Perennemente umani: la vita senza fine dei classici

Alcuni libri nascono sotto i buoni auspici di un’intuizione che si manifesta sin dalle prime righe: in un lampo folgorante, l’autore svela al suo lettore un segreto con sapienza custodito, un’immagine limpida che benedice il suo andare. Il recente saggio di Enrico Terrinoni, Chi ha paura dei classici?, edito da Cronopio, si apre sotto il segno di un silenzio che è al tempo stesso vitale e sacro, perché fa da culla all’ispirazione e al sogno, ma anche alla memoria. Già l’eco briosa che risuona nel titolo del libro lascia presagire la vivacità che caratterizza le sue pagine, pregne di interrogativi fecondi, argute riflessioni e considerazioni aperte, a partire dai capolavori della letteratura inglese, irlandese e americana.

Foto di TuendeBede 

Oscar Wilde, James Joyce, Arthur Conan Doyle sono solo alcune delle voci immortali attraverso le quali Terrinoni orienta le vele del suo viaggio, che è una vera e propria sfida alle briglie dei canoni della letteratura e dunque non è mai consolatorio. Lo spazio in cui il classico mirabilmente si distende, avverte l’autore, è quel solco incommensurabile che lega in eterno il passato in cui esso è stato concepito e il futuro cui fatalmente si rivolge: in questo orizzonte liminale, non esistono certezze, né la pretesa di fornire risposte definitive alle domande che sono connaturate all’uomo, e che per questo sono da sempre irrisolte, perennemente umane. Da dove deriva allora questa paura diffusa nei confronti di classici, questo timore che non è soltanto reverenziale, ma è quasi una imbarazzante sensazione di inavvicinabilità, addirittura un’avversione, più o meno dichiarata, verso la presunta superiorità di ciò che la letteratura consacra? Relazionarsi con la cifra di imponderabile di cui il classico è portatore non è facile nel tempo della disattenzione, arguisce Terrinoni; occorrerebbe infatti una pazienza, una disposizione all’ascolto, di cui oggi non sembriamo capaci, attratti come siamo da molteplici stimoli, sollecitati contemporaneamente da input numerosi e disparati.

Probabilmente ciò che respinge non è il classico in sé, lascia intendere l’autore, ma la torre d’avorio in cui esso è isolato e rinchiuso: «possiamo tentare di abbatterle o sabotarle, quelle torri eburnee», è l’eretico invito contenuto nel libro, «per poi sbirciare all’interno delle loro stanche mura e tornare a osservare il mondo di fuori con occhi vergini». Il sentiero tracciato da Terrinoni approda poi a un concetto affascinante: non semplicemente quello di infinito, ma quello di infinibilità – come se, in questo perenne ondeggiare tra fantasia e ricordo, il classico si ribellasse all’idea stessa di limite, come se incoraggiasse lo sconfinamento, il fluttuare, l’aprirsi verso orizzonti di possibilità altrimenti impensabili. «Leggere fino in fondo l’abisso senza fine dei classici è una questione di democrazia e di accoglienza, perché sì, l’accoglienza è insita nella democraticità del leggere; ma è paradossalmente preceduta da un moto quasi contrario, che non è di sospetto, ma è forse di paura, di straniamento, di circospezione verso l’alterità», sostiene l’autore.

Foto di fsHH

Un pregio che rende questo volume unico nel dibattito che fiorisce intorno all’idea di classico è l’attenzione accordata all’Irlanda, terra di sogno, incarnazione del mito inteso come viaggio che non conosce fine, metafora dell’immaginazione, estremo miraggio, luogo d’incanto e d’immenso. L’energia che pervade l’isola color smeraldo è la stessa che anima i classici, quella forza sotterranea che, mentre scorre, accorda infinite vite e rinnovati slanci persino a ciò che sembra riposare sotto le ceneri della dimenticanza.

Enrico Terrinoni Chi ha paura dei classici
La copertina del saggio di Enrico Terrinoni, Chi ha paura dei classici? Il libro è stato pubblicato da Cronopio nella collana rasoi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Vanni Santoni La scrittura non si insegna

La scrittura non si insegna: intervista a Vanni Santoni

La scrittura non si insegna, un pamphlet  per educare lettori e scrittori

La scrittura non si insegna è l'ultimo volumetto scritto da Vanni Santoni ed edito da Minimum Fax, 95 pagine di consigli, finzioni smascherate e cliché distrutti. Gli errori che lastricano il percorso dell'aspirante scrittore sono molti, a partire dall'alimentazione culturale scorretta, povera di maestri della prosa e satura di baldanzosi prodotti industriali-letterari; sì, perché non è errato paragonare i fast food e il loro cibo spazzatura a tanti di quei romanzi che vengono costantemente propinati sugli scaffali delle librerie.

