Pietro Citati racconta il giovane favoloso Leopardi

  “La letteratura era stata, per lui, un dono sostitutivo, perché gli dei e la fortuna gli avevano concesso di scrivere, non di vivere. La malattia aveva cancellato, anno dopo anno, questo dono. Ora egli era diventato una cosa, [...] non poteva più leggere, né scrivere, né correggere i propri versi. Così anche la letteratura, l’unico conforto rimasto, era stata abolita [...], sebbene non si lamentasse della propria infelicità, perché era troppo grande.”

Tutti, nella nostra libreria, dovremmo avere Leopardi, la biografia del poeta recanatese scritta da Pietro Citati per Mondadori (pp. 436, €12.50). Se già amate il poeta recanatese, non farete altro che amarlo ancor di più; se, invece, al liceo, avete detestato il “depressissimo” Leopardi e le sue opere piene di “maiunagioia”, allora, forse, vi ricrederete.

Pietro Citati comincia a raccontare, con estrema precisione, tutti i dettagli dell’infanzia e dell’adolescenza di Leopardi: ci porta a Recanati, nella casa natìa di Giacomo. Nella biblioteca che il Conte Monaldo, “un uomo bizzarro ed estroso, insieme meschino e donchisciottesco”, allestisce per permettere al giovane Leopardi e ai suoi fratelli, Carlo e Paolina, di studiare senza mai dover abbandonare la casa e, soprattutto, Recanati.

Il borgo marchigiano, dirà a più riprese Citati, fu una vera e propria prigione per Leopardi, il quale più volte tenterà la fuga. Penserà di andare “chissà dove” già nel 1819. Quello fu un anno terribile per Giacomo.
Vessato sin dai primi anni della sua vita dalla malattia, la tubercolosi, che gli porterà indicibili sofferenze (dalla cecità, ai dolori articolari, ai dolori lancinanti allo stomaco), Giacomo non troverà altro rifugio se non nella letteratura e nel suo “studio matto e disperatissimo”.

È proprio nel 1819 che Leopardi pensa di essere ormai giunto alla fine della sua vita. Ci sono dei giorni in cui si sente talmente male che non riesce ad immaginare un futuro lungo e ancora tanti giorni davanti a sé. Vorrebbe solo andare via da quel borgo così limitato e scoprire il mondo. Vorrebbe viaggiare, anche se per quel poco tempo che sa benissimo di avere a disposizione. E invece, dopo aver ordito un astuto piano che avrebbe dovuto permettergli la fuga, il padre lo scoprirà e Giacomo si sentirà sempre costretto tra quelle quattro mura, la via di uscita gli sembrerà sempre qualcosa di inafferrabile, inarrivabile. Tornerà, quindi, ai suoi studi: in biblioteca con i suoi fratelli, fedeli compagni in quelle buie mattine di Giacomo. Ci regalerà, in quello stesso anno, l’Infinito.

Leopardi sa bene, però, che “l’educazione e l’istruzione erano una angustia, un timore, una fatica, una tortura [...], la distruzione e cancellazione della giovinezza.” Come dargli torto?
Fuori dalla biblioteca Giacomo avrebbe potuto vivere il mondo e le sue esperienze: dentro le mura paterne, invece, c’erano catene ed ombre. Le catene di quella prigione da cui, solo negli anni successivi, si sarebbe liberato e le ombre di chi vive una vita nella sofferenza, guardando faccia a faccia il dolore.

“Come raccontano le ricordanze, la notte poteva essere un supplizio: ombre, larve, spettri, fantasmi, visioni, timori, tenebre, sudori freddi, orrori, lugubri immaginazioni, chimere, spasimi, apparizioni di un altro mondo”.
Tutta la prima parte del libro di Citati è quindi dedicata alla descrizione dei membri della famiglia Leopardi (lo spazio maggiore viene riservato al Conte Monaldo) e ai momenti che più hanno caratterizzato e poi influenzato la composizione poetica di Giacomo.

