palafitte lago di Varese

Sotto la superficie dell'acqua: palafitte nel lago di Varese

Il ghiaccio che ricopriva l'area prealpina nei dintorni di Varese iniziò il proprio massiccio disgelo circa 15000 anni fa. Qualche millennio più tardi le prime comunità umane si insediarono lungo le sponde dei corsi d'acqua e dei laghi che da questo scioglimento ebbero origine. Qui piantarono pali in legno sui fondali e nei pressi delle rive e crearono piccoli abitati che restarono attivi per diverso tempo: sotto la superficie dell'acqua e negli strati di crollo delle palafitte si conservano tracce preziose e significative della nostra preistoria.

Lungo tutto l'arco alpino sono stati identificati circa 1000 siti palafitticoli, di cui una ventina collocati in territorio lombardo, tra i laghi di Varese, Monate, Comabbio e Biandronno e tre definiti patrimonio dell'umanità UNESCO nel 2011. Tra questi ultimi, sito di enorme importanza per la ricchezza delle testimonianze archeologiche riscontrate è il cosiddetto isolino Virginia, o isolino di Varese, a breve distanza dal molo di Biandronno: il piccolo isolotto altro non è che il risultato di un accumulo di depositi prodotti dall'uomo nei secoli di frequentazione del posto.

Le ricerche palafitticole iniziarono nel 1863 per dare risposta alla curiosità personale di alcuni ricercatori, tra cui tre noti pionieri degli studi palafitticoli, l'abate Stoppani, gli studiosi Desor e Montillet, che supponevano una possibile somiglianza e continuità culturale con le testimonianze rinvenute in territorio svizzero, presso il lago di Zurigo nel 1854, ovvero dal lato opposto dell'arco alpino. Era assolutamente plausibile, se non persino ovvio, supporre che gli antichi abitanti dei due versanti delle Alpi avessero avuto contatti per tramite del passaggio lacustre e che, in una situazione geologica e climatica simile, avessero condotto stili di vita del tutto equiparabili.

La prima esplorazione ebbe un clamoroso successo poiché alcuni pali furono avvistati emergere dalla superficie al loro primo arrivo all'Isolino: sono numerosi e conservati fino a pelo d'acqua. Un secolo e mezzo di scavi e ricerche ha permesso di definire l'isolino Virginia come il più antico abitato palafitticolo dell'area.

Il piccolo molo di approdo all'isolino. Foto di Jessica Lombardo

Per il Neolitico Antico e parte del Neolitico Medio perdurò nel luogo la modalità abitativa della bonifica e a seguire l'ideazione delle prime forme di abitazione a palafitta, ovvero in alzato sulla superficie dell'acqua, in una posizione dunque più protetta rispetto alla costa del lago alla quale potevano giungere gli animali selvatici dei boschi circostanti e, paradossalmente, meno umida proprio perché non a contatto con il terreno intriso di acqua. L'isolino, con le sue numerose stratificazioni diventa una vera e propria enciclopedia dei primi insediamenti della preistoria europea.

Nella stessa giornata del 28 aprile del 1863 i tre studiosi lasciarono l'isolino e si avvicinarono alla costa presso il comune di Bodio Lomnago, dove una seconda grande soddisfazione li attendeva: anche qui era possibile constatare la presenza di una stazione palafitticola di grandi dimensioni. Il loro obiettivo era raggiunto, dimostrare una continuità di cultura e civiltà tra i due opposti lati dell'arco alpino e con ciò aprire a nuove numerosissime possibilità di ricerca e conoscenza.

La Soprintendenza Archeologica della Lombardia avviò nel 2005 lo scavo metodico della palafitta di Bodio e la conseguente documentazione constatando che l'estensione del sito è ben maggiore rispetto a ciò che gli studiosi ottocenteschi avevano immaginato: è la palafitta più estesa del lago, come fosse stata il centro di riferimento per gli abitanti del territorio, il quale non consta di un villaggio unitario, ma di una serie di insediamenti che si sono sovrapposti nei millenni.

Lo scavo subacqueo di palafitte consente di prelevare campioni di pali di legno ben conservatisi nella torbida acqua del lago e ciò a sua volta consente datazioni dendrocronologiche ben precise: al XVII sec. a.C. sono stati datati, dal laboratorio di dendrocronologia di Verona, i 350 campioni di legno presi dai siti varesini. Oltre al legno molti furono i reperti raccolti nel contesto delle palafitte: l'abbondanza di elementi litici e materiali di scarto della lavorazione permettono di supporre che in loco fosse scheggiata la pietra necessaria ad ottenere strumenti litici utili per la caccia, per la lavorazione di carni e pelli e per altre quotidiane attività di sopravvivenza.

I reperti che si ritrovano però con maggiore frequenza sono frammenti di recipienti in ceramica di uso comune che, seppur piccoli, hanno fornito diverse informazioni sull'abitato frequentato alla fine della media età del bronzo. Le forme testimoniate sono quelle tipiche del periodo, vasellame da mensa e grossi vasi da stoccaggio per cibi e granaglie. È molto probabile infatti che sulle sponde del lago il terreno umido e fertile fosse coltivato a cereali e, come evidenziato dalla presenza di ossa bovine di medie dimensioni, gli animali da fatica fossero utilizzati come aiuto nel lavoro agricolo; è inoltre probabile che questi animali e ancora di più gli ovini fossero mantenuti in allevamento puro, cioè con fini esclusivamente nutrizionali. I cervidi infine, presenti nei boschi circostanti erano cacciati in natura come fonte di carne, corno e pellame.

Varese palafitte
Materiali provenienti dall'isolino Virginia - Museo Archeologico di Varese. Foto di Jessica Lombardo

Cuore di una civiltà di pescatori e agricoltori, il lago di Varese fu un primo antico ponte tra il mondo d'oltralpe e la cisalpina di cui, al formarsi dei primi centri urbani si era persa memoria. Al tempo dei Besozzi l'isolino era intitolato a san Biagio, poi si chiamò “Camilla” in onore della moglie del duca Litta Visconti Arese e passando di proprietà in proprietà si impose all'attenzione internazionale dopo le scoperte dell'800, quando ormai era parte dei possedimenti del marchese Andrea Ponti, che lo rinominò “Virginia” in omaggio alla consorte. Oggi meta di escursioni e attività didattiche la macchia verde dell'isolino ha molto da raccontare sul ruolo del territorio varesino e sulle prime fasi della sua frequentazione.

Varese palafitte
Ricostruzione di una palafitta sull'isolino Virginia. Foto di Jessica Lombardo

Neapolis Partenope

Neapolis: la città del sole e di Partenope

Com’è noto, la città di Napoli fu fondata intorno al 470 a.C. da coloni greci di Cuma e chiamata  Neapolis ("città nuova") per distinguerla da Palaepolis (o Parthenope, latino per Partenope). Quest'ultima era il primo nucleo insediativo risalente all'VIII secolo a.C., che sorgeva sulla collina di Pizzofalcone. L’impianto stradale, tuttora leggibile nel tessuto urbano di Napoli, anticipa la rigorosa griglia ortogonale attribuita all’architetto Ippodamo da Mileto.

Tre sono le strade principali, in direzione nord-sud, dette plateiai; e ventuno quelle minori, in direzione est-ovest, chiamate stenopoi. Per convenzione oggi si fa riferimento alla dizione romana di decumani e cardini.

Il decumano superiore è via dell’Anticaglia (che prende il nome dalle strutture ad arco in laterizio di rinforzo alla "cavea" del teatro romano); il decumano maggiore è via dei Tribunali (lungo il quale sorgeva l’agorà, in corrispondenza di piazza San Gaetano); il decumano inferiore, che “spacca” il cuore della città in due, è appunto Spaccanapoli.
Tra i cardini principali vi sono via San Gregorio Armeno (nota come la via dei presepi) e via Duomo.

Alessandro Baratta, Fidelissimae urbis neapolitanae cum omnibus viis accurata et nova delineatio aeditam in luce ab Alexandro Baratta MDCXXVIIII (1629). Immagine in pubblico dominio

Il centro storico di Napoli, riconosciuto nel 1995 quale Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, rappresenta dunque un rarissimo caso di stratificazione storica, culturale e materiale senza soluzione di continuità per oltre due millenni.

