Mariano Rizzo Paolo Finoglio Terra d ombra Annapaola Digiuseppe

Quando le parole hanno un colore: "Terra d'ombra" di Mariano Rizzo

“Chissà cos'è quel moto che ci unisce e ci divide”, canta Franco Battiato in uno dei suoi tanti capolavori. La vita del pittore Paolo Finoglio narrata da Mariano Rizzo nel suo Terra d’Ombra (Edizioni di Pagina, 2021) sembra girare intorno a questo interrogativo.

La sua storia si sviluppa lungo una sequenza di incontri e separazioni, di relazioni costruite fra la voglia di trovarsi e quella di perdersi, fra la paura di restare e quella di partire.

Paolo Finoglio, come molti sapranno, è un pittore campano vissuto tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento. La sua fama lo solleva dall’oblio dei tanti artisti coevi di cui si sono perse, più o meno volutamente, le tracce. Tuttavia non lo colloca alla stessa altezza dei grandi personaggi che hanno segnato quell’epoca sospesa tra il manierismo barocco del Carracci, ispirato ai modelli classici, e l’eversivo linguaggio del Caravaggio, legato allo studio del vero contro ogni regola accademica.

Questo conflitto tra essere molto ma non essere tutto, si fa carne, sangue, desiderio, affanno e, in buona sostanza, assoluta umanità nel personaggio tracciato da Mariano Rizzo. E l’umanità di Paolo Finoglio viene fuori esattamente come nascono i suoi quadri: a strati di colore.

ombra Terra d'ombra, romanzo di Mariano Rizzo
Paolo Finoglio sulla copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine. Foto di Annapaola Digiuseppe

Mariano Rizzo tratta l’argomento tuffandosi in un lavoro di totale immedesimazione non solo nel personaggio, ma anche nella sua materia. La parola, la frase, lo scritto, il componimento, slittando da un’arte all’altra, si trasformano in impasto preparatorio, linee prospettiche, disegno, chiaroscuri, pennellate. La mano che scrive diventa mano che dipinge, e questa magnifica sinestesia compositiva è già chiara nell’incipit, dove leggiamo:

E poiché un quadro non è che una storia, un racconto di tela e pigmento, allora il pittore è egli stesso un narratore, che prima di tutto deve avere ben chiaro nella sua mente cosa emergerà dal buio e come dosare correttamente la luce.

Paolo Finoglio in questo romanzo è, prima che un artista, un uomo. E, in quanto tale, vive di tutti i limiti, le insicurezze, i difetti, le miserie e le contraddizioni insiti nella natura umana. È una persona, non un personaggio, tantomeno un eroe. Fa scelte sbagliate, anela a ciò che non può avere e trascura quello che ha, insegue i sogni ma si perde nei suoi incubi.

Eppure, come nella vita di ognuno di noi, accanto alle sue fragilità viaggiano le sue intuizioni, il suo slancio artistico, il suo istinto di sopravvivenza, la sua capacità di adattamento, il suo amore che, segnato da un imprinting quasi staccato dalla realtà, non è capace di focalizzarsi e finisce per disperdersi fra tanti obiettivi – o miraggi – pur senza mai diminuire d’intensità e trasporto.

Paolo Finoglio è un uomo che, come tutti, muove ogni sua azione alla ricerca di tre elementi imprescindibili: il proprio posto nel mondo, la realizzazione di sé, l’Amore (sì, quello con la A maiuscola, perché il resto è acqua che non disseta).

Procede per tentativi, per esperimenti, per corsi e ricorsi, perché, sempre come tutti noi, non sa quale sia la strada giusta, né se ne esista una che possa definirsi tale.

Terra d'ombra, romanzo di Mariano Rizzo
Foto di Annapaola Digiuseppe

Il romanzo si suddivide in quattro parti, che corrispondono ad altrettante importanti tappe nella vita del protagonista e che sono introdotte da titoli evocativi: Bianco d’ossa (Napoli, 1604-1612), Blu d’oltremare (Lecce, 1613-1623), Rosso di Marte (Napoli, 1623-1632), Nero di vite (Conversano, 1635-1645), tutti pigmenti utilizzati in pittura, come la stessa Terra d’ombra del titolo.

