olivicoltura Bitonto foto Onofrio Pinto

Olivicoltura, produzione e commercio dell’olio a Bitonto nel XV secolo

Olivicoltura, produzione e commercio dell'olio a Bitonto nel XV secolo

olivicoltura Bitonto
Bari-Santo Spirito, Torre di Ricchizzi. Foto Onofrio Pinto

Possiamo tranquillamente affermare che la storia della città di Bitonto da sempre sia stata legata all’olivicoltura: già in epoca classica si riscontrano delle monete battute dalla zecca cittadina con la rappresentazione di una civetta e di un ramoscello di olivo, entrambi simboli collegabili a Minerva, dea venerata dalle antiche popolazioni bitontine. L’albero dell’olivo è presente anche nello stemma cittadino, almeno dalla seconda metà del XIII secolo. Su una lapide, sotto allo stemma, è inciso anche l’esametro: AD PACEM PROMPTUM DESIGNAT OLIVA BOTONTUM (l’olivo designa Bitonto pronta alla pace), riferimento al carattere pacifico degli abitanti di tale centro. L’olivo caro e sacro a Minerva, l’olivo simbolo della pace, certamente; ma questi elementi sono anche rappresentativi dell’importanza e della diffusione di tale coltura nel territorio bitontino sin dall’Antichità e di come l’olio abbia svolto un ruolo fondamentale nell’economia e nello sviluppo di Bitonto. Non bisogna dimenticare che, almeno dall’epoca angioina, ovvero da quando disponiamo dei dati di natura fiscale grazie alle cedole di tassazione, Bitonto era uno dei centri di maggiori dimensioni, demografiche ma anche economiche, della Terra di Bari, ma anche del Regno di Napoli, assieme a Barletta, Trani e Bari.

Nel corso del periodo basso-medievale Bitonto fu una delle capitali dell’olivicoltura e della produzione dell’olio in Puglia e forse anche nel Mezzogiorno. L’olio bitontino era particolarmente rinomato e godeva dell’apprezzamento sia nel mercato interno che in quello estero, trovando diffusione grazie ai commerci praticamente in tutto il bacino del Mediterraneo orientale. Piuttosto interessante dal punto di vista storico ed economico è la situazione nel corso del XV secolo, ai prodromi dell’età moderna, per la quale mancano degli studi specifici. Alcuni riferimenti alla produzione e al commercio dell’olio in questo frangente storico sono contenuti nel lavoro di Francesco Carabellese nel primo volume de La Puglia nel XV secolo ove pubblicò ampli stralci dei protocolli del notaio Pascarello de Tauris. Proprio le fonti notarili sono ricche di informazioni molto significative, in particolare gli atti di Angelo Benedetto di Bitritto, altro notaio attivo a Bitonto nella seconda metà del Quattrocento. Si tratta di documentazione quasi del tutto inedita che apporta un contributo innovativo allo studio dell’olivicoltura e dell’olio a Bitonto.

L’analisi dei documenti, oltre a numerose informazioni di natura qualitativa, ha consentito anche la rilevazione di dati di natura quantitativa come, ad esempio, il prezzo di un albero di olivo o di una vigna di oliveto, il canone di locazione pagato, la durata dei contratti agrari, la retribuzione dei lavoratori impegnati nella raccolta delle olive e nel ciclo di produzione dell’olio, il prezzo e le quantità dell’olio trattate sul mercato. Molto efficace laddove è stato possibile, è risultata la comparazione con altri importanti centri oleari della Terra di Bari, come Giovinazzo, Molfetta o Monopoli, oppure del Salento, come Ostuni e Gallipoli.

All’inizio del Quattrocento, superate definitivamente le avversità della metà del secolo precedente, l’olivicoltura anche in relazione con la forte richiesta di olio da parte dell’industria tessile settentrionale, riprese vigore e accrebbe il suo grado di specializzazione in particolare nel quadrilatero compreso tra Bisceglie, Terlizzi, Bitonto e Bari tornando a rappresentare la principale fonte di reddito; le estensioni di oliveti caratterizzavano oramai il paesaggio agrario pugliese, come emerge da resoconti di mercanti e pellegrini di passaggio. La maggior parte degli oliveti attestati nel territorio di Bitonto era a nord e nord-est (in direzione dello sbocco a mare di Santo Spirito e di Giovinazzo), nonché ad est (lungo il confine con Bari e Modugno) della città, sebbene non manca qualche testimonianza anche sul versante murgiano. Per la seconda parte del XV secolo vi sono oltre un centinaio di menzioni di oliveti negli atti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto che abbracciano un arco temporale che va dal 1458 al 1486, sebbene la copertura non sia sempre continuativa per tutti gli anni del periodo. Gli oliveti erano gestiti dai conduttori in forma di mezzadria, con divisione del prodotto tra proprietario e mezzadro in parti variabili, oppure in locazione con il pagamento di un canone annuo medio di circa 20 tarì. Entrambi i contratti, mezzadria e locazione, in genere avevano durata di medio termine, con maggiore preferenza per i 5 anni. Si riscontrano anche esempi di pratica enfiteutica, soprattutto con la concessione da parte di Enti religiosi o di singoli chierici. Gli oliveti godevano anche di un discreto interesse sul mercato immobiliare: una pianta di olivo aveva un costo di 5 tarì nel 1462, mentre dieci anni più tardi tale valore era sceso a 3 tarì, grosso modo in linea con quelli fatti registrare in altre località olivicole. L’olivicoltura aveva carattere estensivo, essendo le piante piuttosto distanziate una dall’altra, e tali spazi venivano utilizzati dai contadini per colture di tipo seminativo o leguminose.

La raccolta delle olive avveniva a cavallo tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, con avvio tradizionalmente nel mese di novembre. A Giovinazzo, altro importante centro olivicolo non molto distante da Bitonto, nel 1415 gli Statuti dell’Università autorizzavano i cittadini a raccogliere le olive dal primo novembre di ciascun anno. Dai documenti notarili si apprende come nella raccolta fossero sovente impiegate donne e bambini, manodopera stagionale, la cui retribuzione era molto contenuta: due ragazzini per tutta la stagione olivicola (3-4 mesi) percepivano una paga di appena 12 grana: 6 grana a testa, quando un tomolo di frumento, circa 15 chilogrammi, aveva un prezzo oscillante tra i 15 e 20 grana. Nel corso del XIII secolo, nelle campagne tra Bitonto e Giovinazzo, caratterizzate da sempre più intensa olivicoltura, ebbero maggiore importanza e visibilità le masserie olivicole che erano dotate di ambienti e strutture per la molitura delle olive e la produzione dell’olio (trappeti). I frantoi in Terra di Bari erano ubicati in aperta campagna, negli stessi luoghi di raccolta delle olive. Molto spesso erano collocati nelle cripte delle cave presenti nelle lame (frantoi ipogei), ambienti dove le temperature erano più adatte a garantire una migliore riuscita delle pratiche di oleificazione. La scelta dei contadini di ricavare i trappeti in ambienti ipogei era dettata sia da motivi di carattere economico che di tipo climatico. Dai documenti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto nel periodo in esame sono ricordati una ventina di frantoi, alcuni erano ubicati all’interno delle mura cittadine e talvolta finivano anche per dare il nome ai quartieri. Essi appartenevano ad Enti religiosi (la mensa vescovile, l’abbazia di San Leone, il convento di San Francesco), ecclesiastici o privati, tra i quali emergono diversi notai e alcune famiglie impegnate nel commercio dell’olio come i Bove, i Rogadeo e gli Scaraggi, tutte proprietarie di frantoi ancora oggi esistenti sebbene allo stato di ruderi.

