Roma: i linguisti e i filologi vanno a congresso

I linguisti e i filologi vanno al congresso

Studiosi di tutto il mondo si incontrano alla Sapienza per discutere, a partire dal canone della letteratura europea, di linguistica e filologia romanza

Lunedì 18 Luglio 2016, ore 10.00

aula magna Palazzo del Rettorato
piazzale Aldo Moro 5, Roma

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 L'aula magna della Sapienza ospiterà lunedì prossimo la prima giornata del XXVIII Congresso internazionale di Linguistica e filologia romanza. L’incontro avviene in concomitanza con la mostra “I libri che hanno fatto l’Europa”, organizzata dal dipartimento di Studi Europei, americani e interculturali della “Sapienza” e dall’Accademia nazionale dei Lincei e che sarà possibile visitare fino al 22 luglio presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana.

Il congresso, che si svolgerà tra la Sapienza e l'Accademia dei Lincei dal 18 al 23 luglio, si propone di illustrare attraverso una serie di tavole rotonde le modalità di interconnessione fra linguistica e filologia, sviluppate nella ricerca degli ultimi decenni anche grazie al rapporto con altri settori disciplinari (dalla storia letteraria alla sociologia, all’ermeneutica, alla paleografia e alla teoria della comunicazione). Il tema al centro della giornata di apertura è il rapporto tra particolare e universale e tra lingua, cultura e storia nell'ambito della linguistica e della filologia romanza: un ambito che, nato in Europa e in relazione al nome della città di Roma, abbraccia ora tutti i continenti, secondo problematiche e modalità a volte originali e inedite.

I lavori saranno aperti da Roberto Antonelli, segretario generale del comitato organizzatore  del Congresso che interverrà sul tema “L’Europa e la globalizzazione: la linguistica e la filologia romanza di fronte alla crisi”.

Testi dall’Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma.

Il cortile del Palazzo della Sapienza, foto di Anthony Majanlahti (antmoosehttp://www.flickr.com/photos/antmoose/14694803/), daWikipediaCC BY 2.0, caricata da Foundert~commonswiki.


Nuovo studio su genetica, Ashkenazi e origine dello Yiddish

19 Aprile 2016
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Un nuovo studio, pubblicato su Genome Biology and Evolution, ha utilizzato lo strumento Geographic Population Structure (GPS), che permette di convertire il DNA in coordinate ancestrali, cercando l'origine di coloro che parlano Yiddish.
La ricerca suggerisce che questi si siano originati presso quattro antichi villaggi nella Turchia nord orientale, e che lo Yiddish sia stato inventato attorno al nono secolo dagli Ebrei iraniani e Ashkenazi, quando commerciavano lungo la Via della Seta, al loro arrivo in terre slave. Gli antichi villaggi, i cui nomi sono Iskenaz, Eskenaz, Ashanaz, e Ashkuz, si trovano lungo i crocevia della Via della Seta. Il nord est della Turchia è l'unico posto in cui questi nomi di località esistono.
Questa tesi è chiaramente in contrasto con quella che vede lo Yiddish come dialetto tedesco. Uno degli autori dello studio, il prof. Paul Wexler dell'Università di Tel Aviv, aveva però già avanzato l'ipotesi che lo Yiddish fosse una lingua slava che ha rimpiazzato il suo lessico con parole tedesche. Secondo la nuova ricerca, quindi, verso la fine del primo millennio gli Ebrei Ashkenazi si sarebbero spostati in Khazaria, per poi arrivare in Europa mezzo millennio dopo, con la caduta dell'Impero Khazaro.
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Un progetto per preservare il linguaggio Wymysorys

9 Marzo 2016

Ricercatori dell'Università di Varsavia contribuiranno a preservare il linguaggio Wymysorys

