L'ascesa del campione Francesco Battaglia

L'ascesa del campione di Francesco Battaglia, la fantasia è l'epica moderna.

Nel campo del fantastico l'Italia sta vivendo un vero rinascimento, anche per svincolare l'editoria attuale dal monopolio commerciale dell'emisfero anglosassone. Per questa ragione ClassiCult è orgogliosa di presentare un testo che si contraddistingue all'interno del panorama Sword & Sorcery, perché prende il meglio della tradizione classica e la innova con classe e verve, usando schemi più anticonvenzionali. Parlo del breve romanzo L'ascesa del Campione del giovane Francesco Battaglia, pubblicato nella collana Heroic Fantasy Italia da Delos Digital.

Battaglia - nome che è tutto un programma - ci catapulta nel mondo delle storie di Nigmàr, universo narrativo creato da lui stesso. Una trama classica che si erge su fondamenta atipiche, Bront è uno gnomo e deve lottare ardentemente per conquistarsi la carica (celebrativa, simbolica e di potere) di Campione e per spodestare l'attuale campione, Grost il Perfetto, conosciuto meglio come il vero tiranno della comunità gnomica.

Gli gnomi sono certamente tra le creature più usate nella novellistica fantastica, dai tales delle fantasticherie britanniche ai romanzi protofantasy ottocenteschi, per passare al ciclo di Dragonlance e affini. Ma gli gnomi citati sono creature rubiconde, dedite ai lavori manuali e alle canzoni, allo stretto rapporto osmotico con la natura e gli istinti; non sono creature bellicose, anzi sono molto timide e appartate.

Non nel mondo di Nigmàr di Francesco Battaglia, che manipola i tropi del fantastico e li edulcora con provata maestria, con l'ossatura del mito ellenico e romano. I paesaggi descritti, le sezioni dedicate ai combattimenti, infatti, sono un bel esempio di come scorci virgiliani e tolkieniani possano convivere; ma non per questo mancano l'irruenza e la testardaggine di eroi monolitici come La leggenda di Druss di David Gemmell, o altri di cimmera memoria come Conan di Robert E. Howard.

Siamo di fronte a un mix molto ben dosato di vicende avventurose, scontri epici e analisi psicologiche. Ho molto apprezzato l'intelaiatura psicologica dei personaggi di Francesco Battaglia, il quale non cade nel tranello del fantasy di serie B ma è grado di proiettare profondità in tutti i suoi attori narrativi, che non sono semplici ammassi di carne condannati alla mattanza. Seppur la trama sia abbastanza prevedibile, effetto ovviamente voluto dall'autore poiché ripercorre schemi archetipi già convalidati, l'ascesa dello gnomo Gront è ben architettata e compensa il finale telefonato con colpi di scena interni. Del resto trovo molto più interessante proporvi questa ricca chiacchierata con l'autore che si è evoluta in un vero approfondimento culturale che sottolinea le correnti telluriche del fantasy, non mera evasione ma indagine speculativa, antropologica e storica con il medium dell'immaginazione.

Francesco Battaglia

Il tuo romanzo breve, L'ascesa del campione, è  figlio  del fantasy classico,  ma allo stesso tempo è completamente innovativo perché va a ribaltare gli stilemi di un immaginario collettivo ben consolidato. Insomma, non mi aspettavo minimamente di trovare uno gnomo così combattivo, figlio diretto di la leggenda di Druss di Gemmell. Sono abituato a placide creature dalla fantasia cangiante o appassionate di artigianato! Parlaci di questa genesi atipica.

A costo di essere impopolare, credo che certe cose sia meglio dirle subito. Per me, il fantasy è Tolkien, e qualunque altra produzione dovrà giocoforza confrontarsi con lui, sia questo confronto pacifico o meno. Tolkien è stato il padre e tutti noialtri siamo i figli, nanerottoli dai piedi pelosi sulle spalle del gigante.

