Thòdoros Kallifatidis Timandra

Timandra di Thòdoros Kallifatidis | Colei che onora l’uomo

Thòdoros Kallifatidis, Timandra, Crocetti (2021) - recensione

Quello editoriale è un sistema imperfetto. I libri del passato ci raggiungono come fossero luce del presente, esattamente come succede ai nostri occhi di cogliere la luce di stelle già spente; mentre i libri del presente – quelli scritti oggi o che si stanno ancora scrivendo – ci raggiungeranno tra chissà quanti anni-luce. I libri, nati dalla lunga trafila editoriale, sono questo: luce di stelle già spente ma che continua a splendere e, a volte, riesce anche a illuminare il presente. Penso questo quando noto che l’edizione originale di Timandra di Thòdoros Kallifatidis (Crocetti Editore, 2021) è datata 1988. Oggi il romanzo torna nelle librerie con una nuova veste grafica e con la traduzione di Nicola Crocetti, che già aveva portato l’opera in Italia nel 2002.

Qualcosa ci raggiunge per mezzo dei canali cui abbiamo accesso, ma quanto altro ancora ci rimane velato, inaccessibile, tarda centinaia di anni o resta nascosto per sempre. L’ossessione del lettore – un lettore che potrebbe essere uscito dalla Notte d’inverno di Calvino – è il libro perfetto e inaccessibile: una parola che potrebbe illuminarlo e sciogliere i suoi drammi e che gli si nega a causa di fattori esterni. Il libro che attende da sempre è perso nel passato e irrecuperabile, esaurito in tutti i magazzini, irreperibile negli archivi bibliotecari, è un libro mai pubblicato, oppure si tratta delle bozze perdute dell’ultimo libro di quel famoso autore… o ancora, è il libro scritto da un uomo mai nato.

In mezzo a tutto ciò, a metà tra il libro mai scritto e necessario e le miriadi di libri inessenziali che riempiono gli scaffali delle librerie, si colloca Timandra, il romanzo del poliedrico Thodoros Kallifatidis – greco emigrato in Svezia dagli anni Sessanta – che torna nelle librerie italiane a trentatre anni dalla sua prima uscita.

Thòdoros Kallifatidis Timandra
Timandra, romanzo di Thòdoros Kallifatidis, pubblicato da Crocetti Editore (2021) nella collana Mediterranea. Foto di Sofia Fiorini

Un’altra versione della storia?  

In quello che viene presentato come il suo romanzo più famoso, Kallifatidis dà voce alla leggendaria etera del V secolo a.C. che fu amante di Alcibiade e che da lui ebbe una figlia, Laide, la più bella cortigiana del tempo. Il racconto di Timandra è un flusso ininterrotto che ripercorre in un lungo flashback le vicende della sua vita, dalla sua infanzia fino alla morte di Alcibiade. Il ritmo dei racconti del passato è scandito da un ritornello frequente –  che recita “nella semplice casetta di campagna in Frigia” –  il quale fornisce un’indicazione sul presente di Timandra, collocandola nel tempo e nello spazio. Il suo racconto, infatti, inizia proprio dalla sua ultima notte con Alcibiade, la notte che l’avrebbe condotto al giorno della sua morte. Proprio in quella casa della Frigia, Alcibiade, in viaggio diretto verso il re Artaserse II, sarà ucciso dai sicari di Farnabazo.

Nelle vicende, il cui sfondo storico è la guerra tra Atene e Sparta, compaiono i grandi eventi militari, così come trovano posto le grandi personalità dell’epoca, da Socrate a Platone. Ma il cuore pulsante del racconto di Timandra, il vero centro intorno a cui tutto gira, è Alcibiade. Oltre ai fatti storici più noti che lo riguardano – la spedizione in Sicilia e lo scandalo delle erme, il massacro di Melo, la guerra contro Sparta – la narrazione di Timandra restituisce i retroscena privati del grande condottiero ateniese. Ma si tratta davvero di un’altra versione della storia? Quella che non ci è mai stata raccontata? Si tratta davvero di un’altra versione, un altro sguardo, un’altra filosofia dei fatti? Oppure si tratta soltanto di una variante inedita di un racconto e di una storia che sono sempre gli stessi?

