Il relitto di Otranto fa luce sulla storia della Magna Grecia

Il relitto alto arcaico ritrovato nel canale di Otranto può gettare nuova luce sulla storia della Magna Grecia. Con l’ausilio di un mezzo sottomarino filoguidato (Remotely Operated Vehicle) e dotato di strumentazione ad alta tecnologia, gli archeologi della Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo sono stati in grado di recuperare una parte del ricco carico del relitto.

Ventidue reperti tra ceramiche fini e anfore da trasporto provenienti da Corinto che grazie ai recenti studi sono stati datati alla prima metà del VII secolo a.C. Si tratta in particolare di tre anfore del tipo Corinzie A , dieci skyphoi di produzione corinzia, quattro hydriai sempre di produzione corinzia, tre oinochoai trilobate in ceramica comune e una brocca di impasto grossolano di un tipo molto comune a Corinto.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto. Foto: Ministero della Cultura

“Molto interessante il pithos, recuperato frammentario”, spiega Barbara Davidde, “con tutto il suo contenuto costituito da skyphoi impilati al suo interno in pile orizzontali ordinate. In questa fase, se ne contano almeno 25 integri, oltre a diversi frammenti pertinenti ad altre coppe. Il numero totale degli skyphoi ed eventuali altri elementi contenuti originariamente nel pithos saranno definiti attraverso uno scavo in laboratorio con la rimozione del sedimento marino”.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto. Foto: Ministero della Cultura

“La scoperta ci restituisce un dato storico che racconta le fasi più antiche del commercio mediterraneo agli albori della Magna Grecia, meno documentate da rinvenimenti subacquei, e dei flussi di mobilità nel bacino del mediterraneo – ha spiegato il Direttore dei Musei, Massimo Osanna, che ha visitato il laboratorio di restauro della Soprintendenza nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, in occasione del 60° Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia,  e ha proseguito – è un  carico intatto che getta luce sulla prima fasi della colonizzazione greca in Italia meridionale, grazie anche allo stato di conservazione significativo che ci permette di capire quello che trasportavano: non solo cibi come olive, ma anche coppe da vino considerate beni di prestigio e molto apprezzate anche dalle genti italiche”.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto. Foto: Ministero della Cultura

I reperti attualmente si trovano nei laboratori di restauro della Soprintendenza istituita nel 2019 e preposta alla tutela, conservazione e ricerca dell’immenso patrimonio subacqueo del nostro Paese.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto, team. Foto: Ministero della Cultura

In considerazione dell’importanza del relitto, il Ministero della Cultura ha in previsione di procedere al recupero dell’intero carico che risulta costituito da circa duecento reperti, ancora sparsi sul fondale, di cui si dispone già di una mappatura georiferita, al restauro dei reperti e alla realizzazione delle analisi archeometriche sui materiali e archeobotaniche su residui organici e vegetali che potrebbero essere ancora presenti nel sedimento che riempie molte delle ceramiche recuperate, come per esempio in una delle anfore corinzie che ha restituito i resti di noccioli di olive.

https://www.youtube.com/watch?v=ROE-8IG7mBE

 


Lagaria Epeo Kleombrotos

Lagaria: tra Epeo e Kleombrotos storia e leggenda di una città della Magna Grecia

“Lagaria: tra Epeo e Kleombrotos storia e leggenda di una città della Magna Grecia”, prodotto da Itineraria Bruttii Onlus e per la regia di Paolo Gallo, proseguirà le proiezioni della mattina di venerdì 15 ottobre alle ore 10:30, come prima internazionale alla “Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea”, per la sezione Ragazzi e Archeologia.

Lagaria: tra Epeo e Kleombrotos storia e leggenda di una città della Magna Grecia

Nazione: Italia

Regia: Paolo Gallo

Consulenza scientifica: Paolo Gallo

Durata: 19’

Anno: 2021

Produzione: Itineraria Bruttii Onlus

Prima Internazionale

Sinossi:

Il docufilm ha come protagonista Kala, una fanciulla enotria il cui nome è stato rinvenuto su una coppa greca nella necropoli del sito che ci racconta la storia del suo popolo dall’arrivo di Epeo, costruttore del cavallo di Troia e fondatore di Lagaria, agli scontri con i Sibariti continuando con le feste, le danze e i riti in onore della dea Athena e dell’olimpionico Kleombrotos che si svolgevano sull’acropoli fino alla decadenza seguita alla caduta di Sybaris.

Lagaria Epeo Kleombrotos
Un fotogramma dal docufilm Lagaria: tra Epeo e Kleombrotos storia e leggenda di una città della Magna Grecia, , prodotto da Itineraria Bruttii Onlus e per la regia di Paolo Gallo

Trailer:

https://youtu.be/bRGL80Iaxfw

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Parco Archeologico di Francavilla Marittima (CS), 12 giugno 2021(anteprima)

Informazioni regista:

Paolo Gallo è nato a Cosenza il 17/01/1966 dove vive e insegna Lettere.

Specializzato in Archeologia, dal 1990 si occupa di gestione e valorizzazione dei beni culturali con attività di living history, teatro, rievocazioni, docufilm e archeologia sperimentale.  Dal 2004 è direttore di Itineraria Bruttii onlus per la quale ha realizzato progetti di didattica dei beni culturali, di teatro classico antico, reading teatrali, una collana editoriale e alcuni docufilm a tema storico-archeologico.

Informazioni casa di produzione:

https://itinerariabruttii.it

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

https://ecodellojonio.it/articoli/ecocult/2021/06/a-francavilla-marittima-il-docufilm-lagaria-da-epeo-a-kleombrotos-storia-e-leggenda

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Andrea Donaera Lei che non tocca mai terra

La Puglia maledetta di Andrea Donaera in "Lei che non tocca mai terra"

La Puglia maledetta di Andrea Donaera in Lei che non tocca mai terra
Lei che non tocca mai terra è la nuova riuscitissima opera di Andrea Donaera, che già mi aveva stregato col suo romanzo d'esordio Io sono la bestia. Entrambi i titoli sono ambientati in Puglia, in una terra malsana e infetta, affastellata da presenze grottesche e immense. Passando dalla mafia a sciamani di mondi interiori che combattono il male con un misticismo che avrebbe fatto impazzire l'antropologo Ernesto di Martino. I due romanzi-mondo sono editi da NN Editore, una delle realtà editoriali più interessanti in Italia. Sia per quanto concerne la proposta di opere straniere davvero interessanti, sia per lo scouting di autori italiani, ricordiamo anche il libro che ambisce (e riesce) a essere un classico moderno: Urla sempre, primavera di Michele Vaccari.
Lei che non tocca mai terra Andrea Donaera
La copertina del romanzo di Andrea Donaera, Lei che non tocca mai terra, pubblicato da NN Editore (2021). Foto di Cristiano Saccoccia
Lei che non tocca mai terra è una trenodìa, parola antichissima e aulica che si annida profondamente nella terra d'Esperia. La terra della sera, che per i greci era l'Italia. Trenodìa è un canto funebre, un coro di tenebre, un inno di cenere, una ode ai defunti. È solenne, ritmato come il palpito di color che amano e muoiono ogni giorno. Amare, per me, è soffrire. Un aggrapparsi a una geometria di incomprensioni e parole. Ricordi. La trenodìa è un incantesimo antico, magari viene dalle ancestrali terre del sud. Questa Puglia che non è una landa ma una cicatrice della mezzanotte, sanguina stelle e cosmologie infette.
In questa Puglia maledetta c'è una ragazza che non è viva e non è morta. È sul letto d'ospedale ad ascoltare, in coma, gli sproloqui di un ragazzo innamorato di lei. In Distanza di sicurezza (Edizioni Sur), di Samantha Schweblin, i protagonisti vivono un attacco di panico letterario fatto di fantasmi. I personaggi sono uniti da silenzi innominabili e che riempiono le vastità di un cosmo sconosciuto all'interno di una stanza d'ospedale. Nel romanzo di Andrea Donaera i fantasmi sono gli esseri umani, le famiglie sono coacervi di esistenze interrotte. Nella Puglia di Lei che non tocca mai terra si assiste alla potenza endogena e disperata di un coro da tragedia greca che sfalda e ricostruisce il tessuto narrativo della trama. Miriam è un ragazza rimasta vittima di un incidente e ora è in un letto d'ospedale, mentre il ragazzo che farebbe di tutto per lei, Andrea, l'assiste e le parla in continuazione.

