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Non solo Lady Oscar, sei romanzi sulla Rivoluzione Francese

 

La Rivoluzione Francese è un periodo estremamente complesso, denso di avvenimenti, ma che per questo è anche molto entusiasmante.

Purtroppo, però, non ha ricevuto da parte della narrativa italiana una grande attenzione e alcuni romanzi molto validi non sono ancora stati tradotti nella nostra lingua. Durante gli anni di stesura del mio romanzo, oltre a documenti originali, memorie e saggi ho letto anche moltissimi romanzi e, da appassionata del periodo, ne continuo a leggere; per questo voglio condividere con voi cinque titoli che amo e che possono servire da trampolino di lancio per conoscere meglio il periodo. Nella mia selezione ho lasciato volutamente fuori quei romanzi che non rientrano pienamente nel genere storico o che comunque forzano molto la mano sugli eventi (insomma, non troverete L’armata dei sonnambuli di Wu Ming, La primula rossa o le variazioni sul tema dei diari più o meno segreti di Maria Antonietta).

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Jean-Pierre Houël, La prise de la Bastille, acquerello (1789). Presso la Bibliothèque nationale de France, immagine Gallica in pubblico dominio

Il classico imprescindibile: Novantatré di Victor Hugo

Novantatré è Parigi, la Vandea, intrighi politici, vendette personali, avventura: in questo capolavoro c’è tutta un’epoca che si apre di fronte ai nostri occhi. Nelle vicende di Lantenac, capitano di un manipolo di truppe monarchiche, Gauvain, suo pronipote, ufficiale dell’esercito rivoluzionario mandato in Vandea a combattere i ribelli e del rappresentante in missione Cimourdain, precettore di Gauvain quando questi fu stato accolto nella casa di Lantenac prende corpo la guerra civile e si scontrano le anime della Rivoluzione.

L’ultimo capolavoro di Hugo, che per afflato politico e umano ricorda I Miserabili, è uno sguardo lucido sulle anime della Rivoluzione e sulle reazioni umane ai grandi cambiamenti. L’indulgenza e la generosità paga? Anche i malvagi hanno una possibilità tutta laica di riscatto e di salvezza? Fino a dove si piò giustificare l’uso della violenza?

Questi sono i grandi interrogativi che percorrono la trama del romanzo, perfetto accompagnamento ai molti saggi che sono usciti, soprattutto nell’ultimo decennio, sul Terrore. Non mancano anche i grandi protagonisti, della storia, così insieme a personaggi di invenzione, ritroviamo, in una scena iconica che poi è stata ripresa nell’immaginario, Danton, Marat e Robespierre a colloquio tra loro in un dibattito il cui vero oggetto sono il senso e i limiti della Rivoluzione.

Una lettura impegnativa per chi ha voglia di cominciare a entrare nel vivo delle questioni.

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La copertina del romanzo Novantatrè di Victor Hugo, pubblicato da Mondadori nella collana Classici

Il piccolo gioiello, Gli undici di Pierre Michon

Ho letto Gli undici appena uscito in lingua originale (Les onze), perché adoro Michon da quando ho letto il suo Vite minuscole, sempre tradotto per i tipi Adelphi). Gli undici è un libro quasi sperimentale: è la storia di un capolavoro, Gli undici del titolo, che non è mai stato realizzato, di un pittore che non è mai esistito. La scrittura precisa, cesellata e pur immaginifica di Michon ci fa apparire questa tela di grandi dimensioni al centro del Louvre e ce la descrive rendendola viva. Gli undici sono i membri del “Gran Comitato”, cioè del Comitato di Salute pubblica nella sua ultima composizione, dopo l’esecuzione di Hérault de Seychelles nel febbraio (?) 1794.

Gli undici è un romanzo per immagini, che riesce a immergere il lettore nell’atmosfera del Terrore con poche sparse pennellate. Proprio come i grandi pittori neoclassici, attraverso una trama di luci ed ombre, prospettive e pennellate di colore Michon riesce a rendere vivi i grandi protagonisti (più o meno noti al pubblico italiano) dell’anno II. È il libro giusto per chi vuole entrare nella storia immergendosi in un’atmosfera.

La copertina del romanzo Gli Undici Pierre Michon, tradotto da Giuseppe Girimonti Greco e pubblicato da Adelphi nella collana Fabula

La rivoluzione dove non te l’aspetti, Nozze a Haiti di Anna Seghers

La figura di Toussaint Louverture, il giacobino nero reso noto al grande pubblico dal logo della rivista The Jacobin, ha suscitato grande interesse nel secondo Novecento, come icona antirazzista e anticolonialista; è proprio lui il grande protagonista di Nozze a Haiti. In questo breve romanzo, la scrittrice tedesca Anna Seghers ripercorre le vicende della rivoluzione di Haiti attraverso lo sguardo di Michel Nathan, scrivano di Louverture. Il tema di tutto il romanzo è l’intersezionalità delle oppressioni e delle lotte: i ricchi bianchi, proprietari delle piantagioni di Haiti, si rifiutano di adottare i provvedimenti delle assemblee rivoluzionarie francesi che garantiscono l’uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro etnia, anche nelle colonie. Saranno i neri, schiavi ed ex schiavi, ad organizzarsi, rivendicando libertà e uguaglianza, anche attraverso la lotta armata e la violenza. Questi rivoluzionari troveranno come oppositori non solo i bianchi, ma soprattutto i creoli, che hanno paura di perdere la loro posizione nella scala sociale.

Nozze ad Haiti è una lettura molto attuale, che fa riflettere sulla problematicità di certe lotte e su come i principi nati dalla Rivoluzione Francese non siano affatto scontati.

Nozze a Haiti di Anna Seghers, tradotto da I. Nerozzi e pubblicato da Filema nella collana Conchiglie

Una prospettiva femminista, La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli

Nella mia personale selezione non poteva mancare un romanzo che ha come oggetto la nascita del primo movimento femminista europeo. La donna che visse per un sogno è la biografia romanzata della più celebre femminista della Rivoluzione, Olympe de Gouges, l’autrice della Dichiarazione della donna e della cittadina.

La figura di Olympe spicca il volo, circondata da una corale tutta femminile, e da personaggio storico diventa il simbolo romantico di tutte le donne che lottano e hanno lottato per i propri diritti e che hanno sacrificato tutto, anche la loro vita, per il bene delle generazioni future.

È un libro che può aprire una prospettiva nuova sulla storia, un modo per entrare nella storia di genere attraverso una storia coinvolgente.

La copertina del romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, pubblicato da Sperling & Kupfer

La rivoluzione a casa nostra, Il resto di niente di Enzo Striano

Un’altra grande protagonista femminile, Eleonora de Fonseca-Pimentel, ci accompagna nell’avventura tragica delle repubbliche sorelle degli stati italiani. Quando il fuoco della rivoluzione si sta ormai spegnendo, in Italia fioriscono le Repubbliche giacobine, nella speranza che Napoleone e i Francesi portino anche negli stati della penisola i principi rivoluzionari. Il resto di niente è un’amara riflessione sull’effimera esperienza della Repubblica Napoletana del 1799, ma in generale sul ruolo della nostra esperienza individuale nella storia.

La vicenda narrativa, straziante e sublime, non è che un pretesto per una riflessione sulla futilità dell’esperienza umana, che viene annullata dalla morte e che è sempre in balia della “forza delle cose”, che sovradetermina le scelte individuali e collettive. Ed è forse proprio questo senso di impotenza che si scontra continuamente con la voglia di vivere della protagonista la caratteristica più interessante del romanzo e che ricorda tanti passaggi dell’oratoria rivoluzionaria.