Neapolis Partenope
Napoli dal Belvedere San Martino. Foto di Raffaele Bruno Pinto

Un recente studio archeoastronomico dal titolo “The city of the sun and Parthenope: classical astronomy and the planning of Neapolis, Magna Graecia” pubblicato sul Journal of Historical Geography da Nicola Scafetta e Adriano Mazzarella (entrambi docenti presso il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse DISTAR dell’Università di Napoli Federico II), indaga su quali potrebbero essere le ispirazioni cosmologiche e religiose per l’impianto urbanistico della città di Neapolis.

Lo studio dimostrerebbe che l'orientamento e le proporzioni della rete viaria dell'antica Neapolis furono scelte in modo che potesse essere riconosciuta come la città di Helios/Apollo (dio greco del sole) e di Partenope (mitica sirena che divenne il simbolo della città).

Fonte d’ispirazione per l’impianto urbanistico è la cosmologia di Pitagora, basata sull'armonia della sezione aurea.

Le proporzioni geometriche tra le strade e la cinta delle mura urbiche sono quindi determinate dalla sezione aurea che è legata al numero dieci, al decagono e al pentagono, tutti simboli sacri pitagorici.

Colonna corinzia dalla facciata della Basilica di San Paolo Maggiore. Foto IlSistemone, CC BY-SA 3.0

Dieci sono i settori formati dall'intersezione dei cardini con il quadrato centrale.  Il fulcro di questo sistema cade nel tempio dei Dioscuri (sul quale sorge alla fine del XVI e la prima metà del XVII secolo la basilica di San Paolo Maggiore in piazza San Gaetano). Quest’area, che misura 2x2 stadi greci (1 stadio corrisponde a circa 190 m), è delimitata dai decumani superiore e inferiore e dai cardini di via Atri e via Duomo. Inoltre, è ruotata rispetto agli assi cardinali di circa un sedicesimo di cerchio e la stella a sedici raggi rappresentava tra i Greci il sole e il dio Apollo.

Il decagono (la stella a dieci punte) è la figura iscritta in un cerchio di raggio pari al doppio della sezione aurea.

Il pentagono, come il decagono, è definito dall’angolo di 36° (l’angolo aureo), che è anche la frazione d’arco dei dieci settori del grande decagono che caratterizza la geometria della città.

 

Le geometrie pitagoriche riconoscibili nella trama urbana del centro antico di Napoli (fonte: unina.it)

Queste geometrie erano ispirate ai percorsi del sole osservabili dalla città di Neapolis ai solstizi: il 21 dicembre il sole sorgeva sopra i monti Lattari a 36° sud-est, mentre il 21 giugno, appariva 36° sopra il punto d'est.

Inoltre, all’alba e al tramonto degli equinozi, era possibile assistere ad una sorta di spettacolo di luci che coinvolgeva il sole, il complesso vulcanico del Somma-Vesuvio, la collina di Sant'Elmo, le costellazioni della Vergine e dell'Aquila (legate al culto di Partenope come dea e sirena) e del Toro (che richiamava il culto del Sebeto, il fiume divinizzato di Neapolis).

Fonti dirette di questo studio sono state le monete antiche di Neapolis mostranti Partenope, un toro ed una dea alata in posizioni che richiamano il sorgere del sole sopra il Vesuvio durante gli equinozi di autunno. Il questo particolare momento dell'anno il sole si trovava nel segno della Vergine, che in greco è detto Parthenos da cui deriva il nome Partenope.

Napoli è dunque città del sole, la città di Partenope.


Domus aurea Raffaello

La Domus Aurea risplende con Raffaello

La Domus Aurea risplende con Raffaello

Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche

Parco colle Oppio, Via Serapide - rinviata a data da destinarsi

Raffaello Domus Aurea Laooconte
Georges Chedanne, Il Laocoonte nella Domus Aurea, Rouen, Musée des Beaux-Arts © DeAgostini Picture Library/Scala, Firenze

L’INCONTRO

I primi decenni del 1500 Raffaello scopriva l’impervia cavità del Colle Oppio che conduceva direttamente nel maestoso palazzo imperiale voluto da Nerone e realizzato tra il 65 e il 68 d.C., la Domus Aurea.

Già nel 1480 Pinturicchio e Filippino Lippi fecero strada a Raffaello nella discesa verso le resta della Villa neroniana sino ad allora invisibile, sommersa dalla coltre delle vestigia del successore Traiano. La terra riempì tutto e nelle viscere del Colle Oppio scese l’oblio, ma proprio la sabbia ha permesso la conservazione di tali reperti.

L’ignoto e l’oscurità di quegli ambienti lasciarono spazio a stupore e meraviglia alla vista delle decorazioni pittoriche parietali. La minuzia decorativa conservata nelle grotte venne approfondita negli studi di Raffaello, nel secondo decennio del Cinquecento, che ne interpretò gli stilemi e la composizione, forte delle sue competenze antiquarie. Solo successivamente queste sequenze di forme vegetali e animali presero il nome di “grottesche” e tornarono in voga nel Rinascimento.

L’INTERVENTO

Dall’accesso su via Serapide, attraversando la Galleria III, si inizia la discesa nelle viscere del Colle Oppio sino ad immergersi nella maestosità dell’Aula Ottagona. La progettazione dell'intervento, voluto dalla direttrice del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, è stato assegnato allo studio “Stefano Boeri Architetti”. Il professor Stefano Boeri - insieme al suo studio - è noto ai più per l'ideazione del Bosco Verticale a Milano, ma con le sue attività è ormai parte della storia dell'architettura.

Una passerella autoportante in lamiera d’acciaio nera si snoda leggera muovendosi tra le murature originarie e rievocando l’eleganza antica con un fine rivestimento in resina di tonalità bianca.

Si arriva accompagnati così, e da un progressivo attenuarsi dell’intensità della luce artificiale, nella sala Ottagona, come condotti nella discesa da leggerezza e minimalismo hi-tech.

L’ESITO O L’EFFETTO

Questa era il nucleo del settore orientale della Domus Aurea, arricchita come il resto del complesso, dalla preziosità dei materiali e resa leggendaria per la progettazione di un meccanismo unico e irrepetibile di rotazione del soffitto. Questo, costituito da lussuose lastre d’avorio mobili, destava meraviglia con un gioco di luci e una delicata caduta di petali, inebriando tutto lo spazio con essenze: un’esperienza magica assimilabile solo alla potenza di un Dio.

Questa sala intrisa di sapienza costruttiva e effetti immaginifici ospita non a caso la retrospettiva su Raffaello, e le fanno da cornice le cinque sale radiali con installazioni multimediali, dove verranno approfonditi la scoperta e lo studio delle grottesche. Inoltre saranno le opere del pittore urbinate ispirate proprio agli studi effettuati nella Domus.

Al centro della sala sarà visibile l’Atlante Farnese (prestito del Mann di Napoli) le cui costellazioni, raffigurate sul globo del titano, saranno riprodotte sulla volta, rievocando la rotazione dell’antica sala, come omaggio alla volontà di Nerone.

L’allestimento curato da Vincenzo Farinella, Alessandro D’Alessio e Stefano Borghini con la produzione di Electa, si avvale della maestria tecnologica dello studio di Interaction e Exhibit Design Dotdotdot.

Come indicato sul sito di Electa Mondadori, "nel rispetto delle misure precauzionali disposte dal Consiglio dei Ministri e dalle autorità competenti, a salvaguardia della salute e per un'esperienza gratificante di visita, le mostre Electa con apertura prevista nei mesi di marzo e aprile saranno posticipate a data da destinarsi."

Siamo tuttavia sicuri che quella che nel 1980 è stata definita patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, tornerà presto in auge con aperture quotidiane e con un nuovo percorso di visita.