La ragazza riesce a comunicare, sfidando le leggi delle realtà e del raziocinio, e questa anomalia della logica diventa una presenza fantasmatica. E così, nel silenzio non silenzio, ragazzo e ragazza riescono a condividere il dolore, a sfiorarsi con le parole. Purtroppo a ricordare. Donaera avanza nella costruzione di personaggi alternando flashback a istantanee del presente, momenti descrittivi densi di inquietudine a monologhi interiori o recitati al cospetto della ragazza in fin di vita. Perché l'ultima spiaggia di Miriam è la talking cure, pratica sperimentale che consiste nel far parlare familiari e amici al paziente. In queste sessioni la rabbia dei genitori viene fuori, speso tramite il dialetto pugliese, vernacolo carico di ritmo e  (contro) senso poetico nel suo richiamare suoni e cadenze di un passato nebuloso. La scrittura di Donaera si fa sanguigna, marcia, spezzata, a volte con una sintassi a singhiozzi come se i suoi personaggi si strozzassero, con l'inchiostro delle parole del libro.

Lei che non tocca mai terra si avvale di molteplici livelli di lettura che possono variare a una southern gothic ballad italiana a un mash-up di citazioni pop-nerd trapiantate in una storia di periferia, per finire in un limbo immaginifico e dark che ricorda i lavori di Orazio Labbate (Spirdu), Andrea Gentile (Tramontare) e  Francesco Iannone (Arruina); opere che si incanalano in una trazione di new weird  italiano o - per semplificare - in un fantastico destabilizzante.

Donaera offre un romanzo che è crocevia ermetico di diavoli e angeli, malfattori e santoni, cavalieri e saraceni, vivi e morti. Quivi dimora un uomo che fa miracoli, che scaccia il male, che beve vino consacrato tutto il giorno senza ubriacarsi. Lui è l'anti-anticristo. Un apostolo che spazza l'orrore. Colui che converte il male nel gregge de dio, Papa Nanni. Lo zio di Miriam. Tutore spirituale e "filosofico" del sofferente Andrea. Come accennavo prima l'opera non è un corpo unico, nonostante la sua brevità, ma la saldatura di fotogrammi di un film mai proiettato, un'opera al nero in cui l'autore riversa la sua cultura poetica, musicale e universo interiore. Alternando registri linguistici vibranti - come il viscerale dialetto dell'Apulia - a una sintassi frammentata che si costruisce su fraseggi a flussi di coscienza di violenza cieca Andrea Donaera getta una lapide nella moderna narrativa italiana.

Andrea Donaera Lei che non tocca mai terra
La copertina del romanzo di Andrea Donaera, Lei che non tocca mai terra, pubblicato da NN Editore (2021)

Una cosa va detta, potrei aver sbagliato ogni chiave di lettura che questa storia d'amore e dolore propone. Eppure leggendola ho avuto modo di provare tutte le emozioni del mondo. Lei che non tocca mai terra è un testo che rinnova la statura letteraria di Andrea Donaera già ampiamente espressa in Io sono la bestia.

La copertina del romanzo di Andrea Donaera, Io sono la bestia, pubblicato da NN Editore (2019)
Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

Rimpatriati dal Belgio 782 reperti, il più grande recupero archeologico per la Puglia

Rimpatriato dal Belgio un tesoro archeologico di quasi 800 pezzi - È il più grande recupero per la Puglia, fra i più importanti a livello nazionale

Dopo lunghe e articolate indagini estese a livello internazionale, un’intera raccolta archeologica costituita da pezzi di eccezionale rarità e inestimabile valore è stata riportata dal Belgio in Italia dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) di Bari, coordinati dalla Procura della Repubblica di Foggia, e con il determinante contributo di EUROJUST.

Le indagini, avviate nel 2017 a seguito di una segnalazione del Laboratorio di Restauro della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Barletta, Trani e Foggia, hanno consentito di individuare, nella disponibilità di un facoltoso collezionista belga, una stele daunia dalle peculiarità decorative tipiche dell’area archeologica di Salapia, agro del Comune di Cerignola (FG), pubblicata sul catalogo realizzato in occasione della mostra intitolata “L’arte dei popoli italici dal 3000 al 300 a.C.”, tenutasi dal 6 novembre 1993 al 13 febbraio 1994 presso il Museo Rath di Ginevra (Svizzera), e su quello dell’esposizione che ha avuto luogo presso il Museo Mona-Bismarck Foundation di Parigi (Francia) dal 1° marzo al 30 aprile 1994.

recupero archeologico 782 Belgio Puglia 1recupero archeologico 782 Belgio Puglia 1

Il reperto appariva incompleto nella parte centrale, mancante in particolare di un’iscrizione decorativa corrispondente a un frammento custodito presso il Museo Archeologico di Trinitapoli (BAT) che, secondo l’intuizione di un funzionario del Laboratorio di Restauro, completava il disegno del margine inferiore dello scudo e la parte superiore del guerriero a cavallo, raffigurati nell’antico manufatto.

I successivi accertamenti effettuati in Svizzera tramite il servizio INTERPOL, finalizzati all’identificazione del detentore del bene d’arte di provenienza pugliese, e gli elementi investigativi raccolti sul potenziale possesso di ulteriori reperti ceramici di interesse storico-artistico trafugati da corredi funerari di tombe scavate clandestinamente in territorio apulo, hanno portato i Carabinieri del Nucleo TPC di Bari ad avanzare, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia, la richiesta di emissione di un Ordine Europeo di Indagine (OEI) per la ricerca e il sequestro di ulteriori beni archeologici di provenienza italiana potenzialmente nella disponibilità del collezionista in Belgio. Egli risultava tra l’altro fra i partecipanti ad alcuni convegni sulla Magna Grecia nell’ambito di una rassegna annuale che si svolge a Taranto e alla quale partecipano numerosi collezionisti e studiosi. Nel dicembre 2018 la Procura della Repubblica di Foggia ha emesso l’OEI, poi eseguito dalla Polizia Federale belga con la partecipazione di militari del Nucleo TPC di Bari, che hanno individuato la stele daunia presso l’abitazione del collezionista in un comune della provincia di Anversa, verificando che il frammento conservato presso il Museo di Trinitapoli era perfettamente sovrapponibile e completava la parte mancante del disegno della stele.

Il più grande recupero di patrimonio archeologico per la Puglia, rimpatriati 782 reperti dal Belgio

Nel corso della perquisizione è stato recuperato un vero e proprio “tesoro archeologico”, costituito da centinaia di reperti in ceramica figurata apula e altre stele daunie, tutte illecitamente esportate dall’Italia, che sono state quindi sottoposte a sequestro in Belgio. La conseguente richiesta dell’Autorità Giudiziaria italiana, volta a ottenere il mantenimento del sequestro e il trasferimento dei beni in Italia per gli esami scientifici e tecnici da parte del personale specializzato, è stata accolta dall’Autorità Giudiziaria estera, diventando oggetto di ripetuti ricorsi da parte dall’indagato belga (tutti nel tempo respinti).

Il successo della presente operazione rappresenta il frutto di una sinergica ed unitaria azione che ha visto quali protagonisti decisivi i magistrati italiani e belgi in servizio presso EUROJUST, nella preziosa funzione di coordinamento della cooperazione internazionale e ausilio nella interlocuzione tra Autorità Giudiziaria italiana ed Autorità Giudiziaria belga.

L’esame tecnico effettuato in Belgio dal consulente archeologo italiano ha evidenziato l’autenticità e il valore storico-culturale dei 782 reperti archeologici trovati nella disponibilità dell’indagato, tutti provenienti dalla Puglia.

Figurano fra questi un numero elevato di vasi apuli a figure rosse, anfore, ceramiche a vernice nera, ceramiche indigene e attiche, a decorazione dipinta geometrica e figurata, stele figurate in pietra calcarea dell’antica Daunia, oltre a numerosissime terrecotte figurate c.d. tanagrine, testine fittili, statuette alate, ecc. Si tratta di beni nazionali databili tra il VI e il III secolo a.C., tutelati ai sensi del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, di un valore commerciale pari a circa 11 milioni di euro, depredati e smembrati dai contesti originari, ora rimpatriati.

Bari, 21 giugno 2021

Testo, video e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Michelangelo Galliani

“AD INTEGRUM”: Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico

“AD INTEGRUM”: Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico AD INTEGRUM Michelangelo Galliani

Fino al 19 novembre quattro sculture dell’artista reggiano dialogano con il suggestivo spazio nel cuore del capoluogo meneghino.

Una basilica fondata nell’VIII sec. d.C., nel luogo dove si dice Sant’Ambrogio abbia rinvenuto i corpi dei martiri Nazaro e Celso; un altare costituito da una sovracassa di marmo che ha custodito il sarcofago con le preziose reliquie di San Celso; capitelli di forma romano-corinzia; una facciata ricostruita nel 1854 dall’architetto svizzero Luigi Canonica.

Tutto nella Basilica di San Celso, in Corso Italia 37 a Milano, parla di storia.

Confrontarsi, scontrarsi e infine dialogare con un tale spazio espositivo, ora totalmente dedicato a progetti culturali, non è facile per un artista contemporaneo.

Michelangelo Galliani, classe 1975 e un diploma in scultura alle spalle, si è cimentato nell’impresa e ha vinto la sfida.

AD INTEGRUM Michelangelo Galliani

La mostraAd integrum”, curata da Angela Madesani, promossa da Cris Contini Contemporary ed organizzata dall’associazione culturale lartquotidien, in collaborazione con il Santuario, propone le opere di un artista che, fin dall’inizio della sua carriera, ha scelto di rapportarsi con la classicità. Decisione tutt’altro che semplice, visto il rischio di venir considerati dai futuri osservatori come meri copiatori privi di creatività.

4 opere di Michelangelo Galliani alla Basilica di San Celso”, questo il sottotitolo dell’esposizione, è effettivamente ricchissima di rimandi alla storia dell’arte, ma in chiave rivisitata e concettualmente tutt’altro che banale.

Dunque le chiavi di lettura, da tener a mente visitando l’esposizione, sono il concetto di tempo e di frammento.

I personaggi che via via si "incontreranno" saranno Giorgione, Caravaggio, Auguste Rodin, Medardo Rosso e, secondo la curatrice, Adolfo Wildt, Luciano Fabro, Pier Paolo Calzolari e Giuseppe Penone.

Ma andiamo con ordine e partiamo dal titolo della retrospettiva, già di per sé molto evocativo.

Ad integrum”, completare: caratteristica preponderante di due delle opere esposte è il loro essere frammento. Una porzione che non è mai stata parte di un tutto, non ha mai goduto di completezza. Eppure la scheggia riesce a rappresentare proprio quell’insieme a lei sconosciuto, facendosi metafora dell’esistenza umana.

E avendo presente questi concetti inizio con il descrivervi “Fuggi”, una scultura del 2018.

“AD INTEGRUM”: Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico

AD INTEGRUM
“AD INTEGRUM": Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico Michelangelo Galliani, "Fuggi", 2018, marmo dell'Altissimo e vetro di Murano.

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Due gambe distinte sono state ricavate da steli di marmo separati. Il resto del corpo manca, anzi non è mai esistito né è stato progettato. Un po’ come “L’Homme qui Marche” di Auguste Rodin, privo di braccia e soprattutto dell’elemento che più di ogni altro distingue l'uomo: il volto.

Sotto uno dei due talloni della presenza che fugge germogliano dei rossi fiori in vetro di Murano: forse petali di rose. Ci tengo a definirlo “presenza” in quanto non è completo, non ha tutte le “componenti” fisiche dell’essere umano. Eppure, proprio per questo suo essere fluido, si candida a rappresentare ognuno di noi, senza distinzione alcuna.

Anche in “Rebus vitae” (2018) appare una figura, questa volta tagliata sopra la vita. I vari elementi della scultura, di cui alcuni in acciaio inox a guisa di dardi, costituiscono un rebus vero e proprio, la cui soluzione è intimamente legata ad un episodio della vita di Michelangelo Galliani. Ai piedi della composizione un serpente viene trafitto dal metallo.

Il senso dell’opera assume così un significato più profondo, di matrice esistenziale.

San Celso

AD INTEGRUM
“AD INTEGRUM”: Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico Michelangelo Galliani, "Rebus vitae", 2018, marmo statuario di Carrara e acciaio inox.

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Arriviamo dunque al centro della scena e dello spazio espositivo, al culmine della dialettica e della riflessione. “Twins” (2020) e “Col tempo” (2010) si scambiano un mutuo sguardo d’intesa, mantenendo intatta la loro profonda diversità.

All’apparenza non sono frammenti, ma anche queste opere sono caratterizzate da una mancanza.

La bambina accovacciata su una testuggine è sola, a dispetto del nome. Manca il suo gemello, twin, che l’artista deve ancora eseguire. L’animale che funge da comoda seduta è ricchissimo di simbologia. Ad esempio il paradosso di “Achille e la Tartaruga” è una delle tesi più famose di Zenone di Elea, filosofo presocratico della Magna Grecia. La bambina guarda avanti, l’animale indietro. La scultura è essa stessa un po’ un paradosso: i fanciulli sono per natura frenetici e qui la loro vitalità viene contrapposta alla lentezza.

Michelangelo Galliani

Michelangelo Galliani
“AD INTEGRUM": Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico Michelangelo Galliani, "Twins", 2020, marmo bianco di Carrara e acciaio inox.

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Il tempo è, del resto, uno dei soggetti principali della poetica di Galliani, che non cita banalmente i grandi maestri del passato, ma si rifà ad essi contestualizzando le sue creazioni nel periodo storico in cui vive. La scelta di lavorare un materiale così legato alla tradizione è stata essa stessa una presa di posizione che conferma quanto ho espresso.

A mio giudizio il vero capolavoro della retrospettiva è però “Col tempo”, che, non a caso, è posta sopra l’altare, il punto più sacro del complesso. La scultura in cera vergine d’api rappresenta una donna che è distesa su un letto di piombo.

Michelangelo Galliani

Michelangelo Galliani
“AD INTEGRUM": Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico Michelangelo Galliani, "Col tempo", 2010, cera, argento e piombo.

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Nella versione esposta a San Celso la figura stringe tra le mani un ex voto ottocentesco, un po’ accartocciato.

Esanime testimonia la vita che è stata.

Il titolo è un chiaro omaggio all’opera di Giorgione, “Ritratto di vecchia” del 1506, in cui viene raffigurata un’anziana che impugna un cartiglio su cui è scritta la famosa frase “col tempo”. Il monito per i fruitori era ben chiaro: lo scorrere degli anni ed i suoi effetti sul nostro corpo sono inevitabili. La signora si appoggia la mano al petto rievocando il gesto del “mea culpa”.

Galliani, per dare forma al suo “memento”, utilizza invece la cera, richiamando così Medardo Rosso, mentre la postura della figura sdraiata riprende quella di Santa Lucia nel famoso seppellimento narrato figurativamente dal Merisi.

L’avvertimento è chiaro: il tempo passa, inesorabile, lasciando dietro di sé solo alcuni frammenti: di storia, di memoria, di poesia.

 

Si ringrazia l'ufficio stampa CSART per le foto.


Arkeostoriae: quando l'archeologia incontra l'autenticità

Arkeostoriae:

quando l'archeologia incontra l'autenticità

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Arkeostoriae seconda edizione

La parola che maggiormente si presta a descrivere Ischia è l'aggettivo autentico: complice anche la relativa distanza dalla terraferma, quest'isola è riuscita a mantenere inalterata la propria identità senza cedere all'omologazione comportata dalla modernità e dal crescente interesse turistico. Ischia è tutta lì, nei suoi colori, sapori e sensazioni; è nei panorami mozzafiato e nei lasciti di chi, sin dai tempi antichi, l'ha abitata; è nei gesti e negli accenti di chi oggi la abita: gli ischitani, per loro stessa ammissione, sono focosi e passionali, quasi a voler rivendicare con fierezza la discendenza dai primissimi coloni magnogreci.

L'autenticità e l'amore per le proprie radici sono alla base di Arkeostoriae - archeologia e narrazioni, rassegna organizzata dal CEiC - Istituto di studi storici e antropologici/Ong Unesco col supporto della Regione Campania, di Scabec, del Comune di Ischia e con la collaborazione di vari enti.

La seconda edizione della kermesse ideata e diretta dalla dottoressa Alessandra Vuoso, svoltasi dal 30 settembre al 4 ottobre, ha infatti avuto come obiettivo “l'esplorazione delle persistenze culturali del mondo antico, intese sia come forme resilienti che come temi particolarmente attivi nei processi di trasformazione storico-culturali”. Ambizione notevole, soprattutto in un periodo problematico come quello che stiamo vivendo: organizzare una serie di eventi e attività tenendo conto di restrizioni e difficoltà logistiche ha in effetti rappresentato una vera e propria sfida, vinta grazie al sapiente utilizzo della tecnologia. Tutti gli incontri previsti sono stati trasmessi in streaming sulla pagina Facebook della rassegna, la quale tra l'altro ha previsto ben due webinar a uso esclusivo degli utenti telematici.

È stato proprio un seminario online ad aprire Arkeostoriae, mercoledì 30 settembre: la zoologa e conduttrice radiotelevisiva Mia Canestrini e l'ornitologo presidente dell'associazione ARDEA Rosario Balestrieri hanno dialogato a proposito delle origini del processo di domesticazione canina, illustrando attraverso le evidenze archeologiche quando e in che modo il cane sia diventato il miglior amico dell'uomo.

Il secondo webinar si è invece tenuto sabato 3 ottobre e ha visto la partecipazione di Alessandro Luciano, archeologo e scrittore, che ha spiegato come uno storytelling dinamico sia in grado di rendere “viva” e interessante una disciplina come la storia. Entrambi i seminari hanno riscosso un ottimo successo in termini di visualizzazioni e gradimento del pubblico.

Se l'emergenza sanitaria in atto ha reso necessario ricorrere alla tecnologia, non ha comunque fermato gli incontri in presenza, che si sono svolti nello scrupoloso rispetto delle norme anti-COVID nella cornice della Biblioteca Antoniana di Ischia.

Due sono stati gli eventi che giovedì 1 ottobre hanno portato gli spettatori alla scoperta di due lati poco noti dell'archeologia, quello della flora e della fauna, presentati rispettivamente dall'archeobotanica Chiara Comegna e dalla coppia formata da Mario Grimaldi, archeologo e classicista, e da Rosario Balestrieri.

Il giorno seguente Alessandro Luciano, che ha presentato il suo ultimo libro Nero Saraceno, ha evidenziato come la Storia con la s maiuscola e la storia intesa come invenzione letteraria non siano entità incompatibili, ma possano convergere in un romanzo avvincente e rigoroso dal punto di vista scientifico.

Il ciclo di incontri è stato chiuso sabato 3 ottobre con un'interessante disquisizione sulla fenomenologia delle rievocazioni storiche: il professor Ugo Vuoso ha tracciato un fil rouge in grado di connettere i cortei storici (efficacemente trattati da Stefania Napoleone e Pasquale di Meglio) all'historia ludens dello spettacolo gladiatorio di Vincenzo Iorio, per giungere a un fenomeno postmoderno come il cosplaying, del quale ha parlato Rinaldo Mattera.

Uno dei temi maggiormente trattati durante Arkeostoriae è stata la necessità di rendere le discipline storiche più dinamiche e interattive possibile: non a caso, in parallelo al ciclo di incontri, sono state previste attività volte a toccare con mano i retaggi di quell'identità ischitana cui si faceva cenno a inizio articolo, che sono diventati la materia prima per ridar vita al passato.

La prima di esse è stata l'escursione, svoltasi nel pomeriggio del 2 ottobre, a cura di Stefania Napoleone: i partecipanti hanno raggiunto la spiaggia di Sant'Anna solcando il mare, per poi inoltrarsi fino al Borgo di Celsa e scoprirne il nucleo più antico... non prima di aver goduto di meravigliose vedute sul Castello Aragonese al tramonto.

Arkeostoriae seconda edizione

Le avverse condizioni meteorologiche, che il 3 ottobre hanno reso sconsigliabile la navigazione verso le rovine sommerse di Aenaria, non hanno impedito di scoprire la Ischia d'età romana: l'archeologa Alessandra Benini ha illustrato questo periodo poco conosciuto della storia isolana mediante il video del Centro Multimediale di Ischia Ponte e con i reperti presenti in loco; incidentalmente, il pubblico ha così potuto lasciarsi travolgere dal fascino dell'archeologia subacquea.

Arkeostoriae seconda edizione

Arkeostoriae seconda edizione

L'intera giornata del 4 ottobre, l'ultima della kermesse, è stata infine dedicata ad attività in grado di coinvolgere grandi e bambini: la Spiaggia dei Pescatori è diventata una “bolla temporale” entro la quale rivivere una tipica giornata in età romana, tra spettacoli gladiatori e duelli ai quali partecipare in prima persona, in abiti d'epoca.

Arkeostoriae seconda edizione

Un sontuoso “archeoaperitivo” con pietanze e bevande da coena popularis è stata la perfetta chiusura della rassegna.

La soddisfazione dei numerosi partecipanti, molti dei quali venivano da svariate parti d'Italia, è la misura del successo di questa kermesse; la sua validità va però ben oltre il lato quantitativo: la ricercatezza dei temi trattati, l'evidente qualità degli interventi, nonché l'entusiasmo e la precisione del team organizzativo rendono Arkeostoriae una realtà eccellente, che merita di crescere e guadagnarsi un'attenzione sempre maggiore. Le emergenze ischitane possono essere il punto di partenza per dare un nuovo impulso agli studi storici e archeologici e renderli sempre più moderni e multidisciplinari. Uno sguardo al passato, insomma, per migliorare il futuro: in pochi altri luoghi questo assunto sarebbe stato altrettanto efficace.

Tutte le foto sono di Nico Meluziis.

Arkeostoriae seconda edizione

Arkeostoriae seconda edizione


scoperte parco Baia

Nuove scoperte dal Parco Archeologico di Baia

Durante alcune attività di ricerca condotte dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei in vista della riapertura, gli specialisti hanno recuperato un trapezoforo, un sostegno per tavolo in marmo decorato con testa felina. L’operazione è stata possibile grazie ai tecnici del Parco supportati dalla Capitaneria di Porto – Locamare di Baia e della Naumacos Underwater Archaeology.

Il reperto è stato poi trasportato nei laboratori per i primi interventi di restauro presso il Castello di Baia. L’elegante reperto di arredo, in marmo, è stato realizzato in età imperiale e serviva a sostenere una mensa, probabilmente in marmo anche questa, inserita in uno degli ambienti che oggi costituiscono una i percorsi archeologici del ricco Parco archeologico sommerso.

scoperte parco Baia

“Il Parco sommerso di Baia continua a regalare sorprese. Interpretiamo il rinvenimento di oggi come il segnale di una nuova stagione del Parco che, dopo la riapertura, deve proseguire nella strada intrapresa per favorirne lo sviluppo. Per un archeologo il rinvenimento di un reperto è sempre motivo di gioia ed emozione, il recupero dal mare aggiunge inevitabilmente una suggestione particolare. Dopo i primi interventi conservativi necessari il reperto sarà mostrato, in anteprima, al pubblico all’interno del Museo archeologico del Castello di Baia per trovare poi una sua collocazione definitiva all’interno nel percorso espositivo” ha dichiaro il direttore Fabio Pagano.

La costa dei Campi Flegrei è un esempio unico al mondo, a causa dello sprofondamento dell’antica fascia costiera e alla conseguente trasformazione del territorio. Quanto vi si conserva sott’acqua rappresenta dunque un patrimonio storico archeologico di eccezionale valore per la sua peculiarità.

La storia di Baia risale a tempi ben precedenti la colonizzazione greca. Molti sono i ritrovamenti sui fondali di ancore litiche datate tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro. Con la fondazione di Cuma e i successivi eventi legati alla storia della Campania, Baia entrò a far parte del suo territorio e della sua egemonia.

La sua storia, successivamente, si legò  indissolubilmente alla città di Roma, qui infatti, già in epoca tardo repubblicana, gli aristocratici  si facevano costruire fastose residenze, attratti dal clima mite della costa e soprattutto dalle acque termali.

« Nullus in orbe sinus Baiis praelucet amoenis. » « Nessuna insenatura al mondo risplende più dell’amena Baia. » (Orazio)

In età imperiale, anche molti imperatori scelsero Baia come luogo di villeggiatura. Augusto non amò molto questi luoghi e il suo successore Tiberio preferì di gran lunga Capri, molto più appartata e meno caotica. Ma altri imperatori, così come molti personaggi illustri, citati dalle fonti antiche, frequentarono volentieri la regio baiana.

Marcello la scelse per cercare di curare i suoi malanni, Caligola per celebrare la sua divinizzazione, tanto che si fece costruire un ponte di barche che traversava tutta la rada per galopparci con addosso le armi di Alessandro.

Claudio lo frequentò assiduamente e Nerone addirittura aveva grandi progetti per questi luoghi, come quello che avrebbe dovuto convogliare tutte le acque termali in un grande bacino unendo Miseno all’Averno.

Scoperte odierne dal Parco sommerso di Baia

Ma Baia fu anche il luogo dove venne uccisa Agrippina, la madre dell’imperatore, sentita ormai come un enorme ostacolo alle sue scelte politiche e private.

Con i Flavi l’ambiente di Baia tornò ad essere austero, ma è con Domiziano che il sito venne riportato alle sue celebri dissolutezze. Baia fu allora all’apice della sua fama che ritornò appieno nel III secolo d.C. con Alessandro Severo che vi fece erigere una lussuosa residenza imperiale per la madre Giulia Mamea.

scoperte parco Baia

La fortuna di Baia fu comunque legata a quella dell’Impero e nel momento della sua decaduta anche le zone flegree inevitabilmente caddero in miseria. Le guerre gotiche prima e il bradisismo in seguito portarono al definitivo abbandono dell’area.

Tra il VII e l’VIII secolo buona parte della città era completamente sommersa.

Foto delle scoperte odierne dal Parco sommerso di Baia: Courtesy Parco Archeologico dei Campi Flegrei

 


Neapolis Partenope

Neapolis: la città del sole e di Partenope

Com’è noto, la città di Napoli fu fondata intorno al 470 a.C. da coloni greci di Cuma e chiamata  Neapolis ("città nuova") per distinguerla da Palaepolis (o Parthenope, latino per Partenope). Quest'ultima era il primo nucleo insediativo risalente all'VIII secolo a.C., che sorgeva sulla collina di Pizzofalcone. L’impianto stradale, tuttora leggibile nel tessuto urbano di Napoli, anticipa la rigorosa griglia ortogonale attribuita all’architetto Ippodamo da Mileto.

Tre sono le strade principali, in direzione nord-sud, dette plateiai; e ventuno quelle minori, in direzione est-ovest, chiamate stenopoi. Per convenzione oggi si fa riferimento alla dizione romana di decumani e cardini.

Il decumano superiore è via dell’Anticaglia (che prende il nome dalle strutture ad arco in laterizio di rinforzo alla "cavea" del teatro romano); il decumano maggiore è via dei Tribunali (lungo il quale sorgeva l’agorà, in corrispondenza di piazza San Gaetano); il decumano inferiore, che “spacca” il cuore della città in due, è appunto Spaccanapoli.
Tra i cardini principali vi sono via San Gregorio Armeno (nota come la via dei presepi) e via Duomo.

Alessandro Baratta, Fidelissimae urbis neapolitanae cum omnibus viis accurata et nova delineatio aeditam in luce ab Alexandro Baratta MDCXXVIIII (1629). Immagine in pubblico dominio

Il centro storico di Napoli, riconosciuto nel 1995 quale Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, rappresenta dunque un rarissimo caso di stratificazione storica, culturale e materiale senza soluzione di continuità per oltre due millenni.

Neapolis Partenope
Napoli dal Belvedere San Martino. Foto di Raffaele Bruno Pinto

Un recente studio archeoastronomico dal titolo “The city of the sun and Parthenope: classical astronomy and the planning of Neapolis, Magna Graecia” pubblicato sul Journal of Historical Geography da Nicola Scafetta e Adriano Mazzarella (entrambi docenti presso il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse DISTAR dell’Università di Napoli Federico II), indaga su quali potrebbero essere le ispirazioni cosmologiche e religiose per l’impianto urbanistico della città di Neapolis.

Lo studio dimostrerebbe che l'orientamento e le proporzioni della rete viaria dell'antica Neapolis furono scelte in modo che potesse essere riconosciuta come la città di Helios/Apollo (dio greco del sole) e di Partenope (mitica sirena che divenne il simbolo della città).

Fonte d’ispirazione per l’impianto urbanistico è la cosmologia di Pitagora, basata sull'armonia della sezione aurea.

Le proporzioni geometriche tra le strade e la cinta delle mura urbiche sono quindi determinate dalla sezione aurea che è legata al numero dieci, al decagono e al pentagono, tutti simboli sacri pitagorici.

Colonna corinzia dalla facciata della Basilica di San Paolo Maggiore. Foto IlSistemone, CC BY-SA 3.0

Dieci sono i settori formati dall'intersezione dei cardini con il quadrato centrale.  Il fulcro di questo sistema cade nel tempio dei Dioscuri (sul quale sorge alla fine del XVI e la prima metà del XVII secolo la basilica di San Paolo Maggiore in piazza San Gaetano). Quest’area, che misura 2x2 stadi greci (1 stadio corrisponde a circa 190 m), è delimitata dai decumani superiore e inferiore e dai cardini di via Atri e via Duomo. Inoltre, è ruotata rispetto agli assi cardinali di circa un sedicesimo di cerchio e la stella a sedici raggi rappresentava tra i Greci il sole e il dio Apollo.

Il decagono (la stella a dieci punte) è la figura iscritta in un cerchio di raggio pari al doppio della sezione aurea.

Il pentagono, come il decagono, è definito dall’angolo di 36° (l’angolo aureo), che è anche la frazione d’arco dei dieci settori del grande decagono che caratterizza la geometria della città.

 

Le geometrie pitagoriche riconoscibili nella trama urbana del centro antico di Napoli (fonte: unina.it)

Queste geometrie erano ispirate ai percorsi del sole osservabili dalla città di Neapolis ai solstizi: il 21 dicembre il sole sorgeva sopra i monti Lattari a 36° sud-est, mentre il 21 giugno, appariva 36° sopra il punto d'est.

Inoltre, all’alba e al tramonto degli equinozi, era possibile assistere ad una sorta di spettacolo di luci che coinvolgeva il sole, il complesso vulcanico del Somma-Vesuvio, la collina di Sant'Elmo, le costellazioni della Vergine e dell'Aquila (legate al culto di Partenope come dea e sirena) e del Toro (che richiamava il culto del Sebeto, il fiume divinizzato di Neapolis).

Fonti dirette di questo studio sono state le monete antiche di Neapolis mostranti Partenope, un toro ed una dea alata in posizioni che richiamano il sorgere del sole sopra il Vesuvio durante gli equinozi di autunno. Il questo particolare momento dell'anno il sole si trovava nel segno della Vergine, che in greco è detto Parthenos da cui deriva il nome Partenope.

Napoli è dunque città del sole, la città di Partenope.


La Cultura di Golasecca: un ponte tra Mediterraneo e mondo celtico

Un territorio ricco di laghi e fiumi, corsi d'acqua che consentono di percorre lunghi tragitti, di trasportare merci e persone, oltre che di garantirne la sussistenza. Un territorio così, come possiamo facilmente immaginare, era sicuramente considerato appetibile fin dai tempi più remoti.

Per ciò che concerne il territorio varesino la presenza dell'uomo è attestata fin dal Paleolitico e numerosissime sono le testimonianze raccolte nell'area che ad oggi consentono di seguire una linea di racconto continuativo fino alla romanizzazione.

Le fonti antiche non tramandano un nome nazionale per le genti che, a più riprese, abitarono la Lombardia occidentale. Del resto è cosa nota come non sia mai stato proprio della cultura mitteleuropea unirsi sotto un unico comando e come, pur legate da una matrice culturale comune, le genti d'oltralpe non furono mai un sol popolo.

Di queste tribù, calate dalle Alpi e in diversi momenti stanziatesi in area cisalpina abbiamo informazioni materiali numerose, che trovano appoggio in fonti scritte di età posteriore. Già Tito Livio, ad esempio, narrava di un'ondata gallica “Prisco Tarquinio Romae regnante”, ma certamente dobbiamo far risalire la celtizzazione del territorio anteriormente agli inizi del VI sec. a.C.

Fenomeni culturali e relative culture materiali possono essere seguiti in un percorso lineare dal Baltico al Mediterraneo e il territorio varesino, fertile terreno per sovrapposizioni e stratificazioni culturali, diventa così il nodo di collegamento tra mondo transalpino e culture meridionali.

Già nell'XI sec. a.C. parte della Lombardia occidentale, del Piemonte orientale e del Canton Ticino furono abitate da popolazioni di matrice celtica, le cui manifestazioni culturali sono identificate con il nome di Cultura di Golasecca, dal nome della cittadina nelle vicinanze dell'aeroporto Malpensa dove furono rinvenute le prime significative e numerose testimonianze.

Cultura di Golasecca
Vaso ad anatrelle, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le origini di queste genti sembrano risalire all'età del Bronzo (XIII sec. a.C.) e sarebbero rimaste per lungo tempo aperte all'assorbimento di elementi culturali vari, mediterranei e mitteleuropei: è su questa base, difatti, che si innesta probabilmente l'ondata celtica del VI sec. e, più tardi, la romanizzazione.

Caratteri di continuità sono rintracciabili nell'area del Lago Maggiore, nell'area della Malpensa, di Castelletto Ticino, Sesto Calende, Golasecca, Como, e Canton Ticino: comune denominatore le vie d'acqua (di cui il Ticino è il grande protagonista) che furono cerniera per unire l'Oltralpe con il Po, l'Adriatico e infine il Mediterraneo.

Le principali reti di traffico comprendevano materie prime che viaggiavano da nord verso sud (metalli, in particolare stagno, ambra) e beni commestibili da sud verso nord (olio, cereali, vino).

Le nostre conoscenze della cultura celtica di Golasecca si basano soprattutto sul ritrovamento di sepolture, raggruppate in necropoli, e dei relativi corredi. Il rito era quello della cremazione, la modalità di sepoltura a “pozzetto”, a fossa o a cassa litica: in ciascuna di queste forme ricorre la presenza di uno scavo nel terreno, rivestito di ciottoli o coperto con lastra litica dove era deposta l'urna biconica contenente le ceneri del defunto e il corredo di accompagnamento.

Supponiamo una distinzione di ruoli sociali in base alla tipologia di oggetti rinvenuta: sicuramente importante era la posizione di coloro che erano deposti con le loro armi e vasellame bronzeo.

Elmo e schinieri di bronzo dalla tomba del guerriero di Sesto Calende, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per ciò che concerne la produzione ceramica, questa risulta costituita da vasellame modellato a mano (dal VI sec. a.C. al tornio lento) decorata con motivi geometrici standardizzati e ripetuti: il motivo decorativo tipico è il cosiddetto “dente di lupo”, costituito da una serie di triangoli riempiti a tratteggio.

Non mancano però testimonianze di contatto culturale con altre realtà coeve: motivi decorativi tratti dal repertorio orientalizzante etrusco e riadattati al modo locale, così come è stata evidenziata la presenza di oggetti di importazione dallo stesso ambito etrusco, ma anche magnogreco, piceno, veneto, villanoviano e hallstattiano, in una combinazione molto complessa di culture che si innestano sullo strato locale.

Urna cineraria da Varallo Pombia, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Zeus di Ugento messapico

Dèi tra due mari: le tracce scritte del Salento messapico

SCRIPTA MANENT IV
Dèi tra due mari:
le tracce scritte del Salento messapico

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pochi ricordano che nel 1961 a Ugento, sulla costa ionica salentina, fu fatta una scoperta sensazionale, affine per molti versi a quella che sarebbe avvenuta a Riace poco più di dieci anni dopo: duranti i lavori di ammodernamento di un'abitazione privata, fu rinvenuta una statua bronzea, mutila in più parti, che raffigurava una divinità maschile barbuta. Essa aveva giaciuto per lunghi secoli in una buca scavata in fretta e furia a mani nude, sigillata con quello che poi si scoprì essere il piedistallo della statua stessa; pareva quasi esser stata volutamente occultata in tempi molto antichi.

Ulteriori ricerche portarono alla scoperta di molti dei pezzi mancanti, che permisero di ridare alla statua un aspetto quasi identico a quello che doveva avere in origine: il dio ritratto aveva una gamba protesa in avanti, come per avanzare, il braccio sinistro disteso e quello destro ripiegato dietro la testa, quasi fosse sul punto di scagliare un oggetto. Quell'oggetto doveva essere una folgore: le tracce di zampe artigliate sulla mano destra fanno pensare che in origine vi fosse appollaiata un'aquila, e che dunque quel dio fosse Zeus.

Per lo Zeus di Ugento fu ipotizzata una datazione al secolo VI a.C.: in quel periodo la cittadina in cui è stato ritrovato era un fiorente centro portuale il cui nome magnogreco era Ozan; la statua, creata forse per essere esposta in un luogo pubblico, è l'unico esempio pervenutoci di scultura a cera persa in area salentina. Nelle fattezze e nei linguaggi figurativi adoperati si riflettono gli echi del periodo più antico della storia di questa terra protesa tra lo Ionio e l'Adriatico, così legata a entrambi da venire denominata dagli storiografi d'età classica Messapia, la terra dei due mari.

Per la cronaca, le sventure dello Zeus di Ugento non si esaurirono col suo recupero: confluito nella collezione del Museo Archeologico di Taranto, esso è rimasto nascosto per decenni nei suoi depositi in attesa di una consona collocazione, approntata nel 2016 dopo una lunga sequela di rinvii: solo da pochi anni questo meraviglioso reperto è stato reso fruibile al pubblico.

La terra dei due mari

Anche per chi lo conosce bene, il Salento è tuttora una terra schiva, sfuggente, che tiene ben celato il proprio passato pur rifiutandosi di lasciarlo trascorrere come sarebbe opportuno; per questo è così difficile tracciare una puntuale storia dei Messapi, la popolazione che lo abitò in epoca preromana.

Erodoto suggeriva che la loro origine sfiorasse il mito: nelle sue Storie egli narra che i coloni stanziati nell'attuale Puglia provenissero da Creta al seguito del leggendario Minosse; gli studi più recenti e accreditati datano invece il fiorire delle civiltà appule al secolo X a.C., quando si verificò un flusso migratorio di notevole entità dall'intera penisola balcanica.

I coloni si fusero con le popolazioni indigene che abitavano questo territorio già in età paleolitica, dando vita a una popolazione ibrida che manteneva tanto il retaggio balcanico quanto quello autoctono: da un lato il linguaggio e le strutture sociali di chiaro stampo greco-illirico, dall'altro la persistenza degli antichi culti preistorici legati alla terra e alla fertilità.

Nel giro di pochi secoli questa civiltà crebbe e si sviluppò fino a formare, intorno al VI secolo a.C., un consorzio di sedici potenti città-stato che fu in grado di dare filo da torcere a Taranto, la più grande città magnogreca: gli scontri tra le due compagini furono tantissimi e comportarono un'annosa successione di distruzioni e saccheggi; è probabile che lo stesso Zeus di Ugento sia stato nascosto per scongiurare gli effetti nefasti di una di queste lotte. Alla fine, come spesso accade nella storia, a vincere tra i due contendenti è il terzo: intorno alla metà del secolo III a.C. i romani conquistarono l'intero territorio pugliese, sottomettendo tanto i tarantini quanto i messapi; gli uni e gli altri furono condannati a un persistente oblio terminato solo nel secondo dopoguerra, quando si riaccese l'interesse accademico per la Puglia preromana.

Cosa resta dei messapi, al giorno d'oggi? Una manciata di siti archeologici di grande valore, moltissimi reperti e soprattutto tante teorie che attendono di essere vidimate; possiamo farci un'idea di quanto fossero organizzati osservando la Mappa di Soleto, un altro prezioso reperto stipato nei depositi del MArTA e negletto quasi al pari dello Zeus di Ugento, dato che dal 2003 a oggi attende ancora di essere esposto. In questo minuscolo ostrakon di vaso smaltato si riconosce il profilo della penisola salentina disegnato a sgraffio, con tanto dei nomi che alcuni tra i principali centri abitati dovevano avere all'epoca.

Ma l'eredità messapica è maggiormente visibile nei lineamenti della gente salentina, nella parlata grecanica, nella loro resilienza e nella loro dignità, nonché nel loro modo tutto particolare di vivere la spiritualità: sebbene gli antichi culti siano stati via via assorbiti dalla religione romana prima e cristiana poi, permane tuttora un rapporto col sacro intimo e totale, fatto di gestualità accentuate e rituali antichissimi. Il tarantismo, l'espressione oggi più nota di questa religiosità, per quanto sia legata al cristianesimo riecheggia in maniera formidabile il rapporto dei salentini con la propria terra e con la fertilità, come doveva essere ai tempi dei messapi e forse anche prima del loro arrivo.

Il patrimonio scritto della Grotta Porcinara

Grotta Porcinara Salento messapicoNon è facile riassumere in poche righe millenni di storia; esiste però un luogo dove quanto abbiamo scritto nel paragrafo precedente diventa tangibile e soprattutto leggibile. Esso si trova a Santa Maria di Leuca, frazione del comune di Castrignano del Capo e vertice estremo della Puglia: è qui che geograficamente si trova il confine tra Ionio e Adriatico, che si congiungono sul promontorio roccioso denominato Punta Ristola.

Proprio qui, in una zona desolata a picco sul mare, poco distante dal lungomare turistico eppure straordinariamente silenziosa, si apre la Grotta Porcinara. Essa viene impropriamente definita “grotta di terra”, in contrapposizione alle molte “grotte di mare” che si aprono lungo la costiera; in effetti si tratta di una cavità scavata artificialmente intorno al secolo IX a.C. per fini cultuali.

Grotta Porcinara Salento messapico

Sembra che in origine la Porcinara disponesse di un'ara votiva per la venerazione del dio Batàs (o Batìs), la cui origine è probabilmente autoctona, addirittura precedente all'arrivo dei messapi: nel suo nome si legge infatti l'onomatopea dello schianto del tuono, di cui questa divinità era signore.

In seguito alla fusione con le popolazioni greche essa fu sincretizzata con Zeus, il cui nome in territorio salentino fu corrotto in Zis: il nome della precedente divinità divenne un'accezione, pertanto il nuovo titolare del santuario della Porcinara diventò Zis Batàs, ossia “Zeus tonante”. È molto probabile che questi sia il dio raffigurato nella statua ugentina.

Grotta Porcinara Salento messapico

Il culto di Zis Batàs, come abbiamo visto, intorno al secolo VI a.C. era pienamente canonizzato; a questo periodo risale il vero tesoro della Grotta Porcinara: sulle pareti tufacee del piccolo vano sono infatti incise centinaia di iscrizioni votive attraverso le quali i marinai imploravano il dio di assicurare loro bel tempo per il proprio viaggio. La grandezza dei messapi fu infatti dovuta in gran parte al rapporto col mare: anche Leuca, come Ozan/Ugento e molte altre città messapiche, godeva di un porto da cui partivano giornalmente numerose imbarcazioni; sebbene al momento non ne siano state ritrovate tracce, non è sbagliato supporre che esso si trovasse in prossimità di Punta Ristola, orientata verso est.

Le iscrizioni più antiche, molto consumate dagli agenti atmosferici, sono vergate in una lingua molto simile al greco classico con minime corruzioni di stampo locale, così come l'alfabeto adoperato; sorprende inoltre l'accuratezza dello specchio grafico e la forma dei caratteri, quasi per nulla deformata dalla verticalità del supporto: è lecito supporre che queste iscrizioni non avessero carattere estemporaneo come i graffiti di cui abbiamo avuto già modo di parlare in un altro aritcolo, ma che la loro realizzazione fosse demandata a vere e proprie figure professionali preposte, simili ai lapicidi d'età romana. È probabile dunque che gli ex-voto venissero trascritti dietro compenso o oblazione, per sublimare (o integrare) un sacrificio.

Un altro dato sorprendete viene dall'analisi delle iscrizioni della Porcinara: il suo utilizzo non si fermò col tramonto dell'era messapica, ma semplicemente si adattò al culto delle divinità romane, le quali a loro volta avevano mutuato caratteristiche e accezioni provenienti dal pantheon greco; così a Zis/Zeus si sovrappose Giove, che curiosamente mantenne l'accezione Batàs latinizzata in Batius o Vatius.

Sono databili ai secoli II-I a.C. le iscrizioni latine della Porcinara, le quali assumono una forma meno precisa rispetto alle precedenti; rimane lo specchio grafico ben studiato ma non la forma corretta delle lettere: in molte iscrizioni la L viene ancora sostituita col lambda greco, così come la A priva del tratto orizzontale come alpha.

Grotta Porcinara Salento messapico

È difficile stabilire con certezza per quanto tempo si continuò a utilizzare la Grotta Porcinara come santuario: probabilmente essa cadde in disuso alle soglie dell'epoca cristiana, quando il baricentro dei traffici marittimi si spostò a Brindisi e Taranto, più vicine a Roma; nel frattempo, con l'arrivo del cristianesimo, i luoghi di culto si spostarono nei centri delle città: del resto la leggenda vuole che san Pietro sia giunto in Italia approdando proprio a Leuca. Tuttavia alcune tracce molto labili sembrano suggerire un'ennesima, forse effimera trasformazione della Grotta Porcinara.

Grotta Porcinara Salento messapico

In età repubblicana e imperiale, le iscrizioni latine si aprivano spesso con la sigla I O M, che abbreviava la formula Iovis Optimus Maximus; intorno al secolo III d.C. questa formula fu mutuata per le iscrizioni di carattere cristiano sostituendo la prima lettera con una D per Deus o Dominus. La stessa cosa sembra avvenire in un'iscrizione della Porcinara, non visibile perché giacente sotto un'abitazione privata, nella quale alla I vengono aggiunti due tratti obliqui per trasformarla in una D. Viene registrata inoltre la presenza di un triangolo, simbolo della Trinità in epoca paleocristiana; inoltre talvolta la scritta Κύριε Ζις risulta erasa in modo che non si legga il nome della divinità ma solo Κύριε, “Signore”.

Grotta Porcinara Salento messapico

Queste affascinanti incertezze non stupiscono, se viste nel contesto di una generale arretratezza negli studi sul Salento preromano, aggravata tra l'altro dal disinteresse per le vestigia messapiche: come lo Zeus di Ugento e la Mappa di Soleto anche la Grotta Porcinara non gode di una valorizzazione adeguata, nonostante la ricchezza delle informazioni che se ne possono ricavare. C'è da augurarsi che il ritrovato prestigio del Salento come meta turistica riaccenda l'attrattiva per questi tesori seminascosti, dando loro l'attenzione che meritano da parte di tutti.

BIBLIOGRAFIA

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PIZZURRO A., Ozan. Ugento dalla preistoria all'età moderna, Lecce 2002

MArTA - Museo Archeologico Nazionale di Taranto, sito ufficiale.

 

 

Tutte le fotografie sono di Mariano Rizzo.