È un romanzo per chi vuole andate oltre gli eventi e immergersi nella filosofia della Rivoluzione.

Il resto di niente di Enzo Striano, pubblicato da Oscar Mondadori

Il romanzo indie, Robespierre, le parole e il silenzio di Maria Fabbri

Fra i tanti romanzi che danno voce ai protagonisti della rivoluzione, vi consiglio di recuperare Robespierre, le parole e il silenzio di Maria Fabbri. Pur essendo un romanzo, infatti, questo libro ha la precisione di un saggio nella cura del dato storico e nella precisione ideologica. L’autrice accompagna chi legge alla scoperta degli anni 1789-1794, attraverso il percorso politico e umano di Robespierre. L’utilizzo estensivo della prima persona, unito a un linguaggio diretto e contemporaneo, ma allo stesso tempo mai banalizzante, fa entrare in medias res nei pensieri del protagonista e negli eventi.

La narrazione, dunque, è dichiaratamente partigiana, ma questa è proprio la forza del libro, che lo distingue da molte altre pubblicazioni, perché la passione e la competenza dell'autrice pungolano chi legge e costringono a considerare un punto di vista forse diverso da quello che normalmente ci immaginiamo.

La copertina del romanzo Robespierre - Le parole e il silenzio di Maria Fabbri

Tra ricordi ambigui e lunghe divagazioni: La misura del tempo di Gianrico Carofiglio

Tra ricordi ambigui e lunghe divagazioni:

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel 2022 Gianrico Carofiglio festeggerà i primi vent'anni della sua carriera letteraria: in questi due decenni lo scrittore ed ex-magistrato pugliese è stato in grado di produrre una quantità invidiabile di opere, tra racconti brevi e romanzi, e di guadagnarsi un seguito di tutto rispetto. Bisogna inoltre riconoscergli l'estrema coerenza nella scelta delle tematiche da affrontare, nei toni da adoperare e nel tratteggio dei propri personaggi; ne consegue che, nonostante il loro grande numero, i suoi testi siano quasi tutti riconducibili a due filoni principali: il legal thriller, cui appartengono i romanzi che hanno per protagonista l'avvocato Guido Guerrieri, e il noir puro, inaugurato da Il passato è una terra straniera (2005) e di recente serializzato con l'introduzione di un secondo personaggio ricorrente, il commissario Fenoglio. Gli esemplari pertinenti all'uno o all'altro canone (e, a dirla tutta, anche le sporadiche deroghe) sono sempre permeati da una certa malinconia, dal rimpianto per il tempo trascorso e dalla disillusione dell'età adulta; si svolgono inoltre in luoghi notturni densi di ricordo, popolati da personaggi romanticamente complessi e vivacizzati da ardite sinestesie: una sorta di universo che i lettori hanno imparato a conoscere e apprezzare.

La misura del tempo, uscito negli ultimi mesi del 2019 per Giulio Einaudi Editore e oggi candidato al Premio Strega, vorrebbe forse proporsi come un compendio della produzione carofigliana: esso risulta pienamente ascrivibile a entrambe le tipologie predilette dall'autore e presenta in grande spolvero tutte le componenti basilari dei suoi libri, giungendo a un risultato decisamente interessante.

Palazzo Mincuzzi a Bari. Foto di Elias Nössing

Nella sua sesta avventura, l'avvocato barese Guido Guerrieri è stavolta alle prese con la difesa di un giovane accusato dell'omicidio di un piccolo spacciatore; il caso è reso particolarmente spinoso dal fatto che il ragazzo, delinquente conclamato, sia già stato condannato in primo grado, e soprattutto dalla scomoda figura di sua madre Lorenza.

Ella è una vecchia fiamma di Guido: quando lui era ventenne lo aveva iniziato a una vita bohémienne priva di inibizioni, facendogli perdere la testa per poi abbandonarlo e riapparire a distanza di trent'anni, nelle vesti di una donna disincantata e ambigua. L'inquietudine del protagonista nei suoi confronti si riflette inevitabilmente sulla percezione del caso, portandolo a non essere mai pienamente convinto della colpevolezza o dell'innocenza del suo assistito.

Lorenza è in effetti la personificazione dei temi portanti del libro, espressi efficacemente già dal titolo stesso del romanzo: l'umano straniamento nel rendersi conto che il tempo scorre in una sola direzione, la potenza autolesionistica della nostalgia e al tempo stesso la possibilità che, a un riesame a distanza, il ricordo possa rivelarsi fallace fino a raggiungere conclusioni opposte a quelle iniziali, a loro volta scorrette.

La narrazione si snoda pertanto su due piani narrativi che si intersecano tra loro: il presente di Guerrieri, che include l'indagine che questi compie assieme al suo variopinto team, e un corposo flashback in cui viene narrata l'avventura tra Guido e Lorenza; quest'ultimo blocco, a sua volta, alterna la rievocazione di episodi significativi ad altri molto meno interessanti, risultando forse eccessivamente lungo e, in molti frangenti, monotono.

Esiste poi un terzo piano narrativo che trascende in maniera subdola gli altri due: quello delle divagazioni. Nel capitolo 13, parlando del romanzo di Laurence Sterne La vita e le opinioni di Tristam Shandy, gentiluomo, elogiandolo come “un grande romanzo di divagazioni” Guerrieri afferma: “le divagazioni sono la mia passione, in tutti i campi”. Non è difficile riconoscere in questa dichiarazione la voce dello stesso Carofiglio, poiché la sua poetica si basa su un massiccio utilizzo di questa tecnica narrativa.

Non fa eccezione La misura del tempo, nel quale la narrazione si interrompe spesso per lasciar spazio a parentesi brevi o lunghe, entro le quali l'autore inserisce ricordi, opinioni, aneddoti, perfino ricette: ciò accade all'interno di singoli paragrafi, talvolta addirittura nel bel mezzo di dialoghi e periodi; interi capitoli, infine, deviano dalla storia principale per presentare delle scene d'intermezzo.

Non sempre queste digressioni risultano efficaci o propedeutiche allo svolgimento della vicenda: se alcune di esse aiutano a entrare nella quotidianità di Guerrieri e/o a meglio comprenderne comportamenti e stati d'animo, molte altre sembrano fini a loro stesse. È il caso della sequenza ambientata nella libreria notturna dal suggestivo nome “l'Osteria del Caffelatte”, luogo inventato da Carofiglio e amato dai suoi lettori: per quanto affascinante, questa lunga scena (che comprende perfino una dissertazione filosofica di ben tre pagine) risulta del tutto priva di utilità, facendo sorgere il dubbio che l'autore l'abbia inserita per pure questioni di fanservice.

Le digressioni risultano quantomai deleterie se si considera che la vicenda giudiziaria alla base del romanzo sia una delle più avvincenti mai costruite da Carofiglio. La storia di Iacopo, figlio di Lorenza, è studiata per instillare nel lettore lo stesso dubbio che affligge Guerrieri, portandolo di volta in volta a propendere per innocenza o colpevolezza.

Ne risulta che i frangenti più godibili e riusciti del libro siano quelli in cui l'indagine e il successivo procedimento giudiziario vengono narrati con l'asettica linearità di un verbale, inframmezzata al massimo dalle inevitabili (ma utilissime) spiegazioni per i non addetti ai lavori; il continuo rovesciarsi dei ruoli e il rimpallo tra accusa e difesa non scioglie affatto il dubbio alla base della storia, riflettendo in pieno l'ambiguità della Legge italiana: non toglieremo al lettore il piacere di scoprire la sorprendente conclusione, anche perché essa si basa su particolari meccanismi narrativi che la rendono difficilmente riassumibile, ma che di certo causeranno un piacevole spiazzamento.