Notre-Dame: una testimonianza che non è possibile cancellare

Nel pomeriggio di lunedì 15 aprile la cattedrale di Notre-Dame ha preso fuoco, è crollata la guglia all’incrocio del transetto, sono crollate tutte le volte a crociera e sono perdute le capriate lignee. Indipendentemente dalle notizie ricevute, ciascuno ha attribuito all’evento un valore e un significato diverso. Al netto delle molte polemiche, infatti, Notre-Dame dimostra di non essere soltanto una chiesa, quindi un simbolo cristiano: per alcuni è il simbolo della Francia; per altri il rifugio di Quasimodo e Esmeralda; altri ancora piangono la scomparsa del luogo dove hanno trascorso il viaggio di nozze; molti parlano di una grande perdita per la cultura o si rammaricano di non averla mai visitata. Questo significa che la cattedrale ha un grosso valore, che esistono molte persone intenzionate a conservare la sua testimonianza, e che per questo nessun incendio può essere così grave. D’altronde questa cattedrale è sopravvissuta fino ad oggi, nonostante tutto.

In rosso, le parti distrutte della Cattedrale di Notre-Dame. Opera di Umbricht, CC BY-SA 4.0

Una chiesa, mille volti.

Notre-Dame è una delle più famose cattedrali gotiche francesi, ma chi l’ha costruita non l’ha mai saputo. Perché “gotico” è un termine dispregiativo inventato nel Cinquecento, quando va di moda la cultura classica e si dà del “barbaro” a chi ha costruto chiese “gotiche”, così poco equilibrate. Quindi, a qualche secolo, dalla sua costruzione, la cattedrale non si credeva così “bella” come la vediamo noi oggi. Dietro all’architettura gotica, in realtà, c’è ben poco di “selvaggio”, perché l’idea di costruire edifici verticali va a braccetto con la diffusione della filosofia scolastica e con l’amore per la logica che la caratterizza. Uno degli intellettuali che ha contribuito a definire le istanze del gotico è Suger, abate di Saint Denis, un uomo colto e dignitario di corte, che scrive sull’importanza della luce come manifestazione e simbolo del divino. Quindi è ovvio che nelle chiese, secondo lui, debba esserci molta luce, perché è lì che si deve manifestare la presenza di Dio.

Per far entrare la luce è necessario ridurre un po' lo spessore delle mura, che nelle chiese precedenti (da noi chiamate romaniche) era molto grosso. Ovviamente, poi, vanno inserite delle vetrate, colorate come noi le conosciamo, che creino giochi di luce all’interno dell’edificio. Certo è che, riducendo lo spessore delle mura e togliendo gran parte dei mattoni per metterci vetro, bisognerà trovare un sistema di sostegno che sostiuisca le maestose pareti romaniche. Si risolve con una modalità di sostegno “esterna”, cioè il peso del tetto è scaricato su sostegni che si trovano fuori dalle mura, non sotto di esse: gli archi rampanti, che si vedono da fuori come tante zampe che sembrano uscire dal corpo della chiesa. Questo funziona anche grazie all’uso del nuovo arco acuto, che non non ha bisogno di grossi pilastri. Gli archi rampanti permettono di sostenere il peso non coprendo le finestre, e quindi fanno entrare la luce; guglie, pinnacoli e tutte le cose alte e verticali che si vedono da fuori, sono in realtà strutture che servono a caricare di peso questi archi esterni, e contribuiscono a sostenere il peso dell’edificio. Più la chiesa è alta (e si cerca di farle più alte possibili) più servono sostegni esterni, e quindi le chiese prendono quell’aspetto particolare che conosciamo. Notre-Dame è la prima chiesa in cui le pareti non sono portanti, infatti, entrando, non si vedono giganteschi pilastri, ma colonne che risultano piuttosto sottili se paragonate all’altezza dell’edificio. Perciò questa cattedarale viene considerata la prima chiesa in stile gotico compiuto, anche se in Saint Denis si erano già sperimentate queste tecniche.

Però, come detto, lo stile gotico non è sempre amato nel corso dei secoli, e nel Seicento si comincia a modificare l’interno della chiesa: viene tolto il pontile che separa la parte riservata al clero e si fa un restauro importante perché il re consacra la Francia alla Madonna, e Notre-Dame è la chiesa simbolo di questa decisione. In seguito, gli ecclesiastici che curano la chiesa chiedono più luce, e vengono così eliminate le vetrate colorate, in favore di vetri trasparenti. Si toglie anche la colonna dell’entrata centrale, perché così diventa più semplice far passare le processioni. Poco importa se su quella colonna (detta troumeau) c’erano fior di sculture.

Se la chiesa è simbolo di decisioni reali, per i rivoluzionari del 1789 è un simbolo da modificarre, quindi la saccheggiano di tutto quanto è di proprietà reale e ne fanno il Tempio della Ragione. Le sculture della facciata vengono scambiate per ritratti di re, e sono tutte eliminate; crolla la guglia centrale (la stessa che ha preso fuoco lunedì) e non c’è più il valore simbolico della luce divina, perché la divinità dei rivouzionari è la ragione. La ragione che porta libertà e uguaglianza, ideali per cui molti rivoluzionari hanno sacrificato la propria vita: la distruzione della chiesa non è quindi conseguenza dell’odio per l’edificio, ma dell’alta considerazione in cui viene tenuta, perché lì, e non altrove, si decide di fondare il nuovo culto della libertà. Ciò che i rivoluzionari volevano era spogliare la cattedrale, che sentivano come propria, dai suoi abiti clericali e regali.

Anche Napoleone le concede lo stesso onore, e cerca di riportarla al suo uso religioso: si fa incoronare al suo interno e copre i danni delle pareti con drappi e bandiere. In quel momento, comunque, la chiesa non è quella che conosciamo: ha vetrate bianche, intonaco bianco, decorazioni barocche: un insieme variegato di stili decorativi, che testimoniano il succedersi delle generazioni che hanno vissuto quegli spazi.

Con la Restaurazione, poi, c’è una rinascita dell’interesse per il Medioevo: ogni nazione cerca le proprie origini, il “certificato” della propria identità, e le cerca in quel periodo storico. Noi oggi sappiamo che in realtà il Medioevo, più che un momento di cristallizzazione delle varie identità culturali, fu un periodo di grandi scambi, un momento in cui si è costruita la cultura che chiamiamo occidentale, e Notre-Dame lo dimostra, essendo punto di partenza di uno stile architettonico che avrà risonanze in tutta Europa.

A metà Ottocento si ha bisogno di molto denaro per recuperare la cattedrale, le capitali europee ormai sono moderne, e si pensa perciò di abbatterla, ma questa idea suscita lo sdegno degli intellettuali, che si battono per conservarla. Primo fra tutti Victor Hugo, che a questo scopo scriverà Notre-Dame de Paris. Hugo crea quello che oggi definiremmo un caso mediatico: i cittadini non vogliono distruggere la chiesa che dopo il libro, sentono ancor di più come propria. Ancora oggi, dopo l’incendio, tantissime immagini sui social fanno riferimento alla storia di Esmeralda e Quasimodo.

Si decide per il restauro, che però non è mai cosa semplice. Bisogna decidere come procedere: si vuole ricostruire tutto com’era nel XII secolo, facendo finta che non sia successo niente e quindi nascondendo l’effetto di secoli di storia (per esempio della Rivoluzione)? Oppure bisogna lasciare, che siano visibili i segni del passare del tempo, come monito per l’uomo e come marchio visibile della storia? Oppure si vuole ricostruire con gusto contemporaneo, segnalando le diverse fasi per poter così identificare i limiti dell’intervento?

L’incarico viene affidato, con molte polemiche, a Viollet Le Duc, uno di quelli che sostiene il “restauro in stile” e cioè il mettersi nei panni dell’artista, immedesimarsi in lui e ricostruire quello che è andato perduto. L’idea è quella di ripristinare la chiesa per come era nel suo primo giorno di vita, il momento perfetto, in cui Notre-Dame era completa. Pazienza se questo avrebbe cancellato secoli di storia.

Le Duc non è uno sprovveduto, classifica e studia tantissimi particolari dell’architettura gotica e ricostruisce la guglia caduta durante la Rivoluzione, rimette a posto le statue nei portali, cancella le decorazioni barocche del Seicento, e sopra le due torri vuole costruire due alte guglie, su modello di altre chiese medievali francesi. Quelle, poi, non si faranno.