In La scrittura non si insegna, Santoni consiglia diversi approcci alimentari, partendo dalle prelibatezze targate Proust e Joyce e passando per Mircea Cărtărescu, Faulkner, Ursula K. Le Guin, Roberto Bolaño, David Foster Wallace, Philp Roth, Don DeLillo, Thomas Pynchon, Jane Austen, Jorge Luis Borges e molti altri maestri della narrativa (con racconti e romanzi).

A mio avviso, la prima parte è la più interessante e ghiotta (non che le altre siano inferiori), perché Vanni Santoni ci fa confrontare con tantissime leggende del mondo della scrittura, sbattendo in faccia al lettore (e ai suoi corsisti) quali sono gli step obbligatori da compiere: ovvero leggere, leggere, leggere questi autori. Quantità e qualità, perché chi non "affronta" questi mostri sacri si priva della possibilità di migliorare come autore.

I capitoli successivi si concentrano invece sulla costanza della scrittura: non solo l'ispirazione momentanea regola la stesura di un romanzo, anzi, è soprattutto la disciplina a sostenere l'intero progetto scrittorio.

Tra consigli sui cliché, spiegazioni in merito al mondo dell'editing, storie abusate e macchiettiste e dal mondo dell'editoria, Vanni Santoni sigla con La scrittura non si insegna un ottimo pamphlet culturale, per togliere la patina romantica e illusoria dal mondo della scrittura e per indirizzare gli aspiranti scrittori verso una presa di coscienza critica. In definitiva un libro obbligatorio per tutti e l'ennesima bella pubblicazione all'interno del catalogo Minimum Fax.

 

Ringrazio Vanni Santoni che ha risposto ad alcune domande sul suo ultimo lavoro, La scrittura non si insegna e sulle sfide di questa arte.

La scrittura non si insegna
La copertina del pamphlet di Vanni Santoni, La scrittura non si insegna, pubblicato da Minimum Fax (2020)

Mi sono innamorato di un termine che usi verso la fine del libro, ovvero banality, (in)felice sodalizio tra la banalità e la fatality brutale di Mortal Kombat. Secondo te, questi termini così abusati e ormai prodotti in quantità industriali, quanto possono distruggere il testo di un esordiente? Se fossi un editor o il responsabile di una collana editoriale, cestinerei subito un manoscritto che si presenta in questa maniera.

Sicuramente l’abbandono dei cliché è uno dei primi passi da fare per “scrivere bene”, ma se sono così diffusi è perché prosperano in tanta narrativa commerciale, italiana e in traduzione, e non sono pochi gli aspiranti autori che si abbeverano a tale fonte e non a quella dei classici… Naturalmente rimanendo aspiranti o finendo in trappole o vicoli ciechi quali l’editoria a pagamento, il self-publishing o la nuova “pseudoeditoria free”.

C'è una tendenza di alcuni aspiranti scrittori di leggere alcuni capisaldi della letteratura moderna e poi di emularli con risultati alquanto disastrosi. Su due piedi mi viene da pensare ai cesellatori del cut-up burroughsiano che costruiscono testi arditi e ricchi di acrobazie linguistiche. Fallendo, ovviamente. Ciò mi porta a pensare a una frase di un autore nella tua lista, David Foster Wallace, che afferma: “«Scrittura forbita» non significa scrittura ornata in modo gratuito; significa scrittura pulita, chiara, massimamente rispettosa. Non credi quindi che anche la volontà di mirare troppo in alto sia dannosa per un autore che non si è ancora imposto sulla scena?

