Aquileia Giona pesce inghiottiti mangiati

"De quodam quem ballena absorbuit": dal Leviatano al pesce-cane, quando si finisce mangiati da un pesce

De quodam quem ballena absorbuit:

dal Leviatano al pesce-cane,

quando si finisce mangiati da un pesce

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Finire inghiottiti da un pesce di mostruose dimensioni è di certo ben poco auspicabile, e comunque difficilmente potremmo averne una testimonianza diretta dal malcapitato che subisse questa sventura. Eppure, quantunque improbabile possa essere questo evento, esso ci è stranamente familiare: innumerevoli sono, in letteratura, gli episodi in cui un personaggio ha dovuto suo malgrado soggiornare nello stomaco di un enorme pesce. Si tratta, in effetti, di uno dei topoi più antichi e reiterati, riscontrabile praticamente in ogni epoca e genere letterario: svariate sono le ragioni di questo millenario successo, e vale la pena ripercorrerle.

Basilica di Aquileia. Mosaico con Giona ingoiato da un mostro marino. Foto di YukioSanjo, CC BY-SA 3.0

Tra gli esempi più antichi c'è di certo il Libro di Giona, uno dei cosiddetti profeti posteriori o minori; piuttosto nota è la sua storia, che lo vede gettato in mare per punizione divina e inghiottito da un pesce mostruoso dal quale sarà vomitato dopo tre giorni d'intensa preghiera.

Nonostante sia stato scritto in un'epoca remota (secolo VI a.C.), la storia di Giona presenta molti tra gli elementi cardine del topos, se non tutti: per prima cosa, l'essere mangiato da un pesce ha una valenza precipuamente negativa, che conduce però a una risoluzione felice e a un'evoluzione del personaggio in positivo. I tre giorni nella pancia del pesce simboleggiano l'ascesi, l'allontanamento volontario o meno dal mondo degli uomini, la riflessione su sé stessi e sulla propria colpevolezza, con conseguente redenzione.

Ma perché proprio un pesce? La spiegazione più immediata potrebbe essere che il percorso ascetico sia tanto più efficace quanto più lontani e a fondo si va: e Giona addirittura lascia le terre emerse, il regno degli uomini, per il regno marino, ignoto e oscuro al punto da essere più volte equiparato agli inferi nel corso del racconto. A ben vedere, nella Bibbia il mare e i suoi abitanti hanno quasi sempre accezioni negative: dal Leviatano (col quale spesso si identifica il pesce che mangia Giona) a Rahab, dal demone pisciforme che angaria Tobia alla Bestia che vien dal mare dell'Apocalisse, sembra quasi che nulla di buono possa venire dalle acque oceaniche. Il popolo ebraico, del resto, era fortemente connesso all'elemento terrestre: i viaggi verso la Terra Promessa sono quelli di una comunità nomade che si sposta rigorosamente a piedi; dal mare vengono invece gli invasori, i nemici pronti a usurpare la tranquillità faticosamente raggiunta e mai mantenuta.

Ma il mostro di Giona, assieme a tutti gli altri, potrebbe anche essere un'allegoria dello scontro tra le civiltà mediorientali: Tiāmat, dea creatrice della mitologia babilonese, aveva infatti le fattezze di un serpente marino. Il timore nei confronti dell'elemento acquatico potrebbe dunque riflettere una naturale diffidenza verso una religione profondamente diversa da quella ebraica: l'avventura di Giona potrebbe pertanto non essere l'archetipo, ma solo il più antico esempio pervenutoci di un mito primigenio andato perduto nel tempo, nel quale sarebbe da ricercare l'ancestrale paura dell'uomo nei confronti del mare. Altre culture presenteranno simili miti: basti pensare al gigantesco delfino a bordo del quale s'inabissa Taras, figlio di Poseidone; o ancora Jormungandr, l'immenso “serpente del Mondo” che abiterebbe gli oceani per le civiltà norrene.

pesce enorme inghiottiti mangiati
Jean Beller, Cornelius Scribonius Grapheus, Olaus, Historiae de gentibus septentrionalibus, Antverpiae Apud Ioannem Bellerum [ca. 1557]. Immagine Flickr Biodiversity Heritage Library in pubblico dominio

Per finire occorre notare che, a fronte delle implicazioni teologiche e perfino cristologiche (“Come Giona fu tre giorni e tre notti nel ventre del grosso pesce, così starà il Figlio dell'uomo tre giorni e tre notti nel cuore della terra”, Matteo 12,40), la storia di Giona è pervasa da un'atmosfera fiabesca e avventurosa, poco comune negli scritti biblici.