È dunque nel nucleo narrativo alla sua base che La misura del tempo si rivela un libro valido e appassionante; meno riuscito sembra invece il lavoro “di fino” finalizzato a dare corposità e sentimento a una storia che, per quanto bella, si esaurirebbe in un centinaio di pagine.

La città di Bari è sullo sfondo degli scritti di Gianrico Carofiglio e pure nel romanzo La misura del tempo. Foto di NuvolaBianca

Tematiche, luoghi e atmosfere tipici degli scritti di Carofiglio risultano infatti privi di smalto e ben più opachi rispetto al passato: la città di Bari, altre volte presente fin quasi a risultare essa stessa un personaggio, è qui resa in maniera stanca e priva di personalità; i personaggi di contorno, pur ben costruiti, piacciono senza affascinare, forse anche a causa della mancanza di spazio sufficiente a delinearli con efficacia sviluppandone al contempo caratteristiche e vicende personali.

In ogni caso, complice anche la prosa snella e la semplicità degli intrecci, La misura del tempo rimane un libro ad alto grado di leggibilità, facile da assimilare e in grado di stuzzicare il lettore, sia esso già avvezzo alla lettura dei testi di Carofiglio o meno.

La misura del tempo Gianrico Carofiglio
La copertina del romanzo La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Big

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

 


Giovanissimi di Alessio Forgione: un vero romanzo italiano

Un evento letterario inusitato del 2019 è stata la pubblicazione da parte di Adelphi, per la seconda volta soltanto nella sua storia editoriale, di un’opera prima, ovverosia del romanzo Benevolenza Cosmica di Fabio Bacà. Inutile dire che le aspettative erano altissime, ragion per cui, di fianco a opinioni entusiastiche che elogiavano la novità, l’originalità e la brillantezza del romanzo, una pacata delusione per l’ardita scelta di Adelphi ha preso piede fra i lettori.

Cosa non andava nel lavoro di Bacà? Semplicemente, sembrava uno strano romanzo scritto in italiano da un autore americano. Mi spiego: com’è stato fatto notare benissimo da altri recensori (cito un’ottima analisi di Vincenzo Politi da Goodreads), Bacà, verosimilmente affascinato dalla ruggente ed estremamente vitale letteratura americana contemporanea, ne ha importato i toni e gli stili, che però deve aver conosciuto solo attraverso delle traduzioni, e li ha impiantati nel contenitore-romanzo italiano. Il risultato è, però, leggermente grottesco, se il nostro autore, pur ispirato dai grandi narratori statunitensi degli ultimi decenni, decide di ambientare la sua storia in una Londra irreale (in cui forse è stato solo da turista?), senza evidentemente conoscere a sufficienza l’inglese, se ad un certo punto il protagonista discute sul darsi del lei o del tu. Un vero peccato, perché l’idea di fondo del romanzo era anche interessante, un po’ distopica alla Carrère.

Ma questo articolo, malgrado il verboso paragrafo iniziale, non è una recensione a Benevolenza Cosmica, e l’opera prima di Bacà ci serviva solo ad introdurre un’importante riflessione sull’editoria nostrana, a cui il tipico romanzo italiano – o all’italiana – non piace più tanto, se per essere pubblicati da Adelphi dobbiamo strizzare l’occhio a David Foster Wallace.

Alessio Forgione

Verrà da chiedersi, allora, che cosa sia un romanzo italiano. Ce lo spiega, o meglio, ce lo ricorda, Alessio Forgione, autore di Giovanissimi, in lizza fra i dodici finalisti per il LXXIV Premio Strega, divenuto noto dopo il successo del suo primo romanzo Napoli Mon Amour.  La storia è semplicissima: ci troviamo davanti a un breve romanzo di (incompiuta) formazione che ha per protagonista un quattordicenne napoletano, ed è ambientato negli anni ’80. Il giovane protagonista non è un prodigio, o un talento, o un genio, né un totale reietto, o un caso perso, o un rifiuto della società. Non è neanche un vero e proprio mediocre, né è un poveraccio. È solo un ragazzino (Marco, detto Marocco per i capelli scuri e ricci) mediamente intelligente ma niente affatto brillante, figlio di un semplice e onesto lavoratore stipendiato e di una donna che lo ha abbandonato quando aveva 9 anni, e dal cui abbandono è rimasto comprensibilmente segnato. Marocco gioca a calcio a livello agonistico, non studia quasi, inizia a spacciare nei bagni della scuola, in principio riluttante ma poi decisamente convinto dal suo migliore amico Lunno (un mezzo ragazzaccio non poi davvero cattivo), e ad un certo punto si innamora dell’angelica e deliziosa Serena, una brava ragazza che per la prima volta lo fa sentire amato.

Insomma, gli ingredienti del romanzo italiano ci sono tutti. Perché a differenza della Francia, dell’Inghilterra, della Russia, i cui romanzi ottocenteschi e del primo novecento hanno fatto la storia della letteratura mondiale, l’Italia, da sempre perlopiù patria di poeti (fatte pochissime eccezioni), ha davvero conosciuto la sua grande stagione del romanzo nel secondo dopoguerra. Il romanzo italiano è un romanzo che parla di poveri, di vinti, di gente normale, spesso un po’ sfortunata (come Marocco, la sua famiglia e i suoi amici), in opposizione ai grandi romanzi americani, pullulanti di self-made men, di rincorse al sogno capitalista (da Gatsby, allo Svedese di Pastorale Americana), o ai romanzi inglesi, dai protagonisti aristocratici e di buona famiglia (da Wilde, alla Woolf, a McEwan).

Alessio Forgione

L’italiano di Forgione è pulitissimo, e, pur nella sua chiarezza così netta e distinta, si sa presentare con convinzione come l’italiano di un quattordicenne. I pensieri del giovane Marocco non sono mai filtrati da una voce autoriale, e l’unico vero “filtro” è necessità del narratore di renderli in un italiano esatto, preciso. Non incontriamo mai la verbosità, talvolta futile, e la ridondanza di dialoghi di certi romanzi italiani contemporanei di grande successo (si pensi alla lunga saga della Ferrante).  La semplicità dello stile di questo romanzo si identifica con la semplicità dei fatti che racconta: la Napoli presentata da Forgione è una Napoli di gente comune, dove la malavita esiste (e non risulta edulcorata), ma la cui descrizione non ruba la scena alla vita semplice dei protagonisti; abbiamo poche azioni, azioni poco memorabili, banali, quotidiane; molti pensieri e riflessioni spontanee, decisamente e meravigliosamente comuni. E un finale brusco, agghiacciante, aperto e allo stesso tempo non aperto, in una sorta di climax che non si sa se ascende o discende.

Chi vincerà il Premio Strega è sempre difficile dirlo con largo anticipo, ma sarebbe innegabilmente bello che quest’anno lo vincesse un vero romanzo italiano.

Giovanissimi di Alessio Forgione
La copertina del romanzo Giovanissimi di Alessio Forgione, pubblicato da NN Editore

Giovanissimi di Alessio Forgione è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Le foto di Alessio Forgione sono state cortesemente fornite dall'Ufficio Stampa NN Editore

Napoli in una foto di Orna Wachman

 


Ho cercato me stesso: riflessioni sull'ultimo Cesare Pavese

«HO CERCATO ME STESSO»: RIFLESSIONI SULL'ULTIMO CESARE PAVESE

«L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia»

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

Questa la premonizione in chiave letteraria di quello che sarebbe stato l’ultimo tragico e doloroso grido di disperazione che Cesare Pavese, tra i più acuti, lungimiranti e complessi scrittori del ventesimo secolo, emise prima di porre prematuramente fine alla sua vita, il 26 agosto 1950, in una cupa e tetra camera d’albergo. Un’epigrafe sentenziosa, il desiderio di increspare la superficie dell’Essere, con un’onda di vigore intellettuale e filosofico destinato a non rimanere insignificante e fugace.