Magari ci fossero aspiranti scrittori che scrivono come Burroughs o Wallace! Credo che la paura dell’influenza, prima ancora che l’influenza, sia una tipica malattia dei principianti: se qualcuno è in grado di capire il lavoro di un Burroughs o un Wallace e imitarlo, è già segno che ha raggiunto un buon livello da lettore, anche nel caso (quasi inevitabile) che lo imiti male. Arriverà quindi il momento in cui troverà la sua voce, all’inizio fissarsi su questo o quel grande autore e copiarlo può capitare e non è neanche una cosa negativa, purché si continui a leggere e a moltiplicare così le influenze. Il problema non sono certo le scritture epigonali; il problema, e lo dico avendo vagliato migliaia e migliaia di manoscritti, sono le scritture risapute, inerti, vuote, prive d’interesse e senza “voce”, che costituiscono il 99% dei manoscritti senza futuro e sono il frutto dell’aver fatto troppe poche letture, non dell’eccesso di influenza di questo o quel gigante.

Ho trovato la tua dieta letteraria di estremo interesse, la consiglio a tutti (aspiranti scrittori e lettori che si vogliono formare), ma c'è un autore (o autrice) che ti senti di consigliare oltre a quelli citati ne La scrittura non si insegna?

Dato che nel libro se ne citano centinaia, se adesso ne potessi indicare solo uno, vorrebbe dire che l’avevo dimenticato. Dubito poi che a soli due mesi dall’uscita del libro ci sia già chi ha letto tutti i testi ivi citati – e se anche ci fosse, a quel punto avrebbe imparato a costruire il proprio percorso di lettura da solo. Invito dunque il lettore a trovare da solo il prossimo tassello: è del resto uno degli scopi del pamphlet.

La copertina del romanzo Pasto nudo di William S. Burroughs, nell'edizione Adelphi con traduzione di Franca Cavagnoli

 

L'ispirazione è per i dilettanti. Frase più vera non fu mai pronunciata. Tra le eredità del nostro romanticismo abbiamo conservato, con gelosia, questa figura (ormai archetipica) del letterato devoto a Muse ispiratrici, folgorato da lampi di genio o sedotto da oscure forze misteriose che dispensano i segreti dell'Arte. In verità, come affermi anche tu, la scrittura è un mestiere da praticare senza sosta. Alberto Moravia si metteva a scrivere tutte le mattine per almeno sei ore, anche quando non aveva voglia. Prima ancora di plasmare uno scrittore, non trovi sia più proficuo debellare quei sentimentalismi ottocenteschi? Quindi accompagnare lo studente aspirante scrittore verso un percorso altamente professionale, almeno idealmente parlando?

Lo scopo forse principale del pamphlet è proprio distruggere questo vecchio pregiudizio romantico. Ma attenzione. Come ho spiegato più ampiamente qui, la letteratura resta comunque arte, non artigianato, come vorrebbe un pregiudizio di ordine opposto, più moderno ma non meno diffuso, ed è proprio per questo che chiede qualcosa di addirittura superiore a una “professionalizzazione”: essa chiede, né più né meno, la consacrazione a essa della propria vita. Il fatto che ci siano scrittori di successo che non hanno consacrato un bel niente è incidentale e non deve preoccupare l’aspirante: loro sono stati fortunati, chi non lo è (e non si può certo dire a chi vuole fare un mestiere di sperare in un colpo di fortuna) può forzare il destino solo mettendoci l’anima e il sangue.

George R. R. Martin, uno dei padri del fantasy contemporaneo, si è espresso su alcune categorie di scrittori: gli architetti e i giardinieri. Gli architetti sono studiosi meticolosi, costruiscono con perizia la loro storia e si discostano raramente da quello che hanno già progettato; mentre i giardinieri improvvisano, assecondano i capricci della natura o della momentanea ispirazione e tendono a non rispettare nessuna scaletta o palinsesto di idee. Tu in che categoria ti senti rappresentato? E quali sono i punti di forza e di debolezza degli architetti e dei giardinieri?

È evidente che, al di là delle attitudini di partenza derivanti dall’indole di ciascuno, uno scrittore davvero buono debba essere sia architetto che giardiniere.

Nel mare magnum dell'internet il tuo libro, almeno nelle nicchie degli scribacchini e degli autori emergenti o semplici lettori, ha sollevato qualche polverone. Per esempio tutti affermavano Vanni Santoni dice che se non hai letto Proust allora non puoi scrivere un romanzo decente, mentre in realtà Proust era soltanto uno dei centomila autori che hai citato e che fanno scuola di scrittura. Questo secondo me è anche un indizio del fatto che prima di diventare degli autori bisogna essere dei lettori consapevoli (e non di campionare un passaggio del libro e di trarne conclusioni inesatte e volte a screditare qualcuno). Quindi leviamoci il dubbio: si può diventare uno scrittore capace anche senza affrontare Alla ricerca del tempo perduto?

