La nuova stagione, amore e odio per una terra madre

La nuova stagione, ultimo romanzo di Silvia Ballestra, racconta le vicissitudini di due sorelle marchigiane, Olga e Nadia, che cercando di disfarsi della terra lasciata loro in eredità dal padre. Non lo fanno per urgente bisogno di soldi o di fuga, ma perché semplicemente la vita, a volte, prende altre strade e ciò che è stato (i nostri "natii borghi selvaggi", l'eredità tangibile e pesante di una famiglia) non ci rispecchiano più. Perché inizia, appunto, una "nuova stagione" che magari con la prima non ha apparentemente alcuna relazione. A fare da cesura, piccoli e grandi eventi traumatici, come può esserlo un terremoto.

"Pensavamo che non eravamo certo i primi ad assistere a sconquassi del genere lì, ma pensavo pure che i precedenti più gravi risalivano a centinaia di anni prima."

Questa terra, che è la vera protagonista di tutta la narrazione, è una landa di collina, coltivata a palme in un declivio tra il Monte della Sibilla e il Vettore. Un paesaggio splendido, antropico eppure selvaggio, abitato da generazioni e sconquassato da una qualche faglia che lo fa tremare, cercando di distruggere ogni traccia umana. Questa terra, che sa riempire di coccole e di rimproveri,  che le due sorelle vorrebbero lasciare ma con grande senso di colpa, che amano in modo assoluto ma doloroso, è la madre di tutte le protagoniste della storia. Tutte, compresa la voce narrante, una sorta di auto-fiction dell'autrice, che sembra voler raccontare in questo libro anche il proprio legame con il proprio luogo di origine. E come nei migliori manuali di psicologia, il rapporto tra una madre onnipresente e le figlie non può essere che complesso e affascinante.

Il Monte Vettore. Foto Flickr di pizzodisevo da/Palmiano, CC BY-SA 2.0

Poi ci sono le palme, bella e sinuosa reminiscenza omerica, che in un gioco di metafore e simboli sono il legame tra questa madre e queste figlie. Le palme, un tempo commercio molto redditizio, sono ora rifiutate da tutti. Eppure rimangono restie a seccare e quasi impossibili da smaltire una volta eradicate, come un amore che non si può soffocare e che non vuole rassegnarsi a spegnersi in solitudine. E tuttavia anche quel legame viene con fatica reciso:

"Il lavoro andò avanti una settimana con un paio di interruzioni per impegni dei due e con un pomeriggio saltato perché, con grande sgomento di Olga, aveva minacciato la pioggia.

Sul terreno, come un muto rimprovero, rimasero centinaia di grosse buche, parecchie acacie e coriacei sfalci secchi sparsi a perdita d'occhio come paglia."

Rimangono, forse nascoste, le radici. Quelle che non ci permettono mai di andare veramente o che, come sirene, ci chiamano per tornare:

"Ma questa storia non è mica conclusa" mi disse ridendo luciferina. "Parto, ma torno per la sagra del ciauscolo. Poi ci sarà, ancora, l'estate di San Martino e, prima di Natale, le fochere dell'Immacolata."

Il Monte della Sibilla visto da Montefortino. Foto di Parsifall, CC BY-SA 3.0

Questa riflessione sulla terra e sul legame coi luoghi della propria origine sembra essere una costante della letteratura di questi anni. Mi vengono in mente, oltre a questo romanzo, Le cose da salvare di Rossetti, Portami dove sei nata di Scorranese, Bella mia di Pietrantonio... Tutte narrazioni che vertono intorno a una terra che crolla, che non è più quella di prima ed è interessante che siano tutti romanzi di autrici donne. Forse un nuovo filone della narrativa italiana che varrà la pena per qualche critico di indagare. Intanto leggete questo libro e forse scoprirete che anche da poche radici rimaste mutilate sul terreno nascono nuovi germogli.

 

La nuova stagione
La copertina del romanzo La nuova stagione di Silvia Ballestra, pubblicato da Bompiani

La nuova stagione è stato candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Si ringrazia

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Trio di Dacia Maraini

Trio di Dacia Maraini, un concerto a due voci

Dacia Maraini, durante il lockdown, è tornata a scrivere della sua amata Sicilia, creando un romanzo storico, collegato a doppio filo con il suo libro più celebre, La lunga vita di Marianna Ucrìa: il nuovo romanzo (breve), Trio è ambientato tra Messina e la campagna intorno alla città nel 1743, anno della pestilenza, che massacrò gran parte della popolazione urbana.

Trio, però, non è la narrazione di una terribile epidemia, ma è la storia di un triangolo di amicizia e di amore. La trama è apparentemente semplice: una donna, Agata, scopre che il marito ha una relazione con la di lei migliore amica, Annuzza. Le scelte narrative e stilistiche, però, sviluppano questa idea quasi banale in modo inaspettato, trasformandola in altro. Innanzitutto c'è da notare che, a dispetto del titolo, le voci narranti sono soltanto due, quelle di Agata e Annuzza. Le due donne, scambiandosi continue lettere, raccontano la loro storia ed emergono dalle pagine come donne indipendenti, colte e innamorate. Il legame fortissimo tra le due, che risale al tempo in cui entrambe hanno studiato nello stesso collegio di suore, è più importante della gelosia e del tradimento: per questo le loro scritture, nei momenti gioiosi dell'amore e in quelli cupi dell'abbandono, sono sempre sincere. Il loro rapporto è un inno alla vita, contro un mondo fuori che sta morendo.