Il lettore viaggia insieme a Paolo Finoglio, trascinato dalla vividezza della resa dei suoi sentimenti, ed è portato a guardare il mondo attraverso i suoi occhi, grazie anche alle parti narrate in prima persona che si alternano a quelle in terza. Si finisce inevitabilmente per condividerne le inquietudini, le ambizioni, le ingenuità, gli ardori, le delusioni, la confusione, le speranze. Anche quando le sue azioni non sono esattamente encomiabili, anche quando prende decisioni sbagliate o, al contrario, resta passivo laddove dovrebbe agire e reagire, ci si ritrova dalla sua parte, perché se ne comprendono i contorti – e umanissimi – meccanismi mentali.

ombra Terra d'ombra, romanzo di Mariano Rizzo
Paolo Finoglio sulla copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine. Foto di Annapaola Digiuseppe

Tanti i personaggi che il protagonista incontrerà lungo questo cammino di ricerca, dalla janara al travestito, dalla prostituta al ricco committente d’arte, dal pittore affermato a quello affamato, dal mendicante al nobile, dalla filatrice alla cortigiana, dal mecenate alla scaltra badessa. Tra questi, molti sono figure storiche, come il tormentato e geniale Michelangelo Merisi, l’emancipata Artemisia Gentileschi, il Guercio di Puglia, sinistro ma lungimirante Conte di Conversano, la determinata Isabella Filomarino, per citarne solo alcuni e per restare il più possibile sul vago, affinché ognuno di essi, reale o di fantasia, resti una scoperta lungo la lettura del romanzo.

Bellissime le descrizioni di ambienti e paesaggi, anch’esse spesso mutuate dal mondo della pittura:

Il caldo estivo era solo un ricordo, il cielo era coperto da grosse nuvole che rendevano la città una dissonanza di bianchi e di neri” (p. 42);

L’estate aveva cominciato a colare il proprio oro nelle acque del golfo. Il sole saliva in cielo tirandosi dietro la foschia dell’aurora; il mare godeva delle carezze di tiepide correnti che sfumavano all’orizzonte” (p. 210);

Di quella città ormai serbavo un ricordo sbiadito e frammentario, come la sinopia di un affresco caduto” (p. 359);

L’estate luccicava all’orizzonte, pronta a invadere la costa per arrampicarsi fino al colle di Conversano, dove già si avvertiva un denso tepore che rendeva le notti calme e i giorni piacevoli. L’inizio della stagione sarebbe stato sereno ai limiti dell’indolenza, se la città non fosse stata scossa da un fremito d’irrequietezza che scorreva sottopelle, insinuandosi tra le fughe del lastricato e le radici degli alberi, imbevendo le pietre come un umore greve che rendeva i cittadini stizzosi e suscettibili senza un motivo apparente” (p. 389).

Terra d'ombra, romanzo di Mariano Rizzo
La quarta di copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine. Foto di Annapaola Digiuseppe

Il linguaggio raffinato ed evocativo di Mariano si muove continuamente tra chiari e scuri, esattamente come enuncia la quarta di copertina: Paolo Finoglio, pittura e vita tra luce e ombra. Da lì emergono, poi, i colori. Emerge il racconto.

Ciò che Mariano consegna tra le nostre mani non è solo il ritratto di un pittore che ha legato il proprio nome, tra le tante opere, a un pregevole ciclo di affreschi ispirati alla Gerusalemme Liberata, ma è anche il profilo di un artista alla ricerca della propria identità, di un uomo che ha un’apparenza mite e controllata, mentre dentro di sé cova un’anima inseguita dal buio, perseguitata dagli incubi.

Niente di epico, niente di enorme o di terribile, semplicemente la vita.

Di questo, invece, devi avere paura: io sono un uomo come te”, dice il maestro Battiato in un altro dei suoi capolavori, fornendoci ancora una volta uno spunto su cui riflettere.

Non volendo anticipare altro e invitando direttamente alla lettura di questo interessante romanzo, aggiungo solo un consiglio: accanto al libro tenete con voi un dispositivo – cellulare, tablet o computer che sia – che vi consenta di fare simultanee ricerche nel web delle opere d’arte (tantissime) citate lungo il racconto, perché tutto ciò che accade è intrecciato alle immagini, in una sorta di percorso multimediale e multisensoriale.