Le Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Francesca Cappa, CC BY 2.0

Con un ingente quantitativo di sonniferi, Pavese ha definitivamente messo a tacere i propri fantasmi, ha cessato di assaporare, in ogni sua forma, la noia e il tedio, protagonisti indiscussi della sua intera esistenza e che, come ha sempre affermato lo stesso scrittore, lo segnarono per una sorta di preistoria umana e letteraria. Uno spleen atavico, tipicamente decadente, incornicia ogni sua opera, rendendola irresistibilmente affascinante. Tale aura di mestizia, suggestiva e commovente, si accompagna all’incessante desiderio di far affiorare i segreti più reconditi del proprio io, segnato da contorte vicende biografiche, attraverso l’analisi sofferta di un profondo vuoto esistenziale, che trova espressione nella psicologia tormentata dei protagonisti dei suoi romanzi. Nondimeno, Pavese, sempre saldamente ancorato ai ricordi della prima infanzia, riempie le sue pagine di amene descrizioni paesaggistiche, delineando perfettamente i dolci profili delle colline piemontesi e vagheggiando le vaste distese delle Langhe, oggetto di una rappresentazione selvaggia, chiusa in una sfera mitica, in cui gli istinti più elementari si scatenano senza freni inibitori. Lo scrittore, già dal romanzo d’esordio, Paesi tuoi, si dimostra un appassionato studioso di etnologia e antropologia culturale, analizzando la realtà contadina come depositaria di miti e riti arcaici, rimanendo stregato da un’atmosfera magica, popolata da presenze inquietanti e misteriose. Proprio come Beppe Fenoglio, Cesare Pavese attua una efficace e drammatica commistione fra la ruralità dei villaggi delle Langhe e la tragicità della violenza storica, che irrompe prepotentemente in un ambiente fino a quel momento risparmiato dal vorace progressismo caotico della realtà cittadina.

Le vicende relative agli sviluppi del secondo conflitto mondiale e ai risvolti umani ed esistenziali che esse ebbero nella popolazione della penisola italica trovano un doloroso riscontro nelle opere di Pavese. A tal proposito, particolarmente illuminante è l’esempio offerto dall’indiscusso capolavoro dello scrittore, La casa in collina.

La vicenda di Corrado, protagonista del romanzo, trova scopertamente il suo corrispettivo nella biografia e nella crisi esistenziale di Pavese. Il personaggio (alter ego dello scrittore), professore torinese, per sfuggire ai bombardamenti aerei che terrorizzano la città, decide di rifugiarsi in collina, trovando ospitalità presso Elvira e sua madre. Corrado, pur dimostrando una brillante intelligenza, unita ad una profonda sensibilità, affronta gli eventi del suo presente in maniera apatica, rasentando, in apparenza, una lucida e cinica indifferenza. In un certo qual modo, si può dire che il suo atteggiamento coincida con l’apatia e l’ostentata impassibilità dei personaggi moraviani, pervasi dalla medesima opprimente coltre di passività, disincanto ed insensibilità.

Cesare Pavese
Cesare Pavese. Foto in pubblico dominio

Pavese, pur essendosi sempre dimostrato un fervente antifascista, arrivando perfino ad essere confinato a Brancaleone in virtù della sua compromettente vicinanza a Leone Ginzburg, dopo l’8 settembre 1943, non aderì comunque alla lotta partigiana, preferendo rifugiarsi nel Monferrato. L’autore, d’altronde, maturò un profondo disagio esistenziale a seguito di tale posizione defilata dagli sconvolgimenti storici del suo tempo: non riuscendo a perdonarsi quella che si profilò per lui come una colpa irredimibile, fu preso, nel dopoguerra, da un rimorso straziante che trasfigurò sul piano letterario, materializzandolo nella figura di Anguilla, protagonista de La luna e i falò, scritto pochi mesi prima del suicidio.

È fin troppo evidente l’impossibilità per Pavese di convivere con un rimpianto spiazzante, derivato dal successivo ripudio di quello che percepiva come un colpevole atteggiamento contemplativo e abulico in un drammatico frangente storico, in cui la scelta, invece, avrebbe assunto quasi una valenza di salvifica necessità. Mai come in quel particolare momento, infatti, si rivelava indispensabile sottoporre ad un giudizio implacabile e senza possibilità di atteggiamenti ambigui la propria coscienza, scegliendo tra il morire per la libertà e il continuare a vivere nell’oppressione. Corrado, come d’altronde lo stesso Pavese, non è stato in grado di scegliere la militanza attiva e decide pertanto di ritornare nella sua casa in collina e cristallizzarsi in quella zona grigia, individuata da Renzo De Felice e che, in seguito all’armistizio di Cassibile, nell’Italia occupata dai nazifascisti, avrebbe costituito un limbo di amare incertezze per migliaia di persone.

Il professore torinese appare totalmente alienato dal fluire della Storia, incapace di agire; in seguito alla perquisizione nell’osteria di cui anch’egli è assiduo frequentatore, Cate, da lui amata in gioventù e lasciata per paura delle responsabilità, viene arrestata con altri compagni di lotta. Il figlio della donna, Dino, riesce a salvarsi, ma è deciso ad unirsi ai partigiani. Corrado, a questo punto, è afflitto da una tremenda crisi esistenziale, che lo porta a scandagliare impietosamente la propria coscienza, senza tuttavia riuscire a trovare alcuna possibilità di pacificazione interiore. Tale condizione psicologica di immobilizzante disperazione, del resto, non è altro che il prodotto del presente storico, dilaniato da orrori quasi inenarrabili a cui, però, Pavese sente il bisogno insopprimibile di dare voce nella propria produzione narrativa.

Il dramma della guerra e, più nello specifico, della guerra civile combattutasi fra repubblichini e partigiani, viene descritto in tutta la sua abominevole disumanità da un intellettuale che, in modo superficiale e pressappochista, è stato accusato di vigliaccheria e che, invece, si è dimostrato un acuto osservatore del reale, capace di denunciare le brutalità del suo tempo con sconvolgente sincerità, senza remore ed infingimenti. Emblematiche, ne La luna e i falò, le parole di Nuto e il racconto del vituperevole destino toccato a Santina, il cui corpo era stato dilaniato da un’insensata furia omicida e dato alle fiamme.

Nella pagine conclusive de La casa in collina, invece, Pavese insiste sull’assurda irrazionalità della guerra che, come affermato dallo stesso Marziano Guglielminetti, mette a nudo l'impotenza dell'uomo:

«Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso».

Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Gmarino49, CC BY-SA 4.0

Palpita, in Pavese, l’ardente bisogno di restituire il significato sacrale alla vita umana, di incitare ed esortare al recupero di una dignità perduta a causa dell’insensata violenza della tragedia storica.

Nel suo diario, Il mestiere di vivere, qualche giorno prima della sua fine drammatica, lasciò scritto: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. Ho cercato me stesso». Pavese ha interrogato le zone più oscure ed inquietanti della propria psiche, psicoanalizzato paure e rimorsi e, in tal modo, ha permesso ai posteri di penetrare nei meandri di un oscuro passato storico, ancora pullulante di incongruenze e misteri irrisolti.