Il fatto stesso che alcune persone perdano tempo a discutere su Internet se sia il caso o meno di leggere Proust invece di leggerlo, spiega perché costoro siano ancora aspiranti autori. Del resto, se qualcuno reputa fastidioso o difficile affrontare uno dei massimi capolavori dell’arte che vorrebbe praticare, è segno che non è tagliato per essa.
Detto questo, La scrittura non si insegna è molto chiaro nel dire che nessuna singola lettura è di per sé imprescindibile: quello che conta è la quantità e la qualità delle letture, non la presenza di questo o quel titolo specifico.

Marcel Proust, autore de Alla Ricerca del Tempo Perduto, foto (1900) di Otto Wegener in pubblico dominio

Una domanda banalissima, che ogni intervistatore deve porre ogni tanto: quale libro ti piacerebbe aver scritto? Io, se potessi, vorrei essere l'autore di Meridiano di sangue.

Bifurcaria bifurcata di Benno Von Arcimboldi. (personaggio immaginario del romanzo 2666 di Roberto Bolaño, ndr.)

La copertina del romanzo di Roberto Bolaño, 2666, nell'edizione Adelphi con traduzione di Ilde Carmignani. Rappresenta la Vergine di Guadalupe, foto di Adrian Mealand (1996),
progetto grafico di Marlies Visser.

Consigli, quando l'ispirazione e le buone idee mancano, di scrivere dei remake. Questa cosa non mi è ancora chiara: potresti spiegarmi, così anche ai lettori di ClassiCult, che cosa intendi e quanto sia utile questo esercizio?

Premessa necessaria: si tratta di un esercizio adatto solo ai principianti, dato che si presume e spera che uno trovi presto cosa vuole scrivere (o almeno cosa crede di voler scrivere). Semplicemente, come spiegato nel pamphlet, dato che forzarsi a scrivere tutti i giorni è un ottimo modo per trovare la propria strada e un buon ritmo nel lavoro, ma all’inizio non è detto che si abbiano abbastanza progetti in corso per farlo, se proprio non si sa cosa scrivere si può fare un remake: trovo in particolare che i racconti di Čechov siano adatti a questo scopo, per la forza della loro struttura.

Secondo te, un autore è meglio che esordisca con un testo mainstream (o literary fiction) o che provi a sfondare con un'opera di letteratura di genere (horror, fantasy, ecc.). Soprattutto in Italia la questione è interessante.

Se è vero che in Italia esiste un pregiudizio, ancorché in parte superato, verso alcuni generi, credo che un autore debba scrivere ciò che vuole scrivere e che sente di dover scrivere, senza mai, per nessun motivo, fare considerazioni legate al mercato o alle mode.

 

Vanni Santoni (1978) ha pubblicato il progetto letterario Personaggi precari e i romanzi Gli interessi in comune, Se fossi fuoco arderei Firenze, la saga di Terra ignota, Muro di casse, La stanza profonda (candidato al Premio Strega), I fratelli Michelangelo.

Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa italiana della casa editrice Tunué.

Vanni Santoni La scrittura non si insegna
Vanni Santoni, foto fornita dall'autore

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi

Una sfumatura nell'arcobaleno dell'Ulisse di Joyce

Oggi vorrei chiedere ai miei lettori, esortandoli ad alzare la mano se, almeno una volta nella vita, hanno lasciato l’Ulisse di Joyce, sbuffando o imprecando, sul comodino senza finirlo.
Lo sapevo, abbassate pure le mani.
È successo anche a me, per ben due volte: la prima perché, arrivata al terzo episodio, non avevo capito niente; la seconda perché, arrivata al decimo episodio, non avevo capito niente.

Quando, però, al secondo anno di università, un mio docente di letteratura inglese mi disse che il fatto di non capirci nulla, nel caso dell’Ulisse, può essere nient’altro che un buon segno, ho ripreso il “mattone” dalla libreria ed ho cominciato a (ri)leggerlo. La prima traduzione che lessi fu quella del 1960 di Giulio De Angelis per Mondadori. Poi, colpita quasi più dalla copertina che dal piacere di averne una seconda edizione tra gli scaffali della libreria, comprai quella del 2015 di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi per Newton Compton.