A tal proposito, segnalo anche la qualità estetica del volume (dalla copertina alle tavole di apertura delle quattro sezioni narrative), curato con maestria dalla casa editrice e con il consueto buon gusto del grafico Luigi Fabii. Insomma, un gioiellino di 524 pagine da regalare o regalarsi.


Terra d'ombra ombra romanzo storico Mariano Rizzo

Terra d'ombra: quando il caravaggismo si fa romanzo

Terra d'ombra: quando il caravaggismo si fa romanzo

Che la citazione sia voluta o meno, immergersi nella lettura di Terra d’ombra è come rimettersi, a quarant’anni di distanza, sulle strade dissestate percorse da Castelnuovo e Ginzburg nel saggio Centro e periferia, per arrivare come allora a scoprire panorami inaspettati e stupefacenti su ciò che crediamo di conoscere.

Motore dell’opera di Mariano Rizzo sono infatti la vita di Paolo Finoglio e la sua eredità artistica. Fenomeni che costituiscono un esempio quasi paradigmatico di quella periferia che in Italia non è quasi mai per i fenomeni di stile approdo passivo e irrimediabilmente ritardatario. Piuttosto laboratorio di soluzioni divergenti, capaci di entrare in competizione con le proposte che arrivano dei centri.

Per affrontare questo tema, e altri non meno impegnativi, l’autore ha scelto la forma del romanzo storico. Una scelta che sulle prime appare quantomeno insidiosa, se non bizzarra e limitante.
​Si tratta però di un giudizio davvero superficiale: mano mano che si procede nella lettura, infatti, si capisce sempre meglio quanto il racconto e l’immaginazione siano funzionali alla ricostruzione di una figura come quella di Finoglio.

E non perché, come si potrebbe dire ricorrendo a un insopportabile cliché, si tratti di un artista la cui “vita sembra un romanzo”. La motivazione sta piuttosto nella necessità di colmare l’irrimediabile lacunosità delle fonti, sanarne l’ambiguità quando non persino scioglierne la contraddittorietà.

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Paolo Finoglio, Rinaldo e Armida nel giardino incantato. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le fonti

Sono di certo le protagoniste in incognito di questo romanzo, come ben si addice al suo autore, paleografo e archivista. Fonti documentarie, certo, ma anche molte fonti materiali: i dipinti, anzitutto.
Si tratta di un corpus vasto, in cui si incrociano opere firmate e opere attribuite, o per via stilistica o grazie a testimonianze scritte. Disomogeneo: per qualità, suggestioni, tematiche​. Affascinante, proprio per quel tanto di sorprendente ed imperscrutabile che modella anche l’atmosfera del romanzo.

Paolo Finoglio, Sacra Famiglia del Cucito, Museo Diocesano (Lecce). Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Stando a quello che sappiamo, (quasi) per certo Finoglio è un pittore di formazione napoletana e scuola tardo-manierista, che divide la sua carriera tra Napoli, Lecce e Conversano, dove trascorre l’ultima parte della sua carriera alla corte di Giangirolamo Acquaviva d'Aragona.
Guardare alle sue tele è come fissare negli occhi la magmatica stagione storica e artistica di cui sono figlie, e di cui Finoglio è interprete attento, curioso, aperto, anche se (o forse proprio per questo) tecnicamente incostante.
Suggestioni che si trasformano in intrecci, visioni ed atmosfere di Terra d’ombra, che ha il merito di tradurre in ​vicenda umana, pensieri e sentimenti queste impressioni che il contatto con l’opera di Finoglio suscita.

Pittore colto ma lontano dagli esiti esasperati del concettismo seicentesco riesce a far convivere con disinvoltura le più articolate composizioni dell’arte accademica di tradizione tardo rinascimentale e le suggestioni carnali e realiste del caravaggismo.

Paolo Finoglio, Nozze mistiche di Santa Caterina d'Alessandria, Palazzo Pretorio di Prato. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Il caravaggismo come stile di vita

L’incontro con l’arte, necessariamente esplosiva, che Caravaggio porta anche a Napoli è uno dei punti di svolta delle vicende del romanzo.
E nella stessa misura la questione del caravaggismo è dirimente per la ricostruzione dei fenomeni pittorici italiani del diciassettesimo secolo. Decenni roventi e contraddittori che Rizzo descrive con le stesse pennellate piene e sapide di Finoglio.

