Splendi come vita Maria Grazia Calandrone

Splendi Come Vita, Maria Grazia Calandrone e la poetica dell'amore mai perduto

Ieri ho preso, finito, assorbito, ma non metabolizzato Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone.

Che libro. Denudato dalla prosa, spogliato dal concetto di trama, crudo e lirico come solo la vita stessa sa rendere. Un (non) romanzo che balla con la magia dell'amore e il disincanto della tragedia. Poesia viva. Lettera d'addio e ritrovamento.

L'autrice, Maria Grazia Calandrone, nasce da una relazione extraconiugale, illegittima e "criminale" negli anni '60. Sua madre viene dalla provincia molisana, l'amante di lei è un commerciante che gira l'Italia. Entrambi tradiscono il proprio partner e lo confessano subito, non si nascondono e scappano insieme verso un'altra vita. Poi incombono le denunce per abbandono del tetto coniugale (i divorzi non c'erano), vengono bollati come criminali e tra la vergogna e le accuse nascono problemi economici non sopportabili. Abbandonano Maria Grazia quando ha solo 8 mesi, su uno dei giardini di Villa Borghese a Roma.

Valle dei Platani a Villa Borghese. Foto di Alessandro.P.76, CC BY-SA 4.0

E poi, insieme, sua madre e suo padre si uccidono gettandosi nel Tevere. Lasciano un biglietto per la questura, per i posteri, dove si scusano e cercano di affidare il frutto del loro amore a chi vorrà adottarla. E Maria Grazia troverà Consolazione.

Consolazione detta Ione, una donna di mezza età, sposata con un partigiano-operaio, eroe di mille fatiche. Professoressa di lettere, Consolazione nutre sua figlia adottiva a poesie: Maria Grazia ha così tre nascite. Quella biologica, quella adottiva e la glossogenesi. Perché Maria Grazia vive attraverso il verso, oltre il significato e il significante. Bambina di parole, donna fatta  di epica della famiglia.

Ma qualcosa si spezza. La madre confessa alla giovanissima Maria che è stata adottata, ma una bambina di 4 anni può forse comprendere davvero questo fatto? La bambina risponde "sei tu, mia madre". Ma nasce una distanza perché Consolazione vede fantasmi e immagina tragedie dove non sono, pensa che sua figlia ha smesso di amarla quando semplicemente non è vero. Che questo disamore non è reale ma un incubo, un attacco di panico lungo una vita. Pazzia, amore, casa. Luoghi di infanzia e cose perdute.

Per me, Splendi come vita è la testimonianza che si può sconfiggere l'autoreferenzialità del romanzo autobiografico e andare oltre: un esperimento di duecento pagine. Ognuna una poesia, un microromanzo. Ma che significa amare davvero un genitore?

Genitori si diventa ma non si apprende niente, non ci sono istruzioni, è un lavoro senza tirocinio e apprendistato. Ma nemmeno essere figli è semplice. Abbiamo sempre, costantemente, paura di deludere. Dai dieci ai quarant'anni. Siamo sempre bambini, siamo figli - parafulmine perché amiamo e ci prendiamo anche il peggio, come i genitori sono il nostro airbag di vita. Il nostro primo cuscino.

Ho pianto, lo ammetto, e io odio i romanzi familiari, odio l'autobiografia, odio gli standard narrativi. Ma ho amato tanto, in maniera irresistibile e irrefrenabile.

Gli spazi bianchi, gli a capo delle poesie, i paragrafi che nuotano nel nulla, le parole abbandonate al sogno della pagina bianca, ma come me lo spiega un critico letterario che intorno a un ammasso di segni grafici, lemmi, parole, sillabe, accenti e chissà cos'altro c'è la forza gravitazionale in cui orbita un mondo?

Il mondo perduto delle persone che ci lasciano.

Eppure, Madonna se ci sono ancora.

Fa così male per tutta la bellezza.

Splendi come vita Maria Grazia Calandrone
La copertina del romanzo autobiografico Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone, pubblicato da Ponte alle Grazie nella collana Scrittori

Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


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Di proprio pugno: scrittori, scriventi e autografi

SCRIPTA MANENT VIII

Di proprio pugno:

scrittori, scriventi e autografi

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Le celebrazioni per il Dantedì costituiscono una ghiotta occasione per ricordare, se mai cene fosse bisogno, di quanto la Commedia dantesca sia tra i testi più rappresentativi della letteratura italiana: sin dagli inizi del secolo XIV essa ha conosciuto un successo straordinario e una diffusione senza precedenti; tuttavia di quest'opera non rimane alcun manoscritto autografo, e in generale non esistono documenti riconducibili alla mano del suo autore. Il fantomatico autografo di Dante è infatti croce e delizia per qualunque filologo: molti sono stati, nel corso degli anni, gli “avvistamenti” e i possibili ritrovamenti, tutti categoricamente smentiti poco dopo. A cosa è dovuta questa lacuna? E come mai, anche a settecento anni dalla morte di Dante, sarebbe così importante ricercare e possibilmente trovare un suo autografo? Per dare risposta a queste due domande è necessario comprendere appieno il valore degli autografi.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Il rinvenimento di qualsiasi autografo è salutato dalla comunità scientifica come un evento eccezionale: dal punto di vista filologico, si presuppone che un testo vergato dalla mano del suo stesso autore sia il più vicino in assoluto alla sua concezione originale; paleografi e grafologi possono inoltre trarre preziose conclusioni sul suo grado di alfabetizzazione e sulle sue capacità grafiche. Tuttavia un tale ritrovamento avviene molto raramente, specie se si tratta di autori vissuti in epoche molto lontane dalla nostra: più passa il tempo, più cresce la possibilità che il supporto grafico si deteriori o venga distrutto. La distanza cronologica, tuttavia, non è che una delle molte concause che portano alla perdita di un autografo; esiste inoltre la possibilità che l'autografo vero e proprio di un testo non sia mai esistito.

La trascrizione di un'opera è infatti una pratica relativamente recente rispetto alla letteratura stessa; molte opere sono state tramandate oralmente per secoli, finendo poi trascritte solo quando il loro autore era morto da un pezzo; in altri casi chi ha concepito l'opera non possedeva le capacità per scriverla, e ha dovuto dunque dettarla. Bisogna pertanto operare una netta distinzione tra scrittore e scrivente: col primo termine si indica la persona che idea un'opera e ne detiene la proprietà intellettuale; col secondo chi invece possiede le competenze tecniche necessarie a trascriverla. Sebbene nella maggior parte dei casi questi due termini possano essere sovrapposti, non sono rari i casi in cui si tratta di due (o più) persone differenti.

Il più antico (forse): il Papiro di Cornelio Gallo

Per i motivi sopra esposti, è praticamente impossibile verificare se, tra tutti i manoscritti risalenti all'epoca classica a noi pervenuti, almeno uno sia stato scritto di proprio pugno dall'autore del testo ivi contenuto. Esiste tuttavia un clamoroso caso che potrebbe rappresentare un unicum in tal senso: il cosiddetto Papiro di Cornelio Gallo.

Qasr Ibrim (2008). Foto Flickr di rivertay, CC BY 2.0

Si tratta di un unico foglio di papiro ritrovato nel 1978 nella città egiziana di Qasr Ibrim, nel contesto di un'antica discarica rivelatasi un preziosissimo giacimento archeologico. Il papiro, strappato in quattro parti ma perfettamente ricomponibile, contiene pochi versi elegiaci attribuiti a Gaio Cornelio Gallo, poeta romano vissuto nel secolo I a.C. facente parte del circolo virgiliano. Gallo, che apparteneva all'ordine equestre, viene spesso citato nelle opere di altri autori; tuttavia della sua produzione non ci rimangono che esigui frammenti: caduto in disgrazia presso Ottaviano Augusto, egli subì la damnatio memoriae, comprendente la distruzione di tutti i suoi testi.

All'epoca della sua scoperta il papiro eponimo sollevò contemporaneamente entusiasmo e scetticismo: da un lato c'era chi lo considerava un palese falso; dall'altro chi in esso vedeva, se non un vero autografo, quantomeno un esemplare scritto per volontà e secondo le direttive dello stesso Gallo (idiografo). Queste ipotesi non erano certo prive di riscontro: prima della sua caduta, Gallo era stato denominato prefetto di Alessandria d'Egitto, ed era stato il promotore della costruzione del forte di Primis attorno a cui si sarebbe poi sviluppata l'attuale Qasr Ibrim. Il papiro stesso sembra ricondurre alla sua vicenda: le poche righe che esso riporta si aprono con un'invocazione a Ottaviano, che sa tanto di captatio benevolentiae; perfino il fatto che il foglio fosse strappato sembra rimandare al preciso intento di distruggere i suoi scritti. Tra gli elementi a discredito di questa tesi c'era invece la scrittura adoperata per vergare i componimenti, una capitale elegante troppo ben formata per essere coeva a Gallo e comunque utilizzata esclusivamente in ambito librario, non nell'uso comune.

