Il male degli angeli Luisa Gasbarri

Il male degli angeli, un romanzo di Luisa Gasbarri

Luisa Gasbarri, Il male degli angeli, Baldini e Castoldi - recensione

Articolo a cura di Alfredo Sgroi

Il male degli angeli Luisa Gasbarri
La copertina del thriller Il male degli angeli di Luisa Gasbarri, pubblicato da Baldini+Castoldi (2020) nella collana Romanzi e racconti

Il romanzo di Luisa Gasbarri stuzzica la curiosità del lettore (e nostra) fin dal titolo: ossimorico e, se si vuole, un poco inquietante. Ed enigmatico. In che senso ci può essere infatti una componente malefica in quelle creature (gli angeli) che incarnano il bene nella sua massima purezza? Il lettore sorvegliato, dunque, è messo sull’avviso fin dall’inizio: non si aspetti il consueto romanzo inquadrabile in uno schema ben definito e costruito con un intreccio lineare. Ma, al contrario, una narrazione che si dipana sotto il segno della continua e labirintica contraddizione. Il che, puntualmente, è confermato dalla lettura del testo, come pure dalla breve nota critica (pp. 9-10) con la quale l’autrice avverte che il suo libro ha una natura ibrida, composita, in cui confluiscono ricerche storiche, estese alla sfera dell’occultismo, ed elementi di schietta invenzione fantastica.

Ma, si può dire, in questo romanzo è sempre arduo discriminare ciò che è frutto di fantasia da ciò che poggia sul solido terreno della storia, anche per il ricorso ad una particolare tecnica di collage, per la quale i fili del racconto sono continuamente spezzati e riannodati. Non si può perciò definire con nettezza dove comincia la realtà e dove finisce. Basta questa premessa per comprendere che Il male degli angeli è una miscela (ben dosata) di elementi dissonanti e stranianti; un racconto che concentra i generi e i temi più disparati: il giallo, il mistero, la storia, l’eros e i turbamenti profondi dell’anima, le passioni elementari e accese, dai toni violenti. L’autrice compone questo complesso mosaico saldando le diverse tessere in modo da comporre un quadro armonico al di là delle discordanze, a riprova che l’ossimoro è il timbro essenziale di questo racconto dall’ampio respiro.

La copertina del romanzo The Coming Race (1871, anche pubblicato come Vril, the Power of the Coming Race) di Edward Bulwer-Lytton. Il tema fu poi ripreso da Le Matin des magiciens (1960) di Louis Pauwels e Jacques Bergier che per primi ipotizzarono la Società Vril, al centro del romanzo Il male degli angeli di Luisa Gasbarri. Immagine in pubblico dominio

Di conseguenza l’intreccio è amplificato e spezzato, sia per la collocazione temporale che spaziale, e i personaggi che si muovono in un vorticoso gioco degli specchi, in maniera a ben vedere corale, sono coinvolti in fosche vicende che come un fiume carsico scaturiscono dalla Germania degli anni Venti, trascorrono i cupi avvenimenti del secondo conflitto mondiale, lambendo la grande storia, si inabissano e riaffiorano nella contemporaneità.

Il filo rosso che lega eventi così distanti nel tempo e divaricati nello spazio (tra Germania e Italia) è un misterioso circolo esoterico: la Società Vril, che raccoglie donne dotate di particolari poteri e che perciò calamitano l’attenzione dei gerarchi nazisti, che con l’occulto hanno un rapporto stretto e disturbato. Ad innescare l’indagine di Sara Wolner, l’eccentrica e tormentata poliziotta dal carattere ribelle ed indolente, in questo mondo misterioso è una catena di delitti che hanno tutti il sigillo satanico del fuoco: diverse donne sono state rapite, torturate e bruciate. La pista che imbocca nel corso delle indagini la porta ad incappare proprio nella Società Vril; a scoprirne le radici nelle ossessioni sinistre di certi gerarchi nazisti; a inseguire ombre inquietanti che sfilano tra il passato e il presente.

Così scopre, tra tanti turbamenti, quella componente luciferina che ha le stimmate del male impresse nelle creature, apparentemente angeliche, reclutate per riscattare l’umanità; così i colori luttuosi delle tenebre, che simboleggiano il male, si intrecciano ambiguamente con le folgoranti immagini illuminate da un fuoco che è, al contempo, purificatore e distruttore. Ambiguità, questa, che si riverbera sugli adepti della setta dal cui seno sono partiti i delitti misteriosi; sulle loro allucinazioni che hanno la fisionomia della realtà: «I Vril-ya non sono buoni, miss Wolner. I Vril-ya sono creature malvagie, anche se sono i signori del mondo, e non vogliono il nostro bene, per quanto ci siano infinitamente superiori». (p. 345) Qui, come altrove, il lettore si chiede come stiano veramente le cose: se ci si trova di fronte ad un gigantesco vaneggiamento di menti esaltate o, dietro l’apparenza, ci sia dell’altro.

E proprio su queste ambiguità feconde, secondo il classico assunto di Todorov, si impernia il gioco narrativo dell’autrice, che si diverte (e ci diverte) a lasciare nel limbo della sospensione il lettore stesso, a tenerlo con il fiato sospeso e inchiodato ad un dubbio che, in fondo, non si scioglie. Luisa Gasbarri ha perciò imbastito un romanzo che è anche molto altro: saggio storico, indagine psicologica e scandaglio dei sentimenti, virtuosisticamente sfruttando le infinite possibilità che il genere romanzesco offre, demolendo le barriere tra i generi canonici.

Se scrivere è un atto d’amore, come diceva Cocteau, in questo caso l’autrice ha anche compiuto un atto di coraggio. Perché nel tempo della semplificazione banalizzante, della scarnificazione del romanzo ridotto a scheletro narrativo, opta per una strada diversa, controcorrente. E, come il Savinio che si sceglieva i lettori, anche lei si sceglie il suo pubblico: quello di chi ama immergersi nella lettura senza fretta o superficiali frenesie, per assaporarne con i giusti tempi le diverse sfumature. E lo fa proponendo una prosa polimorfa, essenziale ma mai scialba, talvolta impreziosita da deliziosi squarci lirici, innestando sequenze descrittive nitide ed eleganti, talaltra da brusche accelerazioni del ritmo. Mai, comunque, banalmente.

Luisa Gasbarri, Il male degli angeli, Milano, Baldini e Castoldi, 22, pp. 403. La scheda del romanzo è qui.


Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Quanto è bello iniziare a studiare la Divina Commedia. Si è al terzo anno di scuola superiore, nel pieno dell’adolescenza, magari innamoratissimi, persi nel pensiero di quel ragazzo o ragazza che proprio non vuol cessare di incantarci e, in un bel pomeriggio d’autunno, ci vediamo (almeno inizialmente) obbligati a leggere l’incomprensibile opera di quel burbero di Dante Alighieri. Un nome spaventoso, che atterrisce gli studenti alle prime anni e gli studiosi che ormai hanno fatto il callo. Parliamo, in fondo, del Padre della letteratura italiana e della lingua italiana, ed è pur comprensibile lasciarsi prendere dallo sconforto. Ma questi sono sentimenti passeggeri, perché non c’è studente, per quanto pigro, svogliato e disinteressato, che non venga rapito dai versi di quel tristissimo fiorentino. Perché quando Dante iniziò a scrivere la Divina Commedia era triste davvero e mortalmente arrabbiato con i fiorentini.

E mentre era in esilio, non avendo a disposizione altro mezzo per farla pagare a tutti, condannò i suoi nemici alla damnatio memoriae, assai meglio di chiunque altro. E, così facendo, ha reso immortali tutti quanti, specie il papa Bonifacio VIII. Non tutti sono in grado di segregare i propri nemici all’Inferno, e con quale stile! Eppure, vi è un punto della prima cantica dantesca che ha fatto particolarmente impressione a Nicolò Machiavelli, al punto che questi, irato col maestro fiorentino, giunse a dire che avesse «disonorato l’opera sua». E questo perché il nostro poeta prediletto, desideroso di rappresentare con estremo realismo la genia umana, avrebbe «fuggito l’osceno», facendo fare ad un personaggio piuttosto scurrile un gestaccio che Machiavelli proprio non ha perdonato al poeta. Ne parla in un’opera poco conosciuta e mai resa pubblica, in cui immagina di parlare con il grande Poeta. Si sta parlando del Discorso intorno alla nostra lingua.

Nel ventiquattresimo canto, dopo aver attraversato l’Inferno in tutto il suo indicibile orrore, esserci impietositi e irritati, interrogati su alcuni versi misteriosissimi e averne imparato qualcuno per poterlo sfoderare al momento giusto, si cammina insieme a Dante e Virgilio tra le Malebolge, i cerchi più remoti del regno infernale. E qui giungiamo nella bolgia dei ladri, che vengono morsi al collo da un serpente, cadono a terra come cenere e rinascono da essa, esattamente come la fenice.

Un’immagine straordinaria, tra le più belle e spaventose di questo immenso poema:

Ed ecco a un ch’era da nostra proda, / s’avventò un serpente che ‘l trafisse / là dove ‘l collo a le spalle s’annoda. / Né O sì tosto mai né I si scrisse, / com’ el s’accese e arse, e cener tutto / convenne che cascando divenisse; / e poi che fu a terra sì distrutto, / la polver si raccolse per sé stessa / e ‘n quel medesmo ritornò di butto. / Così per li gran savi si confessa / che la fenice more e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa”.

Qui Dante trova un abitante di Pistoia, città detestatissima dal poeta, e il buon Virgilio chiede al figuro chi sia: si parla di Vanni Fucci, un nome che a noi non dice niente, ma che ai tempi di Dante era ben noto per diversi furti e un omicidio. Non a caso, si presenta al poeta dicendo che

vita bestial mi piacque e non umana / sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci / bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.

Precisamente, quest’uomo era considerato il famigerato autore di un furto sacrilego che era avvenuto nel 1293 nella cappella di San Iacopo, all’interno del duomo di Pistoia. Qui, sarebbero state rubate le sante reliquie custodite e un tesoro, straordinariamente ricco. Inizialmente fu arrestato e quasi impiccato un innocente, tale Rampino Foresi, per poi essere acciuffato uno dei complici, il notaio Vanni della Monna. E questi, ormai prossimo all’impiccagione, rivelò di essere stato aiutato da Vanni Fucci, che era già parecchio celebre per le sue malefatte. Il problema, a quel punto, era che il presunto ladruncolo aveva già lasciato la città, senza che si potesse verificare in alcun modo un suo effettivo coinvolgimento. Ma Dante, a prescindere, lo colloca tra i ladri e risolve il giallo con l’inappuntabilità di un Poirot medievale. Naturalmente, gli fa confessare il furto.

Davanti a Dante, l’uomo arrossisce di trista vergogna, ma non perché si vergogni del suo gesto, ma perché si sente umiliato e ritiene che Dante goda nel vederlo in quello stato. Allora, inizia col dire “apri li orecchi al mio annunzio, e odi”, e lo avverte che se mai riuscisse ad uscire dall’Inferno, troverà una sorte amara ad attenderlo. E a quel punto gli racconterà tutte le future disfatte di Firenze. Lo fa perché il poeta soffra: “E detto l’ho perché doler ti debbia” sostiene infelicemente.

Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge
La bolgia dei ladri nell'illustrazione di Gustave Doré dal XXV° canto dell'Inferno, dall'edizione inglese (tradotta dal Rev. Henry Francis Cary) dell'Inferno (senza data), Cassell, Petter, Galpin & Co., New York, London and Paris

Così, si conclude il ventiquattresimo canto, lasciando i lettori attoniti, ma non appena ha inizio il successivo, Vanni Fucci, in linea con il sacrilegio compiuto in vita, compie un gesto terribile verso Dio, che non compare per la prima volta nella Divina Commedia, ma nel Novellino.

Qui verrebbe da ridere ad un lettore di qualunque secolo, perché si assiste alla prova provata che, gira e volta, passano le epoche, e si resta sempre gli stessi da un secolo all’altro:

Alla fine delle sue parole il ladro / le mani alzò con ambedue le fiche, / gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!

E subitamente, come un novello Laocoonte, Fucci viene attaccato dai serpenti e stretto in una morsa. Ha bestemmiato contro l’Etterno e deve pagarla. Ma precisamente che gestaccio ha fatto quella canaglia di un Vanni?

Era un gesto volgare molto conosciuto all’epoca, che voleva mimare l’atto sessuale e precisamente la sottomissione sessuale. Un equivalente del nostro dito meglio o del gesto dell’ombrello, per intendersi. E si faceva stringendo la mano a pugno e mettendo il pollice tra medio e indice. All’epoca, chi osava fare un simil gesto verso il Signore Iddio e la Vergine Maria o, addirittura, osava mostrare le natiche, andava incontro a multe modiche o a qualche scappellotto. Di certo non veniva soffocato dai serpenti, ma all’Inferno questi gesti irrispettosi venivano presi parecchio sul serio. Specie perché, all’epoca di Dante, i Pistoiesi si erano preoccupati di erigere, sulla torre del castello di Carmignano, due braccia di marmo con le mani che facevano le fiche a Firenze. E non esiste che Dante perdoni chi si burla della sua città. Quindi, potremmo dire che si è tolto più di un dente con Vanni Fucci e che Machiavelli avrebbe dovuto piuttosto ringraziarlo per aver debitamente ripagato Firenze del torto subito.