Caravaggio, Martirio di Sant'Orsola, Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Caravaggio non ha allievi, ma nessuno, neppure i suoi detrattori, può fare a meno di misurarsi con la sua radicale via alla rappresentazione. Merisi, messo a confronto con la sua eredità, sembra sempre irrimediabilmente alieno. Troppo nordico, troppo estremo. Troppo estraneo al legame mai davvero interrotto con l’antichità romana e greca della pittura italiana. Eppure proprio nei luoghi di Finoglio, proprio in quelle zone dove la lezione di impietosa realtà ottica pare meno in sintonia con il gusto e la cultura della committenza, lì nasce la scuola caravaggista più vivace e fertile.
Ne sono una dimostrazione Finoglio stesso, così come i suoi compagni d’avventura, che punteggiano con ammirevole misura e veridicità le pagine del romanzo. Ribera, Stanzione, Sellitto, Caracciolo, Gentileschi:‌ una cerchia in cui si evolve un caravaggismo del tutto peculiare. Un ambiente che è allo stesso tempo artistico e sociale, che Rizzo tratteggia con grande bravura.

Battistello Caracciolo, Giuseppe e la moglie di Putifarre. Collezione privata, XXVIII Biennale dell'Antiquariato (2013), Courtesy of Maurizio Nobile. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

La finzione narrativa come metodologia d'indagine

Si diceva che la componente “fantastica” e i mezzi della narrazione si rivelano di grande utilità anche dal punto di vista della ricostruzione di fenomeni storico-artistici: il modo in cui l’autore tratteggia le dinamiche della cerchia del caravaggismo napoletano ne è un fenomenale esempio.
Non ci bastano i documenti, non ci bastano le opere. Per ricostruire le dinamiche che legano un gruppo così coeso, che lavora con obiettivi comuni per la stessa committenza, per renderle umane e tangibili non ci si può affidare che alla sensibilità e all’intuito. Alla capacità di creare collegamenti tra quello che si impara sui libri e quello che si apprende attraverso l’esperienza intellettuale, umana ed estetica.

Così rivive nelle pagine di Rizzo una delle stagioni più complesse dell’arte italiana. Attraverso la vicenda umana di Finoglio, così come ce la restituisce l’autore, abbiamo la possibilità di sbirciare nelle prassi di bottega, in quello strano miscuglio di sapienza artigiana, organizzazione aziendale, cialtroneria e talento tanto lontano dalla piatta, riduttiva e insidiosa rappresentazione post-ottocentesca del genio pittorico.

Dipingere nel Seicento

Dipingere nel Seicento, così come praticamente in tutta la storia prima del ventesimo secolo, significa essere artigiani, imprenditori, mercanti di se stessi (e di altri). Senza che tutto questo possa offuscare la reale passione, si potrebbe dire il demone della creazione, di quel fare artistico che inevitabilmente ha qualcosa a che fare con la magia. Rievocare figure, imitarne la carne, il sangue, il calore, fino a renderle più inesorabilmente vere e presenti dei modelli cui si ispirano: il romanzo ci suggerisce che dipingere sia un atto stregonesco, o sciamanico.
E non si può dare torto al suo autore per aver concepito questa lettura dell’opera di Finoglio. Occorre al contrario riconoscere che ci sia qualcosa di dolce e al contempo perturbante nel costante ritorno dei visi femminili, tutti allo stesso modo infantili e imbronciati. Nel dialogo impervio e gustoso degli azzurro polvere con i verdi vescica, che a loro volta duettano con i rossi aranciati, come nei bagliori dei riflessi sui metalli, luci improvvise che mantengono un insondabile fondo di oscurità.

Paolo Finoglio, Martirio di Sant'Orsola e le compagne. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Terra d’ombra è un romanzo che ha più di un merito: provare a indagare un momento vivacissimo dell’arte italiana. Farlo a partire da un nome non così noto, da un autore non impeccabile dal punto di vista tecnico;‌ farlo a partire da un’indagine scrupolosa delle fonti, si tratti di documenti o dipinti. E soprattutto utilizzare l’invenzione, la finzione, come strumento d’indagine. Come metodologia che consente di stabilire una verità più solida, completa e coerente di quella cui possiamo arrivare se ci fermiamo all’indagine delle fonti certe.
​Per raccontare l’avventura di dipingere serve un romanzo.