Non potei fare a meno di notare, anche se non ero e non sono tuttora un’esperta di traduzione (o come si dovrebbe dire, sempre nel caso dell’Ulisse, di straduzione), che più che due differenti traduzioni di uno stessa opera, mi sono sembrati due libri totalmente diversi. Pensai di non averci capito nulla per la terza volta, quindi decisi di abbandonare definitivamente Leopold Bloom e “compagnia bella” per dedicarmi ad altro, magari a quel genere di letteratura che fornisce risposte, anziché offrire nuove domande. Del resto, se la vita è così complicata, perché dovremmo leggere libri, opere che la complicano ulteriormente e che conducono la mente in abissi profondi ed oscuri? È vero che siamo attratti inspiegabilmente da ciò a cui non possiamo dare una risposta e da ciò che non riusciamo a comprendere, ma a tutto c’è un limite (o forse no?).

Purtroppo, però, la mia infinita testardaggine e la profonda seduzione che, come una calamita, mi attraeva verso quella complicata odissea, non mi hanno permesso di abbandonare quelle righe. Ed oggi, a distanza di cinque anni dall’uscita e dalla lettura dell’edizione a cura di Terrinoni, sono grata di non averlo fatto.

Un’altra strada, infatti, si apre all’orizzonte di chi l’Ulisse lo ha letto o vuole cominciare a farlo: sto parlando della nuova traduzione di Mario Biondi, edita da “La nave di Teseo” (1067 pagg., 25 euro). Mario Biondi, scrittore, poeta, critico letterario e traduttore di altre 71 opere, nei Prolegomeni dell’Ulisse afferma: “Dopo aver ripreso più volte in mano il progetto negli anni ottanta e novanta, nel duemila avanzato – essendomi lasciato 71 traduzioni e con esse “un grande avvenire dietro le spalle” – ho creduto di potermi finalmente sentire adeguato al compito, quindi eccolo qui. È un testo di grandissimo fascino, in larga misura anche proprio per le sue oscurità volute o indotte, i suoi giochi di parole, le sue onomaturgie. È del tutto possibile che qualche errore mi sia scappato. Prego il lettore di perdonarmi e di ricordarsi che, gli “errori sono […] i portali della scoperta”.
Del resto, il 16 giugno del 1904, Leopold Bloom non fa altro che errare per le strade di Dublino, incontrando tante altre persone e incontrando, in esse, se stesso.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

“Segnaliamoli, quindi, questi presunti errori, e cerchiamo anche attraverso essi di procedere ad almeno qualcuna delle infinite – e sempre nuove, e capaci di rinnovare lo stupore a ogni lettura – scoperte che questo tempestoso testo consente”, continua Biondi.

E voglio sottolineare alcune parole chiave di questa affermazione, a me molto care: infinite scoperte.
Non è forse vero che, proprio quando si smette di cercare e si abbandona quella frenetica voglia ed incolmabile sete di risposte, si riesce a scoprire qualcosa che si svela davanti ai nostri occhi con significati e volti totalmente nuovi? E come potremmo scoprire, e svelarci a noi stessi senza entrare in contatto con l’altro? Senza sperimentare ciò che percepiamo come “straniero”, come altro rispetto a noi? L’Ulisse, se ci invita a perderci, ci esorta anche a diventare stranieri, ad accettare la diversità e a diventare l’“altro”.

Stranieri lo siamo tutti, anche se non lo ammettiamo quasi mai e facciamo ancor più fatica ad accettarlo, ad accettarci: siamo stranieri a chi ci vive accanto, a chi crediamo di conoscere, a chi non ci conosce e, soprattutto, stranieri a noi stessi: e grazie a questi errori di cui parla Mario Biondi nei prolegomeni, riusciamo a tradurre anche noi stessi. La nostra personalità, il nostro essere, in quanto esseri umani, è aperto a molteplici traduzioni: nessuna giusta o sbagliata, semplicemente diversa. Perché, quindi, non dovrebbero esistere più traduzioni di una stessa opera?