Quasi tutte le successive iterazioni del topos tendono infatti a spogliarlo dei significati spirituali, per concentrarsi sugli elementi romanzeschi: è ciò che accade, ad esempio, tra il primo e il secondo libro delle Storie Vere di Luciano di Samosata (II secolo d.C.). In uno degli scoppiettanti racconti del libro, l'equipaggio del protagonista viene inghiottito con tutta la nave da un'immensa balena, durante il viaggio di ritorno... dalla Luna! Qui i poveretti troveranno un'intera isola abitata da uomini selvaggi, ai quali daranno battaglia prima di poter uscire nuovamente in mare aperto, grazie a un intelligente stratagemma.

Anfora corinzia a figure nere con Perseo, Andromeda e Ketos, 570-550 a. C., Altes Museum di Berlino (F 1652). Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

 

La bizzarria di questo riassunto non deve stupire: le Storie Vere nascono infatti con il preciso intento di parodiare schemi narrativi abusati, enfatizzandone al massimo gli elementi assurdi e improbabili. Ne consegue che già mille anni fa il topos del pesce che inghiottisce la gente dovesse apparire trito e ritrito, così come quello del viaggio alla Luna e molti altri; tuttavia possiamo solo desumere l'esistenza di testi simili, andati tutti perduti.

Bisogna tuttavia notare che per la prima volta il “pesce mostruoso” assume i connotati di un κῆτος, ossia una balena: sebbene la balena non sia effettivamente un pesce, da quest'opera in poi questo accostamento diventerà la regola, con sporadiche eccezioni. Ad esempio, già dal titolo del poemetto in latino medievale De quodam piscatore quem ballena absorbuit (secolo XI, attribuito a Lethaldo di Micy) si intuisce che il pesce che mangia il protagonista Within sia proprio una balena: anche in questo caso si tratta della rielaborazione a fini didattici di leggende trasmesse per via orale, delle quali non resta alcuna traccia; e anche in questo caso lo sventurato pescatore si salverà non per intervento divino, ma grazie alle sue sole forze.

La fortuna di questo schema narrativo non cessa durante l'Età Moderna e Contemporanea, anzi: è appena il caso di citare alcuni passaggi dell'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, nei quali il prode Ruggiero salva Angelica da un'orca che ha tutte le intenzioni di mangiarsela (canto X). In effetti il poeta aveva previsto un'ulteriore scena, ben più rispondente agli stilemi del topos, nella quale lo stesso Ruggiero e l'avventuriero Astolfo finiscono nel ventre di una balena dopo averla scambiata per un'isola. Questo episodio, tuttavia, non è rinvenibile nel poema, ma fa parte dei Cinque Canti elaborati da Ariosto ma espunti in fase di studio.

Saldamente inserita ne Le avventure del barone di Münchhausen di Rudolph Raspe (1787) è invece una delle fanfaronate più celebri del protagonista eponimo, che viene mangiato da un'enorme balena mentre si sta godendo un bagno al largo e riesce a uscirne poco dopo, salvato da una nave di passaggio. Sia l'Orlando che il Barone riprendono in pieno alcuni elementi già riscontrabili in Luciano: il carattere avventuroso dell'episodio e l'utilizzo dell'intelletto per uscire dalla tremenda situazione in cui i protagonisti vengono a trovarsi.

Sul finire dell'800 vengono pubblicati due romanzi profondamente diversi tra loro, accomunati tuttavia dalla presenza di un pesce mostruoso: si tratta di Moby Dick di Herman Melville (1851) e, naturalmente, de le avventure di Pinocchio del nostro Carlo Collodi (1883).

Moby Dick. Immagine opera di Augustus Burnham Shute, dalla tavola (pp. 510-511) dall'edizione del 1892 di Moby-Dick or The WhiteWhale, di Hermann Melville, pubblicata dalla St. Botolph Society di Boston; Testo dalle collezioni Harvard University, Digitizing Sponsor Google, in pubblico dominio

In Moby Dick, va precisato, nessun personaggio viene mangiato dalla balena bianca che dà il titolo all'opera: vale comunque la pena di citare il romanzo per la valenza negativa di cui viene caricato l'animale. Moby Dick è infatti l'emblema di quel terrore ancestrale che l'uomo ha nei confronti del mare; l'interminabile caccia che il capitano Achab intraprende per ucciderlo è forse il simbolo della lotta contro le proprie paure, destinata a concludersi amaramente senza vincitori né vinti. Non è un caso, pertanto, che Melville si riferisca spesso alla balena albina adoperando termini quali mostro marino o perfino Leviatano: lo spirito che pervade il romanzo, a due millenni di distanza, è lo stesso del Libro di Giona.