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È la prima lingua per appena 30 persone circa - residenti del paese di Wilamowice. Anche se formatosi alla metà del tredicesimo secolo, è oggi minacciato di estinzione. I ricercatori dell'Università di Varsavia hanno fatto partire un progetto per salvare il Wymysorys dall'oblio.
Ricercatori dal programma "Arti Liberali" dell'Università di Varsavia hanno cominciato i lavori su un progetto triennale per salvare il Wymysorys dall'oblio. "Questo è uno degli etnoletti più a rischio di estinzione in Europa. È il primo linguaggio ad essere parlato da circa 30 persone che vivono a Wilamowice, nel sud della Polonia. Oggi, ogni terzo bambino a Wilamowice impara il linguaggio nativo durante classi extracurriculari a scuola" - così informa l'Università di Varsavia.
Grazie al coinvolgimento di scienziati e della comunità locale, il linguaggio che risale al tredicesimo secolo ha una possibilità di sopravvivere. I ricercatori dell'Università di Varsavia hanno ricevuto un milione di euro di finanziamenti dal programma Twinning della Commissione Europea. Di conseguenza, per i prossimi tre anni organizzeranno laboratori, quattro scuole estive e viaggi di ricerca a Londra, Wilamowice, Leida e in Messico, oltre alla Settimana Europea della diversità linguistica e culturale, programmata per il Novembre 2017.
Il primo corso universitario in Wymysorys è cominciato a Febbraio presso la Facoltà di "Arti Liberali" dell'Università di Varsavia. I rappresentanti della Facoltà "Arti Liberali" e dell'Associazione "Wilamowianie" hanno preparato la performance "Hobbit. Hejna an cyryk", un adattamento del romanzo di Tolkien, interamente recitato in Wymysorys. Stelle dello show sono stati i giovani di Wilamowice che hanno imparato il linguaggio dei loro antenati.
Wymysorys comparve insieme ai coloni dell'Europa Occidentale, che fondarono Wilamowice nella metà del tredicesimo secolo. È legata al Tedesco, allo Yiddish e al Lussemburghese. Non è un dialetto polacco o tedesco. È stato il linguaggio vernacolare di Wilamowice fino al 1945. L'insediamento era naturalmente trilingue. In famiglia e nella comunità le persone utilizzavano il Wymysorys. Il Polacco era il linguaggio della scuola e della Chiesa, ed era usato per trattare con i paesi vicini. Prima del 1918, il linguaggio utilizzato dagli uffici era il Tedesco. Dopo l'entrata dell'Armata Rossa, l'utilizzo del linguaggio Wymysorys era punibile con la deportazione in Unione Sovietica e la confisca dei possedimenti. Un divieto di vestire abiti Vilamoviani era pure in vigore. Il Wymysorys cominciò a riprendersi dopo il 1989. A partire dalla metà degli anni novanta è propagato dall'Associazione "Wilamowianie".
Wilamowice (in Wymysorys: Wymysou) è un paese e municipalità nella contea di Bielsko, situato al confine delle storiche terre della Slesia di Cieszyn e della Piccola Polonia. Ha circa tremila residenti, e circa il 18 per cento della popolazione della municipalità.
Il progetto dell'Università di Varsavia, co-finanziato dalla Commissione Europea, "Involved Humanities in Europe: building potential/creating development opportunities for participatory language and culture heritage research" è una collaborazione tra le Università di Varsavia, Leida e Londra. Sua coordinatrice è la dott.ssa Justyna Olko. Nel 2012, la ricercatrice ha ricevuto finanziamenti dal Consiglio di Ricerca Europeo per il linguaggio Nahuatl a rischio, parlato dai discendenti degli Aztechi.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
La chiesa di Wilamowice, foto di Pufacz, da WikipediaPubblico Dominio.

Ideofoni e parole nuove

11 Febbraio 2016
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Alcune parole, come "cane", non ci dicono molto di ciò che rappresentano, da un punto di vista sonoro. Quell'idea viene quindi resa diversamente in altre lingue: dog in Inglese, hond in Olandese, e inu in Giapponese. È questo uno dei motivi per i quali non è semplice imparare una nuova lingua. Ma non tutte le parole sono così.
Con ideofono ci si riferisce a una parola, a un'espressione che convoglia vividamente il significato che rappresenta nel suono. La parola può spesso essere onomatopeica. Una parola come crack rappresenta l'idea sonora dello spezzarsi. Sono ideofoni anche le parole giapponesi kibikibi ("energico") o bukubuku ("grasso").
Un nuovo studio è giunto alla conclusione che è più facile imparare parole come queste, il cui suono rappresenta il loro significato. Si sono effettuati alcuni esperimenti. Il primo consisteva nel far scegliere il significato di ideofoni giapponesi a persone che non parlano quella lingua, offrendo due alternative. Ne è risultato, ad esempio, che la parola kibikibi rappresentava molto più spesso "energico" che "stanco".
Un secondo esperimento comportava l'imparare parole giapponesi. Un primo gruppo imparava gli ideofoni con le traduzioni giuste, un secondo gruppo con le traduzioni sbagliate. Il primo gruppo ha imparato molto meglio. Per verificare che questo effetto fosse dovuto alla natura degli ideofoni, l'esperimento è stato ripetuto, questa volta con parole che ideofoni invece non erano. Il risultato è stato che non c'erano differenze nel modo col quale le parole venivano imparate.
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Dalla polisemia, una rete di concetti semanticamente vicini