Una volta prodotto l’olio dalla frangitura delle olive in frantoio esso veniva conservato in botti o barili di legno. A Bitonto nella seconda metà del Quattrocento sono documentati due magistri buctarii. Dalle botti l’olio veniva travasato in vasi di ceramica grandi (vegetes) o piccoli (vegeticule) per evitare il contatto con la feccia. L’utilizzo del materiale ceramico, almeno per Gallipoli, più essere ascritto al XV secolo, mentre in precedenza i vasi oleari erano in rame. Nel medesimo periodo cominciò a decollare l’impiego dell’olio a scopo alimentare, soprattutto a seguito del maggior consumo di ortaggi e verdure, crude o cotte, spesso condite con olio di oliva. Largo uso se ne ebbe nel Mezzogiorno, dove i ceti meno abbienti ebbero l’epiteto di “mangiafoglia” per il gran consumo di verdura. Sul consumo dell’olive abbiamo qualche cenno nella normativa fiscale del 1475, nella quasi si menzionano le olive per ponere in acqua et per salare, due modalità ancora oggi utilizzate per la preparazione e la conservazione.

La copertina del saggio di Vito Ricci, Olivicoltura a Bitonto nel XV secolo. Terre, uomini, produzioni, con prefazione di Gabriella Piccinni, pubblicato da SECOP Edizioni (2020)

Nel corso del XV secolo Bitonto era uno tra i maggiori centri commerciali pugliesi da qui l’olio prendeva la direzione verso il mare Adriatico: nel porto di Santo Spirito (la marina della stessa Bitonto), oppure a Giovinazzo o a Trani, dove avevano sede le filiali dei mercanti veneti tra i principali acquirenti dell’olio pugliese, prodotto utilizzato nell’industria tessile settentrionale, per la produzione del sapone o per essere esportato nell’Europa settentrionale. Sono documentati anche mercanti fiorentini (Strozzi, Medici) in rapporti d’affari con la famiglia bitontina degli Scaraggi. Persino la duchessa di Milano, Isabella d’Aragona, nel 1514 acquistava, per il tramite del suo procuratore Francesco Planelli, un grosso quantitativo di olio, per il valore di 300 ducati, da alcuni produttori di Bitonto. Tra il 1457 e il 1487 il prezzo di uno staio di olio si mantenne mediamente intorno ai 3 tarì, mostrando una lieve riduzione verso la fine del periodo in esame, quando costava circa 2 tarì e un quarto. Nei documenti si riscontrano almeno tre tipologie distinte di prodotto: il bono oleo claro puro et zalino (giallino, giallastro), quello di qualità più pregiata, l’oleo claro et zalino e l’oleo musto (olio non filtrato di colore torbido opalescente).

Dal Libro Rosso di Bitonto si desumono molte notizie relative alla normativa fiscale alla quale era assoggettato l’olio, il cui commercio cominciò ad essere regolamentato dalla monarchia angioina a partire dalla fine del Duecento. La principale forma di tassazione era costituita dalla decima olei. Le norme fiscali sottolineano l’importanza dell’olivicoltura con numerose forme di tutela degli alberi: prevedendo pene severe per chi danneggiava le piante, nel Seicento è documentata la berlina, e sanzioni pecuniarie elevate.

Una buona disponibilità di olio di oliva consentiva il tuo utilizzo per la produzione di sapone, discretamente documentata a Bitonto, sebbene solo su scala locale, certamente non ai livelli di grandi produttrici, ed esportatrici, come Venezia e Ancona. Il sapone che si ricavava a Bitonto era quello di colore nero, di qualità e prezzo inferiore rispetto a quelli flavo e albo che invece si importavano dalla Serenissima.

Vito Ricci, Olivicoltura a Bitonto nel XV secolo. Terre, uomini, produzioni, prefazione di Gabriella Piccinni, SECOP Edizioni, Corato 2020 (ISBN 978-88-94862-74-4), pp. 197, Euro 12,00


Pietro Mocenigo e l'attacco a Gallipoli del 1473

10 Maggio 2015
Coriolano Cippico, nobile dalmata di lingua italiana, seguì il doge Pietro Mocenigo a Gallipoli, dal 1470 al 1474, mettendo anche per iscritto nel periodo immediatamente successivo le azioni compiute dal Doge in quegli anni. Quel testo è stato recentemente tradotto in Inglese, e Medievalists propone oggi estratti relativi all'attacco a Gallipoli del 1473.
Link: Italica Press; Medievalists


“Quando ci sei dentro, la guerra è odiosa e assolutamente orribile.” Raccolte riunite del poeta soldato Rupert Brooke

23 Aprile 2015

“Quando ci sei dentro, la guerra è odiosa e assolutamente orribile.” Una delle principali collezioni di Rupert Brooke arriva a Cambridge

Nel centenario della morte di Rupert Brooke, il King’s College annuncia l'acquisizione di una delle principali raccolte di materiali relativi a uno dei più amati poeti nazionali. La collezione raggiungerà l'archivio esistente su Rupert Brooke presso il King’s College rendendo questo la preminente risorsa al mondo.

150423-rupert-brooke
Rupert Brooke e i Rugby Cadet Corps,1906 circa Credit: Photo by Maggs Bros

Il poeta della Prima Guerra Mondiale Rupert Brooke morì 100 anni fa (23 April 1915) sulla strada verso i combattimenti a Gallipoli. Un'estesa raccolta degli scritti di  Brooke è mantenuta dal King’s College, dove Brooke era uno studente universitario di primo grado e in seguito un Fellow. Fu il tempo trascorso a Cambridge che ispirò alcuni dei più famosi poemi di Brooke.
Rupert Brooke e i Rugby Cadet Corps,1906 circa Credit: Photo by Maggs Bros
Rupert Brooke
Credit: Photo by Maggs Bros

Un premio di 430,000 sterline dal National Heritage Memorial Fund (NHMF) permetterà ora al King’s College di acquisire l'ultima grande collezione di manoscritti di Rupert Brooke ancora in mano ai privati, e cioè la John Schroder Collection.
La Collezione Schroder contiene scritti di Brooke, centinaia di lettere tra Brooke e altre persone, le registrazioni della sua straordinaria storia di pubblicazioni, e altresì resoconti da parte di testimoni oculari sulla sua morte e sepoltura nell'Isola Greca di Sciro.  John Schroder fu un appassionato collezionista dei materiali di Brooke.
L'acquisizione completerà la raccolta esistente di scritti di Brooke presso il King’s College e fornirà una ricca fonte di materiali precedentemente passati inosservati a scrittori e ricercatori. Sarà anche di grande interesse per il pubblico e mostre basate sulla collezione sono in programma.
“Grazie al generoso premio di 430,000 sterline ottenute dal National Heritage Memorial Fund per il raggiungimento delle 500,000 sterline di prezzo dei manoscritti,  saremo in grado di mantenere l'integrità della Collezione Schroder edi permettere ai futuri ricercatori di ottenere una migliore comprensione dell'uomo e dei suoi tempi.  Il centenario della morte di Brooke del 23 Aprile 2015 rende questo annuncio particolarmente fausto,” ha spiegato Peter Jones, Bibliotecario Fellow del King’s College.
“È difficile rendersi conto oggi di quanto significativo fu l'impatto di Brooke cento anni fa. Agli esordi del ventesimo secolo come poeta si poteva esser fortunati a vendere 200-300 copie del proprio lavoro. Appena dopo la sua morte, gli amici più intimi di Brooke, insieme al sostenitore Eddie Marsh, pubblicarono 1914 and Other Poems. La prima edizione di mille copie andò immediatamente esaurita e, in totale, 160.000 copie furono vendute con varie ristampe. Fu un enorme evento letterario, alimentato dalla tempistica e dalle circostanze della morte di Brooke.”
Una venerazione sorse grazie a Winston Churchill ed altri ammiratori, che trasformarono Brooke in una figura mitica di giovane eroe-soldato-poeta.  Nel 1918 Eddie Marsh pubblicò una memoria su Brooke con la Raccolta dei suoi Poemi e vendette anch'esso più di 100,000 copie.
Jones spiega: “Alcuni dei familiari e amici più intimi di Rupert Brooke, quelli che lo conoscevano come il migliore, si risentirono del fatto che questi fosse trasformato in questa sorta di icona nazionale. Pensavano che l'immagine di Brooke che emergeva da questa storia eroica non fosse un quadro fedele dell'uomo.”
In una delle lettere che fanno parte della Collezione Schroder , scritta l'8 Agosto 1915, la madre di Brooke affermò fermamente la sua "ultima volontà" per Marsh di non pubblicare la memoria e aggiunse che  “Non penso che conoscereste più di una piccola parte di Rupert”.  In seguito cedette e permise la pubblicazione della memoria.
Jones continua: “Un'immagine molto più complicata e a tutto tondo emerge quando puoi guardare ai manoscritti già presenti nel King’s College, assieme a quelli della Collezione Schroder. Riunite, le due raccolte racconteranno una storia abbastanza diversa da quella che abbiamo fino ad adesso. Conosciamo ora molto di più su Brooke come persona ed è certamente più interessante, e per certi versi più difficile, dell'immagine eroica ritratta al tempo della sua morte. Era un individuo combattuto. Ebbe un importante collasso nervoso nel 1912 ed ebbe relazioni disastrose con le donne che lo amarono.”
La Collezione Schroder contiene 170 documenti scritti dallo stesso Brooke e molte centinaia di lettere provenienti da parti in contatto con lui.
La passione per il collezionismo di John Schroder cominciò da scolaro, quando comprò una copia dei Collected Poems di Rupert Brooke ed entro gli anni cinquanta era già un collezionista molto impegnato di tutto ciò che apparteneva a Brooke. Il suo acquisto più significativo fu quello degli scritti Marsh/Brooke. Incontrò e parlò anche con le persone che erano state importanti nella vita di Brooke e acquisì la loro corrispondenza.
Gli scritti esprimono i sentimenti di coloro sull'orlo dell'abisso. Cathleen Nesbitt, attrice e interesse romantico di Brook, scrisse delle lettere catartiche a Marsh, con ricordi commoventi del loro tempo insieme. In una lettera scrisse che “quando parlavo di tutte le cose che terminano, lui rideva sempre, dicendo: ‘Silenzio – Non c'è mai una fine quando le cose sono perfette’”.
L'intensità dell'emozione generata dalla guerra è esemplificata dalle lettere dell'intimo amico di Brooke, W Denis Browne, compositore e studioso al King’s College, che viaggiò con lui fino al Mediterraneo e morì a Gallipoli solo poche settimane dopo il poeta. La lettera di Browne che descrive la sepoltura di Brooke a Sciro, “uno dei luoghi più incantevoli di questa terra, con olivi grigio-verdi attorno a lui, uno piangente sopra la sua test: il terreno coperto di salvia in fiore, grigio bluastra, e che profuma in modo più delizioso di qualsiasi altro fiore che conosco”.
Il resoconto di Browne dell'attesa per la fine del bombardamento dello stretto dei Dardanelli, di modo che le truppe Britanniche potessero sbarcare, fu mandata ad Eddie Marsh nel 1915.  Browne scrisse: “Questa battaglia è la cosa più meravigliosa che ci sia mai stata. Tanto eroica per terra quanto meravigliosa per mare … c'è molto di tutto questo che son lieto che Rupert non l'abbia visto: eppure se solo avesse potutto vedere tutto quanto. È meraviglioso quando sei lontano: Quando ci sei dentro, la guerra è odiosa e assolutamente orribile.”
L'inclusione di un'ampia gamma e di fonti e di prospettive – e anche di originali dei testi che furono in seguito revisionati per il consumo pubblico – rende la Collezione Schroder una risorsa preziosa per i ricercatori.
Il tempo non ha ridotto l'interesse per Rupert Brooke. Insime, le collezioni del King’s College e di Schroder rappresenteranno il più significativo archivio del materiale di Rupert Brooke, accessibile per la prima volta, e non solo per gli studiosi ma per tutto il pubblico interessato. Una sezione speciale del sito web del King’s College e una mostra nella Cappella sono in programma più avanti, quest'anno.
Il King’s College sta ora cercando attivamente i fondi rimanenti per completare l'acquisto. http://www.kings.cam.ac.uk/library/munby-fund/how-donate.html
Traduzione da University of Cambridge