E, sorprendentemente, anche lo stesso Pinocchio cela in sé molti più significati, spirituali e non, di quanti non se ne possano immaginare. L'episodio del pesce-cane (che diventa balena nel film Disney del 1940) avviene infatti poco prima della fine del libro, quando il processo di maturazione del burattino collodiano è in fase estremamente avanzata: nel ventre del pesce-cane Pinocchio ci finisce subito dopo essersi liberato della pelle di somaro (strappatagli via, peraltro, da un banco di pesci voraci); è qui che Pinocchio, dopo una lunghissima separazione, ritrova babbo Geppetto; è qui che impara a fare affidamento sulle proprie capacità fisiche e intellettive per tornare alla libertà e poter concludere il suo percorso di maturazione. Come per Giona, dunque, il soggiorno all'interno del pesce assume le connotazioni di un'ascesi, di un allontanamento dalle malie del mondo per purificarsi e rinnovare sé stessi. Senza rinunciare a quel gusto per l'avventura che caratterizza tutte le storie in cui qualcuno finisce mangiato da un pesce.

pesce enorme inghiottiti mangiati
Illustrazione di Carlo Chiostri da  Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino di Carlo Collodi, Bemporad & figlio, Firenze 1902 (con disegni e incisioni di Carlo Chiostri e A. Bongini). Immagine in pubblico dominio

Scricchiolii di legno e sentimenti nascosti: "Pinocchio" di Matteo Garrone

SCRICCHIOLII DI LEGNO E SENTIMENTI NASCOSTI

Pinocchio di Matteo Garrone

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pinocchio è sicuramente l'opera letteraria italiana che vanta il maggior numero di trasposizioni: tra film, cartoni animati, serie televisive e cortometraggi muti, il burattino collodiano è stata portato sullo schermo innumerevoli volte, tanto che nell'immaginario collettivo sono andati persi o modificati elementi chiave della trama e/o delle originarie intenzioni dell'autore. Chi ricorda, ad esempio, che l'enorme pesce che inghiotte il protagonista è un pescecane e non una balena, come accade nella versione Disney del 1940? O ancora, chi immagina che i capelli della celeberrima fata non siano celeste-violaceo ma blu notte, dato che questo è il reale significato della parola 'turchino'?

Molti sono stati, negli ultimi anni, registi ed editori che hanno dichiarato l'intenzione di voler operare una vera e propria ricostruzione filologica del Pinocchio, fallendo in parte o in toto nell'impresa: la verità è che le implicazioni allegorico-didascaliche di questa storia sono così tante e talvolta sottili che è quasi impossibile orientarvisi.

Matteo Garrone, nel suo Pinocchio uscito nelle sale il 19 dicembre, non tenta neppure questa strada, preferendo offrirci una sua personale visione della storia.

Per chi teme o si aspetta stravolgimenti di trama e/o intreccio, chiariamo immediatamente che la storia è quella che tutti conosciamo, al netto dei canonici tagli necessari ad adattare trentasei capitoli in due ore di film; nessuna aggiunta di luoghi o situazioni è stata operata, né interventi sui personaggi come fece nel 1972 Comencini nell'amatissimo sceneggiato televisivo. Il testo collodiano è rispettato fedelmente nella scansione e perfino nei dialoghi, con minime concessioni all'inventiva del regista che si esplicano in un paio di scene oniriche che nulla tolgono alla storia né al ritmo del film.

Quello che a un primo impatto disorienta, nel Pinocchio di Garrone, è semmai un'apparente mancanza di sentimento: il film scorre via senza annoiare, ma anche senza indurre lo spettatore a commuoversi, emozionarsi o anche solo sentirsi coinvolto nel percorso di crescita del burattino; le scene tradizionalmente più toccanti, come quella dell'incontro nella pancia del pescecane con Geppetto (interpretato da Roberto Benigni, che era già stato un controverso Pinocchio nel 2002) sono trattate in maniera distaccata e sbrigativa; addirittura alcune tra esse non sono nemmeno presenti in sceneggiatura, come ad esempio il pianto sulla tomba della fatina e il successivo ricongiungimento. La fatina stessa, soprattutto nell'incarnazione adulta, appare più come una tutrice legale che come una mamma, eccezion fatta per un paio di momenti di complice tenerezza.

Guardando Pinocchio sorge quindi il dubbio che questa depersonalizzazione sia un po' troppo netta per un film tratto da una fiaba, rilasciato peraltro in un periodo strategico per lungometraggi di questo genere.

