Josef Koudelka Radici

Josef Koudelka, Radici: passato e presente al Museo dell'Ara Pacis

Josef Koudelka, Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza

Roma, Museo dell’Ara Pacis

1° febbraio – 29 agosto 2021

 

«Ruins are not the past, they are the future which draws our attention and make us enjoy the present»

«Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente»

Josef Koudelka

Radici Josef Koudelka
Amman, Giordania, 2012. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Se siete a Roma in questo ancora strano periodo estivo avete la possibilità di visitare, fino al 29 agosto, una mostra che si può definire, dando veramente senso a un’espressione nota, unica nel suo genere: Koudelka imprime sulla pellicola fotografica il paesaggio dei siti archeologici più importanti che i territori del Mediterraneo ancora offrono agli occhi dei loro abitanti.

Oggi questo territorio molto ampio ospita contesti e popoli vari e diversi, ma gli scatti di Koudelka, ancora più suggestivi nella scelta del bianco e nero, ci restituiscono uno sguardo su un paesaggio in cui la contemplazione dell’antico raccoglie i pensieri e unisce le lontananze.

Il paesaggio, spesso, non è semplicemente uno sfondo per la vita umana, ma un personaggio vivo, con il quale si instaurano rapporti profondi e duraturi.

Nel paesaggio reale si sovrappongono livelli diversi, legati all’esperienza emotiva, personale di chi lo abita, finché il confine tra l’elemento geografico e quello mentale ed emozionale diventa sfumato e inafferrabile. La riflessione sul paesaggio e sul suo legame con l’esistenza umana è profonda e antica[1] e traspare anche dalle fotografie di Koudelka: non si tratta di una semplice documentazione dei siti archeologici, ma della restituzione di un paesaggio dell’anima che trova nel rapporto tra antico e moderno la sua intensità.

Radici Josef Koudelka
Roma, Italia, 2000. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Uniti dal rapporto con il Mediterraneo, i luoghi testimoniati da Koudelka si snodano come una grande mappa della geografia e dell’anima: non solo l’Italia, ma anche  il Portogallo, la Spagna, la Francia, la Croazia, l’Albania, la Grecia, la Turchia, Cipro (sia il Nord che il Sud), la Siria, il Libano, Israele, la Giordania, l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco.

Il paesaggio di questi luoghi rivela l’influenza delle loro antiche civiltà, dalle quali è stato plasmato, che ha reso parte di sé: le rovine di questo passato si ergono maestose accanto alla modernità, o emergono dal paesaggio naturale, anch’esso in bilico tra la costanza e le trasformazioni.

Chi decida di visitare la mostra è indotto a camminare, letteralmente, tra gli scatti delle rovine, che non compaiono solo sui pannelli posti alle pareti, ma informano anche dei particolari blocchi orizzontali – su cui avrete l’accortezza di non sedervi – che abitano fisicamente le varie stanze in cui si articola il percorso espositivo.

Se il viaggio è talvolta - e non solo in questi tempi non ancora tornati a una tranquilla normalità - una possibilità più sognata che realizzata, camminare lungo questo percorso vuol dire davvero immergersi, almeno un po' in quel sogno.

Giungere alle radici, insomma, che sono quelle di un territorio vasto, di popoli diversi e di un passato che vive e dialoga con e dentro di noi.

 

Dal sito del Museo dell’Ara Pacis:

«Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.»

 

 

[1] Basti pensare che è stato il tema scelto dall’ultimo Convegno Properziano organizzato dall’Accademia Properziana del Subasio (27-29 maggio 2021)

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Nuove scoperte sulle uova di struzzo da Vulci al British Museum

In questi giorni è normale sentire sempre parlare di uova, soprattutto se pensiamo alle uova di cioccolato. Forse un po' meno banale è sentir parlare di uova di quasi 3000 anni. Invece sono proprio le antiche uova, ben più preziose, ad aver destato attenzione e curiosità in questo periodo.
Proprio pochi giorni fa, in concomitanza con le feste pasquali, è giunta dal British Museum una notizia che riguarda nuove rivelazioni su cinque uova di struzzo di epoca etrusca finemente decorate e dipinte, provenienti dalla Tomba di Iside a Vulci. La tomba, risalente al 600 a.C., fu scoperta da Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone. Essa conteneva un ricco corredo di oggetti preziosi come gioielli in oro e posate in bronzo, oltre naturalmente alle suddette uova.