Manufica, amuleto di epoca romana in faïence, che riprende il gesto delle fiche. Immagine donata a Wikimedia Commons come parte di un progetto del Metropolitan Museum of Art di New York, come da politica di accesso aperto per le risorse grafiche e per i dati. Foto Metropolitan Museum of Art, CC0

 

Riferimenti bibliografici:

Barbero A., Dante, Editori Laterza, Bari-Roma 2020;

Bonatti M., Dante a piedi e volando. La Commedia come racconto di viaggio, Edizioni Terra Santa, Milano 2020;

Cazzullo A., A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia, Mondadori, Milano 2020;

Ferroni G., L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia, La nave di Teseo, Milano 2019;

Sermonti V., L’Inferno di Dante, supervisione di Gianfranco Contini, Bur Rizzoli, Milano 2018;

Veneziani M., Dante nostro padre: il pensatore visionario che fondò l’Italia, Vallecchi, Firenze 2020.


Il giudizio della solitudine - Intervista a Raul Montanari

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini+Castoldi - recensione 

Sotto i capitoli, parole di indirizzo in uno stile in uso tra Sette e Ottocento, presente, passato, l’intreccio che si origina sul fiume, su un ramo appollaiato c’è un cormorano che vede tutto, che si fa testimone della scena ancor prima che l’autore del noir ci faccia vedere ciò che non sappiamo. È un prologo singolare quello che Raul Montanari presenta nel suo nuovo romanzo edito Baldini+Castoldi, Il vizio della solitudine.

“Avevo in mente più di un titolo e alla fine abbiamo scelto questo perché la solitudine, come l’abbiamo anche vissuta tra l’altro in questo anno e mezzo, è molto vista come qualche cosa di negativo che uno subisce per circostanze esterne, la subisce perché non si può ribellare e deve rimanere solo” racconta lo scrittore per spiegare proprio il significato di questo titolo, “Secondo me Guarneri è un uomo abbastanza forte da abbracciare la solitudine volontariamente, farla diventare quasi un vizio come lui stesso dice a un certo punto, perché nella solitudine di bello c’è la totale non appartenenza, il fatto che appartieni solo a te stesso. Mi è capitato di citare in altre intervista la frase straordinaria di Leonardo Da Vinci in cui io mi sono imbattuto in terza media che dice ‘Sii solo e sarai tutto tuo’, è una frase di una potenza spaventosa, fa quasi paura, chiaramente devi essere capace di avere una simile forza, ‘Sii solo e sarai tutto tuo’, questa gelosia quasi di te stesso, io di me stesso non voglio dare niente agli altri e non è egoismo ma concentrazione su Sé”.

Raul Montanari Il vizio della solitudine
La copertina del romanzo di Raul Montanari, Il vizio della solitudine, pubblicato da Baldini+Castoldi (2021) nella collana Romanzi e racconti

Non è un thriller come gli altri e il protagonista, l’ex ispettore Ennio Guarneri, alla fin fine strattonato tra il senso di giustizia e di morale finirà per prendere una decisione che gli cambierà la vita. Un’altra volta. Prima, in servizio, facendo parte di una autofficina dei tre ispettori, cosiddetta, che emette tagliandi punitivi contro chi sembra proprio non aver capito cosa significhi rispettare la legge e il prossimo, poi per una serie di circostanze avverse entrando a far parte di un meccanismo in apparenza giusto ma allo stesso tempo criminale. Un non troppo raro caso di giustizia fai da te che sfocia nel folle quando l’ordine di un giustiziere si assurge nel garantire il lecito con le stesse armi e gli stessi comportamenti di colui al quale obietta integrità.

“Il conflitto tra legge e giustizia è centrale nel libro” riprende Montanari, “La giustizia ha un carattere soggettivo (…) Mentre la legge, da un canto è una coperta troppo corta, cioè la legge non riesce mai a coprire tutto il campo della giustizia, non c’è niente da fare (…) ha questo aspetto di statico, mentre le vere situazioni che si creano nella vita sono sempre dinamiche, cangianti. I latini dicevano una cosa molto bella, nella tradizione della giurisprudenza latina: Summum ius, Summa iniuria. Cioè, Summum ius, il massimo del diritto, quindi il massimo tentativo di applicare il diritto e cioè la legge diventa Summa iniuria e tra l’altro è bella questa parola perché iniuria letteralmente è il contrario di ius, quindi diventa somma ingiustizia, ma iniuria poi in italiano diventa ingiuria, cioè la massima applicazione della legge diventa addirittura un’offesa alle persone e anche alla realtà, alla verità dei fatti”.

L’abilità che Montanari ha nello scrivere la si intuisce presto dall’incastro con cui le parole fanno emergere immagini nelle pagine del libro e da come infarcisce le mie domande di risposte ad alto profilo letterario e filosofico.

Raul Montanari. Foto Piaggesi courtesy Baldini+Castoldi

Diciassette romanzi pubblicati, docente e direttore a Milano di una delle scuole di scrittura creativa più quotate in Italia (degno erede di Pontiggia), ha firmato opere teatrali, sceneggiature e traduzioni, come quella di McCarthy dove in Meridiano di sangue ritroviamo quei titoletti, quelle parole d’aggancio di inizio capitolo che Montanari chiama trailer e che spiega così:

“Se dovessi dire la cosa a cui assomiglia di più è come se fossero dei flash di parole, di immagini, di cose che accadono che poi il lettore può avere anche la curiosità di verificarle dentro al capitolo. Io le uso quasi da sempre, è un’idea in più che male non fa e a molti lettori piace, lo trovano singolare, divertente, un tratto di identità. È un espediente extra-letterario, una cosa che si vede più in altri contesti espressivi che nella narrativa in prosa”.

Per addentrarmi ancor di più nella storia, arrivata a quasi metà del romanzo, decido di riprendere un esercizio che la professoressa di italiano durante le gare di lettura alla scuola media faceva fare ai più volenterosi. La sfida consisteva nel dover raccontare la storia a partire dalla fine del romanzo, pena il passaggio di punteggio alla squadra avversaria. Non c’era alibi che tenesse e così, modificando un po' la linea, ho lasciato la metà a cui ero giunta per arrivare d’impatto alla fine di questo vizio della solitudine che tuttavia, grazie a quella scrittura che per Montanari è arte, mi ha lasciata comunque attaccata al foglio. Sarà per questo che quando l’ho raggiunto al telefono gli ho subito chiesto perché si fosse ispirato proprio a questa storia, proprio Ennio Guarneri.