Qualche decennio dopo, Haussmann provvede al rinnovamento urbanistico di Parigi: niente più vicoli stretti e niente più spazi per “corti dei miracoli” e barricate rivoluzionarie. Davanti alla cattedrale si apre la piazza e di fatto si perde l’effetto sopresa che le grandi chiese cittadine dovevano suscitare in quei fedeli che, girato l’angolo di un vicolo buio, trovavano davanti a sé la maestosa casa di Dio.

Originalità e testimonianza

Questo breve percorso storico per dire che un edificio distrutto non è un edificio scomparso, e che il concetto di “originalità” è molto complesso. Nessuna testimonianza storica è persa se qualcuno se ne prende cura, e il patrimonio culturale è proprio quell’insieme di beni di cui le comunità si prendono cura. Così lo descrive la Convenzione di Faro, sottoscritta nel 2007 dal Consiglio d’Europa. Notre-Dame è stata spesso modificata, aggiornata, sistemata, perché qualcuno ha sempre voluto conservarla.

E questo “qualcuno” sono persone provenienti da tutto il mondo, non per niente la cattedrale è considerata dall’UNESCO come parte del Patrimonio dell’Umanità, significa che rappresenta un momento importante per la cultura mondiale, non solo francese. Perciò è ancora oggi soggetta a interventi di restauro, svolti per limitare i danni del dramma di questo secolo: lo smog, che danneggia anche numerose opere d’arte. La cattedrale è uno dei luoghi più vistati della Francia ed è normale che ogni intervento di restauro o pulitura (come quello fatto per il Giubileo del 2000) sia interessato da polemiche e dibattiti anche sul piano politico: tutto questo è sintomo del fatto che sul monumento c’è un forte interesse da parte della comunità. I lavori di Disney e di Cocciante sul libro di Victor Hugo hanno contribuito a tenere vivo l’amore per l’edifico, facendolo entrare nel cuore anche di tanti visitatori.

La guglia, poco prima del collasso. Foto di Antoninnnnn, CC BY-SA 4.0

Al di là delle polemiche, però, è importante non perdere il valore documentario della chiesa, il motivo, cioè per cui contribuisce alla nostra crescita culturale. Nel momento di sconforto generale, insomma, bisogna scegliere qual è la “nostra” Notre-Dame. Non possiamo avere la chiesa “originale” medievale, perché già è persa da tempo; non possiamo avere la cattedrale di Quasimodo, perché quella è in realtà di Victor Hugo, è non c’è più nemmeno lei; non possiamo avere il Tempio della Ragione né la chiesa con decorazioni barocche che piaceva agli uomini del Seicento. Non possiamo averne nessuna, ma possiamo, allo stesso tempo, averle tutte, perché lo stesso edificio ci parla di tutte le sue “vite passate”. Dopo questo incendio, quando sarà ricostruita nella maniera in cui si deciderà di ricostruirla, Notre-Dame riprenderà in qualche modo il suo ruolo di testimonianza all’interno del suo territorio e avrà una storia in più da raccontare, e quella storia è la nostra, di oggi.

 

Notre-Dame
La cattedrale di Notre-Dame all'indomani dell'incendio. Foto di Louis H. G., CC BY-SA 4.0
Notre-Dame
La cattedrale di Notre-Dame, prima dell'incendio del 15 aprile 2019. Foto di Steven G. Johnson, CC BY-SA 3.0

Matera 2019

Matera 2019. Quello che c'è da sapere sugli eventi in città

La Basilicata è una regione incantevole, dove il tempo sembra talvolta essersi congelato, e con scenari davvero atipici rispetto alle omologate società globalizzate. Matera rappresenta un luogo dal fascino particolare e ineguagliabile. Celebre come la città dei Sassi, è tra i più antichi centri abitati tuttora popolati, nonché dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1993. Proprio per quest’anno la città è stata insignita del titolo di Capitale Europea della Cultura, e la sua vita sarà quindi ravvivata con molteplici eventi ad esso collegati: Windows Alchimia archetipica, Laboratorio di sartoria, Ars excavandi, Mater(i)a P(i)etra, Social Light – Laboratori di autocostruzione, L’Anima del Gotico Mediterraneo, I segni del legno, Padiglioni invisibili, Matera Alberga – Arte Accogliente concernente opere di Alfredo Pirri, Dario Carmentano, Filippo Riniolo e Giuseppe Stampone.

La Cattedrale di Matera. Foto credits by Luca Lancieri

“Windows Alchimia archetipica” è una mostra riflessiva su Matera che da terra simbolo del pane giunge ad archetipo della Terra, suo principale elemento alchemico richiamato anche dall’etimologia del nome. Inserita nel Progetto Festival Terra del Pane insieme ad altre undici finestre sul futuro dell’arte, coinvolge gli artisti Nicola Bevacqua, Maria Luigia Gioffrè e Tommaso Palaia. La collettiva curata da Simona Caramia sarà visibile gratuitamente presso la Fondazione Sassi da sabato 26 gennaio a mercoledì 20 febbraio (ore 10:00 – 13:00, 16:00 – 19:00).

“Laboratorio di sartoria” è un workshop finalizzato al compimento di un lavoro sartoriale di gruppo: studenti, sarte e migranti svolgono con il maestro Ibrahim Savane una trama di stoffe simbolo di un intreccio di storie. Inserito nel Passaporto per Matera 2019, prevede molteplici incontri saltuari alla Silent Academy dal primo febbraio all’otto marzo (ore 11:00 – 13:00, 15:00 – 17:00).

“Ars excavandi” è un evento di apertura che propone un percorso iniziatico in un ambiente ipogeo, mostrandone la correlazione con le città future o extraterrestri. Curato da Pietro Laureano presso il Museo Archeologico Nazionale, procede dal Paleolitico all’odierno esaminando le attività artistiche e di scavo che nel tempo hanno prodotto scenari, architetture e civiltà. È una rilettura dell’arte ipogea attraverso una visione contemporanea, alla scoperta dei misteri del mondo sotterraneo: da Matera agli ambienti rupestri più illustri, dal primo scavo effettuato al prototipo di bio-architettura futura, il passato si congiunge al presente mediante strumenti multimediali di realtà aumentata che attualizzano le civiltà arcaiche. Disponibile dal 20 gennaio al 31 luglio (9:00 – 20:00).

“Mater(i)a P(i)etra” si fonda sull’analogia tra le due città di Matera e Petra, ambedue sorte dalla roccia al di là delle evidenti differenze storico-culturali che le contraddistinguono. La località montana del Medio Oriente viene accostata al comune lucano dal fotografo e regista Carlos Solito, mediante trenta coppie di scatti. Immergendosi nei due centri plasmati dalla roccia, che un tempo accoglievano culture rupestri e forme industriose di canalizzazione sotterranea, se ne rievoca la comune arcaica beltà. È visitabile presso Palazzo Lanfranchi dal 20 gennaio al 17 marzo (ore 9:00 – 20:00; mercoledì 11:00 – 20:00).

Palazzo Lanfranchi, Piazzetta Pascoli. Foto credits by Luca Lancieri

“Social Light – Laboratori di autocostruzione” è un progetto che riflette sulla continuità luminosa mediante delle bag light, borse luminose che vengono lì costruite fornendo una reinterpretazione del concetto di buio e luce. Vi saranno singoli appuntamenti mensili i prossimi 23 febbraio, 23 marzo e 20 aprile (ore 17:00 – 18,30) alla Open Design School.

“L’Anima del Gotico Mediterraneo” si fonda su testimonianze fotografiche di Luis Agustìn, Aurelio Vallespin e Ricardo Santonja appartenenti al Dipartimento di Architettura dell’Università di Saragozza: l’obiettivo è promuovere lo scambio culturale e accademico tra le varie nazioni europee, individuandone i fattori architettonici comuni durante il Trecento e il Quattrocento. È un itinerario fotografico alla scoperta del gotico mediterraneo, che si svolgerà sino al 3 marzo 2019 (ore 9:00 – 20:00) nel Museo di Palazzo Lanfranchi.

“I segni del legno” indaga l’artigianato attraverso il legno ed il tufo, connettendo passato e presente con riproduzioni di segni naturali su tronchi d’albero o con sgabelli modernamente ripensati per una riattualizzazione di elementi tipici della tradizione storico-culturale. Prodotti ideati da Luca Colacicco che riaccendono la memoria storica di elementi che la modernità rischia di far cadere nell’oblio. È visitabile gratuitamente fino al 14 febbraio 2019 (ore 19:00 – 21:00) presso lo Studio Arti Visive.

“Padiglioni invisibili” prevede la rifunzionalizzazione di aree ipogee nei Rioni Sassi, consentendo così di recuperare elementi del territorio restituendoli al pubblico mediante eventi ed esposizioni. Visite guidate mostreranno un antico sistema di cisterne della fine del Cinquecento, seguite da una successione di talk che faranno comprendere quest’internità celata, mentre Yona Friedman utilizzerà la propria arte fondata sulle idee di località e sostenibilità per coinvolgere il pubblico nel luogo. L’evento avverrà a Palazzo Viceconte dal 30 marzo al 25 maggio 2019 (10:00 – 13:00, 16:00 – 19:00).

Matera e il torrente Gravina. Foto credits by Luca Lancieri

“Matera Alberga – Arte Accogliente” concerne un’installazione artistica ideata da Alfredo Pirri, riguardante l’accoglienza e la convivenza parimenti alle altre opere del progetto diffuse in vari alberghi della città. Opere d’arte contemporanea che congiungono culture rupestri ed attuali, come quella di Pirri nell’Hotel Corte San Pietro che adopera una cisterna relazionandola ad uno strumento di connessione tra interno ed esterno, con cui il pubblico può interagire. Altra installazione d’arte contemporanea è “Fonte del tempo” di Dario Carmentano, che riflette sulla presenza di cisterne nelle abitazioni dei Sassi pur in assenza di sorgenti in loco. Nella zona della Madonna dell’Idris, che accoglie l’opera nell’Hotel Le Dimore dell’Idris, l’idea della vasca-fonte comune propone una percezione temporale differente, innescando un’esperienza condivisa da cui esula il concetto di “fuori”. Un’ulteriore installazione è quella doppia di Filippo Riniolo presso la Locanda di San Martino Hotel e Thermae: quella esterna si fonda sulla connessione acustica alla discussa politica, mentre quella interna espone la teoria che vede Pitagora alla base dell’edificazione equilibrata delle case in tufo. Inoltre l’installazione “Double face” di Giuseppe Stampone esposta all’Hotel del Campo è la serigrafia di un disegno a penna su un lightbox che appare come un’insegna, collegamento tra memoria ed attualità: una comparazione tra i Sassi e il cemento, tra ambito privato e pubblico, attraverso una mappa spazio-temporale che trasforma la sequenzialità in un eterno presente. Le installazioni saranno accessibili gratuitamente sino al 31 dicembre 2022 (ore 11:00 – 21:00).

Originali gli eventi giornalieri sino ad oggi svolti, tra i quali menzioniamo: Capoluoghi d’Italia…dedicato a Matera, con proiezione in anteprima nazionale del programma tv su Matera realizzato da TV 2000, La Lucania e il “giallo”! basato sull’incontro con gli scrittori ed artisti Raffaele Marra, Luigi Pipitone, Pasquale Rimoli ed Antonio Orlando, Cena con delitto caratterizzato dalle ricette di Lolita Lobosco ed il Concerto Musicale Gospel dell’Isernia Gospel Choir.

Il programma è in continuo aggiornamento, per valorizzare questa incantevole città offrendo una considerevole offerta, multiforme e non priva di interesse per tutti coloro che vi accoreranno.

Matera 2019
Matera, panorama notturno. Foto credits by Luca Lancieri

Per maggiori informazioni, consultare il sito ufficiale di Matera 2019 (che si ringrazia) e Matera 2019 Events.


Ruvo di Puglia #Ruvoeducationaltour2018

Alla scoperta di Ruvo di Puglia. Tra musica, sapori e storia

Il #Ruvoeducationaltour2018 comincia per me con un lungo viaggio in una terra che ho avuto il piacere già di visitare, ma che per la sua infinita bellezza ha sempre qualcosa da dare e da raccontare. Sono l’ultima ad arrivare e la prima a rientrare sotto una pioggia incessante che mi accompagna e non ci lascia per qualche giorno. Sicilia e Puglia, apparentemente vicine ma con parecchi km da percorrere in pullman, per raggiungere una meta che sai già che non ti deluderà.

Perché questo educational tour? Il progetto nasce dalla volontà di far conoscere il territorio attraverso una modalità già sperimentata non solo in Puglia ma anche in altre parti d’Italia e che ha riscosso un grande successo. Poter essere accolti nelle strutture del luogo, poter visitare e vivere la storia di questi piccoli centri, perdersi tra le vie e respirare la vita vera, quella ancora non contaminata, rende speciali e magici questi posti. La Puglia, fortunatamente, conserva ancora questa integrità e questo spirito verace e grezzo, autentico, brusco forse, ma che ti rimane dentro. Tutto è genuino, dal cibo, al vino, alle persone che ti accolgono.

A partecipare a questa esperienza sono stati dieci professionisti del settore turistico e culturale, un team quasi esclusivamente di donne, dalle esperienze diverse così come i caratteri che hanno saputo fare gruppo, scambiarsi idee, vite, confidenze e raccontare il proprio vissuto. Food blogger, travel blogger, giornalisti, in fondo le professioni sono state solo un collante per un’esperienza davvero favolosa, svoltasi dal 2 al 7 ottobre.

Nostra guida del cammin ruvese, l’archeologa Giovina Caldarola, curatrice del progetto assieme all’assessora alla Cultura con delega al Turismo, Monica Filograno, donna esperta che ama il suo lavoro e soprattutto crede fortemente nella valorizzazione del suo territorio.

Obiettivo, conoscere Ruvo, città d’arte e musica. Lo abbiamo fatto a partire da una manifestazione musicale, il “Ruvo Coro Festival” che si è tenuto nella cittadina pugliese con varie performance: Voci di Pace – Canterò per sempre l’Amore del Signore – IX edizione, in cui la musica corale, attraverso l’incontro e il dialogo fra le comunità del Mediterraneo diventa strumento di pace e valido messaggio per le nuove generazioni, e La voce delle cattedrali – I edizione, in quattro cori, nazionali ed internazionali, si sono esibite nelle più suggestive cattedrali romaniche della Puglia a cui si aggiunge Matera, dando voce ai luoghi emblema dell’architettura e della storia della Puglia. Un’esperienza sonora di grande fascino associata alla qualità del repertorio e dei cori ospiti.

Ma il tour ha avuto un sapore vario perché oltre alla musica siamo stati accompagnati alla scoperta del cibo della terra di Puglia che ci ha saziati meravigliosamente, così come si sono saziati i nostri occhi con le meraviglie storico artistiche della città.