Questi diatriba è perdurata per quasi trent'anni, durante i quali il papiro è stato esposto nel museo archeologico di Alessandria d'Egitto e non è stato consentito farne oggetto di studio; solo nel 2003 è stata condotta un'indagine autoptica che ha stabilito fuori da ogni dubbio l'autenticità dei materiali e la loro datazione all'epoca di Gallo; i paleografi hanno inoltre verificato che all'interno del testo ci sono alcuni errori e incertezze che dimostrerebbero il carattere privato del papiro. Già un decennio prima Guglielmo Cavallo aveva inoltre dimostrato che la capitale elegante era sì una scrittura d'uso quasi esclusivamente librario, ma che essa era anche la scrittura prediletta per l'insegnamento scolastico avanzato, appannaggio degli esponenti dell'aristocrazia di cui lo stesso Gallo faceva parte.

Non potremo mai sapere se il Papiro di Cornelio Gallo sia effettivamente un suo autografo; in ogni caso esso rimane un'importante testimonianza della sua produzione poetica andata in gran parte perduta e ci fornisce l'opportunità di riconsiderare alcuni aspetti della vita dell'autore: esattamente ciò che accade con un autografo conclamato.

Scrittori e scriventi nel Medioevo

Risalgono al VI secolo d.C. i più antichi autografi quasi certamente autentici, appartenenti a Cassiodoro di Vivarium; siamo inoltre in possesso di alcuni documenti del secolo IX controfirmati da Carlo Magno, anche se l'autografia è stata messa in discussione e non è ben chiaro se l'imperatore fosse davvero in grado di scrivere o se vergasse il suo monogramma per mezzo di un normografo. Le testimonianze autografe più numerose e attendibili datano invece a un periodo compreso tra '200 e '300.

Questa precisazione sembrerebbe quasi pleonastica, in quanto nell'ideale comune la letteratura altomedievale viene ritenuta scarsa o addirittura nulla; in realtà abbiamo notizia di una fiorente produzione di testi, quasi tutti riconducibili agli ambienti monacali: è a questo periodo che vanno ascritti i grandi autori delle historiae barbariche, come Paolo Diacono, Beda il Venerabile e Eginardo; tra VI e X secolo furono scritte poi le importantissime opere di Egeria Pellegrina, Rosvita di Gandersheim e Letaldo di Micy, di carattere agiografico e pedagogico. La tradizione di queste opere è molto complessa ed esse ci sono pervenute esclusivamente per mezzo di copie più tarde, così come le notizie sui loro autori, dei quali non ci rimane alcun autografo a parte sporadiche eccezioni: un manoscritto della Historia Francorum di Rodolfo il Glabro, conservato nella Bibliothéque Nationale di Parigi (Paris. Lat. 10912) è considerato parzialmente autografo.

Al momento mancano studi autorevoli che spieghino questa mancanza, ma possono essere fatte delle ipotesi: nell'Alto Medioevo la produzione libraria era circoscritta agli scriptoria monastici, tutt'al più ai rarissimi centri scrittori laici cittadini; nell'uno e nell'altro caso la realizzazione dei manoscritti avveniva per copia o per dettatura, ed entrambe le modalità richiedevano un antigrafo, un esemplare del testo ben leggibile e comprensibile. Va da sé che la minuta prodotta dall'autore fosse poco indicata ad essere usata come antigrafo, poiché trascritta con una grafia d'uso comune e difficilmente leggibile: occorre ricordare che la competenza grafica dei copisti spesso si riduceva alla sola scrittura libraria, e non sempre essi sapevano comprendere quelle d'uso privato. Tra i secoli XII e XIII si verificarono tuttavia due fenomeni che giustificano l'incremento delle testimonianze autografe: la proliferazione dei Santi scriventi e la ripresa degli studi universitari.

Benedizione a frate Leone, autografa. Foto di Ricardo André Frantz, CC BY 3.0

Nel 1200 le vicende di Francesco d'Assisi e Domenico di Guzman sancirono una profonda trasformazione nel monachesimo: i frati abbandonano la clausura per diventare predicatori, e ciò comporta la fioritura di testi teologici volta a rendere la dottrina più facilmente assimilabile. I santi fondatori e i loro successori si trovano così a essere scrittori dei nuovi testi; in alcuni casi essi sono anche scriventi e ci sono pervenuti alcuni documenti scritti di loro pugno. Di San Francesco rimangono tre scritti autografi conservati tra Assisi e Spoleto, la cui veridicità è tuttavia messa in discussione poiché essi sono vergati con una grafia libraria fin troppo sicura, a differenza del taccuino d'appunti di Tommaso d'Aquino conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli: in questo caso si riscontra una scrittura corsiva e incerta, di difficile interpretazione, del tutto rispondente alla necessità di una scrittura estemporanea.

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Plut. Florentinus 34: Codice manoscritto (sec. X/XI) di origine francese con scolii autografi del Petrarca. Foto di Mariano Rizzo

In contemporanea a queste vicende, la nascita delle università comportò un massiccio rifiorire degli studi e la possibilità per i letterati di entrare in possesso non solo di una gran quantità di sapere, ma anche delle competenze grafiche necessarie a trascrivere le loro opere. Siamo infatti in possesso di una straordinaria quantità di autografi di Francesco Petrarca, sia in forma di sue opere (esiste un manoscritto del Canzoniere quasi interamente vergato da lui) sia di glosse sui libri da lui studiati.

Il Decameron di Giovanni Boccaccio, codice Hamilton 90, 47v, immagine Staatsbibliothek zu Berlin, in pubblico dominio

Singolare è poi il caso di Giovanni Boccaccio: l'autore del Decameron era infatti un valido amanuense, regolarmente stipendiato per la copiatura di codici manoscritti. Ci è pervenuta una trentina di codici interamente trascritti dalla sua mano, e altrettanti parzialmente autografi, da lui solo glossati o di dubbia paternità. Questi testi sono importantissimi, poiché si ritiene che alcuni di essi siano stati realizzati dal Boccaccio... per sé stesso: è il caso di alcuni codici contenenti le opere del Petrarca o di Dante (è proprio Boccaccio a definire “divina” la Commedia) e perfino le sue stesse opere, trascritte non con la grafia corsiva degli appunti ma con una scrittura libraria definita e leggibile, come se l'autore volesse tenere per sé una bella edizione dei suoi stessi testi.

L'età moderna

Dal secolo XVI in poi la figura dell'intellettuale subisce profonde trasformazioni che riflettono in pieno i cambiamenti socioculturali, politici e tecnologici dell'Età Moderna: la maggior alfabetizzazione comporta genesi di una letteratura rivolta a un pubblico sempre più vasto, circostanza favorita dall'invenzione della stampa. Già sul finire del '400, inoltre, la necessità di far comunicare territori molto lontani tra loro ma pertinenti a uno stesso regno aveva fatto sì che i servizi postali divenissero più efficienti: la corrispondenza diventa insomma il mezzo di comunicazione prediletto.

Diventa pertanto necessaria, per un autore, la capacità di scrivere da sé le minute da mandare in stampa o le lettere per tenersi in contatto con editori e committenti; in altre parole, diventa imprescindibile che lo scrittore sia anche scrivente.

Questa progressiva evoluzione dell'intellettuale cinquecentesco è perfettamente testimoniata dalle missive autografe di Ludovico Ariosto, esposte presso la sua abitazione a Ferrara, e da un manoscritto della Gerusalemme Conquistata scritta di proprio pugno da Torquato Tasso, conservata nella Biblioteca Nazionale di Napoli: esemplari diversi tra loro per tipologia e finalità, ma accomunati dall'evidente sforzo di entrambi gli autori di scrivere in maniera chiara e comprensibile allo scopo di essere compresi dai loro referenti.

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Manoscritto autografo di Giacomo Leopardi contenente una prima stesura della lirica A Silvia (Biblioteca Nazionale di Napoli). Foto di Mariano Rizzo

Questi cambiamenti culmineranno con l'Illuminismo; dal Settecento in poi la letteratura non sarà più soggetta a committenza. Da questo momento in poi, l'autografo assumerà via via un carattere quasi esclusivamente privato, a uso e consumo dell'autore: lo vediamo, tra l'altro, in alcuni appunti di Giacomo Leopardi, conservati anch'essi presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, contenenti una prima versione della sua A Silvia. In casi come questo, gli autografi sono essenziali per risalire alle intenzioni originarie dell'autore e analizzare a ritroso il processo evolutivo del testo.

L'autografo di Dante: realtà o utopia?

Dopo questo rapido excursus nella storia degli autografi si può tornare alle domande poste in apertura d'articolo, dove ci si chiedeva perché mancano autografi di Dante e se sarà mai possibile trovarne.