Dantedì RAI

"Testimoni del tempo" e "Speciale per Dante": il Dantedì della RAI

"Testimoni del tempo" e "Speciale per Dante"

Per il Dantedì, Rai Cultura celebra il genio del poeta

 

Due programmi per celebrare la Divina Commedia e il suo sommo poeta:  in occasione del Dantedì, istituito per celebrare Alighieri il 25 marzo di ogni anno e alla vigilia del settecentesimo anniversario dalla morte, Rai Cultura dedica all’opera dantesca una programmazione in onda dal 16 al 25 marzo alle 16.00 su Rai5, con “Testimoni del tempo”, sei lezioni di Luca Serianni sulla Divina Commedia realizzate nel 2013, e a seguire “Storie della letteratura -  Speciale per Dante”, realizzato nel 2015.
La serie “Testimoni del tempo” - da lunedì 16 a sabato 21 marzo alle 16.00 - propone le sei “Lezioni” di Luca Serianni, con la regia di Daniela Mazzoli, sulla Divina Commedia. Serianni legge, commenta e analizza sei canti, due per ogni cantica, scelti tra i più noti e i meno conosciuti. Le sei puntate sono state realizzate presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana.
A seguire, lunedì 23, martedì 24 e mercoledì 25 marzo, è la volta dello “Speciale per Dante” di “Storie della Letteratura”, dei linguisti Valeria Della Valle, Giuseppe Patota, Luca Serianni e di Isabella Donfrancesco, Alessandra Urbani e Sandro Vanadia, con la regia di Laura Vitali. Ad ogni linguista è affidata la nota introduttiva di una cantica, realizzata nella cornice della Sala Dante del Casino Massimo Giustiniani in Roma, con gli affreschi dei Nazareni ispirati al poema dantesco: l’Inferno è affidato a Giuseppe Patota (Università di Siena – Arezzo), il Purgatorio a Valeria Della Valle (Università di Roma La Sapienza), il Paradiso a Luca Serianni (Università di Roma La Sapienza).
Accanto a loro 33 lettori eccellenti, scelti a suo tempo tra le figure più rappresentative della nostra scena culturale, affrontano le terzine dantesche in una ideale staffetta che vede intrecciarsi il mondo della scienza con le arti, la letteratura con la danza e il teatro, il cinema con la musica. Da Piera Degli Esposti a Francesco Piccolo, da Umberto Veronesi a Ennio Morricone, da Gian Luigi Beccaria a Ennio Calabria, da Roberto Bolle a Franco Mandelli, da Sandro Veronesi a Pupi Avati, da Giuliano Montaldo a Dacia Maraini, da Rosetta Loy a Tullio De Mauro, da Tiziano Scarpa a Ugo Gregoretti, da Marco Baliani a Valerio Magrelli, da Claudio Santamaria a Carla Fracci, da Giosetta Fioroni a Maddalena Crippa, da Jhumpa Lahiri a Flavio Caroli, da Glauco Mauri a Igiaba Scego: questi e altri i lettori che testimoniano tutta la grandiosa attualità del padre della lingua italiana. Le musiche che chiudono ogni puntata sono il singolare omaggio di Ambrogio Sparagna al poema dantesco.
Tra esegesi d’autore, approfondimenti linguistici, letture e curiosità, il giorno celebrativo di Dante diviene la straordinaria occasione per un viaggio nel testo e nelle radici dell’italiano, riscoprendole intatte nella lingua del nostro tempo.
Dantedì RAI

A spasso nell’officina di Manzoni con Giulia Raboni

come lavorava Manzoni Giulia RaboniIn questi giorni abbiamo letto tantissime citazioni di Alessandro Manzoni tratte da I Promessi Sposi (i miei lettori immagineranno a qual proposito). Ma ieri, 7 marzo 2020, era anche l’anniversario della nascita del poeta e scrittore milanese, che avrebbe compiuto ben 235 anni.
Tutti noi, del resto, abbiamo studiato almeno qualche verso del 5 maggio, di Marzo 1821 o qualche pagina dell’Adelchi o del Conte di Carmagnola. E tutti, e dico tutti, sin dalla scuola media, ci siamo immedesimati nelle vicende di Renzo e Lucia e di quel matrimonio che “non s’ha da fare, né domani, né mai.” Ci hanno anche spiegato dei diversi “crucci” del Manzoni, del suo “problema della lingua” e della rappresentazione del vero nel suo romanzo. Crucci che lo accompagnarono in tutto il percorso di revisione della sua opera, che durò dal 1821 sino al 1840, anno della cosiddetta “Quarantana”.

Ma come lavorava Manzoni?
Se lo chiede Giulia Raboni nel suo volume (Carocci Editore, 143 pag, 12,00 Euro).
Attraverso l’analisi filologica dei manoscritti di Manzoni, la Raboni ci permette di entrare a contatto con l’autore e di scoprire alcuni lati del suo carattere e del suo modus operandi, fondamentali per comprendere le opere di Manzoni a fondo.

“Manzoni, specie quello della stagione più creativa, lavora metabolizzando immediatamente quello che parallelamente trova nei documenti, nei libri consultati, accumulando all’interno di quanto scrive nuove serie di dati e di riflessioni che portano a un certo punto a una saturazione e a un superamento del del già fatto.” Proprio per questo motivo, la lettura e l’analisi di tutti gli scartafacci, degli abbozzi del Manzoni sono, per un filologo, operazioni, per dirla con le parole della Raboni, quasi “commuoventi”. È proprio questo il fascino della filologia d’autore, del resto: essere in grado di entrare “nell’officina dell’autore”, di scoprire quale procedimento, quanto lavoro risiede dietro la composizione di qualsiasi opera. E tratto caratteristico delle opere di Manzoni, per nostra fortuna, è proprio “una dialettica che non richiede dunque la cancellazione del passato ma invece la testimonianza e meditazione come gradino necessario per il suo miglioramento, come ben mostrano, sul lato per così dire più razionale e pragmatico dell’agire umano.” Questo spiega anche le diverse postille e correzioni di Manzoni anche su testi già editi, ma secondo l’autore sempre imperfetti.

Alessandro Manzoni
Ritratto di Alessandro Manzoni ad opera di Giuseppe Molteni, olio su tela (1835), alla Pinacoteca di Brera; immagine in pubblico dominio

Giulia Raboni, dopo un secondo capitolo in cui tratta della complessa catalogazione dei numerosissimi originali manzoniani ed il fondamentale intervento di Pietro Brambilla per le prime edizioni degli scartafacci di Manzoni, inserisce un capitolo a mio parere fondamentale nel volume: la biblioteca.
In questi ultimi anni, fortunatamente, la questione delle biblioteche d’autore e del loro rapporto con la tradizione è centrale nello studio e nella trattazione di uno scrittore o di un poeta e delle sue opere. Secondo la Raboni, infatti, negli ultimi decenni questo filone di ricerca ha avuto un notevole incremento “grazie al crescere di una nuova sensibilità, sviluppatasi anzitutto nei confronti di scrittori di età medievale (si pensi soprattutto alle indagini di Giuseppe Billanovich sulla biblioteca di Petrarca) e del Novecento.”
Lo studio delle biblioteche e che gli autori hanno apprezzato, studiato, postillato e con cui si sono confrontati, è importantissimo “per la ricostruzione del loro orizzonte culturale, con immediata ricaduta sull’individuazione delle fonti, altrimenti non sempre facilmente identificabili.”

Per i filologi è interessante, inoltre, il modo in cui gli autori “trattavano” gli esemplari su cui lavoravano, le postille, le annotazioni, le sottolineature in questi volumi è un altro aspetto che aiuta a capire le sfumature del carattere e della personalità di un poeta o di uno scrittore.
Qual era, quindi, il rapporto di Manzoni con i suoi esemplari, sia con quelli della residenza in Via Moroni che con quelli della villa di Brusuglio, cioè la sua residenza di campagna?
L’autore, da quanto si evince da una confessione contenuta in una lettera a Rossini nel 1831, prediligeva i volumi rari ed eleganti, ma non mancava di postillarli (come accadde anche con la sua copia del Vocabolario della Crusca del 1806).

Vale la pena sottolineare anche che nella residenza di campagna, dove l’autore trascorse diversi periodi, tra gli scaffali del Manzoni troviamo la “letteratura “botanica” e alcune importanti collezioni di classici: da quella degli Scrittori classici di economia politica, alle due raccolte di classici latini bipotinta e lemairiana, a quella milanese dei Classici italiani e ai padri della Chiesa”. La presenza di questi volumi nella Villa di Brusuglio sembra indicare la volontà di Manzoni di dedicarsi, quando lontano dalla vita e dai “crucci” cittadini, ad una letteratura in grado di allontanarlo dalla “operosa officina, specie linguistica” dei volumi presenti, invece, in Via Moroni, dove, invece, si trovano volumi “sulla poesia provenzale, i libri di poesia e la Storia e ragione d’ogni poesia del Quadrio, il Dizionario universale di Chambers (nell’edizione di Pasquali, 1748-49, in nove volumi) e una fitta serie di grammatiche e dizionari.
Pare, inoltre, che il Manzoni non si recasse in biblioteche per le sue ricerche. A parte qualche visita a qualche fondo privato, non si hanno prove sulla frequentazione dell’Ambrosiana e degli Archivi.

Gli ultimi due capitoli del volume della Raboni, invece, mirano all’analisi delle caratteristiche dei manoscritti di Manzoni, dei suoi scartafacci, che “sovrappongono fasi diverse di elaborazione non sempre facilmente districabili.”
L’autrice ci aiuta a capire e a far chiarezza tra le carte del poeta e scrittore milanese e tra le diverse redazioni testuali delle sue opere.
L’ultimo capitolo in particolare, è utilissimo per cercare di capire le intricatissime vicende che portano all’edizione definitiva de I Promessi Sposi.

La Raboni parte dalla descrizione della cosiddetta “Prima Minuta” del Fermo e Lucia 1821-1823, per poi passare alle differenze che si riscontrano con la “Seconda Minuta” del 1824, dal provvisorio titolo Sposi Promessi, per poi arrivare alla cosiddetta edizione Ventisettana e infine alla Quarantana e ne analizza i profondi cambiamenti dal punto di vista linguistico e della rappresentazione del rapporto tra realtà e finzione.
“E della lingua della Quarantana possediamo oggi una radiografia piuttosto esaustiva, tanto nella descrizione grammaticale, quanto nell’analisi stilistica, quanto infine nella valutazione del suo impatto sull’evoluzione della lingua italiana.”
Indispensabile è, a questo punto, l’inserimento nel capitolo, di un riferimento all’edizione interlineare de I Promessi Sposi di Riccardo Folli del 1877, che aiuta a far capire anche al lettore meno esperto quanto il testo di cui si è parlato finora sia “in movimento”, sempre in continua evoluzione.

Il testo di Giulia Raboni è uno strumento indispensabile perché aiuta a capire le complesse vicende filologiche delle opere di uno studiatissimo autore quale Alessandro Manzoni, sia di quelle più famose, lette, studiate e apprezzate, sia di quelle meno note, assolutamente da riscoprire e rivalutare ogni giorno.

Come lavorava Manzoni Giulia Raboni
La copertina del saggio Come lavorava Manzoni di Giulia Raboni, pubblicato da Carocci Editore nella serie Filologia d'autore della collana Bussole (545). La prima edizione è del 2017

 


Brama: le incertezze di un'anima in frantumi

Non lo dico mai, ma questa volta devo proprio: “questo libro merita!”
Ecco l’ho detto.
Di solito non mi esalto così tanto per un libro di narrativa appena uscito. Che devo farci? Sarà che ancora non accetto più il mio status di NON-PIÙ-STUDENTESSA UNIVERSITARIA, ma mi è rimasto un debole per i super manuali da mille pagine e per i saggi, soprattutto di letteratura e filologia.
Invece devo che Brama di Ilaria Palomba, edito da Giulio Perrone Editore (pagg. 239, €16,00), mi è piaciuto davvero molto.

Bianca, la protagonista, incarna un po’ tutte le incertezze ed i timori che qualsiasi donna o uomo, ad un certo punto della vita, può provare.
La differenza è che Bianca si fa distruggere dalle sue paure e dal suo senso di inferiorità nei confronti dei genitori, soprattutto dell’inarrivabile padre, psichiatra affermato che, in fondo, non fa moltissimo per aiutare sua figlia. Certo, cerca di evitarle diversi ricoveri in psichiatria dopo dei maldestri tentativi di suicidio, cerca di starle vicino come fa anche sua moglie, in certi momenti tanto odiata da Bianca. Ma, in concreto, Bianca si perde in quel suo senso di solitudine, si autodistrugge perché, secondo lei, ormai non c’è più nulla da perdere. Anche Carlo Brama, dopo averla salvata dalla vasca da bagno in cui Bianca si era adagiata dopo aver ingoiato numerose pillole, l’aveva lasciata.
L’anima di Bianca è in frantumi: “sei il fantasma di te stesso e cammini in coda a un’infinita molteplicità di sé. I frantumi, eccoli, li vedi? Li vedete? Per me in frantumi sono i dieci sé con cui parlo in chat, scambiando poesie di Rimbaud, Rilke, Hölderlin, frammenti di parole, versi spezzati…”

Brama Ilaria Palomba
Foto di Marika Strano

Di seguito, ulteriori particolari sulla trama del romanzo e considerazioni finali

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"Ossigeno", in apnea per respirare di nuovo

“Ossigeno” è ciò che manca leggendo l'ultimo romanzo di Sacha Naspini.

Scuro, claustrofobico, oppressivo, ma non per questo privo completamente di speranza: così si riassume l’ennesima grande prova di uno scrittore che sta dando molto alla letteratura italiana contemporanea.

È un libro che, parlando di una vicenda che ha quasi dell'incredibile, ci porta a indagare I recessi più nascosti e tremendi dell’animo umano, che ci fanno provare allo stesso tempo fascino e repulsione.

Apparentemente la storia sembrerebbe essere quella di una vittima incolpevole e inconsapevole. Luca - un ragazzo - scopre nel più brutale dei modi, attraverso le forze dell’ordine che si presentano alla sua porta, di aver convissuto per anni con un mostro, uno stimato intellettuale che in realtà rapisce e segrega giovani donne innocenti. Il protagonista non vive solo la fine brutale e improvvisa della propria giovinezza, ma vede crollarsi addosso un mondo che già una volta è stato quasi cancellato, segnato come è stato dalla scomparsa prematura della madre. Un vero e proprio terremoto esistenziale, simboleggiato propria da quel container in cui il padre-aguzzino ha tenuta rinchiusa per quasi una vita Laura, l’ultima delle sue vittime e l’unica a essere sopravvissuta. Una scossa sismica che manda in frantumi l’identità del protagonista, torturato dal dubbio che il sangue e i geni non si possano sconfiggere. Per tentare di rammendare il filo della propria esistenza e ricomporre un’identità il figlio si incarica dunque di riparare ai torti del padre, vegliando su Laura, tra ossessione, amore e la ricerca frenetica dell’espiazione.

Essere figli di un mostro condanna dunque a essere mostri?

Se la risposta fosse granitica, non staremo parlando di un’opera di Naspini, perché se una caratteristica ricorrente si può riscontrare nella poetica dell’autore de “Le case del Malcontento” e de “I Cariolanti”, è proprio quella di non ergersi mai a giudice delle vicende umane dei propri personaggi e di non presentare mai risposte facili: perché l’uomo, sembra raccontarci ogni volta lo scrittore, è un mosaico composito di Bene e di Male. O meglio il Bene e il Male sono sfumature di colore che cambiano nella pupilla di chi osserva a seconda della luce.

È così che la vittima può diventare carnefice e il carnefice vittima, in un balletto complesso e perverso di ruoli e di emozioni che coinvolge non solo i due protagonisti, ma tutti i personaggi che ruotano loro intorno.

I colpi di scena, sostenuti da una prosa accattivante e capace di lavorare con pennello impressionistico immagini realistiche e dolorosamente vivide, e la polifonia che non si trasforma mai in confusione richiamano alla mente proprio “Le case del Malcontento”. Se qui la lingua non vive degli echi della parlata maremmana, non per questo Naspini si accontenta di un facile stile medio, ma gioca con le voci dei suoi personaggi e coi loro registri in un gioco di trasparenze e di riflessi che entra a pieno titolo nella trama.

“Ossigeno” si legge in apnea, scorre veloce, ma rimane addosso, proprio come ci si ricorda, riemergendo, di quello stato tra trepidazione e timore nel momento in cui manca l’aria sott’acqua. 

Ossigeno Sacha Naspini
La copertina di Ossigeno di Sacha Naspini, edizioni e/o

Pietro Citati racconta il giovane favoloso Leopardi

  “La letteratura era stata, per lui, un dono sostitutivo, perché gli dei e la fortuna gli avevano concesso di scrivere, non di vivere. La malattia aveva cancellato, anno dopo anno, questo dono. Ora egli era diventato una cosa, [...] non poteva più leggere, né scrivere, né correggere i propri versi. Così anche la letteratura, l’unico conforto rimasto, era stata abolita [...], sebbene non si lamentasse della propria infelicità, perché era troppo grande.”

Tutti, nella nostra libreria, dovremmo avere Leopardi, la biografia del poeta recanatese scritta da Pietro Citati per Mondadori (pp. 436, €12.50). Se già amate il poeta recanatese, non farete altro che amarlo ancor di più; se, invece, al liceo, avete detestato il “depressissimo” Leopardi e le sue opere piene di “maiunagioia”, allora, forse, vi ricrederete.

Pietro Citati comincia a raccontare, con estrema precisione, tutti i dettagli dell’infanzia e dell’adolescenza di Leopardi: ci porta a Recanati, nella casa natìa di Giacomo. Nella biblioteca che il Conte Monaldo, “un uomo bizzarro ed estroso, insieme meschino e donchisciottesco”, allestisce per permettere al giovane Leopardi e ai suoi fratelli, Carlo e Paolina, di studiare senza mai dover abbandonare la casa e, soprattutto, Recanati.

Il borgo marchigiano, dirà a più riprese Citati, fu una vera e propria prigione per Leopardi, il quale più volte tenterà la fuga. Penserà di andare “chissà dove” già nel 1819. Quello fu un anno terribile per Giacomo.
Vessato sin dai primi anni della sua vita dalla malattia, la tubercolosi, che gli porterà indicibili sofferenze (dalla cecità, ai dolori articolari, ai dolori lancinanti allo stomaco), Giacomo non troverà altro rifugio se non nella letteratura e nel suo “studio matto e disperatissimo”.

È proprio nel 1819 che Leopardi pensa di essere ormai giunto alla fine della sua vita. Ci sono dei giorni in cui si sente talmente male che non riesce ad immaginare un futuro lungo e ancora tanti giorni davanti a sé. Vorrebbe solo andare via da quel borgo così limitato e scoprire il mondo. Vorrebbe viaggiare, anche se per quel poco tempo che sa benissimo di avere a disposizione. E invece, dopo aver ordito un astuto piano che avrebbe dovuto permettergli la fuga, il padre lo scoprirà e Giacomo si sentirà sempre costretto tra quelle quattro mura, la via di uscita gli sembrerà sempre qualcosa di inafferrabile, inarrivabile. Tornerà, quindi, ai suoi studi: in biblioteca con i suoi fratelli, fedeli compagni in quelle buie mattine di Giacomo. Ci regalerà, in quello stesso anno, l’Infinito.

Leopardi sa bene, però, che “l’educazione e l’istruzione erano una angustia, un timore, una fatica, una tortura [...], la distruzione e cancellazione della giovinezza.” Come dargli torto?
Fuori dalla biblioteca Giacomo avrebbe potuto vivere il mondo e le sue esperienze: dentro le mura paterne, invece, c’erano catene ed ombre. Le catene di quella prigione da cui, solo negli anni successivi, si sarebbe liberato e le ombre di chi vive una vita nella sofferenza, guardando faccia a faccia il dolore.

“Come raccontano le ricordanze, la notte poteva essere un supplizio: ombre, larve, spettri, fantasmi, visioni, timori, tenebre, sudori freddi, orrori, lugubri immaginazioni, chimere, spasimi, apparizioni di un altro mondo”.
Tutta la prima parte del libro di Citati è quindi dedicata alla descrizione dei membri della famiglia Leopardi (lo spazio maggiore viene riservato al Conte Monaldo) e ai momenti che più hanno caratterizzato e poi influenzato la composizione poetica di Giacomo.

Giacomo Leopardi, ritratto ad opera di Ferrazzi, 1820 circa, attualmente presso Casa Leopardi a Recanati. Immagine in pubblico dominio

Citati, nella seconda parte del libro, passa all’analisi delle opere di Leopardi: l’Infinito, lo Zibaldone, le Operette Morali, alcuni dei Canti più famosi del “giovane favoloso”, simboli della sua poetica. L’autore di questa biografia non scinde mai la vita privata di Giacomo e le sue complesse vicende dalla trattazione delle opere che noi tutti, bene o male, conosciamo e che fanno parte della nostra cultura e del nostro essere italiani.

Diversi capitoli sono dedicati ai viaggi che intraprende il nostro Giacomo, quando finalmente riesce a scappare dalla tanto odiata Recanati: Citati ci parla del viaggio a Roma di Leopardi, intrapreso nel 1822 e della delusione che il poeta provò nei confronti della città e dei letterati romani: “erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in Paradiso”.
Giacomo si commosse solo visitando il sepolcro di Torquato Tasso nel 1823: “fu commosso dal contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura; e tra la magnificenza dei monumenti romani, che egli aveva osservato con assoluta indifferenza, e la piccolezza e la nudità di questo sepolcro.”

Poi il viaggio a Bologna, nel 1825, la partenza per Milano, il ritorno a Bologna e la sua permanenza in città, dove fu accolto molto bene dalla società di intellettuali del tempo.
Nel giugno 1827 Leopardi decide di recarsi a Firenze dove avrà la possibilità di conoscere nuovi intellettuali, i quali diventeranno suoi amici: amici che Leopardi, a Recanati, non ha mai avuto. Giacomo, sebbene continui ad avere innumerevoli disturbi fisici, è più sereno. Quando è in viaggio, lontano dal borgo dove è nato, le giornate sono più sopportabili.
Firenze non gli piacque abbastanza, quindi decide di andare a Pisa. Rimarrà colpito soprattutto dal clima della città toscana. Leopardi scriverà, infatti, di poter passeggiare molto anche in inverno, e lì gli inverni sono molto meno rigidi che a Recanati.

Quando farà ritorno a Recanati, a fine novembre del 1828, Leopardi vivrà diciotto mesi di inferno. Le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente ed il poeta si trova di nuovo rinchiuso nel carcere dove ha trascorso l’intera giovinezza.
Solo quando partirà nuovamente per Bologna e Firenze per non far mai più ritorno a Recanati il suo animo di rasserenerà, anche se Giacomo è ormai consapevole di non avere più molti anni davanti a sé.
Ormai quasi cieco, Leopardi riuscirà a dar vita all’edizione napoletana dei Canti, pubblicata nell’aprile del 1831 dall’editore Guglielmo Patti, di cui, però, non riesce a correggere le bozze.
Nel 1833 il suo ultimo viaggio per recarsi a Napoli insieme all’amico Antonio Ranieri, dove Leopardi morì qualche anno più tardi, il 14 giugno del 1837.

Leopardi di Pietro Citati è un “must have” nelle nostre librerie, perché è capace di narrare le complesse vicende dell’autore recanatese e qualche aneddoto riguardante il nostro “giovane favoloso” in maniera scorrevole, piacevole e mai scontata.

Pietro Citati Leopardi
La copertina del libro Leopardi di Pietro Citati, nell'edizione Oscar Bestsellers della Mondadori

Ove non indicato diversamente, la foto è stata scattata da Marika Strano.

Leopardi Pietro Citati


straniera Claudia Durastanti

Straniera ovunque, novunque

L’altro giorno, mentre alla stazione Termini stavo aspettando uno degli innumerevoli treni su cui dovrò salire questo mese, una signora mi si avvicina e, in un inglese molto stentato, mi chiede se quello fosse il treno diretto ad Orbetello. Rispondo di sì, e la signora mi risponde con un sentito grazie, in italiano, come se le avessi rivelato uno dei Segreti di Fatima. Allora, chiama a sé i suoi tre bambini, mi guarda e mi dice, in un italiano altrettanto stentato: “brutto essere stranieri qui, nessuno risponde. Scusa per mio italiano!”

Le ho sorriso e, dopo averle risposto che ho capito benissimo quello che mi ha detto in italiano, le ho chiesto scusa a nome di tutte quelle persone che non si sono fermate per perdere trenta secondi per darle conferma che quello fosse il treno per Orbetello.

Quindi salgo sul treno, mi siedo e prendo il libro di Claudia Durastanti, La Straniera, dal mio zaino per leggere le ultime pagine. Confesso di averlo letto tutto d’un fiato. Non stupisce affatto che questo libro sia rientrato tra i finalisti del Premio Strega 2019.

Questo mese, una lettura del genere ci voleva proprio: la protagonista di questo libro, infatti, si pone tantissimi degli interrogativi che mi pongo io in questo periodo. Durante le mie continue peregrinazioni di questi giorni, infatti, mi sento più straniera che mai, anche se mi sono allontanata relativamente poco dalla mia terra di origine, la Sicilia. Leggere dei continui viaggi e spostamenti dell’autrice di questo splendido libro, edito da La nave di Teseo (pp. 285, € 18,00), non solo mi aiuta a riflettere, ma mi fa sentire molto meno sola.

In fondo, almeno una volta nella nostra vita ci sentiamo tutti stranieri. Stranieri in un paese diverso dal nostro, stranieri nei confronti di persone che, seppur nostri conterranei, scelgono esperienze totalmente diverse dalle nostre. E non capita, talvolta, di sentirsi stranieri in famiglia, perché non capiti o forse non sempre accettati? Ed è per questo, quindi, che, come la protagonista de La Straniera, cerchiamo di mettere radici in altri luoghi… Dovunque, in nessun posto… “novunque”.

Negli anni dopo il divorzio, mia madre ha continuato a camminare e a scappare, a volte prendendomi in ostaggio. Invece di mandarmi a scuola durante la stagione primaverile mi faceva indossare una tuta acetata, metteva delle caramelle nel marsupio e mi costringeva a seguirla a piedi da un paese all’altro. Io andavo, camminavo senza prenderla per mano con il fiato rotto e le scarpe da ginnastica immerse negli stagni pronta a schiacciare i girini, tiravamo avanti per otto ore prima di fare marcia indietro. Serviva a lei stare là fuori, non a me, ma io camminavo lo stesso”.

Non smette mai di camminare - per fortuna - la protagonista di questo romanzo, sia per le vie di piccoli paesini della Basilicata, sia in America, dove si trova a dover vivere per certi periodi della sua vita. Nonostante le avversità che le riserva la vita, non si arrende ed è grazie alla letteratura, ad altri viaggi (che la ragazza può intraprendere grazie ai suoi libri) che non perde mai la curiosità, il desiderio di sapere e di conoscere nuove persone e luoghi.

L’autrice del romanzo, attraverso la sua protagonista, è capace di affrontare il tema della sordità di entrambi i genitori di quest’ultima in maniera mai banale. Non si ha l’impressione di leggere delle (dis)avventure di due persone disabili, tutt’altro. Con estrema abilità, la Durastanti non trasforma l’adolescenza ed il turbolento matrimonio di quella coppia nel solito triste e melodrammatico cliché, ma parla della disabilità se non come una delle caratteristiche fisiche di quell’uomo e quella donna che forse non si sono neanche amati davvero, ma solo perché avevano entrambi quella caratteristica fisica e si sa che “la somiglianza viene prima di tutto”, in fondo.

Quindi, forse, si sono scelti perché con qualche altra persona, probabilmente, si sarebbero sentiti esclusivamente degli estranei, degli stranieri. Anche la disabilità, nonostante si sia nel 2020, purtroppo ti rende diverso. O forse, sono semplicemente gli occhi delle persone che lo fanno.

L’autrice decide di non raccontare gli eventi della protagonista e della sua famiglia, in particolare modo della madre, con la quale non ha di certo il classico rapporto madre-figlia, in ordine cronologico. Come se volesse farci cogliere quanto l’animo della protagonista stessa dovesse sentirsi frastagliato in quel turbinio di situazioni, di eventi, di viaggi e di emozioni; non ci fornisce un elenco di eventi preconfezionato, deve essere il lettore a ricomporre quelle vicende, a trovare un ordine dove, probabilmente, regna solo un po’ di caos.

Caos non riprodotto a livello lessicale. L’autrice, con scelte lessicali apparentemente semplici, ma curate, riesce a coinvolgere il lettore dalla prima all’ultima parola, e riesce a trasportare nelle “stranezze” del mondo della protagonista. Del resto, non tutte le emozioni, non tutti i sentimenti possono essere espressi con le parole. A volte, il linguaggio potrebbe rivelarsi una trappola, una catena da cui è difficile liberarsi. Se ci si ferma un secondo a pensare, non riusciamo quasi mai ad esprimere i nostri momenti più belli o più brutti con delle semplici, banali, parole.

E allora come fa il linguaggio burocratico a svincolare quello che il linguaggio amoroso non ha mai legato?” si chiede la protagonista, a proposito del divorzio dei genitori.

Come avrà fatto, la figlia di due genitori sordi, ad esprimersi in modo “adeguato” alla società?

Più i nostri genitori parlavano in maniera volgare e volutamente fastidiosa, più noi eravamo precisi, convinti che essere corretti nel lessico, avrebbe implicato essere corretti anche nella vita, finalmente liberi dalle loro stranezze.”

La Durastanti, con queste parole, offre un importantissimo spunto di riflessione. Chi parla in maniera “diversa”, è straniero, estraneo, un po’ strano.

Per non sentirci così diversi, quindi, cerchiamo di parlare “meglio”, di fare sparire delle caratteristiche fonologiche dialettali ed avvicinarci ad un uso della lingua più “standard”, dimenticando che così facendo, molto spesso, si perdono dei piccoli pezzettini di quelle che sono le nostre radici.

Emigrare non significa forse “convivere con tutti questi se del sé, sperando che nessuno prenda il sopravvento sull’altro”?

straniera Claudia Durastanti
Copertina del romanzo La straniera di Claudia Durastanti, edizione La nave di Teseo

 

Foto di Marika Strano, ove non indicato diversamente.