Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel (1970) - recensione

Come si è posta la cosiddetta cultura occidentale di fronte alla questione femminile? In che termini è stata descritta la condizione delle donne? I “classici” del pensiero hanno fornito strumenti all’emancipazione o alla conservazione del potere patriarcale?

Carla Lonzi Sputiamo su Hegel
Carla Lonzi. Foto (anni sessanta, Università delle donne) in pubblico dominio

A queste domande, ma non solo, tenta di rispondere Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel, saggio del 1970, frutto del lavoro del collettivo Rivolta Femminile. Come è facile intuire, uno degli obiettivi polemici è il filosofo di Jena.

“Il rapporto hegeliano servo-padrone è un rapporto interno al mondo maschile, e ad esso si attaglia la dialettica nei termini esattamente dedotti dai presupposti della presa del potere” (C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, p. 28).

In questo breve estratto cogliamo già i principali problemi della concettualizzazione classica: parzialità maschiocentrica e subordinazione alla lotta di classe. La filosofia parla agli uomini degli uomini. Quella tra servi e padroni è una lotta tra uomini, che esclude le donne e ha come obiettivo la conquista del potere. Pertanto,

“far rientrare il problema femminile in una concezione di lotta servo-padrone quale è quella classista è un errore storico” (Ivi, p. 29).

La schiavitù femminile è trasversale, riguarda tutti i livelli sociali. Tant’è che questa discriminazione è presente anche nel marxismo, che designa, come soggetto rivoluzionario, la classe operaia maschile e, allo stesso tempo, non considera le donne né come oppresse né come portatrici di futuro. Tornando ad Hegel, Carla Lonzi analizza la sua idea del rapporto uomo-donna che

“non è un dilemma: ad esso non si prevede soluzione in quanto non viene posto nella cultura patriarcale come un problema umano ma come un dato naturale” (Ivi, 28).

Qui ravvisiamo un altro errore metodologico, che smaschera la connivenza della filosofia hegeliana con il dominio maschile: l’essenzializzazione di una situazione storica. Il fatto che la donna sia stata oppressa per secoli non significa che lo sia per natura. Hegel, però, sostiene che la donna sia fondamentalmente incapace di superare la soggettività immediatamente universale, poiché si identifica definitivamente con la famiglia e non compie il salto che le permetterebbe, attraverso l’autocoscienza e il distacco dal nucleo d’origine, di ottenere l’universalità potenziata, tipica del cittadino.

Viene operata qui un’inversione: l’effetto della discriminazione diventa la sua stessa causa. La donna è schiacciata dall’uomo: ciò non soltanto avviene concretamente, ma è anche necessario che avvenga.

“Nel principio femminile Hegel ripropone l’a-priori di una passività nella quale si annullano le prove del dominio maschile” (Ivi, p. 30),

cioè, se si considera l’essere dominata come un attributo essenziale della donna, e non come il risultato dell’oppressione operata dall’uomo, costui, dominando, ossequia l’essenzialità del dover essere, non commette un abuso.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, foto di Muesse, dallo Hegelmuseum Stuttgart, di una incisione di F. W. Bollinger da Chr. Xeller, CC BY 3.0

Carla Lonzi fa un’ipotesi controfattuale: se Hegel avesse riconosciuto l’origine storica, e non essenzial-divina, dell’oppressione femminile, probabilmente avrebbe trattato la questione attraverso la dialettica servo-padrone. Come già accennato in precedenza, la liberazione della donna non può essere descritta in questi termini, perché:

“sul piano donna-uomo non esiste una soluzione che elimini l’altro, quindi si vanifica il traguardo della presa del potere” (Ivi, p. 31).

Ecco il punto fondamentale: mentre il servo e il padrone mirano alla distruzione reciproca, la donna e l’uomo non possono. La soluzione di questo rapporto non sta, come nel caso della figura hegeliana, nella sostituzione dell’oppressore con l’oppresso, ma nella fine dell’oppressione stessa. Il femminino, considerato come eterna ironia della comunità, cerca di allearsi con il giovane e dileggia il vecchio. Lo farebbe per ragioni legate alla logica patriarcale: il giovane sarebbe più abile in guerra.