Thòdoros Kallifatidis Timandra
Timandra, romanzo di Thòdoros Kallifatidis, pubblicato da Crocetti Editore (2021) nella collana Mediterranea. Foto di Sofia Fiorini

Il sacrificio dell’archetipo del genere maschile

Riferendosi a Timandra, il critico svedese Karl Eric Balud scrisse– com’è riportato da Crocetti nella nota sull’autore – che Kallifatidis, scegliendo la via della libertà, “sacrifica perfino l’archetipo del genere maschile”. Questo perché la voce narrante è appunto quella dell’etera ateniese del V secolo e non quella dell’eroe guerriero suo amante.  Ma la Timandra di Kallifatidis – “colei che onora l’uomo”, come lei stessa esplica nella sua narrazione – sembra onorare la stessa storia che da sempre ci è consegnata, e non darne una versione inedita. Non ha, cioè, una voce diversa, mai udita, e non convince che la sua possa essere davvero la versione femminile di quei fatti. Di fatto, la storia che racconta è quella di Alcibiade, e anche l’immagine che fornisce di sé stessa reca l’impronta dello sguardo maschile.

Timandra celebra l’amore nella sua fisicità. Dice che le donne vivono per l’oggi, mentre gli uomini per il domani. Che le donne portano in sé – grazie alla possibilità di generare nuova vita – il potere e la consapevolezza della rigenerazione; mentre, proprio perché questa possibilità manca agli uomini, essi si dedicano alle grandi imprese per guadagnarsi l’immortalità nella memoria dei posteri. La misura della vita di Timandra è il potere della seduzione del suo corpo, arte insegnatale dalla madre, etera a sua volta. Un potere che, una volta appreso, le conferisce una forza inarrestabile, quella che le dava la “sensazione che la vita fosse grande, ma non più grande di me”[1].

Alcibiade è definito come il fiume che disseta la vita di Timandra, la quale dice di se stessa:

La mia vita è stata bella e felice, ma ero più felice quando la vita si fermava e l’uomo che amavo da quando avevo dieci anni si coricava accanto a me con un sorriso impercettibile sulle labbra. Allora riuscivo a sentire di nuovo che la vita non era più grande di me. [2]

Quest’uomo onnipotente, adorato e temuto da città intere, diventa inerme e vulnerabile quando giace nel letto della sua amante. Ed è esattamente da questo che sembra derivare il prestigio di lei. È grazie a un amante della portata di Alcibiade, infatti, che Timandra realizza l’ambizione di sua madre, ovvero quella di fare di lei una regina, capace di irretire ogni uomo col suo corpo.

Di seguito, alcune considerazioni con alcuni spoiler sul finale. 

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In dialogo con il mito – Pavese tra storia e memoria

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò - recensione

Dialoghi con Leucò Cesare Pavese Bianca Sorrentino
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Foto di Bianca Sorrentino

Nella – forse più celebre – lezione americana che Italo Calvino confeziona come proposta per il nuovo millennio, quella sulla leggerezza, lo scrittore confessa che l’operazione che ha portato avanti nel suo lavoro «è stata il più delle volte una sottrazione di peso»; difatti, egli spiega, «ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio». Anche Cesare Pavese ingaggia una lotta, un corpo a corpo con la gravitas, approdando tuttavia a risultati diversi: se pure, da un punto di vista formale, il suo stile riluce nella sua diafana chiarità, il materiale narrativo, poetico e simbolico cui attinge e che restituisce sulla pagina è un fardello che con abnegazione egli assume su di sé.

Ciò appare con particolare evidenza nei Dialoghi con Leucò (1947), uno scrigno di gemme preziose che incamerano la luce arcana del mito e la riflettono, proiettando un gioco misterioso di luci e ombre. Nella recente riedizione pubblicata da Adelphi (impreziosita, tra l’altro, da una densa conversazione tra Carlo Ginzburg e Giulia Boringhieri), Giulio Guidorizzi riprende a ragione quella definizione che inquadra questo libro come un esempio di mitopoiesi: Pavese, sostiene infatti lo studioso, «era stato capace di reinfiammare la materia dei miti e, per questo, aveva compiuto un’operazione poetica». Ma se la poesia conferisce levità al dettato, come i calzari alati, dono di Hermes, capaci di elevare Perseo nel suo scontro con la Gorgone, non vi è un espediente, come lo specchio del mito, che permetta all’eroe di sfuggire allo sguardo inesorabile di Medusa: Pavese qui accetta di lasciarsi pietrificare dal mostro, dai suoi mostri, da quelli più intimi, che tormentarono la sua privata vicenda esistenziale, e dai fantasmi della storia, che emersero con tutta la loro straziante ferocia negli anni incancellabili della guerra.

Dialoghi con Leucò Cesare Pavese Bianca Sorrentino
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Foto di Bianca Sorrentino

Dopo la fine del conflitto mondiale, gli intellettuali italiani erano animati da un’insaziabile sete di verità, da una smania di racconto che rispondeva al dovere di rappresentare le atrocità e le vigliaccherie che avevano contraddistinto quel tempo. In un simile contesto, rivolgersi al mito e dare voce alla sua atemporalità significava attirarsi accuse vigorose e spiacevoli, come quella che insinuava il biasimevole desiderio di sottrarsi al necessario confronto con il reale e di venir meno così a quell’imperativo categorico che risuonava invece ora in tutta la sua urgenza. È questo il motivo per cui l’iniziale ricezione dei Dialoghi non fu calorosa: Guidorizzi segnala qui in particolare il silenzio risentito di De Martino, cui fece seguito una sorta di inopportuno processo politico postumo.

Giudizi non solo ingenerosi, quelli che hanno ridimensionato il valore dell’opera, ma anche e soprattutto rivelatori di una certa fretta con cui per troppo tempo si è voluto liquidare il discorso sul mito, senza comprenderne la portata e la complessità. Nei Dialoghi risuonano infatti angosce e domande che sono proprie di ogni tempo, che si affastellano nei millenni, nella tragica rincorsa dell’umano verso il significato ultimo dell’esistenza. Le pagine di Pavese sono bagnate da un pianto antico: le lacrime delle cose risalgono dal fondo buio dei secoli, a dirci che per certi interrogativi non si è ancora riusciti a trovare la risposta definitiva. E quella dell’autore è al tempo stesso una resa e una presa di coscienza dell’impossibilità di mettere un punto al fluire inarrestabile delle nostre inquietudini. Il dialogo è un tentativo momentaneo di confronto con l’altro da sé, ma alla solitudine non c’è rimedio: è questa la nostra radice e il nostro destino.

Immagini, riti, simboli, magia, richiamo del sangue, mistero del femminile, archetipi collettivi affascinano Pavese e, abitando la sua scrittura e la sua poetica, ne determinano la grandezza tragica. Non c’è salvezza per l’uomo che sta in piedi, solo, di fronte al fato, al cospetto di ciò che è stato pronunciato una volta e per sempre, e non può non accadere. All’autore non interessa raccontare il mito, ma catturarne un momento di verità. Quella cifra di autentico deriva proprio dal fatto che Pavese non ha paura di guardare negli occhi la temibile Medusa: dalla Leucotea del mito e dalla Leucò che gli ha ispirato questi Dialoghi – Bianca Garufi –, lo scrittore ha imparato che una sorte salvifica altra attende chi non teme di sfidare il vuoto. L’immortalità: è questo il destino di liberazione che regala la letteratura a chi ha il coraggio di dire l’indicibile e di dar forma all’informe, attingendo se necessario al fondo oscuro della propria anima.

La copertina dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, con introduzione di Giulio Guidorizzi e una conversazione tra Carlo Ginzburg e Giulia Boringhieri, pubblicati nella Biblioteca Adelphi 717 (2021). In copertina, Félix Vallotton, Orfeo squartato dalle Me­nadi (1914). MAH­-Musée d’art et d’histoire, Ville de Genève. Achat, 2001. Immagine copyright akg-images/mondadori portfolio

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


L'ultimo autore del Risorgimento italiano: Ippolito Nievo

Quella di Ippolito Nievo è una figura senza ogni dubbio nuova e rappresenta un anello di congiunzione fondamentale, nel panorama della letteratura nazionale italiana, tra Manzoni e Verga per la sua produzione narrativa.

Ippolito Nievo
Foto dal libro Le confessioni di un ottuagenario edito da "A.Barion", aprile 1937.

Uomo calato a pieno nel periodo storico in cui vive, è proprio per questo da considerarsi l’ultimo letterato del Risorgimento Italiano, poiché ha unito l’azione concreta al pensiero, militando nel corpo garibaldino dei Cacciatori delle Alpi e prendendo parte all’impresa dei Mille (pur essendo un antimilitarista) ma al tempo stesso si è dedicato appassionatamente alla scrittura.

Ad un arco di vita purtroppo breve (nasce nel 1831 e muore alle soglie della Repubblica per la nascita della quale aveva combattuto, nel 1861) corrisponde infatti l’intensissima e fruttuosa attività giornalistica e letteraria di Ippolito Nievo. Esordisce dapprima come poeta con Versi del 1854 (di ispirazione satirica), più avanti Lucciole del 1858 e Amori garibaldini nel 1860, ma è la narrativa in cui spicca.

Numerose novelle sulla vita delle genti umili sono infatti edite sui giornali presso cui l’autore collabora già da studente e poi raccolte nel Novelliere campagnuolo del del 1856, (si ricordi Il Varmo, secondo i critici primo abbozzo dell’infanzia idillica tra Carlino e la Pisana nel romanzo maggiore dell’autore). Dopo la parentesi di due tragedie, Spartaco e i Capuani, Nievo ritorna alla narrativa con quattro romanzi, Angelo di bontà. Storia del secol passato, Il conte pecoraio. Storia del nostro secolo, Il barone di Nicastro, Il pescatore di anime (incompiuto) scritti tra il '56 e il '58.

