Josef Koudelka Radici

Josef Koudelka, Radici: passato e presente al Museo dell'Ara Pacis

Josef Koudelka, Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza

Roma, Museo dell’Ara Pacis

1° febbraio – 29 agosto 2021

 

«Ruins are not the past, they are the future which draws our attention and make us enjoy the present»

«Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente»

Josef Koudelka

Radici Josef Koudelka
Amman, Giordania, 2012. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Se siete a Roma in questo ancora strano periodo estivo avete la possibilità di visitare, fino al 29 agosto, una mostra che si può definire, dando veramente senso a un’espressione nota, unica nel suo genere: Koudelka imprime sulla pellicola fotografica il paesaggio dei siti archeologici più importanti che i territori del Mediterraneo ancora offrono agli occhi dei loro abitanti.

Oggi questo territorio molto ampio ospita contesti e popoli vari e diversi, ma gli scatti di Koudelka, ancora più suggestivi nella scelta del bianco e nero, ci restituiscono uno sguardo su un paesaggio in cui la contemplazione dell’antico raccoglie i pensieri e unisce le lontananze.

Il paesaggio, spesso, non è semplicemente uno sfondo per la vita umana, ma un personaggio vivo, con il quale si instaurano rapporti profondi e duraturi.

Nel paesaggio reale si sovrappongono livelli diversi, legati all’esperienza emotiva, personale di chi lo abita, finché il confine tra l’elemento geografico e quello mentale ed emozionale diventa sfumato e inafferrabile. La riflessione sul paesaggio e sul suo legame con l’esistenza umana è profonda e antica[1] e traspare anche dalle fotografie di Koudelka: non si tratta di una semplice documentazione dei siti archeologici, ma della restituzione di un paesaggio dell’anima che trova nel rapporto tra antico e moderno la sua intensità.

Radici Josef Koudelka
Roma, Italia, 2000. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Uniti dal rapporto con il Mediterraneo, i luoghi testimoniati da Koudelka si snodano come una grande mappa della geografia e dell’anima: non solo l’Italia, ma anche  il Portogallo, la Spagna, la Francia, la Croazia, l’Albania, la Grecia, la Turchia, Cipro (sia il Nord che il Sud), la Siria, il Libano, Israele, la Giordania, l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco.

Il paesaggio di questi luoghi rivela l’influenza delle loro antiche civiltà, dalle quali è stato plasmato, che ha reso parte di sé: le rovine di questo passato si ergono maestose accanto alla modernità, o emergono dal paesaggio naturale, anch’esso in bilico tra la costanza e le trasformazioni.

Chi decida di visitare la mostra è indotto a camminare, letteralmente, tra gli scatti delle rovine, che non compaiono solo sui pannelli posti alle pareti, ma informano anche dei particolari blocchi orizzontali – su cui avrete l’accortezza di non sedervi – che abitano fisicamente le varie stanze in cui si articola il percorso espositivo.

Se il viaggio è talvolta - e non solo in questi tempi non ancora tornati a una tranquilla normalità - una possibilità più sognata che realizzata, camminare lungo questo percorso vuol dire davvero immergersi, almeno un po' in quel sogno.

Giungere alle radici, insomma, che sono quelle di un territorio vasto, di popoli diversi e di un passato che vive e dialoga con e dentro di noi.

 

Dal sito del Museo dell’Ara Pacis:

«Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.»

 

 

[1] Basti pensare che è stato il tema scelto dall’ultimo Convegno Properziano organizzato dall’Accademia Properziana del Subasio (27-29 maggio 2021)

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In mostra a Palermo Robert Capa, l’emblema del fotogiornalismo di guerra

Il fotogiornalismo del Novecento presenta pochi personaggi di spicco, tra i quali emerge
indubbiamente Robert Capa. Fotografo ungherese il cui vero nome era Endre Ernő Friedmann
(1913-1954), fu reso celebre dai suoi suggestivi scatti nel corso di innumerevoli combattimenti, a tal
punto da esser definito dalla nota rivista britannica Picture Post “il più grande fotografo di guerra al
mondo”, nonché il primo. Difatti il coraggioso professionista fu testimone oculare dei più devastanti
conflitti del suo tempo, tra i quali la guerra civile spagnola, la Seconda Guerra Mondiale, la seconda
guerra tra Repubblica di Cina e l’Impero giapponese, il conflitto arabo-israeliano e la prima guerra
d’Indocina.