“Il protagonista sostanzialmente assume una vocazione diciamo da giustiziere che, finché lui è nella polizia, si esprime con azioni che sono comunque illegali ma suscita sicuramente simpatia da parte del lettore” mi dice senza esitazione, “Gli incontri che lui fa con questi giustizieri nigeriani, siccome lì si tratta di vita e di morte e cioè si tratta di un gioco molto più pesante, è come se lo costringesse a verificare fino in fondo dentro se stesso la sua disponibilità a stare, come lui dice, dalla parte della giustizia anche contro la legge. Quindi è come se lo costringesse a guardarsi dentro completamente”.

Un romanzo di solitudine e di amore, di sentimenti. Una storia inventata che ha però meno invenzione di tutti gli altri che ha scritto.

“Dentro ci sono un sacco di cose che sono tratte, più che dalla cronaca, da esperienze più o meno di seconda mano, cose che mi sono state raccontate, cose che ho visto, tutti gli aneddoti della polizia sono veri” mi racconta lui da vero ricamatore di storie, “in particolare è vera la figura della ragazza di Lotta Comunista, è assolutamente una persona vera, lei ha un altro nome ma le caratteristiche le appartengono, sono tutte sue e ti dirò, addirittura, che la primissima idea del romanzo mi è venuta vedendo lei. Cioè quando Ennio Guarneri non esisteva ancora e guardandola mi sono chiesto che è effetto poteva fare un’epifania femminile come questa nella vita di un uomo che vive solo e lì ho cominciato a immaginare un personaggio maschile che fosse completamente all’opposto di lei, quindi che avesse un’altra età, un’altra ideologia perché l’ideologia del poliziotto giustiziere non è certo comunista, è proprio quello che mette le toppe al sistema non che lo vuole cambiare in fondo”.

Ed ecco che finalmente il senso trova il suo compimento, proprio laddove sono giunta con impeto ricalcando le impronte di un antico esercizio, con buona pace del cormorano testimone e metafora di quella solitudine che poi l’ex ispettore sospinto dal dubbio si troverà a scegliere.

Raul Montanari Il vizio della solitudine
La copertina del romanzo di Raul Montanari, Il vizio della solitudine, pubblicato da Baldini+Castoldi (2021) nella collana Romanzi e racconti

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini+Castoldi 2021, pp. 336, Euro 19.


L'anno che a Roma fu due volte Natale

L’anno che a Roma fu due volte natale di Roberto Venturini - recensione

Il mare di Torvaianica. Foto di Andy90, CC BY-SA 3.0

Ho scelto di leggere L’anno che a Roma fu due volte natale.

Prima di tutto perché speravo di trovarci molta Roma. E non sono stata delusa perché in qualsiasi momento della storia Roma e la romanità si presentano al lettore.

Soprattutto la romanità che mi piace di più, quella della gente comune che a volte si mescola con i famosi, guardandoli da vicino senza mai farne davvero parte, vivendo di riflesso la loro fama.

Qui andiamo anche oltre.

Roma due volte Natale Roberto Venturini
Roberto Venturini, scrittore. Foto © 2021 Giliola Chisté

Abbiamo Marco, ex bambino famoso, un tormentone degli anni ‘80. Il bambino del dado Knorr che dice ‘Guarda, papà, un pollo!’.

Ora forse questa frase non dirà molto a chi è stato bambino negli anni ‘90. Ma per noi nati e cresciuti a cavallo tra la fine degli anni di piombo e il riflusso di quello che è stato il decennio più frivolo del secolo scorso quel bambino è una citazione continua che a volte fa capolino ancora oggi.

Ci sono tanti anni ‘80, oltre a tanta romanità. C’è una cultura pop basata sulla televisione commerciale che è comune a tutta la generazione X, pure a quella che cerca in tutti i modi di rifarsi una verginità culturale. Invano.

C’è anche il mondo del cinema visto da una prospettiva particolare, quella del Villaggio Tognazzi dove Marco vive da quando è nato insieme alla sua famiglia, ormai composta solo da lui e dalla madre Alfreda.

C’è la commistione tra il ceto medio a cui appartiene Marco con Alfreda e i personaggi borderline che sono sempre in bilico tra il lecito e l’illecito, come Carlo, pescatore che non ha disdegnato di fare il tombarolo quando tutti intorno a lui lo facevano, e Er Donna, la trans che fa la vita e che adora Alfreda.

Ci sono i veri delinquenti, che non riescono a spaventare nemmeno per mezzo secondo eppure dovrebbero.

C’è Sandra Mondaini che non trova pace perché vuole ricongiungersi a suo marito Raimondo. Ma lui è al Verano e lei è a Lambrate.

Il Cimitero Monumentale del Verano a Roma. Foto di Giulschel, CC BY-SA 4.0

E c’è soprattutto Alfreda. Che è un donnone come potrebbero esserlo tante donne romane, vedova da tempo. Alfreda è il motore della storia. Tutto parte da lei. Lei che sembra non farcela più, davvero, a stare al mondo senza il suo Mario, e che accumula, accumula, accumula per una vita, finché non può più accumulare nulla, rischia di sparire nell’accumulo di roba e ricordi, e poco a poco va via di testa, e vede Sandra Mondaini a casa sua, disperata perché vuole tornare con il suo Raimondo. E per Alfreda come per tutti quelli che hanno vissuto gli anni ‘80 Sandra e Raimondo sono la sintesi del matrimonio perfetto.

Un po’ come nei ricordi di Alfreda è stata la sua unione con Mario.

Da lei parte l’idea di prelevare Raimondo dalla sua tomba di famiglia e riportarlo a Lambrate, da Sandra.

E qui mi fermo.

Perché la storia è di quelle che vanno lette, sì, anche con le sue digressioni continue, perché non sono casuali. Sono il mondo che oscilla tra immaginazione e realtà in cui si è mosso Marco in tutta la sua vita trascorsa a fianco della madre Alfreda.

Quei personaggi esistono anche grazie a tutto quello che hanno assorbito e accumulato. Anche grazie al breve periodo di gloria di un bambino famoso in tutta Italia che è tornato un ragazzo qualsiasi una volta cresciuto. Ma chissà se è davvero cresciuto, alla fine. Sembra di no.

Siamo di fronte a una storia surreale. A tratti mi fa pensare a un Fellini che gioca con la cultura nazionalpopolare impartita dalle televisioni commerciali.

Con le debite proporzioni.

I personaggi a loro modo sono teneri e sentimentali. Tutti. Anche Carlo. Anche il delinquente vero che alla fine non delinque, ma non è detto che non si rifaccia vivo. Questo però è un altro film.

Ah, vero, non è un film.

Però dovrebbe.

Di nuovo non so se è una storia da Strega.

Ma leggetela.