Ma Nievo sente sempre dentro di sé un misto di fiducia ed incertezza riguardo la funzione civile dello scrittore. Notevoli a tal proposito sono durante gli anni gli interventi saggistici, di cui il più importante a sfondo politico è il Frammento sulla rivoluzione nazionale del 1859-'60, ove si legge come Nievo ritenga assolutamente fondamentale la partecipazione della società tutta al processo risorgimentale in atto in quegli anni, cosa che purtroppo non stava avvenendo e anzi aveva comportato un’esclusione delle masse popolari da tutti quei benefici portati dalle rivoluzioni industriali e quasi una sordità da parte delle classi dirigenti passate e presenti ai loro bisogni e diritti, che Nievo considera parimenti dignitosi.

Dal tono di questa discussione si possono dedurre anche i toni di quella che è l’intera prosa neviana, che rifiuta (in realtà anche nelle tematiche più leggere o intime) il Romanticismo languido e il sentimentalismo che andava per la maggiore. Lo stile anzi mira alla concretezza e all’umorismo, e ciò è riscontrabile a primo impatto nell’opera più famosa e innovativa di Ippolito Nievo, le Confessioni di un italiano.

La partenza da Quarto, dipinto opera di autore anonimo; Ippolito Nievo partecipò alla Spedizione dei Mille

Scritto in pochi mesi durante l’impegno militare al fianco di Giuseppe Garibaldi, il romanzo fu portato a compimento nel 1858 ma rimasto inedito fino al 1867, quando fu stampato con il titolo Confessioni di un ottuagenario, a cura di un’amica dell’autore.

Il ritardo e le modifiche apportate furono causati dal carattere politico dell’opera, che volle essere mitigato e ridotto alle semplici memorie di un anziano Carlo Altoviti che, “nato veneziano”, “morirà italiano”, come lo stesso narratore, che si trova ad essere testimone ed attore di una fase importantissima della storia nazionale di un paese, annuncia nel proemio. Il romanzo si divide poi in ventitré capitoli raccolti intorno a tre nuclei. I primi sette raccontano l’infanzia del protagonista, chiamato da tutti Carlino, un bambino abbandonato dalla madre e accolto dalla zia nel castello di Fratta. Cresceranno insieme a lui le cugine, che spiccano per la loro diversità antitetica: la quieta e dolce Clara e la frizzante Pisana, che seppur ancora “fanciulletta” rapisce il cuore del giovinetto con il suo comportamento da “tirannella”, in bilico tra l’affetto sensuale e le angherie prepotenti.

Molte scene ritratte in questi primi capitoli hanno fatto giudicare il libro “poco morale” da dare in mano ai giovani, in quanto l’autore non censura e non moralizza, anzi, fa in modo che i personaggi sbaglino e si autocorreggano. Anche la visione della realtà filtrata dagli occhi di Carlo bambino (grazie anche alla sapiente intersezione dei tempi della storia e del racconto, che in questi primi capitoli sono entrambi molto distesi e dettagliati) porta in Italia i nuovi grandi modelli inglesi di Dickens e Sue.

La partenza di Carlino per studiare giurisprudenza in seguito ad un attacco al castello di Fratta fa da apripista alla seconda sezione del romanzo, che comprende dieci capitoli e mostra il giovane a contatto con la realtà storica di quegli anni, dove gli animi di molti erano stati incendiati dagli ideali di libertà ed uguaglianza della Rivoluzione francese. Ma dopo la delusione per i risvolti storici del 1794, Carlo torna a Fratta per impiegarsi come cancelliere al castello e si imbatte in un quello che era stato lo “scorcio e abbozzo di donna” (cap I) sempre amata, la Pisana, che continua ambivalentemente a nutrire affetto per lui ma a rifiutarlo. I due decidono allora di prendere strade diverse, lei sposando un altro e lui in giro per l’Italia. Eppure tra quelli che erano stati solo due bambini persisterà un legame che li porterà, come si evince negli ultimi sei capitoli che concludono il romanzo, fino a salvarsi la vita a vicenda più volte. Affascinante come quella volontà di allontanamento che si percepisce quando la Pisana sceglie di dedicarsi al marito vecchio e malato, spronando per giunta Carlo a prendere moglie a sua volta, svanisca non appena la donna venga a sapere della condanna a morte del protagonista in seguito al suo coinvolgimento nei moti del 1821. La Pisana morirà poco dopo per malattia mentre sono entrambi a Londra in esilio. Per tutto il romanzo non ci si può non chiedere, forse per via della visione della Pisana che il lettore ha filtrata dagli occhi di Carlo ormai vecchio, perché la donna abbia rinunciato a tutto, all’amore incondizionato del protagonista, al matrimonio, al denaro di famiglia per mantenerlo in esilio ma non abbia ceduto al compimento dell’amore. Forse avrebbe significato per il personaggio perdere la sua libertà e la sua caratterizzazione ribelle che dà perfettamente la mano al carattere di Carlo:

