gabbia vetro colin wilson

La gabbia di vetro di Colin Wilson: matrimonio del cielo e dell'inferno

Infagottato dal tenue abbraccio delle montagne dell'Inghilterra del Nord-Ovest e dai laghi che tanto ispirarono Wordsworth, Coleridge e De Quincey, Daemon Reade vive a stretto contatto con la sensibility del mondo poetico dei Lake District. Il ritiro filologico-spirituale di Reade è volto a isolarsi dalle turbolenze dei grandi centri cittadini britannici e soprattutto a affinare uno stile di vita meditativo, contemplativo e visceralmente legato agli scritti di un leggendario poeta, William Blake.

La tranquillità incantata in cui vive Reade viene improvvisamente turbata dall'arrivo di un poliziotto che sta indagando sul conto di un curioso serial killer: sul luogo del delitto infatti l'assassino lascia diverse citazioni di William Blake. La polizia ha bisogno del più grande esegeta del poeta e Daemon Reade si lascia magnetizzare dal fascino atavico e misterioso di questo cultore di Blake, nonché spietato assassino al pari di Jack lo Squartatore. Perciò si lascia “arruolare” nell'impresa e ricopre i panni dell'investigatore letterato.

"A Suspicious Character". Colin Wilson si interessò durante l'arco della sua vita ai crimini di Jack lo Squartatore. Immagine dall'Illustrated London News, in pubblico dominio. L'immagine fa parte di una serie pubblicata dall'Illustrated London News (13 Ottobre 1888) con il titolo generale "With the Vigilance Committee in the East End".

La Gabbia di Vetro (1966) di Colin Wilson eredita gli stilemi, l'ambientazione e l'architettura narrativa di Riti Notturni (1960) ma si arricchisce di una connotazione alquanto singolare, rifugiandosi in un potentissimo interrogativo: può un uomo che ama e conosce così tanto la poesia essere l'autore di una carneficina? È davvero così malvagio o è il mondo ad esserlo?

Siamo sempre in quella swinging London degli anni sessanta (cfr. Franco Pezzini), tronfia di positivismo borghese e ricca di intrattenimenti vari, dai lucenti locali traboccanti di alcool ai club privati in cui ballare fino all'alba e sedurre chiunque capiti a tiro. Reade si ritrova catapultato in una iper-realtà dei sensi e delle pulsioni dell'uomo, letteralmente schiacciato da questa Sodoma e Gomorra, da questa Londra promiscua e progressista, così agli antipodi alla quiete poetica del nord. Ma non nasce in lui un odio verso questo otherworld metropolitano, bensì una curiosità latente perché in questa gabbia di vetro gli uomini possono vivere tranquillamente quando hanno soddisfatto i loro appetiti, ma diventano letali e famelici quando il richiamo della carne si fa sempre più impellente. E il vetro della cella si incrina, si rompe e l'animale è libero di cacciare. C'è la sensazione che Reade non stia semplicemente indagando per scoprire chi sia il responsabile di questi omicidi, ma che stia costruendo un'esegesi socio-poetica dell'uomo contemporaneo, dell'outsider e dell'uomo qualunque.

Colin Wilson, personificato in Daemon Reade, tratteggia mirabilmente un'antropologia poetica dell'uomo, inteso come ente filosofico, metafisico e particella letteraria. Questa disamina è volta mostrare la natura dualistica della natura umana, da un lato passivo ingranaggio di una società arrugginita e dall'altro forza ferina, struggente e indomabile dell'outsider che usa la sua forza nei modi più grotteschi. È il matrimonio del cielo e dell'inferno, postulato da Blake e reso vivo dal serial killer di Wilson, in costante bilico tra le due forze contrapposte. E badate bene, non sappiamo quale sia l'inferno e il paradiso. Il dubbio è tutto nostro, Wilson ci dona un carnevale di interrogativi. Il bello è proprio questo.

Un libro da divorare in un solo giorno, una storia da assorbire immediatamente e da rileggere per collezionare con calma citazioni, aneddoti e sfumature del mondo poetico ed esoterico di Blake-Wilson. La Carbonio si conferma una realtà editoriale a tutto tondo che offre un catalogo di livello e vario, lasciatevi intrappolare dalla sua gabbia di vetro. Perché non importa dove voi siate, siamo tutti dei prigionieri, nei Lake District o a Londra.

La gabbia di vetro Colin Wilson
La copertina del romanzo La gabbia di vetro di Colin Wilson, edito da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

A Padova la mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”

L’esposizione "L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi" è stata inaugurata a Padova presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano il 25 ottobre del 2019 per l’anniversario dei 200 anni dal ritorno di Belzoni dall’Egitto, ed è incentrata maggiormente sulla sua vita, sui suoi viaggi alla scoperta di  questa antica civiltà -compiuti tra il 1815 e il 1818- e sugli scenari delle città di Padova, Londra e dell’Egitto di fine Settecento, inizio Ottocento.

Scopo principale della mostra è far conoscere, attraverso gli occhi del protagonista, le sue avventure nella terra dei faraoni e il suo vissuto, grazie a tecnologie innovative, effetti multisensoriali e multimediali, disegni dell’esploratore costituenti una sorta di graphic novel e ricostruzioni ambientali dei suoi viaggi in Egitto, che hanno contribuito alla diffusione di notizie su questo antico popolo di cui, almeno fino alla campagna napoleonica in Egitto del 1798, nulla o poco si sapeva.

Ma chi era Giovanni Battista Belzoni?

Nato a Padova nel borgo del Portello nel 1778, fu una personalità dirompente, con un grande spirito avventuriero che lo portò, a soli sedici anni, a lasciare la sua città natale per andare a Roma, città in cui studiò idraulica. Successivamente visse anche in Olanda e in Francia, e nel 1803 a Londra, dove entrò a far parte di una compagnia teatrale. Nel 1814, durante un soggiorno a Malta, venne a sapere che il pascià dell’Egitto Mohamed Alì cercava degli europei in grado di sottoporgli un’invenzione per risolvere la siccità che affliggeva il paese.

Fu così che Belzoni, grazie alle ottime conoscenze di idraulica, nel 1815 sbarcò in Egitto, progettò una macchina per l’irrigazione dei campi e la presentò al pascià. La macchina idraulica fu messa in moto, ma il progetto venne accantonato a causa del malumore che suscitò tra la popolazione, allarmata nel vedere la manodopera soppiantata dalla macchina.

Una volta giunto in Egitto, Belzoni iniziò a subire il fascino di questa antica civiltà. Dal 1816 al 1818 svolse diverse azioni in terra egizia, tra cui il trasporto, da Tebe ad Alessandria e da lì a Londra, del busto colossale del Giovane Memnone; il disseppellimento delle strutture templari ad Abu Simbel; il trasporto in Inghilterra dell’obelisco da lui rinvenuto nell’isola di File; gli scavi nel tempio di Karnak; la scoperta di diverse tombe nella Valle dei Re e del varco d’accesso alla piramide di Chefren, sulle cui mura della camera sepolcrale appose la sua firma:«Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818». Alla fine del 1818 rientrò in Europa e, nello stesso anno, inviò a Padova due statue in diorite nera raffiguranti la dea leonessa Sekhmet, rinvenute durante gli scavi a Tebe e oggi presenti nella sala dedicata a Belzoni del Museo Archeologico. Ritornato a Londra nel 1820, pubblicò dei resoconti delle sue esplorazioni in Egitto e in Nubia. Nel 1823 fece il suo ultimo viaggio nell’Africa occidentale, sulle rive del fiume Niger, ma morì il 3 dicembre dello stesso anno in circostanze poco chiare, forse a causa di un avvelenamento, sicuramente a causa di una malattia tropicale. Con le sue scoperte, contribuì anche alla creazione della collezione egizia del British Museum.

Diverse novità si inseriscono nel percorso espositivo, pensato per grandi e piccoli: laboratori didattici riservati a scuole di ogni ordine e grado, la formula “I VISIT”, una visita esclusiva e un momento conviviale riservato in compagnia di un esperto che ridarà voce alla personalità di Giovanni Belzoni, le sue vicende private, le avventure, i momenti di crisi, le conquiste e la passione per l’antico Egitto (l’esperienza prevederà una degustazione di congedo che ripropone i gusti, le pietanze e la cucina dell’antico Egitto conosciuto da Belzoni), la ricostruzione in scala della grande piramide di Chefren e la possibilità di scrivere e stampare il proprio nome in geroglifico.