Abbiamo potuto vedere che gli autografi più antichi risalgono a un secolo prima della sua epoca, e che anzi possediamo numerosi esemplari di autori a lui coevi; dando per scontato che, oltre a scrittore, egli fosse anche scrivente, in via teorica un suo autografo potrebbe dunque esistere. Tuttavia abbiamo anche constatato come le vicende personali e le contingenze storiche influiscano pesantemente sulla conservazione degli autografi: come Cornelio Gallo, Dante subì una feroce damnatio memoriae che cominciò addirittura quando lui era ancora in vita; è dunque possibile che una gran parte dei suoi autografi sia andata distrutta già all'epoca. Questa istanza sarebbe confermata dal fatto che nessuna fonte diretta o indiretta parli di manoscritti autografi delle opere letterarie di Dante; le uniche tracce sarebbero i famosi “tredici canti del Paradiso” rinvenuti da Jacopo Alighieri dopo la morte del padre e alcune lettere entrate in possesso di alcuni studiosi rinascimentali e umanisti (tra cui Boccaccio), che le studiarono e copiarono: eppure anch'esse sono andate perdute.

Tutto lascerebbe intendere che il sogno di trovare un autografo di Dante sia un'inutile utopia; eppure non è detto che ciò non si verifichi mai. Gli studi danteschi non sono mai cessati, né hanno mai conosciuto periodi di stasi: il Dantedì può essere di certo un punto di partenza (o ripartenza) ideale per questa appassionante ricerca.

autografi autografo di Dante Alighieri
Dante Alighieri, Divina Commedia. Immagine disponibile presso la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura e in partnership con la Fondazione BEIC in pubblico dominio
Bibliografia 
"Autografo" in Le Muse, De Agostini 1964

AA. VV., «Di mano propria». Gli autografi dei letterati italiani. Atti del Convegno internazionale di Forlì, 24-27 novembre 2008, Salerno Editrice 2010

BARTOLI LANGELI A., Gli autografi di frate Francesco e di frate Leone, Autographa Medii Aevi 5, Assisi 2000

BERTELLI S., CAPPI D. (a c.), Dentro l’officina di Giovanni Boccaccio. Studi sugli autografi in volgare e su Boccaccio dantista (in Studi e Testi n°486), Biblioteca Apostolica Vaticana 2014

CAPASSO M., Il ritorno di Cornelio Gallo. Il papiro di Qasr Ibrim venticinque anni dopo, Graus 2003

GAGLIARDI P., Rassegna bibliografica sul Papiro di Cornelio Gallo (2004-2012), UniSalento 2013

"A Silvia (1828), Biblioteca digitale della Biblioteca Nazionale di Napoli, http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/148/a-silvia-1828


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#Dante700, a Perugia un omaggio al Sommo Poeta attraverso le parole di Boccaccio

#Dante700, a Perugia un omaggio al Sommo Poeta attraverso le parole di Boccaccio - Esposizioni sopra la Comedìa in Galleria - Iniziative della Galleria Nazione dell’Umbria

#Dante700 Perugia Dante Alighieri Boccaccio link
#Dante700: a Perugia un omaggio a Dante Alighieri attraverso le parole di Giovanni Boccaccio

«Né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né 'l debito amore lo qual dovea Penelopé far lieta, vincer potero dentro di me l'ardore, ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore» (Divina Commedia, Inferno, versi 97-99 del Canto XXVI). Il grande letterato d’Italia e poeta della natura umana, a distanza di secoli non termina mai di stupire i suoi lettori. Così, a settecento anni dalla morte di Dante Alighieri (1265 – 1321) e dal termine della composizione della sua opera più celebre (1304 – 1321), sorgono copiosi i progetti che ne celebrano l’anniversario, molti dei quali anche solo virtuali per condividere informazioni e citazioni con tutti nonostante gli attuali limiti vigenti.

In tale occasione la Galleria Nazionale dell’Umbria, sita a Perugia, ha organizzato un ciclo di conferenze in streaming che descriverà Dante da più prospettive, talune insolite e singolari, cui è possibile partecipare collegandosi alla pagina Facebook del museo. Venerdì 5 marzo 2021 si è svolto “Trattar del Trattatello. Dante raccontato da Giovanni Boccaccio”, il primo di un intero mese di rassegne riservate al Sommo Poeta, la cui vita viene descritta attraverso le parole di colui che per primo ne ha parlato e l’ha apprezzato.

Fino agli anni Trenta del Trecento la Comedìa era diffusa attraverso dei Codici e manoscritti indirizzati ai nuovi ricchi, coloro che adesso definiremmo “borghesi”, che non conoscevano il latino e potevano fruire del poema proprio poiché scritto in volgare. Una scelta innovativa e generalmente mal vista, infatti sarà Boccaccio in persona a tentar di convincere Petrarca della bontà dell’uso del volgare. Il suo Trattatello in laude di Dante è una biografia, o per meglio dire “story-telling”, che riesce a creare un mito e dimostrare la sua grande ammirazione verso Alighieri. Boccaccio ne descrive il carattere irascibile, narra la storia della sua famiglia e gli dedica letture pubbliche, inserendo la sua figura sia all’interno della tradizione epica, che nella tradizione celebrativa latina attraverso Virgilio, ed anche nella nuova tradizione italica. Questo il sunto della prima conferenza riservatogli.

 

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#Dante700: a Perugia un omaggio a Dante Alighieri attraverso le parole di Giovanni Boccaccio

A questo convegno del 5 marzo, con la presentazione di Ilaria Batassa, funzionario deputato alla promozione e alla comunicazione della Galleria che descrive Dante come «un classico a tutti gli effetti pur non scrivendo in lingua latina», faranno seguito le conferenze di venerdì 12 e 19 marzo. Ambedue previste alle ore 17:00, saranno tenute da Maurizio Tarantino e Claudio Ferracci, rispettivamente dirigente del Settore Cultura del Comune di Ravenna e direttore della Biblioteca delle Nuvole di Perugia: la prima conferenza riguarderà “La lingua di Dante tra popolarità e tradizione”, mentre la seconda si intitola “Gulp! C’è Dante in Galleria”.

Giovedì 25 marzo sarà il #Dantedì, giorno in cui alle ore 17,00 verrà letta e commentata la prima delle “Esposizioni sopra la Comedia” composta dal già menzionato Giovanni Boccaccio. Infine, dal 26 al 28 marzo vi sarà una mostra virtuale effettuata da Magister Art e curata da Ilaria Batassa: l’esposizione sarà disponibile sulla pagina Facebook e sull'account Instagram della Galleria Nazionale dell’Umbria, consentendo a tutti gli utenti interessati di poter assistere al di là dei vincoli di spostamento regionale.

Inoltre, per ben ventotto giorni i social della Galleria saranno sommersi dalla condivisione quotidiana
di una combinazione di citazioni, figure e canzoni riguardanti l’illustre Commedia, o ad essa attinenti,
per congiungere così il passato con il futuro.

«Se non che la mia mente fu percossa da un fulgore in che sua voglia venne. A l'alta fantasia qui
mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'igualmente è mossa, l'amor che
move il sole e l'altre stelle» (Divina Commedia, Paradiso, versi 140-145 del Canto XXXIII). Con
questi versi finali dell’opera mi aggrada terminare una brevissima esposizione dedicata a colui che
più di tutti ha esaltato l’amore per la conoscenza.

Per le immagini si ringrazia la Galleria Nazionale dell’Umbria.


Latitudine 0° di Marco Lapenna, realismo magico mesoamericano

Esordisce nel catalogo della casa editrice indipendente 66thand2nd il giovane autore Marco Lapenna, con il romanzo Latitudine 0° e una copertina stupenda tanto criptica quanto esotica. Ma la trama e lo stile dell'autore non tradiscono le alte aspettative che la copertina riesce a trasmettere, non è un caso che L'Indiscreto con la sua giuria di qualità abbia messo il romanzo di Lapenna tra i migliori titoli pubblicati da ottobre 2020 a febbraio 2021.

 

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La trama segue le vicende del sivigliano Gaspar sulle tracce di Nina, la sua amante italiana persa in qualche luogo imprecisato del Messico, da dove non trasmette più sue notizie. Una storia d'amore finita, un caravanserraglio di fantasmi e incubi infesta i ricordi di Gaspar e forse la speranza di ricostruire i ponti con il suo amore perduto lo spinge a raggiungere la culla della civiltà mexica (ai più nota come azteca) per placare i propri drammi interiori. Nel frattempo una psichiatra ha in cura un problematico paziente dall'accento russo che vaneggia sull'esistenza di una foresta onirica e stralunata dai contorni fantastici, un luogo perduto e in cui perdersi, impossibile da raggiungere se non seguendo la volontà dei demoni. Poco dopo la dottoressa viene uccisa dal russo.  Gaspar segue le tracce del russo, ormai macchiate di sangue, perché crede fermamente che la sua Nina sia stata rapita da questo energumeno impazzito.