Partiamo dalle aziende locali e dai ristoratori che ci hanno letteralmente sfamato tra una visita e l’altra. Non essendo il food il mio settore, mi sono lasciata ispirare e guidare da chi con sapienza e maestria ha cucinato per noi in questi giorni. La tavola pugliese certamente non è magra e non è light, in Puglia ahimè si mangia tanto e bene, e i sapori sono quelli di una volta, genuini, non artificiali, dove è facile ancora distinguere i gusti, inseguire la stagionalità dei prodotti e berci su un delizioso rosso di Troia che ha annaffiato le nostre tavolate. Ogni esperienza porta con sé un ricordo, i nomi che citerò non vogliono essere un mero elenco ma un grazie a tutti coloro che ci hanno permesso di portare a casa le specialità e farle conoscere anche oltre Ruvo e la Puglia. Casa dolce casa Ruvo di Puglia, gestito da Clementina e suo marito che ci hanno accolto con tutta la loro ospitalità e premura, il locale Mezzapagnotta dove Francesco e il suo staff ci hanno illustrato la loro cucina etnobotanica ricca di gusto, sofistica ma genuina che difficilmente si potrà dimenticare; Il Panificio Cascione con la sua squisita focaccia dove letteralmente si può mangiare sulla storia. Perché? Perché sotto il locale, custodita dal plexigas, si conserva un tratto della famosa via Traiana fatta costruire dall’imperatore tra il 108 e il 110 d.C. e che in passato collegava Benevento a Brindisi. Altre aziende che mi hanno incuriosito e non solo per i loro prodotti ma anche per la dedizione al lavoro, la passione e le notevoli quantità di nozioni che ci hanno accompagnato sono: la Pasticceria Berardi in cui abbiamo visto la realizzazione del famoso mandorlaccio, l’Oleificio Mazzone, dove abbiamo assaggiato uno degli oli più buoni e amari di sempre e l’Azienda Agricola Mazzone che ci ha fatto degustare i suoi vini esportati in tutto il mondo.

 

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Nella foto dalla nostra blogger a Ruvo di Puglia, Alessandra Randazzo, un particolare del celeberrimo cratere attico del Pittore di Talos: quello che ritrae l'automa in bronzo è uno dei pezzi forti del Museo Jatta. "Di Talo, alcuni dicono che apparteneva alla stirpe di bronzo, altri che era stato donato a Minosse da Efesto; perciò secondo alcuni era un uomo di bronzo, secondo altri un toro. Aveva una sola vena che, dal collo, si estendeva fino alla caviglia: al termine, era conficcato un chiodo di bronzo. Talo montava la guardia e tre volte al giorno faceva di corsa il giro dell'isola; vide perciò la nave Argo che si avvicinava, e si mise a scagliarle contro delle pietre. Medea lo fece morire con l'inganno" [...] Estratto da Apollodoro, Biblioteca, I, 9, 26, traduzione di Maria Grazia Ciani #ruvoeducationaltour2018 #ruvocittàdarte #weareinpuglia #wehostinpuglia #ruvo #ruvodipuglia #classicult #puglia #ig_puglia #igers_puglia #Talos #ceramica #pottery #arte #art #nonveniteinpuglia #weareinpuglia #apulia

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Potevamo pensare solo all’aspetto mangereccio? No. Ed ecco il nostro Virgilio, l’architetto Mario di Puppo che ci accompagna a scoprire la storia e i monumenti di Ruvo. Il tour culturale ha preso il via da un luogo che per me era un sogno. Per chi come me ha studiato materie archeologiche, il Museo Jatta rappresenta una sorta di parco giochi per gli amanti della ceramica antica. Qui infatti sono conservati alcuni tra i vasi più belli al mondo, esempio di ricchezza e perfezione artistica ma anche dell’elevato status raggiunto dall’antica città in un periodo storico che si perde nella memoria.

 

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La Cattedrale di Ruvo, dedicata a Santa Maria Assunta, costituisce uno splendido esempio di stile romanico pugliese a tendenza gotica. Costruita tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo, costituisce il cuore pulsante del centro storico di Ruvo di Puglia. Oggi tutti possono apprezzare la storia stratificata di questo luogo, grazie a un percorso archeologico sotterraneo che conduce dalla fase peucetica a quella romana coi suoi mosaici, e quindi a quella medievale per arrivare fino ai nostri giorni. Nelle foto di Alessandra Randazzo, la splendida facciata in pietra col portale centrale, decorato con diversi registri scultorei, e gli interni. Per chi volesse vedere qualcosa in più di questa straordinaria Cattedrale, oltre alla visita nella cittadina pugliese si segnala anche questo video realizzato col drone: https://www.youtube.com/watch?v=rMhb7nHub7U #ruvoeducationaltour2018 #ruvocittàdarte #weareinpuglia #wehostinpuglia #ruvo #ruvodipuglia #classicult #puglia #ig_puglia #igers_puglia #arte #art #nonveniteinpuglia #weareinpuglia #apulia

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Piacevolmente scopro che a Ruvo ci sono tanti luoghi storici che hanno molto ancora da raccontare, sono nascosti ma offrono un concentrato di emozioni che per chi come me ama la storia e l’archeologia è difficile contenere. Non a caso la Cattedrale ingloba i resti di un’antica domus romana collegata alla vicina grotta di San Cleto. Quest'ultima è volgarmente chiamata grotta ma è in realtà una cisterna di epoca romana della prima metà del II secolo d.C. che secondo la tradizione accoglieva le prime comunità cristiane dell’epoca di San Cleto (morto nel 92). L’area cultuale dell’edificio presenta due fonti battesimali e una statua del santo, scolpita direttamente nella pietra.

 

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La navata settentrionale della chiesa del Purgatorio a Ruvo di Puglia è stata costruita sulla grotta di San Cleto. Volgarmente chiamata grotta, si tratta in realtà di una cisterna di epoca romana della prima metà del II secolo d. C. La tradizione vuole che accogliesse i primi cristiani già all'epoca di San Cleto (morto nel 92). La tradizione vorrebbe pure Cleto come primo vescovo di Ruvo di Puglia, nominato dallo stesso Pietro, ma è implausibile. L'area cultuale dell'edificio presenta due fonti battesimali e una statua di San Cleto, scolpita direttamente nella pietra del secondo pilastro. Cleto o Anacleto, vescovo di Roma e papa, è santo patrono della cittadina pugliese. Nelle foto di Alessandra Randazzo, la nostra blogger in tour della Puglia, le immagini dalla suggestiva "grotta". #weareinpuglia #wehostinpuglia #ruvoeducationaltour2018 #ruvocittàdarte #classicult #Puglia #Apulia #ig_puglia#igers_puglia #nonveniteinpuglia #ruvo#ig_ruvo #igers_ruvo #cleto #cletus #santi #saints

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Passeggiando per le vie, inoltre, se si cammina con il naso all’insù è possibile scorgere alcuni palazzi antichi come Palazzo Caputi che abbiamo visitato, sede della Biblioteca cittadina, Palazzo Avitaja e Palazzo Melodia.

 

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"Nella nostra cultura di massa, assetata di immagini che appartengono a un Medioevo di maniera o del tutto fuori dal tempo storico [...] Castel del Monte ha, così, gradatamente ma inesorabilmente perso la sua identità di edificio castellare per acquisirne un'altra profondamente diversa ma ormai preponderante nell'immaginario collettivo: quella di tempio, cattedrale laica, edificio religioso, scrigno esoterico dai molteplici percorsi iniziatici, osservatorio astronomico, monumento sacro disegnato dal Sole o in stretta connessione con le piramidi egizie, addirittura un hammam, comunque assolutamente un "non castello", privo di tutte le caratteristiche tradizionalmente appannaggio delle strutture fortificate. Un Altro Castel del Monte, quindi, ricoperto dal velo del mito [...]" Massimiliano Ambruoso, Castel del Monte. Manuale storico di sopravvivenza, Bari, 2014, p. 17. Nelle foto di Alessandra Randazzo, la nostra blogger in missione in Puglia, si capisce bene come questo luogo straordinario abbia potuto colpire così profondamente l'immaginario moderno. #weareinpuglia #wehostinpuglia #ruvoeducationaltour2018 #Casteldelmonte #classicult #Andria #ig_andria #igers_andria #Puglia #Apulia #ig_puglia #igers_puglia #ruvocittàdarte #nonveniteinpuglia

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Non poteva mancare anche un’arrampicata sulla Torre dell’Orologio in cui è stato possibile ammirare il panorama della città e il suo territorio con una vista particolareggiata, dall’altopiano delle murge fino alla costa adriatica. E proprio dall’alto, forse uno dei monumenti simbolo, anzi, mi correggo, il simbolo dei monumenti pugliesi, Castel del Monte che abbiamo avuto l’immenso piacere di visitare. Sito patrimonio dell’umanità UNESCO, simbolo della Puglia imperiale, la cui sagoma si può ammirare anche a distanza di km e che nasconde miti e leggende legate ad un personaggio molto amato: Federico II.