Nonostante il museo di Londra conservasse i reperti dal 1850, tanti erano ancora gli interrogativi rimasti senza risposta. Ora, grazie a un nuovo studio pubblicato su Antiquity, gli archeologi ed esperti dell'università di Bristol e Durham hanno permesso di conoscere nuovi indizi che potrebbero aiutare comprenderne il significato.

uova di struzzo Vulci British Museum
Uova di struzzo provenienti dal cimitero etrusco di Polledrara, collocate nella Tomba di Iside a Vulci e attualmente al British Museum. Foto di Jononmac46, CC BY-SA 3.0

 

Il problema della provenienza

Il primo e più importante quesito a cui rispondere riguardava la provenienza delle uova. Esse sono state ritrovate in Italia, e reperti simili sono stati rinvenuti anche in Grecia e in Turchia. Si tratta di luoghi in cui non vivevano struzzi, né selvatici né addomesticati.
Questo ha fatto pensare che le uova di struzzo fossero arrivate col commercio in molte aree del bacino mediterraneo, a partire dall'età del bronzo e del ferro.

La ricerca di queste uova era particolarmente pericolosa, vista l'indole aggressiva degli struzzi, ma era giustificata dalla notevole potenzialità commerciale che ne derivava. Infatti l'inizio della diffusione delle preziose uova - così come il commercio tra il popoli del Mediterraneo - dimostra che il sistema di connessioni  fosse già incredibilmente efficiente e ramificato.

Partendo da questo presupposto, quindi, possiamo capire come le uova siano arrivate nelle tombe degli Etruschi, e in particolare di un certo tipo di tombe. Visto il loro lontano luogo di origine e la decorazione raffinata, esse erano chiaramente ad appannaggio di un'èlite aristocratica, che le esibiva come una sorta di status symbol insieme ad altri oggetti di pregio.

Altri reperti dal corredo della Tomba di Iside a Vulci, al British Museum. Foto di Jononmac46, CC BY-SA 3.0

 

Rimane comunque il problema della provenienza geografica delle uova, ovvero in quale zona le uova furono deposte. In un interessante articolo pubblicato dalla BBC, Tamar Hodos coi suoi ricercatori hanno spiegato di aver eseguito un esame isotopico sui gusci delle uova etrusche e di uova più recenti provenienti da Egitto, Giordania e Israele. I risultati hanno permesso di confrontare la composizione chimica dei gusci e di ipotizzare i viaggi di questi preziosi oggetti, commercializzati su una zona molto ampia, che si estendeva dall'Egitto fino all'Oriente.

La decorazione

Il confronto tra i gusci d'uovo ha permesso anche un'analisi dettagliata del tipo di decorazione e su dove fosse stata eseguita. Ricordiamo che quattro delle cinque uova sono dipinte e intagliate con motivi geometrici, e raffigurazioni di carri, soldati e animali. Il quinto uovo proveniente dalla tomba di Vulci, invece, è solo dipinto, con particolari disegni di cammelli alati.

Secondo quanto emerso dalle analisi, le uova furono intagliate da artigiani assiri e fenici, per poi venire commercializzate in differenti aree del Mediterraneo. Basti pensare che in una stessa tomba ciascun uovo aveva una provenienza geografica diversa. Ben più complessa, invece, è la strada per capire la modalità di esecuzione delle incisioni sulle uova di struzzo.

Dall'osservazione al microscopio elettronico è stato possibile rilevare una notevole qualità delle tecniche di pittura e incisione, a conferma dell'abilità degli esecutori. Le uova, prima di essere sottoposte al processo di decorazione, venivano lasciate asciugare per un certo periodo di tempo. Questo testimonia una lunga fase di lavorazione, e di conseguenza un valore ancora più alto delle uova.

Tuttavia, rimangono molti dubbi sull'esecuzione dell'apparato decorativo. Nonostante l'utilizzo degli strumenti più moderni, gli studiosi non sono riusciti ancora a comprendere i metodi utilizzati per la realizzazione degli intarsi, che continuano a interrogare gli studiosi.

Altri reperti (e ancora uova di struzzo) dal corredo della Tomba di Iside a Vulci, al British Museum. Foto di Jononmac46, CC BY-SA 3.0

 

Il valore simbolico dell'uovo nella religione etrusca

Per quanto possa sembrare insolita la presenza di uova in una tomba, vi è una spiegazione che trova fondamento nella concezione della morte della religione etrusca. In numerose affreschi, infatti,  possiamo notare una ricorrente immagine dell'uovo, in quanto esso era prefigurazione di rinascita. Dipinto spesso tra le mani dei banchettanti, l'uovo rappresentava la speranza di una nuova vita, e costituiva quindi un elemento dal profondo valore simbolico.

Per gli Etruschi la morte era solo un momento di passaggio verso la resurrezione. Questa loro certezza veniva celebrata nel banchetto rituale per andare incontro alla luce e alla rinascita alla vita successiva.

 

Lo studio The origins of decorated ostrich eggs in the ancient Mediterranean and Middle East, di Tamar Hodos, Caroline R. Cartwright, Janet Montgomery, Geoff Nowell, è stato pubblicato su Antiquity.


Battle Jerash

The Battle of Jerash

Legionari, gladiatori e guidatori di carri hanno popolato, nel XXI secolo, il sito dell'antica Gerasa. Un gruppo di uomini che, attraverso la rievocazione storica, cerca di far rivivere il glorioso passato di Jerash e, al tempo stesso, di regalare un'esperienza memorabile ai turisti che, sempre meno numerosi a cause delle guerre, visitano la Giordania.
The Battle of Jerash, di Carlos Cabrera, aprirà il pomeriggio di venerdì 18 ottobre, alle ore 17.00, alla "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea".

 

The Battle of Jerash (2018) // Official Trailer from Carlos Cabrera on Vimeo.

 

 

 

The battle of Jerash – La battaglia di Gerasa

Battle Jerash

Nazione: Giordania

Regia: Carlos Cabrera

Consulenza scientifica: Lucina Gandolfo, Antonino Alfano

Durata: 26’

Anno: 2017

Produzione: Me Explico Media LLC

Sinossi:

Stabilitosi sul sito di un ippodromo romano, un gruppo di legionari, gladiatori e guidatori di carri cerca di restare connesso all’antico passato della Giordania. Tuttavia, a causa del costante calo del turismo in Medioriente, gli evocatori si scontrano con la dura realtà che ogni loro spettacolo potrebbe essere l’ultimo. In questo breve documentario lo spettatore viene trascinato in un giro bizzarro, in un luogo in cui non ci si aspetterebbe di sentire gli effetti di una regione così tumultuosa.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Firenze Shortfilm Festival 2018 - Firenze

  • Roma Cinema Doc 2018 - Roma

  • MFAF International Archaeology Film Festival 2018 – Split, Croazia

  • Foça Film Days 2018 – Foça, Turchia

  • Ethnografilm Paris 2019 – Parigi, Francia

  • Arab Film Festival 2019 –Dearborn, Michigan, USA

  • Dumbo Film Festival 2019 – Brooklyn, New York, USA

Premi e riconoscimenti:

  • Best Short Documentary, Dumbo Film Festival 2019

Informazioni regista:

Carlos Cabrera è un documentarista e product manager. Ha prodotto e curato più di 50 cortometraggi documentari, dal Messico all’Indonesia. Nel frattempo ricopre il ruolo di Direttore di produzione e Product Manager di Storyhunter, un mercato di scambio globale per il video giornalismo e il documentario. Laureatosi presso la Medill School of Journalism della Northwestern University, Cabrera vive a Brooklyn, dove attualmente lavora come Head of Product e Member Experience presso la Wild Alaskan Company, azienda di pesca sostenibile diretta al consumatore.