Latitudine 0° Marco Lapenna
La copertina del romanzo Latitudine 0° di Marco Lapenna, pubblicato da 66thand2nd (2021)

Gaspar inseguendo l'amor perduto e l'oscurità del russo riesce a penetrare nella magica foresta, il cui centro  è Latitudine 0°, dove un regnante dai poteri magici e sorretto dalle credenze mistiche evocative del folklore mesoamericano detta legge sui duque e le duquese che governano i viceregni della foresta. Gaspar è in un regno visionario, centrifugo e centripeto, dove la realtà viene deformata dalla magia e dalla mitologia precolombiana, è in un mondo di sovrani, tradimenti e complotti, un Eldorado deturpato e medievaleggiante e allo stesso tempo fuori dal tempo e fuori dalla normalità.  In questa foresta da incubo e pindarica un ribelle vuole conquistare il centro di ogni cosa, Latitudine 0°, ed è intento a distruggere anche il realismo magico che sembra animare ogni cosa. Lapenna scrive con un tratto ispirato e sognante, necessario alla narrazione per questa storia apparentemente scoordinata e caotica, ma che trova compimento in un fatalismo fantastico e demoniaco, in piena tradizione weird.

Un romanzo unico nel suo genere, una ventata di novità per il panorama editoriale italiano soffocato nella sua asetticità. Una proposta che scavalca il mainstream e opta per luoghi lontani e inediti con prospettive esotiche ed emotivamente  accattivanti. La storia di Nina, Gaspar, della Foresta e dei demoni piumati e di fuoco che aleggiano nel mondo cosmico e in quello interiore degli uomini è una storia atavica e necessaria per il nostro cuore e il nostro destino.

Malinalco. Foto di Mike Ramírez

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 

 


"Le indagini di Lolita Lobosco”, nuova serie diretta da Luca Miniero e con Luisa Ranieri

DOMENICA 21 FEBBRAIO IN PRIMA SERATA SU RAI UNO, ANDRÀ IN ONDA LA PRIMA DELLE QUATTRO PUNTATE DELLA SERIE TV “LE INDAGINI DI LOLITA LOBOSCO”, LIBERAMENTE TRATTO DAI ROMANZI DI GABRIELLA GENISI, DIRETTA DA LUCA MINIERO, CON LUISA RANIERI.   

 

AMBIENTATA E GIRATA PRINCIPALMENTE A BARI (LE RIPRESE SI SONO TENUTE ANCHE NELLE CITTÀ DI MONOPOLI, FASANO, POLIGNANO A MARE E PUTIGNANO), DAL 13 LUGLIO AL 25 NOVEMBRE 2020 PER 12 SETTIMANE, LA SERIE TV RAI VEDE COME PROTAGONISTI LUISA RANIERI, FILIPPO SCICCHITANO, GIOVANNI LUDENO, JACOPO CULLIN E CON LA PARTECIPAZIONE DI LUNETTA SAVINO. PRODOTTA DA ANGELO BARBAGALLO E LUCA ZINGARETTI PER BIBI FILM TV E ZOCOTOCO IN COLABORAZIONE CON RAI FICTION, “LE INDAGINI DI LOLITA LOBOSCO” È STATA REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO DI APULIA FILM FUND DI APULIA FILM COMMISSION E REGIONE PUGLIA. 

Luisa Ranieri

La Puglia nuovamente protagonista in prima serata su Rai Uno. Accadrà domenica 21 alle 21.25 con la prima delle quattro puntate della nuova serie “Le indagini di Lolita Lobosco”, diretta da Luca Miniero con protagonista Luisa Ranieri. Liberamente tratto dai romanzi della scrittrice Gabriella Genisi (editi da Sonzogno e Marsilio Editori), la serie vede come protagonisti, oltre a Luisa Ranieri, Filippo ScicchitanoGiovanni LudenoJacopo Cullin e con la partecipazione di Lunetta Savino.

Le indagini di Lolita Lobosco
Luisa Ranieri e Lunetta Savino

Ambientata e girata principalmente a Bari (le riprese hanno coinvolto anche le città di Monopoli, Fasano, Polignano a Mare e Putignano), dal 13 luglio al 25 novembre 2020 per 12 settimane, la serie racconta le vicende di Lolita, una donna del Sud, mediterranea, vivace, empatica e single in carriera. È vicequestore del commissariato di polizia a Bari, sua città natale dov’è appena tornata dopo un lungo periodo di lavoro nel Nord Italia. A capo di una squadra di soli uomini, per essere autorevole Lolita non ha bisogno di castigare la sua innata sensualità. In un mondo ostinatamente governato dai maschi come quello dell’investigazione e della giustizia, Lolita sceglie di rimanere sé stessa, un prezioso mix di esplosiva bellezza e un pizzico di malizia che le permette non solo di affermarsi sui colleghi uomini, ma anche di combattere il pregiudizio di alcune donne. Lolita però, nonostante sprigioni fascino e bellezza, non ha mai avuto una storia importante.

Le indagini di Lolita Lobosco
Luisa Ranieri

Prodotta da Angelo Barbagallo e Luca Zingaretti per Bibi Film Tv e Zocotoco in collaborazione con Rai Fiction, “Le indagini di Lolita Lobosco” è stata realizzata con il contributo di Apulia Film Fund di Apulia Film Commission e Regione Puglia (586.885 euro) a valere su risorse del POR Puglia FESR-FSE 2014/2020. Per la realizzazione della serie sono state impegnate oltre 75 unità lavorative pugliesi, tra cast artistico e troupe.

Luisa Ranieri

Testo e foto da Apulia Film Commission

Le indagini di Lolita Lobosco
Luisa Ranieri

Quando il cielo cadde: la strage di Rignano nelle opere di Lorenza Mazzetti

Quando il cielo cadde:

la strage di Rignano nelle opere di Lorenza Mazzetti

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Il Giorno della Memoria ha il triste compito di perpetuare negli anni il ricordo delle pagine più angosciose della storia umana: il fatto stesso che ciò sia necessario dovrebbe portarci quantomeno a riflettere sugli errori del passato, perché non si ripetano mai più. La maggior parte di noi associa questa giornata alle sconvolgenti immagini di Auschwitz e Theresienstadt, al rastrellamento dei ghetti, alla questione ebraica in generale; tuttavia è bene ricordare che questi terribili avvenimenti sono solo l'apice di un vortice di sangue e follia che trova la sua origine nella discriminazione sociale, e più in generale nell'irrazionalità dell'animo umano. Molti avvenimenti, come l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema e la strage del Duomo di san Miniato, sono tuttora privi di spiegazione, se anche una spiegazione dovesse servire; altri sono invece stati praticamente dimenticati, e sopravvivono solo nella memoria e nelle parole di chi, suo malgrado, ha dovuto esserne testimone.

Nel suo trascorrere impietoso, il tempo ha spento molte di queste voci: tra le altre, abbiamo di recente perduto Lorenza Mazzetti, scomparsa il 4 gennaio 2020 all'età di 92 anni. Fine intellettuale dalla mente poliedrica, versata in molte arti quali la pittura e la cinematografia, la si ricorda soprattutto come autrice di una serie di libri che lei stessa definiva “una biografia a tappe”, i quali ripercorrono i suoi anni d'infanzia e adolescenza, imperniati attorno a un drammatico evento: lo sterminio della sua famiglia a opera della Wehrmacht.

L'alba nella campagna a Rignano sull'Arno. Foto di Anna Massini, CC BY-SA 4.0

La zia paterna di Lorenza Mazzetti, Cesarina, era sposata con Robert, cugino dello scienziato Albert Einstein, col quale condivideva il cognome e la nazionalità; fu a loro che il padre, rimasto vedovo, affidò Lorenza e la sua gemella Paola, poco più che bambine: le due furono accolte nella villa degli Einstein a Rignano sull'Arno, nelle campagne intorno a Firenze. Il 3 agosto del 1944, dopo mesi di intensa attività bellica nella zona, un plotone delle SS fece irruzione nella villa degli Einstein e fucilò Cesarina e le sue figlie, per poi dar fuoco alla villa. Il rapporto delle SS giustificava l'eccidio indicando le vittime come giudei, ma ciò non era vero: l'unico di religione ebraica era Robert, che al momento dell'assalto era già fuggito da diversi giorni; sua moglie e le figlie erano invece cristiane cattoliche. Con ogni probabilità l'eccidio doveva servire da avvertimento per Albert Einstein, colpevole di collaborazionismo con gli alleati: questo spiegherebbe perché fu sterminato solo il nucleo familiare a lui direttamente collegato, mentre altri membri della famiglia furono risparmiati. Per crudele ironia tra i superstiti ci fu lo stesso Robert, ma il dolore per la perdita della sua famiglia lo portò a togliersi la vita pochi mesi dopo.

Lorenza Mazzetti Rignano
Lorenza Mazzetti, testimone della strage di Rignano. Foto di Tommaso Guarducci, in pubblico dominio

Lorenza Mazzetti, che insieme a sua sorella Paola fu testimone diretta della strage, per molti anni tentò di soffocarne il tragico ricordo: dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì in Inghilterra e si interessò alla cinematografia, diventando in breve tempo acclamata regista di cortometraggi. Sul finire degli anni '50 tornò in Italia per quello che credeva sarebbe stato un breve periodo di vacanza: invece la memoria di quanto accaduto a Rignano la travolse nuovamente, causandole una lunga crisi depressiva. Forse anche per esorcizzare i fantasmi del suo passato, ella decise di restare nel suo Paese e tradurre i propri ricordi in un'opera letteraria; decise tuttavia che, a fronte di una totale aderenza alla realtà dei fatti, in vista di un'eventuale pubblicazione avrebbe adottato uno stile parzialmente romanzato, cambiando inoltre tutti i nomi dei protagonisti: diede a sé stessa il nome Penny e Paola divenne Baby; zia Cesarina fu ribattezzata Katchen e Robert fu cambiato in Wilhelm, mantenendo però il cognome Einstein, quasi a voler rimarcare il vergognoso e arbitrario collegamento che aveva causato la strage.

Il risultato fu sorprendente: Il cielo cade, uscito nel 1961 per i tipi di Garzanti, presentava una prosa cruda, essenziale, perfettamente bilanciata tra le suggestioni dell'età infantile e gli orrori inspiegabili della guerra. A questo romanzo ne seguirono altri due, Con rabbia (1963) e Uccidi il padre e la madre (1969, noto anche col titolo Mi può prestare la sua pistola per favore?), nei quali la Mazzetti narrò gli anni successivi alla strage di Rignano, ponendo particolare accento su una domanda: come tramandare il ricordo di questo tremendo avvenimento? Questione non da poco, in effetti: ai tempi in cui lei scriveva l'eccidio era caduto in un silenzioso e imperdonabile oblio, dal quale sarebbe uscito solo in tempi recenti. In seguito alla scoperta dell'Armadio della Vergogna, avvenuta esattamente sessant'anni dopo la strage, è stato possibile fare un po' di luce su moventi e dinamiche; molte cose restano però da chiarire, come ad esempio i nomi degli esecutori materiali della fucilazione.

Fino all'ultimo giorno della sua vita, Lorenza Mazzetti non ha cessato di battersi perché la sua famiglia ottenesse giustizia: la sua voce non è rimasta inascoltata, visto che le sue opere godono tuttora di grande diffusione. Il cielo cade, attualmente ristampato da Sellerio, nel 2000 è diventato un film diretto dai fratelli Frazzi, con Isabella Rossellini nel ruolo di Katchen e Jeroen Krabb in quello di Wilhelm; gli altri due libri della trilogia sono invece stati ripubblicati dalla Nave di Teseo. In essi, Lorenza Mazzetti affronta tra l'altro tematiche molto forti come la rabbia di fronte alla propria impotenza, il desiderio di vendetta, la difficoltà nell'elaborazione di un lutto inspiegabile: tutte sensazioni che nel Giorno della Memoria (ma non solo) dovrebbero essere universalmente condivise. È il potere della letteratura che si fa veicolo di ricordo.

il cielo cade Lorenza Mazzetti
La strage di Rignano al centro del libro Il cielo cade di Lorenza Mazzetti, qui nell'edizione Sellerio (2002)

La Splendente di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia: "La Splendente" di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia – La Splendente di Cesare Sinatti

C’è una regola per parlare di ciò che è già stato detto senza offendere gli dèi: non avere paura della profondità. Se ci ritroviamo a parlare del mito, a riscriverlo, è perché siamo stati chiamati a far emergere dalle sue ombre quello che ci raggiunge nel modo più luminoso, che da esso affiora in noi come una sapienza somatica. Una verità presente occultamente, latente finché non è avverata da qualcuno.

Quale filo sostiene la narrazione del mito in questo romanzo, in che modo è ricucito nella Splendente di Cesare Sinatti (Feltrinelli, 2018) il ciclo troiano? La linea strutturalmente più evidente sembra essere una sorta di idea karmica della sofferenza: come se le forze superiori che governano intorno e sopra di noi non permettano di perpetrare il dolore impunemente, senza pagarne il prezzo a propria volta. La storia di Troia e i suoi prodromi, per come è narrata nella Splendente, sembra dirci che il sacrificio non si esaurisce in sé stesso, non è mai solo un sacrificio: porta con sé, nel peso insostenibile dell’atto, la linea spezzata della vita, che segna come una vena d’opale il mondo e non permette più di abitarlo come prima. Qualcosa di enorme ha invaso la vita conosciuta, qualcosa di sproporzionato rispetto alle aspirazioni dei comandanti che hanno mosso guerra. Ma non era solo il loro orgoglio a suscitare la guerra e la sua lunga coda: tutto era scritto nel destino da tempo immemorabile.

Così Agamennone che vuole portare la guerra di Troia a compimento più di chiunque altro, sarà chi più ne pagherà lo scotto, sebbene di quella guerra sarà poi il vincitore. Subito si manifesta quella forza equilibratrice, cosmica, nella sua vicenda: lo squilibrio che lo porterà a realizzare la sofferenza collettiva della guerra di Troia, ricadrà con tutto il peso su di lui. Uccidere la cerva sacra a Diana, mentre si aggira nel bosco sacro col fratello Menelao, è stata solo la prima avvisaglia di una lunga sventura - l’inizio di una bruciatura, uno strappo, che lo porterà a perdere sua figlia Ifigenia di sua mano e poi a venire assassinato da sua moglie Clitemnestra al ritorno da dieci anni di guerra.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

L’idea di destino come assegnazione si accompagna nel libro al colpo di coda di un prezzo invisibile da pagare anche per la fortuna che non si è richiesta: come se il dono esigesse inevitabilmente un pegno, come obbedendo a un’ineluttabile legge fisica. E il prezzo di cui si parla è tutto tragicamente umano: si identifica in ultima istanza col pathos, il sentire che è un soffrire unitario di tutti i sensi, delle viscere. La vita stessa a un certo punto sembra coincidere col pathos – e, se non la vita tout-court, di certo l’esperienza umana. L’uomo diventa il suo sentire, il suo soffrire. Il dolore è un punto di non ritorno, segna la linea di demarcazione dell’esperienza sulla terra, è a suo modo un rinascere che instaura una nuova relazione tra noi e le cose. Ciò che nel mondo ha vita propria all’infuori di noi, quasi al punto da sembrare non riguardarci - i fatti terribili della storia che sembrano farsi da soli – in realtà ci coinvolge tanto da produrre una reazione emotiva, da sollecitare in noi, cioè, l’esperienza patetica. A un punto tale che non risulta poi più scindibile da noi.

La Splendente è un libro che si fatica a commentare – una fatica che è traccia di un merito, perché testimonia una compattezza eccezionale del racconto in cui non si può inserire una parola di più. E al contempo è una scrittura che attinge alle fonti del mistero inesauribile, trascinando inevitabilmente dietro di sé l’ispirazione che sempre accompagna la bellezza. Ma non è solo il canale che si presta a un flusso, è anche capace di un peso specifico, di mettere punti fermi come croci sui monti del mito. Le tracce della nostra modernità si mescolano arm0nicamente con le storie ancestrali degli eroi classici. Se si trattasse in laboratorio questo libro con una soluzione apposita che lasciasse emergere dal tutto solo le prime, quale sarebbero i tratti peculiari che la nostra storia, per mezzo della voce di Sinatti, ha tracciato sul volto del mito? Cosa comporta il filtro del nostro tempo su di esso? Come lo trasfigura?

La paura del dolore dell’eroe Achille è l’eredità più forte in questo senso, la più originale. Tanto forte da far risultare la nostalgia di un altro eroe centrale, Odisseo, quasi come una sua ramificazione, una gemma della stessa pianta. L’umanità di questi eroi è l’eredità moderna del libro, la sua portata più figlia del nostro presente, che non può più concepire la guerra come diversa dalla sofferenza infernale dopo il Novecento.

L’altro elemento che risulta innestato su una comprensione di tipo moderno è l’immagine della storia nel testo. La guerra di Troia segna per antonomasia l’ingresso nella storia, l’inizio della storia stessa: la percezione di un confine che è stato inequivocabilmente varcato ritorna ossessivamente nel testo, sotto forma del vago terrore dei diversi personaggi per la sventura imminente. Quasi a significare che il processo della storia abbia per sua natura molto a che fare con la paura e l’attrazione per il dolore. La storia, sembra dirci la stella di Achille, è la ferita.