1 Febbraio 2016
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La struttura del significato unisce i linguaggi, da un punto di vista semantico? Per esprimerci e comunicare significati agli altri, utilizziamo le parole. Queste sono condizionate dalle abilità cognitive e dalla dipendenza dal linguaggio, e quindi universali, o sono influenzate in modo distinto dall'ambiente e dalla cultura?
Partendo da concetti (sole, luna, montagna, fuoco, ecc.) espressi in 81 lingue, un nuovo studio ha ideato una nuova metodologia per misurare i significati delle parole, partendo dal concetto di polisemia. Determinate lingue possono indicare con una parola polisemica concetti differenti, mentre altre possono adoperare parole distinte per gli stessi concetti. Partendo da questa osservazione, e dal fatto che certe parole sono più inclini alla polisemia, si è creata una rete ponderata che utilizza le polisemie per valutare collegamenti tra concetti che possono essere semanticamente vicini. Prima di questo lavoro, non era facile valutare la prossimità tra concetti, e non vi erano metodi per quantificare relazioni più o meno universali tra concetti.
[Dall'Abstract:] Quanto è universale una struttura concettuale umana? Il modo con cui i concetti sono organizzati nel cervello umano può riflettere caratteristiche distinte del contesto culturale, storico e ambientale, in aggiunta a proprietà universali per la cognizione umana. La semantica, o significato espresso attraverso il linguaggio, fornisce accesso indiretto alla struttura concettuale sottostante, ma il significato è notoriamente difficile da misurare, figurarsi da parametrizzare. Qui si fornisce una misura empirica di prossimità semantica tra concetti utilizzando dizionari per diverse lingue per tradurre parole da e verso lingue attentamente selezionate per essere rappresentative della diversità mondiale. Queste traduzioni rivelano casi in cui un particolare linguaggio utilizza una singola parola "polisemica" per esprimere concetti multipli per i quali un altro linguaggio utilizza parole distinte per la rappresentazione. Qui si utilizza la frequenza di tali polisemie collegando due concetti come misura della loro prossimità semantica e rappresentando i pattern di questi collegamenti con una rete ponderata. Questa rete è altamente strutturata: certi concetti sono assai più inclini alla polisemia di altri, e naturalmente emergono raggruppamenti di concetti strettamente collegati. L'analisi statistica delle polisemie osservate in un sottoinsieme del vocabolario base dimostra che queste proprietà strutturali sono coerenti lungo diversi gruppi di linguaggi, e ampiamente indipendenti dalla geografia, dall'ambiente, e dalla presenza o assenza di una tradizione letteraria. I metodi sviluppati qui possono essere applicati a qualsiasi altro dominio semantico per rivelare l'estensione per la quale la sua struttura concettuale è, similarmente, un attributo universale della cognizione umana e dell'utilizzo del linguaggio.
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Ci vuole lo stesso tempo per leggere un testo in lingue diverse