Roma due volte Natale Roberto Venturini L'anno che a Roma fu due volte Natale
La copertina del romanzo di Roberto Venturini, L'anno che a Roma fu due volte Natale, pubblicato da SEM Libri (2021)

L’anno che a Roma fu due volte natale di Roberto Venturini è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


In dialogo con il mito – Pavese tra storia e memoria

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò - recensione

Dialoghi con Leucò Cesare Pavese Bianca Sorrentino
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Foto di Bianca Sorrentino

Nella – forse più celebre – lezione americana che Italo Calvino confeziona come proposta per il nuovo millennio, quella sulla leggerezza, lo scrittore confessa che l’operazione che ha portato avanti nel suo lavoro «è stata il più delle volte una sottrazione di peso»; difatti, egli spiega, «ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio». Anche Cesare Pavese ingaggia una lotta, un corpo a corpo con la gravitas, approdando tuttavia a risultati diversi: se pure, da un punto di vista formale, il suo stile riluce nella sua diafana chiarità, il materiale narrativo, poetico e simbolico cui attinge e che restituisce sulla pagina è un fardello che con abnegazione egli assume su di sé.

Ciò appare con particolare evidenza nei Dialoghi con Leucò (1947), uno scrigno di gemme preziose che incamerano la luce arcana del mito e la riflettono, proiettando un gioco misterioso di luci e ombre. Nella recente riedizione pubblicata da Adelphi (impreziosita, tra l’altro, da una densa conversazione tra Carlo Ginzburg e Giulia Boringhieri), Giulio Guidorizzi riprende a ragione quella definizione che inquadra questo libro come un esempio di mitopoiesi: Pavese, sostiene infatti lo studioso, «era stato capace di reinfiammare la materia dei miti e, per questo, aveva compiuto un’operazione poetica». Ma se la poesia conferisce levità al dettato, come i calzari alati, dono di Hermes, capaci di elevare Perseo nel suo scontro con la Gorgone, non vi è un espediente, come lo specchio del mito, che permetta all’eroe di sfuggire allo sguardo inesorabile di Medusa: Pavese qui accetta di lasciarsi pietrificare dal mostro, dai suoi mostri, da quelli più intimi, che tormentarono la sua privata vicenda esistenziale, e dai fantasmi della storia, che emersero con tutta la loro straziante ferocia negli anni incancellabili della guerra.

Dialoghi con Leucò Cesare Pavese Bianca Sorrentino
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Foto di Bianca Sorrentino

Dopo la fine del conflitto mondiale, gli intellettuali italiani erano animati da un’insaziabile sete di verità, da una smania di racconto che rispondeva al dovere di rappresentare le atrocità e le vigliaccherie che avevano contraddistinto quel tempo. In un simile contesto, rivolgersi al mito e dare voce alla sua atemporalità significava attirarsi accuse vigorose e spiacevoli, come quella che insinuava il biasimevole desiderio di sottrarsi al necessario confronto con il reale e di venir meno così a quell’imperativo categorico che risuonava invece ora in tutta la sua urgenza. È questo il motivo per cui l’iniziale ricezione dei Dialoghi non fu calorosa: Guidorizzi segnala qui in particolare il silenzio risentito di De Martino, cui fece seguito una sorta di inopportuno processo politico postumo.

Giudizi non solo ingenerosi, quelli che hanno ridimensionato il valore dell’opera, ma anche e soprattutto rivelatori di una certa fretta con cui per troppo tempo si è voluto liquidare il discorso sul mito, senza comprenderne la portata e la complessità. Nei Dialoghi risuonano infatti angosce e domande che sono proprie di ogni tempo, che si affastellano nei millenni, nella tragica rincorsa dell’umano verso il significato ultimo dell’esistenza. Le pagine di Pavese sono bagnate da un pianto antico: le lacrime delle cose risalgono dal fondo buio dei secoli, a dirci che per certi interrogativi non si è ancora riusciti a trovare la risposta definitiva. E quella dell’autore è al tempo stesso una resa e una presa di coscienza dell’impossibilità di mettere un punto al fluire inarrestabile delle nostre inquietudini. Il dialogo è un tentativo momentaneo di confronto con l’altro da sé, ma alla solitudine non c’è rimedio: è questa la nostra radice e il nostro destino.

Immagini, riti, simboli, magia, richiamo del sangue, mistero del femminile, archetipi collettivi affascinano Pavese e, abitando la sua scrittura e la sua poetica, ne determinano la grandezza tragica. Non c’è salvezza per l’uomo che sta in piedi, solo, di fronte al fato, al cospetto di ciò che è stato pronunciato una volta e per sempre, e non può non accadere. All’autore non interessa raccontare il mito, ma catturarne un momento di verità. Quella cifra di autentico deriva proprio dal fatto che Pavese non ha paura di guardare negli occhi la temibile Medusa: dalla Leucotea del mito e dalla Leucò che gli ha ispirato questi Dialoghi – Bianca Garufi –, lo scrittore ha imparato che una sorte salvifica altra attende chi non teme di sfidare il vuoto. L’immortalità: è questo il destino di liberazione che regala la letteratura a chi ha il coraggio di dire l’indicibile e di dar forma all’informe, attingendo se necessario al fondo oscuro della propria anima.

La copertina dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, con introduzione di Giulio Guidorizzi e una conversazione tra Carlo Ginzburg e Giulia Boringhieri, pubblicati nella Biblioteca Adelphi 717 (2021). In copertina, Félix Vallotton, Orfeo squartato dalle Me­nadi (1914). MAH­-Musée d’art et d’histoire, Ville de Genève. Achat, 2001. Immagine copyright akg-images/mondadori portfolio

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Via libera, non solo un semplice romanzo noir

Lorenzo Scano, Via libera - recensione

Sotto la categoria “librerie del giallo”, in Italia, ne compaiono principalmente due: una di Milano e una di Cagliari. Quella sarda è stata aperta nel 2017 da Lorenzo Scano, autore di Via libera, pubblicato di recente con Rizzoli. L’associazione tra gli elementi mi incuriosisce e decido così di leggere il libro. Un romanzo scritto bene, in primo luogo, il che forse può sorprendere dato che Lorenzo non ha neanche trent’anni e una prosa tanto delineata presupporrebbe un’esperienza e una capacità letteraria più levigata e matura.

Eppure Lorenzo non è nuovo alla scrittura, anzi, dopo aver aperto la libreria Metropolitan a Cagliari si capisce che il suo più intimo desiderio era sempre stato quello di diventare un autore di libri gialli, thriller e noir. Si cimenta infatti fin dai tempi della scuola vincendo due concorsi letterari e, se si escludono i racconti, Via libera è il suo terzo romanzo dopo Stagione di sangue (Watson Editore, 2016) e Pioggia sporca (La Corte Editore, 2018).