I “quattro Ulisse italiani” (perché non bisogna dimenticare anche la traduzione di Gianni Celati, da alcuni critici non accolta benissimo, per Einaudi del 2013) non potrebbero essere più diversi tra loro, ma nessuna delle traduzioni va ad “ammazzare” o ad eclissare le altre. Sono come sfumature di un arcobaleno dopo la tempesta dell’errore, del vagare di Leopold, del suo e del nostro errare.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

L’Ulisse, quindi, è un’opera costituita, più che da frasi e pagine, da un’intersezione di vie e di percorsi che solo il lettore può costruire, per poi percorrere, con i personaggi. Ed il suo autore non poteva lasciare compito più arduo non solo ai critici, ma anche ai traduttori come Mario Biondi (costretti a misurarsi e a rendere “leggibile”ciò che, ancor più che infinito, è incompiuto o addirittura non ancora cominciato), ed ai lettori, in balia di ciò che percepiscono più grande di loro, ma scritto per e a proposito di loro.

Un altro modo di scrivere Ulysses, titolo inglese dell’opera, potrebbe essere “Youlisses”, perché se è vero che Leopold Bloom è il moderno antieroe dell’Ulisse di Omero, Ulisse è un libro che si rivolge ad ogni “tu” che si appresta a leggere.
Ma Ulysses non riguarda un solo “tu”, ma va ancora oltre: è la coincidenza di tanti opposti “tu”che diventano un bellissimo “noi”. Sono i nostri destini che si incontrano e trovano infiniti modi di coincidere.

arcobaleno Ulisse Joyce
La copertina della nuova traduzione dell'Ulisse di James Joyce, a cura di Mario Biondi, pubblicato da La nave di Teseo


arrivo delle missive Aliya Whiteley

L'arrivo delle missive: fantascienza dell'incanto con Aliya Whiteley

Ogni volta che parlo di bei libri spesso parlo dei titoli di Carbonio Editore, e oggi torniamo alla fantascienza, firmata Aliya Whiteley, con L'arrivo delle missive

Siamo nell'Inghilterra di epoca post-vittoriana, ai tempi del regno di Giorgio V, reduce della Prima Guerra Mondiale. In un piccolo paradiso rurale, tipico “quadretto” della campagna inglese, una storia di atipica distopia prende vita dalla voce della giovanissima protagonista Shirley Fearn. La storia è lentamente costruita sulle pulsioni di Shirley, ragazza testarda, agguerrita e innamoratissima del signor Tiller, e succube di una società patriarcale e conformista.

Un amore sbagliato - data anche la differenza d'età -  , non sempre ricambiato, funge come da motore per mettere in atto le strane vicende che la Whiteley tratteggia con una delicatezza tale da ricordare un romanzo inglese ottocentesco. Il signor Tiller invece è innamorato della giustizia, del senso civico e del dovere morale, ideali che propugna e che porta avanti con una tempra tale da ignorare tutte le altre persone; anzi l'umanità sembra qualcosa da manipolare e controllare per Tiller.

In realtà Tiller nasconde un grande segreto, proprio sotto la sua aurea da inglese perfetto, sulla sua pelle c'è una ferita. Una ferita davvero, davvero unica di cui tutto il paese vocifera. La particolarità dello scritto della Whiteley è di incarnare la bellezza idilliaca dei femen romance e fonderla all'intelligenza riflessiva dei lavori di speculative fiction che ricordano i capolavori di Margaret Atwood.

Assistiamo a un romanzo che unisce la rivalsa femminista, lo spirito di ribellione adolescenziale all'apocalisse fantascientifica e che conferma l'autrice come una delle penne più originali del panorama della letteratura di genere, degna erede anche degli autori cardine della letteratura inglese; i parallelismi a Jane Austen, alle sorelle Brontë o a James Joyce infatti sono d'obbligo perchè la Whiteley è capace di creare una piccola epopea britannica che trascende il realismo e che diventa effige di una fantascienza sobria, intrigante e magnetica.

Autrice da tenere d'occhio, un po' come il personaggio di Shirley che una volta diventata donna non può far altro che prendere le redini del proprio destino e autodeterminarsi.
Tornando a Tiller, apprendiamo che nel suo corpo si nasconde una creatura aliena che gli trasmette il dono della preveggenza ed è in contatto con la signorina Fearn attraverso delle missive. La fantascienza della Whiteley si macchia di weird incantato e non è connotata da una tecnocrazia asfissiante, una vera boccata d'aria fresca in un panorama cristallizzato nei soliti cliché.

arrivo delle missive Aliya Whiteley
Il romanzo L'arrivo delle missive di Aliya Whiteley, pubblicato da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato, nella traduzione di Olimpia Tellero

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Little Boy di Lawrence Ferlinghetti: un secolo di auto-indagine

Infinito come una Route 66: così possiamo concepire l’esercizio metanarrativo di Lawrence Ferlinghetti in Little Boy. Un romanzo che non è un romanzo, ma molto di più. Little boy è un testamento spirituale di joyciana memoria, immenso come un Ulisse californiano, visionario come il canto di una poesia della Beat Generation.