Non sono mancate due gite fuori porta molto impegnative e suggestive. Il nostro tour ha previsto anche una bella camminata di parecchie ore nel Parco dell’Alta Murgia, dove, accompagnati da esperti, abbiamo potuto ammirare il paesaggio e la natura aspra di questa parte della Puglia e dove l’autunno ci ha permesso di ammirare i bellissimi colori degli alberi, le foglie ormai cadute e dai colori rosso-brunastri che tappezzavano e dipingevano i contorni della nostra passeggiata. La zona murgiana offre innumerevoli luoghi di produzione casearia e gastronomica, uno dei quali, la Masseria Coppa, ci ha ospitati sotto una fitta pioggia per rifocillarci dopo il tour naturalistico. Anche Trani, visitata in notturna, ha lasciato ricordi piacevoli. Da vedere, possibilmente di giorno per ammirarne a pieno la bellezza, la Cattedrale che appare come sospesa sul mare, maestosa e austera. Magistrale esempio di architettura romanica, costituita da tre chiese sovrapposte. Ma anche il waterfront portuale, tappa obbligata per vivere appieno la città, ricca di botteghe d’arte e locali che costituiscono il punto di ritrovo per i giovani e per i turisti.

Intelligentemente pensato, anche un momento di confronto presso La Capagrossa Coworking dove le aziende ma anche i partecipanti del tour e giovani esperti ruvesi, ci hanno illustrato una serie di attività e iniziative promozionali per il rilancio urbano della comunità locale. Con grande sorpresa scopro che Ruvo di Puglia ospita da diversi anni importanti manifestazioni che in diversi periodi dell’anno cercano di far confluire i turisti, ma anche altri pugliesi che con l’occasione arrivano in città per i vari eventi. Cito in particolare il Talos Festival che riconferma Ruvo come città di musica e di musicisti che nelle ultime edizioni è ritornato alle origini riscoprendo il forte legame che questa terra ha con l’arte nei suoi più diversi linguaggi, e Luci e Suoni d’Artista, giunto alla seconda edizione e che vede la città illuminarsi con le opere prodotte da designer, artisti e artigiani, imprese, associazioni e cittadini. Quest’anno il tema si ispirerà alla vertigine e all’equilibrio.

Questa esperienza, oltre che meravigliosa occasione di lavoro, ha rappresentato per me una bellissima opportunità di viaggio di contatti che nella forza della squadra ha avuto uno dei suoi punti cardine. E allora oltre agli organizzatori del #ruvoeducationaltour2018, Giovina Calderola e Monica Filograno, non posso non ringraziare le mie compagne di viaggio, Laura Gobbi, Annalisa Milione, Stefania Manfredi, Selene Scinicariello che hanno reso unico e indimenticabile questo viaggio.


Salgono a 53 i siti UNESCO in Italia

FRANCESCHINI: SALGONO A 53 I SITI UNESCO IN ITALIA
Le antiche faggete e le Opere di difesa veneziane iscritte nella lista del Patrimonio dell'Umanità

Salgono a 53 i siti italiani iscritti nella lista del Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco. Dopo il riconoscimento attribuito ieri a un insieme di dieci antiche faggete italiane per una superficie di 2127 ettari nel contesto del sito ambientale transazionale delle Foreste primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d'Europa, la 41° sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale, in corso a Cracovia, ha iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'Unesco il 53° sito italiano. Si tratta delle "Opere di difesa veneziane tra il XVI ed il XVII secolo: Stato di Terra - Stato di mare occidentale", un sito seriale transnazionale presentato nel 2016 dall'Italia insieme con Croazia e Montenegro all'Unesco a Parigi. Il sito raccoglie un insieme straordinario dei più rappresentativi sistemi difensivi alla moderna realizzati dalla Repubblica di Venezia, progettati dopo la scoperta della polvere da sparo e dislocati lungo lo Stato di Terra e lo Stato di Mare. Per decisione del Comitato del Patrimonio Mondiale, entrano a far parte del sito Unesco le opere di difesa presenti a Bergamo, Palmanova, Peschiera del Garda per l'Italia, Zara e Sebenico per la Croazia, Cattaro per il Montenegro.
"Questo importante risultato - dichiara il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini - conferma il forte e pluriennale impegno dell'Italia nell'attuazione della Convenzione del Patrimonio Mondiale Unesco. Un'opera preziosa che consente al nostro Paese di mantenere il primato del numero di siti iscritti alla Lista e di esercitare un notevole ruolo nella diplomazia culturale nel contesto internazionale".
La candidatura è il risultato di un lungo e complesso lavoro di équipe. Coordinata a livello centrale dal MiBACT, ha visto la partecipazione di studiosi di chiara fama così come delle più alte cariche istituzionali e dei servizi tecnici dei Comuni coinvolti, dei rappresentati delle altre istituzioni territoriali insieme con gli uffici periferici del MiBACT. Una nutrita delegazione italiana era presente a Cracovia al momento della proclamazione. Oltre alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Unesco, erano presenti tutti i protagonisti del progetto di candidatura: il MiBACT, i Sindaci dei Comuni coinvolti, esperti e tecnici che hanno partecipato al lungo lavoro intrapreso fin dal 2008.
Roma, 9luglio 2017
Ufficio Stampa MiBACT
Le Opere di difesa veneziane tra il XVI e XVII secolo Stato da Terra -  Stato da Mar occidentale
Breve descrizione
Le Opere di difesa veneziane tra il XVI e XVII secolo Stato da Terra -  Stato da Mar occidentale sono costituite da sei componenti fortificate situate in Italia, Croazia e Montenegro, che formano un sistema esteso per oltre mille chilometri tra la Regione Lombardia in Italia, e la costa orientale adriatica. La serie nel suo complesso rappresenta una significativa rappresentazione tipologica delle fortificazioni costruite dalla Serenissima tra il XVI e il XVII secolo, un periodo molto importante nella lunga storia della Repubblica di Venezia. Inoltre il sistema è rappresentativo delle modalità di intervento, dei progetti, dei nuovi criteri riconducibili all’architettura militare "alla moderna" poi diffusa in tutta Europa.
L'introduzione della polvere da sparo ha comportato importanti trasformazioni delle tecniche e dell'architettura militare, cambiamenti che si riflettono nella progettazione delle fortificazioni  denominate alla moderna. Gli apparati difensivi dello Stato di Terra (a protezione della Repubblica dai potentati europei del nord-ovest) e dello Stato di Mare (a difesa delle rotte marittime e dei porti, dal Mare Adriatico fino a Levante) erano entrambi necessari per proteggere l'assetto territoriale ed il potere della Repubblica di Venezia.
Durante il Rinascimento, il vasto e strategico territorio della Serenissima fu lo spazio ideale per sostenere la nascita dei sistemi bastionati o ‘alla moderna’; già concepite in un’ottica di rete estesa e innovativa, la opere di difesa create dalla Repubblica di Venezia sono di eccezionale importanza storica, architettonica e tecnologica.
Gli elementi di Eccezionale Valore Universale sono molteplici: dalle colossali operazioni di scavo per i percorsi ipogei, alle realizzazione di complessi manufatti che riflettono i nuovi requisiti costruttivi messi a punto tra XVI e XVII dai tecnici della Repubblica. Al valore del sito, contribuisce fortemente il contesto paesaggistico in cui si inseriscono le sei componenti, ciascuna in grado di offrire notevoli suggestioni visive all’interno del proprio contesto; inoltre gli elementi della serie inseriti all’interno di tessuti urbani medievali preesistenti o interessati da interventi riconducibili a più recenti periodi storici (del periodo ottomano e napoleonico) hanno mantenuto chiaramente la loro matrice veneziana e ciascuna opera testimonia ancora oggi la propria funzione tattica nell’ambito del sistema complessivo.
Criteri
Criterio (iii): Le opere di difesa veneziane alla moderna costituiscono un'eccezionale testimonianza dell’architettura militare che si è evoluta tra XVI e XVII secolo e che ha interessato territori vasti e le loro interazioni. Nel loro insieme le componenti testimoniano la presenza di una rete difensiva unica tra Stato da Terra e Stato da Mar occidentale incentrato sul Mare Adriatico storicamente conosciuto come Golfo di Venezia. Tale progetto difensivo ebbe connotazione civile, militare e urbane che si estesero oltre il bacino mediterraneo spingendosi a Oriente.
Criterio (iv): Le difese veneziane presentano tutte le caratteristiche del sistema fortificato alla moderna (sistema bastionato) testimoniando i mutamenti che furono introdotti successivamente all'introduzione della polvere da sparo. Nel loro insieme, i sei elementi dimostrano in modo eccezionale le caratteristiche di un progetto difensivo concepito sulla base di grandi capacità tecniche e logistiche, di moderne strategie di combattimento e dei nuovi requisiti architettonici applicati diffusamente nelle difese dello Stato da Terra e del settore occidentale dello Stato da Mar.