La Splendente di Cesare Fiorini
La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La storia nel libro ha un duplice volto: la storia personale come perdita coatta dell’infanzia e del suo Eden, e quella collettiva e mostruosa che inizia con la fine di Ilio. In questo libro si fa chiaro, nella parabola degli eroi, un sospetto latente di tutti: cioè che il dolore di crescere, di perdere i beni della felicità degli albori, coincida con l’inizio degli orrori storici. Tutti i protagonisti del ciclo troiano coinvolti in questo punto cruciale del tempo, individuale e collettivo, sentono lo stacco dal prima al dopo, uno scatto delle coordinate, un mutamento dei paralleli del globo. Qualcosa di simile devono aver provato le generazioni coinvolte nel primo conflitto mondiale, con addosso la percezione di un’enormità di cui vedevano muoversi l’ombra incombente sulle proprie teste, senza vederne la fine nel tempo. Ma Sinatti sembra suggerirci che l’orrore storico non è iniziato con la modernità, che non c’era un prima intonso né per i soldati del primo Novecento né per chi ha combattuto sotto le mura di Ilio. Dalla follia di Tantalo, dal sangue corrotto e da quello versato, dal destino scritto nella notte dei tempi, da sempre, è preparata per noi la sofferenza: la potenza del nostro occhio non copre una distanza abbastanza colossale da disperdere le tracce del dolore sul cammino che abbiamo alle spalle.

Questa considerazione ci porta ancora due passi più lontano. Da una parte notiamo che, se l’origine di tutto si può imputare alla follia di Tantalo, allora significa che la violenza privata si irradia concentricamente, come da un sasso che abbia bucato l’acqua – per riprendere un’immagine dell’autore – fino a produrre onde ciclopiche. Dall’altra parte, però, ci rendiamo conto anche che è capzioso ricercare l’origine della sofferenza storica in un fatto, in un atto preciso, perché da sempre ci è appartenuta, già giaceva nella mente degli dèi, come se da sempre stesse “accadendo in qualche istante del futuro”[1].

Il tempo era cominciato così, con un mela gettata tra loro con disprezzo, come il seme di un futuro doloroso. I cerchi degli eventi s’increspavano intorno a questo gesto semplice, sollevando onde imprevedibili, decidendo i destini degli uomini al di là e al di qua del mare.[2]

Un senso di ineluttabile, “una tristezza volta a ciò non può essere evitato”[3] coglie Peleo al banchetto delle sue nozze con Teti, dopo che il futuro è stato maledetto dal pomo della discordia che contiene nel suo nocciolo, come una maledizione, il futuro di Troia. Ma è come se il braccio che ha lasciato cadere quella mela nel mezzo di quei destini, n0n fosse altro che la mano stessa del fato, una necessità solo travestita da accidente.

Questo libro non può essere evitato, perché contiene una questione improcrastinabile. La questione del male, che è una cosa sola con la storia. La storia che ci perseguita come un debito, una profezia di sventura, una bufera – per usare un termine di Montale – che minaccia di distruggerci la casa mentre dormiamo. La grazia di questa scrittura fa sì che il libro si legga tutto di un fiato, ma è il riconoscimento della ferita del tempo continuamente toccata in queste pagine che ci porta a ritornare di nuovo sui punti caldi di quel dolore comune.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La vediamo ripetersi come una maledizione della stirpe umana, questa attrazione per la violenza, per la ferita, che emerge naturalmente nei bambini. Il bisogno di ferire che è un impulso di conoscenza, come in Achille che è tanto richiamato dalla ferita quanto più è incapace, per la sua natura semidivina, di provarne il dolore su di sé. Il gesto di chi non conosce il dolore non può esser che un gesto giovane, come pure è quello di Teseo all’atto di rapire Elena bambina come fosse “l’ennesimo gioco” di ragazzi[4].

Nella stella di Achille abita una possibile luce su questo enigma del dolore. “Il destino era quella malattia”, gli dice Teti all’indomani della guerra: quella che Achille presentiva come un logorio lento dentro il suo corpo, non era altro che il destino della morte che, dagli oracoli, si avvicinava sempre più al suo presente. Tutto questo sembra suggerire che il destino è il dolore, e che non c’è un Eden da cui questo resti fuori. Il destino è stato creato insieme alla storia, e la loro separazione non è che un’illusione.

Sua madre gli aveva detto che solo se non sarebbe mai partito non sarebbe morto. Ma Achille sapeva che le profezie […] non giungono per caso alla bocca degli oracoli.[5]

Perché siamo nati se dobbiamo soffrire? La domanda è mal formulata, e Achille se ne accorge, ce lo dimostra. Il punto di rottura è il dialogo con Patroclo all’indomani della partenza:

Il destino della nostra generazione è ingrato, ma si deve combattere lo stesso. Fuggire di fronte ai tumulti di quest’epoca significa rinunciare a vivere.[6]

Un’esortazione che non può essere un inno di entusiastica esaltazione alla guerra, ma consapevolezza che storia e destino non sono alternativi, sono uno. La vita che si intestardirà su questa domanda rovinerà, dispererà. Ancora una volta, la divisione tra vita e dolore è solo un’illusione. La sofferenza non è una scelta, come non lo è il destino – il destino che passa anche dalle porta più strette, sbaragliando il calcolo delle probabilità. Così accade quando Odisseo sta per uccidere Palamede con l’ingann0, e questo annienta il suo gioco di astuzie con la più netta delle verità:

Vuoi sedurmi aumentando le mie possibilità di vincere. Come se credessi che io non sappia che il caso è ovunque. Avere più alte possibilità di vittoria non esclude mai che si possa perdere.[7]

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La bellezza della vita non è separabile dal suo dolore, non è ipotizzabile senza, perché sono una cosa sola, come due organi vitali dello stesso animale. Così è un inganno della mente poter pensare di lasciare prima del tempo le mura di Ilio, anche dopo nove anni di battaglie senza compimento, poter decidere quello che è già deciso. Odisseo, sebbene sia quello “che desiderava più di ogni altro tornare alla sua isola”[8], ha ben chiaro quanto sia inutile ribellarsi al fato:

Pensavano che sarebbe bastato salpare senza accorgersi che le catene delle profezie li avrebbero trattenuti nei veli in cui il fato aveva occultato la città di Ilio, che solo scavalcando un momento nel tempo, non un punto nello spazio, avrebbero potuto fare ritorno.[9]

Un’affermazione che può valere anche rovesciata: Ilio aveva occultato il fato con i suoi veli, dando la propria forma al destino degli uomini che attraverso di lei si sarebbe compiuto.

La sofferenza non si può evitare, nel tempo o nello spazio, perché permea tutte le nostre coordinate e categorie. Una presa di coscienza che nel romanzo non assume mai il tono del lamento, del compianto della propria sorte, ma piuttosto quello dell’agnizione lirica, che fa echeggiare nella memoria i versi del coro dell’Antigone di Sofocle quando, nel secondo stasimo, canta la sventura dei mortali:

"E nel tempo prossimo e nel futuro,/ come nel passato, avrà forza/ questa legge: nessun eccesso/ viene senza sventura alla vita dei mortali".[10]

Non c’è grandezza che non comporti sventura – come per Achille messo davanti alla scelta tra una lunga vita al prezzo dell’oblio e una gloria inesauribile al prezzo della morte. Come per Agamennone, la cui vittoria in guerra si accompagna alla perdita di ogni gioia della vita personale. Ma forse non sarà tendenzioso leggere in questo canto della rovina anche una verità in doppiofondo: e cioè che la sofferenza è la traccia di un’elezione, l’unico fasto capace di generare, per vie squisitamente umane, grandezza divina nell’uomo.

La Splendente Cesare Sinatti
La copertina del romanzo La Splendente di Cesare Sinatti, pubblicato da Giangiacomo Feltrinelli (2018)

[1] Cesare Sinatti, La Splendente, Milano, Feltrinelli, 2018, p. 31.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 38.

[5] Ivi, p. 101.

[6] Ivi, p. 117.

[7] Ivi, p. 202.

[8] Ivi, p. 176.

[9] Ibidem.

[10] Sofocle, Edipo re. Edipo a Colono. Antigone, Milano, Mondadori, 2016.

 

 

Tutte le foto sono di Sofia Fiorini, copertina eccettuata.


Attilio Mussino Pinocchio

Attilio Mussino - “C’era una volta lo zio di Pinocchio…”

La riscoperta del dattiloscritto autobiografico di Attilio Mussino: “C’era una volta lo zio di Pinocchio…”

Attilio Mussino Pinocchio
Attilio Mussino, autoritratto, 1894. Museo Attilio Mussino - Vernante

16 luglio 1956. Un bel giorno d’estate, sul tavolo una penna, un dattiloscritto corretto pronto per inviare all’editore, un berretto rosso da pittore, alcune sigarette e tanti scarabocchi su dei fogli. Ma lui non c’è più, non è riuscito a concludere l’opera rimanevano alcune correzioni da fare e alcune illustrazioni. Solo così la sua memoria sarebbe rimasta.

Ormai da dieci anni Attilio Mussino viveva lì, a Vernante, dove finalmente aveva ritrovato la pace e la voglia di tornare a vedere il mondo con gli occhi dell’arte. È un artista che si sfiora con la mente tante volte, come un ricordo, a volte così evanescente che subito scompare. In fin dei conti egli è sì un artista, ma non delle grandi arti maggiori come pittura, scultura o architettura.

Egli si è formato su di esse ma non le ha inseguite, ha dipinto molto anche se è secondario a ciò che lui fu davvero: un illustratore. Egli fu il creatore dell’immagine più famosa che un monello burattino poteva avere, Pinocchio. Quell’immagine legnosa, di un legno solo buono da ardere, con il suo vestitino verde, il naso che si allunga e la capacità di mettersi sempre nei guai che da bambini tutti noi abbiamo letto. Ma cosa davvero sappiamo del suo illustratore, oltre al legame con Pinocchio?

Attilio Mussino, nel suo studio a Vernante, intento a disegnare e a mostrare il ritratto di Geppetto dell’edizione 1911 delle Avventure di Pinocchio. Foto di ignoto (1954). Collezione Pro Loco Vernante

Un quesito che lo stesso artista si era posto. Aveva 66 anni Mussino, quando arrivò a Vernante nel 1945, aveva vissuto attimi dolorosi segnati da una feroce guerra che gli aveva portato via tutto, la villetta sulla collina torinese comprata con l’eredità della nonna, l’unico figlio Giorgio e la moglie malata da tempo che lo abbandonò dopo i freddi inverni passati a Strevi. Era solo con la sua tragedia.

Tuttavia una luce apparve: Margherita, la fata non dai cappelli turchini ma di un bel rosso ramato, era ancora accanto lui, vernantina di nascita, lo aiutò e insieme si trasferirono a Vernante dove nell’ottobre del 1945 si sposarono. In quagli anni Mussino ritrova la pace, gli abitanti del paese lo vedono salire e scendere dalle montagne in cerca di nuovi scorci, di paesaggi, di ritratti della gente del posto che egli schizza, dipinge non volendo nulla in cambio.

È buono Attilio, pur avendo problemi economici a cui si unirono presto anche quelli di salute, tuttavia sorride ancora ai bambini che lo vengono a trovare una volta finita la scuola e si dimostrano attenti alle lezioni di disegno che egli offre. Ma c’è comunque un’inquietudine, una consapevolezza amara: egli è celato agli occhi del mondo, gli editori non lo considerano più, i nuovi illustratori si fingono ignari di quanto essi debbano a tale artista, e anche i bambini che passano sotto il suo balcone, con il Pinocchio di Collodi nelle cartelle, non sono consapevoli che il creatore di quelle smorfie, di quegli abbracci, di quelle risate di legno si trovi sopra le loro teste, tra i fiori di un balcone di montagna.

Attilio Mussino sente il peso di tutto questo e con lui anche lo stesso Pinocchio, non più come personaggio di un libro, ma come un cronista intento ad ascoltare le ultime parole di Mussino. Da quando lo aveva incontrato il burattino aveva vissuto con l’artista, si era fatto raccontare la sua storia: la sua infanzia, la formazione accademica e i maestri, gli amici che frequentavano il suo studio, i giornali per adulti e bambini per cui aveva lavorato, la guerra, gli affetti famigliari ed infine Vernante.

Attilio Mussino Pinocchio
Attilio Mussino insegna ai bambini di Vernante come disegnare un pupazzetto di Pinocchio. Foto di ignoto (1954), Museo Attilio Mussino - Vernante

Uno scambio di vite avveniva all’ultimo piano di Via Nizza, n 19 a Torino; Pinocchio raccontava le proprie “pinocchiate” e Attilio Mussino faceva lo stesso con quei momenti salienti del suo passato, rendendolo partecipe anche del suo presente. Il burattino racconta attraverso un microfono la vita passata e presente di Mussino; la riporta alla luce, la rende nota per chi non la conoscesse e la ripropone a coloro che invece l’hanno dimenticata. Essere ricordato tra gli adulti non gli importa, dopotutto non gli è mai appartenuto quel mondo, ma i bambini e i loro mondo sì. Egli vuole essere ricordato tra di loro, desidera ancora narrare per immagine le storie di qual mondo fatto di risate vere ed aspira ancora ad accompagnarli nella loro crescita; ma come fare tutto questo se non c’è più casa editrice che lo chiama a illustrare? La risposta è semplice, far raccontare la sua vita da un personaggio amico, Pinocchio: nasce così il Pinocchio al Microfono. 

Era il 1909 e Pinocchio, ormai stufo di venir ritratto dai diversi illustratori, è costretto dalla casa editrice Bemporad ad andare a Torino. Già Enrico Mazzanti e Carlo Chiostri avevano trasmesso con la loro arte le Avventure scritte da Collodi, tuttavia il commendator Bemporad voleva realizzare una terza grande edizione dell’opera e per farlo incaricò proprio Attilio Mussino di Torino.

Inizialmente diffidenti, illustratore e burattino divennero grandi compagni di avventure anche curiose. Pinocchio racconta la propria crescita e così fa Mussino toccando con flashback eventi della sua vita, figure che ha incontrato, momenti gioiosi ma anche drammatici in una Torino tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.

Mussino si formò come pittore presso l’Accademia Albertina di Torino, avendo ricevuto fra gli altri l’insegnamento di Giacomo Grosso; tuttavia egli prediligeva scarabocchiare figure, maschere, omini sui libri. Iniziò proprio in questi anni a collaborare con le testate satiriche dell’epoca come “Il Fischietto”, “La Luna”, “Il Pasquino” e poi con “La Gazzetta del Popolo” offrendo la sua penna a caricature avvincenti delle diverse sfilate politiche e sociali che vi erano a Torino.

Attilio Mussino, la puntata I vecchi amici di Mamma e papà, Bilbobul, su “Corriere dei piccoli”. Museo Attilio Mussino - Vernante

Un tratto deciso, dai contorni definiti, neri che suscitano nella loro immediatezza il riso. Caratteri tipici della sua arte che si prestarono alle illustrazioni per l’infanzia. Personaggi inventati, bimbi monelli, animali parlanti diventano il repertorio delle storie che Mussino viene chiamato a rappresentare sulle pagine de “La Domenica dei Fanciulli” dal 1901 o sul “Corriere dei Piccoli” dal 1909, dando immagine a uno dei personaggi più famosi, il neretto Bilbobul. La collaborazione con le testate giornalistiche e con le grandi case editrici dell’epoca come Lattes e Paravia lo portano ed essere chiamato dalla Bemborad.

Attilio Mussino Pinocchio
Due pagine delle Avventure di Pinocchio illustrate da Attilio Mussino nell'edizione originale del 1911. Archivio privato

Dopo ben tre anni di lavoro, il 2 ottobre 1911 esce la terza grande edizione di lusso delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, portando Attilio Mussino a diventare il princeps dell’illustrazione italiana. Le sue illustrazioni, che sfruttano diverse tecniche, sono così teatrali e coloristiche da portare il lettore a compartecipare alla vicenda pinocchiesca, che abbandona la Toscana per un Piemonte borghese di inizio ‘900, rendendo l’opera di Mussino superiore a qualsiasi altra edizione. Egli entra nel libro, lo comprende, lo vive e ne da delle immagini immortali. Ad alcuni non piacque, come ai puristi fiorentini capeggiati dal giornale “La Voce” ma ormai Mussino era il più ricercato e il più desiderato.

Attilio Mussino, Cartolina (1918) per la Sezione Cartografica della Seconda armata. Museo Attilio Mussino - Vernante

Tuttavia, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, tale successo inizia a crollare: egli è chiamato al fronte nel 1917 dove mette a disposizione la sua arte per la Sezione Cartografica della Seconda Armata realizzando cartoline e illustrazioni che incitavano i soldati alla vittoria e alla resistenza. Tornato dalle valli del Piave, da lui immortalate, riprende la sua attività ma l’avvento del fascismo è alla porte. Nel 1932 egli si iscrive al PNF e per permettere alla propria arte di sopravvivere è costretto a sottostare alla nuova poetica littoria, sia nello stile che si fa più enfatico e più statuario, sia nelle storielle infantili.

Attilio Mussino, disegni della Valle del Piave, 1915-18. Museo Attilio Mussino - Vernante

L’avvento di una nuova guerra spazza via tutto questo, Mussino abbandona Torino si rifugia nella campagna alessandrina con la moglie e la domestica. Qui giunge la notizia della morte del figlio Giorgio e neanche un mese dopo, nell’agosto del 1945 anche della moglie. Ormai è solo con il suo dolore e con i problemi economici: l’arte non paga più, la pensione di giornalista è insufficiente, la villetta di Torino è stata portata via dalle bombe. Ma non tutto è perduto: Margherita, la domestica non lo abbandona anzi lo porta a Vernante ed è proprio da quel luogo che il nostro racconto è partito; ed è da lì che Pinocchio ci ha raccontato tutto questo scritto in un dattiloscritto, lasciato incompiuto su una tavolo da cucina, che dopo anni è ritornato alla luce, il Pinocchio al Microfono. 