Avea forse odorato la pasta di cui ero fatto, e raddoppiava le angherie ed io la sommissione e l’affetto; poiché in alcuni esseri la devozione a chi li tormenta è anco maggiore della gratitudine per chi li rende felici. Io non so se sian buoni o cattivi, sapienti o minchioni cotali esseri; so che io ne sono un esemplare; e che la mia sorte tal quale è l’ho dovuta trascinare per tutti questi lunghi anni di vita. La mia coscienza non è malcontenta né del modo né degli effetti; e contenta lei contenti tutti, almeno a casa mia.” (cap I)

Per quanto riguarda il personaggio di Carlo, dietro cui non si può non scorgere un tratto autobiografico, è interessante notare come sia nuovo sotto molteplici aspetti: è un personaggio che vive, unitamente ad una storia d’amore e una propria crescita fisica e psicologica, la storia attuale, resa verisimile dalla conoscenza diretta di personaggi storici (Napoleone, Foscolo) e vicissitudini di guerra (rivolte popolari, esilio, carcere). Ecco che Ippolito Nievo rende in maniera semplice le Confessioni di un italiano un romanzo pedagogico e di formazione (con valorizzazione dell’infanzia come momento formativo essenziale), ma soprattutto romanzo storico della contemporaneità, relativizzato dalla focalizzazione interna, che rifiuta il narratore onnisciente di stampo manzoniano. Così in pochi mesi Nievo era riuscito a realizzare il sogno di scrivere un romanzo di vita contemporanea che mostrasse il passaggio dall’Ancien Régime ad un mondo nuovo in costruzione, parallelamente alla maturazione ed invecchiamento del suo protagonista, attraverso il quale l’autore spera che possano maturare una coscienza politica (nei limiti del possibile – si legge un umorismo di stampo sterniano) anche i propri lettori.

Purtroppo l’antologia neviana non ha avuto immediato riscontro. Un lettore appassionato di Ippolito Nievo è Italo Calvino, che riprende alcuni luoghi e temi delle Confessioni in Il sentiero dei nidi di ragno e nella figura di Pin.

Ippolito Nievo
Busto di Ippolito Nievo a Portogruaro, foto di Tiesse, CC0

Fonti:

"La scrittura e l'interpretazione" di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011

"Ippolito Nievo" in:

Enciclopedia online

Enciclopedia Italiana di Bindo Chiurlo, 1934 

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 78 di Emilio Russo, 2013


Prolepsis’ 4th International Conference: "The Limits of Exactitude"

Prolepsis’ 4th International Conference

19-20 Dicembre 2019

Università degli Studi di Bari Aldo Moro

Keynote speaker: Prof. Therese Fuhrer (Ludwig-Maximilians-Universität München)

The Limits of Exactitude

Esattezza è la terza delle sei Lezioni Americane di Italo Calvino (Cambridge MA, 1988). Per Calvino, esattezza è un «disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili […]; un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione». L’obiettivo della 4th International Conference di Prolepsis è riflettere sulla definizione calviniana e sulla sua applicazione al mondo classico, tardoantico e medievale. Quest’anno il convegno darà particolare – ma non esclusiva – attenzione ai seguenti argomenti:

  • Accuratio vel ambiguitas nel discorso, nell’argomentazione e nella narrazione.

  • Comunicazione ambigua, inaccurata e sconcertante da parte dell’autore e potenziale ricezione da parte del lettore.

  • Esattezza metrica e musicale e suoi limiti.

  • Esattezza nei trattati (scientifici, retorici, grammaticali).

  • Citazioni, citazioni scorrette e disposizioni errate.

  • Precisione e imprecisione nei titoli e nella loro trasmissione.

  • Limiti delle testimonianze materiali (manoscritti, papiri, iscrizioni, formazione dei corpora, mise en page, indicazioni sticometriche).

  • Esattezza, dubbio, ambiguità nella storia della tradizione (da lessici, etimologici e commenti antichi alla filologia moderna).

  • Esempi di esattezza e ambiguità nelle traduzioni antiche e moderne.

  • Ipercorrettismo, lacune, congetture e ossessione per la completezza.

  • Esattezza nella ricostruzione storica e documentaria.

  • Incipit e explicit nelle opere antiche e medievali: finali dubbi ed esatti, incipit ex abrupto etc.