A differenza di Marianna Ucrìa, Agata e Annuzza sono due donne nostre contemporanee, che sentiamo vicine e che ci appaiono fuori dal loro tempo, non solo per la loro ricchissima cultura, ma soprattutto per la loro capacità di autocoscienza e per il grado di consapevolezza. Ed è proprio questa una caratteristica del romanzo: i personaggi femminili, anche quelli muti, come Suor Mendola, l'istitutrice che ha insegnato alle protagoniste la storia attraverso il ricamo e che sarebbe voluta essere pittrice, sono tutti molto moderni. Al contrario i personaggi maschili, anche quando dipinti in modo simpatetico, come Girolamo, l'uomo bello e tormentato amato da entrambe le protagoniste, sono più legati al loro tempo, quasi fossero incapaci di uscirne. Anche il linguaggio e la sintassi delle due donne, così diretta e acuta, ci fanno pensare ai linguaggi di oggi e ci rendono le narratrici molto più vicine.  Sembra quasi che in questa novella l'autrice abbia voluto costruire una metafora delle dinamiche tra femminismo e patriarcato. E l'ha fatto senza che l'ideologia impedisca di vedere le contraddizioni e le mille sfumature dell'animo umano.

A riportarci, invece, alla Storia ci pensa il contesto, questa epidemia di peste vissuta tra impotenza, terrore e superstizione e che strizza l'occhio un po' a Manzoni e un po' a Vassalli. Ci pensa anche la scelta della forma epistolare, una scelta coraggiosa e che richiama volutamente le modalità dei grandi romanzi settecenteschi e illuministi, da Julie ou La nouvelle Héloïse a Pamela or the virtue rewarded.

Trio è un libro che si legge tutto d'un fiato, breve e intenso, dove domina soprattutto l'equilibrio: quello che per prime tentano, a volte con grande fatica, di mantenere le due protagoniste.

Maraini Dacia Trio copertina
La copertina del romanzo Trio di Dacia Maraini, pubblicato da Rizzoli (2020) nella collana Narrativa italiana

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Scardanelli accordo

Scardanelli, l'estate del nostro scontento: "L'accordo. Era l'estate del 1979"

Il dolore ci costituisce in misura maggiore di ciò che pensiamo: è la spina dorsale della consapevolezza

A ventisette anni avverto un certo timore nel parlare di un libro scritto da un autore che ha la stessa età di mio padre. Non è solo la paura di confrontarsi con qualcuno che ha più di trent'anni di te, ma la reverenza di saggiare le parole di uno spirito che ha attraversato la storia (S minuscola, perché ci sono le storie intime, gli anni del crepuscolo ideologico, le storie dimenticate).

Paolo Scardanelli L'accordo. Era l'estate del 1979 (Carbonio Editore)
La copertina del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979pubblicato (2020) da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

Paolo Scardanelli è entrato a gamba tesa, sulla mia testa, in un pomeriggio di settembre, fallo tattico o irruenza agonistica non saprei dirlo, ma i segni dei suoi tacchetti semantici sono impressi, tant'è che sto scrivendo una delle rarissime recensioni a "caldo", ovvero immediatamente dopo aver concluso L'accordo. Era l'estate del 1979.

Il romanzo d'esordio di Scardanelli è un'ode dagli accordi volutamente cacofonici e melanconici:

le note dolcemente depensate, malinconiche, intensamente leggere che il grande pianista distillava riempivano l'aere, rimbalzavano su mobili e stucchi, su arredi e porte, su tappeti e divani, per finire a lambire la figura abbandonata di Andrea. (p. 187)

Un esempio della prosa ariosa e ambiziosa di Scardanelli, che evoca tempi passati e destrutturati, anzi masticati dalle fauci del crepuscolo ideologico della fine degli anni '70.  La trama riveste gli stilemi riconoscibili del romanzo d'amicizia, quello di impegno civile (chi scrive ne ha letti tanti, da Volponi a Trevisan), ma ci sono echi manganelliani dalla tetra potenza universale:

Pensa cosa sarebbe un orgiastico universo nel quale ogni atomo avesse trovato il suo battito di ciglia, il suo proprio compimento. L'apoteosi del contrario. Potrebbe davvero sostenerlo l'universo un tale impatto vitale? Non soccomberebbe  all'insensato flusso delle passioni? (p. 214, secondo me una piccola centuria di Manganelli)

Torniamo alla trama, ovvero la storia dell'amicizia tra Andrea e Paolo che viene contorta e contesa dalle potenze ctonie del tempo e del cambiamento, della sacra alterità che non si può addomesticare con nessun mezzo. Il destino di due ragazzi-uomini in continuo burn-out  ansiogeno per un futuro nebuloso, senza stelle o soli iridescenti. Eclissi totale di un'estate shakesperiana che ha il lezzo dello scontento di Riccardo III (ma salutiamo anche Steinbeck). Il De amicitia di Cicerone viene stravolto, o compreso in pieno, a voi il giudizio, di certo c'è l'esegesi modernista delle Lettere Morali a Lucilio. Ho visto tanto Seneca in questo romanzo, perché non ci sono rapporti amicali solo per fini utilitaristici (aristotelicamente parlando) ma perché l'uomo stringe legami a prescindere, c'è l'istinto verace che ottenebra i sensi fino a portare a quell'amicizia folle, tipicamente senecana, che si può chiamare amore.

https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Anneo_Seneca#/media/File:Seneca-Cordoba.jpg
Statua di Seneca a Cordova, foto di Gunnar Bach Pedersen, in pubblico dominio

Scardanelli fa male, spesso ci sono fraseggi laceranti che fanno colare sangue e il pus delle infezioni dell'anima. Un romanzo che non avrebbe, secondo il mio modesto avviso, niente da invidiare ai finalisti Strega o ad altri premi. Vera letteratura del disincanto, morte precoce di qualsiasi fanciullo, imperiale decadenza delle strutture utopiche post anni '60: un mondo simile racconta Scardanelli con una prosa ampia, densa, a volte impenetrabile grazie a una linea Maginot di richiami, citazionismi e mitologemi letterari polifonici.