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone


Alberobello: Mostra #HoUnMuseoInTesta

#HoUnMuseoInTesta

locandina-i-trulli-di-alberobello-2016

La comunicazione dei tempi correnti viaggia su piattaforme digitali e viene ormai veicolata attraverso etichette tematiche note come hashtag (#). Non sorprenda allora che questo articolo rechi un hashtag persino nel titolo: #HoUnMuseoInTesta è la voce che identifica l’allestimento museale temporaneo organizzato dall’Associazione per il Recupero delle Tradizioni e della Cultura di Alberobello (Arteca) in occasione del ventennale UNESCO.

L’iniziativa si inserisce nell’ambito delle attività promosse e cofinanziate dall’Amministrazione Comunale per la commemorazione dei vent’anni dal riconoscimento UNESCO dei Trulli di Alberobello. La mostra – che si fregia anche del patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO – si configurerà come una ricostruzione illustrata degli eventi che hanno condotto la comunità di Alberobello a ottenere nel dicembre del 1996 il riconoscimento dell’iscrizione dei Trulli di Alberobello nel novero dei siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Nello specifico, si tratterà di un’esposizione temporanea che ripercorrerà attraverso la documentazione originale d’epoca (e in copia anastatica) e a mezzo di riproduzioni filmate (e multimediali) la storia del turismo ad Alberobello (ossia da quando si attivarono i primi meccanismi per la promozione di una tutela dei trulli) attraverso gli scritti di viaggio dei visitatori del passato. In questo senso, il titolo completo della rassegna è chiarificatore: I Trulli di Alberobello attraverso la letteratura di viaggio. «Il più singolare paese d’Italia» a vent’anni dal riconoscimento Unesco (1996-2016).

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Israele: statua di ufficiale egizio a Tel-Hazor

25 Luglio 2016

I tre volontari che hanno effettuato il ritrovamento. Photo credit: Shlomit Bechar
I tre volontari che hanno effettuato il ritrovamento. Photo credit: Shlomit Bechar

Un grande frammento di una statua di un ufficiale egiziano è stata ritrovata a Tel-Hazor, a nord del Mar di Galilea, in Israele. Il frammento, che misura 45X40 cm, è stato ritrovato nel palazzo amministrativo dell'antica città e corrisponde alla parte inferiore della statua, al piede (si ritiene che - completa - la statua misurasse quanto un maschio adulto). Geroglifici sono stati ritrovati: al momento si è ancora in una fase di lettura preliminare e non è chiaro titolo e nome dell'ufficiale egizio che possedeva la statua.

Essa era originariamente collocata o nella tomba dell'ufficiale o in un tempio, probabilmente quello del dio egizio Ptah. Le iscrizioni parlano delle attività dell'ufficiale nella regione di Memphis, luogo di culto del dio.

Tre anni fa, nel sito si ritrovò il frammento del faraone Micerino (Menkaure) che regnò in Egitto nel 25esimo secolo prima dell'era volgare. Si tratta delle due sole statue monumentali egizie per questo contesto nel Levante. Testimonierebbero così l'importanza dell'edificio e dell'antica città. La maggior parte delle statue qui data al Medio Regno, quando ancora Hazor non esisteva: erano probabilmente doni ufficiali al Re di Hazor, che era il più importante nel meridione di Canaan. Le statue furono deliberatamente distrutte e mutilate: una pratica usuale al momento della conquista della città, verificatasi nel tredicesimo secolo prima dell'era volgare.

La straordinaria importanza del sito di Hazor per l'epoca è stata pure riconosciuta dall'UNESCO, che lo ha incluso nella Lista dei Siti Patrimonio dell'Umanità. Hazor copriva 200 acri e contava su una popolazione stimata di 20 mila persone.

Link: AlphaGalileo via Hebrew University of Jerusalem


Rinascere dall'acqua. Paludi delle Marshlands diventano patrimonio UNESCO

Rinascere dall'acqua.

Le paludi delle Marshlands, sede della missione archeologica della Sapienza, diventano patrimonio Unesco

 

Tempio Edublamakh  a Abu Tbeirah. Foto dell'Archivio Ufficio stampa Sapienza Università di Roma
Tempio Edublamakh a Abu Tbeirah. Foto dell'Archivio Ufficio stampa Sapienza Università di Roma

Le paludi delle Marshlands nel sud dell'Iraq, sono entrate a far parte dei siti tutelati dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, e assieme a questo straordinario eco-sistema deltasico è stata accettata anche l’immissione di tre città che fiorirono proprio in questo ambiente naturale oltre seimila anni fa, Ur, Eridu ed Uruk. Il riconoscimento del valore culturale delle aree irachene, sede dei primi insediamenti della civiltà sumerica, è stato possibile anche grazie al contributo fornito dalle ricerche della missione archeologica della Sapienza, co-diretta da Franco D’Agostino e Licia Romano.

Siamo a sud-ovest della città di Nasiriyah, nell’Iraq meridionale. Il cuore della missione è il sito di Abu Tbeirah, un’area di 42 ettari a circa una ventina di chilometri dalla grande capitale di Ur, cioè nel cuore della regione che è stata la culla della civiltà sumerica nel corso del III millennio a.C. Le attività della missione italiana si sono concentrate sullo scavo di un grande edificio in mattoni crudi di più di 600 mq che ha consentito di portare alla luce evidenze di cultura materiale, come per esempio cesti e stuoie risalenti a quasi 4500 anni fa e ancora perfettamente conservati nei loro intrecci. I manufatti documentano come la vita quotidiana del mondo sumerico avesse delle sorprendenti e puntuali analogie con pratiche ancora correntemente in uso presso gli abitanti della zona delle paludi irachene.

Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi
Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi

Attiva dal 2011, la missione della Sapienza è stato il primo scavo archeologico nel sud della nuova Repubblica irachena affidato a una missione straniera, in collaborazione con archeologi locali, dopo le guerre del Golfo e tuttora condotto dal team Sapienza coordinato da Franco D’Agostino e Licia Romano. Gli scavi precedenti in quest'area risalivano agli anni ’60, quando i sistemi di datazione e le tecnologie applicate alla ricerca archeologica non consentivano di giungere all’eccezionalità dei risultati raggiunti fino ad oggi e che hanno permesso alle autorità locali di rinnovare l’autorizzazione a lavorare per altri 5 anni nel sito iracheno.

Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi
Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi

È anche grazie alla collaborazione e al clima di fiducia che si sono creati tra i ricercatori della Sapienza e le autorità e la popolazione locale che è stato possibile far emergere il patrimonio ambientale e culturale di questi siti e farli conoscere alla comunità internazionale. “Proprio questo clima di fattiva cooperazione ha fatto sì che le autorità irachene offrissero al nostro team l’opportunità di indagare e valorizzare anche il sito di Eridu, ormai sito sotto protezione Unesco”.

Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi
Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi
L’annuncio da parte dell’Unesco dell’inserimento delle Marshlands nei siti tutelati è stato accolto quindi con particolare entusiasmo dal Rettore della Sapienza Eugenio Gaudio e dall'Ambasciatore dell’Iraq a Roma Ahmad A.H. Bamarni, nel corso dell’incontro che si è tenuto proprio per promuovere la cooperazione tra l’Ateneo e le istituzioni irachene.
Testo e immagini dall’Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma.