Cesare Pavese e quel suo sogno di America

Cesare Pavese e quel suo sogno di America

Parlare di Cesare Pavese significa raccontare l’America. Non l’America reale, della metà del ‘900, ma un’America presunta, trasognata, elaborata attraverso la letteratura. Perché questo grande scrittore, letterato, traduttore, quella sua cara America non l’aveva mai vista se non tra le pagine dei libri che leggeva, se non attraverso i personaggi della grande letteratura americana di quel periodo. Le ragioni di quest’amore possono essere innumerevoli, ma tra tutte una può essere considerata determinante. Pavese sente il bisogno di un processo inverso a quello che si era verificato nel 1492, una sorta di scoperta al contrario, un’invasione culturale che risvegli e risani l’Italia.

Certamente è un amore anticonvenzionale, ma che anticipa una moda che si svilupperà dopo in Italia, che si ritroverà conquistata da ogni aspetto della vita americana. Sul fronte letterario, questo amore per la prosa e la poesia d’oltre oceano si deve alla scrittrice e traduttrice Fernanda Pivano. In particolar modo alla sua traduzione fortunatissimi dell’Antologia di Spoon River. Non una moda solo letteraria, ma un’influenza a tutto tondo che porterà molti scrittori a seguire a ruota Pavese e la moda americana. Nella letteratura, gli intellettuali italiani cercheranno un modo per sfuggire ai tempi correnti, al fascismo, a quegli anni particolarmente opprimenti, e Pavese è stato il primo, colui che ha previsto il grande fascino che avrebbe suscitato l’America in Italia. E questa “fame d’America” viene canzonata in un grande film italiano degli anni 50, dove vediamo una delle più iconiche apparizioni di Alberto Sordi, nei panni di un italiano innamoratissimo dell’America. Si parla, naturalmente, di Un americano a Roma diretto da Stefano Vanzina nel 1954.

Quello che Pavese ricerca non è un modello reale, esistente, ma un modello letterario, ricavato dai testi e dagli autori che lui tanto ama, sin da quando era solo un liceale. L’America che idolatra e insegue è «pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente». Un miraggio, un sogno intonso che vorrebbe poter vivere. E ai giovani americani invidia quell’eterno vagabondare e perdersi nelle strade, la fame di libertà di «un’allegra razza di giovani paria cenciosi che girano senza motivo da stato a stato, da regione a regione, in preda alla febbre della strada», come scriverà ne La letteratura Americana e altri saggi.

Cesare Pavese America
Cesare Pavese. Foto di ignoto, in pubblico dominio

Pavese è affascinato da questa tipologia di giovane vagabondo (tramp), che infiamma la letteratura americana, suo indiscusso protagonista. Beve, fuma, lavora dove gli capita, con l’unico scopo di guadagnare il minimo che gli occorre per vivere e stare al mondo, per continuate quella vita che si dipana nel racconto. Non sa bene dove stia andando e non ricorda dove sia stato; di quello che ha visto gli resta solo una manciata di emozioni contrapposte e uno spietato bisogno di vita, di evasione dalla routine quotidiana. Gira sui treni merci o con l’autostop, altrimenti a piedi inforca i sentieri nebulosi delle strade, facendo del cammino il suo stesso esistere. È proprio questo ad affascinare Pavese, questo vagabondare dell’uomo, questa fame di vita che è un po’ anche la sua, finché le tante delusioni non lo porteranno a rinunciare a quella vita che lui così spesso ha affermato di amare ne Il mestiere di vivere.

Traduce Sinclair Levis, Sherwood Anderson e quell’indiscusso capolavoro di Herman Melville, che è Moby Dick, realizza una traduzione così bella da essere considerata da molti critici addirittura meglio dell’originale. Ne coglie tutta la novità stilistica, concettuale, narrativa e auspica un presente ove gli intellettuali italiani e le loro invecchiate scritture prendano spunto dagli scrittori americani, nelle trame ma soprattutto nello stile. Perfino di Arrowsmith Lewis, Pavese non potrà che parlare bene: «mal fatto, tirato giù, privo di costruzione» ma «di quelli che si leggono d’un fiato, cui si torna a pensare avidamente per l’abbondanza pletorica di vita che li informa». Ed è proprio la vitalità della letteratura quella a cui aspira Pavese e quella di cui necessiterebbe l’Italia. In queste storie, questo grande scrittore vede il «bisogno storico» della sua penisola.

Così scrive ne La letteratura americana e altri saggi: «questi americani hanno inventato un nuovo modo di bere. Parlo, s’intende, di un modo letterario. Un personaggio, a un certo punto di un romanzo, pianta tutto: belle maniere, lavoro – famiglia, quando l’abbia – e solo, o in compagnia di un amico del cuore, scompare qualche tempo per la solita spedizione: he has gone on the grand sneak, si è buttato alla gran fuga. Talvolta l’assenza dura giornate. La condotta del ribelle, nel frattempo, è molto semplice: da un baccano di canzoni e di bei motti, a un muso angosciato e meditante. Alla fine, il personaggio torna a posto nella vita. È un po’ abbacchiato e smorto, ma ha una nuova coscienza di se stesso: la macchina della civiltà non lo possiede interamente, la vita è ancora degna».

America Cesare Pavese La letteratura americana e altri saggi Einaudi
La copertina (1990) del volume di Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Gli struzzi. Fu pubblicato per la prima volta nel 1951, postumo, con prefazione di Italo Calvino

Cesare Pavese si chiude in questo mondo fittizio, in questo sogno che è l’America, per fuggire al reale, alla realtà di ogni giorno, al pallido colore della sua terra, che ha ormai perso quel primitivismo, quella spontaneità così forte nella letteratura americana, che la civiltà ha contribuito a far perdere per sempre. Quello di cui Pavese si rende conto è che queste avventure di cui legge gli scrittori le hanno vissute. Forse, si dovrebbe abbandonare il confortevole nido e gettarsi nel mare delle avventure? Forse è questo il solo modo per sfuggire al «male della civiltà»? Herman Melville, riflette Pavese, ha vissuto avventure reali e, così, non solo ha scritto della grande letteratura, ma ha trovato l’equilibrio nella vita reale.

Pavese è affascinato da questi cercatori di libertà, che hanno ancora modo di forgiare il loro paese, la loro America. Fanno un’antiletteratura e raccontano viaggi, sport, cinema, tutto col sottofondo del jazz. Un mondo barbaro, primitivo, cui si dovrebbe tornare per poter essere liberi, felici, curando l’anima decadente che ogni italiano (ed europeo) serba in sé. Una fuga per riappropriarsi della vita persa, senza essere schiacciati sotto il peso della civiltà. Questo vede Cesare Pavese attraverso quelle lenti distorte della letteratura.
Un sogno che chiama ‘America’.

Questo vede Cesare Pavese attraverso quelle lenti distorte della letteratura: un sogno che chiama America. Foto di 12019

 

Riferimenti bibliografici:

Lajolo Davide, Il «vizio assurdo». Storia di Cesare Pavese, postfazione di A. Bajani, Classics minimum fax, Roma 2020;

Pavese C., La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1951;

Pavese C., Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, a cura di M. Guglielminetti e L. Nay, introduzione di C. Segre, Einaudi, Torino 2014;

Pavese C., La scoperta dell’America, prefazione di E. Ferrero, a cura di D. Pontuale, Nutrimenti, Roma 2020.


Ho cercato me stesso: riflessioni sull'ultimo Cesare Pavese

«HO CERCATO ME STESSO»: RIFLESSIONI SULL'ULTIMO CESARE PAVESE

«L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia»

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

Questa la premonizione in chiave letteraria di quello che sarebbe stato l’ultimo tragico e doloroso grido di disperazione che Cesare Pavese, tra i più acuti, lungimiranti e complessi scrittori del ventesimo secolo, emise prima di porre prematuramente fine alla sua vita, il 26 agosto 1950, in una cupa e tetra camera d’albergo. Un’epigrafe sentenziosa, il desiderio di increspare la superficie dell’Essere, con un’onda di vigore intellettuale e filosofico destinato a non rimanere insignificante e fugace.

Le Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Francesca Cappa, CC BY 2.0

Con un ingente quantitativo di sonniferi, Pavese ha definitivamente messo a tacere i propri fantasmi, ha cessato di assaporare, in ogni sua forma, la noia e il tedio, protagonisti indiscussi della sua intera esistenza e che, come ha sempre affermato lo stesso scrittore, lo segnarono per una sorta di preistoria umana e letteraria. Uno spleen atavico, tipicamente decadente, incornicia ogni sua opera, rendendola irresistibilmente affascinante. Tale aura di mestizia, suggestiva e commovente, si accompagna all’incessante desiderio di far affiorare i segreti più reconditi del proprio io, segnato da contorte vicende biografiche, attraverso l’analisi sofferta di un profondo vuoto esistenziale, che trova espressione nella psicologia tormentata dei protagonisti dei suoi romanzi. Nondimeno, Pavese, sempre saldamente ancorato ai ricordi della prima infanzia, riempie le sue pagine di amene descrizioni paesaggistiche, delineando perfettamente i dolci profili delle colline piemontesi e vagheggiando le vaste distese delle Langhe, oggetto di una rappresentazione selvaggia, chiusa in una sfera mitica, in cui gli istinti più elementari si scatenano senza freni inibitori. Lo scrittore, già dal romanzo d’esordio, Paesi tuoi, si dimostra un appassionato studioso di etnologia e antropologia culturale, analizzando la realtà contadina come depositaria di miti e riti arcaici, rimanendo stregato da un’atmosfera magica, popolata da presenze inquietanti e misteriose. Proprio come Beppe Fenoglio, Cesare Pavese attua una efficace e drammatica commistione fra la ruralità dei villaggi delle Langhe e la tragicità della violenza storica, che irrompe prepotentemente in un ambiente fino a quel momento risparmiato dal vorace progressismo caotico della realtà cittadina.

Le vicende relative agli sviluppi del secondo conflitto mondiale e ai risvolti umani ed esistenziali che esse ebbero nella popolazione della penisola italica trovano un doloroso riscontro nelle opere di Pavese. A tal proposito, particolarmente illuminante è l’esempio offerto dall’indiscusso capolavoro dello scrittore, La casa in collina.

La vicenda di Corrado, protagonista del romanzo, trova scopertamente il suo corrispettivo nella biografia e nella crisi esistenziale di Pavese. Il personaggio (alter ego dello scrittore), professore torinese, per sfuggire ai bombardamenti aerei che terrorizzano la città, decide di rifugiarsi in collina, trovando ospitalità presso Elvira e sua madre. Corrado, pur dimostrando una brillante intelligenza, unita ad una profonda sensibilità, affronta gli eventi del suo presente in maniera apatica, rasentando, in apparenza, una lucida e cinica indifferenza. In un certo qual modo, si può dire che il suo atteggiamento coincida con l’apatia e l’ostentata impassibilità dei personaggi moraviani, pervasi dalla medesima opprimente coltre di passività, disincanto ed insensibilità.

Cesare Pavese
Cesare Pavese. Foto in pubblico dominio

Pavese, pur essendosi sempre dimostrato un fervente antifascista, arrivando perfino ad essere confinato a Brancaleone in virtù della sua compromettente vicinanza a Leone Ginzburg, dopo l’8 settembre 1943, non aderì comunque alla lotta partigiana, preferendo rifugiarsi nel Monferrato. L’autore, d’altronde, maturò un profondo disagio esistenziale a seguito di tale posizione defilata dagli sconvolgimenti storici del suo tempo: non riuscendo a perdonarsi quella che si profilò per lui come una colpa irredimibile, fu preso, nel dopoguerra, da un rimorso straziante che trasfigurò sul piano letterario, materializzandolo nella figura di Anguilla, protagonista de La luna e i falò, scritto pochi mesi prima del suicidio.

È fin troppo evidente l’impossibilità per Pavese di convivere con un rimpianto spiazzante, derivato dal successivo ripudio di quello che percepiva come un colpevole atteggiamento contemplativo e abulico in un drammatico frangente storico, in cui la scelta, invece, avrebbe assunto quasi una valenza di salvifica necessità. Mai come in quel particolare momento, infatti, si rivelava indispensabile sottoporre ad un giudizio implacabile e senza possibilità di atteggiamenti ambigui la propria coscienza, scegliendo tra il morire per la libertà e il continuare a vivere nell’oppressione. Corrado, come d’altronde lo stesso Pavese, non è stato in grado di scegliere la militanza attiva e decide pertanto di ritornare nella sua casa in collina e cristallizzarsi in quella zona grigia, individuata da Renzo De Felice e che, in seguito all’armistizio di Cassibile, nell’Italia occupata dai nazifascisti, avrebbe costituito un limbo di amare incertezze per migliaia di persone.

Il professore torinese appare totalmente alienato dal fluire della Storia, incapace di agire; in seguito alla perquisizione nell’osteria di cui anch’egli è assiduo frequentatore, Cate, da lui amata in gioventù e lasciata per paura delle responsabilità, viene arrestata con altri compagni di lotta. Il figlio della donna, Dino, riesce a salvarsi, ma è deciso ad unirsi ai partigiani. Corrado, a questo punto, è afflitto da una tremenda crisi esistenziale, che lo porta a scandagliare impietosamente la propria coscienza, senza tuttavia riuscire a trovare alcuna possibilità di pacificazione interiore. Tale condizione psicologica di immobilizzante disperazione, del resto, non è altro che il prodotto del presente storico, dilaniato da orrori quasi inenarrabili a cui, però, Pavese sente il bisogno insopprimibile di dare voce nella propria produzione narrativa.

Il dramma della guerra e, più nello specifico, della guerra civile combattutasi fra repubblichini e partigiani, viene descritto in tutta la sua abominevole disumanità da un intellettuale che, in modo superficiale e pressappochista, è stato accusato di vigliaccheria e che, invece, si è dimostrato un acuto osservatore del reale, capace di denunciare le brutalità del suo tempo con sconvolgente sincerità, senza remore ed infingimenti. Emblematiche, ne La luna e i falò, le parole di Nuto e il racconto del vituperevole destino toccato a Santina, il cui corpo era stato dilaniato da un’insensata furia omicida e dato alle fiamme.

Nella pagine conclusive de La casa in collina, invece, Pavese insiste sull’assurda irrazionalità della guerra che, come affermato dallo stesso Marziano Guglielminetti, mette a nudo l'impotenza dell'uomo:

«Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso».

Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Gmarino49, CC BY-SA 4.0

Palpita, in Pavese, l’ardente bisogno di restituire il significato sacrale alla vita umana, di incitare ed esortare al recupero di una dignità perduta a causa dell’insensata violenza della tragedia storica.

Nel suo diario, Il mestiere di vivere, qualche giorno prima della sua fine drammatica, lasciò scritto: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. Ho cercato me stesso». Pavese ha interrogato le zone più oscure ed inquietanti della propria psiche, psicoanalizzato paure e rimorsi e, in tal modo, ha permesso ai posteri di penetrare nei meandri di un oscuro passato storico, ancora pullulante di incongruenze e misteri irrisolti.