C'è l'Italia, patria o wasteland, terra del devasto e della fuga, culla di migrazioni omeriche e vaneggiamenti beat. Ho percepito così tanta cultura, merito di una ricchissima e bulimica prosa, che è impossibile fare una summa degli autori percepiti nel testo. In questo romanzo si passa da Bufalino a Thomas Mann, da Kerouac a Jünger, ma sempre saldamente ancorati alle "pendici dell'Etna", ultimo other world dal sapore utopico protetto dai custodi dei drammaturghi greci. Così Scardanelli, come un vero siciliota sulla piana d'Imera, difende un'identità di "sicilitudine" grazie a un mix-up platonico-pirandelliano.

https://it.wikipedia.org/wiki/Etna#/media/File:Etna_cima.JPG
La cima dell'Etna. La Sicilia è protagonista del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979. Foto di Andrea Fontanelli, CC BY-SA 3.0

Fa male pensare a questi anni lontani dalla mia generazione, chiamiamola era della morte delle illusioni, lampante dichiarazione di fallimenti politici e individuali, l'era antropologica dei senza qualità di Robert Musil. Riassumere Scardanelli in vacue opinioni lo trovo personalmente limitante, significa raggiungere la luna per recuperare la ragione di Orlando volando su una navicella di carta. Il respiro della prosa di Scardanelli è il punto di forza del romanzo, che potrebbe prendersi il lusso di siglare una non-storia, che invece è ieratica e impervia, pericolosa e affilata così sfrontata da allontanarsi dal panorama italiano.

La "Ricerca" è l'unico romanzo che s'approssima davvero all'esistenza, consciamente ne vive i tempi e l'assoluta precarietà, che pensa e vive la vita come un eterno crepuscolo nel quale è inscritto il nostro dovere conoscitivo che, unico, ci salverà dalla dannazione.

La storia di amicizie che collimano nella totale disillusione politica, questo e  molto altro ci aspetta nel romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979, edito da quella frizzante realtà di Carbonio Editore.

Scardanelli accordo
Foto di Sasin Tipchai

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Claudia Petrucci: un originale esercizio di scrittura

L’altresì catastrofico 2020 si è rivelato nei suoi primi nove mesi un anno di grande fioritura per quanto riguarda il panorama letterario dei romanzieri esordienti italiani. A sfatare il mito di una narrativa morta da decenni si è fatto vivo all’improvviso un nutrito manipolo di giovani scrittori di romanzi innovativi, freschi, ben scritti.

A fare da apripista c’è stata a gennaio Claudia Petrucci con L’esercizio, edito da La nave di Teseo, che si conferma una casa editrice al passo coi tempi, attenta alle novità e pronta a rischiare investendo nel progetto di un promettente romanzo d’esordio.

Il senz’altro meritato successo di Claudia Petrucci – un vero e proprio caso letterario – risiede a mio avviso nell’assoluta originalità dell’idea su cui è basata la trama del suo romanzo e nel ritmo rapido, quasi cinematografico, della narrazione.

Ma andiamo con ordine. Di primo acchito, L’esercizio sembrerebbe un romanzo abbastanza tradizionale, scritto in prima persona e imperniato sulla storia personale di tre protagonisti abbastanza tipici: una coppia formata dal gestore di un bar, Filippo e la sua fidanzata Giorgia, commessa in un supermercato e affetta da schizofrenia, e Mauro, un regista che un tempo lavorava con la ragazza come maestro di teatro. La scrittura è però resa interessante dalla scelta di trasformare il narratore in prima persona – dunque una voce parziale – in un narratore quasi onniscente. Filippo racconta la sua storia, che è in realtà la storia di Giorgia, senza omettere i segmenti in cui lui è assente, in cui sono Giorgia e Mauro i soli protagonisti. Filippo è, dunque, non solo uno dei personaggi principali, ma anche orchestratore della narrazione, inventore, in definitiva, lo scrittore. Il romanzo è il suo esercizio.

Ma non è questo il tratto del romanzo che più colpisce e coinvolge. Claudia Petrucci è riuscita a parlarci di malattia mentale senza banalizzarne il tema, senza renderlo, come è facile che accada, il perno di una narrativa di patetica commiserazione. In un altro articolo uscito per ClassiCult il 22 maggio 2020, recensivo il romanzo di Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza, riconoscendone il tono delicato nel trattare un tema complesso, ma ammettendo che alla storia mancasse qualcosa di essenziale che lo rendesse pienamente godibile. Quell’essenziale è, invece, ben presente nelle pagine de L’esercizio, che alla complessità di una realtà difficile da raccontare come quella della schizofrenia di una dei protagonisti, riesce a coniugare una storia originale e coinvolgente: non rischiamo mai di compatire Giorgia per la sua condizione, ma ci interessiamo alla sua vicenda in quanto vicenda umana, in quanto parte di una storia avvincente. Giorgia non è mai dipinta come malata, come vittima di una realtà ostile, ma come personaggio protagonista di una vicenda che ci attrae e ci spinge a leggere ancora. Giorgia è soggetto, attivo e passivo, di una storia completamente assurda, che si configura come rivisitazione dell’eterna dualità fra persona e personaggio: la sua potenziale guarigione, infatti, dipenderà dalla possibilità degli altri due protagonisti di lavorare sulla sua capacità di trasformarsi nei personaggi delle storie che le vengono lette.

Altrettanto complessi sono gli altri due personaggi protagonisti, in particolare Filippo, il narratore. Un uomo la cui personalità si è, nel tempo, appiattita nella ricerca di una normalità innaturale che ingloba tutto, anche le persone che ama. Un inconsapevole manipolatore, vittima delle proprie azioni, travolto dalla suo stesso tentativo di manipolare e ricreare la personalità di Giorgia. Un uomo che non riesce ad uscire dal suo stesso perverso incantesimo, come rivelerà il finale di questa storia, brillante ma amaro.