Cagliari. Foto di Smiley.toerist, CC BY-SA 4.0

La storia si alimenta sull’isola proprio nel capoluogo di regione e nei quartieri che più di tutti rappresentano il tessuto urbano e sociale delle persone che li vivono. Persone, adolescenti come Davide, Chanel e Filippo che tenteranno la qualunque pur di non essere incasellati in quartieri come il Cep alle case popolari che a ogni passo sembrano tirarli giù nel malaffare più profondo. I tentativi narrativi che Scano adopera per salvarli saranno precisi ma disordinati come solo la mente dei ragazzi sa essere, fatti di bullismo, droghe, omicidi, ma anche di mare, di sogni e di scrittura. Il vortice di fango in cui i protagonisti sono immersi non sembra lontano dalla cronaca nera che imbratta i quotidiani locali, tanto che nella mia mente di lettrice si fa largo l’idea che le loro storie possano anche essere reali, staccarsi dalla carta e dall’inchiostro e vivere di vita propria.

Ciò fa sì che questo romanzo, che il consulente editoriale Tommaso De Lorenzis in copertina definisce “manifesto di una generazione perduta”, potrebbe rientrare a buon titolo nei libri di pubblico interesse affinché il pubblico non distolga mai lo sguardo né l’attenzione da questo tipo di problemi. Non a caso, anche lo psichiatra Vittorino Andreoli nel suo Baby Gang (Rizzoli, 2021) ha ritenuto importante esplorare e porre l’accento proprio sul tema diffuso della criminalità infantile e adolescenziale.

Se da una parte l’isolamento geografico dell’isola finora non ha permesso alle consorterie di tipo mafioso di infiltrarsi nel territorio, nella prima relazione 2020 della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) si legge che “la delinquenza locale non ricerca un controllo diffuso ed egemonico del territorio ed è lontana dall’agire tipico dei sodalizi mafiosi, ma con questi non disdegna alleanze e accordi funzionali ad un reciproco vantaggio (…) prediligendo azioni delittuose più redditizie e meno complesse”. Lo smercio e lo spaccio di stupefacenti, ad esempio, attira nel riciclaggio anche famiglie pugliesi, campane e calabresi. Il business è sviluppato con soggetti ad esse collegate, ma anche con sodalizi nigeriani e bande locali, che non si negano neanche collaborazioni volte al traffico illecito dei rifiuti, delle armi e del gioco d’azzardo.  Non c’è da stare allegri, il problema (r)esiste. Soprattutto perché, come ammette la DIA, “il perdurante trend economico negativo, aggravato dall’emergenza epidemiologica, può senz’altro incrementare il rischio di ingerenze criminali qualificate nei settori produttivi sardi”.

Quando ho finito di leggere il libro di Scano, nell’idea di una proiezione ben più reale di una semplice storia raccontata, ho pertanto sentito il dovere di elaborare una recensione. Nella speranza che il potenziale di Via libera non si realizzi solo sullo scaffale di una libreria ma in ciò che di buono quei “ragazzini terribili” ne trarranno dalla sua lettura.

Via libera Lorenzo Scano Nero Rizzoli
La copertina del romanzo di Lorenzo Scano, Via libera, pubblicato da Rizzoli 2021, pp. 432, Euro 16

Lorenzo Scano, Via libera, ed. Rizzoli 2021, pp. 432, Euro 16.


La sicurezza del carapace, secondo Lisa Ginzburg

Cara Pace di Lisa Ginzburg - recensione

Cara pace.

O carapace come la corazza della tartaruga 

Quella che si mette addosso Maddalena per tutta la vita, da quando Gloria lascia lei, la sorella Nina e il padre perché non è in grado di essere una madre di famiglia.

Maddalena è la più grande, la sorella maggiore. Racconta la storia di questa famiglia anomala persino per il mondo di oggi dove esistono famiglie di tutti i tipi, figuriamoci negli anni in cui si svolge la vicenda. Non vengono mai dichiarati ma quando è bambina ci sono le lire. Quando si racconta adulta ha ormai una famiglia con due figli adolescenti. 

Non era di sicuro la soluzione ideale di un giudice non affidare due figlie a nessun genitore ma farle diventare le padrone della loro casa, sotto la responsabilità di una tata, il padre ospite e la madre interdetta dall'accesso all'intimità delle pareti domestiche con la sua prole.

Non solo non entrerà mai nella casa delle figlie. Loro entreranno nella sua il giorno del suo funerale e mai più.

Maddalena racconta in prima persona. Racconta gli altri, perché lei scompare. Per molto tempo, persino da adulta, c'è Nina, c'è l'inadeguatezza del padre, c'è la tata, c'è l'assenza molto pesante della madre.

Lei non c'è. Non c'è nemmeno quando racconta la sua vita lontana da Roma dove è cresciuta con la sorella, si vede suo marito, si vede la sua famiglia, ma sia sorella, la minore, è sempre al centro.

Maddalena si protegge con un carapace emotivo, cerca una pace che non c'è. Per una vita assiste.

Ha un unico guizzo in cui è presente. Alla fine del romanzo. 

E alla fine del romanzo c'è l'inizio della storia, quella che sarebbe stato bello sentire.

Invece no.

Il romanzo di Lisa Ginzburg lascia un po' a metà. Sono belli i personaggi guardati dalla voce di Maddalena, sono a loro modo riconoscibili, caratteri osservati tanto, minuziosamente.

È bello il racconto dell'infanzia visto da fuori, come se Maddalena fosse lì solo per caso.

Ma manca Maddalena. Si protegge per tutto il tempo anche agli occhi del lettore. Non si fida nemmeno di lui.

È da leggere? Di sicuro, perché oltre a bei personaggi c'è una buona scrittura. Con una costruzione magari un po' insolita, che sa di vecchio, ma un vecchio rassicurante. 

Per esempio io l’ho scelto leggendo un estratto e ho deciso che volevo sapere come andasse avanti, dove sarebbe andato a parare.

Il racconto dell’infanzia delle due bambine in cui una è presente e l’altra scompare, come se essendo la più grande dovesse caricarsi di tutti, fa venire voglia di continuare.

Ma quando continua, quando le due sorelle crescono, allora si perde un po’. Le due vite slegate smettono di essere così trascinanti, e improvvisamente ci si chiede ‘Maddalena, ma tu esisti ancora?’.

Non basta la ricomparsa alla fine. Lascia un senso di incompiuto, insieme alla speranza che in qualche modo Maddalena ricompaia altrove, che magari sia solo un primo atto.

Non so se sia davvero un romanzo da Premio Strega. 

È intimo, molto più che intimista. A mio parere, uno Strega dovrebbe essere un romanzo che esce dall'intimità e avvolge con una storia universale.

Di universale per me qui c'è poco. 

Non significa però che non meriti un posto in libreria.

Cara pace Lisa Ginzburg Ponte alle Grazie
La copertina del romanzo Cara pace di Lisa Ginzburg, pubblicato da Ponte alle Grazie nella collana Scrittori

Cara pace di Lisa Ginzburg è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


Adorazione Alice Urciuolo

Adorazione di Alice Urciuolo: la declinazione di un sentimento

Adorazione, Alice Urciuolo – recensione di Francesca Barracca

 

Adorazione Alice Urciuolo
Adorazione di Alice Urciuolo. Foto di Francesca Barracca

Romanzo di formazione, trasformazione, evoluzione e involuzione, Adorazione è l’esordio letterario di Alice Urciuolo, sceneggiatrice, tra le autrici della serie di successo Skam Italia. Anche stavolta, l'autrice sceglie di far parlare degli adolescenti. Personalità diverse, ma ragazzi accomunati dalla condivisione di un lutto: la morte della loro amica Elena per mano del fidanzato e dalla loro condizione di  “vittime” di un’eredità culturale difficile da togliersi di dosso.

Lo sfondo è quello di un piccolo centro di fondazione fascista della provincia di Latina, Pontinia. Vanessa, Diana, Vera, Giorgio, Christian e Gianmarco affrontano la propria personale lotta alla sopravvivenza nel mondo dell’adolescenza, chi con più chi con meno intensità, intrecciando più volte i rispettivi cammini. Del resto, Adorazione è anche un romanzo fatto di relazioni: giuste, ingiuste, disfunzionali, tossiche, affettive che siano, ognuna di esse restituisce un pezzo di una trama più grande in cui alla definizione di sé contribuisce in maniera inevitabile il rapporto con l’altro.

Adorazione è la declinazione del sentimento in tutte le sue sfumature, fino a sfociare in estremismo: l’ammirazione può trasformarsi in ossessione, la celebrazione come divinità può comportare depersonalizzazione e messa in discussione di sé stessi, l’amore può rivelare i suoi aspetti più tossici in relazioni in cui mancano gli strumenti necessari per affrontare la vita, perché nessuno o chi ne deteneva il compito non è stato in grado di indicarli.

Adorazione Alice Urciuolo
Adorazione di Alice Urciuolo. Foto di Francesca Barracca

Adorazione non è soltanto la storia di Vanessa, Diana, Vera, Giorgio e Christian, è la storia di chiunque si trovi, o si sia mai ritrovato, a lottare contro il retaggio culturale di una piccola provincia; è il riflesso di una società in cui si dà spazio alle apparenze e nella quale i giovani fanno fatica a liberarsi dell’eredità genitoriale. Il tentativo di liberarsene che pure si percepisce, di tanto in tanto, quasi mai va a buon fine, ma aleggia la speranza che ci si immetta, prima o poi, sulla via della consapevolezza. Adorazione, infatti, è anche il racconto di un’estate di trasformazione e di evoluzione, anche se si tratta soltanto di un momento, di una scintilla che, se alimentata, può permettere al fuoco di divampare nel cuore e in tutte le ossa di Vanessa e Diana, stanche di dover rispondere come marionette a standard superficiali ed etichette non veritiere.

Se si sceglie di leggere Adorazione senza fermarsi alla superficie e a quelli che, a prima vista, potrebbero sembrare cliché e situazioni dell’adolescenza banalizzate, che a tratti rischiano di non rappresentare più un adolescente medio del nuovo millennio, Adorazione diventa una verità nuda e cruda. Non la verità, ma una verità, quella di giovani cresciuti in un ambiente sociale e culturale asfissiante in cui ancora sussistono temi considerati tabù.

Basta guardare al modo in cui si affronta, o meglio, al modo in cui non si affronta affatto, il femminicidio di Elena o all’assenza di un dialogo vero e proprio tra figli e genitori, tutti più o meno inadeguati nel proprio ruolo. Per controreazione, i protagonisti, che si impara a odiare e amare proprio come se si avesse a che fare con degli amici, scelgono di rispondere da soli, provando a distruggere i tabù, andando alla ricerca della propria libertà sessuale, di parole di sostegno e di conforto che non arrivano come dovrebbero e di legami che, dietro la promessa di attenzioni, celano distruzione.

Adorazione è il silenzio che scava fino a creare voragini incolmabili, perché nascondersi dietro il non detto è più semplice che prendersi le responsabilità delle proprie parole e azioni. Non importa se ciò rischia di non aiutare nell’elaborazione del lutto, di creare un muro con l’esterno, ciò che importa è che si continui a fingere che sia tutto sotto controllo, che le apparenze vengano salvate, che il mondo continui a essere ancorato ai propri rigidi schemi.

Alice Urciuolo ha raccontato un’altra versione degli adolescenti messi sullo schermo con Skam e l’ha fatto con la semplicità e la freschezza di un linguaggio immediato, nudo e crudo proprio come la realtà che ha descritto. Un linguaggio in cui i dialoghi funzionano proprio come quelli di un film in cui si viene coinvolti irrimediabilmente, ma che fa del tacito un suo punto di forza, perché il segreto di Adorazione sta proprio in questo: in quanto non si dice, nella staticità apparente che apre inavvertitamente riflessioni continue.

Adorazione di Alice Urciuolo
La copertina del romanzo Adorazione di Alice Urciuolo, pubblicato da 66thand2nd (2020)

Adorazione di Alice Urciuolo è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Teresa Ciabatti Sembrava bellezza Mondadori

Sembrava bellezza o lo era davvero? Teresa Ciabatti e la sua ultima fatica letteraria

Dopo aver raggiunto la cinquina del Premio Strega nel 2017 con La più amata, Teresa Ciabatti ritorna finalista (questa volta, per ora, ancora solo in dozzina) con la sua ultima fatica, Sembrava bellezza, edito da Mondadori.
Il romanzo si presenta come una finta autofiction. L’autrice ci mette in guardia sin dall’inizio, in barba alla prassi, sul fatto che tutto quello che ci sta per raccontare è realmente accaduto. Una pretesa di veridicità e autenticità che crolla, però, facilmente, di fronte al fatto che il racconto è narrato in prima persona – una prima persona ben coinvolta in quello che sta dicendo – ma è evidente che non si tratta della storia personale di Teresa Ciabatti. L’autrice, dunque, ci inganna: occorre che noi si creda che ciò che lei scrive sia la verità, perché così vuole la “moda” letteraria del momento, ma lei in realtà inventa o quantomeno distorce la realtà, la farcisce di invenzione.

La trama è interessante e tocca alcune questioni di una certa profondità (il bullismo, la salute mentale, la malattia, la genitorialità) e, per quanto possa risultare un po’ trito l’espediente dello scrittore che si mette a riflettere su se stesso e sulla sua carriera, il libro è indubbiamente intenso in certi punti. La storia che Ciabatti ci racconta non è quella di una scrittrice di successo in crisi, come potrebbe sembrare dalle prime righe del romanzo. Quello di cui ci parla è una specie di viaggio a ritroso nella sua adolescenza e via via verso il suo presente, attraverso il rapporto con la migliore amica di scuola, tornata improvvisamente a far parte della sua vita.

Attraverso questo rapporto ritrovato, la protagonista (l’autrice o comunque il suo alter ego letterario) scava nei suoi ricordi e si riconnette a vicende sepolte del suo passato, recuperando anche personaggi archiviati e dimenticati. In particolare, riporterà nella sua vita la bellissima sorella della suddetta migliore amica, vittima di un incidente da ragazzina che le ha causato danni cerebrali irreversibili. Attraverso questa vicenda, torneranno a galla molti dei suoi sensi di colpa, le frustrazioni, il rapporto controverso con il suo corpo, antichi odi e antichi desideri e, di conseguenza, antiche conoscenze, cercate e ritrovate. Tutto questo scavare, recuperare e rivivere si intreccia con i rapporti più profondi della vita della protagonista: il marito da cui ha da poco divorziato e soprattutto la figlia, che la odia dal profondo del cuore e non sembra essere pronta né desiderosa di instaurare un rapporto sano con sua madre.

Ciò che può rendere questo romanzo, in base al gusto personale, estremamente accattivante o, viceversa, terribilmente irritante, è il modo in cui è scritto. Ciabatti sceglie la strada per certi versi comoda di uno stile molto in voga, che annulla il confine fra narratore e lettore, che amalgama una sorta di flusso di coscienza narrativo ad un monologo quasi teatrale. La voce narrante vuole risultarci a tutti i costi simpatica, in un certo senso amica. Cerca disperatamente l’approvazione del lettore, pur fingendo un certo distacco. Scherza, si fa battute addosso, piange, cerca di coinvolgerci, sputa, ogni tanto, parole a caso. Anche ricorrenti, come lo pseudo-ritornello “datemi un cigno”, culmine continuo degli sfoghi e dei lamenti della protagonista, che sta male, non ce la fa più, desidera la bellezza del titolo, e i cigni – si sa – sono assai belli. Nel recensire un altro dei finalisti dello Strega 2021, Emanuele Trevi, con Due vite, ho parlato con piacere del suo stile limpido, preciso, chiaro ma ricco, magnificamente letterario e, in particolare, della descrizione che Trevi fa dell’asciuttezza quasi impersonale, assolutamente eterea, splendida e algida, della scrittura di Rocco Carbone. Ecco, non saprei immaginare niente di più diverso della scrittura trascinata, iper-personale e “a tu per tu” di Ciabatti da questa gelida bellezza della scrittura di Carbone.

Sembrava bellezza, ci dice il titolo. Io mi chiedo: lo era davvero?


Teresa Ciabatti Sembrava bellezza
La copertina del romanzo di Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza, pubblicato da Mondadori (2021)

 

Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 


Giulia Caminito acqua del lago dolce

Come diventare una ragazza cattiva: L'acqua del lago non è mai dolce

In una rosa di candidati più promettente che mai, per il Premio Strega 2021, spicca per la lodevole commistione di potenza e leggerezza, brutalità e acume, l’ultimo romanzo di Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce, edito da Bompiani.

Ci troviamo davanti a un romanzo di formazione (o meglio de-formazione) in piena regola: seguiamo le vicende della protagonista, nonché voce narrante del romanzo, tutto raccontato in prima persona, a partire dall’infanzia sino alla giovinezza inoltrata – la incontriamo per la prima volta che non ha ancora dieci anni e la abbandoniamo all’ultima pagina che si è ormai laureata da un po’ di tempo.

Per una buona parte del romanzo, a fare da sfondo alla storia (e in un certo senso anche a rivestire il ruolo da co-protagonista) è il lago di Bracciano, specchio fisico e metaforico degli stati d’animo e della storia personale di questa ragazzina e poi giovane donna di cui, al contrario di tutti gli altri protagonisti, il lettore saprà il nome (che, per amore dell’espediente letterario scelto da Caminito, non rivelerò qui) soltanto nelle ultimissime pagine.

Il fil rouge di questa formazione/deformazione è rappresentato dalla povertà, dalla vita grama, prima nella metropoli e poi in provincia, da tutte le conseguenze che la mancanza di denaro e di mezzi hanno sul carattere della protagonista. E poi, dalla famiglia: una madre brusca, dalle capacità limitate e un po’ perverse (seppur genuine) di mostrare il suo affetto ai figli, una donna dal temperamento battagliero, dal forte senso della giustizia ma anche dell’ingiustizia e della vendetta, dai modi di fare induriti dal tempo e dalle delusioni; un padre soccombente, costretto su una sedia a rotelle, senza capacità materiali di incidere in modo sostanziale sulla vita dei figli; un fratello “ribelle”, dalle idee radicali e un po’ ingenue, ripudiato dalla madre (ma in fondo a lei fedele) e tanto amato dalla protagonista.

Questo scenario, sommato ai molti nefasti accidenti della vita (dal bullismo a scuola per i rossi capelli al suicidio di un’amica non proprio tanto amata, alla delusione di un dottorato promesso e alla fine non ottenuto), trasforma la nostra protagonista in una “ragazza cattiva”, capace di sentire a fondo una grande varietà di sentimenti umani, incluso l’odio, l’odio puro, quello che porta alla violenza, al desiderio di vendetta, ad azioni pericolose per se stessi e per gli altri.

La protagonista non è incapace di amare. Tutt’altro. La scopriamo vulnerabile tanto alle cotte adolescenziali quanto ad amori più maturi, la vediamo legarsi potentemente ad amici e amiche, aspettandosi molto in cambio. Ma la vediamo anche disprezzare, picchiare, anche desiderare di uccidere. Una catarsi completa non c’è, eppure, alla fine, la vediamo – ferita ancora una volta nel profondo dagli eventi di una vita ingiusta – reagire con una forza ingenua e delicata, quella dei bambini, una forza che perdona, che spera. Un tuffo ancora nel lago della sua adolescenza, a redimere una vita non completamente ben spesa, ma ancora giovane, ancora in tempo.

Lo stile di Giulia Caminito è asciutto e limpido, ma non privo di immagini forti e di lessico ricercato. La prima persona accentua e rafforza i sentimenti violenti che fanno da padroni nel romanzo. L’azione di certo prevale sulla descrizione, ma la scrittura di Caminito rende perfettamente la brutalità dei sentimenti dei protagonisti, la polarità fra città e provincia, tra il centro di Roma e il lago, tra la vita frenetica e quella apparentemente calma ma realmente turbolenta lontana dalla metropoli; e, in ultima analisi, la polarità fra la formazione e deformazione dei personaggi.

Giulia Caminito acqua del lago dolce
La copertina del romanzo di Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce, pubblicato da Bompiani (2021) nella collana Narratori Italiani

L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.