1 Febbraio 2016
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Un nuovo studio, pubblicato su Cognition, evidenzia come ci voglia lo stesso tempo per leggere ed elaborare testi in diverse lingue.
La ricerca ha preso in considerazione tre gruppi composti ciascuno da 25 partecipanti da tre nazioni: Regno Unito, Finlandia e Cina. Le lingue (Inglese, Finlandese e Cinese mandarino) sono state selezionate sulla base delle marcate differenze nella presentazione visiva delle parole (ad esempio, alfabetico e logografico, spaziata e non, agglutinanti e non).
Otto testi brevi da leggere - rigorosamente tradotti nelle tre lingue - sono stati forniti a ciascuno dei partecipanti. I ricercatori hanno utilizzato sofisticati macchinari per tracciare i movimenti degli occhi dei partecipanti. Nonostante si siano rilevate significative e sostanziali differenze tra i tre gruppi (con i Finlandesi che si soffermavano maggiormente su alcune parole), alla fine il tempo complessivo di lettura per frasi e paragrafi è risultato lo stesso per i lettori di ogni lingua.
In conclusione, anche se sussistono differenze sostanziali nella forma scritta di queste lingue, al fine di comprendere un testo un linguaggio è valido quanto gli altri. Non importa se è scritto in Inglese, Cinese o Finlandese. La ricerca si colloca nell'ambito degli studi sull'universalità del linguaggio, per la quale tutte le lingue possiederebbero principi comuni o universali. Si tratta di un tema molto dibattuto in linguistica e psicolinguistica. Per gli autori, ulteriori studi sono necessari per comprendere se una vera universalità del linguaggio esiste.Leggere di più


Nuove prospettive sulle lingue austronesiane e migrazioni relative

18 - 28 Gennaio 2016
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380 milioni di persone oggi parlano le lingue austronesiane, tra Taiwan, Malesia, Indonesia, Filippine, Madagascar e isole del Pacifico. La spiegazione del perché e delle modalità per cui popolazioni così distanti possiedono oggi lingue analoghe costituisce un tema dibattuto per l'archeologia, l'antropologia e la genetica.
La teoria prevalente fino ad oggi vedeva una diffusione principale a partire da Taiwan, quattromila anni fa, dove la coltivazione del riso era giunta in precedenza dalla Cina.
Una nuova e approfondita analisi genetica mette però in dubbio questa teoria, perché il mtDNA degli isolani del Pacifico era già presente molto prima nell'Asia sud orientale insulare. Si propone perciò uno schema diverso, sulla base pure dei cambiamenti climatici alla fine dell'Era Glaciale, per cui l'espansione dall'Indonesia sarebbe avvenuta ottomila anni fa. Per quanto riguarda invece l'espansione linguistica, questa sarebbe effettivamente avvenuta quattromila anni fa a partire da Taiwan: questa spiegherebbe però solo una minoranza delle popolazioni coinvolte nella regione, non più del 20%.
[Dall'Abstract: ] Ci sono due interpretazioni molto differenti sulla preistoria dell'Asia insulare sud orientale (NdT: Island Southeast Asia - ISEA), con prove genetiche invocate a supporto di entrambe. Il modello “fuori da Taiwan” propone un'espansione principale nel Tardo Olocene, con popoli neolitici di lingue austronesiane, a partire da Taiwan. Come alternativa, la proposta che l'incremento del livello dei mari nella tarda Era Glaciale o in epoca postglaciale avrebbe scatenato ampie dispersioni autoctone: questo spiegherebbe alcuni pattern genetici altrimenti enigmatici, ma non riesce a spiegare la dispersione del linguaggio austronesiano. Combinando i dati dal DNA mitocondriale (mtDNA), dal cromosoma Y e sul genoma, si è effettuata l'analisi più approfondita ad oggi riguardo la regione, ottenendo risultati altamente coerenti per tutti e tre i sistemi, e permettendo di riconciliare i modelli. Prima di tutto si deduce una stirpe comune per le popolazioni Taiwan/ISEA, stabilitasi prima del Neolitico, ma si sono rilevati pure segnali chiari di due migrazioni minori del Tardo Olocene, probabilmente in rappresentanza di input sia dal Sud Est asiatico continentale e dal Sud della Cina, via Taiwan. Quest'ultima può perciò aver mediato la dispersione del linguaggio austronesiano, suggerendo migrazioni su scala inferiore e un cambiamento di linguaggio, piuttosto che un'espansione su vasta scala.
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Un nuovo studio sull'antica origine dei racconti popolari