Sarà possibile visitare la mostra fino al 28 giugno 2020.

Foto: Courtesy of Press Office


"Riti Notturni" di Colin Wilson: ritorno a Whitechapel

Ho conosciuto la Carbonio Editore proprio nel corso del 2019 grazie al volume I Poteri delle Tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato. Un testo fondamentale per approfondire il capolavoro gotico di Stoker e che assume una nuova veste grazie alla traduzione dall'inglese all'islandese di Valdimar Ásmundsson, il quale plasmò il romanzo Dracula in una maniera del tutto inaspettata sancendo di fatto un romanzo diverso dall'originale. Il volume in questione mi colpì molto, non solo per la cura editoriale del “prodotto”, ma per la ricchezza dell'apparato critico del ricercatore e curatore Hans Corneel de Ross, in sintesi un romanzo-saggio brillante e coinvolgente. L'incontro con Carbonio Editore fu più dei rosei quindi e oggi non posso non parlarvi dell'ultima novità sfornata da questa meritevole casa editrice.

Riti Notturni (1960) è il volume che inaugura la Gerard Sorme's Trilogy, serie di romanzi fondamentali all'interno dell'opera di Colin Wilson (1931-2013), autore dai mille interessi e che padroneggiò diversi stili narrativi e generi. Già nell'Outsider, saggio scritto da giovanissimo nel 1954 (pubblicato nel 1956) tra i saloni del British Museum e quasi in contemporanea con Riti Notturni, dimostra la sua capacità nel navigare nei mari più perigliosi della fantascienza, del thriller noir, degli scritti esoterici o del fantastico classico, riuscendo a tratteggiare la figura dell'outsider. L'outsider è quell'individuo che si avventura nei reami della psiche, noncurante delle convinzioni sociali: un vero psiconauta della ragione e dell'irrazionalità. La sua esplorazione porta una presa di coscienza della libertà individuale dell'essere umano e smaschera il velo che occulta la realtà stabilendo che esistono other worlds oltre i banali precetti contemporanei; l'outsider è colui “che vede troppo e troppo lontano”.

Così anche in Riti Notturni i protagonisti sono degli outsider che spiccano, con macabra raffinatezza, tra gli anonimi attori passivi della Londra degli anni '60 e fin troppi immersi nella quotidianità borghese della società britannica. A Wilson interessano gli esclusi, coloro che parlano un linguaggio comprensibile a pochi, i poeti che si perdono ai margini dei libri o gli artisti che affogano tra le dolci e tetre pennellate e gli assassini profeti di forze apocalittiche. Come disse Nietzsche “Le cose grandi ai grandi, gli abissi ai profondi, le finezze ai sottili e le rarità ai rari.”

Gerard Sorme è il “protagonista” di questo thriller metafisico dalla potenza offuscante, un intellettuale che ambisce a diventare uno scrittore ma che ristagna nel sottobosco dell'indifferenza londinese. Ovvero un alter ego dello stesso Colin Wilson, figura della letteratura underground che specula sulla voluttuosità creativa della morte e della violenza.

De facto, Gerard è sedotto dalle morti che scuotono la tranquillità della capitale inglese, poiché risvegliano la pallida coscienza ibernata degli abitanti. Una coscienza che rivive gli incubi di Jack lo Squartatore, celebre serial killer che disseminò cadaveri per le strade del quartiere Whitechapel, lo stesso nel quale sono realizzati questi nuovi barbari omicidi. Wilson/Sorme metabolizza nella barbarie una nuova forma d'arte, la furia omicida diventa una tela da analizzare per carpirne i più reconditi segreti, il sangue è la nuova ambrosia di cui si nutrono gli dèi moderni.

Ma la curiosità di Sorme non è meramente alimentata dalle notizie vociferate dai passanti o lette di sfuggita dai giornali, ma è fomentata dalla suadente figura di Austin Nunne. Ricco dandy omosessuale, scrittore a tempo perso, critico d'arte, cultore musicale e del balletto, nonché famigerato amante dagli smodati appetiti sessuali; le parole per descrivere Austin Nunne sono troppe e probabilmente in nessun dizionario di tutte le lingue del mondo esiste un vocabolo consono a descrivere il nuovo amico di Gerard Sorme, completamente ammaliato dal carisma magnetico e misterioso dell'aristocratico gay.

Riti Notturni si sviluppa tra le case di Londra, i vicoli grondanti di sangue, le sale da tè e i locali dove gli alcolici scorrono come fiumi. Il mondo è un palcoscenico che mette in atto il dramma di un nuovo Jack lo Squartatore, rabbioso artista del coltello che si esibisce per i pochi eletti in grado di capirlo, sgominarlo e forse aiutarlo?

Colin Wilson nel 1984. Foto di Tom Ordelman, CC BY-SA 3.0

Con una scrittura sopraffina Colin Wilson abbozza un'Inghilterra disillusa, che ha da poco iniziato a suturare le ferite del secondo conflitto mondiale. Dipinge crudeli protagonisti in bilico tra il Paradiso Perduto di Milton e le illustrazioni di William Blake, facendo esasperare il lettore fino alla domanda finale: sto con il mostro di Whitechapel o con le belve di questo mondo che cade a pezzi?

Dopo Un dubbio necessario e La gabbia di vetro (altri romanzi di Wilson che ho apprezzato enormemente) Riti Notturni è l'ennesimo romanzo wilsoniano che si erge a Necronomicon inglese, manuale occulto per evocare le turbe più grottesche dell'animo umano. Ma tra queste tinte fosche e laceranti non bisogna pensare che il romanzo sia una vuota sequenza di scene sessuali o omicidi, bensì è il lato psicologico a risaltare, è l'indagine para-psichica a costruire un ponte tra il carnefice, la vittima e gli outsider che ambiscono a comprendere cosa si cela sotto il sangue degli innocenti. Nascono dubbi, ansie, domande irrisolte e alla fine si volta l'ultima pagina con la consapevolezza che c'è bisogno di rileggere il romanzo. Perché l'ultimo carattere stampato non è mai la fine, perché le chiavi di lettura sono molteplici e i mister di Whitechapel infiniti.

Riti Notturni Colin Wilson
La copertina di Riti Notturni di Colin Wilson, nell'edizione Carbonio Editore

Il mondo degli Etruschi si racconta in un viaggio nelle terre dei Rasna

Una grande mostra sugli Etruschi e il loro mondo era necessaria a distanza di 20 anni dalle grandi mostre di Bologna e Venezia. L’occasione è imperdibile e il Museo Civico Archeologico di Bologna presenta un ambizioso progetto scientifico dedicato esclusivamente a questa grande civiltà attraverso un’ampia esposizione di circa 1400 oggetti della cultura materiale provenienti da 60 musei ed enti internazionali ed italiani. “Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna” si presenta come un viaggio lungo secoli attraverso la geografia dei luoghi dove questa civiltà ha trovato terra fertile e che comprende territori che vanno al di là della Etruria nota, con una conoscenza approfondita della cosiddetta Etruria padana e campana, degli esiti di insediamenti, urbanizzazione e gestione economica e sociale con modelli differenti nello spazio e nel tempo ma tutti rigorosamente identificativi nella sola cultura “etrusca”.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Un viaggio quindi quello che guiderà il visitatore in questa dimensione metaforica di conoscenza dalle nebbiose pianure del Po fino alla calda terra Vesuviana, attraverso bronzi, buccheri, iscrizioni, strade e corsi fluviali che percorreranno paesaggi appenninici e mari. Proprio per chi non è addentro all’affascinante mondo etrusco è stato pensato un primo approccio nella sezione iniziale del percorso espositivo così da preparare il visitatore ai lineamenti principali della cultura e della storia di questo popolo attraverso il racconto di contesti archeologici e di oggetti del quotidiano fortemente identificativi. Così il viaggio potrà proseguire con una certa intelligenza e sapere iniziale verso le altre sezioni dove ci si immergerà nelle terre dei Rasna, come gli Etruschi chiamavano se stessi.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Era da anni che mancava un tentativo così ampio e ambizioso di mostrare le ultime ricerche e ritrovamenti così anche di far uscire dai depositi dei veri e propri gioielli nascosti. Una scommessa che non era facile da costruire soprattutto per la creazione di un filo conduttore che unisse realtà diverse sparse dal centro Italia alla Campania con peculiarità diverse ed evoluzioni non sempre lineari, un racconto che potesse attrarre allo stesso tempo esperti e non in un viaggio chiaro, avvincente e aggiornato.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Le tre sezioni della mostra ricalcano con fedeltà il processo che ha portato i curatori a creare questa grande esposizione. La curiosità antiquaria  da cui a partire dal Seicento e dalla Firenze di Cosimo de’Medici hanno preso le mosse tanti viaggi in Etruria e una linea del tempo ricostruita attraverso materiali archeologici noti in quanto a differenza del mondo greco e romano le fonti scritte per la storia degli Etruschi sono fugaci e comunque indirette, senza tralasciare un vasto quadro dello sviluppo sociopolitico del popolo etrusco nelle sue connessioni con la storia della penisola italica e di tutto il Mediterraneo.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Così le vetrine e le vedute romantiche cedono il posto ad un allestimento coerente e ben studiato e scandiscono con dovizia le fasi principali del tempo degli Etruschi: le origini (IX secolo a.C.), l’alba della città (fine IX – terzo quarto dell’VIII secolo a.C.); il potere dei principi (ultimo quarto dell’VIII-inizi del VI secolo a.C.); una storia di città (VI-V secolo a.C.) e la fine del mondo etrusco (IV – I secolo a.C.).

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Particolare attenzione nell’ultima e più consistente parte della mostra è dedicata alle ultime scoperte archeologiche messe ben in vista attraverso il racconto delle città di Tarquinia, Veio, Cerveteri, Pyrgi e Vulci, qui denominate come Etruria Meridionale. È un’occasione imperdibile per ammirare i nuovi rinvenimenti come la tomba della sacerdotessa di Tarquinia, i materiali votivi del Santuario – emporio di Pyrgi, la tomba dello scarabeo dorato di Vulci e la maschera visiera di uomo barbato sempre proveniente da questa città.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

L’Etruria campana offre corredi funerari principeschi come quello della tomba femminile 74 da Monte Vetrano (Salerno) mentre quella “Interna” ci mostra una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi anni: il fanum Voltumnae, santuario federale di tutti gli Etruschi fino ad ora ricordato solo dalle fonti letterarie e oggi realtà anche archeologica. Per l’Etruria cosiddetta “settentrionale” è invece da Populonia che provengono alcune delle novità più interessanti della mostra come l’importante sepoltura bisoma di bambini in pithos, databile al IX secolo a.C., o il deposito delle armi rinvenuto sulla spiaggia di Baratti (V-IV secolo a.C.).

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Novità affascinanti infine anche dall’Etruria padana, ampio territorio che a partire da Verucchio, terra dei signori dell’ambra, giunge fino a Marzabotto e al mare adriatico con Spina e Adria, passando per Felsina, la Bologna etrusca che le fonti chiamano Princeps Etruriae, per sottolinearne l’importanza e la nascita antichissima. Proprio da Bologna arriva un rinvenimento eccezionale, quello della tomba 142 della necropoli di via Belle Arti con un corredo di suppellettili in legno la cui conservazione rappresenta una novità e una eccezionale rarità nel panorama archeologico felsineo.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Etruschi. Viaggio nella terra dei Rasna è una mostra promossa e progettata da Istituzione Bologna Musei / Museo Civico Archeologico, in collaborazione con la Cattedra di Etruscologia e Antichità italiche dell’Università di Bologna, realizzata da Electa e posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Il progetto scientifico è a cura di Laura Bentini, Anna Dore, Paola Giovetti, Federica Guidi, Marinella Marchesi, Laura Minarini (Istituzione Bologna Musei / Museo Civico Archeologico), Elisabetta Govi, Giuseppe Sassatelli (Cattedra di Etruscologia e Antichità Italiche Alma Mater Studiorum Università di Bologna). Il progetto di allestimento è curato da Paolo Capponcelli, PANSTUDIO architetti associati.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

Grazie alla collaborazione con ASTER srl Archeologia Storia e Territorio è disponibile una vasta offerta didattica per le scuole di ogni ordine e grado e per il pubblico adulto. Accompagna la mostra anche un ampio catalogo edito da Electa con saggi introduttivi di Giuseppe Sassatelli, Vincenzo Bellelli, Roberto Macellari, Marco Rendeli, Alain Schnapp e Giuseppe Maria Della Fina. All’interno del catalogo ampi saggi sono dedicati alle singole sezioni della mostra con approfondimenti sui musei etruschi italiani corredati da un importante apparato di schede dedicate alle singole opere in mostra.

Bologna - 06/12/2019 - preview della mostra "Etruschi - Viaggio nelle Terre dei Rasna" organizzata da Electa al Museo di Civico Archeologico di Bologna (Roberto Serra / Iguana / Electa)

“L’Egitto di Belzoni”: in mostra a Padova il "forzuto" agli albori dell'egittologia

Gli inizi dell'archeologia in generale e dell'egittologia in particolare, al di là della curiosità, a volte morbosa, che le rovine scatenarono nell'antichità e nel Medioevo, avvenne tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX secolo, essendo  da una serie di nomi che anche per "i non addetti ai lavori" sono già quasi familiari: Jean-François Champollion o Karl Richard Lepsius; altri sarebbero William Flinders Petrie, Bernardino Drovetti, Henry Salt, John Gardner Wilkinson, Amelia Edwards, Ippolito Rosellini… Però probabilmente il più importante di tutti fu Giovanni Battista Belzoni.

​Belzoni, nativo di Padova, allora facente parte alla Repubblica di Venezia, nacque nel 1778. Aveva non meno di tredici fratelli e, poiché suo padre era un barbiere modesto in perenne lotta per la sopravvivenza di una famiglia tanto numerosa, un adolescente Giovanni fu inviato a Roma, la città da cui proveniva la sua famiglia paterna (che era anche in migliori condizioni economiche), per guadagnarsi da vivere. Tuttavia, la sua idea era un'altra: aveva una profonda vocazione religiosa che lo spingeva a prendere in considerazione di entrare in un monastero. Pensate a come sarebbe avrebbe cambiato il suo futuro - e quello dell'egittologia - se avesse esaudito questo desiderio. Tuttavia, si verificò un evento imprevisto: nel 1798 le truppe francesi occuparono la città, revocarono l'autorità del Papa e proclamarono la Repubblica Romana; sembra che Belzoni avesse preso parte ad qualche intrigo e che, minacciato di essere imprigionato, decise di fuggire il più lontano possibile. ​
Ritratto di Giovanni Belzoni ad opera di Jan Adam Kruseman (1824)(Artdaily.com), conservato al Fitzwilliam Museum, pubblico dominio

Così, nel 1800 cercò di ricominciare daccapo e si trasferì nei Paesi Bassi, esercitando l'ufficio imparato da suo padre. Questa nuova vita non durò però non a lungo; dopo tutto, Napoleone aveva trasformato quel territorio nella Repubblica Batava e il pericolo di essere riconosciuto e detenuto era sempre presente, anche nel caso in cui fosse riuscito a passare inosservato (grazie al suo aspetto settentrionale e ai capelli rossi). Tre anni dopo si trasferì in Inghilterra. E fu in quel Paese che incontrò sua moglie, Sara Bane, l'artefice del totale cambiamento della vita del giovane Belzoni. Sara era uno spirito irrequieto e convinse il suo futuro marito - si sarebbero sposati nel 1813 - a unirsi a un circo itinerante con cui giravano il paese.​
Belzoni superava i due metri e aveva una costituzione robusta, che avrebbe fatto invidia ai migliori influencer e body builder di Instagram. Il suo contributo al mondo circense consisteva in dimostrazioni di forza - era il classico "forzuto" - finché non andò ad esibirsi all'Astley's Anphitheatre, un prestigioso circo permanente situato nel quartiere londinese di Lambeth. Lì si interessò ad altre sfaccettature di quel mondo, come la cosiddetta "fantasmagoria" (una sorta di spettacolo spaventoso, basato sulla proiezione di immagini terrificanti: scheletri, fantasmi, demoni...) con una lanterna magica. Il nostro connazionale si interessò così tanto a questa forma di proiezione che iniziò a studiare ingegneria meccanica - qualcosa che era già iniziato durante il suo soggiorno a Roma - progettando ingegnosità idrauliche che applicò anche nelle esibizioni circensi di Covent Garden. Tutto ciò gli sarebbe stato parecchio utile in futuro. ​
Nel 1812 lasciò l'Inghilterra per un tour europeo. Visitò la Spagna, l'Olanda, il Portogallo e Malta, non perdendo mai l'occasione (da bravo italiano) di vendere il progetto per una ruota panoramica totalmente idraulica che aveva concepito. Questo è esattamente ciò che gli ha permise di mettersi in contatto con un diplomatico egiziano, Ismael Gibraltar, interessato ad al progetto dato che il pascià d'Egitto, Mehmet Ali, stava perseguendo una politica di modernizzazione e voleva espandere le aree in crescita. Così Belzoni visitò per la prima volta il paese dei faraoni e, anche se l'esperienza non fu così soddisfacente come si aspettava - dato che alla fine il pascià respinse l'invenzione - lui decise di rimanere.​
Giovane Memnone Ramesse II
Il "Giovane Memnone", in realtà Ramesse II, statua in granito (1270 circa a. C.), conservata al British Museum. Foto di Nina Aldin Thune, CC BY-SA 3.0

Durante questo periodo progettò nuove cose ingegnose, questa volta destinate a facilitare il trasporto di grandi blocchi di pietra, poiché era consuetudine rimuoverli dagli antichi monumenti, per riutilizzarli in edifici moderni. Inoltre, attraverso lo storico svizzero Jacob Burckhardt, che era in visita in Egitto (e con il quale strinse amicizia) poté mettersi in contatto anche con Henry Salt, il console britannico. Costui gli assegnò una missione: andare a Tebe per prendere l'enorme busto di Ramses II (che all'epoca tutti chiamavamo Giovane Memnone per errore, ma questa è un'altra storia...) che decorava il tempio di quest'ultimo, il Ramesseum, e trasferirlo al British Museum, così come autorizzato da una firma (ordine) del pascià. La "statuetta" pesava sette tonnellate e Belzoni dovette attingere a tutte le sue conoscenze e trucchi circensi per poterla spostare; ci riuscí sollevandola per mezzo di leve e rulli, proprio come, molto probabilmente, era stato fatto nell'antico Egitto. Fu un duro lavoro che lo tenne occupato per diciassette lunghi giorni e con più di centotrenta uomini, finché raggiunse il fiume, dove imbarcarono il "piccolo" reperto.​
Il successo di questa impresa gli aprì la porte ad altre commissioni analoghe, quasi tutte dovendo superare difficoltà complesse. Ad esempio, un obelisco che stava trasportando in barca fino ad Alessandria si inabissò nelle acque del Nilo e dovette salvarlo costruendo una sorta di ponteggio acquatico.​
Giovanni Battista Belzoni
Giovanni Battista Belzoni, come da raffigurazione nel suo libro Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in search of the ancient Berenice; and another to the Oasis of Jupiter Ammon, Londra, John Murray, 1820

Nel 1815 accompagnò William Beechey, il segretario di Salt, in un viaggio ad Abu Simbel per vedere come potevano scavare i templi scavati nella roccia, scoperti da Jacob Burckhardt un paio di anni prima. Questi ultimi erano coperti da migliaia di tonnellate di sabbia, che rendevano impossibile l'accesso al loro interno. Il nostro Belzoni dovette dimettersi, deluso, ma tornò nel 1817, accompagnato dalla moglie che colse l'occasione per lasciare testimonianze scritte della vita delle donne egiziane. Questa volta, con tanto sforzo e pazienza, Belzoni riuscì a rimuovere abbastanza sabbia da scoprire parzialmente l'ingresso, di modo da poter entrare in cerca di pezzi per collezionisti. Non trovò quasi nulla ed è per questo che i templi, sia quelli di Ramses II che di Nefertari, ricaddero nell'oblio per qualche altro anno. ​
Nello stesso anno, Belzoni scavò nella Valle dei Re, dove scoprì - tra le altre cose - le tombe dei faraoni Ay e Ramesse I, e dissoterrò tutti gli oggetti per venderli (sigh). So che adesso griderete tutti allo scandalo, ma questo atteggiamento non dovrebbe sorprendere, poiché in quella prima metà del XIX secolo l'archeologia era, fondamentalmente, una raccolta di pezzi e reperti per i collezionisti e lo spoglio era visto come normale per il bene della scienza che, naturalmente, aveva sede in Europa occidentale. Ecco perché Belzoni non esitò a portare via le cose senza il loro contesto e non esitò neanche a far saltare in aria i coperchi dei sarcofago (con la dinamite) in cerca di gioielli.​
Il nostro forzuto connazionale era una miscela tra l'avventuriero e il collezionista, ma fu anche grazie al suo lavoro che l'egittologia ha cominciato a prendere forma. ​
Dal momento che scoprì anche la tomba di Seti I (che fu battezzata la Tomba di Belzoni perché, non avendo ancora tradotto Champollion la scrittura geroglifica, non si sapeva a chi apparteneva), studiò i templi di File, di Edfu e di Elefantina, ed effettuò scavi in Karnak.​

Giovanni Battista Belzoni
La firma di Giovanni Battista Belzoni all'interno della piramide di Chefren. Foto di Jon Bodsworth (www.egyptarchive.co.uk), Copyrighted free use
Nel 1818, dopo un viaggio in Terra Santa (accompagnato dalla moglie Sara), dedicò la sua attenzione alle piramidi di Giza, convinto che - contrariamente alla visione dei suoi compagni - avrebbe trovato le cose di interesse proprio al loro interno. Divenne così il primo ad entrare in quella di Chefren (dove lasciò un'enorme iscrizione col carbone che diceva "Scoperta da G. Belzoni 2 mar. 1818"). Fu anche il primo a visitare El-Wahat el-Bahariya, un'oasi nel mezzo del deserto che Alessandro Magno avrebbe superato sulla strada per Siwa (in realtà, vi costruí solo un tempio lì), e nell'indagare le rovine del porto Berenice sul Mar Rosso (costruito da Tolomeo II). ​
A questo punto Belzoni e sua moglie erano stati in Egitto per sei anni e per un totale di ben venti anni fuori dall'Inghilterra: decisero così di farvi ritorno. Lo fecero nell'autunno del 1819 e - ça va sans dire - portandosi dietro il sarcofago di Seti I come bagaglio a mano.​

Giovanni Battista Belzoni
Giovanni Battista Belzoni è raffigurato in un medaglione a Palazzo della Ragione, opera di Rinaldo Rinaldi (1793-1873), foto di Colin Rose

 

Se tutto questo che avete letto e scoperto vi ha interessato, allora vi consiglio vivamente di fare un salto alla mostra “L’Egitto di Belzoni”, visitabile al Centro Culturale Altinate - San Gaetano di Padova fino al 28 Giugno 2020.​
La sua città natale gli rende omaggio con una una mostra che vuole raccontare una vita avventurosa e ricca di imprese. Il percorso espositivo alterna sistemi di visita tradizionali a momenti di grande impatto emotivo, grazie a tecnologie immersive, effetti multisensoriali ed enormi riproduzioni in scala reale. Gli ambienti storici, ricostruiti con la massima precisione, diventano spazi scenici che coinvolgono in spettacoli teatrali e in giochi d’acqua virtuali.​
Inoltre, da buon nerd quale sono, non posso che consigliarvi una lettura edita niente meno che da Sergio Bonelli Editore dal titolo "Il Grande Belzoni". Il talentuoso Walter Venturi ha ricreato magistralmente il mondo e la vita di Belzoni in forma di fumetto.​
Giovanni Battista Belzoni
Raffigurazione di Giovanni Battista Belzoni dal libro Viaggi in Egitto ed in Nubia, Tomo I, Livorno, 1827.

Dialoghi londinesi di letteratura italiana

Per un’italiana, umanista (perfino classicista, aggiungiamocelo), lettrice, anglofila, romanzofila (o come si dice, non ne ho idea!), residente nel Regno Unito, l’idea che nella turbolenta Londra per due giorni interi si possa parlare non solo di letteratura, ma nello specifico di letteratura italiana a confronto con quella in lingua inglese, è senz’altro un buon motivo per lasciare la bellissima Oxford (casa dell’umanista, cioè casa mia) e recarsi per qualche ora nell’amata capitale.

 

View this post on Instagram

 

Still buzzing with the great success of our pre-festival event on Tuesday, the UK premiere screening of “Dove bisogna stare” (“Where they need to stand”), followed by a beautiful conversation with director Daniele Gaglianone. Big thanks to @regentstreetcinema and to our friends of @CinemaItaliaUK, who have organised this successful event with us! Now looking forward to meeting two other filmmakers that we love at #FILL2019: Oscar winner Asif Kapadia @asifkapadia1 will join Neapolitan writer Alessio Forgione @alessioforgione_ for our festival session “Epic Diego” on the myth of Maradona, Saturday 2 November; Agostino Ferrente, author of the celebrated documentary “Selfie”, will join The Guardian's editor-at-large Gary Younge in a conversation between cinema and journalism, Naples and London, at our session “A tale of two cities. On young people and crime” on Sunday 3th of November. We can't wait! (All the details of our festival sessions on 2-3 November are in our programme – link in our bio).

A post shared by FILL Festival (@fill_festival) on

È infatti il terzo anno consecutivo che Londra si confronta con la letteratura italiana contemporanea. Dal 2017 un nutrito gruppo di intellettuali italiani e residenti nel Regno Unito, supportati da partner di rilievo (tra cui, in particolare, l’Istituto Italiano di Cultura di Londra), organizza il Festival of Italian Literature in London. Una ghiotta occasione di scambio intellettuale fra alcuni dei più importanti scrittori e giornalisti italiani (e non solo), che per due giorni sono chiamati a parlare – e a parlarsi – a proposito del proprio lavoro, ma anche di temi caldi sia per gli italiani sia per gli inglesi, e gli europei in genere. Lo scopro in ritardo, mi pento di aver perso le prime due annate, ma questo 2019 sembra più che mai appetibile.

Il ritmo dei talks è serrato e quest’anno ha scandito le giornate del 2 e 3 novembre, presso il pittoresco – ma, mi si conceda un aggettivo banale, bellissimo! – Coronet Theatre a Notting Hill. Come ogni anno, si è creata una piacevole alternanza fra ospiti di nicchia e personaggi accattivanti (aggettivo che in realtà qui, in linea col bilinguismo del festival, vuol tradurre l’inglese catchy, forse un termine più adatto).

Foto di Roberta Berardi al Festival of Italian Literature in London

Si è susseguita una serie intensa di incontri, workshop e discussioni (una menzione d’onore va senz’altro al workshop di apertura, Found in Translation, a cura di Livia Franchini e – ahimè – sold out in pochissimi giorni), ma anche vere e proprie performance artistiche, come quella Francesco De Carlo, in My Personal Brexit, la commedia di chiusura della prima giornata, quella di sabato 2 novembre.

A concludere il variegato programma (https://www.fill.org.uk/programme/), che ha incluso discussioni di ogni tipo, dal senso della democrazia al calcio, dai viaggi negli angoli più remoti del mondo alle “digital testimonies”, nell’auditorium principale del teatro, secondo il principio di bipolarità Italia-UK che ha caratterizzato gran parte del festival, si è svolto un confronto tra due romanzieri di spicco di Regno Unito e Italia. A rappresentare la letteratura inglese contemporanea, sedeva sul palco la scrittrice britannica di origini canadesi Rachel Cusk – tradotta in più lingue, incluso l’italiano, e famosa per la sua trilogia semi-autobiografica (Resoconto, Transiti, Kudos) – la cui prosa, nutrita di dettagli e di piccole ma imponenti impressioni tratte dalla quotidianità, le è valsa un ampio successo di critica, nonché numerose nomine per premi illustri (ricordiamo quella per il Man Booker Prize per cui fu finalista nel 2014).

Foto di Roberta Berardi al Festival of Italian Literature in London

Dall’altro lato del palco, il romanzo italiano, non potendo fare affidamento sulla mondana rappresentanza dell’evanescente Elena Ferrante (chiunque costei sia, e a qualunque patto si accetti che sia lei la personificazione esemplare del romanzo italiano contemporaneo), si è aggrappato al poderoso sostegno delle parole del romano Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega nel 2016 con La Scuola Cattolica, il romanzo di cui ci ha per l’appunto parlato domenica 3 novembre, dialogando con Rachel Cusk. A coronare il tutto, una moderatrice d’eccezione: Claudia Durastanti, giornalista e scrittrice bilingue, quest’anno in cinquina per il Premio Strega con La Straniera.

Claudia Durastanti sa evidentemente tenere il palco: se anche una sua leggera preferenza per Rachel Cusk sembra trapelare, la scrittrice che veste i panni della giornalista non manca di incalzare Albinati con domande puntuali e talvolta non prive di una certa profondità, a cui lo scrittore risponde sornione, ma deciso (e preciso), destreggiandosi bene tra l’italiano e l’inglese.

Il compito della moderatrice non è dei più facili: i due autori dialoganti non sono esattamente affini, e il titolo del talk è piuttosto fuorviante, di conseguenza conciliare le due posizioni e rimanere nel frattempo in tema non sembra essere un’operazione scontata. Se Rachel Cusk, infatti, è un’esponente emblematica di quella scrittura romanzesca che ormai più tanto romanzesca davvero non è, che si è svincolata dalla necessità di una trama o anche solo di una vaga storia unitaria, e gettata alle spalle narratori in prima o terza persona, per concentrarsi su sensazioni, impressioni, minuzie del sentire, Albinati, al contrario, è un romanziere vecchio stile: La Scuola Cattolica, nelle sue oltre mille pagine prende le mosse da un fatto di cronaca vero (il tremendo delitto del Circeo, i cui autori frequentavano la stessa scuola, la scuola cattolica, appunto, di Edoardo Albinati) a affronta temi caldi, ‘storici’, come il senso, la natura e forse anche le conseguenze dell’educazione cattolica in Italia, ieri e oggi. Quanto mai distanti, dunque, i due autori sul palco. Ed entrambi non esattamente rappresentativi di un titolo, Where no novels has gone before, che ci farebbe pensare a sperimentazioni mai tentate prima in letteratura, laddove invece né la poderosa staticità del romanzo storico – se così lo possiamo definire – di Albinati, né il delicato intimismo vagamente modernista di Rachel Cusk sembrano voler percorrere strade non ancora battute.

La discussione, tuttavia, procede bene: si parla di espedienti narrativi, di trattazioni fredde e argomenti caldi, di memoria selettiva, di immedesimazione. Si parla di femminismo: quello quasi ovvio di Rachel Cusk, narratrice donna in prima persona, il cui intero dettato è naturalmente filtrato da una percezione femminile “al passo coi tempi”; quello distaccato di Edoardo Albinati, che costruisce un romanzo quasi interamente maschile, per universalizzare in un certo senso l’esperienza drammatica delle donne, vittime nel romanzo, private di un punto di vista o di quella descrizione quasi eccessiva che Albinati riserva ai protagonisti uomini, perché il dolore spesso necessita di silenzio per essere eloquente; ma anche, in fondo, quello di Carla Durastanti, che sebbene non imponga mai la sua personale esperienza di scrittrice, ha un notevole bagaglio di scrittura fatta di personaggi femminili forti, e non lo nasconde.

Malgrado le premesse un po’ claudicanti, questo talk finale scorre con piacere, tra riflessioni pacate e delicate (rese ancor più tali dal tono calmo di Rachel Cusk), ma talvolta anche pesanti e complicate (e penso ad Albinati sulle vittime del massacro del Circeo), aneddoti divertenti, pensieri sparsi e, alla fine, qualche buona domanda dal pubblico.

Sono le 7 di sera, il festival si è concluso più che bene: posso tornare ad Oxford con un pelo di voglia di leggere letteratura italiana in più.

Festival of Italian Literature in London
Locandina del Festival of Italian Literature in London

Napoli svelata. Open House Napoli racconta la città tra architettura e spazi privati

Napoli si svela e racconta il suo immenso patrimonio artistico antico e moderno in due giorni di visite gratuite grazie all’evento Open House Napoli, in programma nella città partenopea nelle giornate di sabato e domenica 26-27 ottobre 2019.

L’evento Open House non è nuovo in Italia, infatti, già Milano, Torino e Roma, ospitano da qualche anno aperture tra cantieri, case private, studi di architettura e spazi rigenerati. Il primo festival Globale dell’Architettura nasce a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e testimoniare quanto un’adeguata progettazione possa influenzare in meglio la qualità della vita.

Open House Napoli
Conferenza stampa Open House Napoli. In foto: Alessandra Thomas, Luigi De Magistris e Stefano Fedele

Saranno cento gli edifici aperti al pubblico e già 400 volontari hanno accettato la sfida di raccontare ai napoletani e ai tanti affezionati di open house edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, cantieri attivi, luoghi sacri, infrastrutture, spazi verdi, residenze private, factory creative ma anche eventi e percorsi nei diversi quartieri della città.

Protagonisti gli architetti che arricchiranno l’esperienza attraverso curiosità tecniche e particolari che il più delle volte possono sfuggire ad occhi non allenati. E allora Studio Gnosis Progetti, X Studio Architettura, Casa Bianca – Studio Pica Ciamarra Associati e Studio Veneziatre apriranno le porte dei loro studi e racconteranno i loro progetti e le loro visioni, spesso surreali e innovative, per la città del futuro. Occasione unica e in esclusiva per la Prima edizione di Open House Napoli anche la visita a Villa Oro, progettata negli anni ’30 da due grandi architetti, Luigi Cosenza e Bernard Rudofsky e meta assolutamente imperdibile.

Conferenza Stampa di Open House Napoli

Protagonista sarà anche il verde urbano con visite esclusive al Parco di Re Ladislao, splendido esempio di hortus conclusus a ridosso della Chiesa di San Giovanni a Carbonara e luogo di assoluto fascino architettonico, o il Parco del Poggio, sottratto all’edificazione degli anni ’60 e ’70 ed esempio di recupero di un’area cava. Ma aperto eccezionalmente per Open House Napoli ci sarà anche Nisida con il suo Parco Letterario e alcuni dei suggestivi sentieri che la percorrono fino a Porto Paone.

Per chi invece fosse interessato ai palazzi storici e alle chiese, ricordiamo che diversi saranno aperti proprio per l’occasione. Uno di questi è la Sede della Banca d’Italia, luogo conosciuto e spesso ignorato ma dall’immenso valore architettonico, oppure il Palazzo delle Poste, anch’esso luogo di passaggio ma perfetto esempio di avanguardia espressiva e tecnologica.

Open House Napoli
Foqus Fondazione Quartieri Spagnoli- Open House Napoli

Tanti ancora i luoghi fruibili giorno 26 e 27 ottobre ma non vogliamo svelarvi proprio tutto. Per i più curiosi è possibile consultare il programma a questo link: https://www.openhousenapoli.org/images/OHN/OHN_Programma_web.pdf

Open House Napoli può considerarsi un’esperienza semplice ed efficace che già a livello internazionale ha riscosso un enorme successo, un modo di presentare a tutti, liberamente e gratuitamente, l’architettura spesso sconosciuta delle nostre città. Open House Napoli, attraverso il suo messaggio invita tutti ad esplorare e scoprire il valore di un ambiente ben costruito e che ha una storia tutta da scoprire. Curiosare tra gli studi, luoghi spesso non fruibili al pubblico, l’edificio sotto casa di cui spesso ignoriamo la storia, palazzi, paesaggi nascosti trasmetterà ai cittadini un senso di appartenenza ancora più forte del territorio.

L’esperimento Open House Napoli ha inoltre permesso una proficua collaborazione tra pubblico e privato, aprendo a tutti la rete di ascolto con le istituzioni. Napoli si mostra così come un’opera aperta e un laboratorio di continua sperimentazione così come è intrinseca nella sua cultura e nella sua gente.

Maggiori informazioni sul sito dell'evento: https://www.openhousenapoli.org/

 


Sebastian Faulks, maestro di polifonia

Nel chiudere l’ultima pagina della più recente fatica letteraria di Sebastian Faulks, Paris Echo (Penguin Books 2019), tornano alla memoria dubbi mai del tutto sopiti sulla mancata fortuna italiana del brillante scrittore inglese, l’erede designato di Ian Fleming. Se digitiamo il suo nome nella sezione di letteratura in italiano su IBS, il quadro che ne ricaviamo non è del tutto lusinghiero: Faulks appare aver scritto cinque romanzi storici (la trilogia de La ragazza del Lion D'or, Il canto del cielo, La Guerra di Charlotte, e i più recenti On green dolphin street, e Dove batteva il mio cuore, editi variamente da Neri Pozza, Il Saggiatore e Tropea, alcuni dei quali però oggi irreperibili a causa della chiusura di quest’ultima casa editrice), con l’aggiunta del trentaseiesimo episodio della saga di James Bond, Non c’è tempo di morire, commisionatogli nel 2008 dagli eredi di Ian Fleming, per il centenario dalla nascita del grande autore inglese.

Paris Echo Sebastian Faulks
Copertina del paperback Penguin Books dell'ultima fatica di Sebastian Faulks, Paris Echo. Fair use

Eppure Sebastian Faulks ha scritto anche molto altro. Il numero di romanzi pubblicati fra il 1984 ed oggi va ben oltre i 6 tradotti in italiano, ed ammonta a ben 17 lavori. Oltre ai molti romanzi storici (per lo più ambientati nel ‘900) e alcuni gialli, Faulks si è cimentato con successo in altri generi. Vale la pena menzionare il peculiarissimo Pistache (2006, seguito da un Pistache Return nel 2016), un pastiche letterario in cui Faulks gioca con la lingua e la letteratura inglese, spostando personaggi letterari illustri nello spazio e nel tempo e ricreando le loro storie in condizioni quasi paradossali, o cercando di scrivere nello stile di altri autori famosi cambiandone il genere di riferimento (ve lo immaginate Stephen King che scrive romanzi d’amore?).

A Week in December
La copertina del “masterpiece” di Sebastian Faulks, A Week in December, ancora mancante di una traduzione italiana. Fair use

Ma è da un altro romanzo che parte la storia della mia “ossessione” per Faulks e le sue mancate traduzioni italiane: nel 2009 esce per Hutchinson quello che il nostro autore concepisce come il suo “masterpiece”, A Week in December. Faulks lo scrive con l’intento di dar vita ad un romanzo dickensiano ambientato in epoca contemporanea, una sorta di romanzo nazionale inglese dell’oggi, capace di descrivere con spirito disincantato e satirico la vita della capitale britannica, centro pulsante dell’economia europea, alle soglie della crisi economica del 2008. Una lettura quanto mai attuale, in questi anni di agitazione politica alle soglie della Brexit, e un libro con cui è facile relazionarsi anche da non inglesi, da italiani immigrati o che sognano l’affermazione nella più grande metropoli europea, specialmente in un periodo in cui i concetti di immigrazione ed integrazione (nel Regno Unito e non solo) hanno conquistato l’opinione pubblica. Questi concetti, nel romanzo di Faulks, prendono vita in particolare nella storia del personaggio di Hassan, il giovane che viene trascinato nel vortice dell’estremismo islamico, proprio nel momento in cui suo padre, naturalizzato britannico, pur senza aver perso il contatto con le sue origini e la sua religione, si appresta a ricevere un’onorificenza dalla regina: una storia che avrà uno sviluppo e un finale niente affatto scontati. Anche gli altri personaggi, dei ‘tipi’, appunto, consentono una facile identificazione da parte del lettore, che si rivede in essi e ne comprende le ossessioni (quella per l’accumulo incessante e talvolta deleterio di denaro, nel personaggio di John Veals, forse il vero protagonista del romanzo), le debolezze (la seconda vita digitale di Jenny Fortune), le perversioni, le turbe, le frustrazioni (l’insoddisfazione perenne del giovane avvocato Gabriel Northwood, pur consapevole della propria intelligenza) e si sente, come loro, cittadino metropolitano, travolto dalla vita frenetica di Londra. Lo stile di questa commedia è coinvolgente, asciutto, non esente da momenti di satira spietata, ma sempre in fondo leggero. A week in December ha per altro goduto di estremo successo sia di critica che di pubblico: è stato il best-seller che ha venduto con più velocità nella prima tiratura hard-cover per Hutchinson (150.000 copie), a cui si sono aggiunte le vendite della seconda edizione 2010 (Vintage) che ha raggiunto il secondo posto in classifica dei best seller più venduti secondo il Sunday Times e lo ha reso anche il romanzo paperback dalle vendite più rapida tra quelli di Faulks. Il Sunday Times, lodandone lo status di “romanzo nazionale” lo ha paragonato a ‘La fiera delle vanità’ di Thackeray e ad ‘Il nostro comune amico’ di Dickens. Prospect ne ha esaltato la vitalità, la ricchezza di dettagli, il linguaggio.

Queste parrebbero le premesse perfette per un successo di critica e di pubblico anche in Italia. Ciò nonostante, ad una mia documentata proposta di traduzione, avanzata a varie case editrici italiane – alcune fra le più sensibili alla letteratura anglosassone contemporanea – la risposta è sempre stata l’assoluto (e, va detto, anche un po’ fastidioso) silenzio.

Perché? Me lo sono chiesta con poco successo, ed in assenza di una risposta chiara, ho continuato a leggere Faulks alla ricerca di nuove buone ragioni per tradurlo.

Nel suo ultimo romanzo, Paris Echo, la chiusura della cui ultima pagina ha dato il via a questa mia catena di riflessioni, si può rintracciare una sottile continuità con il suo masterpiece, ma anche con il genere prediletto del romanzo storico. Paris Echo si configura infatti come una summa dei generi preferiti da Faulks: il romanzo storico si infiltra nella narrazione di fatti contemporanei, tramite le ricerche storiche di una dei due protagonisti, la post-doc americana Hannah Kohler, che si trasferisce temporaneamente a Parigi per studiare il ruolo delle donne durante l’occupazione tedesca, e finisce per intrecciare la sua vita con quella del giovanissimo studente algerino Tariq, scappato a Parigi, la città della madre che non ha mai conosciuto, al solo fine di “fare esperienza”. Ed è anche nella sua vicenda personale – il suo piccolo romanzo di formazione parigino – che la Storia si insinua: è la storia delle donne di cui gli parla Hannah, ma anche la storia feroce del colonialismo francese in Nord Africa, che gli raccontano i colleghi immigrati per cui lavora friggendo pollo.

Paris Echo più che un romanzo storico, è, dunque, un romanzo sulla storia. Non mancano brillanti riflessioni sul senso dalla memoria, sul pericolo del ricordo come istigatore di vendetta. A condire il delicato andirivieni fra passato e presente, Faulks aggiunge un tocco di mistero e di magia: le donne “fuori tempo” che Tariq incontra nei suoi viaggi in metro sembrano essere i personaggi storici sui cui Hannah conduce le sue ricerche.

Ma qual è il punto di contatto il più recente romanzo di Faulks e il suo lavoro prediletto, A week in December? Se l’ironia quasi dickensiana dello scrittore è, nel suo ultimo lavoro, più sfumata ed evanescente che nel romanzo del 2009, c’è un ingrediente narrativo che non solo sembra legare i due romanzi a stretto nodo, ma appare anche essere il tratto distintivo della scrittura di Faulks: la polifonia.

In A week in December, l’espediente è celato da una sapiente terza persona (sulla scia narratore onnisciente dickensiano), pur rendendosi esplicito nella moltitudine di storie che si intrecciano: i sette protagonisti del romanzo – sette diversi tipi umani londinesi, facce diverse di una confusa identità nazionale – in mezzo ad una serie di personaggi minori, ma altrettanto ‘tipici’, che portano avanti le proprie attività quotidiane, la settimana prima di Natale, e le cui vite sono legate da un filo rosso di parentele e conoscenze, che porterà alcuni di loro ad incontrarsi a cena, a casa di Lance e Sophie Topping, un membro del parlamento e sua moglie. In Paris Echo, invece, le voci sono esplicite nelle due principali narrazioni in prima persona di Tariq e Hannah, che si alternano in modo equilibrato per tutto romanzo. Il dettato, però, si arricchisce ancora di ulteriori elementi polifonici, quando le registrazioni audio delle storie delle donne parigine dell’occupazione (talvolta vagamente reminiscenti della delicatezza di Irene Nemirowsky in Suite francese), che Hannah riporta fedelmente mentre racconta, si inseriscono in modo autonomo nel romanzo e creano un effetto di racconti che incorniciano altri racconti. Gli stili cambiano, le voci si affastellano, ma il narratore tiene salde le fila della storia.

Sebastian Faulks
Sebastian Faulks. Foto di Elena Torre, CC BY-SA 2.0

Torno quindi ad immaginarmi le potenziali sfide che porrebbero le traduzioni di questi due romanzi, le difficoltà che un traduttore dovrebbe affrontare nel rendere efficacemente in italiano la lingua di un maestro di polifonia come Sebastian Faulks. Malgrado le difficoltà e le sfide, mi ritrovo a concludere che ne varrebbe la pena, fosse anche solo per il gusto di avere in libreria due titoli così limpidamente resi dalla nostra bella lingua: Una settimana di dicembre e L’eco di Parigi.


Tornano in Italia opere trafugate. Cerimonia di riconsegna a Londra

Alla presenza del Ministro dei Beni Culturali,Alberto Bonisoli, sono state restituite all'Italia, in una cerimonia di riconsegna a Londra, un totale di 12 reperti più una pagina di un codice miniato, sottratta negli anni ‘40 all’Archivio di Stato di Venezia.

Le opere sono state rintracciate grazie ad un’attività di controllo incrociato tra la nota casa d’aste londinese Christie’s e le informazioni contenute nel prezioso data base dei beni culturali illecitamente sottratti e gestita dal Comando Tutela Beni Culturali dei Carabinieri.

Con oltre 1 milione e duecento mila oggetti rubati e circa 700 mila immagini, infatti, è la più grande banca dati al mondo e da tempo è punto di riferimento per le forze di polizia estere.  Alla cerimonia di riconsegna hanno preso parte, oltre a Bonisoli, il CEO di Christie’s Guillaume Cerutti, l’ambasciatore italiano a Londra Raffaele Trombetta ed il Comandante Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale Generale di Brigata Fabrizio Parrulli.

I reperti ritornati in possesso dell’Italia sono: un’oinochoe greca in pasta vitrea, un’antefissa etrusca in terracotta del VI-V secolo a.C., uno stamnos falisco a figure rosse risalente al IV secolo a.C., cinque piatti in stile di Gnathia del IV secolo a.C., un’ hydra apula a figure rosse del 350-330 a.C., oggetti ricercati perché inseriti nella lista di noti trafficanti italiani d’opere d’arte; un capitello romano del II secolo d.C., proveniente da scavi clandestini; un frammento di marmo di sarcofago romano proveniente dalle catacombe di San Callisto e il cui furto era stato denunciato nel 1982; un rilievo romano in marmo con Satiro e Menade trafugato dai giardini di Villa Borghese nel 1985; la pagina di codice miniato.

“La restituzione conferma l’efficacia della collaborazione tra il nostro Paese e  colossi del mercato dell’arte  come Christie’s nella lotta al traffico illegale di opere d’arte. Chi acquista un’opera d’arte o un reperto deve essere certo della provenienza di quell’oggetto –  ha affermato il ministro per i Beni culturali Alberto Bonisoli nel corso della cerimonia di consegna – . E questo è quello che stiamo cercando di fare proprio attraverso la collaborazione con Istituzioni e case d’asta”. “Un controllo preventivo sui pezzi che finiscono in vendita e l’applicazione di leggi più severe per chi compra oggetti senza conoscerne la provenienza - ha concluso -, contribuirà a smantellare questo traffico”.

 


Le mostre da vedere all'estero tra fine 2018 e inizi 2019

Dopo le 10 mostre assolutamente da vedere entro il 2019 in Italia, abbiamo pensato di proporvi una selezione di quanto offre il panorama museale europeo tra gli ultimi mesi del 2018 e i primi del 2019.

Che desideriate immergervi in una mostra d’arte moderna o contemporanea, scoprire come un museo possa migliorare il nostro benessere psicofisico, sfidare i vostri pregiudizi o approfondire le vostre conoscenze su un determinato personaggio o periodo storico, troverete sicuramente la mostra che solletica la vostra curiosità. 

Ecco una breve panoramica di alcune interessanti mostre in diverse città europee:

Spagna

Dallo scorso luglio, e fino al 20 gennaio 2019, è in corso al Museo Sorolla di Madrid la mostra ‘Sorolla - A Garden To Paint’, che presenta oltre 170 tra dipinti, schizzi, disegni, sculture e fotografie dei giardini del Reales Alcázares di Siviglia e de La Alhambra di Granada, catturati da Sorolla quale fonte di ispirazione per la realizzazione del proprio giardino nell’abitazione madrilena.

È stata recentemente inaugurata presso le sale 4 e 5 del MUSAC (Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y Léon) di Léon la mostra ‘Todos los tonos de la rabia. Poéticas y políticas antirracistas’, che considera il fenomeno del razzismo, e le sue implicazioni, nel contesto storico attuale, dividendo il discorso in quattro sezioni: ‘Crescere in un mondo bianco’, ‘Zoo di mostri’, ‘La vita erotica del razzismo’ e ‘Non si aspettavano che sopravvivessimo’.

Avete voglia di perdervi tra le materializzazioni dei sogni di colei che è stata definita una degli artisti più importanti e versatili del XX secolo? Allora, non perdetevi la mostra ‘Dorothea Tanning - Behind the door, another invisible door’, al Museo Reina Sofia di Madrid dal 3 ottobre 2018 al 7 gennaio 2019. Divisa in sale tematiche, la mostra racconta la storia di Dorothea Tanning attraverso un mondo fantastico, che appare sotto forma di dipinti, costumi e scenografie per balletti, disegni, sculture, e che vuole invitare il visitatore ad andare oltre ciò che la realtà gli propone.

Francia

Fino al prossimo 7 gennaio, il Musée de l’Homme di Parigi ospita la mostra temporanea ‘Néandertal - l’expo’ che racconta, in modo interdisciplinare ed interattivo, il cugino più prossimo della nostra specie, dialogando con la nostra percezione delle differenze e le nostre idee sulla specie umana e la sua evoluzione.

Dal 26 settembre al 1° luglio 2019, la Petite Galerie del Louvre propone una mostra piuttosto interessante: ‘L’archéologie en boulles’. Divisa in quattro aree tematiche che esplorano il lavoro dell’archeologo ed il rapporto tra arte ed archeologia, la mostra presenterà una selezione di circa 100 tavole originali di fumettisti che si sono ispirati all’archeologia. Tra esse, anche una tavola della graphic novel italiana Il porto proibito (2015), di Teresa Radice e Stefano Turconi.

Dallo scorso 25 agosto, e fino al 25 agosto 2019, il MuCEM di Marsiglia ospita l’installazione ‘Horizontal Alphabet (black)’, dell’artista visuale Katinka Bock. Protagonisti di questa installazione sono dei mattoni di ceramica rossi e neri, realizzati in base alle misure di mani e piedi di diversi partecipanti anonimi, che rappresentano contemporaneamente la ripetizione (come l’uso, da parte di culture diverse, di unità di misura legate al corpo umano, quali ad es. pollice e piedi) e la diversità che contraddistinguono gli esseri umani.

Regno Unito

Fino al 24 febbraio 2019, il Victoria and Albert Museum di Londra ospiterà la mostra ‘Videogames: Design/Play/Disrupt’, che racconta, in modo immerso ed interattivo, il processo di realizzazione dei videogame più innovativi.

Dal 4 ottobre al 3 Marzo 2019, il Wellcome Collection di Londra ospiterà la mostra ‘Living with Buildings’, che esplora il modo in cui i paesaggi urbani in cui viviamo influenzano la nostra vita ed il nostro benessere psicofisico.

A Mount Stewart (Co. Down), nell’Irlanda del Nord, dal 9 novembre e fino al 3 febbraio 2019, sarà possibile visitare la mostra itinerante ‘Faces of Change: Votes for Women’, organizzata dal National Trust in collaborazione con la National Portrait Gallery, in occasione del centenario dalla concessione del diritto di voto ad alcune categorie di donne. La mostra esplora, attraverso ritratti, documenti e fotografie, le lotte delle suffragettes ed il dibattito sul diritto di voto ed il suffragio femminile. Prima di approdare in Irlanda del Nord, parte della mostra sarà visitabile a Killerton House, nel Devon, fino al 31 ottobre.

Paesi Bassi

In occasione del Cinquecentenario dalla sua scomparsa, il Museo Teylers di Haarlem si prepara ad inaugurare una mostra dedicata a Leonardo da Vinci ed alla sua capacità di catturare le emozioni umane, che sarà visitabile dal 5 ottobre al 6 gennaio. ‘Leonardo da Vinci’ ospiterà oltre trenta disegni originali di Leonardo ed altrettante opere di seguaci e contemporanei, provenienti da collezioni di tutto il mondo; tra essi, gli studi per l’Ultima Cena e per un volto femminile.

Il Museo Van Gogh, fino a 13 gennaio 2019, ospita la mostra ‘Van Gogh Dreams’, un’esperienza sensoriale tra le emozioni di Vincent, nel periodo in cui si trasferì ad Arles ed era pieno di speranze per la sua nuova vita. La mostra non prevede l’esposizione di dipinti, ma sarà interamente basata sull’intenso scambio epistolare che Vincent ebbe con suo fratello Theo, ed a farla da padrone saranno luci, suoni, colori ed emozioni.

Il Tropenmusem di Amsterdam, fino al 1° dicembre 2019, ospita la mostra ‘Bitter Chocolate Stories’, che presenta le storie di 15 minori (su oltre 2 milioni) che lavorano nelle piantagioni di cacao in Ghana e Costa d’Avorio, per contribuire a soddisfare la domanda dei consumatori di cioccolato che vivono a centinaia di chilometri di distanza. 

Lo stesso Tropenmusem, dal 28 settembre, ospita la mostra ‘Cool Japan’, che mette a confronto moderne icone del mondo dei manga e degli anime con l’arte tradizionale giapponese dei dipinti e degli ukyo-e. A completare la mostra, un’opera di Matsuura Hiroyuki il quale, con la sua tecnica che unisce modernità e tradizione, rappresenta la sintesi perfetta del tema della mostra.

Polonia

Siete amanti dell’arte contemporanea? Allora, non potete perdervi la mostra ‘The Culture Collider: The Post-Exotic Art’ al Museo Manggha dell’Arte e della Tecnologia Giapponese di Cracovia. Si tratta di un progetto della curatrice viennese Goschka Gawlik che mira ad esplorare la situazione dell’arte prodotta nell’era della globalizzazione, facilmente soggetta a mutamenti ed influenze. Le opere esposte sono state realizzate da artisti sia europei che asiatici, in un mix tra  cultura identitaria e sguardo sull’altro.

Fino al 4 novembre, l’Asia and Pacific Museum di Varsavia ospita la mostra ‘Playing with Culture - Traditional Asian Play and Games’. Lo scopo della mostra è quello di proporre uno sguardo sulla cultura asiatica attraverso il gioco, attività che ha da sempre permesso all’uomo di mettere se stesso alla prova e di coltivare le proprie relazioni sociali. Oggetto dell’indagine è il valore culturale del gioco e del giocattolo, riconosciuto anche dall’UNESCO, quale vettore che permette di interpretare antiche credenze e sistemi sociali. 

Avete in programma una visita all’Auschwitz-Birkenau Memorial? Se sì, sappiate che dal 30 ottobre, e fino a marzo 2019, sarà possibile visitare anche la mostra ‘David Olère. The one who survived Crematorium III’. Oltre ai 19 dipinti del museo di Auschwitz, verranno esposti anche 64 opere provenienti da collezioni Israeliane e Francesi, che raccontano l’esperienza dell’artista durante la prigionia nel campo di concentramento.

Germania

Chiudiamo la nostra selezione con Berlino. 

La Gemäldedegalerie, dallo scorso luglio e fino all’11 novembre, ospita la mostra ‘Impressions of the Thirty Years’ War - Printmaking from the Kupferstichkabinett’. Si tratta di una mostra che, attraverso pamphlet satirici e stampe del XVII secolo, provenienti dal Kupferstichkabinett (Galleria delle Incisioni), descrive gli effetti della Guerra dei Trent’anni sulla società dell’epoca.

Il Kupferstichkabinett, a sua volta, dallo scorso agosto e fino al 18 novembre, ospita una mostra dedicata alla bottega di Rembrandt: ‘From Rembrandt’s Workshop - Drawings from the Rembrandt School’. In seguito alle ricerche che hanno portato ad una revisione delle opere attribuite al Maestro olandese, il Kupferstichkabinett mostra differenze e similitudini tra Rembrandt ed i suoi allievi, attraverso una selezione di circa 100 disegni.