Personalmente, sia nella vita che nella scrittura, non sono mai stato un “figlio ribelle”. Con “papà Tolkien” ho sempre avuto un rapporto di ammirazione e rispetto affettuoso; non mi sono mai vergognato di dire in pubblico che gli voglio bene. Con il tempo ho esteso questo sentimento anche ai classici che ho avuto il piacere e l’onore di proporre a scuola.

Ma rispettare la tradizione – è bene ricordarlo – non significa lasciarsi soffocare dal suo abbraccio. Un figlio, per crescere, deve imparare a rapportarsi adeguatamente con i patres. Sapersi avvicinare e distaccarsene con uguale serenità. Dei classici, come i genitori, bisogna capire i tempi, le scelte e anche gli sbagli. Sono radice e lezione necessaria per ogni figlio che va in cerca della propria strada.

Il mio fantasy, in definitiva, insegue questa cerca e la traduce in un atto d’amore e sfida alla letteratura già fatta, già celebrata. Se la ribalta, non lo fa per sconfiggerla – quello è il desiderio degli adolescenti – ma per rinnovarla, cogliendola attraverso nuove angolazioni, sfaccettature e prospettive.

Il mondo di Nigmàr è il punto di raccordo di questo processo. Innovativo ma classico, culturale ma innato, è un crocevia di strade, mondi e modelli importanti. Da un lato l’Arcadia idealizzata dai Greci, i pascoli delle Bucoliche, la contea tolkieniana, la nekuya omerica e dantesca, l’apollineo e l’utopia platonica. Dall’altro i boschi tenebrosi e primitivi tipici delle iniziazioni arcaiche, e quell’altro lato della mitologia greca, il più taciuto ma autentico, che trabocca di selvaggio e irrazionale. La Riva arcana, con i suoi fauni (più simili ai satiri, in verità) e streghe, incarna perfettamente questo lato grezzo e dionisiaco che contraddistingue il mito e la fiaba e li rende, nel loro sostrato comune, fratello e sorella.

Lo stesso Bront, lo gnomo protagonista del romanzo, combattivo e tormentato, rivendica la sua autoaffermazione in una riscoperta incessante, dolorosa, di radici e fato personale. Il pastore diventa guerriero, è vero, ma solo per riscoprirsi, alla fine di tutto, pastore di guerrieri e in pace con i suoi patres e i suoi demoni.
L’ascesa del Campione è la storia di una foresta che diventa città, ma anche di una città che ritorna foresta, e in questo ritorno si salva. Lo stesso Bront, a uno sguardo attento, si rivela a sua volta un insospettabile contenitore di suggestioni contraddittorie ma in fondo armoniose in cui convergono il mondo hobbit, nanico, biblico, mitologico, fiabesco, storico e preistorico. Anche umano, poiché profondamente umane sono le forze, le ragioni e i sentimenti che muovono il protagonista. Ma il mondo di Nigmàr non è di questo mondo, non è di questi uomini. Piuttosto, è il mondo verso cui tutti gli uomini potrebbero tendere, io autore per primo, in cerca di rifugio, destino o consolazione. E vi assicuro che qualcuno di loro, in futuro, ci arriverà.

Pur essendo un discendente dello sword and sorcery classicheggiante, il tuo Bront non eredita la "debole" caratterizzazione di alcuni personaggi fantasy del secolo scorso, in particolare del ventennio '60 - '80, con gli imitatori di Conan il Barbaro e con il proliferare del fantastico da tavolino: ovvero i romanzi marchiati Dungeons & Dragons. Ecco, ho apprezzato moltissimo che Bront non è solo un eroe, ma è anche umano (per non dire gnomico), con le sue paure, idiosincrasie e debolezze. Non è nato leggenda ma si autodetermina. E per questo il tuo lavoro è molto più vicino al "mito", alla tradizione poetica scaldica e  perché no, mediterranea. Si lega al concetto antropologico del rito di passaggio, il tuo eroe come i grandi delle ballate poetiche deve superare diverse prove soffrendo realmente. Spiegaci la tua visione del dolore come maestro di vita.