  • Finito e infinito, chiarezza e oscurità, perfezione e imperfezione nella riflessione filosofica.

La partecipazione al convegno in qualità di relatori è aperta a studenti dei corsi di laurea magistrale, dottorandi e giovani ricercatori. Per partecipare è necessario inviare una e-mail a [email protected] entro il 30 giugno 2019, con i seguenti allegati in formato word e pdf:

  1. Un abstract anonimo di circa 300 parole (bibliografia esclusa) e redatto in lingua inglese. Occorrerà specificare se l’abstract si riferisce ad una presentazione orale o ad un poster.

  1. Una breve biografia accademica con nome e affiliazione.

Proposte per panel (tre interventi per una totale di 90 min., inclusa la discussione) e poster sono più che benvenute.

I poster potranno essere redatti in italiano e in inglese.

Le proposte saranno valutate secondo double-blind peer review da studiosi del settore. La valutazione avverrà secondo i seguenti criteri: coerenza con il tema, chiarezza, originalità e metodo. Tutti gli abstract, compresi quelli organizzati in panel, saranno valutati e accettati secondo questi criteri. L’abstract anonimo è dunque l’unico elemento di giudizio su cui si basa il processo di selezione.

Gli interventi saranno della durata di 20 minuti più 10 di discussione. Le lingue ammesse sono l’inglese e l’italiano.

Gli interventi potranno essere presi in considerazione per una futura pubblicazione. Ai relatori italiani chiediamo gentilmente di fornire handout e/o power point in lingua inglese e possibilmente una traduzione (o un riassunto tradotto) del loro intervento.

I costi di viaggio e alloggio non saranno coperti dall’associazione. Per qualunque informazione, rivolgersi a [email protected], saremo lieti di aiutarvi a trovare delle soluzioni.

 

Il comitato organizzativo:

Roberta Berardi (University of Oxford)

Nicoletta Bruno (Thesaurus linguae Latinae, Bayerische Akademie der Wissenschaften, München)

Giulia Dovico (Universität zu Köln)

Martina Filosa (Universität zu Köln)

Luisa Fizzarotti (Alma Mater – Università di Bologna)

Olivia Montepaone (Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino)

Claudia Nuovo (Università degli Studi di Bari Aldo Moro)


Calvino qui e altrove: convegno, mostra e seminario alla Sapienza di Roma

Calvino qui e altrove
Alla Sapienza un convegno internazionale, una mostra e un seminario per ricordare lo scrittore a trent’anni dalla scomparsa. Inaugurazione del Fondo Calvino tradotto.

mercoledì 16 - giovedì 17 dicembre 2015 (ore 9.30-19)
Sapienza - aula Levi della Vida - ex Vetrerie Sciarra, via dei Volsci 122 (quartiere san Lorenzo)
venerdì 18 dicembre 2015 (ore 10.00-12.30)
Casa delle Traduzioni - via degli Avignonesi 32

Italo-Calvino
Per celebrare i trent’anni dalla scomparsa di Italo Calvino, il dipartimento di Scienze documentarie, linguistico-filologiche e geografiche della facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza - in collaborazione con la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori- BooksinItaly, la Casa delle Traduzioni di Roma, la Società Dante Alighieri, l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi-Biblioteca Italo Calvino, la MOD (Società italiana per lo studio della modernità letteraria) - promuove l’iniziativa “Calvino qui e altrove” il convegno internazionale, (che si terrà nei giorni mercoledì 16 e giovedì 17 dicembre, in via dei Volsci 122), la  mostra bibliografica (a cura di Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, allestita durante il convegno nei giorni mercoledì 16, giovedì 17 dicembre in via dei Volsci 122) e il seminario “Tradurre Calvino”, a cura della Casa delle Traduzioni di Roma (venerdì 18 dicembre, ore 10, Via degli  Avignonesi 32).
Dedicata a uno degli scrittori italiani contemporanei più riconosciuti all’estero, tradotto in oltre 45 lingue per editori di più di 60 paesi, l’iniziativa inaugura il “Fondo Calvino tradotto” della Sapienza, donato da Esther Singer Calvino e Giovanna Calvino al dipartimento di Scienze documentarie, linguistico-filologiche e geografiche, sotto la responsabilità scientifica di Laura Di Nicola. Esso accoglie – insieme alle edizioni italiane - l’intera collezione delle opere di Calvino tradotte all’estero: un patrimonio ricco e di straordinario interesse - oltre  1100 volumi pubblicati dal 1955 a oggi in Europa e nel mondo, esemplari con dediche dei traduttori all’autore, con annotazioni autografe -  che consente di ricostruire la fortuna del grande classico italiano del Novecento all’estero.
Il convegno internazionale (che si terrà nei giorni mercoledì 16 e giovedì 17 dicembre, in via dei Volsci 122) riunisce studiosi italiani e stranieri, traduttori, editori, giornalisti, che si interrogheranno sul valore universale dell’opera di Calvino, intrecciando prospettive diverse (letterarie, linguistiche, storico-editoriali); sul suo ruolo di promotore di autori stranieri in Italia; sulla ricezione all’estero e sulle traduzioni delle sue opere; ma anche su quel cosmopolitismo interiore che porta l’autore a definirsi “cubano di Sanremo”, “newyorkese”, “eremita a Parigi”, “forestiero a Torino”.
La mattina inaugurale di mercoledì 16 dicembre introdotta e coordinata da Giovanni Solimine, direttore del dipartimento di Scienze documentarie, linguistico-filologiche e geografiche, Ente promotore dell’iniziativa, ente conservatore del Fondo, si apre con i saluti del Rettore della Sapienza Eugenio Gaudio;
  Stefano Asperti, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia; Flavia Piccoli Nardelli, presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati; Luca Serianni, vice presidente della Società Dante Alighieri; Luca Formenton, presidente della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori; Marina Valensise, direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Parigi-Biblioteca Italo Calvino che conserva l’altro fondo delle traduzioni di Calvino; Cristina Selloni, direttrice delle Biblioteche di Roma - Casa delle Traduzioni di Roma.
Apre i lavori del convegno Alberto Asor Rosa, con una relazione dal titolo “Uno scrittore perfettamente italiano spontaneamente cosmopolita” seguito da Mauro Bersani, della casa editrice Einaudi, che metterà in evidenza il ruolo del Calvino editore, e dai professori della Sapienza Marina Zancan che rifletterà sull’idea calviniana di città, Matteo Motolese con una relazione sulla lingua e lo stile delle “Città invisibili”.
Il pomeriggio prosegue con la sessione intitolata “Cubano di Sanremo”, “Eremita a Parigi”, “Newyorkese”.  Traduzioni e ricezione fra America ed Europa coordinata da Franco D’Intino. In apertura Laura Di Nicola, responsabile scientifico del progetto e del “Fondo Calvino tradotto” che parlerà della diffusione di Calvino all’estero. Seguiranno gli interventi dedicati a Cuba, Mayerín Bello, dell’Università dell’Avana; a Parigi con il giornalista Fabio Gambaro; e agli Stati Uniti e alle traduzioni inglesi con Martin McLaughlin, dell’Università di Oxford, studioso e traduttore di Calvino; Federica Capuano parlerà dei paratesti delle edizioni inglesi e americane; e infine Lara Marrama, racconterà del rapporto di Calvino con l’Istituto italiano di cultura di Parigi.
La mattinata della seconda giornata del convegno, giovedì 17 dicembre 2015, introdotta e coordinata da Matilde Mastrangelo, direttrice del Dipartimento Istituto Italiano di Studi Orientali ISO-Sapienza Università di Roma è dedicata a Calvino e l’Oriente, dall’autore stesso raccontato nelle pagine di Collezione di sabbia. Lucinda Spera, Università per Stranieri di Siena interverrà sullo sguardo urbano di Calvino; mentre Monica Cristina Storini, Sapienza, Sul tradurre; seguita da Maria Rosita D’Amora (Università di Lecce) che parlerà di Calvino in turco; Mario Casari (Sapienza) parlerà di Calvino nel mondo arabo e persiano; Alessandra Brezzi (Sapienza), della diffusione in Cina; e Tadahiko Wada, Tokyo University of Foreign Studies della ricezione di Calvino in Giappone.
Un’indagine, infine, sul viaggio nel mondo di due delle opere più diffuse all’estero sarà presentata da Francesca Rubini, Sapienza, sul Barone rampante,  e da Andrea Palermitano, Sapienza, sulle Città invisibili, mentre Marta Fioramanti, Sapienza, parlerà dei paratesti delle edizioni tedesche.
Il pomeriggio del 17 dicembre, coordinato da Paolo Di Giovine, Sapienza, porterà a una discussione sulla ricezione e sulle traduzioni di Calvino in diversi paesi del mondo e sui differenti esiti traduttori di Se una notte d’inverno un viaggiatore in lingue diverse. A introdurre un testo che mette al centro esso stesso riflessioni complesse sulla traduzione sarà Elisabetta Mondello (Sapienza).  Ne parleranno studiosi della Sapienza Simone Celani, (Portogallo) Sabine E. Koesters Gensini (Germania), Francesca Terrenato (Olanda), Silvia Toscano (Le lingue slave); Julija Nikolaeva (Russia), insieme a italianisti che lavorano all’estero Cecilia Schwartz, Università di Stoccolma (Paesi scandinavi); Daniele Monticelli, Università di Tallin (Estonia, Lettonia, Lituania); Anita Klos, Università di Lublino (Polonia); Dhurata Shehri, Università di Tirana (Albania).
L’iniziativa è accompagnato dalla  Mostra bibliografica (a cura di Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, allestita durante il convegno nei giorni mercoledì 16, giovedì 17 dicembre in via dei Volsci 122) inaugurata da Luisa Finocchi, Direttrice della Fondazione Mondadori, mercoledì 16 alle ore 12.30, che esporrà edizioni estere di Calvino provenienti dal Fondo Calvino tradotto della Sapienza, proponendo un itinerario attraverso le copertine di edizioni originali americane, inglesi, francesi, giapponesi, russe, israeliane, estoni, spagnole, con dediche dei traduttori, accompagnate dalle riflessioni dell’autore che a lungo si è interrogato Sul tradurre.
Il venerdì 18 dicembre mattina Simona Cives, Responsabile della Casa delle Traduzioni, introduce il Seminario Tradurre Calvino (che si svolge nella sede di Via degli Avignonesi n. 32). Un traduttore racconterà il caso di un’esperienza di lavoro e le problematiche che l’italiano di Calvino pone nella versione in un’altra lingua.  A coordinare l’incontro Bruno Berni, Direttore della Biblioteca dell’Istituto italiano di studi germanici. Interviene la traduttrice danese e studiosa Lene Waage Petersen per parlare della traduzione danese delle Città invisibili.
Testo dall’Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma.
Italo Giovanni Calvino, foto da WikipediaPubblico Dominio, caricata da Daehan (The original uploader was Varie11 at Italian WikipediaTransferred from it.wikipedia.org/wiki/File:Italo-Calvino.jpg; transfer was stated to be made by User:Daehan).