“In realtà noi”, commenta la Lonzi, “attraverso questo gesto della donna, vediamo in trasparenza il potere del patriarca su di lei e sul giovane” (Ivi, pp. 30-31).

Si prefigura, dunque, un’intesa tra il giovane anarchico, che rifiuta il paternalismo e il ricatto, sentendo su di sé l’angoscia del dominio, e la donna. Senza questo accordo, egli potrebbe cedere alla lotta organizzata di massa, dimenticando l’emancipazione dell’intera umanità, di cui anche le donne fanno parte, diventando così “rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale” (Ivi, p. 33).

Carla Lonzi Sputiamo su Hegel Francesca Giannuzzi
La copertina del saggio di Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, edizioni et al., foto di Francesca Giannuzzi

Riferimenti bibliografici

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Gammalibri, Milano 1982.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello spirito, Bompiani, Milano 2000.


Tutto il tempo del mondo Michael Girst

Ti prego, solo un altro minuto

Recensione del libro di Thomas Girst, Tutto il tempo del mondo

Forse non c’è più tempo. Se solo lo avessi detto, fatto, pensato prima. Sono tanti i se che hanno il potere di suscitare nel nostro Io più profondo un pathos sincero, fatto di autentico smarrimento e malinconia. Sono le possibilità a cui ci aggrappiamo quando tutto sembra scivolarci dalle mani, infiltrarsi nella pelle; probabilità di un tempo condensato che non fu mai ma che avrebbe potuto, che crediamo ci avrebbe cambiati e a cui avremmo resistito con forza e generosità. Di fatto, un tempo che non conosciamo, che ci è ignaro e al quale neanche volendo potremmo dare ascolto.

Thomas Girst, manager culturale di BMW, ha scritto un libro per add editore intitolato proprio Tutto il tempo del mondo dedicato a questo continuo inseguire.

Copertina del libro di Thomas Girst, Tutto il tempo del mondo, add editore (2020), con traduzione di Daniela Idra e illustrazione di copertina di Marta Giunipero, pp. 192, Euro 16

Un libro compiuto che cerca l’incompiuto e qualunque altra opera che al tempo è riuscita con creatività e ingegno a resistere e ad esistere ancora. Un libro che fosse un aiuto per sé stesso, come ammette nella prefazione. “Un aiuto in un mondo in cui il brutto, a quanto pare, si sta diffondendo sempre più rapidamente e il bello sembra aver bisogno di protezione”, scrive nell’anticipare i suoi ventotto racconti. I personaggi non seguono un filo lineare né geografico, Girst riesce a far dialogare Shakespeare con Dostoevskij mentre poche parole più in là cita Google, la salvaguardia dell’ambiente, la guerra in Vietnam. È un saliscendi attraverso la storia e le storie di tanti che come noi ogni giorno tentano di superare il presente. Con un po' di pazienza troviamo Proust, gli antichi Egizi, Borges e poi ci sono gli incompiuti che hanno lasciato dietro di sé più di qualche ombra come Michelangelo, Tiziano, Rodin, Balzac.

“Le cose buone richiedono tempo, si sa” scrive ancora. Le frasi che leggiamo possano trovarsi al confine proprio mentre il tempo passa per scorgere le variazioni, per ammirarle o impedirle. Solo in 639 anni l’opera di John Cage smetterà di suonare, esempio virtuoso che comporta l’infinito per essere compreso da tutti anche se ognuno ne ascolterà solo una parte.

Quelli che Girst propone sono viaggi piccoli ma distesi che esigono di essere accolti per recuperare quel valore che nel tempo sappiamo aver sempre avuto e che con il tempo hanno tuttavia perduto.