A un certo punto del film il Grillo Parlante (Davide Marotta) rimprovera la Lumaca serva della fatina (Maria Pia Timo) dopo essere malamente scivolato sulla bava da lei lasciata camminando; questa allarga le braccia rassegnata e risponde “d'altronde, sono una lumaca...”. Questo scambio di battute tra due personaggi minori, apparentemente asservito al puro comic relief, contiene forse l'essenza stessa del film di Garrone. Non si può impedire a una lumaca di lasciare una scia di bava camminando, nemmeno se si tratta di una lumaca antropomorfa: allo stesso modo ciascun personaggio principale o secondario è incardinato nel suo ruolo, sia esso metaforico o esplicito, e non può essere diverso da ciò che questo ruolo prevede per lui; del resto Garrone è il regista dei ruoli immutabili, della redenzione irraggiungibile e dell'umana miseria senza scampo, pertanto ha gioco facile nel ridurre i personaggi di Collodi alla loro essenza più elementare e riconoscibile.

Pinocchio Matteo Garrone

Il giudice-scimmia apparirà quindi incoerente e iniquo, il Gatto e la Volpe finiranno rispettivamente accecato e storpio in maniera visivamente evidente; non è un caso, poi, che i personaggi più ambigui siano quelli a cui è stato riservato il make-up più semplice e immediato, come accade per il direttore del circo e soprattutto l'omino di burro, quest'ultimo realmente inquietante nel suo costume candido.

Anche i protagonisti della vicenda subiscono lo stesso trattamento: Geppetto non è che un falegname realmente povero in canna, diviso tra l'amore per il suo lavoro (che poi si riflette su Pinocchio) e la necessità di mettere qualcosa sotto ai denti; Pinocchio, dal canto suo, è soltanto un burattino di legno, cosa che viene continuamente richiamata dallo scricchiolio delle sue giunture, dalla graduale consunzione e dalle venature che pian piano si aprono sul suo volto; come tale non ci si può aspettare da lui subitanee emozioni o immediato amore per il babbo e la fatina, semplicemente perché il nucleo della trama è ed è sempre stata la sua lenta e discontinua formazione che lo porterà a diventare prima di tutto buono e giudizioso, e solo poi un bambino in carne e ossa.

Tutto il film non è che una proiezione di queste premesse: Pinocchio non agisce con ingenuità o cattiveria, ma semplicemente imparando di volta in volta a sbagliare; amore e affetto, nella mente di un burattino, sono equiparabili a qualsiasi altro sentimento, e vengono perciò vissuti in maniera distaccata e fredda. In questo contesto, perfino la trasformazione finale viene trattata in maniera piuttosto singolare: se altri registi (e a dirla tutta lo stesso Collodi) prevedevano un ribaltamento della situazione socio-economica dei due, che di colpo si trovano ricchi e agiati, Garrone ci mostra semplicemente l'abbraccio di un padre e un figlio che poveri erano e poveri restano, quasi a suggerirci che un vero e proprio lieto fine in effetti non c'è, o al massimo si tratterà soltanto dell'inizio di altre difficoltà.

Un Pinocchio “oggettivo”, dunque, spogliato da qualsiasi intento favolistico e morale, come del resto accadeva in altre pellicole di Garrone come Dogman (2017) e soprattutto ne Il Racconto dei Racconti (2015), di cui Pinocchio è un ideale e meglio riuscito erede.

Ma se la vicenda ci viene presentata nuda e apparentemente priva di introspezione, il comparto visivo è come sempre appagante e suggestivo. Il regista ha modo di scatenare la sua fantasia visiva che si esplicita non solo nei bellissimi costumi, ma anche nel talent e location scouting: spazi angusti e vestiti bisunti fanno da contraltare a denti sporgenti, occhi storti e gestualità di volta in volta misurate o esagerate, che ben si sposano alla caratterizzazione dei vari personaggi. Rispetto ai già citati ultimi lavori di Garrone, tuttavia, in Pinocchio si scopre una vena estetica più raffinata, meno orientata al grottesco e più tendente a sprazzi di poesia: meravigliose, da questo punto di vista, le inquadrature degli sconfinati campi di grano pugliesi, o i chiaroscuri che fanno emergere l'eleganza e la decadenza mentre si sovrappongono a vicenda. Geniale, infine, la caratterizzazione del Paese dei Balocchi, non una città del vizio ma una masseria fortificata con tanto di dormitorio-stalla.

Pinocchio Matteo Garrone

Pinocchio è un film che dividerà critica e pubblico: tra i detrattori ci sarà di certo chi si aspettava una fiaba emozionante e coinvolgente; tra gli estimatori, chi accetterà di dover andare oltre il dato visivo e oltre l'immediata sensazione per riflettere fuori dal cinema sullo spettacolo appena visto. Di sicuro, però, questo film è una delle riduzioni più interessanti della favola di Collodi, una delle poche con le qualità necessarie a sopravvivere allo scorrere del tempo.

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Pinocchio Matteo Garrone