Roma: reading Le Città Invisibili e convegno Naufragi e Vocazioni a Villa Torlonia

TEATRO DI VILLA TORLONIA

16 ottobre ore 19.00

reading LE CITTÀ INVISIBILI

&

17 ottobre ore 11.00-17.00

convegno NAUFRAGI E VOCAZIONI

 image001 (14)
 Nell’ambito della stagione teatrale a ingresso gratuito di Teatro di Villa Torlonia, promossa dall’Assessorato alla Cultura e allo Sport di Roma - Dipartimento Attività Culturali – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il coordinamento organizzativo di Zètema Progetto Cultura, all’interno del progetto EPIFANIE dedicato alla storia di Argot, si svolgeranno due imperdibili appuntamenti curati da Argot Produzioni e Argot Studio.
LE CITTA' INVISIBILI
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L'avventura di uno spettatore. Italo Calvino e il cinema. Alla Casa del Cinema di Roma

18 Settembre 2015
A trent’anni dalla morte di Italo Calvino, la Casa del Cinema ospita un appuntamento speciale.
 

Giovedì 24 settembre 2015 - ore 17.00
Casa del Cinema

Largo Marcello Mastroianni 1, Roma


Casa del Cinema

in collaborazione con edizioni Artdigiland

presenta il volume


L’AVVENTURA DI UNO SPETTATORE. ITALO CALVINO E IL CINEMA
a cura di Lorenzo Pellizzari
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intervengono:

Massimo Denaro (regista CSC),
Stefania Parigi (docente di cinema Roma 3)

Tommaso Pomilio (docente di cinema e letteratura Università La Sapienza),
Roberto Silvestri (critico cinematografico), Silvia Tarquini (direttore Artdigiland)

Giorgio Gosetti (direttore Casa del Cinema)

L’incontro sarà preceduto dalla proiezione di:

L’inseguimento di Carlo di Carlo (1973, 25’), da "Ti con zero" e

Avventura di un lettore di Carlo di Carlo (1973, 38’) dal racconto omonimo della raccolta "Gli amori difficili"

dopo l’incontro proiezione del film

Zac, i fiori del male di Massimo Denaro (2015, 60’)

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Bari: Mostra "Lezioni Americane (six+one). Omaggio a Italo Calvino"

AL FORTINO FINO AL 18 SETTEMBRE LA MOSTRA DEL GRUPPO REC

“LEZIONI AMERICANE (SIX+ONE). OMAGGIO A ITALO CALVINO”

ALLE 19 L’INAUGURAZIONE ALLA PRESENZA DELL’ASSESSORE MASELLI

 Italo-Calvino
Si inaugura questa sera alle 19, presso il Fortino Sant’Antonio, la mostra dal titolo “Lezioni americane (six+one). Omaggio a Italo Calvino” a cura del collettivo di artisti Gruppo REC (Ricerca Estetica Contemporanea).

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