Giacomo Leopardi, ritratto ad opera di Ferrazzi, 1820 circa, attualmente presso Casa Leopardi a Recanati. Immagine in pubblico dominio

Citati, nella seconda parte del libro, passa all’analisi delle opere di Leopardi: l’Infinito, lo Zibaldone, le Operette Morali, alcuni dei Canti più famosi del “giovane favoloso”, simboli della sua poetica. L’autore di questa biografia non scinde mai la vita privata di Giacomo e le sue complesse vicende dalla trattazione delle opere che noi tutti, bene o male, conosciamo e che fanno parte della nostra cultura e del nostro essere italiani.

Diversi capitoli sono dedicati ai viaggi che intraprende il nostro Giacomo, quando finalmente riesce a scappare dalla tanto odiata Recanati: Citati ci parla del viaggio a Roma di Leopardi, intrapreso nel 1822 e della delusione che il poeta provò nei confronti della città e dei letterati romani: “erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in Paradiso”.
Giacomo si commosse solo visitando il sepolcro di Torquato Tasso nel 1823: “fu commosso dal contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura; e tra la magnificenza dei monumenti romani, che egli aveva osservato con assoluta indifferenza, e la piccolezza e la nudità di questo sepolcro.”

Poi il viaggio a Bologna, nel 1825, la partenza per Milano, il ritorno a Bologna e la sua permanenza in città, dove fu accolto molto bene dalla società di intellettuali del tempo.
Nel giugno 1827 Leopardi decide di recarsi a Firenze dove avrà la possibilità di conoscere nuovi intellettuali, i quali diventeranno suoi amici: amici che Leopardi, a Recanati, non ha mai avuto. Giacomo, sebbene continui ad avere innumerevoli disturbi fisici, è più sereno. Quando è in viaggio, lontano dal borgo dove è nato, le giornate sono più sopportabili.
Firenze non gli piacque abbastanza, quindi decide di andare a Pisa. Rimarrà colpito soprattutto dal clima della città toscana. Leopardi scriverà, infatti, di poter passeggiare molto anche in inverno, e lì gli inverni sono molto meno rigidi che a Recanati.

Quando farà ritorno a Recanati, a fine novembre del 1828, Leopardi vivrà diciotto mesi di inferno. Le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente ed il poeta si trova di nuovo rinchiuso nel carcere dove ha trascorso l’intera giovinezza.
Solo quando partirà nuovamente per Bologna e Firenze per non far mai più ritorno a Recanati il suo animo di rasserenerà, anche se Giacomo è ormai consapevole di non avere più molti anni davanti a sé.
Ormai quasi cieco, Leopardi riuscirà a dar vita all’edizione napoletana dei Canti, pubblicata nell’aprile del 1831 dall’editore Guglielmo Patti, di cui, però, non riesce a correggere le bozze.
Nel 1833 il suo ultimo viaggio per recarsi a Napoli insieme all’amico Antonio Ranieri, dove Leopardi morì qualche anno più tardi, il 14 giugno del 1837.

Leopardi di Pietro Citati è un “must have” nelle nostre librerie, perché è capace di narrare le complesse vicende dell’autore recanatese e qualche aneddoto riguardante il nostro “giovane favoloso” in maniera scorrevole, piacevole e mai scontata.

Pietro Citati Leopardi
La copertina del libro Leopardi di Pietro Citati, nell'edizione Oscar Bestsellers della Mondadori

Ove non indicato diversamente, la foto è stata scattata da Marika Strano.

Leopardi Pietro Citati


Quando il territorio non viene messo in mostra

Nelle Marche c’è stata una mostra, tempo fa, che come motto si fregiava di un verso de La Ginestra di Giaccomo Leopardi: “Nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce”.

Giacomo Leopardi, La Ginestra (o fiore del deserto)

In questo brano Leopardi dice che gli uomini dovrebbero accorgersi di non essere affatto creature privilegiate, ma parti del sistema della Natura; una natura che non riserva loro particolari privilegi. È veramente saggio, per Leopardi, solo colui che accetta lo stato delle cose, smette di ritenersi un eletto e affronta le difficoltà unendo le sue forze a quelle di altri uomini: tutti li “abbraccia con vero amor”, porgendo un aiuto valido e veloce ed aspettando altrettanto per sé.