Quando scrivo, cerco sempre di conferire ai miei personaggi una caratterizzazione psicologica profonda e intensa. Mi piace pensare che ogni grande eroe (o anti-eroe) non nasca tale, ma lo diventi passando attraverso tensioni e sentimenti sovraumani. Il dolore è il maestro che manda in pezzi l’equilibrio interno del personaggio (homo fictus) e lo ricrea, producendo in lui fratture insanabili e semi di grandezza.

L’energia primitiva liberata durante questo processo, sintesi ineffabile di tragedia e bellezza, fuoriesce all’esterno e si traduce nell’azione eroica. Proprio per questo ritengo che epica esteriore e psiche interiore non si escludano ma siano l’una il riflesso dell’altra. Le numerose scene oniriche e tribali a cui ricorro spesso evidenziano il groviglio inestricabile tra inconscio e realtà. Ugualmente inestricabili appaiono i concetti di libero arbitrio e destino, con cui non solo ogni eroe, ma ogni uomo deve, prima o poi, fare i conti.

Ascendere a Campione, per Bront, significa spezzare le proprie catene ma anche adempiere al suo fato. Autodistruggersi infinite volte e ricostruirsi altrettante, in una sintesi matura (non priva di ombre) tra Foresta e Città. Sopravvivere a questa iniziazione – quante ne sapevano i Greci! – è farsi exemplum. Un Campione, appunto! Qualcuno che ha vissuto sulla propria pelle l’estremo e ce lo mostra aprendoci un varco, fittizio ma autentico, verso esperienze conoscitive, emotive o di svago altrimenti fuori dalla nostra portata.

Sparsi per il romanzo ci sono altri richiami alla cultura classica, al folklore e ovviamente al fantastico; spesso ho notato un attento studio della materia. Ti piacerebbe dirci quali sono i tuoi modelli  di scrittura e soprattutto gli archetipi narrativi che cerchi di restituire nel racconto?

Per quanto riguarda i classici antichi, attingo a piene mani dall’epica classica, soprattutto quella omerica. Ammiro i sentimenti di grandezza che a distanza di tante epoche riesce ancora a suscitare nei lettori; la visività possente e il linguaggio vibrante, ricco di formule e sentenze definitive, che come un’asta di bronzo ti trafiggono il cuore e ci restano. Attingo a Virgilio, maestro di bellezza nelle Bucoliche, di cui i pascoli di Nigmàr sono un riflesso.

Tra i medievali prediligo Dante, di cui non sono degno di parlare, e il poema Beowulf, che mi conduce a Tolkien. Tra i suoi capolavori, quello che sento più mio è Il Silmarillion, suo “dono postumo”, in cui cosmogonia ed eroismo tragico generano e innervano il Fantasy. Leggo e rileggo i Poemi conviali di Giovanni Pascoli e i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, straordinarie rivisitazioni oniriche, commosse e spietate del mito. Anche il mio Fantasy è un ritorno alle origini. È scavare oggi i miti di ieri e scoprire se hanno ancora senso.

Se lo studio della parola, l’eroismo narrato e la musicalità possono conquistarci ancora. Perché se è vero che gli archetipi narrativi sapranno sempre chi siamo, è altrettanto vero che sta a noi sfidarli ponendo loro le domande giuste.

Nel caso del Campione, sicuramente ci sono strutture interne tipiche della fiaba e del romanzo di formazione (il pastore che diventa principe, il bosco come luogo di smarrimento e crescita, la strega e il vecchio come figure sapienziali); epiche (l’eroe che compie il suo fato e matura attraverso il dolore e la perdita, attraversamento degli inferi, forgiatura di armi straordinarie, antagonista invincibile) a cui ho aggiunto volutamente, come asse strutturale portante, il tema narrativo della “black-list”, cioè la scalata graduale di Bront attraverso una serie di scontri minori, a difficoltà crescente, che culminano nel duello finale con Grost il Perfetto, che si è nel frattempo caricato di pathos e significati ulteriori. Poiché il rischio maggiore era la prevedibilità, ho utilizzato tale meccanismo liberamente, in maniera plastica e tutt’altro che costrittiva; ho seminato indizi e suggestioni attraverso le scene oniriche e spinto al massimo con una scrittura tagliente, “assoluta” e capace di inchiodare il lettore.

ascesa del campione Battaglia L'ascesa del campione Francesco Battaglia
La copertina del romanzo breve L'ascesa del campione di Francesco Battaglia, pubblicato da Delos Digital nella collana Heroic Fantasy Italia, con copertina di Gino Carosini, illustrazioni interne di Anna Schillirò e Piero Rotelli; a cura di Alessandro Iascy e Giorgio Smojver


nascita dei Teogonia

Teogonia della fantascienza: “La nascita degli dei”

Sembra ambizioso quanto profano metabolizzare la fantascienza con la lente d'ingrandimento della letteratura classica: colpa della cesura tra la letteratura “alta” e quella volta (secondo i critici) ad intrattenere, cesura che si è sempre rafforzata grazie all'inasprimento delle sfere accademiche scientifiche e quelle umanistiche; come se pragmatismo e romanticismo fossero inconciliabili.

Per fortuna autori dalla scrittura ispiratissima hanno mescolato i tropi del classicismo con le loro epopee SF (science fiction), come nel caso di Frank Herbert, ovvero il padre della fortunatissima e immortale saga di Dune. Dune è una colossale macchina di recezione culturale, al suo interno si mescolano diverse sfumature antropologiche e sociali, potremmo sintetizzare alcune evidenti “ispirazioni” di Herbert, come il messianismo islamico, i movimenti hippie degli anni '60 con l'abuso di sostanze stupefacenti, l'allarmismo (giustificato) di derivazione ecologica, il medievalismo (un revival feudale in una space opera per intenderci) e una inaspettata rievocazione della grande tragedia greca. Infatti, come ha giustamente sottolineato Brett M. Rogers in Dune c'è una vera riproposizione dell'Oresteia di Eschilo, se non un vero tributo alla classicità ellenica tramite l'uso di “nomi parlanti” come i patronomici dei protagonisti “Atreides”. Altri critici hanno sottolineato la natura ibrida di Dune, ovvero un romanzo legato alla tragedia greca ma che trasuda la stessa epica dei poemi omerici, Herbert quindi oltre alla drammatizzazione pone al suo fruitore un esempio di “mythmaking”, ovvero una creazione del mito e dell'eroe.

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Nathalie Henneberg, fotografia opera di ignoto (risalente approssimativamente agli anni '30)

Invero il romanzo di cui voglio trattare, “La nascita degli dei”, è ancora più insidioso e sfuggente rispetto al “fratellino” Dune. Seppur il romanzo dei coniugi Henneberg (pseudonimo della coppia Karl Zu Irmlshaussen e Nathalie Novokovsky) presenti i topoi dell'epica classica è molto più affine a un testo arduo da tradurre in romanzo, la “Teogonia” di Esiodo. “La nascita degli dei” è il primo romanzo degli Henneberg e nasce nel solco della seconda guerra mondiale, in una Francia stremata dal trauma nazista e sorretta da intellettuali come Sartre, Camus e Bergier. Quest'ultimo presentò il testo all'editore Martel che non appoggiò la pubblicazione, vedendo nel romanzo troppi elementi bizzarri e innovativi. La svolta editoriale avvenne quando il romanzo, revisionato ed editato da Bergier, venne sottoposto alla giura del premio letterario delle Editions Métal e si aggiudicò il primo posto, scalzando altri titoli molto meritevoli come “L'uomo questa malattia” di Yelnick e “L'esilio su Andromeda” di Long.

Una volta dato alle stampe la “Naissance des dieux” divenne un fenomeno culturale che spaccò la critica in due, per molti un capolavoro letterario unico e visionario, per altri un guazzabuglio confusionario troppo lontano dalla letteratura “distopica” francese e dalle tinte sociali.

La verità, come sempre, è nel mezzo. Il romanzo degli Henneberg fu qualcosa di inspiegabile, ammantato da una prosa sofisticata e ispirata era davvero inedito e potente, ma presentava evidenti difetti di lettura. La narrazione non sempre è lineare e scorrevole ma si tuffa in un magma prosaico sempre di più difficile codificazione, disorientando il lettore con le sue incoerenze di trama e i flussi di coscienza caotici. In realtà ho amato perdermi nei vortici narrativi degli scrittori francesi, un po' come un satiro che si perde nel bosco e noncurante del tragitto rimane ammaliato dalle meraviglie che incontra tra gli alberi e i cespugli.

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Foto di Arek Socha da Pixabay 

La Terra è sotto attacco e probabilmente l'umanità tutta sta per estinguersi per mano degli ordigni del Nemico, soltanto tre uomini riescono a lasciare il suolo natio grazie a un'oscura navicella: Sabelius il tecnocrate, Morgan l'astronauta e l'animoso poeta Gaz. Gli esuli raggiungono un altro pianeta, che chiamano Gea, e appaiono sconvolti, infatti Gea sembra un pianeta congelato nel “quinto giorno della creazione” biblica, ovvero soltanto le acque e la flora ricoprono il suolo del pianeta alieno che non sembra ospitare nessuna forma di vita. Gea inoltre sembra ricoperta da una nebbia misteriosa e “viva” che in qualche modo riesce a comunicare, in maniera sottile, con i tre uomini terrestri. Inizia così un sodalizio alieno tra uomo e nebbia, tra un ente razionale come l'essere terrestre del futuro e la materia insondabile del cosmo; presente ma imperscrutabile verità che risponde agli stimoli degli uomini ma di cui respinge i veri interrogativi. Poi appaiono le prime creature, all'inizio classiche e somiglianti alla fauna del pianeta Terra, poi sempre più bizzarre, nate dalla fantasia grottesca di un dio schizofrenico. Gea si anima di vita, vita intessuta ovviamente dai pensieri degli uomini-dei che comunicano con la matrice-creatrice della nebbia, loro sposa divina che plasma i sogni e le paure degli uomini in realtà tangibili.

L'uomo, nella sfera mitica, ha sempre fatto una scalata verso un miglioramento. Nel mondo greco tale salto in avanti si attua grazie alla ribellione di Prometeo, nella narrazione biblica si compie con la cacciata dal paradiso e con la costruzione della civiltà umana tramite il sudore e il dolore. Ora gli uomini non devono rubare il fuoco o arare la terra, sono molto più forti di Prometeo e Adamo, sono demiurghi del loro stesso mondo. Sono anche archetipi, il tecnocrate è la manifestazione del progresso tecno-materiale, l'astronauta è il guerriero avventuriero, colui che difende la comunità, il poeta Gaz è la traduzione futuristica degli istinti panici e satireschi, un attore priapesco del più primordiale degli istinti sessuali. Sua è la mente fantasiosa che partorisce creature simili ad incubi di carne e ossa.

Non è un caso che gli stessi dei ellenici nacquero da Gaia, come canta Esiodo, e da Urano “stellato” (figlio egli stesso di Gea), due divinità fecondatrici. Gli Henneberg, legatissimi alla classicità, proiettano i loro protagonisti su una nuova Gea che ospita un cielo nebbioso ed etereo, un secondo Urano. Ben prima della creazione esiodea-henneberghiana fu il caos a serpeggiare negli interrogativi della creazione, per esempio la guerra planetaria che costò la Terra agli esuli e alla confusione pre-olimpica in Grecia.

I tre uomini-dei ovviamente capirono il nesso tra il loro pensiero e la volontà creatrice della nebbia e così iniziarono ad usare il fenomeno a loro vantaggio, apparvero le prime comunità di umani, primitivi e bestiali (da istruire e comandare) mentre la mente di Gaz portava alla vita sempre più mostri simili ad orrori degni di Bosch.

Pierre-Paul Prud'hon, La Justice et la Vengeance divine poursuivant le Crime, olio su tela (244 x 294 cm), Musée du Louvre, Parigi; foto Web Gallery of Art

Nella Teogonia di Esiodo nasce Nemesi, la sciagura degli uomini mortali, de facto così accorrono su Gea i predatori carnivori da usare contro i placidi umanoidi fedeli agli altri uomini più razionali. Gaz è un nuovo Dioniso e allo stesso tempo la porta del Tartaro, lui è potenza creatrice e distruttrice, la sua poesia nichilista si concretizza nel matrimonio del cielo e dell'inferno, di blakiana memoria.

Il romanzo ovviamente giunge ad un punto dove la ratio deve battere la potenza impulsiva-primordiale della poesia maledetta di Gaz, un nuova scalata verso l'Olimpo per regnare su Gea. I parallelismi con il mito greco sono tanti, densi ed evocativi. Non è un caso che Nathalie Novokovsky sia così legata alla cultura greca, le sue origini sono intrecciate profondamente con quella oscura e antica Colchide patria di Medea, poiché nata nel Caucaso. Terra mitica e culla di leggende. Allo stesso modo nel romanzo sentiamo i sortilegi di una Medea-Nebbia controllare le azioni degli uomini, il fato di questi piccoli “dei” che non riescono a reggere il potere. Poi arrivano delle strane lucertole, e tutte le nostre certezze vanno alla malora.

Queste lucertole senzienti e capaci di dialogare sono i discendenti degli esseri umani, Gea non è Gea, ma la Terra. I tre esuli non si sono mossi di un millimetro nello spazio ma solo nel tempo e stanno assistendo a un nuovo ciclo evoluzionistico della Terra. Quelle lucertole verdognole sono le audaci testimoni di eventi cataclismatici e apocalittici, figlie delle armi radioattive e di una evoluzione coatta che le ha plasmate in maniera tale da sopravvivere ai nefasti avvenimenti del “passato-futuro”. Se nell'opus di Weird Tales, celebre rivista pulp di opere fantastiche e non, autori come Howard, Lovecraft e Smith videro sempre nel passato umano un'antichissima razza di rettiliani gli Henneberg ribaltano il tropo e trasformano l'umanità stessa in una razza lovecraftiana.

Frederick Sandys, Medea, Google Cultural Institute

Come Medea la fantasia di Novokovsky è incontrollabile e non riusciamo a comprendere tanti “perché”, ma non importa perché riusciamo ad assaporare una profezia del nostro futuro mascherata da mito greco ed è sicuramente un traguardo eccezionale della scrittrice franco-caucasica (mi soffermo molto su di lei perché il marito ha sempre ricoperto un ruolo “secondario” nella stesura dei romanzi). L'ibridazione fantascientifica-mitologica è riuscita in una maniera così forte e pregnante che ci catapulta realmente in una Gea “aliena” e ammantata dal fantastico, che ingenuamente non riconosciamo come la nostra Terra perché rinneghiamo (a torto) la stupidità umana come prima nemesi dell'umanità stessa. Così seppur con una narrazione visionaria, simbolica, archetipica e onirica la fantascienza degli Henneberg non si allontana dalla sofisticata letteratura francese di natura sociale, soprattutto da quel sentimento del dopo-bomba che dilaga in tutti gli scritti degli intellettuali europei (e anche giapponesi!). “La nascita degli dei” perciò non merita assolutamente l'etichetta, sempre scomoda, di mera letteratura di intrattenimento perché risplende come una profezia antica per il nostro futuro, perfettamente allineata con i progetti di rinascita e di ricostruzione di una Gea-Terra dopo la catastrofe bellica.

Allo stesso modo il poeta-tiranno Gaz è un termine di paragone mitologico-futuristico dei totalitarismi della seconda guerra mondiale, non uomo razionale spinto verso la creazione di una nuova Gea ma attore nichilistico di una “cangiante” distruzione volta solo a far ricordare il “distruttore”. Ovviamente lascio al lettore con chi paragonare Gaz.

Perciò gli Henneberg sono i fautori di una Teogonia della fantascienza, costruita con la bellezza esiodea e gli insegnamenti di un futuro primordiale.

nascita dei Teogonia
La Nebulosa di Orione. Foto di WikiImages da Pixabay