Thomas Girst, Tutto il tempo del mondo, add editore 2020, pp. 192, Euro 16.

Foto di Arek Socha

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La ragazza d'autunno: la guerra non ha un volto da donna

La ragazza d'autunno è il secondo film del regista russo Kantemir Balagov, reso noto dal suo film d'esordio Tesnota. Selezionata per la 72esima edizione del festival di Cannes nella sezione Un certain regard, la pellicola ha quindi rappresentato la Russia ai premi Oscar 2020.  In Italia il film è arrivato grazie alla casa di distribuzione  Movies Inspired, un piccolo faro per quanto riguarda la diffusione del cinema indipendente.

ragazza d'autunno Kantemir Balagov

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Ho cercato me stesso: riflessioni sull'ultimo Cesare Pavese

«HO CERCATO ME STESSO»: RIFLESSIONI SULL'ULTIMO CESARE PAVESE

«L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia»

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

Questa la premonizione in chiave letteraria di quello che sarebbe stato l’ultimo tragico e doloroso grido di disperazione che Cesare Pavese, tra i più acuti, lungimiranti e complessi scrittori del ventesimo secolo, emise prima di porre prematuramente fine alla sua vita, il 26 agosto 1950, in una cupa e tetra camera d’albergo. Un’epigrafe sentenziosa, il desiderio di increspare la superficie dell’Essere, con un’onda di vigore intellettuale e filosofico destinato a non rimanere insignificante e fugace.

Le Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Francesca Cappa, CC BY 2.0

Con un ingente quantitativo di sonniferi, Pavese ha definitivamente messo a tacere i propri fantasmi, ha cessato di assaporare, in ogni sua forma, la noia e il tedio, protagonisti indiscussi della sua intera esistenza e che, come ha sempre affermato lo stesso scrittore, lo segnarono per una sorta di preistoria umana e letteraria. Uno spleen atavico, tipicamente decadente, incornicia ogni sua opera, rendendola irresistibilmente affascinante. Tale aura di mestizia, suggestiva e commovente, si accompagna all’incessante desiderio di far affiorare i segreti più reconditi del proprio io, segnato da contorte vicende biografiche, attraverso l’analisi sofferta di un profondo vuoto esistenziale, che trova espressione nella psicologia tormentata dei protagonisti dei suoi romanzi. Nondimeno, Pavese, sempre saldamente ancorato ai ricordi della prima infanzia, riempie le sue pagine di amene descrizioni paesaggistiche, delineando perfettamente i dolci profili delle colline piemontesi e vagheggiando le vaste distese delle Langhe, oggetto di una rappresentazione selvaggia, chiusa in una sfera mitica, in cui gli istinti più elementari si scatenano senza freni inibitori. Lo scrittore, già dal romanzo d’esordio, Paesi tuoi, si dimostra un appassionato studioso di etnologia e antropologia culturale, analizzando la realtà contadina come depositaria di miti e riti arcaici, rimanendo stregato da un’atmosfera magica, popolata da presenze inquietanti e misteriose. Proprio come Beppe Fenoglio, Cesare Pavese attua una efficace e drammatica commistione fra la ruralità dei villaggi delle Langhe e la tragicità della violenza storica, che irrompe prepotentemente in un ambiente fino a quel momento risparmiato dal vorace progressismo caotico della realtà cittadina.

Le vicende relative agli sviluppi del secondo conflitto mondiale e ai risvolti umani ed esistenziali che esse ebbero nella popolazione della penisola italica trovano un doloroso riscontro nelle opere di Pavese. A tal proposito, particolarmente illuminante è l’esempio offerto dall’indiscusso capolavoro dello scrittore, La casa in collina.

La vicenda di Corrado, protagonista del romanzo, trova scopertamente il suo corrispettivo nella biografia e nella crisi esistenziale di Pavese. Il personaggio (alter ego dello scrittore), professore torinese, per sfuggire ai bombardamenti aerei che terrorizzano la città, decide di rifugiarsi in collina, trovando ospitalità presso Elvira e sua madre. Corrado, pur dimostrando una brillante intelligenza, unita ad una profonda sensibilità, affronta gli eventi del suo presente in maniera apatica, rasentando, in apparenza, una lucida e cinica indifferenza. In un certo qual modo, si può dire che il suo atteggiamento coincida con l’apatia e l’ostentata impassibilità dei personaggi moraviani, pervasi dalla medesima opprimente coltre di passività, disincanto ed insensibilità.

Cesare Pavese
Cesare Pavese. Foto in pubblico dominio

Pavese, pur essendosi sempre dimostrato un fervente antifascista, arrivando perfino ad essere confinato a Brancaleone in virtù della sua compromettente vicinanza a Leone Ginzburg, dopo l’8 settembre 1943, non aderì comunque alla lotta partigiana, preferendo rifugiarsi nel Monferrato. L’autore, d’altronde, maturò un profondo disagio esistenziale a seguito di tale posizione defilata dagli sconvolgimenti storici del suo tempo: non riuscendo a perdonarsi quella che si profilò per lui come una colpa irredimibile, fu preso, nel dopoguerra, da un rimorso straziante che trasfigurò sul piano letterario, materializzandolo nella figura di Anguilla, protagonista de La luna e i falò, scritto pochi mesi prima del suicidio.

È fin troppo evidente l’impossibilità per Pavese di convivere con un rimpianto spiazzante, derivato dal successivo ripudio di quello che percepiva come un colpevole atteggiamento contemplativo e abulico in un drammatico frangente storico, in cui la scelta, invece, avrebbe assunto quasi una valenza di salvifica necessità. Mai come in quel particolare momento, infatti, si rivelava indispensabile sottoporre ad un giudizio implacabile e senza possibilità di atteggiamenti ambigui la propria coscienza, scegliendo tra il morire per la libertà e il continuare a vivere nell’oppressione. Corrado, come d’altronde lo stesso Pavese, non è stato in grado di scegliere la militanza attiva e decide pertanto di ritornare nella sua casa in collina e cristallizzarsi in quella zona grigia, individuata da Renzo De Felice e che, in seguito all’armistizio di Cassibile, nell’Italia occupata dai nazifascisti, avrebbe costituito un limbo di amare incertezze per migliaia di persone.

Il professore torinese appare totalmente alienato dal fluire della Storia, incapace di agire; in seguito alla perquisizione nell’osteria di cui anch’egli è assiduo frequentatore, Cate, da lui amata in gioventù e lasciata per paura delle responsabilità, viene arrestata con altri compagni di lotta. Il figlio della donna, Dino, riesce a salvarsi, ma è deciso ad unirsi ai partigiani. Corrado, a questo punto, è afflitto da una tremenda crisi esistenziale, che lo porta a scandagliare impietosamente la propria coscienza, senza tuttavia riuscire a trovare alcuna possibilità di pacificazione interiore. Tale condizione psicologica di immobilizzante disperazione, del resto, non è altro che il prodotto del presente storico, dilaniato da orrori quasi inenarrabili a cui, però, Pavese sente il bisogno insopprimibile di dare voce nella propria produzione narrativa.

Il dramma della guerra e, più nello specifico, della guerra civile combattutasi fra repubblichini e partigiani, viene descritto in tutta la sua abominevole disumanità da un intellettuale che, in modo superficiale e pressappochista, è stato accusato di vigliaccheria e che, invece, si è dimostrato un acuto osservatore del reale, capace di denunciare le brutalità del suo tempo con sconvolgente sincerità, senza remore ed infingimenti. Emblematiche, ne La luna e i falò, le parole di Nuto e il racconto del vituperevole destino toccato a Santina, il cui corpo era stato dilaniato da un’insensata furia omicida e dato alle fiamme.

Nella pagine conclusive de La casa in collina, invece, Pavese insiste sull’assurda irrazionalità della guerra che, come affermato dallo stesso Marziano Guglielminetti, mette a nudo l'impotenza dell'uomo:

«Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso».

Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Gmarino49, CC BY-SA 4.0

Palpita, in Pavese, l’ardente bisogno di restituire il significato sacrale alla vita umana, di incitare ed esortare al recupero di una dignità perduta a causa dell’insensata violenza della tragedia storica.

Nel suo diario, Il mestiere di vivere, qualche giorno prima della sua fine drammatica, lasciò scritto: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. Ho cercato me stesso». Pavese ha interrogato le zone più oscure ed inquietanti della propria psiche, psicoanalizzato paure e rimorsi e, in tal modo, ha permesso ai posteri di penetrare nei meandri di un oscuro passato storico, ancora pullulante di incongruenze e misteri irrisolti.


Sulle tracce dei cambiamenti storici nel fisico dei Polacchi

31 Marzo 2016

Sulle tracce dei cambiamenti storici nel fisico dei Polacchi

Modificazioni negli scheletri, oltre ad archivi d'ospedale e documenti di coscrizione - antropologi, archeologi e storici cercano di leggerli per comprendere come la guerra abbia cambiato il corpo umano, come gli abitanti di paesi e villaggi vissero sul volgere dei secoli diciannovesimo e ventesimo e se la vita nel Medio Evo fosse stressante.
Ogni generazione è leggermente più alta della generazione dei suoi genitori e nonni. Entro un decennio, un rappresentante medio delle nazioni in via di sviluppo è in media più alta di quella dei suoi predecessori di circa 0,5-2 cm. Esaminando le deviazioni da questa tendenza, gli scienziati sono in grado di valutare meglio le condizioni di vita degli antichi abitanti della Polonia - così i partecipanti alla conferenza "Corpo umano in Polonia: ieri e oggi" (NdT: "Human physique in Poland: yesterday and today"), organizzato sabato 19 Marzo all'Università Cardinale Stefan Wyszyński a Varsavia dalla Facoltà di Biologia e Scienze Ambientali dell'Università, e dal Museo di Storia Polacca.
Come il corpo umano sia influenzato dalla guerra è il soggetto della ricerca (utilizzando l'esempio della popolazione di Cracovia) di Bartosz Ogórek, storico e demografo dall'Istituto di Storia e Archivi, Università Pedagogica di Cracovia. Quando si tratta di salute, la guerra influenza particolarmente i ragazzi durante la pubertà - ha affermata alla conferenza.
"Durante la guerra a Cracovia, la cosa peggiore era di essere un ragazzo di circa dieci anni, che è l'età durante la quale gli adolescenti cominciano a mangiare moltissimo e a crescere intensivamente. I ragazzi, comunque, non avevano la quantità appropriata di cibo. La mortalità civile in questo gruppo aumentò del 170 per cento" - questo ha sottolineato Bartosz Ogórek.
Lo storico ha cercato le prove di questa tendenza nei documenti post-bellici sui coscritti, contenenti dati sulle misurazioni dei loro corpi. Ha affermato che i ragazzi nati all'inizio del ventesimo secolo, che entrarono nella pubertà durante la guerra - al momento della coscrizione, all'età di 21 anni erano più bassi dei loro pari chiamati alle armi prima della guerra.
Cattive condizioni influenzavano pure i neonati: bambini con peso inferiore nacquero durante la guerra. "Questo è un semplice meccanismo associato con una scarsa nutrizione, esposizione a malattie infettive e uno standard di vita inferiore durante il tempo di guerra" - spiega lo storico.
Ha aggiunto che le persone nate durante la guerra incrementerebbero nel tempo il loro insufficiente peso al momento della nascita. "Persino dopo la guerra, alcuni ragazzi nati nel 1915 erano un po' più bassi di quelli nati negli anni vicini. In età scolare, queste persone erano circa 2 cm più basse di quelle nate negli altri anni. La maggior parte di loro probabilmente compensò queste perdite in seguito nella vita, ma secondo i biologi potrebbe essere deleterio per la salute in età adulta" - questa la descrizione di Bartosz Ogórek.
"Le conseguenze della guerra, relativamente a salute e demografia, persistono fin quando rimangono vive le persone nate durante la guerra" - ha affermato lo storico.
Stile di vita, altezza e peso di queste persone che vivevano nei paesi e nei villaggi del Regno di Polonia e a Varsavia nel tardo diciannovesimo secolo e agli inizi del ventesimo è l'argomento della ricerca della prof.ssa Alicja Budnik dell'Università Adam Mickiewicz a Poznań. La professoressa analizza l'indice di massa corporea (NdT: BMI, o body mass index) (che, in parole povere, mostra il rapporto tra peso corporeo e altezza di una persona).
La sua analisi mostra che in termini di peso e altezza la nobiltà emerse tra i gruppi sociali, ma i borghesi stavano rapidamente recuperando.
Le donne dei paesi - specialmente dopo i 30 - hanno la tendenza a guadagnare peso, perché restavano a casa, con poco movimento e molto cibo. Spiegando questo fenomeno, il prof. Budnik ha citato un anonimo aforista, "non fidarti delle persone che mangiano poco, perché queste persone sono gelose o di cattivo carattere, e l'astinenza è una caratteristica da asociale". "Persino Leon Potocki nelle sue memorie ammise che mangiare era l'attività più importante della vita civile. Così mangiavano, e aumentavano la dimensione dei loro corpi" - ha affermato il professore.
Di conseguenza, il numero di persone che erano sovrappeso e obese crebbe nella società polacca. Alla fine del diciannovesimo secolo e agli inizi del ventesimo più della metà di uomini e donne era in sovrappeso. Gli uomini del proletariato, malnutriti e che lavoravano duro erano i più bassi e magri. Le donne nei loro strati sociali erano in condizioni migliori. "Contrariamente alla credenza popolare sui contadini poveri - sembra che non andasse così male tra loro. Almeno in alcuni luoghi" - così il prof. Budnik.
Cosa si mangiava nel Regno di Polonia alla fine del diciannovesimo secolo? La gente di paese consumava un sacco di latte, burro, carne e uova. I contadini mangiavano legumi e patate.
La dott.ssa Barbara Kwiatkowska dal Dipartimento di Antropologia all'Università di Scienze Biologiche a Wrocław traccia i cambiamenti nella struttura del corpo umano in Polonia nell'ultimo millennio. Sulla base dei teschi e delle ossa degli antichi abitanti di Wrocław, valuta le condizioni in cui vivevano le persone nel Medio Evo. "Si tratta della risposta corporea a condizioni ambientali avverse - condizioni di vita difficili, fame, malattia, parassiti e malattie causate da questi. Il corpo in queste condizioni compie uno sforzo enorme, che lascia tracce sulle ossa, tracce che un antropologo può leggere" - ha spiegato la dott.ssa Kwiatkowska.
Indicazioni di pessime condizioni di vita comprendono i cambiamenti nello smalto e malattie dentarie, osteoporosi, stress muscoloscheletrico o cosiddette linee di Harris (tracce di inibizione della crescita sulle ossa, che rimangono dopo periodi di malnutrizione, ad esempio l'hungry gap - NdT: il periodo primaverile durante il quale nei climi britannici non c'è cibo vegetale). Un segnale importante è l'altezza del corpo e il dimorfismo sessuale, ad esempio la differenza di altezza tra donne e uomini.
La dott.ssa Kwiatkowska ha guardato tali cambiamenti sugli scheletri delle persone sepolte nei secoli XII-XVI in varie località nella Wrocław medievale. Le persone più povere erano sepolte nei sobborghi; le persone più ricche nelle parti centrali della città.
La loro situazione sociale lasciò tracce sugli scheletri. "Sul sito di Ołbin dai secoli dodicesimo e tredicesimo, dove le condizioni di vita erano molto buone - le vie si incrociavano e c'era un mercato - il dimorfismo sessuale raggiunse 11 cm! Sappiamo da fonti storiche che nello stesso periodo, gli abitanti della città di Wrocław che vivevano ai margini della città erano seppelliti nel cimitero della Piazza Dominikański. Il dimorfismo tra loro era inferiore, come nella Chiesa di S. Cristoforo, dove le persone del borgo e dei villaggi circostanti erano seppellite" - così ha affermato la dott.ssa Kwiatkowska.
 

Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.


Le inondazioni nei Paesi Bassi, tra guerre ed eventi naturali

9 - 10 Giugno 2015
Philip_II_of_Spain_berating_William_the_Silent_Prince_of_Orange_by_Cornelis_Kruseman
Secondo un nuovo studio, opera dell'olandese Adriaan M. de Kraker, un terzo delle inondazioni verificatesi nelle regioni sud occidentali dei Paesi Bassi, negli ultimi cinquecento anni, sarebbero state determinate dall'uomo.
Particolarmente rilevanti sarebbero, in tal senso, gli eventi bellici, sia per perseguire una strategia difensiva che offensiva. Si consideri ad esempio la Guerra degli Ottant'anni, anche nota come rivolta olandese. I ribelli olandesi, guidati da Guglielmo d'Orange, utilizzarono a loro vantaggio il paesaggio, cercando di sfruttare le inondazioni per liberare Bruges, Ghent e Anversa dal dominio spagnolo. Le inondazioni strategiche sono però ad alto rischio, e anche in quel caso vi furono innumerevoli danni. Durante la Seconda Guerra Mondiale, invece, tanto i Tedeschi (a fini difensivi) quanto gli Alleati (per velocizzare l'offensiva) utilizzarono le inondazioni come arma.
[Dall'Abstract: ] Questo studio guarda alle inondazioni negli ultimi 500 anni, nel Sud Ovest dei Paesi bassi, occupandosi del problema della tipologia di inondazioni verificatesi, e di quali abbiano cause principalmente naturali e quali invece siano indotte dall'uomo in modo predominante. Gli eventi sono classificati in due categorie principali: (a) inondazioni causate durante le onde di tempesta (NdT: storm surge nel testo) e (b) inondazioni avvenute durante periodi di guerra.  Da entrambe le categorie una selezione di eventi è stata presa in considerazione. Ogni evento è discusso in termini di collocazione temporale e geografica, ed estensione dell'area inondata, oltre che per le condizioni specifiche. [...] Le inondazioni durante il tempo di guerra sono rilevanti sia a fini di strategie offensive che difensive; lo studio dimostra che, anche se questi erano ovviamente determinati dall'azione umana, le caratteristiche naturali, che si tratti di acqua dolce o salata, giocarono un ruolo centrale anche in questi eventi. Le inondazioni verificatesi durante le onde di tempesta possono avere un'ovvia causa naturale, ma l'estensione dell'inondazione e i danni causati furono ampiamente determinati dall'uomo.
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Domenica a Palazzo Marino “Poesie di guerra” lette da Renato Sarti

Domenica a Palazzo Marino “Poesie di guerra” lette da Renato Sarti

Alle 10:30 ingresso gratuito in Aula consiliare per il nuovo appuntamento di “Area P”

Milano, 7 maggio 2015 – Domenica, 10 maggio, alle ore 10:30, torna la rassegna letteraria “Area P, Milano incontra la poesia”, promossa dal Comune. Palazzo Marino, si apre alla città per le “Poesie di guerra” lette da Renato Sarti, attore, drammaturgo e regista, animatore del Teatro della Cooperativa di Niguarda, dove sta per mettere in scena la pièce “Hermada”,  ispirata proprio alla prima guerra mondiale. Per i visitatori anche un’esposizione di quadri di Ugo Pierri.

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