Collezione Poletti L'enigma del reale Gallerie Nazionali Barberini Corsini

L’enigma del reale. Ritratti e nature morte dalla Collezione Poletti e dalle Gallerie Nazionali Barberini Corsini

L’enigma del reale. Ritratti e nature morte dalla Collezione Poletti e dalle Gallerie Nazionali Barberini Corsini  

Mostra a cura di Paola Nicita

Gallerie Nazionali di Arte Antica – Galleria Corsini

 

Apertura al pubblico24 ottobre 2019 – 2 febbraio 2020

Collezione Poletti L'enigma del reale Gallerie Nazionali Barberini Corsini

Dal 24 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020 le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano nella sede di Galleria Corsini la mostra L’enigma del reale. Ritratti e nature morte dalla Collezione Poletti e dalle Gallerie Nazionali Barberini Corsini, a cura di Paola Nicita.

Per la prima volta a Roma saranno esposte le più significative Nature morte della collezione di Geo Poletti (Milano 9 aprile 1926 - Lenno 13 settembre 2012), storico dell’arte, connoisseur, pittore e collezionista, famoso per il suo occhio e giudizio infallibile, che formò la sua raccolta a partire dagli anni Cinquanta del Novecento.

Con esse, altri quattro dipinti della sua raccolta che vengono messi a confronto con alcune opere delle Gallerie Nazionali, solitamente non esposte al pubblico, e con un’opera proveniente dal Museo nazionale di Varsavia, allo scopo di indagare relazioni, intrecci, scambi tra opere e artisti, anche inaspettati.

Le 28 opere in mostra sono accomunate dall’adesione alla “Pittura di Realtà” e al naturalismo caravaggesco, in tutte le sue declinazioni note e per certi versi ancora enigmatiche.

Un’esposizione fortemente voluta dalla direttrice Flaminia Gennari Santori che sottolinea: “come per la mostra di Mapplethorpe anche in questa occasione si prosegue alla Galleria Corsini con l’esplorazione del collezionismo, sia come pratica che come categoria culturale, tema costitutivo e identitario delle Gallerie Nazionali di Roma”.

Il percorso espositivo si snoda negli ambienti della Galleria Corsini, partendo dalla “Galleria del Cardinale”, dove è esposto il Democrito di Ribera, appartenente alla collezione di Geo Poletti sin dai primi anni Sessanta, e inizialmente interpretato come Geografo sorridente. Il dipinto, segnato dall’intensità dell’espressione del filosofo e da una forte aderenza ai valori naturalistici, fu realizzato dal giovane pittore valenzano nella fase del passaggio da Roma a Napoli, tra il 1615 e 1618.

La mostra prosegue nella “Camera verde”, dove la Maddalena penitente della collezione Poletti suscita stupore per la sua ostentata nudità: una ragazza poco spirituale che assume un’espressione terrena, malinconica e uno sguardo perso nel vuoto. Dopo un’intricata storia di attribuzioni, la tela è stata ascritta al contesto spagnolo prossimo a Velázquez.

Bartolomeo Manfredi (Ostiano 1582 – Roma 1622), bottega, Fauno con uva e flauto, 1620 ca.
Olio su tela, 95 x 74 cm Gallerie Nazionali Barberini Corsini

Accanto alla Maddalena anche il Bacco e il fauno (collezione Poletti) e il Fauno con uva e flauto (Gallerie Nazionali Barberini Corsini) rimandano al tema della pittura di realtà, qui interpretata con crudo realismo, ai limiti dell’asprezza, con un forte chiaroscuro. Sulle tele, la rappresentazione dell’uva e della vite introducono il tema delle “nature morte”, approfondito nella stessa “Camera Verde” e nell’adiacente “Sala Blu”.

La fortuna di questi soggetti è legata al formarsi nel Sei e Settecento delle cosiddette “Gallerie principesche di pittura”, dove erano esposti accanto ai dipinti di carattere storico, alle scene di genere e ai paesaggi. Ne sono un esempio le invenzioni festose del barocco internazionale, i banchetti sontuosi, gli spuntini eleganti, come le Allegorie delle Stagioni di Abraham Brueghel (Anversa 1631 - Napoli 1697) e di Christian Berentz (Amburgo 1658 - Roma 1722), della collezione Corsini esposte nella “Camera Verde”.

Segue la “Sala blu” in cui sono presenti le opere più significative della collezione Poletti, esposte quasi tutte senza cornice, secondo il gusto del collezionista milanese. Si tratta di opere magistrali, in cui le luci e le ombre danno drammaticità agli oggetti, animali vivi e morti, frutti e vegetali, che si stagliano nella penombra con una minuziosità fotografica e una consistenza illusionistica che amplifica il senso dell’attesa, irreale e impossibile se non nella forma perfetta della pittura.

Qui spiccano due importanti nature morte raffiguranti Vasi di fiori e frutta attribuite da Geo Poletti allo stesso Caravaggio, messe a confronto con la Natura morta con tuberosa, anch’essa di pittore caravaggesco, appartenente alla collezione delle Gallerie Nazionali e solitamente non esposta al pubblico.

Collezione Poletti L'enigma del reale Gallerie Nazionali Barberini Corsini
Evaristo Baschenis (Bergamo 1617-1677), Natura morta con cesta di mele e piatto di prugne, meloni e pere, 1645-1650 ca.
Olio su tela, 49x70,5 cm Collezione Poletti

A rappresentare le scuole regionali della natura morta italiana troviamo le “Cucine” emiliane, gli esempi veneziani di Bernardo Strozzi, fino al realismo di ispirazione caravaggesca del capolavoro giovanile di Evaristo Baschenis Natura morta con cesta di mele e piatto di prugne, meloni e pere. Qui il pittore, considerato da alcuni studiosi il massimo esponente italiano di questo genere, raggiunge una visione lucidissima della realtà.

La mostra si conclude nella “Saletta”, dove sono affiancate per la prima volta insieme le tre versioni del Pescivendolo che sventra una rana pescatrice provenienti dalla collezione Poletti, dalle raccolte delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini e dal Museo nazionale di Varsavia. Un’occasione imperdibile di vedere riunite le tre tele, restituendo loro il contesto di provenienza e un’inedita lettura, sia sul piano attribuzionistico che su quello storico e iconografico, grazie anche alle indagini diagnostiche effettuate in occasione della mostra. La genesi delle tele rappresenta un vero e proprio enigma su cui vale la pena soffermarsi. Il soggetto, un umile pescatore intento a estrarre le viscere di un pesce, viene qui rappresentato come nobilitato, quasi come in un “ritratto all’eroica”. Stupisce poi come tre mani diverse della stessa epoca si soffermino su un tema tanto raro, che non appartiene al genere della natura morta, bensì a quello della pittura di realtà.

Quella delle Galleria Nazionali, attribuita prima al romagnolo Guido Cagnacci e poi al fiorentino Orazio Fidani, è in realtà opera di un pittore napoletano della metà del XVII secolo. Anche le altre due versioni, quella Poletti e quella di Varsavia, sono riconducibili allo stesso ambito culturale e alla stessa epoca.

In occasione della mostra, è previsto un ciclo di visite animate Storie di nature morte a cura e delle Associazioni culturali Zebrart e “Senza titolo” e del Dipartimento educazione e ricerca del museo, dedicate ai bambini dai 5 ai 10 anni, dal 16 novembre al 1° febbraio, ogni primo e terzo sabato del mese, alle ore 16.00. Sei appuntamenti didattici condurranno i partecipanti in un viaggio alla scoperta del collezionismo e della rappresentazione della realtà, in riferimento al genere della natura morta, dal Seicento fino all'età contemporanea. La visita in mostra, accompagnata da brevi attività laboratoriali di fronte alle opere, consentirà a bambini e accompagnatori di dar vita ad una personale collezione, di sperimentare inedite composizioni di oggetti per creare una propria natura morta. Attività gratuita, previa prenotazione all’indirizzo: [email protected]Appuntamento davanti alla biglietteria. Per due accompagnatori è prevista una riduzione sul costo del biglietto a 6 euro.

Per gli adulti, per tutta la durata della mostra ogni giovedì alle ore 17.00 (escluso il 26dicembre) sono previste delle visite guidate gratuite previo acquisto del biglietto. Le visite sono a cura del personale delle Gallerie e degli studenti della Scuola di Specializzazione in Beni storico-artistici, Sapienza, Università di Roma, coordinate da Tullia Carratù.

In programma due conferenze con esperti del mondo dell’arte e della botanica sui temi delle opere esposte. Venerdì 13 dicembre si terrà alla Galleria Corsini la conferenza di Flavio Tarquini, coordinatore scientifico del Museo Orto Botanico | Sapienza Università di Roma, che analizzerà le specie botaniche presenti sulle tele. La seconda è in via di definizione.

Infine, a conclusione della mostra, a gennaio 2020, si terrà una giornata di studio per approfondire la conoscenza dei dipinti esposti. In particolare, alla luce dei risultati delle analisi condotte per la mostra, studiosi e specialisti del settore si confronteranno sulle opere delle collezioni Barberini Corsini e sulla relazione che intercorre tra le tre versioni del Pescivendolo che sventra una rana pescatrice.

Paola Nicita, Giovanna, Francesca e Alessandra Poletti, Flaminia Gennari Santori

In occasione della mostra sarà pubblicato un libretto/guida con un testo di Paola Nicita.

Si ringraziano la famiglia Poletti per la gentile collaborazione e BIG Broker Insurance Group/CiaccioArte per il generoso contributo.

Roma, ottobre 2019

Collezione Poletti L'enigma del reale Gallerie Nazionali Barberini Corsini

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Maria Bonmassar


Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli mostre

Rubens, Van Dyck e Ribera: tre grandi artisti in un’unica prestigiosa esposizione a Napoli

Artisti come Pieter Paul Rubens, Antoon Van Dyck e José de Ribera non si ammirano certo tutti i giorni nel Mezzogiorno d'Italia, ben che meno la loro insolita congiunzione in una mostra che si configura come un ritorno alle origini. È stata infatti recentemente inaugurata a Napoli un’affascinante esposizione atta a ricomporre un’antica collezione che include le opere di questi tre esponenti dell’arte seicentesca.

Trentasei opere, molte delle quali tornano nella loro sede originaria grazie a prestiti nazionali ed internazionali, per riporle proprio laddove un tempo furono custodite: presso Palazzo Zevallos Stigliano, attuale sede museale delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo. Viene così ricomposta la quadreria dispersa dei Vandeneynden, famiglia di mercanti di Anversa che vi abitò al termine del Seicento, strettamente legata a pittori fiamminghi come Brueghel, de Wael e de Jode. Parimenti per Gaspar de Roomer, che era partecipe di quella rete di relazioni. Le loro raccolte di opere d’arte erano le più grandi del napoletano in epoca barocca ed includevano i migliori esemplari d’arte italo-fiamminga del periodo, influendo molto sui gusti dei collezionisti e sulla successiva pittura nell’area. In seguito la preziosa quadreria divenne proprietà dei principi Colonna di Stigliano, per poi essere dispersa tra musei e gallerie estere.

Il progetto ha richiesto un’impegnativa ricerca archivistica su Jan e Ferdinando Vandeneynden, con indagini documentarie sulla storia dinastica della famiglia, permettendo così di identificare un’ampia quantità di opere. La ricostruzione filologica ha comportato il coinvolgimento di enti e studiosi provenienti da ogni parte del globo, producendo così una rassegna internazionale sia per contenuti che per collaboratori. Vi è infatti un prestigioso comitato scientifico che include tra gli altri Christopher Brown, Maria Cristina Terzaghi, Keith Sciberras, Aidan Weston Lewis e Gert Jan van der Sman.

Antonio Ernesto Denunzio il curatore, affiancato dal consultant curator Gabriele Finaldi ed i collaboratori Giuseppe Porzio e Renato Ruotolo. Numerosi gli enti che cooperano per questo prezioso progetto, patrocinato dal Comune di Napoli e dal Ministero per i beni e le attività culturali, organizzato in collaborazione con l’Università “L’Orientale” ed in partnership col Museo e Real Bosco di Capodimonte. Una sinergia di forze che si impegnano per la riuscita del progetto, unitamente agli importanti musei che hanno dato in prestito le opere: la Galleria Sabauda di Torino, la Pinacoteca di Brera di Milano, i Musei Capitolini di Roma, il Museo Correale di Terranova a Sorrento, le National Galleries of Scotland di Edimburgo, il Museo Nazionale del Prado di Madrid ed il Los Angeles County Museum of Art, solo per citarne alcuni.

Luca Giordano (Napoli 1634 –1705), Nascita di Venere, olio su tela, 174 x 314 cm. Chalon-sur-Saône, Museée Vivant Denon

Tra questi prestiti vi sono quadri mai esposti prima d’ora in Italia: “La merenda” di Jan Miel e due Jan Fyt, provenienti dalla Spagna. Vi sono altresì dipinti di Cornelis de Wael, Vincenzo Gesualdo, Paul Bril, Nicolas Poussin, Annibale Carracci, Salvator Rosa ed un’opera attribuita ad Orbetto, “Erode con la testa del Battista”. Tra gli altri, “Nascita di Venere” di Luca Giordano, “Decapitazione di San Paolo” di Mattia Preti, ma soprattutto “San Girolamo” di Jusepe de Ribera proveniente da una collezione privata e “Ritratto degli incisori Pieter de Jode il Vecchio e il Giovane” del pittore fiammingo Van Dyck, stabilmente custodito presso i Musei Capitolini.

Peter Paul Rubens (Siegen, Vestfalia 1577 –Anversa 1640), Banchetto di Erode, 1635-1638 ca., olio su tela, 208 x 272. Edimburgo, National Galleries of Scotland

Ci è giunto invece da Edimburgo “Banchetto di Erode”, realizzato da Rubens e pervenuto insieme ad altri a Ferdinando Vandeneynden attraverso Gaspar de Roomer, fratello di un amico del grande artista. Si tratta di un’ampia tela di oltre due metri, risalente al 1635-1638 circa e realizzata con la tecnica dell’olio su tela: qui il pittore fiammingo ha volutamente enfatizzato la scena dipingendo i personaggi con lineamenti sgradevoli e sguardi malignamente complici, mentre la testa del Battista sovrastata da un coperchio su un piatto da portata sembra esser punzecchiata con la forchetta di Erodiade. Vi è poi il “Sileno ebbro” di Ribera, proveniente dal Museo e Real Bosco di Capodimonte: caratterizzato da una scena baccanale e dai forti chiaroscuri, anch’esso dipinto con olio su tela di circa due metri, raffigura una grassa figura maschile centrale distesa su un drappo intenta ad offrire una coppa di vino circondata da satiri e figure simboliche.

Jusepe de Ribera (Xátiva 1591 –Napoli 1652), Sileno ebbro, 1626, olio su tela, 185 x 229 cm. Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte. Foto di Luciano Romano. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Ambientali –Museo e Real Bosco di Capodimonte

L’intera collezione dei Vandeneynden includeva circa trecento dipinti, molti dei quali raffiguranti nature morte, paesaggi e combattimenti bellici, esito principalmente della maestria fiamminga. Una raccolta degna di nota, apprezzata e rievocata nel corso del tempo da personalità importanti quali il canonico Carlo Celano, il futuro direttore della Galleria degli Uffizi Tommaso Puccini e lo storico dell’arte Francis Haskell.

Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli mostre Rubens, Van Dyck, Ribera

L’esposizioneRubens, Van Dyck, Ribera. La collezione di un principe” è ammirabile nelle eleganti sale del piano nobile delle Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano fino al 7 aprile del 2019, mentre il primo piano accoglie la collezione permanente. È inoltre disponibile il catalogo della mostra che racchiude integralmente gli esemplari della collezione, edito da Silvana Editoriale.

L’evento si inserisce nel Progetto Cultura di Intesa San Paolo, che coinvolge spesso la città di Napoli in quanto sede storicamente, artisticamente e culturalmente ricca. Il progetto non si limita all’esposizione, ma incentiva ricerche finalizzate alla valorizzazione di artisti meno conosciuti, un obiettivo nobile e raro.

Giorni e orari: dal martedì al venerdì 10:00-19:00, sabato e domenica 10:00-20:00, lunedì chiusura.

Prezzo d’ingresso: intero 5 €, ridotto 3 €. Gratuito per minori di 18 anni e scolaresche.

Info: tel. +39 800 454 229, [email protected]