Informazioni casa di produzione: https://filmfreeway.com

Trailer: https://vimeo.com/260572392

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

Scheda a cura di: Fabio Fancello

 

 


The stone-made semi-sunken structure from Shubayqa 1 (photo by Alexis Pantos)

In Giordania il pane più antico del mondo

Nel deserto della Giordania e precisamente a Shubayqa 1, nel nord-est del paese, un gruppo di ricercatori dell’Università di Copenaghen, dell’Università di Cambridge e l’University College London (UCL) ha scoperto il pane più antico mai ritrovato sino ad oggi.

Si tratta di una focaccia carbonizzata di pane azzimo che ha circa 14 mila anni. I nostri antenati, ancora prima dell’avvento dell’agricoltura collocata 4.000 anni dopo, impastavano e cucinavano e si ritiene che, grazie al consumo del pane, le popolazioni iniziassero a coltivare le piante necessarie per il consumo.

Dalle analisi al microscopio elettronico è emerso che la focaccia era composta da cereali selvatici che prima di essere cotti furono macinati, setacciati e impastati. Questo alimento sarebbe stato prodotto dai cosiddetti Natufiani, una popolazione di cacciatori- raccoglitori perlopiù sedentari che, proprio per la difficoltà nel reperire le materie prime, cucinava questo tipo di alimento solo per eventi importanti.

The stone-made semi-sunken structure from Shubayqa 1 (photo by Alexis Pantos)

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” è l’unico riconoscimento mondiale dedicato agli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio.

Il Direttore della Borsa Ugo Picarelli e il Direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale.

La Cerimonia di Consegna si svolgerà venerdì 15 novembre in occasione della XXII BMTA, a Paestum dal 14 al 17 novembre 2019.

Inoltre, sarà attribuito online uno “Special Award” alla scoperta archeologica che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa dal 17 giugno al 30 settembre.

Le cinque scoperte archeologiche del 2018 candidate per la vittoria della quinta edizione sono:

  • Bulgaria: nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo;
  • Egitto: a sud del Cairo un laboratorio di mummificazione;
  • Giordania: il pane più antico del mondo;
  • Italia: iscrizione e dimore di pregio scoperte a Pompei;
  • Svizzera: la più antica mano in metallo ritrovata in Europa.

 


Due state di Afrodite da Petra

12 Settembre 2016

Credit: Tom Parker
Credit: Tom Parker

Due statue in marmo di Afrodite sono state recuperate a Petra, in Giordania. La scoperta è stata effettuata da ricercatori dell'Università della Carolina del Nord presso gli scavi in corso nell'antica città dei Nabatei. Le due statue sono in buona parte intatte (dal piedistallo alle spalle) e presentano ancora un Cupido. Il prof. Tom Parker, che fa ricerca sul campo da 45 anni qui, afferma di non aver mai effettuato una scoperta di questa rilevanza finora.

Anche se il ritrovamento è per certi versi inaspettato, le statue raccontano molto della città: risalgono all'epoca della presenza romana nell'area. Il Regno Nabateo fu annesso nel 106 d. C. Il prof. Tom Parker spiega che una delle caratteristiche di questa popolazione fu l'apertura ad influenze esterne: fu così con i vicini Egiziani, e in seguito coi Romani.

Nella statua in foto, un piccolo Cupido guarda su verso la dea, in basso a destra. Sulla gamba sinistra è possibile vedere una fiala in vetro di una figura ora perduta. La statua data probabilmente al secondo secolo d. C.

Credit: courtesy of Tom Parker
Credit: courtesy of Tom Parker

Link: EurekAlert! via North Carolina State University.


Utilizzo di strumenti litici presso l'Oasi di Azraq in Giordania

8 Agosto 2016
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Un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, ha preso in esame alcuni strumenti litici dall'Oasi di Azraq, nel deserto nord occidentale della Giordania. Ne è risultato che gli umani che vissero qui 250 mila anni fa (Pleistocene Medio) utilizzarono strumenti litici per la macellazione di animali, migliaia di anni prima dell'evoluzione dell'Homo sapiens in Africa.