19 - 20 Gennaio 2016
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È noto che fiabe e racconti popolari contengano elementi vecchi di migliaia di anni, o anche tramandati di generazione in generazione da una remota e indefinita antichità. L'opinione che determinati racconti popolari abbiano migliaia di anni fu sostenuta ad esempio dai fratelli Grimm già due secoli fa, ma c'è chi ha invece pensato che molte fossero solo delle invenzioni recenti.
Con un nuovo studio si è tentato ora di datare le origini delle storie, grazie ai legami statistici tra un insieme di racconti popolari (si tratta delle storie di magia dall'Indice Aarne-Thompson-Uther) e lingue dell'Eurasia. Queste storie sarebbero in realtà di molto più antiche delle prime testimonianze letterarie.
Ne è risultato che il Fabbro e del Diavolo risalirebbe all'Età del Bronzo, e per le autrici dello studio si tratterebbe di un racconto proto-indoeuropeo. La Bella e la Bestia e Raperonzolo sono invece due storie che, per quanto pervenuteci tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo d. C., sarebbero significativamente più antiche persino degli antecedenti Greci e Romani proposti. Sarebbero infatti da ricondurre all'emergere delle principali sotto-famiglie indoeuropee occidentali e forse persino all'ultimo antenato comune delle lingue indoeuropee occidentali.
Si ricorda che i metodi filogenetici furono prima sviluppati in biologia e poi applicati pure ad altri campi, come le relazioni tra le storie delle popolazioni e altri elementi culturali (ad esempio, le lingue).
[Dall'Abstract:] Le espansioni e le dispersioni delle antiche popolazioni spesso hanno lasciato segni duraturi nelle tradizioni culturali dei loro discendenti, così come nei geni e nelle lingue. Le registrazioni del folklore internazionale sono state a lungo considerate un contesto ricco da esplorare per la ricerca di queste eredità. Ad oggi, le investigazioni in questo campo sono state complicate dalla mancanza di dati storici e dall'impatto di più recenti ondate di diffusione. Nello studio si introducono nuovi metodi per affrontare questi problemi, applicando metodi filogenetici comparativi e modellamento autologistico, al fine di analizzare le relazioni tra racconti popolari, storie delle popolazioni e distanze geografiche nelle società di lingua indoeuropea. Si sono trovate forti correlazioni tra le distribuzioni di diversi racconti popolari e associazioni filogenetiche (ma non spaziali) tra le popolazioni, che sono coerenti coi processi verticali di eredità culturale. Inoltre, si dimostra che queste tradizioni orali probabilmente si originarono molto prima dell'emergere delle registrazioni letterarie, e si trovano prove del fatto che un racconto (‘Il Fabbro e il Diavolo’, in Inglese ‘The Smith and the Devil’) può essere seguito fino all'Età del Bronzo. A un livello più ampio, i generi di storie raccontate nelle società ancestrali possono fornire importanti conoscenze circa sulla loro cultura, fornendo nuove prospettive sulle ricostruzioni linguistiche, genetiche e archeologiche della preistoria umana.
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Dai consigli sulla grammatica allo stile di scrittura

18 Dicembre 2015
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Un nuovo studio ha esaminato l'impatto dei libri del mercato di massa, pubblicati a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso, che promuovevano un certo stile di scrittura in lingua inglese.
Ne è risultata un'influenza notevole, particolarmente evidente nelle proposizioni relative (Standard English Relative Clause): confrontando i testi dei primi anni '60 con quelli degli anni '90 è apparso un cambiamento evidente, con gli scrittori che hanno preferito utilizzare sempre più that e non which.
Quegli stessi scrittori che hanno seguito questo consiglio tendevano poi a seguire anche l'altro, di evitare il passivo. Dall'altra parte, invece, tendevano comunque a concludere le frasi con una proposizione, il che era al contrario bandito. Tutti questi mutamenti hanno carattere informale, il che - secondo gli autori dello studio - dimostrerebbe che le norme grammaticali tendono ad avere maggiore successo quando lo presentano.
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Anche le scimmie riconoscono le strutture base del linguaggio

17 Novembre 2015
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Riconoscere le strutture base del linguaggio non è una prerogativa dei soli moderni umani: questa la conclusione alla quale è giunta una nuova ricerca.
Lo studio ha effettuato un esperimento su umani e scimmie: ad entrambi i gruppi erano presentate sequenze di suoni in un ordine "legale" o "illegale" (nel senso che gli individui potevano aspettarsela o meno a quel modo). Durante l'esperimento è stata effettuata una scansione dei cervelli dei partecipanti, che ha dimostrato che si producevano risposte simili delle attività cerebrali in regioni corrispondenti, per i due gruppi.
La funzione della regione frontale del cervello, una delle aree coinvolte nell'elaborazione dell'ordine delle parole in una frase, sarebbe dunque condivisa nei primati, rivelandone le origini evolutive.
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