Attilio Mussino Pinocchio
Pagine 46 e 47 del dattiloscritto autobiografico del Pinocchio al Microfono di Attilio Mussino, con le correzioni di sua mano. Archivio privato

Finalmente si ha la possibilità di riscoprire la vita di un artista che non è solo l’illustratore di Pinocchio, ma un pittore, un giornalista, uno scrittore: una figura poliedrica la cui memoria può ora essere trasmessa dalle sue stesse parole. Il recupero del dattiloscritto, eseguito per la tesi triennale in Beni Culturali della scrivente, è stato condotto con la trascrizione, eseguita secondo caratteri conservativi, del testo a cui si è poi provveduto a predisporre un apparato di note di commento che ha permesso di verificare e approfondire le affermazioni che Mussino dichiara. Attraverso una ricerca bibliografica e archivistica importante, i diversi aspetti del testo originario e della vita di Mussino sono stati ripresi e riportati alla luce nella speranza di aver un nuovo peso ad uno degli illustratori molto spesso rilegati ad un ambito puramente infantile e illustrativo soggetto ancora oggi ad una considerazione marginale.

 

Tutte le foto sono scattate da Gabriella Vitali


Paolo Scardanelli

Intervista a Paolo Scardanelli, l'ambizioso esordio per Carbonio Editore

ClassiCult ha il piacere di ospitare l'intervista con Paolo Scardanelli, autore de  L'accordo. Era l'estate del 1979 edito dalla più che eccellente Carbonio Editore. Come già espresso nella precedente recensione al volume, il romanzo scardina le opinioni del lettore grazie a una summa narrativa metafisica e anticonformista. Il libro è il ritratto lucido e allucinato di un'Italia che si tende a dimenticare, il racconto struggente e malinconico di un'amicizia che si inerpica sulle pendici quasi mitiche dell'Etna. Il mondo di Scardanelli vacilla su orbite dimenticate, quasi sprofondando nel non-tempo.

Copertina del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979. Carbonio Editore

 

Perché gli anni '70, perché una storia d'amicizia nell'Italia di quegli anni?

Perché in quegli anni affondano le radici di una crescita personale e collettiva a un tempo; sono anni di profonda introspezione ai quali dobbiamo più di ciò che crediamo: il mondo come noi lo vediamo oggi è in qualche misura figlio di quel sentire e di quel guardare alle cose, alla vita, alle persone. L’amicizia, in quegli anni in cui il personale ha provato a diventare collettivo, ha legato i due personaggi, Paolo e Andrea, accomunandoli in un sentire differente ma analogo; insieme essi ricercano, ciascuno per la propria via, il senso profondo delle cose e dei fatti che esso mondo sembra nascondere agli occhi dei più. La storia della loro amicizia è paradigmatica di come debba essere una vera amicizia: scevra da interessi personali e di desiderio, fondata su una elevazione di spiriti e sulla condivisione di pensieri, dubbi e dolori, anche i più atroci e profondi.

  Quanti e quali sedimenti autobiografici si susseguono all'interno del romanzo? Possiamo parlare di una geologia ontologica in continuo dialogo con l'autore?

La stratificazione delle memorie individuali e collettive porta a un tessuto profondamente connotato da materia, pensieri e opere; se potessimo tagliare verticalmente la roccia che nasconde e serba la memoria vedremmo i grumi di coscienza dei personaggi come dei fossili che racchiudono in sé il senso stesso del loro andare per il mondo. In qualche misura questa stratificazione ne costituisce la struttura personale ed esistenziale; essa dialoga con l’autore attraverso la magia della memoria e nel flusso dei pensieri e delle parole trova un senso.

Il romanzo è proteiforme, si sviluppa e si snoda in diverse direzioni. Ho apprezzato soprattutto i riferimenti culturali, musicali e filosofici. Si dovrebbe, almeno in parte in questa sede, riassumere le principali influenze e contaminazioni.

 Le principali influenze letterarie sono senz’altro Proust, relativamente alla struttura; riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda, transitando per Manzoni e Céline. Riguardo le contaminazioni vanno ricordati in ordine sparso i film del primo Wenders e la poderosa trilogia di Edgar Reitz Heimat, la dolorosa consapevolezza di Lars von Trier così come l’eretismo di Carmelo Bene e del Milan di Arrigo Sacchi, il lucido dolore di Francis Bacon e Caravaggio; in musica: Jeff Buckley, Mahler e Beethoven, Wire e Talking Heads, Brian Eno, Isaac Hayes e Beth Orton.

Per le altre rimandiamo alla curiosità del lettore.


il ragno del tempo Maico Morellini Providence Press

Il ragno del tempo. Un romanzo da bestseller nato dalla piccola editoria

Il ragno del tempo, un'assurda trappola gotica

Maico Morellini, dal pedigree letterario indiscutibile, sigla un romanzo breve dalla struggente bellezza criptica. Soltanto rimanendo nel campo semantico del mondo enigmatico, dei giochi combinatori e delle astuzie letterarie posso parlare de Il ragno del tempo, edito da Providence Press

Un po' Clive Barker  e un po' Stephen King, ma la trappola enigmistica di Morellini ha una sua vivace personalità individuale, che magari omaggia altri maestri del genere weird e dell'orrore.  Manuel Barchi rimane invischiato in un strano lascito testamentario dello zio Ettore Barchi, il quale sente il bisogno di affidarsi a ben tre studi notarili per siglare l'eredità che consiste in una villa abbandonata tra i colli bolognesi.

Risolte le pratiche testamentarie il giovane, incuriosito dalla magmatica non-bellezza della costruzione, varca il portone della villa accompagnato dal notaio Dutto. Forze telluriche e metafisiche sembrano adombrare le pareti della casa, già trapuntate da una nebulosa di orologi, sconvolgendo le istanze realiste di questi uomini "civili". Geometrie non euclidee e sfasamenti del raziocinio risucchiano i due uomini in un mortifero other world oscuro, dove gli ingranaggi di una macchina logorante non hanno mai smesso di funzionare.

 

Due giorni dopo la scomparsa dei due uomini lo studio notarile di Dutto ingaggia la detective privata Rebecca Aimi (tale ingaggio era già stato pianificato da Dutto in caso di emergenza), con il compito tassativo di rintracciare l'anziano Elia Sarich. Quest'ultimo è un professore giramondo che vive in una casa completamente insonorizzata e posseduto da un'inspiegabile musicofobia. Tale fobia, derivativa dalle particelle sonore, mi ha scatenato un parallelismo interessante.

Il romanzo di Morellini, forse a livello inconscio, presenta una gradevole patina di Grabinsky, celebre autore di weird polacco. L'autore polacco basa  molte delle sue storie sulle fobie dell'uomo che entra nel mondo della modernità, i protagonisti di Grabinsky temono la velocità, i treni che come demoni di ferro e vapore sfidano le geografie terrestri così anche la musica moderna sembra sradicare il raziocinio da Elia Sarich; un novello satiro Marsia che ha perso la sua contesa musicale con un Apollo oscuro e si fa scorticare vivo dal ricordo di udire quella musica...

 

Scopriamo che le paure  e le idiosincrasie dell'accademico non sono del tutto infondate, poiché Sarich nel corso della sua giovinezza ha rincorso le gesta e le invenzioni di un folle geniale, Dietrich Pohl. Il misterioso erudito del XIII secolo è una figura affascinante e dannata, modellata sul celebre "inventore" del moto perpetuo Johann Orffyreus  del XVII secolo, che ha passato la vita a disseminare indizi, costruzioni, enigmi, trappole e progetti in giro per il mondo. Idee eretiche e stupefacenti ammantano la vita di Pohl e anche il destino di Sarich che lo insegue fino a perdere la ragione. Un giorno infatti, rovistando tra antichi manoscritti di Pohl, Elia Sarich trova le istruzioni per costruire un carillon, che una volta attivato distrugge le sue facoltà psichiche e lo obbliga a vivere un'esistenza senza nessuna compagnia musicale. Tranne la musica anteriore al 1300.

Il ragno del tempo
La copertina del romanzo Il ragno del tempo di Maico Morellini, pubblicato da Providence Press.

 

Il ragno del tempo di Morellini è la storia enigmatica di un'ipertrofia blasfema che sfida le convinzioni religiose, un compatto e denso mix di suggestioni psicologiche e macabre. La vera bellezza risiede nei piccoli colpi di scena disseminati lungo la narrazione e che spingono il lettore a divorare il libro fino a scoprire le inquietanti rivelazioni che si annidano tra le fondamenta della villa della famiglia Barchi.

 

In definitiva, Il ragno del tempo è un romanzo che farebbe morire d'invidia anche i più grandi autori del perturbante contemporaneo.

Per le immagini si ringrazia Providence Press.