In un certo senso la scelta del brano si adatta perfettamente alla situazione del terremoto, dove si è visto come la “Natura” può sconvolgere in un momento, improvvisamente le vite di tante persone. Ed è davvero necessario, in casi come questo, che gli uomini agiscano, insieme e rapidamente, per risolvere la situazione d’emergenza.

D’altro canto, però, la citazione non sembra essere adatta per rappresentare le numerose mostre realizzate e programmate, in questi anni, con le opere provenienti dai territori feriti. Queste esposizioni, pure se organizzate per la maggior parte in città costiere o addirittura in altre regioni, avevano l’intento di aiutare la “ripresa” delle zone colpite dal sisma. Proprio come suggerito da Leopardi.

Ma questo è davvero accaduto?

Le mostre, ma anche no.

Quando c’è una ragione scientifica, un concetto che si vuole mostrare al pubblico, allora una mostra può essere utile e ha senso affrontare i rischi connessi alla movimentazione delle opere. Negli altri casi le mostre servono a poco. Di esposizioni temporanee si è parlato molto, ultimamente, ma è del 2008 una raccomandazione dell’ICOM in cui si analizzano i rischi di un’offerta culturale che punti su questo tipo di attività. E l’analisi è ancora tristemente attuale.

Alla base di gran parte delle esposizioni temporanee, infatti, c’è l’idea di mostrare “tesori”, “meraviglie”, “fantastici capolavori”, “bellezze nascoste” e via promuovendo; ma questa nozione di cultura è ormai davvero obsoleta.

Il vero “tesoro” dell’Italia, secondo gli esperti del settore, è un patrimonio diffuso capillarmente, in strettissimo legame con il territorio che lo ospita e con la vita di chi ha curato quel territorio fino ad oggi.

A questa “meraviglia” deve essere applicato lo stesso criterio di sostenibilità di cui si parla tanto oggi per la Terra: come il nostro pianeta, infatti, il patrimonio culturale è uno, e non è ripetibile, perciò si ha necessità di tutelarlo e ovviamente di farne un uso consapevole. I continui spostamenti fatti per andare da una mostra all’altra sono invece rischiosi, e causano alle opere uno stress che non va molto d’accordo con la conservazione. Non solo, proprio per la difficoltà della movimentazione, è necessario stipulare delle assicurazioni: si spende denaro che potrebbe essere destinato a più utili attività di conservazione ordinaria. “Conservazione ordinaria” significa prendersi cura quotidianamente delle opere nei musei che le conservano… un’operazione che non è fatta di grandi momenti ma di cura costante. E i grandi momenti piacciono sempre a tutti; se infatti è facile invitare blogger e influencer alla magnifica inaugurazione di una mostra, più difficile potrebbe essere creare un evento a porte chiuse in cui si controllano le schede conservative o i termoigrometri (tipo: #umiditàrelativaparty).

Gli Abitanti di Serrapetrona (MC) si accalcano all’esterno della chiesa dove sono nuovamente esposte le opere salvate dal terremoto (novembre 2018)

Eppure queste operazioni così noiose sono fondamentali, perché servono per far durare il più possibile le opere, allo scopo di farle vedere e comprendere al più ampio pubblico possibile. E per questo meritano l’investimento di risorse da parte delle amministrazioni. Invece, molto spesso, l’attrattività della mostra temporanea ha la meglio, e le amministrazioni, spesso supportate da finanziatori esterni, riversano denaro su questi eventi, attirate ovviamente dalla pubblicità che li accompagna. In questo modo, però, si dà la possibilità di gestire il patrimonio culturale soltanto ai soggetti più ricchi, una cosa un po’ lontana dall’idea di museo come pubblico servizio...