Esiliato dal suo paese natio, studiò giornalismo a Berlino ed iniziò a fotografare con la Leica, uno
tra i primi modelli del periodo che divenne ben presto all’avanguardia. Non possedeva inizialmente
distintive capacità tecniche, ma aveva compreso l’importanza del potere comunicativo della
fotografia nel descrivere la realtà. Aiutante di laboratorio nella rinomata agenzia fotografica
Dephot, per essa realizzò servizi fotogiornalistici relativi alla cronaca locale. Il direttore Simon
Guttam gli diede poi importanti commissioni, inviandolo anche in Spagna per dare testimonianza
della guerra civile appena iniziata. La foto qui assume un ruolo propagandistico primario:
riprendendo donne intente ad allenarsi a sparare, infanti impauriti e visi sofferenti, si ottiene il
supporto per la causa repubblicana. Oltre a riprendere la resistenza a Madrid e la capitolazione di
Barcellona, si recò in Francia in occasione dei tumulti di Parigi a seguito dell’elezione del Fronte
Popolare e successivamente per l’esilio dei soldati lealisti in campi d’internamento.

Robert Capa durante la Guerra Civile Spagnola, Maggio 1937. Foto di Gerda Taro

Lo pseudonimo di Robert Capa gli venne suggerito dalla compagna e collega Gerda Taro, per
incrementare il prezzo delle sue foto vendute come il prodotto di un misterioso professionista
proveniente dagli Stati Uniti. Tra gli ulteriori reportage ricordiamo il servizio sul Giro di Francia, il
documentario in Turchia, la stesura delle sue memorie di guerra per il progetto di divenire
produttore-regista hollywoodiano, poi abbandonato. Con i colleghi Henri Cartier-Bresson, George
Rodger, David Seymour e William Vandivert fondò l’agenzia fotografica “Magnum”, che stabilisce
tuttora i parametri estetici del fotogiornalismo. Ultimo incarico, la ripresa per “Life” della guerra in
Indocina ad opera dei francesi, durante la quale perse la vita nel corso di una missione militare
verso il delta del Fiume Rosso.


In sua memoria è stato istituito il Premio annuale Robert Capa e l’International Center for
Photography. In occasione del settantesimo anniversario della nascita di Magnum Photos, in onore
del grande fotografo ha attualmente luogo la mostra “Retrospective” nel Real Albergo dei Poveri a
Palermo. Ultima settimana per potervi partecipare, ammirando i notevoli scatti in bianco e nero da
lui realizzati tra il 1936 ed il 1954, tra cui le uniche foto professionali dello sbarco in Normandia.
Mostrano povertà, dolore, disordini ed efferatezze belliche, oltrepassando la barriera con il soggetto
ripreso. Testimonianze dirette della sua presenza sul luogo, dal primo incarico internazionale alla
conferenza di Trotskij (1932) sino all’anno della sua scomparsa in Vietnam a causa di una mina
anti-uomo.

L’organizzazione della mostra è affidata a Civita con l’ausilio di Magnum Photos e la Casa dei Tre
Oci, promossa dall’Assessorato Regionale ai beni culturali e all’identità siciliana in corrispondenza
di “Palermo Capitale della Cultura 2018”. L’esposizione, fedele al progetto originario di Richard
Whelan, è curata da Denis Curti ed espone 107 foto suddivise cronologicamente in dodici sezioni:
Copenhagen 1932, Francia 1936-1939, Spagna 1936-1939, Cina 1938, Gran Bretagna e Nord Africa
1941 - 1943, Italia 1943 - 1944, Francia 1944, Germania 1945, Europa orientale 1947, Israele 1948-
1950, Indocina 1954. Dunque la collezione mostra il pregevole ed instancabile operato di Capa,
distinguendolo in relazione al conflitto ritratto. Ai reportage sulla resistenza dei cinesi all’avanzata
giapponese (1938) seguono le immagini da corrispondente in Africa settentrionale ed in vari campi
di battaglia durante la seconda guerra mondiale: immortalò infatti lo sbarco in Sicilia da parte degli
alleati e la successiva avanzata sino a Napoli e Cassino, la liberazione di Parigi (1944) e, dopo la
discesa in paracadute insieme ai soldati statunitensi nel territorio tedesco, ne documentò
l’occupazione. Vi sono testimonianze anche del suo soggiorno in Russia, in Israele durante la
fondazione dello stato nel 1948 ed infine in Indocina durante i combattimenti. Una sezione speciale
è dedicata alla Sicilia, dove operò nel 1943 cogliendo le reazioni di giubilo della popolazione
all’arrivo delle truppe alleate.

La rassegna illustra la capacità dell’autore di andar contro la tendenza disumanizzante della lotta,
dando enfasi all’uomo, alle sue espressioni e gestualità. Come espresso dal suo amico John
Steinbeck, Capa ha ripreso le emozioni della battaglia, il terrore e la sofferenza umana attraverso il
volto di un fanciullo. Tra le sue immagini più celebri vi è “il miliziano colpito a morte” dai
franchisti a Cordova, scatto che lo rese famoso in tutto il mondo, sebbene se ne discuta ancora
l’autenticità. Dinnanzi alle accuse di aver creato la foto ad hoc, egli stesso asserì invece di averla
scattata senza inquadrare il soggetto, poiché aveva la macchina fotografica posta sul capo. Aveva
un’attrazione inusuale per il pericolo, pronto a fronteggiare la morte pur di narrare senza filtri la
cruda realtà della guerra.

L’esposizione fotografica è affiancata dalla proiezione del documentario “Robert Capa: in Love and
War”, realizzato nel 2003 dalla regista Anne Makepeace. Si tratta di rari materiali di archivio,
unitamente ad interviste a parenti, amici e colleghi tra i quali il fratello Cornell, Henri Cartier-
Bresson, Marc Riboud, Elliot Erwin e Isabella Rossellini. Infine vi è un’area dedicata ai Ritratti di
persone a lui legate, come Ingrid Bergman, Gary Cooper, Ernest Hemingway, Henri Matisse e
Pablo Picasso, in quanto durante la sua intensa carriera raffigurò anche la ricca vita decadente di
alcuni abbienti europei del suo tempo.

Termina così una rassegna che illustra la vita e l’attività di questo grande fotogiornalista, di cui è
esposto un ritratto scattato nel 1951 da Ruth Orkin. Il percorso è spiegato da un’audioguida in
lingua italiana ed inglese, inclusa nel prezzo d’ingresso. C’è tempo fino al 23 settembre per poterla
ammirare, osservando da vicino realtà che hanno segnato la storia del mondo grazie alla bravura di
questo impavido professionista. Concludiamo con la sua più nota citazione: “Se le tue foto non sono
buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino”. Onore al coraggio.

Morte di un miliziano. Foto di Robert Capa, 1936

Giorni e orario di apertura: da martedì a domenica, ore 10:00 – 19:00 (ultimo ingresso alle ore
18:00). Lunedì chiusura.

Prezzo d’ingresso: Intero 10,00 euro. Ridotto 9,00 euro. Ridotto speciale 4,00 euro.

Info: Tel. 091 7657621; https://www.mostrarobertcapa.it/


Roma: i 70 anni della Magnum Photos in mostra al Museo dell’Ara Pacis

I 70 anni della Magnum Photos

in mostra al Museo dell’Ara Pacis

Dal 7 febbraio al 3 giugno 2018 le celebri immagini e gli storici reportage

della più grande agenzia fotogiornalistica internazionale 

RUSSIA. Altai Territory. 2000. Villagers collecting scrap from a crashed spacecraft, surrounded by thousands of white butterflies. Environmentalists fear for the region's future due to the toxic rocket fuel.

 Roma, 6 febbraio 2018 - Arriva a Roma, nella sua prima tappa europea e unica italiana, la mostra Magnum Manifesto, che sarà ospitata dal Museo dell’Ara Pacis dal 7 febbraio al 3 giugno 2018. L’esposizione, promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, proposta da Contrasto e Magnum Photos 70 e organizzata in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, ha cominciato il suo tour globale nel giugno 2017 all’International Center for Photography di New York. L’intento è quello di celebrare il settantesimo anniversario della più grande agenzia fotogiornalistica del mondo, Magnum Photos, creata da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, George Rodger e David Seymour nell’aprile del 1947. Da quel giorno, la Magnum Photos è diventata un riferimento nel tempo  sempre più importante per la documentazione e per il fotogiornalismo. Gli autori di Magnum hanno documentato guerre, testimoniato le tensioni sociali, interpretato il nostro tempo, ritratto tanto le persone comuni quanto i grandi della terra, preconizzato i nuovi drammi del futuro.

La mostra raccoglie parte del lavoro realizzato in tutti questi anni e getta uno sguardo nuovo e approfondito sulla storia e sull’archivio dell’Agenzia.

Le immagini celebri e i grandi reportage dei suoi autori permettono di comprendere in che modo e per quale motivo Magnum sia diventata diversa, unica e leggendaria. Dal reportage sui lavoratori immigrati negli USA, realizzato da Eve Arnold negli anni Cinquanta, ai ritratti di “famiglia”, teneri e intimi, di Elliott Erwitt; dalle celebri immagini degli zingari di Josef Koudelka, fino alla toccante serie realizzata nel 1968 da Paul Fusco sul "Funeral Train", il treno che trasportò la salma di Robert Kennedy nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Arlington, attraversando un’America sconvolta e dolente. E ancora, le serie più recenti dei nuovi autori di Magnum: dalla “Spagna Occulta” di Cristina Garcia Rodero, alle osservazioni antropologiche, sotto forma di fotografie, realizzate nel mondo da Martin Parr;  dalla cruda attualità del Sud America documentato da Jérôme Sessini,  fino al Mar Mediterraneo, tenebroso e incerto nelle notti dei migranti, fotografato da Paolo Pellegrin.

Il curatoreClément Chéroux – direttore della fotografia al MoMA di San Francisco e già curatore della grande retrospettiva dedicata a Cartier-Bresson realizzata dal Centre Pompidou e ospitata a Roma proprio al Museo dell’Ara Pacis –  ha selezionato una serie di documenti rari e inediti, immagini di grande valore storico e nuove realizzazioni, per illustrare come Magnum Photos debba la sua eccellenza alla capacità dei fotografi di fondere arte e giornalismo, creazione personale e testimonianza del reale, verificando come il “fattore Magnum” continui a esistere e a rinnovare continuamente il proprio stile.

Il percorso espositivo è suddiviso in tre sezioni: la prima scruta l’archivio di Magnum attraverso una lente umanista e si concentra sugli ideali di libertà, uguaglianza, partecipazione e universalismo che emersero dopo la seconda guerra mondiale; la seconda mostra la frammentazione del mondo tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento, con uno sguardo particolare rivolto alle  minoranze e agli esclusi; la terza, infine, segue le diverse forme espressive grazie alle quali  i fotografi Magnum hanno colto i mutamenti del mondo e i pericoli che lo minacciano.

Oltre a raccogliere i progetti individuali e collettivi realizzati nel corso degli anni, la mostra presenta anche proiezioni, copertine di riviste, articoli di giornali, libri realizzati nel corso del tempo,  mostrando il contesto originale in cui molte delle fotografie sono state concepite.

La mostra è accompagnata da un libro edito da Contrasto.

 

Magnum è un gruppo di fotogiornalisti eccezionali che viaggiano in tutto il mondo per fotografare avvenimenti storici.

Inge Bondi

Magnum è un’organizzazione tenuta insieme da un’intangibile colla di sogni e speranze. Wayne Miller

Magnum è un paradosso.

John G. Morris

Magnum è una specie di miracolo fin dalla sua nascita.

David Seymour

Magnum è la fotografia.

Henri Cartier-Bresson

SCHEDA TECNICA

Mostra

MAGNUM MANIFESTO.

Guardare il mondo e raccontarlo in fotografia

Luogo

Museo dell’Ara Pacis

Lungotevere in Augusta, Roma

Anteprima stampa

Inaugurazione

Apertura al pubblico

Martedì 6 febbraio, ore 11.00 – 13.00

Martedì 6 febbraio, ore 18.00

7 febbraio – 3 giugno 2018

Tutti i giorni ore 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima). Chiuso 1 maggio

Info Mostra

Biglietti

060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.arapacis.it

Biglietto solo mostra: 11€ intero; 9€ ridotto + prevendita € 1

Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Promossa da

Proposta da

Organizzata in collaborazione con

Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

Contrasto e Magnum Photos 70

Zètema Progetto Cultura

A cura di

ClémentChéroux

SPONSOR SISTEMA MUSEI IN COMUNE

Con il contributo tecnico di

Ferrovie dello Stato italiane

Media partner

Il Messaggero

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CHE COS'È MAGNUM?

Una cooperativa di celebri fotografi, creata a Parigi e a New York nel 1947; un modello economico innovativo, che permetteva ai suoi membri di diventare proprietari delle immagini, un luogo di dibattito per approcci diversi e contrastanti. Per i settant'anni di Magnum sarebbe stato allettante raccogliere le immagini che raffigurassero la vita dell'agenzia. Ma non avrebbe fatto altro che avvalorare la superficialità del mito.

La storia è senza dubbio il miglior antidoto al mito. Per il progetto, era necessario che questa storia poggiasse certo su immagini, ma anche su parole. Perché il testo occupa in Magnum Photos un posto fondamentale. Dopo le prime conversazioni, è attraverso gli scambi epistolari che lo spirito dell'agenzia si è forgiato. Sono stati poi i contratti e gli appunti che hanno permesso di affinarlo o trasformarlo. Insomma, in Magnum la parola è di casa. Abbiamo rintracciato testi, interviste, lettere, appunti o racconti dei membri nei quali si tentava di definire lo spirito collettivo. Ecco il motivo del titolo Magnum Manifesto. Questi diversi documenti hanno l'ambizione di mostrare quali siano state le posizioni, etiche ed estetiche, dei fotografi dell'agenzia.

La storia dell'arte ha dimostrato che le opere hanno spesso due autori: l'artista e il suo contesto. Ed è vero anche per Magnum. Era quindi necessario accostare lo studio cronologico e tematico della cooperativa a quello delle grandi questioni che hanno segnato la seconda metà del Novecento e i primi anni Duemila: proponiamo quindi una storia incrociata. Insieme, i membri di Magnum hanno contribuito a dare forma alle evoluzioni culturali con il loro sguardo impegnato, ironico, critico e originale.

Questa mostra si spinge al di là del mito e inserisce l'agenzia in un contesto storico più ampio, grazie a un dettagliato lavoro di documentazione. I diversi orientamenti e approcci sviluppati nel corso degli anni sono presentati attraverso tre periodi principali:

PARTE PRIMA 1947-1968: Diritti e rovesci umani

PARTE SECONDA 1969-1989: Un inventario di differenze

PARTE TERZA 1990-2017: Storie della fine

La sezione finale, "Magnum è ... ", accompagnata da una scelta della corrispondenza epistolare tra i membri dell'agenzia, dà voce ai fotografi e al personale dell'agenzia per tentare di definire il multiforme "Spirito Magnum", plasmato dalle parole tanto quanto dalle immagini.

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PARTE I: 1947 - 1968

Diritti e rovesci umani

Nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale si assiste a un radicale riassetto dello scenario geopolitico: la decolonizzazione, la progressiva affermazione degli Stati Uniti e dell’URSS come superpotenze, l’inizio della Guerra Fredda…

È nel contesto di questa tumultuosa ricostruzione che emerge una nuova forma di umanesimo, che si manifesta principalmente nel crescente numero di organismi di cooperazione internazionale come la NATO, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Nel 1948 l’ONU approva la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Stilato tra il 1946 e il 1948 – proprio negli anni in cui è fondata Magnum Photos – il documento proclama i medesimi valori di libertà, uguaglianza e dignità difesi dai membri dell’agenzia, tanto che non è raro ritrovare, nei molti testi che i fotografi scrissero all’epoca, le stesse parole utilizzate nella Dichiarazione Universale. Negli anni Cinquanta e Sessanta, gran parte dei loro progetti fotografici, individuali o collettivi, sono rivolti alla difesa del concetto di universalità e alla denuncia di qualunque tentativo di negarla.

PARTE II: 1969 - 1989

Un inventario di diversità

Dopo le rivolte studentesche del 1968, gli anni Settanta sono caratterizzati da un edonismo generalizzato che culminerà nell’individualismo consumista degli anni Ottanta. In questi anni, i fotografi Magnum si ritrovano impegnati, più che in passato, in incarichi corporate e pubblicitari. Nel frattempo, però, si dedicano più a lungo anche a progetti personali, che spesso approdano alla pubblicazione di volumi che non sono solo raccolte di immagini, ma opere con una forte impronta autoriale. Nel corso di questi due decenni, il soggetto preferito dei fotografi dell’agenzia è la figura dell’altro: l’“alieno”, il “selvaggio”, il “malato”, il “folle”, l’“emarginato”. I fotografi si concentrano su quello che lo storico francese Paul Veyne chiama “l’inventario delle diversità”. Finora, hanno sempre ricercato le somiglianze tra esseri teoricamente uguali. Ora sono più interessati alle dissomiglianze. Tale attrazione per l’alterità continua a iscriversi in una ricerca dell’universalismo, che d’ora in avanti, però, si declinerà in un sottofondo implicito.

PARTE III: 1990 - 2017

storie della fine

Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, negli anni Novanta e Duemila si assiste alla dissoluzione del comunismo. Favorito dallo sviluppo delle tecnologie digitali, un capitalismo disinibito trionfa in tutto il pianeta, e la globalizzazione si impone ovunque. All’interno di Magnum, questo fenomeno si traduce in un’espansione “culturale”, con un sostanziale aumento delle mostre e delle pubblicazioni. I fotografi “artisti”, finora in minoranza, assumono sempre più rilievo. Nel 1989, l’accademico statunitense Francis Fukuyama pubblica l’articolo “The End of History?”, un saggio controverso che enuncia il concetto di “fine della storia” come conclusione dello sviluppo socioculturale dell’umanità. Se il modernismo osservava tutto attraverso il prisma della novità, il postmodernismo sembra incapace di concepire qualsiasi cosa senza che ne sia stata prima decretata la fine. In questi due decenni, molti membri dell’agenzia si dedicano a fotografare tutto ciò che sembra stia per scomparire: il comunismo, le tecniche di pesca tradizionali, il Concorde, e persino la fotografia, con la chiusura delle fabbriche Kodak, documentata nell’ambito del progetto collettivo “Postcards from America”.

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FOTOGRAFI IN MOSTRA

Abbas

Christopher Anderson

Eve Arnold

Olivia Arthur

Bruno Barbey

Jonas Bendiksen

Werner Bischof

Michael Christopher Brown

René Burri

Cornell Capa

Robert Capa

Henri Cartier-Bresson

Antoine d'Agata

Raymond Depardon

Bieke Depoorter

Thomas Dworzak

Elliott Erwitt

Martine Franck

Leonard Freed

Paul Fusco

Cristina Garcia Rodero

Jean Gaumy

Burt Glinn

Jim Goldberg

Philip Jones Griffiths

Harry Gruyaert

Ara Giiler

Philippe Halsman

Hiroshi Hamaya

Erich Hartmann

David Alan Harvey

Bob Henriques

Thomas Hoepker

David Hurn

Richard Kalvar

Josef Koudelka

Hiroji Kubota

Sergio Larrain

Guy Le Querrec

Erich Lessing

Herbert List

Danny Lyon

Constantine Manos

Peter Marlow

Susan Meiselas

Wayne Miller

Inge Morath

Lu Nan

Trent Parke

Martin Parr

Paolo Pellegrin

Gueorgui Pinkhassov

Mark Power

Raghu Rai

Eli Reed

Mare Riboud

Miguel Rio Branco

George Rodger

Moises Saman

Alessandra Sanguinetti

Jérome Sessini

David Seymour (Chim)

Marilyn Silverstone

W. Eugene Smith

Jacob Aue Sobol

Alec Soth

Chris Steele-Perkins

Dennis Stock

Mikhael Subotzky

Nicolas Tikhomiroff

Larry Towell

Peter van Agtmael

Alex Webb

Donovan Wylie

Patrick Zachmann

 

Testi e immagine da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura