Restituiti al Parco archeologico di Pompei affreschi da Stabia e Civita

Frammenti di affreschi parietali provenienti da Stabia e Civita Giuliana, databili al I secolo d.C., sono stati restituiti  al DG del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, dal Generale di Brigata Roberto Ricciardi, Comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC).

La riconsegna è avvenuta nel Museo Archeologico Libero D’Orsi di Castellammare di Stabia  alla presenza del professor Massimo Osanna, Direttore Generale Musei e del Sindaco della Città di Castellammare di Stabia Gaetano Cimmino.

Affreschi. Foto: Cesare Abbate

“Tornano al loro posto antiche opere di grandissimo pregio. –  afferma il Comandante Riccardi - La Bellezza che oggi celebriamo non è solo negli affreschi, è anche nella sinergia fra i rappresentanti delle istituzioni qui presenti, che hanno operato sentendosi figli della stessa storia. La Cultura che intendiamo valorizzare è anche quella della legalità”.

Durante la giornata sono stati restituiti anche altri tre frammenti di affresco (I secolo d.C.) asportati e trafugati dalla villa suburbana di Civita Giuliana, situata fuori le mura di Pompei.

Le indagini di riconoscimento e recupero dei frammenti sono state avviate dai Nuclei TPC di Monza e di Napoli rispettivamente nel 2020 e nel 2012.

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

“La restituzione di questi frammenti è significativa per più ragioni. – dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale dei Musei - Intanto viene ricomposto, in entrami i casi, un contesto archeologico che era stato violato e che permette di restituire completezza allo scavo. Ogni reperto, costituisce un tassello importante della storia e della conoscenza di un luogo e va sempre tutelato e preservato.  Ma soprattutto è una vittoria della legalità, contro il fenomeno degli scavi illeciti e del traffico di opere d’arte e reperti antichi, e una conferma dell’importante ruolo delle forze dell’ordine nella tutela del patrimonio culturale e della fondamentale collaborazione con le istituzioni del Ministero della Cultura.”

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Gli affreschi di Stabiae

I tre affreschi restituiti decoravano le pareti di Villa Arianna e Villa San Marco di Stabia e furono trafugati probabilmente durante gli anni '70 del secolo scorso e poi esportati illecitamente.

Successivamente al sequestro di numerosi beni, durante l’attività di contrasti dei traffici illeciti a cura del Nucleo TPC di Monza, i tre frammenti sono stati individuati ed identificati nel Luglio 2020. Inoltre il Nucleo TPC ha ricostruito i movimenti di questi reperti che poi sono stati venduti ad antiquari statunitensi, elvetici ed inglesi durante gli anni '90.

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

L’autenticità e la provenienza degli affreschi pompeiani è stata accertata grazie alla collaborazione dell’ufficio tutela e dell’ufficio scavi di Stabia del Parco Archeologico di Pompei, su disposizione del Dipartimento VII della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano che ha diretto le indagini fino alla restituzione.

“Le collaborazioni con le autorità per il contrasto agli scavi illegali e al traffico illecito di reperti archeologici avviate sotto la direzione di Massimo Osanna sono una best practice che il Parco seguirà anche in futuro. – dichiara Gabriel Zuchtriegel, Direttore del Parco Archeologico di Pompei - Attraverso la valorizzazione dei siti nel territorio tra Stabia, Torre Annunziata, Boscoreale e Poggiomarino vogliamo inoltre contribuire a far emergere sempre di più l’immenso valore del patrimonio archeologico presente in maniera capillare in tutta l’area vesuviana.

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

Reperti come l’iscrizione osca da porta Stabia, attualmente esposta alle Scuderie del Quirinale nella mostra ‘Tota Italia’, illustrano come la città di Pompei facesse parte di un paesaggio antico costituito di vie di comunicazione, ville, fattorie, necropoli e insediamenti rurali che vanno tutelati e valorizzati. Ringrazio a nome del Parco i Procuratori e i Carabinieri del Nucleo Tutela per il lavoro svolto.”

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

I Frammenti degli affreschi di Civita Giuliana

I tre frammenti provenienti dalla Villa Suburbana di Civita Giuliana appartenevano ad un ambiente scavato nel 2020 dal Parco Archeologico di Pompei dove fu rinvenuto anche il graffito di Mummia  che ha fornito indicazioni sui possibili proprietari della villa. Tutto l’ambiente presenta una raffinata decorazione in III Stile con tre pannelli a fondo nero scanditi da candelabri databile tra il 35 e il 45 d.C.

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

La località di Civita Giuliana è stata protagonista di numerosi scavi clandestini tanto che nel 2017 il Parco Archeologico di Pompei ha dato il via, congiuntamente alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, ad operazioni di individuazione di attività di scavi abusivi cui è seguito nel 2019 il Protocollo d’Intesa per il contrasto delle azioni illecite a danno del patrimonio archeologico.

Durante le prima operazioni fu individuata la zona servile della villa dove furono rinvenute delle stalle e tre cavalli bardati. Inoltre, durante il 2020 è stato individuato un il carro cerimoniale e la presenza di due vittime dell’eruzione di cui è stato possibile eseguire un calco in gesso.

Affreschi Stabia e Civita
Affreschi Stabia e Civita. Foto: Cesare Abbate

L’individuazione dei frammenti distaccati dall’ambiente avvenne già nel 2012 grazie ai militari del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, in seguito, anche in questo caso, a delle operazioni di contrasto ai traffici di beni archeologici nazionali ed internazionali. Difatti, durante l’azione, furono individuati sul posto i tre frammenti rimossi e pronti per essere trasportati altrove.

Individuazione dello scavo archeologico clandestino. Foto Ufficio Stampa del Nucleo dei Carabinieri TPC.

È tuttora in corso di svolgimento, dinanzi al Tribunale di Torre Annunziata, il processo penale a carico degli imputati ritenuti responsabili della attività di depredazione della antica villa romana. – Dichiara il Procuratore Nunzio Fragliasso - L’impegno di questo Ufficio nella tutela del patrimonio artistico, archeologico e culturale del territorio sarà costante e prioritario anche nei prossimi anni, con particolare riferimento all’attività finalizzata al recupero dei preziosi reperti archeologici trafugati, esportati all’estero, e alla loro restituzione al patrimonio nazionale. “

 

 


FRAMMENTI. Le fotografie di Stefano Cigada

La serie “FRAMMENTI”, realizzata dal fotografo Stefano Cigada, potrebbe sembrare, ad un primo sguardo, una raccolta di fotografie in bianco e nero su soggetti di statuaria classica; in realtà se ci soffermiamo con maggiore attenzione esse ci rivelano altro.

Quella allestita dalla curatrice Jill Silverman van Coenegrachts, nel Museo di Roma in Trastevere (Piazza di Sant’Egidio), è la prima mostra personale del fotografo autodidatta che, dopo aver viaggiato per raccontare il resto del mondo ritorna nel suo paese ritrovando una vecchia passione: quella per la classicità e per l’antico, riportata in vita dalla conoscenza del mercante di antichità David Cahn a Basilea.

Non si tratta in questo caso di voler fotografare le statue e i reperti prodotti dalle civiltà classiche nella loro perfezione formale, bensì di catturare la loro forma attuale, quella che il passare del tempo ha modificato, rendendole appunto incompleti “frammenti”.

 

Il percorso mostra presenta una nuova serie di ventuno stampe in bianco e nero che permettono allo sguardo di posarsi su alcuni particolari delle sculture prese in esame, ponendone in risalto le parti danneggiate, ferite e mancanti; un nucleo coerente di opere il cui soggetto è molto più ampio di quanto successivamente esposto.

Alla maniera di Monet che affittò una stanza appositamente per osservare i cambiamenti che la luce naturale provocava sulla facciata ovest della cattedrale di Rouen e raffigurarla nelle diverse sfumature cromatiche che questa assumeva, Cigada durante il suo processo creativo manifesta la necessità di visitare più volte uno stesso museo, un determinato oggetto. Come il fotografo racconta, si tratta di una vera e propria ossessione che lo ha portato, e lo porta, ad aggirarsi per le stanze di vari musei e a visitare più volte uno stesso luogo o un oggetto, senza mai stancarsi; un’ossessione che allo stesso tempo crea un profondo mutamento nello stato d’animo di colui che osserva.

Le fratture e l’incompletezza cambiano al cambiare dell’incidenza della luce sulle superfici e all’alternarsi delle stagioni, - ci spiega Cigada stesso - in momenti differenti del giorno e dell’anno. La materia è colpita e accarezzata dalla luce ed è in un determinato istante, che il fotografo percepisce qual è l’attimo perfetto da afferrare e sa che proprio quel momento è IL momento. “Non appena prima, non un secondo dopo.”

Tutto questo rende il lavoro di Cigada un lavoro non “sulle statue” ma sul tempo e sul movimento, che nell’esaltare i frammenti di statue attraverso frammenti fotografici ci restituisce un’indagine raffinata e colta sull’ambivalenza e sull’incompletezza dell’esistenza stessa.

Il percorso espositivo è suddiviso in tre ambienti e le stampe sono realizzate con sofisticate tecniche di stampa in Fine Art, una lavorazione che soddisfi precisi requisiti e garantisca una serie di specifiche quali la durata nel tempo senza decadimenti qualitativi e il massimo rendimento nella stampa, dove nulla viene lasciato al caso; sono poi contornate da cornici di colore nero - per le quali il fotografo si è affidato all’atelier di Bartoli (RE).

 

Neppure i passepartout vengono utilizzati, ma il vetro è di tipo antiriflesso e non risulta a contatto con l’immagine; è invece posizionato a circa 0,5 cm dalla fotografia - e non entra in contatto con essa - per cercare di aggirare il riflesso dell’illuminazione artificiale.

Tutte queste soluzioni ci rivelano la vera vocazione dell’opera: quella di essere contemplata sotto la luce naturale.

 

 

 

        

 

 

La mostra sarà visitabile dal 22 gennaio al 15 marzo 2020 al Museo di Roma in Trastevere.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è curata da Jill Silverman van Coenegrachts.
L’ingresso è gratuito per i possessori della MIC Card.

Tutte le foto della mostra FRAMMENTI di Stefano Cigada sono scattate da Ilaria Lely.


Compianto Cristo morto Luca Signorelli Vergine dolente

Ritrovato un frammento del Compianto sul Cristo morto di Luca Signorelli

Ritrovato il settimo frammento del Compianto sul Cristo morto dipinto da Luca Signorelli per la Chiesa di Sant’Agostino a Matelica (MC)

L’opera affiancherà gli altri due frammenti della pala marchigiana già esposti nell’ultima sala del percorso della mostra Luca Signorelli e Roma

Compianto Cristo morto Luca Signorelli Vergine dolente
Il settimo frammento del Compianto sul Cristo morto dipinto da Luca Signorelli per la Chiesa di Sant’Agostino a Matelica

Roma, 22 novembre 2019 - La mostra Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte, curata da Federica Papi e Claudio Parisi Presicce, in corso ai Musei Capitolini fino al 12 gennaio 2020, si arricchirà ora di una nuova e inedita opera del grande pittore di Cortona.

La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

Proprio mentre l’esposizione era in corso un collezionista acquistava sul mercato antiquario una piccola tavola raffigurante il volto di una “Vergine dolente”. Le ridotte dimensioni e la presenza di alcuni elementi figurativi non pertinenti al volto della Vergine, come le mani che le sorreggono la testa, hanno subito rivelato che il frammento doveva appartenere a una composizione più grande, probabilmente raffigurante una Deposizione, riconducibile al pennello di un maestro del primo Rinascimento.

È stato Andrea G. De Marchi, noto storico dell’arte, a riconoscere nella piccola tavola un altro dei frammenti della grande pala d’altare che Luca Signorelli dipinse tra il 1504 e il 1505 per la chiesa di Sant’Agostino nella città marchigiana di Matelica. Il dipinto, commissionato da Giovanni Antonio di mastro Luca di Matelica, era rimasto sull’altare di Sant’Agostino fino al 1736, quando l’edificio fu rimodernato e ridecorato in stile barocco e la tavola venduta a un abitante del posto. Probabilmente tra quest’anno e la fine del Settecento la pala fu smembrata in più parti e dispersa sul mercato antiquario romano. Dall’Ottocento a oggi ne sono stati rinvenuti sei frammenti sparsi tra varie collezioni pubbliche e private, ai quali oggi se ne può dunque aggiungere un settimo che sarà esposto al pubblico. Il proprietario lo ha infatti generosamente offerto in prestito alla mostra Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte, dove potrà essere ammirato fino al 12 gennaio 2020.

L’opera affiancherà gli altri due frammenti della pala marchigiana, la Pia donna in pianto dei Musei Civici d’Arte Antica di Bologna e la Testa di Cristo della UniCredit Art Collection (in comodato presso i Musei Comunali di Bologna), già esposti nell’ultima sala del percorso della mostra capitolina, e sarà presentata in occasione delle due Giornate di Studio su Luca Signorelli che si terranno ai Musei Capitolini presso la Sala Pietro da Cortona il 27 e 28 novembre 2019.

Musei Capitolini, Sale Espositive di Palazzo Caffarelli

Piazza del Campidoglio, 1

 

 

Giornate di studi sulla mostra

Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte

Musei Capitolini - Sala Pietro da Cortona

27 - 28 novembre 2019 dalle ore 9.30

PROGRAMMA

MERCOLEDÌ 27 NOVEMBRE

ore 9.30 SALUTI D’APERTURA

Maria Vittoria Marini Clarelli | Sovrintendente Capitolina

Claudio Parisi Presicce | Direttore dei Musei archeologici e storico-artistici

Federica Papi | Sovrintendenza Capitolina

Signorelli a Roma nel terzo millennio: obiettivi e bilancio della mostra

ore 10.00 – 13.30 ROMA E SIGNORELLI

presiede Alessandro Zuccari | Sapienza Università di Roma

Marcello Fagiolo | Presidente del Centro Studi sulla Cultura e l’Immagine di Roma

Da Sisto IV a Leone X: Roma triumphans

Anna Maria Cerioni | Sovrintendenza Capitolina

Minus est condere quam colere”: rinnovamento urbano e grandi imprese al tempo di Sisto IV

Eloisa Dodero | Sovrintendenza Capitolina

Signorelli e l’Antico nella Roma di Sisto IV

Caterina Papi | Sovrintendenza Capitolina

Titulus crucis: un ritrovamento singolare

ore 15.00 – 18.30 SIGNORELLI E I CONTEMPORANEI

presiede Federica Zalabra | MiBACT - Direzione Generale Musei

Sergio Guarino | Sovrintendenza Capitolina

Pittura antiquaria in Campidoglio: il punto sugli studi (e un parallelo per Luca Signorelli)

Cristina Galassi | Università degli Studi di Perugia

La via all'ultima perfezione dell'arte”. Luca Signorelli nelle Vite di Giorgio Vasari

Tom Henry | University of Kent

Signorelli e Michelangelo

Francesco Federico Mancini | Università degli Studi di Perugia

Signorellismo e raffaellismo nell'Alta Valle Umbra

Stefano Petrocchi | Polo Museale del Lazio

Signorelli nel viterbese: il caso di Monaldo Trofi

GIOVEDÌ 28 NOVEMBRE

ore 9.30 – 13.30 SIGNORELLI ALL’APICE DELLA FAMA

presiede Marica Mercalli | Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria

Francesca de Caprariis | Sovrintendenza Capitolina

Laura Petacco | Sovrintendenza Capitolina

I monumenti di Roma antica tra XV e XVI secolo: percezione e realtà

Roberto Saccuman | Roberto Saccuman snc, Marsciano (Perugia)

Elena Mercanti | CBC (Conservazione Beni Culturali, Perugia)

Il martirio di san Sebastiano di Luca Signorelli: il restauro e i dati materiali

Carla Bertorello | CBC (Conservazione Beni Culturali, Roma)

Giovanna Martellotti | CBC (Conservazione Beni Culturali, Roma)

Il cantiere di Signorelli a Orvieto: lo studio delle giornate per ricostruire l’evoluzione delle procedure tecniche

Alessandra Cannistrà | Museo dell’Opera del Duomo, Orvieto

Ancora sulla ‘tegola’ di Orvieto. Nuove indagini sui documenti

ore 15.00 – 18.30 SIGNORELLI DALL’OBLIO ALLA RISCOPERTA

presiede Bruno Toscano | Professore Emerito Università Roma Tre

Francesca Romana Chiocci | Sovrintendenza Capitolina

La fortuna di Luca Signorelli nelle stampe d’après tra Sette e Ottocento

Daniela Vasta | Sovrintendenza Capitolina

Luca Signorelli e il dibattito ottocentesco per una nuova arte cristiana

Beatrice Cirulli | Sovrintendenza Capitolina

La riscoperta critica di Signorelli tra Otto e Novecento in Italia

Federica Papi | Sovrintendenza Capitolina

Il Ministero non ha difficoltà di permetterne l’esportazione”. La dispersione delle opere di Signorelli tra Otto e Novecento

Andrea G. De Marchi | Gallerie Nazionali Barberini e Corsini

Settimo sigillo sulla pala di Matelica di Signorelli: ritrovata la ‘Vergine dolente’

Al termine visita alla mostra

INGRESSO LIBERO E GRATUITO AL SOLO CONVEGNO FINO A ESAURIMENTO POSTI

Musei Capitolini, sala Pietro da Cortona

Mercoledì 27 e giovedì 28 novembre 2019 dalle 9.30

Info 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00

 

 

Testi e immagine per il frammento del Compianto sul Cristo morto di Luca Signorelli dall'Ufficio Stampa Zètema - Progetto Cultura


La Venere di Milo e l’Età del frammento, tra Saffo e Kavafis

La Venere di Milo e l’Età del frammento.

Tra Saffo (7 RP., 11 D. – Ath. XIII, 571d) e Kavafis (Nel mese di Athyr)

Il termine «frammento» deriva da fragmentum (trad. «frammento», «pezzo»; al plur. «resti», «avanzi», «spoglie»), dal verbo frangĕre (trad. «infrangere», «rompere», «dilaniare»). Quando si parla di frammento e di frammentarietà, o frammentismo, ci si riferisce a qualcosa di superstite, un qualcosa che ci è rimasto. È una testimonianza, parte di un tutto ch’è andato perduto. È nello stesso identico momento non solo presenza, ma anche assenza. Il frammento è presenza di se stesso e, allo stesso tempo, fantasma di qualcos’altro, di una organicità che non c’è più e che difficilmente vi sarà ancora, dunque testimonia anche, inevitabilmente, una mancanza.

Il frammentismo è uno dei tanti Titani che regge gli studia humanitatis, li nutre e li anima, eppure, dietro questo colosso sempiterno, si nasconde una Sfinge enigmatica che tormenta e pungola le pulsioni dei poeti e dei filologi. Il frammento è la buia stella che indica e confonde, è la trama di Penelope che si cuce e si scuce senza tregua, senza soluzione.

In qualsiasi forma si possano plasmare, queste particelle, nella loro incompletezza, assumono uno statuto di autorità indiscusso e imprescindibile, rivelandoci, piuttosto, le debolezze delle lebenswerk dinnanzi al Tempo, mostrandoci come l’uomo e le sue forze si risolvano in un gioco di lasciti e di perdite, inevitabile, incalcolabile né a monte e né a riva.

È il passato, l’antichità, soprattutto greca e latina, ad assumere lo statuto di paradigma involontario, e per questo ingenuo, del frammentismo. È qui, in questi resti e brandelli di dèi e guerrieri, che l’incompiuto e il carente gettano il seme profondo e vigorosissimo degli studia humanitatis. Si pensi ai grammatici e ai filologi alessandrini che nella ricca biblioteca si affaccendarono sui papiri letterari, ricercando, emendando e sistematizzando un sapere già frammentario, già problematico.

frammento frammentismo Saffo Venere di Milo Konstantinos Kavafis
Ritratto femminile, detto “Saffo”. Copia romana da originale greco dell'età classica, Musei Capitolini, Palazzo dei Conservatori. Foto di Marie-Lan Nguyen, Pubblico Dominio

Oggi, quando prendiamo un frammento di Saffo (7 RP., 11 D. – Ath. XIII, 571d), per esempio, abbiamo modo di leggerlo in questo stato:

«(…) e ora canterò questo bel canto

per la delizia delle mie compagne»

(trad. E. Mandruzzato)

L’intera opera saffica è frammentaria per nostra sfortuna, ma è anche questo che le rende una cifra estremamente originale.

Quale sarà stato il canto che Saffo avrebbe voluto intonare alle sue amiche?

L’incompletezza e la mancanza non diventano solo cifre distintive di un epoca, o di un autore, o di un genere letterario, ma entrano in noi, assimilandosi e assumendo il vuoto delle nostre mancanze. La sconnessione dall’intero, pur conservandone una parte, e, dunque, quel limite delle litterae, intrinseco alla briciola di testo, riflette le nostre più profonde mancanze e le interpreta nel modo più autentico che si possa, cioè ingenuamente.

Il frammentismo saffico si potrebbe definire “naturale”, dove naturale diventa il processo di perdita della totalità letteraria, senza filtri artistici, senza volontà dell’autore.

Cosa ben diversa avviene in questa nostra altra epoca, altra età del frammento, dove il vuoto interiore dell’animo, dell’esistenza e dell’umana essenza cerca di creare artisticamente questo monco sentire. È un frammentismo innaturale, artificiale, il nostro, perché lo si vuole evidente, artistico, dunque sentimentale.

frammento frammentismo Konstantinos Kavafis Saffo Venere di Milo
Konstantinos Kavafis. Fotografia scattata ad Alessandria d'Egitto (1929), Pubblico Dominio

Prendo come paradigma del frammentismo contemporaneo una lirica di Kostantinos Kavafis, Nel mese di Athyr:

«A malapena leggo scorrendo il marmo antico
SIGN[OR]E GESV CRISTO. Un ANI[M]A discerno.
NEL ME[SE DI] ATHYR LVCI[O] DI QVI MI[GRAV]A.
In luogo dell’età, poi: V[IS]SE EGLI ANNI –,
L’XX col VII rivela che presto ne migrava.
In mezzo alle lacune LV[I]… vedo, e ALESSANDRINO.
Dopo, tre righe restano, e mutile esse pure:
poco vi colgo ancora – L[A]CRIME NOSTRE, PIANTO
e nuovamente, LACRIME, e AI MESTI [A]MICI SV[OI].

Quel Lucio, dunque, pare che ci fosse chi lo amava.
Così, nel mese di Athyr, Lucio di qui migrava.» 

(trad. M. Scorsone)

Kostantinos Kavafis col bastone e cappello in mano. Fotografia Fettel and Bernard, Cavafy archive, scattata ad Alessandria d'Egitto (1896), Pubblico dominio

In tal modo, nella finzione poetica, Kavafis, adoperando mirabilmente le tecniche filologiche della congettura e della integrazione (ope ingenii), ci mostra il percorso poetico-esistenziale dell’artista contemporaneo, che sente il vuoto, lo percepisce, ma cerca di integrarlo con “puntelli” che, seppur fragili, restano e mantengono in piedi l’epigrafe funeraria. L’epigrafe che Kavafis si sforza di leggere, indagando un senso, facendo quadrare le lettere, cercando la coincidenza inesistente fino in fondo tra segno e significato, è la ricerca infinita della nostra epoca, rivelandoci che, forse, alla fine, il frammento è proprio dentro di noi, fin da sempre. Siamo eterne Veneri di Milo che si guardano allo specchio frantumato.

frammento frammentismo Saffo Konstantinos Kavafis Venere di Milo
Venere di Milo (o Afrodite di Milo), marmo pario, databile all'incirca al 130 a. C. e conservata al Museo del Louvre. Dettaglio, foto di Marie-Lan Nguyen (2007), Pubblico dominio

Bibliografia

Aa. Vv., Lirici Greci dell’età arcaica, (a cura di) Enzo Mandruzzato, Milano, 1994.

K. Kavafis, Che siano tanti i mattini d’estate. Il canone: poesie 1897-1933, (a cura di) Massimo Scorsone, Milano, 2012.

S. Settis, Futuro del “classico”, Torino, 2004.