Gli strumenti litici ritrovati ammontano a 10 mila circa, i residui proteici ritrovati riguardano cavalli, rinoceronti, bestiame selvatico e anatre. Quest'area divenne sempre più arida col tempo.

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Complessa storia genetica del Vicino Oriente all'alba dell'agricoltura

25 Luglio 2016

Il primo studio su larga scala dei genomi completi da resti umani nel Vicino Oriente, pubblicato su Nature, ha individuato tre popolazioni distinte di agricoltori, vissute all'alba dell'agricoltura, tra 12 e 8 mila anni fa.

Uno dei tre gruppi era già stato individuato in Anatolia (attuale Turchia), gli altri due invece sono descritti per la prima volta e provengono dall'Iran e dal Levante. Similmente a quanto evidenziato da un altro recentissimo studio, sembrerebbe che la diffusione dell'agricoltura sia legata al fatto che gruppi esistenti la inventarono o adottarono le tecnologie agricole. Non si sarebbe dunque trattato di sostituzione di popolazioni.

Ron Pinhasi dell'University College Dublin spiega che alcune delle prime pratiche agricole possono essere osservate nei Monti Zagros e nel Levante, in Giordania e Israele: si tratta di due confini della Mezzaluna Fertile. Con lo studio si voleva vedere se i primi agricoltori fossero geneticamente simili o se assomigliassero ai cacciatori raccoglitori che abitavano le aree in precedenza. Ne è risultato che gli attuali abitanti dell'Eurasia occidentale discendono da quattro gruppi principali: cacciatori raccoglitori dell'odierna Europa Occidentale, cacciatori raccoglitori dell'Europa orientale e della steppa russa, agricoltori dall'Iran e agricoltori dal Levante. Queste popolazioni, così diverse tra loro, costituiscono oggi la popolazione relativamente omogenea dell'Eurasia.

Nonostante i progressi tecnologici negli strumenti per lo studio del DNA antico, gli studiosi si sono ritrovati ad affrontare un problema: il clima caldo del Vicino Oriente aveva degradato molto del DNA nelle ossa dissotterrate. I ricercatori lo hanno superato estraendo il DNA dalle ossa dell'orecchio: qui esso è presente in percentuali fino a 100 volte superiori che in altre parti del corpo. Si sono inoltre utilizzate tecniche combinate per ricavare informazioni di alta qualità dai genomi di 44 abitanti del Vicino Oriente che vissero tra 14 mila e 3.400 anni fa.

Nei 5.000 anni successivi, i gruppi di agricoltori dal Vicino Oriente si mescolarono tra loro e coi cacciatori raccoglitori in Europa: al tempo dell'Età del Bronzo le popolazioni somigliavano a quelle attuali. Gli agricoltori dell'Anatolia si diffusero poi in Europa, mentre quelli del gruppo di Levante si mossero a sud in Africa Orientale, le popolazioni relazionate a quelle in Iran e Caucaso si spostarono nella steppa russa, e le popolazioni relazionate a quelle in Iran e ai cacciatori raccoglitori della steppa si diffusero nell'Asia Meridionale.

Pinhasi spiega che il Vicino Oriente era l'anello mancante per comprendere molte migrazioni umane. La ricerca fornisce pure indizi su una popolazione, ancora più antica e al momento a livello di ipotesi, visto che i resti relativi non sono ancora stati ritrovati: si tratta degli Eurasiatici di base (in Inglese: Basal Eurasians). Ogni singolo gruppo nel Vicino Oriente sembra avere antenati di questo tipo, fino al 50% nei gruppi più antichi. Sorprendentemente, gli Eurasiatici di base non avevano DNA proveniente da Neanderthal, al contrario degli altri gruppi non africani che hanno almeno un 2% dello stesso. Questo potrebbe spiegare perché gli Eurasiatici occidentali hanno meno DNA da Neanderthal degli abitanti dell'Estremo Oriente, anche se i Neanderthal vissero nell'Eurasia occidentale. Gli Eurasiatici di base potrebbero essere vissuti in aree del Vicino Oriente che non entrarono in contatto coi Neanderthal.

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Un drone per scoprire e monitorare i saccheggi

14 Febbraio 2016

Austin "Chad" Hill, dell'Università del Connecticut, prepara un drone a Fifa in Giordania. Credit: Photo by Morag M. Kersel, courtesy of the Follow the Pots Project
Austin "Chad" Hill, dell'Università del Connecticut, prepara un drone a Fifa in Giordania. Credit: Photo by Morag M. Kersel, courtesy of the Follow the Pots Project

Il drone si sta rivelando uno strumento utilissimo e dalle grandi potenzialità per documentare gli scavi, per la mappatura del paesaggio, per individuare ciò che è stato sepolto. Questi velivoli sono però utilissimi pure per monitorare le distruzioni in atto presso un sito, o i saccheggi.
Velivoli aerei senza pilota - droni - sono stati utilizzati per documentare e monitorare il paesaggio della piana del Mar Morto in Giordania. Ne è risultato che i saccheggi continuano, anche se a un ritmo inferiore rispetto agli anni precedenti. Nel 2013-2014, a Fifa (un sito della prima Età del Bronzo in Giordania), si verificarono 34 episodi di saccheggio. L'anno successivo, per fortuna, le prove in tal senso diventano minime o svaniscono. Chiaramente gli archeologi si interrogano pure su questo: non vi sono più tombe da saccheggiare o i tombaroli hanno trovato fonti più redditizie?
I buchi testimoniano saccheggi a Fifa in Giordania. Credit: Image by Austin "Chad" Hill, courtesy of the Follow the Pots Project
I buchi testimoniano saccheggi a Fifa in Giordania. Credit: Image by Austin "Chad" Hill, courtesy of the Follow the Pots Project

Da anni gli archeologi usano le immagini satellitari per documentare i saccheggi. Il paesaggio lunare di Fifa ha suggerito qui la possibilità di utilizzare invece i droni. Dopo tre stagioni, durante le quali lo strumento è stato utilizzato per questi fini a Fifa, in Giordania, si è dunque dimostrato che il drone è in grado di documentare i danni in corso subiti da un sito.
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Sepolture di 70 individui dal sud della Giordania

20 Gennaio 2016
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Macabra scoperta degli archeologi danesi nel sud della Giordania: dai resti relativi a una comunità che viveva qui 9 mila anni fa, si ritiene che i morti non fossero seppelliti fino a quando non erano decomposti, per poi essere smantellati seppellendo le ossa dello stesso tipo insieme. Si tratta di scheletri di oltre 70 individui, molti dei quali bambini e adolescenti. Ritrovati anche resti animali.
Link: Copenhagen Post; Videnskab
La Giordania, di Rob984 - Natural Earth Data, da WikipediaCC BY-SA 4.0.


Un papiro magico in argento da Jerash

22 Dicembre 2015
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Amuleti magici in antichità erano prodotti su papiri, ma anche ferro e piombo erano utilizzati per ragioni apotropaiche. Ci sono pervenuti diversi di esemplari di questo tipo, ma data la loro fragilità, srotolarli può danneggiarli. Grazie alla tomografia computerizzata e al modellamento 3D, una nuova ricerca è riuscita per la prima volta a consegnarci il contenuto di uno di questi papiri metallici.
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Si tratta di papiro in argento da Jerash in Giordania, risalente alla metà dell'ottavo secolo d. C. Il papiro in argento era a sua volta conservato in un involucro in piombo, spaccato e corroso, dal quale è stato delicatamente estratto. Contiene simboli e 17 righe di testo in una lingua non nota, che si ritiene sia una sorta di script pseudo-Arabo che non si è stati ancora in grado di decifrare. Come ha spiegato l'autrice Rubina Raja, non si pretendeva di rileggere il rotolo, per cui non aveva molta importanza che quanto scritto avesse senso.
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Il papiro in argento sarebbe infatti opera di un mago ebreo, che a causa della supposta potenza e antichità della sua magia, fu all'epoca accolto dalla popolazione musulmana locale. Attorno al 749 d. C. Jerash fu colpita da un violento terremoto, ed è perciò giunta fino a noi come una capsula temporale intatta.
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