Una volta che si è investito denaro in una mostra, poi, è ovvio che la si voglia promuovere, e così si crea di fatto una forte concorrenza al museo. Il pubblico è uno (è fatto di gente che magari ha un solo pomeriggio da dedicare all’offerta culturale, oppure soldi limitati da spendere in biglietti di ingresso) e se la mostra ha risorse e splendore per attrarlo, è ovvio che questo pubblico la preferirà rispetto al museo locale. Anche perché l’idea è che la mostra ha una fine, e quindi “non me la devo perdere”, mentre il museo “è sempre lì, quindi prima o poi ci vado”. Così la mostra diventa l’occasione mondana preferita dagli amanti dell’arte e il museo si definisce come triste e vuoto contenitore di beni culturali.

Bisogna però ricordare che il museo, che pure ha necessità di dare una svecchiata alle sue attività di valorizzazione (non con gente che ci fa feste private e ginnastica dentro, ma col lavoro di professionisti retribuiti), ha funzione di custodire, preservare le opere: quell’attività, cioè, che serve a rendere la cultura disponibile per chi verrà dopo di noi. Cosa che nessuna mostra può fare dato il suo carattere temporaneo e i rischi di cui si diceva sopra.

Il museo locale, poi, per quanto piccolo, è proprio il luogo che permette di mostrare il valore di testimonianza delle opere, a prescindere da quanto siano famose o “strepitose”.

Territorio e terremoto

Che significa? Significa che quel “tesoro d’Italia” composto da tanti musei piccoli e sparsi sul territorio è in grado di comunicare un sacco di cose. Le opere che si conservano in quei musei provengono da chiese e committenze locali; la nascita di ciò che oggi conserviamo con tanta cura è legata a grandi eventi storici, ad attività economiche, a spaventose epidemie o momenti di vita privata di chi ha vissuto in un certo luogo prima di noi. Perciò, nei luoghi che li hanno custoditi per secoli, questi beni dialogano con il paesaggio, il cibo, le tradizioni, le danze, le storie e tutto ciò che è nato sullo stesso territorio nel corso del tempo. Se questi legami vengono mostrati, allora il patrimonio culturale può dare il meglio di sé e comunicare a tutti, non solo agli esperti, il proprio messaggio. Difficile è invece mostrarli lontani dai “loro” luoghi.

Volontari del gruppo “Legambiente Protezione Civile-Beni Culturali” durante le operazioni di messa in sicurezza delle opere a Sarnano (MC) (foto di Lucia Paciaroni)

Nelle Marche, in particolare, poco dopo l’unità d’Italia si è creato il problema della sistemazione di molte opere d’arte entrate nelle proprietà statali dopo la soppressione di tanti ordini ecclesiastici. La proposta di un museo unico centralizzato ad Urbino è stata subito rifiutata dalle piccole città marchigiane, che rapidamente hanno avviato un percorso di apertura di musei locali, per tenere nel loro territorio gli oggetti che testimoniano la propria storia. Queste piccole realtà hanno certamente bisogno di essere valorizzate e comunicare tutto il loro potenziale, purtroppo, poi, il terremoto si è messo in mezzo.

Dopo il terremoto, i beni culturali mobili sono stati trasportati dai Sibillini fino a depositi dove sono al sicuro e dove si può restaurarle, se necessario. Se da un lato la messa in sicurezza delle opere è ovviamente un successo, dall’altro lato queste opere, chiuse in deposito, sono sottratte allo sguardo del pubblico. Per non parlare del fatto che non esiste un piano definito e condiviso per affrontare il ricovero delle opere in caso di emergenza.

Dunque, queste mostre sono l’unico modo per poter vedere, adesso, i beni culturali dei Sibillini, da cui la scelta della citazione leopardiana.

La questione dei Sibillini

È legittimo però chiedersi se davvero questa operazione sta portando “valido e pronto aiuto” ai paesi feriti dal sisma.

Come può un paese dei Sibillini beneficiare di una mostra che si svolge sulla costa a nord della regione, oppure addirittura in città come Milano o Firenze? La risposta che viene in mente è “la notorietà”, cioè in questo modo si fa conoscere al “grande pubblico” il magnifico patrimonio culturale che i Sibillini conservano.

Ma se le opere che viaggiano per l’Italia sono soltanto quelle più note, le più “belle”, le più attraenti, cosa rimane ai Sibillini? Le opere “minori”, quelle meno famose, quelle che non conosce nessuno…

mostra mostre territorio terremoto Marche
Le 12 tele con Sibille, di proprietà del Comune di Visso, vengono messe in sicurezza

Quanti visitatori, allora, dopo aver visto le opere più attraenti in giro per l’Italia, verranno sui Sibillini a guardare quelle più sconosciute? Quanti ricorderanno che la mostra vista a Firenze era allestita con opere provenienti da città che mai hanno sentito nominare prima? Quanti affronteranno un viaggio per arrivare in paesi che non hanno attualmente la possibilità di accogliere visitatori, perché ancora gli stessi abitanti fanno fatica a trovare una sistemazione dignitosa?

È impensabile riattivare un flusso turistico in luoghi dove ancora ci sono macerie e SAE di pessima qualità, dunque qual è il ritorno per il territorio dell’investimento fatto su queste mostre? Chi ne ha beneficiato? Non sarebbe stato più opportuno spendere quei soldi per cercare di esporre il patrimonio culturale il più vicino possibile ai luoghi colpiti dal sisma (come recentemente proposto)?

Se queste mostre si fossero fatte sui Sibillini, anziché sulla costa, quante attività commerciali, faticosamente riaperte, avrebbero potuto beneficiare del flusso dei visitatori? E quanto i visitatori stessi avrebbero beneficiato del paesaggio che arricchisce di significati quelle opere, riuscendo quindi a cogliere davvero la cultura di un territorio, che esiste nonostante le macerie?

Quanto, se vogliamo continuare, la conoscenza e la promozione di queste attività, può aiutare la rinascita dei luoghi e delle vite feriti dal sisma (perché è nei momenti di difficoltà che si fa appello alla propria storia)?

#SipuòFaro

La convenzione di Faro parla di “comunità di eredità” e cioè della comunità che si riconosce in un certo patrimonio culturale e quindi se ne prende cura. Secondo questa convenzione, sottoscritta da numerosi paesi europei, quindi, il valore di un bene non è più quello “in sé”, la preziosità o la bellezza (promosse da gran parte delle esposizioni temporanee), ma l’importanza che riveste come specchio in cui una comunità vede riflessa sé stessa. Questo gruppo di persone va quindi coinvolto nelle attività di tutela e valorizzazione.

mostra mostre territorio Marche
La signora Peppa aiuta volontariamente gli operatori durante il trasporto delle opere da Treia (MC). Foto di Luca Marcantonelli

Sui Sibillini esiste una vita culturale: gli abitanti, proprio come descritto dalla Convenzione di Faro, si interessano al proprio patrimonio culturale, materiale e immateriale, anche dopo il terremoto, perché c’è bisogno di quel patrimonio per restare comunità, per non essere solo le famigerate macerie, per mostrare che la tanto nominata resilienza non è un irrigidimento di persone testarde, ma ha una ragione di esistere.

Ma come si può mettere in pratica quanto previsto dalla Convenzione, se le comunità in questione non hanno potere decisionale e, in alcuni casi, non sanno nemmeno dove si trovano le opere che appartengono ai loro musei o quale sarà la prossima sede costiera in cui saranno esposti? Il grande pubblico, poi, ha beneficiato di queste mostre, o così crede, perché pensa di aver visto il meglio dell’arte dei Sibillini in una comoda mostra dove si arriva in metropolitana. Ma non sa che il meglio è, in realtà, un viaggio in quel territorio dove le opere d’arte sono legate al paesaggio, alle produzioni agroalimentari, alle tradizioni orali, agli stili di vita, e che quel “meglio”, in realtà, se lo sta perdendo.

Le opinioni espresse nell'articolo sono dell'autrice dello stesso e non rappresentano quelle dei fotografi, delle persone e dei soggetti ritratti in foto. Ove non indicato, le foto sono dell'autrice dell'articolo.


Roma: conferenza-spettacolo “L’Infinito Oltre la Siepe. Leopardi e l’Astronomia”

Mercoledì 10 aprile alle 21, nella Sala Conferenze Biblioteche di Roma (Ingresso dal Museo Civico di Zoologia, Via Ulisse Aldrovandi 18), si terrà l'appuntamento con L’Infinito Oltre la Siepe. Leopardi e l’Astronomia”, conferenza-spettacolo in omaggio ai 200 anni della grande lirica leopardiana.

Gaspare Polizzi

Gli astronomi del Planetario di Roma con l’aiuto dello storico della filosofia e della scienza Gaspare Polizzi e dei testi del grande poeta e dello scrittore Michele Mari, ricostruiranno gli orizzonti cosmici della produzione del recanatese e il contesto celeste delle sue meditazioni sull’ermo colle.

Chiara Marchetti

Ospiti d’eccezione saranno l’arpista Chiara Marchetti e lo scrittore Antonio Pascale, che offrirà una riflessione sull’infinito postumano che ci aspetta.

Antonio Pascale

Prenderanno parte alla serata l’attore Massimo Fanelli e gli astrofisici del Planetario di Roma Gabriele CatanzaroGiangiacomo GandolfiStefano Giovanardi e Gianluca Masi.

“L’Infinito Oltre la Siepe. Leopardi e l’Astronomia”
Massimo Fanelli

L’iniziativa si svolge nell’ambito di “Astri narrantiUn percorso di storytelling celeste”, ciclo di incontri dedicato al rapporto tra il Cielo e la Letteratura. La manifestazione, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è a cura degli astronomi del Planetario di Roma in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) Biblioteche di Roma.

Testo e immagini da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


Recanati dà il via al progetto “Infinito Leopardi”

Infinito Leopardi Giacomo Leopardi L'infinito poesia letteratura RecanatiRecanati dà il via al progetto “Infinito Leopardi

21 dicembre 2018 - 19 maggio 2019
Inaugurazione 20 dicembre, ore 18

Poesia e arte insieme per le celebrazioni del bicentenario dalla stesura de L’Infinito: un evento lungo un anno tra mostre, spettacoli, conferenze, pubblicazioni, anche rivolte alle nuove generazioni, per sollecitare la necessità di tornare al “pensiero leopardiano”. Il cuore del progetto è rappresentato dall’esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels del manoscritto vissano del celebre componimento.

Un flusso continuo di eventi ed appuntamenti imperdibili e l’esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels del manoscritto vissano de L’Infinito a 200 anni dalla sua composizione. Così Recanati si prepara a celebrare il bicentenario dalla stesura di uno dei più celebri componimenti della storia della poesia firmato da Giacomo Leopardi.

“Infinito Leopardi” è un progetto promosso dal Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario de L’Infinito di Giacomo Leopardi, istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MIBAC), con la partecipazione di Regione Marche, Comune di Recanati, Centro Nazionale Studi Leopardiani, Casa Leopardi, Centro Mondiale della Poesia e della Cultura e Università degli Studi di Macerata. La programmazione rientra nel Piano strategico unitario della cultura messo in campo dalla Regione Marche per valorizzare al meglio il patrimonio culturale locale, che individua nel 2019 l’anno di Giacomo Leopardi sostenendo gli eventi ad esso collegati.

Si tratta di un progetto complesso sia per le diverse tematiche trattate sia per la durata temporale, un fatto straordinariamente unico intorno a cui realizzare un evento lungo un anno che tra mostre, spettacoli, conferenze, pubblicazioni, possa sollecitare la necessità di tornare a pensare all’infinito e alle infinite espressioni dell’uomo nella natura, tema portante e modernissimo del pensiero leopardiano.

L’arco temporale dell’intero anno dedicato all’Infinito sarà scandito in due momenti principali, corrispondenti alla realizzazione di mostre di diversa natura prodotte da Sistema Museo, la società che gestisce i musei civici recanatesi. La prima parte delle celebrazioni, dal 21 dicembre 2018 fino al 19 maggio 2019, vedrà la realizzazione di due sezioni espositive. La prima, a cura di Laura Melosi, direttrice della Cattedra Leopardiana presso l’Università degli Studi di Macerata, dal titolo “Infinità / Immensità. Il manoscritto”, vedrà la riscoperta del patrimonio leopardiano dei manoscritti di proprietà del Comune di Visso, attraverso la rilettura attenta di essi e la loro esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels insieme all’autografo de L’Infinito, cuore simbolico del progetto. Strumenti multimediali ne accompagnano la visione, la comprensione e consentono l’approfondimento della storia che lo ha condotto fino a noi. Un’operazione che permetterà di mettere a punto un modello espositivo a rotazione nelle sale del museo civico del corpus leopardiano di documenti, manoscritti e cimeli del poeta, appartenenti alla collezione del Comune di Recanati. Un percorso intrapreso nel dicembre 2017 attraverso un viaggio nelle sale di Villa Colloredo Mels alla riscoperta del patrimonio leopardiano che torna definitivamente, dopo molti anni, a disposizione di tutta la cittadinanza, dei turisti e degli studiosi.

Con “Mario Giacomelli. Giacomo Leopardi, L’Infinito, A Silvia”, a cura di Alessandro Giampaoli e Marco Andreani, si porta in mostra la sequenza fotografica al centro di uno dei capitoli più affascinanti e meno indagati della storia della fotografia italiana del dopoguerra e dei rapporti tra letteratura e fotografia. Saranno esposte A Silvia, il celebre foto-racconto ispirato all’omonima lirica di Leopardi, nella sua versione originale del ’64, di cui fino ad oggi si erano perse le tracce e in quella del 1988, insieme con la serie de L’Infinito per dare modo al pubblico di fare un confronto e avere uno spaccato della straordinaria evoluzione stilistica di Giacomelli nel corso degli anni.

Le celebrazioni continuano dal 30 giugno al 3 novembre 2019 con due mostre che ruotano intorno all’espressione dell’infinito nell’arte, “Infiniti” a cura di Emanuela Angiuli e “Finito, Non Finito, Infinito” a cura di Marcello Smarrelli, per un percorso sensazionale dall’epoca romantica a oggi.

Scandite attraverso l’allestimento delle mostre in programma, le celebrazioni saranno accompagnate da eventi collaterali curati da massimi esperti del panorama culturale italiano e internazionale con un’attenzione particolare per le nuove generazioni.

www.infinitorecanati.it

SCHEDA TECNICA

Titolo evento: Infinito Leopardi”

Sede: Recanati, Villa Colloredo Mels

Durata: 21 dicembre 2018 – 19 maggio 2019 / 30 giugno – 3 novembre 2019

Inaugurazione mostre: 20 dicembre 2018, ore 18

Promossa da: Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario de L’Infinito di Giacomo Leopardi, istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MIBAC)

In collaborazione con: Regione Marche, Comune di Recanati, Centro Nazionale Studi Leopardiani, Casa Leopardi, Centro Mondiale della Poesia e della Cultura, Università degli Studi di Macerata

Organizzazione: Sistema Museo

Mostre a cura di: “Infinità / Immensità. Il manoscritto” Laura Melosi con la collaborazione di Lorenzo Abbate; “Mario Giacomelli. Giacomo Leopardi, L’Infinito, A Silvia”, Alessandro Giampaoli e Marco Andreani; “Infiniti” Emanuela Angiuli; “Finito, Non Finito, Infinito” Marcello Smarrelli

Orari di apertura: dal martedì alla domenica 10-13/15-18. Chiuso lunedì, 25 dicembre e 1 gennaio

Tariffe: biglietto unico mostra e circuito Recanati Musei intero 10 euro; ridotto 7 euro (gruppi minimo 15 persone, possessori di tessera FAI, Touring Club, Italia Nostra, Coop, Alleanza 3.0 e precedenti Adriatica, Bordest, Estense, gruppi accompagnati da guida turistica abilitata); ridotto 5 euro (Recanati Card, aderenti Campus l’Infinito, gruppi da 15 a 25 studenti); omaggio minori fino a 19 anni (singoli), soci Icom, giornalisti muniti di regolare tesserino, disabili e la persona che li accompagna. Con il biglietto di mostra si accede al circuito museale di Recanati: Musei Civici di Villa Colloredo Mels, Museo dell’Emigrazione Marchigiana, Museo “Beniamino Gigli”, Torre del Borgo.

