Ricordando Giuseppe Acerbi e il suo Viaggio al Capo Nord

Ricordando Giuseppe Acerbi e i suoi Travels through Sweden, Finland, and Lappland, to the North Cape, in the years 1798 and 1799

Rapide Kattilankoski del fiume Tornionjoki. Incisione di C. Akrel; tavola XXI dal secondo quaderno (1801) di A. F. Skjöldebrand, Voyage Pittoresque au Cap Nord, Charles Deleen & J. G. Forsgren, Stockholm, 1801 & 1802, in pubblico dominio

« [… je wilder, d.i. je lebendiger, je freiwürkender ein Volk ist, […] desto wilder, d.i. desto lebendiger, freier, sinnlicher, lyrisch handelnder müßen auch, wenn es Lieder hat, seine Lieder sein!»

Johann Gottfried Herder, Auszug aus einem Briefwechsel über Oßian und die Lieder alter Völker

 

Il 3 maggio 1773 nasceva a Castel Goffredo Giuseppe Acerbi, esploratore, musicista, diplomatico e intellettuale che nutrì grande interesse per i territori dell’Europa settentrionale allora pressoché sconosciuti. Attraverso i suoi numerosi manoscritti, appunti e diari di viaggio, egli fornì preziose informazioni per far conoscere a tutta l’Europa la cultura e lo stile di vita finlandese del XVIII secolo. Famosa e spesso citata è la sua descrizione della sauna, o per dirla con le parole dello stesso Acerbi, del “bagno alla finese”, che presenta in modo accurato e veritiero l’usanza dei finni occidentali dell’epoca, pur non tralasciando osservazioni di stupore per una pratica estranea alle abitudini delle genti mediterranee.

Acerbi intraprese il suo viaggio nel 1798, intenzionato a raggiungere Capo Nord via terra, attraversando la Lapponia. Inizialmente mosso da interessi commerciali e di studio, egli sviluppò ben presto un vivo interesse per la Finlandia ed ebbe il merito di essere uno fra i primi a cogliere il grande valore della tradizione popolare finlandese.

Giuseppe Acerbi
Ritratto di Giuseppe Acerbi. Stampa di Carl Hermann Pfeiffer, 1783 - 1829; Rijksmuseum (RP-P-1909-4542). Immagine in pubblico dominio

 

Il suo resoconto di viaggio fu pubblicato a Londra nel 1802 in un’edizione inglese intitolata Travels through Sweden, Finland, and Lappland, to the North Cape, in the years 1798 and 1799[1]; l’anno seguente venne tradotta in tedesco, il successivo in francese e tra gli anni 1804-1805 fu disponibile anche la versione olandese. Grazie alla pubblicazione in lingua inglese l’opera di Acerbi riscosse un enorme successo in tutta Europa, trattandosi di una delle prime testimonianze di viaggio nel Settentrione. Il testo venne tradotto in italiano, seppur con numerosi tagli rispetto all’originale, solamente nel 1832 con il titolo Viaggio al Capo Nord fatto l’anno 1799, compendiato e per la prima volta pubblicato in Italia da Giuseppe Belloni, antico militare italiano. In Italia l’opera non ebbe molto seguito, non solo perché, essendo pubblicata molto tardi, era già stata superata da numerose opere di maggior spessore dedicate al Nord e alla Finlandia, ma anche perché l’autore aveva appoggiato Napoleone e aveva avuto screzi con Vincenzo Monti e Giacomo Leopardi. Al contrario dell’Italia, la Finlandia ha sempre ammirato e dimostrato riconoscenza nei confronti di Acerbi per aver funto da mediatore culturale tra il Nord e il resto dell’Europa.

I suoi Travels, oltre a dipingere paesaggi mozzafiato che colpirono Acerbi e che tuttora affascinano i lettori contemporanei, descrivono costumi, tradizioni, cultura, poesia e musica popolare finlandesi con dovizia di particolari. La sua ammirazione era, tuttavia, limitata solamente ai finlandesi, mentre i sámi erano avvolti da un’aura di mistero e scetticismo a causa dei forti pregiudizi che ancora a fine Settecento aleggiavano attorno a questo popolo di cacciatori e allevatori semi-nomadi. Mentre i finni vengono presentati in modo positivo, rimarcando la loro ospitalità e innocenza, il loro rispetto e il culto tributati alla natura, i sámi appaiono come genti dedite a mangiare, dormire e fumare; nondimeno il nostro autore non indugiò a descrivere la meraviglia in lui suscitata dalla natura incontaminata di Lapponia. Acerbi fu uno dei primi viaggiatori a operare una netta distinzione etnica, linguistica e somatica non solo tra finni e svedesi, ma anche e soprattutto tra finni e sámi, che le fonti antiche erano solite trattare indistintamente.

A Turku Acerbi incontrò Henrik Gabriel Porthan (1739-1804) ed ebbe modo di leggere la sua tesi di dottorato intitolata De Poësi Fennica: in essa l’autore aveva studiato le basi rituali dei loitsut[2] finnici, e, sebbene il suo approccio fosse quello tipicamente illuminista che riteneva il canto magico frutto dell’ignoranza superstiziosa del popolo, aveva incoraggiato la nascita dei primi archivi folkloristici. Questo incontro suscitò in Acerbi un vivo interesse per la poesia popolare finlandese a cui dedicò ampio spazio nei suoi Travels, trascrivendo canti con le relative melodie. È interessante menzionare il componimento Jos mun tuttuni tulisi (“Se il mio caro arrivasse”) che Acerbi ricevette a Turku in traduzione francese e che viene ritenuto il testo poetico con il maggior numero di traduzioni: su 471 versioni, 22 sono in dialetti italiani. Un altro testo famoso da lui riportato è la ninnananna Nuku, nuku, nurmilintu (“Dormi, dormi, uccellino del prato”). Acerbi può essere ritenuto il precursore degli studi sulla poesia e la musica popolare finlandese, essendo lui stesso un grande esperto.

La penna di Giuseppe Acerbi catturò una scena di canto popolare finnico che sarebbe divenuta famosa nel secolo successivo. Tradizionalmente la poesia popolare veniva accompagnata dal kantele, il salterio balto-finnico, che nei Travels prende il nome di harppu, e le composizioni venivano tramandate oralmente di generazione in generazione in particolare di nonno in nipote. Acerbi descrisse l’esibizione in pubblico di due cantori: seduti in mezzo al cerchio del loro uditorio, uno di fronte all’altro, stringendosi le mani e dondolandosi, un poeta intonava un verso e l’altro fungeva da eco, riprendendo, variando e così riformulando quanto appena cantato, e lasciando al compagno il tempo necessario ad ideare il proseguo. Questa descrizione costituì una grande novità se pensiamo che il suo resoconto di viaggio anticipò di quasi trent’anni l’uscita della prima edizione del Kalevala[3] di Elias Lönnrot che avrebbe gettato le basi per il culto dei mitici laulajat[4] finnici.

Giuseppe Acerbi
Due uomini con le mani nelle mani intonano canti dal Kalevala, mentre un terzo suona il kantele. Immagine dalla tavola a fronte p. 226 del primo volume del libro di Giuseppe Acerbi, Travels through Sweden, Finland, and Lappland, to the North Cape, in the years 1798 and 1799, Printed for Joseph Mawman : By T. Gillet, Londra, 1802, in pubblico dominio

Acerbi fu un viaggiatore che riuscì a sbarazzarsi, seppur parzialmente, delle lenti della propria cultura per permettere all’Europa intera di penetrare nel misterioso Settentrione, mitica terra abitata da mostri e giganti, per sfatare falsi miti e diffondere la conoscenza di questi territori all’epoca ancora inesplorati. Nel giorno del suo genetliaco, ho ritenuto necessario ricordare questo nostro compaesano che anticipò i tempi e sfidò pericoli e incertezze per amore di conoscere, apprendere e condividere culture e tradizioni.

 

 

Riferimenti bibliografici:

Aa. Vv. Kalevala. Epica, magia, arte e musica, a cura di Vesa Matteo Piludu, Frog, Vocifuoriscena, Viterbo 2014.

Juha Pentikäinen, La mitologia del Kalevala, Vocifuoriscena, Viterbo 2014 (1a ed. finl. 1989; 1a ed. it. 2013).

Paula Loikala, Cronache di viaggiatori italiani in Finlandia, Aracne, Roma 2010 (1a ed. 2008).

 

[1] Disponibile al seguente URL: <https://archive.org/details/travelsthroughs01acergoog> (04.2021).

[2] I loitsut (sing. loitsu) sono sia brevi formule magiche sia lunghi incantesimi che venivano cantati o pronunciati con particolare foga o in trance al fine di ottenere fertilità, la buona riuscita di una battuta di caccia, la guarigione... Essi erano composti in metro kalevaliano, tradizionalmente definito tetrametro trocaico, pertanto nel corso del secolo XIX furono raccolti e analizzati dai folkloristi.

[3] La prima edizione del Kalevala fu pubblicata nel 1835 e divenne nota come il Vanha Kalevala (“Vecchio Kalevala”) per distinguerla dalla redazione dell’Uusi Kalevala (“Nuovo Kalevala” o semplicemente Kalevala), ampliata e definitiva che venne data alle stampe nel 1849.

[4] I laulajat (sing. laulaja), noti anche come kansanrunojat (“cantori popolari”) o runosepät (“fabbri di runot”) erano i cantori di runolaulut, i canti popolati baltofinnici nel verso kalevaliano. Erano abitanti dei villaggi che lavoravano come pescatori, cacciatori, allevatori, contadini e divennero famosi ed elevati al rango di aedi solamente in seguito all’opera di raccolta della poesia popolare nel corso del secolo XIX.


Ci vuole lo stesso tempo per leggere un testo in lingue diverse

1 Febbraio 2016
Mengu_Ziyun_xia_24b
Un nuovo studio, pubblicato su Cognition, evidenzia come ci voglia lo stesso tempo per leggere ed elaborare testi in diverse lingue.
La ricerca ha preso in considerazione tre gruppi composti ciascuno da 25 partecipanti da tre nazioni: Regno Unito, Finlandia e Cina. Le lingue (Inglese, Finlandese e Cinese mandarino) sono state selezionate sulla base delle marcate differenze nella presentazione visiva delle parole (ad esempio, alfabetico e logografico, spaziata e non, agglutinanti e non).
Otto testi brevi da leggere - rigorosamente tradotti nelle tre lingue - sono stati forniti a ciascuno dei partecipanti. I ricercatori hanno utilizzato sofisticati macchinari per tracciare i movimenti degli occhi dei partecipanti. Nonostante si siano rilevate significative e sostanziali differenze tra i tre gruppi (con i Finlandesi che si soffermavano maggiormente su alcune parole), alla fine il tempo complessivo di lettura per frasi e paragrafi è risultato lo stesso per i lettori di ogni lingua.
In conclusione, anche se sussistono differenze sostanziali nella forma scritta di queste lingue, al fine di comprendere un testo un linguaggio è valido quanto gli altri. Non importa se è scritto in Inglese, Cinese o Finlandese. La ricerca si colloca nell'ambito degli studi sull'universalità del linguaggio, per la quale tutte le lingue possiederebbero principi comuni o universali. Si tratta di un tema molto dibattuto in linguistica e psicolinguistica. Per gli autori, ulteriori studi sono necessari per comprendere se una vera universalità del linguaggio esiste.Leggere di più


Arbitrarietà, Iconicità e Sistematicità nelle Lingue

1 Ottobre 2015
800px-Ancient_Tamil_Script
Il principio di arbitrarietà in linguistica indica il fatto che la forma di una parola non ci dice niente del suo significato. Eppure ci sarebbero prove che questo non sarebbe del tutto vero, che forma e significato siano collegati, e che questo principio non spieghi completamente come funzionano le parole.
Una di queste altre relazioni è l'iconicità, per cui la forma di una parola fornisce indicazioni: ad esempio pumbuluu fa intuire qualcosa che è grasso e non magro. Un'altra relazione è la sistematicità, ad esempio tra suoni e utilizzo grammaticale, per cui i verbi in Inglese sono in media più corti dei nomi. Le tre suddette forme coesisterebbero in una lingua.
Leggere di più


Iconicità nelle lingue Indoeuropee (Inglese e Spagnolo)

9 Settembre 2015
journal.pone.0137147.g003
Perché chiamiamo il cane così, e non in altro modo, ad esempio gatto? Si tratta di un fatto casuale o arbitrario, o è determinato dall'iconicità, e cioè dalla somiglianza tra struttura della parola e significato?
Molte lingue non Indoeuropee presentano considerevoli classi di parole iconiche note come ideofoni. In confronto quelle Indoeuropee sembrerebbero arbitrarie nella scelta, al di là di un piccolo gruppo di parole onomatopeiche. Una ricerca ha effettuato tre esperimenti per valutare l'iconicità di 600 parole circa, in Inglese e Spagnolo. Ne è risultato che l'iconicità delle parole nei due linguaggi variava in modo significativo a seconda della categoria lessicale. Gli aggettivi sarebbero perciò più iconici dei nomi e delle parole funzione. I verbi inglesi erano relativamente iconici in confronto a quelli spagnoli. Le due lingue esibivano inoltre la tendenza per cui le parole acquisite in epoca più antica erano più iconiche.
In conclusione, anche le lingue che apparentemente non sarebbero "iconiche", come quelle indoeuropee, manifesterebbero invece questa qualità. Leggere di più