Roma: mostra fotografica "Il tempo di uno scatto: ’58–’68–’78"

Il tempo di uno scatto: ’58–’68–’78: il racconto di un’epoca nelle foto di Marcello Geppetti in mostra alla Casa del Cinema

fino al 9 settembre in mostra gli attimi salienti di un Paese, dalla rinascita del 1958 fino al rapimento di Aldo Moro del 1978

 

 

Roma, 27 agosto 2018 – La Casa del Cinema di Roma è lieta di ospitare fino al 9 settembre Il tempo di uno scatto: ’58-’68-’78, una mostra fotografica a ingresso libero a cura di Made in Tomorrow e Marcello Geppetti Media Company che ripercorre due decenni di storia italiana attraverso gli occhi e i racconti di chi c’era e ne ha vissuto in prima persona i cambiamenti, i tumulti, le svolte storiche. Il cinema è sempre grande protagonista e interprete di queste vicende e mutamenti sociali e culturali, e Marcello Geppetti, autore degli scatti in mostra, ne ha saputo raccontare molti aspetti. Tutti questi avvenimenti sono infatti rimasti ben impressi sulla pellicola di Geppetti, oltre che nei titoli in prima pagina dei giornali e nei manifesti che riempivano le città.

Cronologicamente si parte dal 1958, anno di rinascita e desideri. Roma ospita il più grande fenomeno di costume del Novecento, la Dolce Vita. Ma la luce di tutti quei riflettori finirà per accecare i Sessanta. Dal ’62 in poi, infatti, l’entusiasmo si spegne e si accendono i tumulti nei cuori dei più giovani. Non basteranno le danze scatenate nel neonato Piper (1965) di Via Tagliamento a placarli. Arriverà quel 1 marzo 1968, con i suoi scontri a Valle Giulia, a cambiare le carte in tavola e a relegare in secondo piano la leggerezza del periodo precedente.

Si apre così una delle finestre più buie della storia del nostro Paese, quella degli “Anni di piombo”. Un climax di violenze che culminerà nel 9 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta. Uno spartiacque incolmabile, ancora oggi pieno di interrogativi.

Foto Marcello Geppetti © MGMCdolceVita GALLERY. Caso Aldo Moro. 1978

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Concorso Fotografico Nazionale “Gallo Arti Grafiche: Sguardo”

"Gallo Arti Grafiche: Sguardo" è un concorso fotografico nazionale  patrocinato dal Comune di Vercelli e organizzato dalla tipografia  Gallo Arti Grafiche in occasione dei 70 anni di attività, in collaborazione con il  Gruppo Fotocine Controluce BFI di Vercelli.

Proprio la collaborazione con il Gruppo Controluce testimonia la professionalità dell'iniziativa la quale, inoltre, gode del Patrocinio FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) n° 2018/A2 ed è valido per la statistica FIAF 2018.

Dalla sinergia tra queste diverse realtà nasce, dunque, l'idea di un concorso che celebri, da un lato, una tappa storica di un’azienda fortemente radicata nel territorio, valorizzando le peculiarità locali in ogni aspetto, dall'altro, che permetta allo sguardo attento e curioso del fotografo di indagare in totale libertà  qualsiasi dettaglio reputi meritevole di attenzione ed osservazione.

Sono state, infatti, previste due sezioni: una a tema libero, appunto, valido anche per la statistica FIAF, e uno obbligato che ha come oggetto “Vercelli e il Vercellese, una città e un territorio da scoprire” (questo secondo tema NON è considerato valido per la statistica).

La partecipazione è aperta a tutti i fotoamatori, senza distinzione

tra dilettanti e professionisti, siano essi iscritti o meno alla FIAF, i quali devono imprescindibilmente essere proprietari di tutti i diritti delle immagini presentate. Ogni autore è interamente responsabile degli scatti che presenta.

È possibile iscriversi, procedere al pagamento ed inviare i files dal 15 luglio al 09 settembre 2018 collegandosi al sito http://gfcontroluce.hiho.it. La Giuria, composta da esponenti della FIAF, si riunirà il 22 settembre, mentre il 10 novembre avrà luogo la premiazione e l'inaugurazione della mostra fotografica con tutte le foto ammesse e premiate, che saranno esposte fino al 25 novembre 2018.

Sempre tramite http://gfcontroluce.hiho.it/, è possibile scaricare il bando completo dell'iniziativa e visionare così tutte le informazioni riguardanti i premi in palio, il calendario e tutte le specifiche tecniche per la presentazione della immagini.

Robert Doisneau. Pescatore d’immagini

Dal 23 giugno al 30 settembre 2018, il Palazzo delle Paure di Lecco ospita una mostra di Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 - Montrouge, 1 aprile 1994), uno dei fotografi più importanti e celebrati del Novecento.

La rassegna, dal titolo Pescatore d’immagini, curata dall’Atelier Robert Doisneau - Francine Deroudille ed Annette Doisneau - in collaborazione con Piero Pozzi, col patrocinio del Comune di Lecco, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography e ViDi - Visit Different, presenta 70 immagini in bianco e nero che ripercorrono l’universo creativo del fotografo francese.

Il percorso espositivo, che mette in mostra alcune delle icone più riconoscibili della sua carriera come Le Baiser de l'Hôtel de VilleLes pains de Picasso, Prévert au guéridon, si apre con l’autoritratto del 1949 e ripercorre i soggetti a lui più cari, conducendo il visitatore in un’emozionante passeggiata nei giardini di Parigi, lungo la Senna, per le strade del centro e della periferia, nei bistrot e nelle gallerie d’arte della capitale francese.

I soggetti prediletti delle sue fotografie sono, infatti, i parigini: le donne, gli uomini, i bambini, gli innamorati, gli animali e il loro modo di vivere questa città senza tempo.

Quella che Doisneau ha tramandato ai posteri è l’immagine della Parigi più vera, ormai scomparsa e fissata solo nell’immaginario collettivo; è quella dei bistrot, dei clochard, delle antiche professioni; quella dei mercati di Les Halles, dei caffè esistenzialisti di Saint Germain des Prés, punto d’incontro per intellettuali, artisti, musicisti, attori, poeti, come Jacques Prévert col quale condivise, fino alla sua morte, un’amicizia fraterna e qui presente con uno scatto -Prévert au guéridon- che lo ritrae seduto al tavolino di un bar con il suo fedele cane e l’ancor più fedele sigaretta.

Com’ebbe modo di ricordare lo stesso Doisneau, “Le meraviglie della vita quotidiana sono così eccitanti; nessun regista può ricreare l’inaspettato che si trova nelle strade”.

A Lecco, si possono ammirare alcuni dei suoi capolavori più famosi, tra cui il Bacio dell’Hotel de Ville, scattata nel 1950, che ritrae una coppia di ragazzi che si bacia davanti al municipio di Parigi mentre, attorno a loro, la gente cammina veloce e distratta. L’opera, per lungo tempo identificata come un simbolo della capacità della fotografia di fermare l’attimo, non è stata scattata per caso: Doisneau, infatti, stava realizzando un servizio fotografico per la rivista americana Life, e chiese ai due giovani di posare per lui.

Il lavoro di Doisneau dà risalto e dignità alla cultura di strada dei bambini; ritornando spesso sul tema dei più piccoli che giocano in città, lontani dalle restrizioni dei genitori, trattando il tema del gioco e dell’istruzione scolastica con serietà e rispetto, ma anche con quell’ironia che si ritrova spesso nei suoi scatti.

È il caso di Les pains de Picasso, in cui l’artista spagnolo, vestito con la sua tipica maglietta a righe, gioca a farsi ritrarre seduto al tavolo della cucina davanti a dei pani che surrogano, con la loro forma, le sue mani.

L’esposizione è la prima del programma triennale (2018-2020), messo a punto dal Comune di Lecco in collaborazione con ViDi - Visit Different, che porterà a Palazzo delle Paure i grandi nomi dell’arte e che proseguirà dal 19 ottobre al 20 gennaio 2019, con L’Ottocento lombardo. Da Hayez a Segantini che approfondirà attraverso cinquanta opere dei maggiori autori del XIX secolo, l’evoluzione artistica e l’ambiente culturale fioriti in Lombardia nell’Ottocento.

La mostra è visitabile nei seguenti orari:

  • martedì, mercoledì e venerdì: 9:30 – 18:00
  • giovedì: 9:30 – 18:00, 21:00 – 23:00
  • sabato e domenica: 10:00 – 18:00

Ingresso:

  • Intero / €9,00
  • Ridotto / €7,00
    L’ingresso ridotto è previsto per ragazzi dai 6 ai 18 anni, over 65 anni,  studenti universitari muniti di tessera, gruppi precostituiti di adulti oltre le 15 persone, Soci FAI e TCI con tessere in corso di validità.
  • Ridotto speciale /  €5,00
    L’ingresso ridotto speciale è previsto per disabile e un accompagnatore, giornalisti con tessera in corso di validità, bambini sotto i 6 anni, soci ICOM muniti di tessera in corso di validità.

Palazzo delle Paure - Piazza XX Settembre, 22 - Lecco

Robert Doisneau, Le Baiser de l’Hôtel de Ville - Paris, 1950
© Atelier Robert Doisneau

Mostra del fotografo David Rubinger al Museo di Roma in Trastevere

Nel 70° anniversario della fondazione di Israele la mostra del fotografo David Rubinger al Museo di Roma in Trastevere

Dal 7 settembre al 4 novembre 2018 gli scatti che testimoniano le tappe fondamentali dello Stato ebraico

Gruppo di paracadutisti dopo aver preso il Muro del Pianto. 7 giugno 1967. Foto simbolo di Rubinger (Foto di David Rubinger/The LIFE Images Collection/Getty Images)

Roma, 21 agosto 2018 - In occasione del settantesimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele e a un anno dalla scomparsa di David Rubinger (29 giugno 1924 - 2 marzo 2017), Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la Comunità Ebraica di Roma e l’Ambasciata diIsraele in Italia promuovono una mostra dedicata al fotografo di fama internazionale curata da Edvige Della Vallee ospitata dal Museo di Roma in Trastevere dal 7 settembre al 4 novembre 2018, con i servizi museali diZètema Progetto Cultura. Per i possessori della nuova MIC Card – che al costo di soli 5 euro consente a residenti e studenti l’ingresso illimitato per 12 mesi nei Musei Civici – l’ingresso alla mostra è gratuito.

 

La mostra prevede l’esposizione di oltre settanta fotografie in bianco e nero e a colori di dimensioni diverse. Con una particolare sensibilità artistica e umana Rubinger è riuscito, attraverso il suo occhio-obiettivo, a raccontare i grandi eventi della storia contemporanea, fatti di persone e di luoghi significativi per la memoria dello Stato ebraico. Alcuni di questi scatti possono definirsi iconici, come la celebre fotografia ritraente tre paracadutisti in primo piano ripresi davanti il Kotel (Muro del pianto), il 7 giugno 1967, un’immagine che ha contribuito a definire la coscienza nazionale dello Stato d’Israele.

Tutta la produzione fotografica di Rubinger arriva al cuore e alla coscienza delle persone per la forte spontaneità. Evitando ogni artificio egli è stato capace di restituirci immagini reali raccontate nella loro semplicità, a fare una cronaca puntuale dei successi, dei traguardi e delle sfide che Israele ha affrontato in questi decenni, mostrando la verità senza edulcorazioni. Perché la storia è fatta dagli uomini, sembra dirci Rubinger. Uomini, donne e bambini comuni, ma anche personaggi che hanno saputo cambiare il corso degli eventi, sono le stesse persone che il fotografo ha catturato nei momenti di vita privata con particolare sensibilità artistica e umana, da Moshe Dayan a Yitzhak Rabin, da Ben Gurion a Golda Meir.

Le opere di Rubinger sono state esposte per la prima volta in Italia all’interno della Sala Spadolini del Senato nel 2008 e successivamente, nel 2010, nello Spazio Multimediale S. Francesco a Civitanova Marche.

David Rubinger è nato a Vienna nel 1924 ed è emigrato in Palestina nel 1939 per sfuggire alle persecuzioni naziste. Ha scoperto la fotografia mentre, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, prestava servizio nella Brigata Ebraica dell’esercito britannico.

Rubinger è stato fotoreporter per HaOlam HaZeh dal 1951, dove lavorò per due anni. Quindi si unì allo staff di Yedioth Aharonoth, e poi a quello di The Jerusalem Post. Nel 1954 iniziò a collaborare con Time-Life, dove ha poi lavorato per più di 50 anni.

Era l’unico fotografo autorizzato a entrare e scattare nella mensa della Knesset, il Parlamento israeliano.

Nel 1997 è stato insignito della più alta onorificenza di Israele, il Premio Israele.

È mancato a Gerusalemme nel 2017.

Testo e immagine da Ufficio Stampa Zètema - Progetto Cultura


Roma: mostra "La storia della Palestina dal 1880 al 1948 in foto d'epoca"

La storia della Palestina dal 1880 al 1948 in foto d'epoca: alla Casa del Cinema dal 9 al 19 maggio

L’inaugurazione di mercoledì 9 sarà accompagnata da un reading artistico di Dalal Suleiman e Nabil Salameh. Mercoledì 16 mini rassegna con due film

 

Roma, 7 maggio 2018 – Un percorso fotografico che ripercorre la storia del popolo palestinese dal periodo dell’Impero Ottomano fino al Mandato Britannico e alla “Scomparsa della Palestina”. Nell’anno del settantesimo anniversario della Nakba (esodo palestinese) la Casa del Cinema è lieta di ospitare, da mercoledì 9 maggio, la mostra fotografica La Palestina della Convivenza, a cura dell’Associazione di volontariato Cultura è libertà.

Composta da 22 pannelli illustrati in cui immagini fotografiche d’archivio interagiscono con una documentazione storica rigorosa, l’esposizione racconta il periodo immediatamente antecedente alla grande catastrofe che colpì il popolo palestinese nel 1948. Tutti gli scatti sono testimoni parziali e inconfutabili di un paese che nei 70 anni precedenti si dimostrava vivace, lanciato verso la modernità e inserito in un contesto internazionale. Un paese soggetto al flusso continuo di civiltà e culture ma ancora ignaro di ciò che lo avrebbe colpito.

Il percorso  rappresenta una testimonianza unica e preziosa di conoscenza di un popolo e delle sue condizioni sociali e storiche. Un viaggio nella Palestina autentica restituita attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta realmente. Come Karima Abud, ad esempio, prima fotografa palestinese, che visse a Nazareth fra il 1896 e 1955. Nei suoi scatti incontriamo i volti della Palestina colta e borghese, emancipata e aperta alla vita e alla modernità. In quelli dello scrittore e fotografo francese Felix Bonfils invece, altro artista presente in mostra, scopriamo l’altra faccia della Palestina: quella urbana e rurale. Con i suoi campi coltivati, con le sue fortificazioni maestose, con la sua varietà di persone e etnie.

L’inaugurazione di mercoledì 9 maggio alle ore 19.00 sarà introdotta da un reading artistico di Dalal Suleiman, attrice di origini palestinesi, e Nabil Salameh, cantautore e giornalista palestinese nonché curatore della mostra. La loro performance introdurrà il pubblico nel mondo evocato dal percorso fotografico, con letture di autori e autrici palestinesi e siriani, interpreti profondi e appassionati della cultura araba.

Mercoledì 16, invece, sarà la volta di una mini rassegna cinematografica curata in collaborazione con l’Al Ard film Festival e l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD). Alle ore 19.00 sarà proiettato il film di Maryse Gargour Incontro con la terra perduta (A la rencontre d’un pays perdu) mentre alle ore 20 sarà in programma il film Nun wa Zaytoun di Emtiaz Diab.

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Contest fotografico "Calabria, storia, monumenti e paesaggi"

Contest fotografico

Calabria, storia, monumenti e paesaggi.

La Cattolica di Stilo, Le Castella di Isola Capo Rizzuto, San Francesco d’Assisi a Gerace.
Fino al 14 marzo 2018

Anche la Cattolica di Stilo, Le Castella di Isola Capo Rizzuto e la Chiesa di San Francesco d’Assisi di Gerace, tre importanti siti diretti da Rossana Baccari, afferenti al Polo Museale della Calabria, guidato da Angela Acordon, celebreranno, con una interessante iniziativa che si concluderà il 14 marzo 2018, la Giornata Nazionale del Paesaggio.

Infatti in collaborazione con “San Giorgio coop. soc.” e “Il cerchio dell’immagine” organizzano il Contest fotografico Calabria, storia, monumenti e paesaggi. La Cattolica di Stilo, Le Castella di Isola Capo Rizzuto, San Francesco d’Assisi a Gerace.

Il concorso ha l’obiettivo di generare nuovi stimoli ed interessi verso il patrimonio storico-culturale di cui Stilo, Gerace e Le Castella sono ricchi. Molto spesso, come nel caso della Cattolica di Stilo e della fortezza de Le Castella l’importanza e la bellezza di un sito è legata al paesaggio che lo circonda. In altri casi, come per la Chiesa di San Francesco a Gerace, il monumento si trova in un contesto storico urbano di grande rilievo.
La fotografia, esercizio di osservazione della realtà, è in grado di darle forma, valorizzando l’identità dei luoghi.

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Roma: i migliori scatti di scena in mostra, XXa edizione di "CliCiak – Scatti di Cinema"

I migliori scatti di scena in mostra alla Casa del Cinema per la ventesima edizione di CliCiak – Scatti di Cinema

Set dela serie TV "The Young Popei" di Paaolo Sorrentino.
Nella foto Jude Law.
Foto di Gianni Fiorito

Dal 9 febbraio al 7 marzo i vincitori e non solo

del concorso nazionale per fotografi di scena

 

Roma, 8 febbraio 2018 – Giunto alla ventesima edizione il concorso nazionale per fotografi di scena CliCiak porta in mostrada venerdì 9 febbraio al 7 marzo alla Casa del Cinema i migliori scatti realizzati sui set dei film delle ultime tre stagioni cinematografiche (2014-15, 2015-16, 2016-17). Al concorso, curato da Antonio Maraldi e organizzato dal Centro Cinema Città di Cesena in collaborazione con la Cineteca di Bologna, hanno partecipato 53 fotografi con 1.995 foto complessive, a documentazione di 86 film, serie tv e cortometraggi.

Nel percorso della mostra allestita presso la sala Tormenti della Casa del Cinema si potrà ammirare una vasta selezione di foto partecipanti oltre, ovviamente, a tutti gli scatti ritenuti meritevoli di riconoscimento da parte della giuria di esperti composta dai critici Cesare Biarese e Paolo Mereghetti, dagli studiosi Claudio Marra e Michele Smargiassi, e dai fotografi Franco Bellomo e Marco Onofri.

 

Il premio come miglior foto è stato assegnato allo scatto realizzato da Philippe Antonello sul set di Ben Hur di Timur Bekmambetov. Il premio per la miglior serie fotografica se lo è aggiudicato Francesca Casciarri per le foto di La fuga di Stefano Calvagna mentre il premio per la miglior serie tv è andato a Gianni Fiorito per il lavoro su The Young Pope di Paolo Sorrentino. Il premio speciale “Giuseppe e Alda Palmas”, per un fotografo presente per la prima volta al concorso, è stato assegnato a Melissa Cecchini (per le foto di In a Lonely Place di Davide Montecchi), mentre il premio speciale “Ciak ritratto d’attore”, attribuito dalla redazione del magazine “Ciak” diretto da Piera Detassis, è stato vinto da Maila Iacovelli e Fabio Zayed, per una foto in bianco e nero di Moglie e marito di Simone Godano, e per il colore da Anna Camerlingo, per una foto de I peggiori di Vincenzo Alfieri. Quest’anno la redazione ha deciso di indicare un “Premio Ciak Speciale” a Gianni Fiorito per una foto di The Young Pope.Segnalazioni sono andate anche ai fotografi Federico Vagliati (Monte di Amir Naderi), Federica Scarponi(Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio) ed Emanuela Scarpa (serie tv Gomorra 2).

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Roma: i 70 anni della Magnum Photos in mostra al Museo dell’Ara Pacis

I 70 anni della Magnum Photos

in mostra al Museo dell’Ara Pacis

Dal 7 febbraio al 3 giugno 2018 le celebri immagini e gli storici reportage

della più grande agenzia fotogiornalistica internazionale 

RUSSIA. Altai Territory. 2000. Villagers collecting scrap from a crashed spacecraft, surrounded by thousands of white butterflies. Environmentalists fear for the region's future due to the toxic rocket fuel.

 Roma, 6 febbraio 2018 - Arriva a Roma, nella sua prima tappa europea e unica italiana, la mostra Magnum Manifesto, che sarà ospitata dal Museo dell’Ara Pacis dal 7 febbraio al 3 giugno 2018. L’esposizione, promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, proposta da Contrasto e Magnum Photos 70 e organizzata in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, ha cominciato il suo tour globale nel giugno 2017 all’International Center for Photography di New York. L’intento è quello di celebrare il settantesimo anniversario della più grande agenzia fotogiornalistica del mondo, Magnum Photos, creata da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, George Rodger e David Seymour nell’aprile del 1947. Da quel giorno, la Magnum Photos è diventata un riferimento nel tempo  sempre più importante per la documentazione e per il fotogiornalismo. Gli autori di Magnum hanno documentato guerre, testimoniato le tensioni sociali, interpretato il nostro tempo, ritratto tanto le persone comuni quanto i grandi della terra, preconizzato i nuovi drammi del futuro.

La mostra raccoglie parte del lavoro realizzato in tutti questi anni e getta uno sguardo nuovo e approfondito sulla storia e sull’archivio dell’Agenzia.

Le immagini celebri e i grandi reportage dei suoi autori permettono di comprendere in che modo e per quale motivo Magnum sia diventata diversa, unica e leggendaria. Dal reportage sui lavoratori immigrati negli USA, realizzato da Eve Arnold negli anni Cinquanta, ai ritratti di “famiglia”, teneri e intimi, di Elliott Erwitt; dalle celebri immagini degli zingari di Josef Koudelka, fino alla toccante serie realizzata nel 1968 da Paul Fusco sul "Funeral Train", il treno che trasportò la salma di Robert Kennedy nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Arlington, attraversando un’America sconvolta e dolente. E ancora, le serie più recenti dei nuovi autori di Magnum: dalla “Spagna Occulta” di Cristina Garcia Rodero, alle osservazioni antropologiche, sotto forma di fotografie, realizzate nel mondo da Martin Parr;  dalla cruda attualità del Sud America documentato da Jérôme Sessini,  fino al Mar Mediterraneo, tenebroso e incerto nelle notti dei migranti, fotografato da Paolo Pellegrin.

Il curatoreClément Chéroux – direttore della fotografia al MoMA di San Francisco e già curatore della grande retrospettiva dedicata a Cartier-Bresson realizzata dal Centre Pompidou e ospitata a Roma proprio al Museo dell’Ara Pacis –  ha selezionato una serie di documenti rari e inediti, immagini di grande valore storico e nuove realizzazioni, per illustrare come Magnum Photos debba la sua eccellenza alla capacità dei fotografi di fondere arte e giornalismo, creazione personale e testimonianza del reale, verificando come il “fattore Magnum” continui a esistere e a rinnovare continuamente il proprio stile.

Il percorso espositivo è suddiviso in tre sezioni: la prima scruta l’archivio di Magnum attraverso una lente umanista e si concentra sugli ideali di libertà, uguaglianza, partecipazione e universalismo che emersero dopo la seconda guerra mondiale; la seconda mostra la frammentazione del mondo tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento, con uno sguardo particolare rivolto alle  minoranze e agli esclusi; la terza, infine, segue le diverse forme espressive grazie alle quali  i fotografi Magnum hanno colto i mutamenti del mondo e i pericoli che lo minacciano.

Oltre a raccogliere i progetti individuali e collettivi realizzati nel corso degli anni, la mostra presenta anche proiezioni, copertine di riviste, articoli di giornali, libri realizzati nel corso del tempo,  mostrando il contesto originale in cui molte delle fotografie sono state concepite.

La mostra è accompagnata da un libro edito da Contrasto.

 

Magnum è un gruppo di fotogiornalisti eccezionali che viaggiano in tutto il mondo per fotografare avvenimenti storici.

Inge Bondi

Magnum è un’organizzazione tenuta insieme da un’intangibile colla di sogni e speranze. Wayne Miller

Magnum è un paradosso.

John G. Morris

Magnum è una specie di miracolo fin dalla sua nascita.

David Seymour

Magnum è la fotografia.

Henri Cartier-Bresson

SCHEDA TECNICA

Mostra

MAGNUM MANIFESTO.

Guardare il mondo e raccontarlo in fotografia

Luogo

Museo dell’Ara Pacis

Lungotevere in Augusta, Roma

Anteprima stampa

Inaugurazione

Apertura al pubblico

Martedì 6 febbraio, ore 11.00 – 13.00

Martedì 6 febbraio, ore 18.00

7 febbraio – 3 giugno 2018

Tutti i giorni ore 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima). Chiuso 1 maggio

Info Mostra

Biglietti

060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.arapacis.it

Biglietto solo mostra: 11€ intero; 9€ ridotto + prevendita € 1

Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Promossa da

Proposta da

Organizzata in collaborazione con

Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Contrasto e Magnum Photos 70

Zètema Progetto Cultura

A cura di

ClémentChéroux

SPONSOR SISTEMA MUSEI IN COMUNE

Con il contributo tecnico di

Ferrovie dello Stato italiane

Media partner

Il Messaggero

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CHE COS'È MAGNUM?

Una cooperativa di celebri fotografi, creata a Parigi e a New York nel 1947; un modello economico innovativo, che permetteva ai suoi membri di diventare proprietari delle immagini, un luogo di dibattito per approcci diversi e contrastanti. Per i settant'anni di Magnum sarebbe stato allettante raccogliere le immagini che raffigurassero la vita dell'agenzia. Ma non avrebbe fatto altro che avvalorare la superficialità del mito.

La storia è senza dubbio il miglior antidoto al mito. Per il progetto, era necessario che questa storia poggiasse certo su immagini, ma anche su parole. Perché il testo occupa in Magnum Photos un posto fondamentale. Dopo le prime conversazioni, è attraverso gli scambi epistolari che lo spirito dell'agenzia si è forgiato. Sono stati poi i contratti e gli appunti che hanno permesso di affinarlo o trasformarlo. Insomma, in Magnum la parola è di casa. Abbiamo rintracciato testi, interviste, lettere, appunti o racconti dei membri nei quali si tentava di definire lo spirito collettivo. Ecco il motivo del titolo Magnum Manifesto. Questi diversi documenti hanno l'ambizione di mostrare quali siano state le posizioni, etiche ed estetiche, dei fotografi dell'agenzia.

La storia dell'arte ha dimostrato che le opere hanno spesso due autori: l'artista e il suo contesto. Ed è vero anche per Magnum. Era quindi necessario accostare lo studio cronologico e tematico della cooperativa a quello delle grandi questioni che hanno segnato la seconda metà del Novecento e i primi anni Duemila: proponiamo quindi una storia incrociata. Insieme, i membri di Magnum hanno contribuito a dare forma alle evoluzioni culturali con il loro sguardo impegnato, ironico, critico e originale.

Questa mostra si spinge al di là del mito e inserisce l'agenzia in un contesto storico più ampio, grazie a un dettagliato lavoro di documentazione. I diversi orientamenti e approcci sviluppati nel corso degli anni sono presentati attraverso tre periodi principali:

PARTE PRIMA 1947-1968: Diritti e rovesci umani

PARTE SECONDA 1969-1989: Un inventario di differenze

PARTE TERZA 1990-2017: Storie della fine

La sezione finale, "Magnum è ... ", accompagnata da una scelta della corrispondenza epistolare tra i membri dell'agenzia, dà voce ai fotografi e al personale dell'agenzia per tentare di definire il multiforme "Spirito Magnum", plasmato dalle parole tanto quanto dalle immagini.

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PARTE I: 1947 - 1968

Diritti e rovesci umani

Nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale si assiste a un radicale riassetto dello scenario geopolitico: la decolonizzazione, la progressiva affermazione degli Stati Uniti e dell’URSS come superpotenze, l’inizio della Guerra Fredda…

È nel contesto di questa tumultuosa ricostruzione che emerge una nuova forma di umanesimo, che si manifesta principalmente nel crescente numero di organismi di cooperazione internazionale come la NATO, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Nel 1948 l’ONU approva la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Stilato tra il 1946 e il 1948 – proprio negli anni in cui è fondata Magnum Photos – il documento proclama i medesimi valori di libertà, uguaglianza e dignità difesi dai membri dell’agenzia, tanto che non è raro ritrovare, nei molti testi che i fotografi scrissero all’epoca, le stesse parole utilizzate nella Dichiarazione Universale. Negli anni Cinquanta e Sessanta, gran parte dei loro progetti fotografici, individuali o collettivi, sono rivolti alla difesa del concetto di universalità e alla denuncia di qualunque tentativo di negarla.

PARTE II: 1969 - 1989

Un inventario di diversità

Dopo le rivolte studentesche del 1968, gli anni Settanta sono caratterizzati da un edonismo generalizzato che culminerà nell’individualismo consumista degli anni Ottanta. In questi anni, i fotografi Magnum si ritrovano impegnati, più che in passato, in incarichi corporate e pubblicitari. Nel frattempo, però, si dedicano più a lungo anche a progetti personali, che spesso approdano alla pubblicazione di volumi che non sono solo raccolte di immagini, ma opere con una forte impronta autoriale. Nel corso di questi due decenni, il soggetto preferito dei fotografi dell’agenzia è la figura dell’altro: l’“alieno”, il “selvaggio”, il “malato”, il “folle”, l’“emarginato”. I fotografi si concentrano su quello che lo storico francese Paul Veyne chiama “l’inventario delle diversità”. Finora, hanno sempre ricercato le somiglianze tra esseri teoricamente uguali. Ora sono più interessati alle dissomiglianze. Tale attrazione per l’alterità continua a iscriversi in una ricerca dell’universalismo, che d’ora in avanti, però, si declinerà in un sottofondo implicito.

PARTE III: 1990 - 2017

storie della fine

Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, negli anni Novanta e Duemila si assiste alla dissoluzione del comunismo. Favorito dallo sviluppo delle tecnologie digitali, un capitalismo disinibito trionfa in tutto il pianeta, e la globalizzazione si impone ovunque. All’interno di Magnum, questo fenomeno si traduce in un’espansione “culturale”, con un sostanziale aumento delle mostre e delle pubblicazioni. I fotografi “artisti”, finora in minoranza, assumono sempre più rilievo. Nel 1989, l’accademico statunitense Francis Fukuyama pubblica l’articolo “The End of History?”, un saggio controverso che enuncia il concetto di “fine della storia” come conclusione dello sviluppo socioculturale dell’umanità. Se il modernismo osservava tutto attraverso il prisma della novità, il postmodernismo sembra incapace di concepire qualsiasi cosa senza che ne sia stata prima decretata la fine. In questi due decenni, molti membri dell’agenzia si dedicano a fotografare tutto ciò che sembra stia per scomparire: il comunismo, le tecniche di pesca tradizionali, il Concorde, e persino la fotografia, con la chiusura delle fabbriche Kodak, documentata nell’ambito del progetto collettivo “Postcards from America”.

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FOTOGRAFI IN MOSTRA

Abbas

Christopher Anderson

Eve Arnold

Olivia Arthur

Bruno Barbey

Jonas Bendiksen

Werner Bischof

Michael Christopher Brown

René Burri

Cornell Capa

Robert Capa

Henri Cartier-Bresson

Antoine d'Agata

Raymond Depardon

Bieke Depoorter

Thomas Dworzak

Elliott Erwitt

Martine Franck

Leonard Freed

Paul Fusco

Cristina Garcia Rodero

Jean Gaumy

Burt Glinn

Jim Goldberg

Philip Jones Griffiths

Harry Gruyaert

Ara Giiler

Philippe Halsman

Hiroshi Hamaya

Erich Hartmann

David Alan Harvey

Bob Henriques

Thomas Hoepker

David Hurn

Richard Kalvar

Josef Koudelka

Hiroji Kubota

Sergio Larrain

Guy Le Querrec

Erich Lessing

Herbert List

Danny Lyon

Constantine Manos

Peter Marlow

Susan Meiselas

Wayne Miller

Inge Morath

Lu Nan

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Martin Parr

Paolo Pellegrin

Gueorgui Pinkhassov

Mark Power

Raghu Rai

Eli Reed

Mare Riboud

Miguel Rio Branco

George Rodger

Moises Saman

Alessandra Sanguinetti

Jérome Sessini

David Seymour (Chim)

Marilyn Silverstone

W. Eugene Smith

Jacob Aue Sobol

Alec Soth

Chris Steele-Perkins

Dennis Stock

Mikhael Subotzky

Nicolas Tikhomiroff

Larry Towell

Peter van Agtmael

Alex Webb

Donovan Wylie

Patrick Zachmann

 

Testi e immagine da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


Roma: mostra fotografica "Invisible Light" di Sheila McKinnon

INVISIBLE LIGHT

mostra fotografica di

SHEILA McKINNON

 

Inaugurazione

Mercoledì 14 febbraio 2018, dalle 17 alle 19

Curatrice: Victoria Ericks

 --- Per partecipare all’inaugurazione è necessario inviare a [email protected]

il nome e cognome di chi partecipa ed essere quindi messi in un’apposita lista ---

fino al 23 febbraio 2018

Dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 18

Sala del Cenacolo del Complesso di Vicolo Valdina - Camera dei Deputati

Ingresso di PIAZZA di Campo Marzio, 42 - Roma

 

Ingresso libero

La fotografia cattura le realtà della nostra società più di ogni altra forma di comunicazione visiva. Il lavoro di Sheila McKinnon pone l’attenzione su due dei più pressanti problemi del nostro tempo: diritti delle donne/educazione delle ragazze e cambiamenti climatici. Da una parte è una dei pochi fotografi che offre un’originale prospettiva di entrambi i problemi – in particolare il primo. Il suo lavoro sensibilizza gli spettatori sulla dignità ivi contenuta, la naturale joie de vivre, quando documenta le attività eseguite dalle donne e dalle ragazze in paesi in via di sviluppo con condizioni sociali che le lega ai sistemi nei quali sono inoculate - la continuità dei costumi e la tradizione di leggi ed atteggiamenti in corso da generazioni.

Nelle sue immagini riguardanti il clima, McKinnon espone la bellezza del nostro pianeta - riassumendo l’impetuosità atmosferica che aleggia sopra e sotto - legata alla terra, in una tavolozza pittorica di spettacolari colori e disegnando la naturale fenomenologia che sgorga dalla pancia della terra.

La sua fotografia e il processo creativo con cui viene presentato invitano a una discussione, che dovrebbe espandersi attorno a tutto il globo su vari livelli, sugli effetti del cambiamento climatico sulle popolazioni migranti, sul nostro approvvigionamento di cibo e acqua e sui tanti svariati modi in cui la nostra reale esistenza è minacciata dall’invasione del cambiamento climatico. Novantasette paesi sono d’accordo su questo e si sono impegnati a partecipare attivamente per invertire il problema.

La mostra è patrocinata dall’Ambasciata del Canada, dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e da Kyoto Club.

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Milano: aprono al pubblico le mostre di Frida Kahlo al MUDEC

MUDEC

Dal 1 febbraio aprono al pubblico le mostre di Frida Kahlo

“Frida Kahlo. Oltre il mito”, la grande antologica sull’artista messicana più famosa e acclamata al mondo, e “Il sogno degli antenati. L’archeologia del Messico nell’immaginario di Frida Kahlo”, saranno allestite negli spazi del MUDEC fino al 3 giugno 2018.

Milano, 31 gennaio 2018 – Aprono al pubblico da domani, giovedì 1° febbraio, “Frida Kahlo. Oltre il mito”, la grande antologica sull’artista messicana più famosa e acclamata al mondo, e “Il sogno degli antenati. L’archeologia del Messico nell’immaginario di Frida Kahlo”, allestite fino al 3 giugno 2018 negli spazi del MUDEC.

Promossa dal Comune di Milano e da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, che ne è anche il produttore, “Frida Kahlo. Oltre il mito” porta in Italia più di cento opere tra dipinti (una cinquantina), disegni e fotografie. Frutto di sei anni di studi e ricerche, ha l’obiettivo di delineare una nuova chiave di lettura dell’artista, evitando ricostruzioni forzate, interpretazioni sistematiche o letture biografiche semplificatrici.

La mostra riunisce in un’unica sede espositiva, per la prima volta in Italia e dopo quindici anni dall’ultima volta, tutte le opere provenienti dal Museo “Dolores Olmedo” di Città del Messico e dalla “Jacques and Natasha Gelman Collection”, le due più importanti e ampie collezioni di Frida Kahlo al mondo, insieme a prestiti di diversi musei internazionali che permetteranno di ammirare alcuni dei capolavori dell’artista messicana mai visti nel nostro Paese (tra questi il Phoenix Art Museum, il Madison Museum of Contemporary Art e la Buffalo Albright-Knox Art Gallery).

“Frida Kahlo. Oltre il mito” intende superare la visione semplicistica del lavoro dell’artista messicana, derivata dall’intreccio inestricabile tra la sua vita e la sua opera, dimostrando che per un’analisi seria e approfondita della sua poetica è necessario spingersi al di là dei limiti della sua biografia superando il mito consolidato e alimentato dalle mode degli ultimi decenni.

Afferma Diego Sileo, curatore della mostra, conservatore del PAC e storico dell’arte specializzato in arte contemporanea latinoamericana: “Per quanto possa sembrare paradossale, è proprio il gran numero di eventi espositivi dedicati a Frida Kahlo che ha portato ad ideare questo nuovo progetto perché - contrariamente a quanto appare - la leggenda che si è creata attorno alla vita dell’artista è spesso servita solo ad offuscare l’effettiva conoscenza della sua poetica. Fino ad oggi la maggior parte delle mostre su Frida Kahlo si sono infatti limitate ad analizzare, con una certa morbosità, i suoi oscuri traumi familiari, la sua tormentata relazione con Diego Rivera, il suo desiderio frustrato di essere madre, e la sua tragica lotta contro la malattia. Nel migliore dei casi la sua pittura è stata interpretata come un semplice riflesso delle sue vicissitudini personali o, nell’ambito di una sorta di psicoanalisi amatoriale, come un sintomo dei suoi conflitti e disequilibri interni. L’opera si è vista quindi radicalmente rimpiazzata dalla vita e l’artista irrimediabilmente ingoiata dal mito”.

Il percorso espositivo rivela come Frida Kahlo nasconda ancora molti segreti e propone - attraverso fonti e documenti inediti ritrovati nel 2007 nell’archivio di Casa Azul (dimora dell’artista a Città del Messico) e da altri importanti archivi, qui presenti per la prima volta, con materiali sorprendenti e rivoluzionari (archivio di Isolda Kahlo, archivio di Miguel N. Lira, archivio di Alejandro Gomez Arias) - nuove chiavi di lettura della sua produzione.

I temi portanti della sua ispirazione artistica - come la ricerca costante della propria identità di donna e di artista, l’affermazione della “messicanità”, la sofferenza fisica, la sua leggendaria forma di resilienza - si riflettono nel progetto d’allestimento della mostra, che si sviluppa attraverso quattro sezioni: Donna, Terra, Politica e Dolore.

Nelle due lunghe vetrine curve che si affacciano sulla nuvola centrale del MUDEC, in perfetto dialogo con la mostra “Frida Kahlo. Oltre il mito”, si snoda il percorso dedicato a “Il sogno degli antenati. L’archeologia del Messico nell’immaginario di Frida Kahlo”, visitabile gratuitamente.

Carolina Orsini, conservatore delle Raccolte Extraeuropee del Museo, e Davide Domenici, antropologo specialista di archeologia e storia dell’America indigena, hanno allestito una mostra-approfondimento che esplora appunto l’archeologia messicana attraverso un racconto fatto di oggetti archeologici ed etnografici di area mesoamericana provenienti dalla collezione permanente del MUDEC, in grado di dimostrare come il mondo indigeno e il passato precolombiano abbiano costituito elementi fondamentali della pratica artistica dell’artista messicana.

Sculture azteche, figurine fittili teotihuacane e ceramiche del Messico occidentale costituirono infatti per Frida Kahlo un lessico al tempo stesso identitario ed estetico, un patrimonio di forme e significati che permise all’artista di esprimere quella “messicanità” che - come si nota nella parallela mostra “Oltre il mito” - costituì uno dei temi portanti della sua opera e di quella vera e propria performance artistica che fu la sua vita.

La mostra si articola in una serie di sezioni dedicate al ruolo che il mondo indigeno e la riscoperta archeologica del suo passato precolombiano ebbero nella costruzione della nazione post-rivoluzionaria; al collezionismo di oggetti archeologici da parte di Frida Kahlo e Diego Rivera e alla loro riscoperta dell’estetica precolombiana; e alla “costruzione” dell’immagine di Frida Kahlo mediante il frequente uso, documentato da foto storiche, di abiti etnici e di antichi gioielli di giada.

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