Visite guidate: ogni sabato ore 17, su prenotazione

Info e prenotazioni: Villa Colloredo Mels 071 7570410 - [email protected]

www.infinitorecanati.it

#InfinitoLeopardi

 

Testi e immagini da Ufficio Stampa Sistema Museo


L'appello di Leopardi nel “Discorso”: “la poesia sia protetta dalla modernità”

Il 2018 è un anno ricco di ricorrenze per gli appassionati del letterato di Recanati: non solo lo scorso 29 giugno si è celebrato il 220° anniversario della nascita, ma compie anche 200 anni il suo famoso trattato Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, datato appunto 1818.

Giacomo Leopardi, ritratto ad opera di Ferrazzi, 1820 circa, attualmente presso Casa Leopardi a Recanati

Ovviamente non sarà sfuggita la giovane età del conte al momento dell’uscita dell’articolo di Ludovico il Breme sullo Spettatore, al quale tuttavia gli premette rispondere, resosi conto che tutto ciò su cui si basava la sua formazione e nel quale credeva fermamente era minacciato: la poesia dalla cultura ottocentesca/romantica. Per Leopardi infatti la poesia, con il suo linguaggio, i suoi temi e le sue forme, non andava toccata, in quanto già perfetta.

Questa convinzione però, si badi, non era dovuta a chissà quali dettami di quali eminenti figure (altrimenti perché tenere in così grande considerazione il Tasso tra i propri modelli? Perché scegliere metriche alternative? Ma non è questa la sede) ma alla constatazione che, proprio seguendo certi canoni, essa era sempre giovata a chi si impegnava nello scriverla e a chi si acquietava nel leggerla.

Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi ne "Il giovane favoloso"

Leopardi ebbe chiaro davanti a sé che i romantici volevano togliere alla poesia tutto ciò che era proprio di essa, la sua palpabilità, il suo legame con la natura, per calarla nella realtà e usarla come veicolo dei loro ideali e strumento di rinnovamento della società. Ma il giovanissimo poeta non credeva in questa nuova realtà e non aveva fiducia nella storia, ecco perché chiedeva in questo breve trattato, così come in alcune pagine del suo Zibaldone (si veda sotto) e saltuariamente in alcune altre opere di lasciare che la poesia conservasse il suo ruolo di estremo appiglio, di porto in cui rifugiarsi per continuare a immaginare, fantasticare, illudersi; ecco perché invitava a cimentarsi nella poesia alla maniera degli antichi, che egli stesso invidiava nella loro naturale propensione all’emozione artistica, data dall'“ignoranza”, dall'inconsapevolezza e dal rapporto primitivo con la natura.

“La ragione è nemica d'ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la ragione è grande, la natura è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono essere grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. Questo viene che quelle cose che noi chiamiamo grandi, per esempio un’impresa, d’ordinario sono fuori dell’ordine, e consistono in un certo disordine; ora questo disordine è condannato dalla ragione. […] Lo straordinario ci par grande: se sia poi più grande dell’ordinario astrattamente parlando, non lo so; […] anche la piccolezza quando è straordinaria, si crede e si chiama grandezza.

Tutto questo la ragione non lo comporta; e noi siamo nel secolo della ragione (non per altro se non perché il mondo più vecchio ha piú sperienza e freddezza); e pochi ora possono essere e sono gli uomini grandi, segnatamente nelle arti. Anche chi è veramente grande sa pesare adesso e conoscere la sua grandezza, sa sviscerare a sangue freddo il suo carattere, esaminare il merito delle sue azioni, pronosticare sopra di se, scrivere minutamente colle più argute e profonde riflessioni la sua vita: nemici grandissimi, ostacoli terribili alla grandezza; che anche l’illusioni ora si conoscono chiarissimamente esser tali, e si fomentano con una certa compiacenza di se stesse, sapendo però benissimo quello che sono.

Ora come è possibile che sieno durevoli e forti quanto basta, essendo cosí scoperte? e che muovano a grandi cose? e senza le illusioni qual grandezza ci può essere o sperarsi?” (Zibaldone, I 14-15)

Fonti: “La scrittura e l'interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.