezioso lavoro della sua direttrice, Mme Marianne Mathieu, e dalla disponibilità di S.A.S. Alberto II di Monaco.

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Credit: The Castle of Dolceacqua, 1884 (oil on canvas) by Claude Monet (1840-1926)
Musée Marmottan Monet, Paris, France/ The Bridgeman Art Library
Nationality / copyright status: French / out of copyright

Provengono dal Musée Marmottan Monet due dei tre dipinti in esposizione, “Le Château de Dolceacqua” e “Vallée de Sasso, effet de soleil”. Il terzo dipinto, “Monte Carlo vu de Roquebrune”, proviene dalla Collezione Privata di S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco.

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Sasso Valley. Sun Effect, 1884 (oil on canvas)
Monet, Claude (1840-1926)
Musée Marmottan Monet, Paris, France

I tre dipinti, realizzati durante la permanenza dell’artista in Riviera, saranno esposti in due sedi: “Vallée de Sasso, effet de soleil” a Villa Regina Margherita a Bordighera che, per l’occasione, verrà riaperta al pubblico con un percorso dedicato di grande suggestione, mentre “Le Château de Dolceacqua” e “Monte Carlo vu de Roquebrune” saranno esposte presso il Castello Doria di Dolceacqua.

In entrambi i luoghi dell’esposizione, oggetto di un allestimento complementare, sarà proposto un percorso espositivo multimediale che illustrerà l’esperienza dell’artista nel suo viaggio e nel suo soggiorno in Riviera. Sarà possibile approfondire la genesi delle opere in mostra attraverso il patrimonio epistolare di prima mano costituito dalle sue lettere ai famigliari, in particolare alla sua compagna Alice, e ai suoi corrispondenti abituali, come il mercante d’arte Paul Durand-Ruel. Allo stesso tempo verranno presentate la vita e l’immagine dei due siti di Bordighera e di Dolceacqua, attraverso i dipinti della Collezione Civica di Bordighera e le preziose immagini fotografiche del tempo.

Curatore della mostra è Aldo Jean Herlaut, il percorso espositivo è allestito a cura dell’Istituzione Mu.MA – Musei del Mare e delle Migrazioni di Genova, mentre la gestione e la promozione sono affidate alla Cooperativa Sistema Museo e a Omnia Società Cooperativa.

La mostra è promossa dai Comuni di Bordighera e di Dolceacqua con il sostegno della Regione Liguria, della Provincia di Imperia, della Compagnia di San Paolo e di Permare s.r.l., con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia. Sarà visitabile al pubblico fino al 31 luglio, con un unico biglietto per entrambe le sedi.

IL PROGETTO SCIENTIFICO

Il progetto di mostra prende avvio da due lettere significative scritte dallo stesso Monet, prima e dopo il suo viaggio in Riviera nel 1884.

Parigi 17 gennaio 1884

Mio caro signor Durand,

(…) Parto pieno di ardore, ho l’impressione che farò cose meravigliose. Con tutta la mia devozione”

Bordighera, 25 marzo 1884

(…) Non so se ciò che ho fatto è buono, non so più nulla, ho lavorato tanto, fatto tanti sforzi, che ne sono abbrutito. Se ne avessi la possibilità, vorrei cancellare tutto e ricominciare, perché bisogna vivere per un certo tempo in un paese per dipingerlo, bisogna averci lavorato con pena per arrivare a renderlo in modo sicuro; ma potremo mai essere soddisfatti di fronte alla Natura e soprattutto qui… Circondato da questa luce abbagliante, trovo la mia tavolozza ben modesta; l’Arte vorrebbe tonnellate d’oro e di diamanti. Infine, ho fatto ciò che ho potuto.

Forse, una volta rientrato a casa, mi ricorderà un po’ ciò che ho visto”.

Due lettere, una alla partenza, piena di speranze e di entusiasmo, una al momento del ritorno, piena dei dubbi e dell’insoddisfazione dell’artista. Monet guarda al lavoro svolto e sente di non essere stato all’altezza della natura che ha trovato nella Riviera dei Fiori, da Bordighera a Dolceacqua, passando per le vallate e i sentieri, inseguendo la “luce” del Mediterraneo.

Villa Regina Margherita a Bordighera. Foto Claudio Gavioli

Oggi noi sappiamo, invece, che il periodo passato a Bordighera, dalla metà di gennaio all’inizio aprile del 1884, oltre a essere molto fecondo – produsse in tutto una quarantina di opere – gli permise di recuperare un entusiasmo che i dispiaceri vissuti negli anni precedenti sembravano avere cancellato e si può parlare, propriamente, di una “fase Bordighera” nel suo lungo itinerario artistico.

È per questo motivo che, 135 anni dopo quel viaggio e quel soggiorno, tornano a Bordighera e Dolceacqua tre dei dipinti di quella produzione, a testimonianza del percorso artistico del padre degli impressionisti (il cui nome deriva proprio da una tela, Impressione, levar del sole presentata alla prima mostra del movimento a Parigi, nel 1874), e contemporaneamente a ricordare il ruolo che a partire dall’ultimo scorcio dell’Ottocento assunse la Riviera dei Fiori, Bordighera e il suo territorio.

Un “paese fiabesco”, così lo descrive in una delle sue numerose lettere Monet. E in questo paese, Monet non si dà pace: “Io faccio un mestiere da cani e non risparmio i miei passi; salgo, poi ridiscendo e risalgo ancora. Tra uno studio e l’altro, come riposo, esploro ogni sentiero, sempre curioso di vedere cose nuove, così quando arriva sera, ne ho abbastanza”.

Per Monet, i suoi dipinti sono “studi”, realizzati en plein air, secondo la tecnica messa a punto negli anni precedenti. E di solito il pittore non realizza una sola opera, ma ne inizia diverse contemporaneamente, portandole avanti insieme, un poco per volta, giocando sulla luce.

Dolceacqua, Castello Doria

Da Bordighera, Monet, in una ventosa giornata di febbraio, sale a Dolceacqua, già oggetto di una gita la domenica precedente. L’artista è colpito dal fatto che “non si sentiva il vento grazie al riparo delle montagne”, e qui lavora a due opere contemporaneamente. “Il ponte è adorabile ed ero tranquillo e al caldo come in agosto, andrò dunque là finché durerà il vento, in modo da non perdere tempo e non tormentarmi”. Nella stessa sera, Monet riceverà la visita di due pittori inglesi che risiedevano nella stessa Pension Anglaise. Claude è molto circospetto: “desideravano vedere ciò che ho fatto oggi in una seduta, tanto più che avevano visto il posto con me domenica. Non riescono a capacitarsi del fatto che sia riuscito a fare quei due motivi in un pomeriggio”.

Anche attraverso il pennello e la sensibilità tutta particolare di Claude Monet, Dolceacqua e Bordighera entrano in un immaginario di luoghi del “meraviglioso”, come Etretat, Giverny, Mentone…

Il viaggio di Monet è parte di un processo più grande, quello della scoperta, o forse meglio dell’invenzione della Riviera dei Fiori. La scoperta di un territorio povero e marginale per secoli e che, improvvisamente, a seguito dell’apertura della ferrovia Genova-Ventimiglia, avvenuta nel 1871, e Marsiglia-Ventimiglia, nel 1872, viene riconosciuto dalle élite europee come un’Arcadia nella quale, in particolare, svernare: e non è un caso che il viaggio di Monet si svolga proprio nel periodo prediletto per le vacanze in Riviera, tra gennaio ed aprile, quando nel resto del continente il freddo, la neve, la pioggia e la nebbia rendono l’inverno sgradevole e ostile.

Bordighera e il suo territorio, in quei mesi, si popola di un turismo variopinto e cosmopolita: sono tedeschi e inglesi soprattutto, perché scriverà lo stesso Monet, “i francesi non passano mai la frontiera”: tranne qualche eccezione, come l’architetto Garnier, il progettista dell’Opéra di Parigi, esponente di una cultura ufficiale da cui Monet si sente molto più che distante, anzi, opposto e che proprio a Bordighera ha una villa. Anche l’aristocrazia italiana è presente e ai massimi livelli: proprio nella cittadina arriva, a partire dal 1879, la Regina Margherita, sconvolta per l’attentato contro Umberto avvenuto a Napoli l’anno precedente. Da allora, quasi tutti gli anni, Margherita passava i mesi dalla primavera all’autunno a Bordighera. Prima come ospite in Villa Bishoffsheim, poi come proprietaria, trasformandola in Villa Etelinda, progettata proprio da Charles Garnier.

Claude Monet, insomma, incrocia un territorio particolare, che è insieme Arcadia, per la sua natura straordinaria, ma nello stesso tempo percorso e abitato dai personaggi della cultura europea del tempo, come Clarence Bicknell, Rafael Bischoffsheim, Frederic Von Kleudgen. E rappresenta anche una meta desiderata: la Regina Vittoria, proveniente da Mentone, visitò Bordighera nel 1882, arrivando sino a Capo Sant’Ampelio e decise di passarvi una vacanza negli anni successivi. Tutto fu organizzato per l’inverno del 1901, ma la guerra anglo-boera costrinse la sovrana a rinunciare al suo soggiorno.

È in questo sorprendente contesto che nasce la mostra “MONET, RITORNO IN RIVIERA”, nella rivisitazione di un’avventura artistica dove Claude Monet è protagonista insieme a un territorio straordinario che in quel tempo trova la sua vocazione, passando dalla periferia di una regione povera, la Liguria dell’Ottocento, a un luogo ambito del turismo e della cultura internazionale.

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