Un altro elemento che rende questo romanzo così incredibilmente scorrevole e godibile è la forza dei suoi dialoghi. Nel definire il suo ritmo “cinematografico”, penso infatti all’incalzare delle battute dei personaggi, che occupano quasi la metà del libro. L’esercizio di Claudia Petrucci descrive poco e mette in scena molto. Sembra quasi che l’autrice, nello scrivere, stesse già pensando ad una resa filmica della propria storia. Una tendenza, questa, non nuova nel panorama della narrativa contemporanea, in un mondo dominato dalle immagini, ma che in questo caso si configura come una scelta sapiente e ben intonata alla narrazione.

 

Non ci resta che augurarci, allora, che L’esercizio, dopo un bel romanzo, diventi presto anche un bel film.

Claudia Petrucci L'esercizio
La copertina del romanzo L'esercizio di Claudia Petrucci, pubblicato (2020) dalla casa editrice La nave di Teseo nella collana Oceani

 


il tempo che resta Michelle Greco

Il valore del tempo che resta

Incalzante, doloroso, onirico: questi i tre aggettivi con cui Michelle Grillo descrive il proprio romanzo Il tempo che resta, uscito lo scorso febbraio poco prima del lockdown per Alessandro Polidoro Editore, nella collana Perkins, dedicata dalla casa editrice alla narrativa contemporanea. In occasione della riapertura e della ripartenza delle presentazioni letterarie, dopo un’ampia circolazione sui social, il romanzo può finalmente godere delle necessarie presentazioni fisiche.

Infatti, per comprendere ogni sfumatura della storia narrata è quasi indispensabile conoscerne retroscena, genesi e tanti altri dettagli, che l’incontro dello scorso 4 settembre presso il Chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, in occasione della rassegna letteraria “in-Chiostro”, ha portato alla luce. Per l'occasione, anche grazie alla book blogger Federica Scerbo che ha moderato l'incontro, e alla psicologa Benedetta Orlando, con attente domande si sono sviscerate le 148 pagine di narrazione.

tempo che resta
Il tempo che resta, Alessandro Polidoro Editore, 2020. Foto di Francesca Barracca

Il tempo che resta è la storia di Anna, nata e cresciuta nella povertà, che porta cucita addosso una costante sensazione di disagio, nata da una consapevolezza di diversità rispetto ai coetanei e ai nuclei familiari del paesino in cui vive, nonché dal senso di profonda alienazione fisica e psicologica che è costretta a vivere nella sua cosiddetta “famiglia di laggiù”.

È proprio qui che tutto comincia, all’interno della famiglia, luogo di gioia e di orrore. La stessa autrice ricorda le famose parole di Richard Yates a proposito del ruolo imprescindibile della famiglia nella letteratura: “è possibile fare letteratura senza parlare delle famiglie?” Figlia di una madre autoritaria e a tratti tirannica e di un padre troppo remissivo, sorella di Sabrina e Michele, bambino che necessita di “attenzioni speciali”, Anna è profondamente influenzata dalla propria famiglia al punto da adeguare la propria vita a decisioni non sue, come quando, rimasta incinta, viene costretta dalla madre a sposare un uomo che non ama.

La figura materna, infatti, emerge dal testo con prepotenza e l’autrice ci rivela di aver immaginato per lei un passato che non trova spazio ne Il tempo che resta, ma che è facilmente intuibile dagli atteggiamenti che adotta: si tratta di un’orfana cresciuta in convento, vittima di ignoranza, incapace di dare amore perché non ne ha mai ricevuto. Per comprendere il realismo di un simile personaggio, allora, bisogna abbandonare l’idea canonica di una madre affettuosa, premurosa, attenta, per far posto ad una madre dal cuore arido, colei che Anna non vorrebbe mai diventare, ma con la quale, nel corso del romanzo, troverà più affinità di quanto forse sia disposta ad ammettere.

Anna si mostra, quindi, come un personaggio passivo, che non sperimenta una vera e propria evoluzione, ma che si abbandona remissivamente al proprio destino. Soltanto quando lascia entrare un altro uomo nella propria vita assapora un sentimento completamente nuovo e ne è così terrorizzata da pensare che “ci vuole una grande forza per sostenere il peso della felicità”. Risulta singolare, a tal proposito, che non si legga della consueta protagonista come di una donna forte, caparbia, capace di tenere le redini della propria esistenza; piuttosto assistiamo al risvolto negativo di quel senso di inadeguatezza e fragilità che caratterizza molte donne che si trovano nella sua stessa situazione. Quello che Anna ha subito è un vero e proprio trauma, costituito da ricordi che deve ricostruire con l’aiuto della psicologa dell’istituto in cui vive e del lettore stesso che si ritrova, infatti, a seguire le vicende della protagonista attraverso due piani temporali, un presente dal tempo sospeso in cui la percezione del tempo è labile o inesistente e un doloroso passato da indagare ed esplorare.

È nel “tempo”, parola chiave del romanzo, che si scova il suo senso ultimo. Il tempo che resta da vivere ad Anna è quello fermo e immobile dell’istituto in cui consuma le sue giornate tutte uguali, tra visite mediche e rare chiacchiere con le altre ragazze dell’istituto. Contrariamente a questo tempo che non “scorre”, però, la scrittura di Michelle Grillo fluisce rapida, favorendo il piacere di una lettura scorrevole e “incalzante”, come da lei stessa definita, e che regala un finale del tutto inaspettato.

Michelle Grillo. Si ringrazia Alessandro Polidoro Editore per la foto

L’indagine di Michelle Grillo sui sentimenti che almeno una volta nella vita tutti hanno provato non finisce qui e, in chiusura della presentazione, annuncia che continuerà a scrivere di donne, perché nessuno meglio di una donna può descriverne le sensazioni, le percezioni e i disagi. Se qui, dunque, il punto di partenza è la domanda: “Quanto l’inadeguatezza può influenzare un’esistenza?”, la prossima storia nasce dal desiderio di esplorare un sentimento affine: la vergogna.

Il tempo che resta Michelle Greco
La copertina del libro di Michelle Grillo, Il tempo che resta, pubblicato da Alessandro Polidoro Editore (2020) nella collana Perkins

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Perennemente umani: la vita senza fine dei classici

Alcuni libri nascono sotto i buoni auspici di un’intuizione che si manifesta sin dalle prime righe: in un lampo folgorante, l’autore svela al suo lettore un segreto con sapienza custodito, un’immagine limpida che benedice il suo andare. Il recente saggio di Enrico Terrinoni, Chi ha paura dei classici?, edito da Cronopio, si apre sotto il segno di un silenzio che è al tempo stesso vitale e sacro, perché fa da culla all’ispirazione e al sogno, ma anche alla memoria. Già l’eco briosa che risuona nel titolo del libro lascia presagire la vivacità che caratterizza le sue pagine, pregne di interrogativi fecondi, argute riflessioni e considerazioni aperte, a partire dai capolavori della letteratura inglese, irlandese e americana.

Foto di TuendeBede 

Oscar Wilde, James Joyce, Arthur Conan Doyle sono solo alcune delle voci immortali attraverso le quali Terrinoni orienta le vele del suo viaggio, che è una vera e propria sfida alle briglie dei canoni della letteratura e dunque non è mai consolatorio. Lo spazio in cui il classico mirabilmente si distende, avverte l’autore, è quel solco incommensurabile che lega in eterno il passato in cui esso è stato concepito e il futuro cui fatalmente si rivolge: in questo orizzonte liminale, non esistono certezze, né la pretesa di fornire risposte definitive alle domande che sono connaturate all’uomo, e che per questo sono da sempre irrisolte, perennemente umane. Da dove deriva allora questa paura diffusa nei confronti di classici, questo timore che non è soltanto reverenziale, ma è quasi una imbarazzante sensazione di inavvicinabilità, addirittura un’avversione, più o meno dichiarata, verso la presunta superiorità di ciò che la letteratura consacra? Relazionarsi con la cifra di imponderabile di cui il classico è portatore non è facile nel tempo della disattenzione, arguisce Terrinoni; occorrerebbe infatti una pazienza, una disposizione all’ascolto, di cui oggi non sembriamo capaci, attratti come siamo da molteplici stimoli, sollecitati contemporaneamente da input numerosi e disparati.

Probabilmente ciò che respinge non è il classico in sé, lascia intendere l’autore, ma la torre d’avorio in cui esso è isolato e rinchiuso: «possiamo tentare di abbatterle o sabotarle, quelle torri eburnee», è l’eretico invito contenuto nel libro, «per poi sbirciare all’interno delle loro stanche mura e tornare a osservare il mondo di fuori con occhi vergini». Il sentiero tracciato da Terrinoni approda poi a un concetto affascinante: non semplicemente quello di infinito, ma quello di infinibilità – come se, in questo perenne ondeggiare tra fantasia e ricordo, il classico si ribellasse all’idea stessa di limite, come se incoraggiasse lo sconfinamento, il fluttuare, l’aprirsi verso orizzonti di possibilità altrimenti impensabili. «Leggere fino in fondo l’abisso senza fine dei classici è una questione di democrazia e di accoglienza, perché sì, l’accoglienza è insita nella democraticità del leggere; ma è paradossalmente preceduta da un moto quasi contrario, che non è di sospetto, ma è forse di paura, di straniamento, di circospezione verso l’alterità», sostiene l’autore.

Foto di fsHH

Un pregio che rende questo volume unico nel dibattito che fiorisce intorno all’idea di classico è l’attenzione accordata all’Irlanda, terra di sogno, incarnazione del mito inteso come viaggio che non conosce fine, metafora dell’immaginazione, estremo miraggio, luogo d’incanto e d’immenso. L’energia che pervade l’isola color smeraldo è la stessa che anima i classici, quella forza sotterranea che, mentre scorre, accorda infinite vite e rinnovati slanci persino a ciò che sembra riposare sotto le ceneri della dimenticanza.

Enrico Terrinoni Chi ha paura dei classici
La copertina del saggio di Enrico Terrinoni, Chi ha paura dei classici? Il libro è stato pubblicato da Cronopio nella collana rasoi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Quale mondo senza la Rosa?

Solitamente non recensisco narrativa, tanto meno di questo genere. Ma quando ho visto la lista delle nuove uscite della add Editore, qualcosa mi ha colpito nel titolo Il romanzo della rosa di Anna Peyron, non fosse altro per la suggestione indotta dalla passione che mia madre ripone nella botanica. La Peyron, “vivaista anomala” come lei stessa si definisce, scrive su La Stampa e su Gardenia e prima di dedicarsi alle piante lavorava in una galleria di arte contemporanea. “Puntata dopo puntata prendo sempre maggior confidenza con la scrittura e alterno argomenti e storie legate alle rose che possano incuriosire anche chi non ha un giardino. Neppure un solo vaso di rose sul balcone”, scrive sul finire del libro. E ancora: “Ho intrapreso un lavoro di cui non avevo alcuna esperienza, alcuna conoscenza diretta, di cui non mi era stato tramandato alcun sapere”.

Il romanzo della rosa di Anna Peyron. Foto di Valentina Tatti Tonni

È a Castagneto Po, in Piemonte, che nei primi anni Ottanta apre un vivaio di cacti, affascinata dalle forme geometriche e scultoree. “Ritrovo tante analogie con il mondo dell’arte: le piante stanno ai lavori degli artisti come i giardini alle collezioni e gli arboreti stanno ai musei come gli orti botanici alle gallerie”, scrive dopo che il fiore ha svelato le sue storie al lettore. Poi, nel 1984, in visita al Chelsea Flower Show di Londra si imbatte in uno stand che riproduce un giardino elisabettiano “dove tra vasi di garofonini e gigli si mescolano seducenti rose alba, galliche e damascene. (…) Non avevo mai visto nulla del genere in Italia. – spiega – Subito accarezzo il sogno di dedicarmi alla coltivazione di quelle rose”.

Peyron inizia così un viaggio secolare, insieme a quello intrecciato di Marie-Josèphe Rose Tascher de La Pagerie che dalla Martinica dove nasce nel 1763 diverrà a Parigi imperatrice dei francesi accanto a Napoleone. È la storia di Giuseppina (nome italianizzato di Joséphine come la chiamava Bonaparte), del giardino Malmaison dove verranno sparse infine le sue ceneri e delle rose, che tutti i grandi signori dell’epoca per i propri parchi prenderanno ad esempio. Ci viene mostrato un Napoleone che sebbene impegnato nelle campagne militari è unito a Giuseppina con amore della floricoltura, con lei fa in modo che Malmaison diventi un vero parco in cui le rose possano essere distribuite in libertà.

Foto di Albrecht Fietz

I capitoli narrano di luoghi e di protagonisti ed è così che si passa dalla Reggia di Caserta a San Pietroburgo, dall’Australia e dalla Cina fino alla Costa Azzurra con la ricerca del colore e del profumo. “È il periodo in cui grandi pittori scoprono la Riviera. – orienta l’autrice – Quando pensiamo a Claude Monet e al suo celebre giardino di Giverny, sono soprattutto lo stagno e le celebri ninfee che ci vengono alla mente. E se le ninfee hanno un ruolo centrale nella rappresentazione pittorica del giardino, è anche vero che ci sono moltissime rose a far bella mostra di sé trionfando in una miriade di colori e di forme”.

Sorprende il tentativo culturale di Peyron che, in poco più di duecento pagine, scava nella Storia, la restaura intensamente dei suoi significati e la restituisce al lettore in una chiave originale. L’autrice non vuole affatto esibire la Rosa, con la erre maiuscola, per sottolinearne il prestigio e la bellezza ormai quasi scontate, bensì ne vuole far conoscere le peculiarità sia ai rodofili che nel viaggio partono avvantaggiati sia al neofita che come me, sul balcone, non ha un solo vaso di rose.

il romanzo della rosa Anna Peyron
Anna Peyron, Il romanzo della rosa. Storie di un fiore, pubblicato da add editore (2020) con prefazione di Ernesto Ferrero e illustrazione di copertina di Gabriele Pino, pagg. 240, Euro 16

Costantinopoli, quando Carlomagno fu il protagonista di un poema eroicomico

Costantinopoli centro del mondo e del viaggio di Carlomagno

Per tutta l'età di mezzo sono sempre circolate storie fantasiose e magiche sulle avventure dell'imperatore dei Franchi Carlomagno in Oriente, d'altra parte, come teatro della nascita di numerosi stereotipi e orientalismi, etichettabili come “bizantinismi”, Costantinopoli è la città dorata per tutta la cristianità. Le idee cristallizzate nell'immaginario europeo dipingono Costantinopoli come una culla esotica di meraviglie e ricchezze stravaganti.

Viaggio di Carlomagno in Oriente Costantinopoli
Copertina stesa del Viaggio di Carlomagno in Oriente, pubblicato (con curatore Massimo Bonafin) dalle Edizioni dell'Orso nella collana Gli Orsatti

Il poemetto (pubblicato da Edizioni dell'Orso nella collana Gli Orsatti), che formalmente è una chanson de geste, risulta essere una voce singolare all'interno della produzione poetica francese: temi caratterizzanti del Voyage de Charlemagne sono la competizione tra l'occidente franco e l'oriente bizantino, la comicità e il meraviglioso. Anche l'inizio del poema delinea subito i binari della narrazione, l'avventura di Carlomagno in Oriente nasce da una comica gelosia coniugale.

Carlomagno (dettaglio della vetrata di S. Caterina, fine XV secolo, Notre-Dame de l'Annonciation di Moulins). Foto di Vassil, in pubblico dominio

Carlomagno, addobbato con tutti i paramenti della regalità, afferma di essere il migliore tra i re, la moglie invece, suscitando l'invidia e lo scontento dell'imperatore, rivela che esiste un rivale in potenza e in gloria e che il suo nome è Ugo re di Bisanzio. Le terre soggette ad Ugo sono già pressoché fantastiche, dalla Grecia alla Persia, e sappiamo benissimo che l'Impero Romano d'Oriente non raggiunse mai queste dimensioni, bensì fa parte della prassi iperbolica delle chanson de geste enumerare fantasticherie sui regni lontani. Spinto dalla curiosità e di conoscere la fama del fantomatico Ugo di Bisanzio, Carlo inizia un pellegrinaggio prima a Gerusalemme e poi si ferma a Costantinopoli. La città ricca di meraviglie lussureggianti inonda di nobiltà gli occhi dei Franchi, quasi accecandoli.

Carlomagno in paramenti reali immaginato da Albrecht Dürer. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distribuito da DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

Re Ugo è riccamente rivestito di seta e lavora con un aratro dorato, Carlomagno è spaesato da tutta questa astrusità orientale e sembra un viandante o un semplice pellegrino. Rispettando anche i canoni della morfologia fiabesca la Costantinopoli visitata da Carlomagno è un'epifania dorata, la realizzazione fisica del leggendario paese della cuccagna (cfr. introduzione del professor Bonafin). Il vero apice del Voyage viene raggiunto con l'episodio dei gabs. I gabbi, in italiano, sono delle vanterie, delle imprese goliardiche pronunciate dopo fiumi di vino che i paladini e Carlomagno stesso hanno ingurgitato durante il banchetto.

Viaggio di Carlomagno in Oriente Costantinopoli
Mappa di Costantinopoli (1422), uno dei luoghi del Voyage di Carlomagno. Cristoforo Buondelmonti - Liber insularum Archipelagi, presso la Bibliothèque nationale de France, Parigi. Foto in pubblico dominio

Il poemetto rincorre il realizzarsi delle imprese impossibili di cui i paladini la notte precedente si erano vantati, come creare un uragano con l'olifante (il corno da guerra di Orlando), possedere per più di trenta volte la principessa bizantina follemente voluta dal candido Oliviero, o demolire un muro lanciando una pesante palla di metallo, e così via. I gabbi pronunciati in uno stato di euforica ubriachezza sono concretamente inverosimili, ma grazie all'assistenza celeste diventano realizzabili.

Olifante in avorio, conservato presso il Musée de l'Armée di Parigi, uno dei protagonisti degli immaginifici gabbi. Foto di Jean-Pol GRANDMONT, CC BY 4.0

Non è strano che l'impossibile prenda vita proprio nell'Oriente, certo Dio aiuta i paladini, ma lo scenario immaginifico della capitale orientale offre al poeta del Viaggio di Carlomagno in Oriente il pretesto per esagerare, per rendere l'iperbole un mero fatto quotidiano. Il poemetto quindi riesce a parodiare due generi letterari: le canzoni di gesta dei "rozzi" Carolingi e il raffinato, opulento e nobile romanzo cavalleresco incarnato dalla città di Costantinopoli.


El Cid Campeador

Cantar de mio Cid, dal poema epico alle tensioni storico culturali

Il Cantar de mio Cid è il primo, cronologicamente, e il migliore dei poemi della produzione epica iberica. Molti degli altri elaborati componimenti sono andati perduti, ma sappiamo di certo grazie alle cronicas storiche che esistettero altri cantari, usati come fonti per la registrazione di eventi storici. Il Cid è una forma di epos biografico, nato a livello embrionale dalle recitazioni orali di giullari e poeti erranti, che narra l'epopea di Don Rodrigo Díaz de Vivar il quale venne ingiustamente accusato di sottrarre i tributi al suo re Alfonso VI e punito con l'esilio.

Cantare del Cid
La copertina del Cantare del Cid, pubblicato da Garzanti i grandi libri, con testo a fronte e introduzione, traduzione e note di Andrea Baldissera

Il Cid (probabilmente il suo nome deriva da un dialetto arabo andaluso che significa “signore”), è un cavaliere atipico animato da due immense forze vitali: l'orgoglio cavalleresco (fedeltà al sovrano) e la pietas cristiana. Non stupiscono queste considerazioni, pochi sono i nobili cavalieri che restano fedeli al proprio sovrano anche dopo accuse ingiuste. Il Cid è un prototipo di eroe completamente diverso da quelli dei cicli francesi, la primitiva forza impulsiva è domata dalla razionalità e dalla fede, il condottiero spagnolo non si lascia prendere dagli impulsi bensì ragiona e medita tutte le sue azioni e scelte.

Cantar de mio Cid
Cantar de mio Cid, f. 1r. Foto in pubblico dominio

 Preferisco soffermarmi sul retroterra storico-culturale del Cantar de mio Cid. Nel 711 gli Arabi guidati dal capo berbero Ṭāriq ibn Ziyād al-Laythī, conosciuto in Spagna come Taric el Tuerto (il Guercio), approdò sulle coste spagnole, dopo aver oltrepassato il breve braccio di mare che in suo onore prese il nome di Gibilterra (Gabal Tariq) e fagocitò in breve tempo il regno dei Visigoti, già indeboliti da conflitti dinastici, con i successi ottenuti sulle sponde del Rio Barbate, dove annientò l'esercito nemico.

 

Cartina degli sbarchi degli Arabi. Immagine opera di Bonas, CC BY-SA 3.0

Una volta assoggettata gran parte della Spagna, gli Arabi iniziarono a chiamare questa terra “Al-Andalus”. Secondo Marco di Branco è erroneo ricercare l'etimologia del nome dell'Andalusia con il nome di Vandalicia (denominazione dei Vandali data alla Spagna Betica) ma in un termine visigotico che definiva la Spagna. Dal gotico ricaviamo l'espressione “landahlauts” traslitterata poi in arabo in Andalus, poi preceduta dall'articolo determinativo al-.

Soltanto una striscia di terra a settentrione della penisola iberica rimase in mano ai cristiani, per tre secoli la Spagna sarà governata dal florido califfato ommayade di Cordova, fino a quando nella prima metà dell'XI secolo venne meno l'unità amministrativa favorendo la nascita di piccole unità territoriali, regni minori chiamati taifas, dal termine arabo che corrisponde a fazioni. Lo smembramento del califfato ommayade getterà le fondamenta per la Reconquista cristiana della Penisola Iberica, processo che si concluse dopo quasi 5 secoli nel 1492.

Cantar de mio Cid
Francisco Pradilla Ortiz, Resa di Granada. Immagine in pubblico dominio

Questo sfaccettato panorama storico, arricchito dalla presenza di forti nuclei di tutte le popolazioni “abramitiche”, ebrei, cristiani, musulmani, porterà alla nascita della fervida cultura iberica.

I gruppi si mescolano o convivono, secondo diversi gradi di tolleranza: dai mozàrabes (cristiani che vivono sotto il dominio musulmano, mantenendo la propria fede) ai mudéjares (al contrario, musulmani che possono sotto un dominio cristiano) sino ai diversi tipi di convertiti (conversos dall'ebraismo o dall'Islam; muladìes, dal cristianesimo all'Islam), che spesso mantenevano occultamente la propria religione (come i marranos ebrei).

Corano andaluso. Foto in pubblico dominio

Quel che mi preme sottolineare, parlando del Cid, è che il poema non cerca di mitizzare o di abbondare con gli stereotipi. I nemici degli spagnoli non sono selvaggi invasori che vengono da terre barbare ma sono visti come dei loro pari, anzi c'è una profonda invidia o solenne rispetto per il nemico musulmano. Il Cid tratta i mori senza enfasi religiosa o non animato da qualche spirito crociato sanguinario, anzi a volte sono gli avversari della stessa religione che incorrono nella sua ira.

Gli arabi, al contrario delle chansons, non sono strumentalizzati per arricchire di elementi pittoreschi la narrazione, essi sono il nemico reale e storico della cultura spagnola del tempo. Molto più interessante è l'antisemitismo del protagonista, gli ebrei sono sempre descritti con i soliti stilemi degli avari, dei viscidi cospiratori e dei bugiardi; e tutto ciò si riscontrerà nelle tensioni storico-politiche che sfoceranno nel 1492 con l'esilio coatto delle popolazioni sefardite e ashkenazite (tribù ebraiche).


La carica degli elefanti

“Nelle nostre rumorose città tendiamo a dimenticare ciò che i nostri antenati sapevano in modo istintivo: loro sentivano che la natura selvaggia è viva, e che sussurra a tutti affinché possiamo ascoltarla e risponderle”; a scriverlo l’ambientalista Lawrence Anthony nel suo L’uomo che parlava agli elefanti pubblicato da Piano B Edizioni.

Il libro, edito in febbraio, comincia a circolare sui social subito dopo il lockdown. È una storia straordinaria, come sottolinea l’editore presentandolo al pubblico, per cui vale la pena immergersi. Ci troviamo in Sudafrica dove, nella provincia dello KwaZulu-Natal nello Zululand, Anthony possiede la più antica riserva faunistica chiamata Thula Thula.

“I miei sono stati i primi elefanti selvatici a essere reintrodotti nella nostra zona dopo più di un secolo” spiega nel prologo e poi sottolinea: “il titolo di questo libro non si riferisce a me [ma] agli elefanti, perché sono stati loro a sussurrarmi e a insegnarmi come ascoltarli”. È in questo modo che l’autore non lascia nulla al caso perché gli preme far capire al lettore fin da subito cosa c’è ad attenderlo nelle pagine che seguiranno. Significativa l’importanza che egli dà alla sua riserva che, dice essere, patria per molta fauna selvatica della regione: senza dovuta protezione e salvaguardia questi animali avrebbero avuto ben poche possibilità di sopravvivenza perché avrebbero dovuto districarsi tra la fame, l’estinzione e i bracconieri.

Come ci ha ricordato la cronaca recente – l’indignazione dell’opinione pubblica nel vedere l’immagine dell’elefantessa uccisa in India che ha fatto il giro del mondo in breve, anche se dalle ultime notizie sembrava che gli inquirenti avessero escluso l’atto volontario – l’idea che un animale selvatico e in questo caso un elefante possa essere ucciso per desideri di caccia e di contrabbando, mette a dura prova il lavoro delle riserve e delle organizzazione che si occupano del loro benessere.

Anthony fin dalle prime battute pone infatti l’accento sui pericoli del bracconaggio e su ciò che ha dovuto affrontare per difendere Thula Thula: “Prima che la comprassi (…) era una riserva di caccia, e avevo giurato che non lo sarebbe più stata. Nessun animale sarebbe più stato ucciso senza motivo sotto i miei occhi. Non mi ero reso conto di quanto sarebbe stato difficile mantenere quel giuramento [anche se] ci stavamo impegnando con la popolazione locale nel diffondere la coscienza della salvaguardia”.

Foto di Valentina Tatti Tonni

In quarantadue capitoli e con una scrittura asciutta l’autore prende per mano il lettore, lo infonde di coraggio e di curiosità e lo porta alla scoperta di queste imponenti creature, “giganti potenti in realtà vulnerabili come dei neonati”. Gli elefanti – nove, un intero branco guidato da una matriarca che ha il gusto per la fuga - entrano nella sua riserva ma sono difficili da trattare, prossimi all’abbattimento se non cambieranno il loro comportamento.

Quando li prende con sé Anthony non sa bene cosa aspettarsi, ma sa che vuole aiutarli, un aiuto che scoprirà subito loro non hanno mai ricevuto. Hanno paura, non si fidano e scappano per salvarsi da un imminente pericolo, un trauma che la loro lunga memoria ha registrato e che gli si ripresenta con forza e prepotenza. “Lì su due piedi decisi che, contrariamente a tutti i pareri, sarei andato a vivere con il branco” racconta.

Una soluzione insolita dato che per mantenere selvatico un animale è necessario ridurre al minimo il contatto con gli esseri umani, ma non lui si tira indietro, anzi dalle parole traspare la fatica e l’emozione: “Queste magnifiche creature erano estremamente turbate e disorientate e forse, dico forse, se qualcuno interessato a loro gli fosse rimasto costantemente accanto, avrebbero avuto una chance”.

La sua avventura, “fisica e spirituale” come la definisce, parte proprio da qui. Dalla volontà di fare qualcosa di diverso, pur con i bracconieri alle calcagna, le difficoltà di gestione, la cooperazione con le tribù locali, fare qualcosa con sentimento per riportarli alla vita.

L’uomo che parlava agli elefanti Lawrence Anthony
Il libro L’uomo che parlava agli elefanti, di Lawrence Anthony con Graham Spence, pubblicato da Piano B Edizioni (2020), pagg. 440, Euro 16