Non è semplicemente un' autobiografia di quel ragazzino nato nel 1919 a Yonkers, New York, che “si sentiva completamente perso. Non sapeva chi fosse né da dove venisse", ma il tentativo più sperimentale di andare oltre la narrativa stessa, il ricordo e l’esperienza personale. Il libro del centenario Ferlinghetti scardina tutte le etichette del caso, dei generi e delle più asettiche nomenclature della letteratura “alta”.

Lawrence Ferlinghetti. Foto di Christopher Michel, CC BY-SA 4.0

“Non sono memorie, le memorie sono per le ragazze vittoriane. Non è nemmeno un’autobiografia, è semplicemente un io immaginario, il tipo di libro che ho scritto per tutta la mia vita. Diciamo che è un romanzo sperimentale.” Così ci suggerisce lo stesso autore parlando del suo lavoro; e leggendolo, come dargli torto? Un Io immaginario indomabile, inafferrabile e spesso incomprensibile.

Prima di comprare e leggere questo libro - edito da Clichy - allacciatevi le cinture di sicurezza, perché la prosa di questa leggenda della poesia americana è una supernova che sfreccia a 300 chilometri orari e ossida l’asfalto di tutte le autostrade del mondo. Il trip narrativo è indescrivibile, un arazzo retorico di rarissima potenza con un linguaggio ispiratissimo e colmo di citazionismi, erudizioni “beat” e richiami culturali così variegati da richiedere tutta l’attenzione del lettore.

Sembra un monologo senza un inizio e una fine o il mormorare sibillino di un’eterna divagazione, non c’è trama o messaggio; assistiamo alla potenza che diventa atto scrittorio, un flusso di coscienza possente che abolisce la punteggiatura stessa, come al tempo fece Saramago. Little Boy è un perpetuo divagare nel passato, nel cosmo di glorie perdute del calibro di George Whitman, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Samuel Beckett, Gregory Corso, William Burroughs e molti altri del magma “beat”. Fiorisce un’estetica anarchica nel destrutturare la propria coscienza, nel vivisezionare l’anima e lasciar fluire liberamente la linfa sanguigna della poesia. In sintesi, non c’è verso di uscire dal verso.

Little Boy è “un lungo respiro” di un uomo che va ormai oltre il centesimo anno d’età, che ci lascia come eredità un torrenziale inno alla filosofia e alla resistenza, alla lotta intellettuale contro i parossismi di cui il nostro mondo è vittima sacrificale. Si potrebbe dire molto di più, ma la verità è che tutto questo non è facile da spiegare, è un fardello emotivo non indifferente. Non rimane che leggere.

Little Boy di Lawrence Ferlinghetti
La copertina del romanzo Little Boy di Lawrence Ferlinghetti, per la collana di Edizioni Clichy. Traduttrice Giada Diano

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Fabrizio Pasanisi ci accompagna nella Dublino di James Joyce

Come potrebbe esistere Joyce senza Dublino, e, oggi, come potrebbe esistere Dublino senza Joyce?”

È con questo punto interrogativo con cui Fabrizio Pasanisi decide di aprire il suo libro, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore, edito da Giulio Perrone Editore (pp. 204, €15,00).

Al liceo o alla scuola superiore, se non anche all’università, ci hanno spiegato che uno dei cardini fondamentali della produzione letteraria di Joyce è proprio il rapporto con la sua terra, l’Irlanda, è quell’odi et amo che lo scrittore prova nei confronti della sua isola a dare vita alle sue opere, tanto amate, ma al tempo stesso anche odiate, perché non sempre comprese, dagli studenti.

Perché dovrei studiare Joyce?”

Cosa mi importa del suo rapporto con l’Irlanda?”

Alzate la mano se non ve lo siete mai chiesti almeno una volta, a scuola o in un’aula universitaria.

Ebbene, Pasanisi sembra rispondere in maniera chiara, ma esaustiva, alle nostre domande:

Joyce, come chiarito in una lettera, intendeva raccontare non come si viva a Dublino, ma come viviamo, noi tutti e dovunque, come sono fatti gli esseri umani e quali siano i loro caratteri, loro storie.”

Quindi non è solo un viaggio, un errare di carattere fisico tra le vie di Dublino per noi ed il nostro autore: il tutto si traduce in un errare della nostra mente che deve perdersi un po’ per potersi ritrovare tra le righe delle opere di Joyce.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Infatti, come ci spiega bene Pasanisi, per Joyce “la letteratura non serve a rassicurare, distrarre, o almeno non serve solo a questo.La letteratura può diventare enciclopedia, dove ogni sapere si mischia, e può diventare specchio in cui ognuno può ritrovarsi, scoprendo persino come funziona il proprio corpo.”

Nel libro dello scrittore napoletano non troviamo semplicemente un macchinoso riassunto della vita e delle opere di Joyce, ma abbiamo un quadro completo degli itinerari che Joyce compie nella sua Dublino durante i primi 22 anni vissuti nella capitale irlandese, dalla nascita all’”esilio forzato”, cominciato il 10 ottobre del 1904.

Pasanisi, nella prima parte del libro, quella dedicata proprio agli anni di Dublino, passa in rassegna tutti gli spostamenti ed i cambi di residenza che James, sin dai primi anni della sua infanzia, fu costretto a compiere per colpa delle ristrettezze economiche che colpirono la famiglia, anche in seguito alla perdita del lavoro come esattore fiscale da parte del padre, persona certo non incline al risparmio e ad una vita opulenta.

I continui cambi di casa non sono, per il nostro giovane James, l’unica occasione per girare quella che da lui veniva considerata la “mia cara, sporca Dublino”: o da solo, o con il caro fratello Stanislaus o con la giovane Nora, altro punto di riferimento fondamentale per Joyce, egli non faceva altro che trarre spunto e ispirazione dalle quelle strade, da quei luoghi, da cui nasceranno capolavori come Gente di Dublino, Un ritratto dell’artista da giovane, Ulisse e Finnegans Wake.

Nella seconda parte del libro, dedicata alla Dublino dei libri di James Joyce, Pasanisi ci parla di quali itinerari compiono, questa volta, i personaggi delle opere di Joyce.

L’autore parte dai primi esperimenti narrativi dello scrittore irlandese, le Epifanie e le poesie, per arrivare a tracciare una mappa dei luoghi percorsi dai protagonisti di Gente di Dublino, opera che “ritrae la classe sociale più vicina al giovane, quella della borghesia povera, fatta di insegnanti o piccoli commercianti, oltre alle tante figure del popolo.”

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Pasanisi parte da Great Britain Street, con il racconto Sorelle, per concludere il suo itinerario ad Usher’s Island, sfondo de I morti, dove Dublino “È ancora una città del passato, dove” le carrozze rimangono il mezzo di trasporto, “scomode e gelate, anche nella parte protetta destinata ai clienti.”

Il ponte James Joyce sul fiume Liffey ad Usher's Island. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Il libro di Pasanisi diventa un’ottima guida per il lettore, soprattutto per chi è alle prime armi con uno scrittore del calibro di Joyce, quando l’autore ripercorre i passi di Leopold Bloom, protagonista dell’Ulisse.

Il James Joyce Museum con la Torre Martello a Sandycove. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

In quel 16 giugno 1904 in cui l’opera si svolge, dalle otto di mattina e le prime ore del giorno successivo, cioè in quella stessa data in cui Jensen ora passeggiarono per la prima volta insieme, la fantasia si mischia alla testimonianza biografica, il sapere alla semplice osservazione, i personaggi che affollano la narrazione sono frutto di invenzione o di trasposizione, dalla vita alla pagina. Tutto è citazione, riferimento, simbolo.”

Usher's Quay a Dublino. Foto di Giuseppe Milo (Pixael), CC BY

L’autore napoletano decide di far terminare il nostro viaggio tra le pagine di Finnegans Wake, dove chi ha il coraggio di intraprendere questo folle percorso non fa altro che perdersi tra le righe di quelle non-parole di una non-lingua (che sembra racchiudere tutte le lingue del mondo) per ritrovarsi, forse ancor più smarrito di prima, tra le vie di quella amata e odiata Dublino, dalla quale Joyce non sembra mai essersi allontanato.

Fabrizio Pasanisi A Dublino con James Joyce
Copertina del libro di Fabrizio Pasanisi, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore