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Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

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Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

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Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


colonizzazione Tracia

I Greci in Tracia: la colonizzazione e il casus singularis di Anfipoli

La colonizzazione greca della Tracia: contestualizzazione storico-geografica e analisi delle fonti

Con questa rubrica inaugura su ClassiCult un nuovo filone legato alla figura dei colonizzatori, e in particolare in questa sede ripercorrendo i momenti decisivi che hanno caratterizzato la progressiva colonizzazione della Tracia, dal VII secolo fino al 437 a.C., anno della fondazione della colonia di Anfipoli.

La storia di questa città rappresenta il culmine di un articolato processo evolutivo, attraverso il quale i Greci sono progressivamente entrati in contatto con un mondo fino a quel momento assai poco conosciuto. La realizzazione di questa indagine è stata possibile grazie alla presenza di una pluralità di fonti antiche, che permettono di orientarsi all’interno del complesso quadro storico preso in esame.

Sulla base della lettura di alcuni passi di Erodoto e Tucidide è possibile stabilire un ordine cronologico, di modo da inquadrare con un certo criterio gli eventi che hanno caratterizzato le esperienze coloniali condotte sul vasto territorio trace. Da Pisitrato a Cimone, passando per Istieo e Aristagora di Mileto, i Greci hanno cercato di confrontarsi con una realtà differente dalla propria, maturando una visione sempre più nitida della Tracia. I vari tentativi di colonizzazione del ricco territorio delimitato dal Monte Pangeo e dal fiume Strimone, costituiscono gli episodi più importanti di questo ambizioso progetto coloniale.

Vista dall'Acropoli di Anfipoli col fiume Strimone sullo sfondo. Foto di Marsyas, CC BY-SA 3.0

Prima di poterci addentrare nelle dinamiche storiche che hanno scandito i vari progetti coloniali, è utile se non imprescindibile procedere con due operazioni preliminari: contestualizzare il contesto storico-geografico all’interno del quale agirono gli Elleni, e tracciare un quadro chiaro delle fonti analizzate. Originariamente la Tracia si estendeva ad est della Macedonia verso il Mar Nero e il Mar di Marmara, noto anticamente come Propontide, ed era delimitata a sud dal mar Egeo e a nord dal Danubio. Il fiume Strimone, noto per le preziose miniere d’oro della sua foce, delimitava il confine tra Macedonia e Tracia.

Il territorio che i Greci prima e i Romani in seguito definivano “Tracia” ha mutato la propria morfologia geografica nel corso dei secoli. Fino all’invasione persiana del 480-479, la zona ad ovest del fiume Assio (oggi Vardar), che circonda il Golfo di Salonicco, fu abitata dai Traci. Anche tutta la costa settentrionale del Mar Egeo apparteneva ai Traci, prima che gli Ateniesi si insediassero in quella zona durante il V secolo. Inoltre, la popolazione trace occupava il Chersoneso tracico (l’attuale penisola di Gallipoli), la riva settentrionale della Propontide, le terre immediatamente a sud dell’Ellesponto, oggi conosciuto come stretto dei Dardanelli, e parte dell’Anatolia nordoccidentale, compresa la Troade (denominazione storica della penisola di Biga).

L’affascinate storia di questo variegato territorio rappresenta un ricco bacino di notizie dal quale attingere per comprendere l’esperienza coloniale di Atene tra la metà del VI secolo e il V, e conoscere alcuni dei più importanti personaggi illustri della quale si resero protagonisti, come Pisistrato e Miliziade. La Θρᾴκη aveva un’importanza centrale per Atene, grazie alle risorse naturali e le vie strategiche, soprattutto quelle che avrebbero potuto condurre alle coste orientali e meridionali del Mar Nero, principale fonte di grano importato durante il V secolo.

Il controllo della rotta commerciale del Mar Nero era particolarmente importante per imporre dazi e gestire le attività dei marinai in viaggio. Tali elementi erano fondamentali per un impero che basava la propria forza sulla flotta e i traffici marittimi. Inoltre la Tracia, soprattutto per gli Ateniesi, rappresentò per diversi secoli un rifugio in cui i perseguitati politici trovavano asilo politico e opportunità. Per tutto il tardo periodo arcaico e il periodo classico, le fertili e selvagge terre dominate dai Traci spaventarono, incuriosirono e affascinarono la maggior parte dei Greci.

Come afferma Matthew A. Sears, uno dei principali studiosi della storia trace, il complesso scambio di interazioni tra barbari e popolazioni greche diede vita a una vera e propria storia d’amore tra culture differenti, durata oltre duecento anni di intrecci e commistioni. Dunque, i legami tra Atene e la dimensione trace, non furono soltanto di natura economica o politica, bensì anche culturale.

Peltasta trace da ceramica a figure rosse del V-IV secolo a. C. nella Harvard University, Arthur M. Sackler Museum, Robinson Collection 1959.219. Foto di Skanderbeg~commonswiki, pubblico dominio

Si diffuse soprattutto tra i principali esponenti dell’élite ateniese il desiderio di conformarsi ai canoni tradizionali della società trace, i cui era possibile aspirare ad uno stile di vita sublimato, pseudoeroico, evocando la dimensione epica dei Βασιλῆς descritti da Omero. Secondo Matthew A. Sears, Atene non fu più in grado di soddisfare le aspettative e le ambizioni della propria classe dirigente per un motivo legato alla struttura del suo stesso sistema sociale: l’ἔθος egualitario. Dunque tutti i cittadini di una πόλις democratica erano alla pari gli uni con gli altri, in senso politico e socio-culturale, per cui le pretese e le ostentazioni dell’aristocrazia erano represse e disapprovate.

Anche in ambito militare l’influenza trace ebbe delle pesanti e significative ripercussioni. Per alcuni valorosi greci che nutrivano ammirazione per i Traci, l’oplitismo soffocava le virtù belliche dei combattenti ispirati dall’eroismo atavico degli insigni predecessori. Molti Greci vedevano nei Traci il riflesso del proprio passato leggendario dominato, nelle rappresentazioni dei poeti epici, dalle figure di sovrani mitici e straordinari guerrieri. I tentativi degli Ateniesi di colonizzare l’universo trace furono principalmente dettati da esigenze di natura economica e territoriale, ma non si può trascurare il desiderio, in una visione anche un po’ romantica e romanzata, di voler ritrovare la propria identità smarrita.

La doppia erma di Erodoto e Tucidide. Foto dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Passando alle fonti, nonostante lo studio dell’argomento possa vantare un esteso repertorio di testimonianze, l’unico approccio resta atenocentrico poiché la Tracia non ha lasciato testimonianze scritte. Infatti, le principali fonti adoperate per la ricostruzione degli eventi storici esaminati, alle quali di seguito si fa riferimento, sono due autori greci: Erodoto e Tucidide. Dunque, è arduo discernere la percezione della Tracia che emerge dalle fonti letterarie da ciò che realmente fu questo territorio, ma non si può trascurare l’importanza di coloro che, da osservatori dirette delle vicende, narrarono gli episodi storici che si susseguirono.

In una dimensione dove l’identità etnica dei Greci è ormai saldamente radicata e l’immagine del barbaro tende ad essere enfatizzata attraverso ampollose rappresentazioni, Erodoto, discostandosi da questa visione, registra e documenta le caratteristiche peculiari della civiltà trace, mettendone in evidenza paure e aspirazioni, cultura e tradizione. Lo storico di Alicarnasso fornisce una descrizione dei Traci e delle vicende legate ad essi basata su un’impostazione etnografica, dalla quale trapela una saggia accettazione di un mondo differente dal proprio.

Nella descrizione erodotea i Traci rappresentano una categoria distinta di persone, i cui connotati non sono ascrivibili ad una popolazione straniera. Ci sono diversi fattori che hanno contribuito allo sviluppo di questa prospettiva in Erodoto. In primis la colonizzazione greca delle zone settentrionali del Mar Egeo; in secondo luogo la diffusione e il consolidamento dell’influenza ateniese sul suolo trace, che resero i legami tra autoctoni e colonizzatori sempre più stretti e frequenti; infine, non meno importante, l’assimilazione da parte della società greca di alcuni elementi mitologici appartenenti al πάνθεον trace. Basti pensare che Diomede, Orfeo e Dioniso hanno acclarate origini traci.

Erodoto, criticato aspramente da molti studiosi circa la veridicità dei suoi scritti, resta in ogni caso una delle fonti più attendibili per comprendere i legami esistenti tra Greci e Traci. Durante la permanenza dello storico ad Atene, è plausibile ma non del tutto certo che entrò in diretto contatto con alcuni soggetti traci che vivevano nella città. Sempre con scarsa sicurezza è possibile ipotizzare che si affidò a testimonianze ateniesi per quanto riguarda gli affari traci connessi con le zone del Chersoneso e del Mar Egeo.

Tra i suoi innumerevoli viaggi egli si sarebbe recato personalmente nelle zone dell’Ellesponto e dell’isola di Taso, dove gli scambi con i Greci e i Traci stanziati su quei territori gli avrebbero permesso di maturare una solida conoscenza del vasto e complesso mondo trace. Erodoto fornisce un’ampia e accurata descrizione della popolazione trace attraverso un excursus presente nelle prime pagine delle Storie. I Traci sono raffigurati come feroci e temibili combattenti, propensi alla guerra e alle angherie, organizzati in comunità dalla struttura arcaica. Le particolarità che lo storico seleziona e rappresenta sono per la maggior parte sconosciute ai Greci.

François Hartog, noto storico francese, prendendo in esame la descrizione erodotea sulla popolazione degli Sciti, affermò che lo storico di Alicarnasso si servì delle informazioni relative ai barbari per metterle in relazione con la cultura e la tradizione degli stessi Greci, con lo scopo di approfondire la natura dei rapporti tra culture differenti. Lo stesso modus operandi fu applicato per definire e delineare i primi contatti tra la cultura greca e i Traci. Il modello etnografico inaugurato da Erodoto ha ispirato, nel corso dei secoli, generazioni di storici che hanno proseguito le indagini sulla storia della Tracia.

A differenza di Erodoto, Tucidide propone un ritratto diverso dei popoli barbari, affermando che essi, in un passato non molto distante, erano impegnati con i Greci nelle medesime spedizioni navali. Talvolta questa collaborazione sfociava in veri e propri atti di pirateria e banditismo. Inoltre, lo storico osserva che gli antichi usi e costumi di alcuni Greci erano gli stessi dei popoli del suo tempo identificati come stranieri, e questo aspetto proverebbe l’esistenza di strette connessioni tra diverse culture apparentemente molto distanti.

La figura di Tucidide è strettamente legata alla Tracia, non solo in un’ottica letteraria, ma per la presenza di legami storici e biografici. Tucidide stesso fornisce alcune notizie interessanti riguardo il suo patronimico di origine trace: Oloro. Partendo da questo rarissimo nome è stato possibile ricostruire la genealogia del celebre storico ateniese, il quale era imparentato con la famiglia di Miliziade e di suo figlio Cimone.

L’indagine sull’identità di Tucidide passa anche per il nome della madre, Egesipile, lo stesso della moglie di Miliziade. Nell’ambito degli studi legati alla ricostruzione dell’immagine tucididea, la tradizione antica un’ulteriore conferma: la posizione della sua tomba collocata accanto a quella della famiglia di Cimone, proverebbe uno un legame diretto tra lo stesso politico e la celebre dinastia dei Filaidi.

Questa testimonianza giustificherebbe l’appalto delle miniere della zona della Tracia, antistante l’isola di Taso, per conto della città di Atene. Infatti, lo sfruttamento delle miniere d’oro del Pangeo permise al grande storico di conoscere alla perfezione le caratteristiche morfologiche del territorio, gli impianti urbanistici della città e il tipo di popolazione della maggior parte della località trace. Il nome del padre di Tucidide e lo sfruttamento delle miniere in Tracia sono confermati dallo stesso storico in alcuni passi della Guerra del Peloponneso (Thuc. IV, 104, 4 – IV, 105, 1).

Le ricchezze provenienti dalle attività minerarie gli permisero di ottenere potere e rispetto presso i principali esponenti dell’élite aristocratica. Basti pensare che Brasida, il generale spartano che nel 424 guidò la spedizione contro la colonia ateniese di Anfipoli, lo temeva per le sue grandi doti strategiche e militari e lo rispettava per l’immenso carisma politico. Infatti, la precisione e l’accuratezza del racconto tucidideo hanno indotto alcuni studiosi ad ipotizzare un contatto diretto tra Brasida e Tucidide, entrambi coinvolti nelle vicende che riguardarono Anfipoli:

Intanto Brasida, timoroso anche dell’aiuto della squadra navale proveniente da Taso, e informato che Tucidide possedeva il diritto di sfruttamento delle miniere d’oro in quei luoghi della Tracia e per questo fatto era tra i più influenti cittadini della terraferma, si affrettò per occupare la città prima di lui, se poteva. Voleva evitare che al suo arrivo la folla degli Anfipoliti, sperando che Tucidide li salvasse arruolando forze dalle isole e chiamando aiuti dalla Tracia, non fosse più a lui favorevole. (Thuc. IV, 105, 1)
Alla luce delle affermazioni precedentemente esposte, la narrazione di Tucidide sembra basarsi su una visione oggettiva degli eventi storici.

La tradizione letteraria non rappresenta l’unico canale praticabile per esaminare lo sconfinato repertorio di fonti. Non vanno trascurate le preziose testimonianze offerte dalla ricerca archeologica ed epigrafica. In molti casi le iscrizioni, come quella di Pistiro, rappresentano le sole e uniche tracce alle quali affidarsi quando le prove letterarie non sono presenti.

Anfipoli colonizzazione Tracia
Fortificazioni e ponte ad Anfipoli. Foto di Marsyas, CC BY-SA 3.0

Dove la storiografia tace, la ricerca archeologica ed epigrafica apre uno spiraglio di preziose notizie attraverso cui è possibile colmare le voragini lacunose della tradizione scritta. Il caleidoscopico scenario della futura area di Anfipoli si arricchisce di ulteriori elementi. In questo contesto si inserisce la scoperta di un’antica iscrizione rinvenuta nel tratto settentrionale delle mura di Anfipoli, che ha permesso di chiarire alcuni punti oscuri della mobilità greca in Tracia (IG II (2) 8397).

Si tratta della dedica di un monumento offerto dai Tasi a Tokes, eroe caduto in battaglia. Dunque, questa importante testimonianza storica attesta, in primo luogo, che i Tasi operarono attivamente nelle zone dell’Egeo settentrionale e sul continente trace; inoltre, il giovane a cui fu dedicata l’iscrizione ebbe chiaramente un nome di origini traci e ciò indicherebbe una commistione tra elementi greci e traci sullo stesso territorio.

Un’altra celebre testimonianza è rappresentata dalla celebre iscrizione di Pistiro, stazione commerciale tasia situata sul corso dell’Ebro, che rivela i tratti di una comunità commerciale di origini eterogenee, basata sulla convivenza e la cooperazione tra Greci e Traci. L’antico emporio di Pistiro fu fondato intorno alla metà del V secolo sul territorio che attualmente corrisponde alla città bulgara di Vetren, nei pressi della catena montuosa dei Rodopi e della valle Maritsa. Questa zona, abitata da alcune tribù traci, attirò gli interessi dei Greci per i ricchi giacimenti di metalli preziosi e le importanti vie di comunicazione.

Nonostante gli ambiziosi - forse velleitari - progetti coloniali dei Greci, in particolar modo degli ateniesi, il territorio di Anfipoli non fu mai del tutto sottomesso. Il caso appunto singolare di questa città mette in luce un aspetto nuovo della mobilità greca, non più basata su cruente occupazioni militari e stragi efferate, secondo la prassi coloniale, ma su forme sinecistiche di convivenza e collaborazione tra due diverse culture.

 

Bibliografia
David Asheri, Herodotus on Thracian Society and History, in Hérodote et les peuples non grecs: neuf exposés suivis de discussions, W. Burkert, G. Nenci and O. Reverdin (eds.), Ginevra 1990, 132-133.
François Hartog, Lo specchio di Erodoto, Milano 1992.
Luciano Canfora, Tucidide: la menzogna, la colpa, l’esilio, Bari 2016.
Matthew A. Sears, Athens, Thrace, and the shaping of Athenian Leadership, Cambridge 2013.


Bulgaria, nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo

Il Mar Nero restituisce un relitto di 2400 anni fa

A 2 km di profondità nel mar Nero, al largo della costa della Bulgaria, gli archeologi hanno ritrovato un relitto rimasto incredibilmente intatto dopo 2.400 anni. La nave di legno si compone di elementi strutturali, fra cui l’albero e i banchi per i rematori, che prima di questa scoperta non erano mai stati trovati in altri esemplari, attestando così il relitto bulgaro come uno dei più completi ritrovati sino ad oggi. La scoperta è stata annunciata lo scorso anno dagli esperti del Black Sea Maritime Archaeology Project che nel corso di varie esplorazioni nel Mar Nero durate tre anni hanno già scoperto più di 60 relitti storici.

La nave raggiunge una lunghezza di circa 23 metri ed è stata attentamente documentata grazie ad un sottomarino a comando remoto dotato di telecamere. Un piccolo frammento di relitto è stato analizzato con il metodo del radiocarbonio ed è databile al V secolo a.C., epoca in cui le poleis greche avevano intensi e proficui rapporti commerciali lungo il Mediterraneo e con le coste del Mar Nero. Dalle immagini acquisite, inoltre, l’imbarcazione appare simile a quelle riprodotte su molti vasi greci.

Bulgaria, nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo
Bulgaria, nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo

L’eccezionale stato di conservazione si deve alla composizione chimica dell’acqua, piuttosto insolita, e alla mancanza di ossigeno al di sotto dei 180 metri di profondità che ha così permesso la conservazione della nave che ha appunto circa 2.400 anni. Questo stato chimico dell’acqua, cioè privo di ossigeno, ha  evitato il decadimento degli organici e così la conservazione dopo tutti questi secoli.

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” è l’unico riconoscimento mondiale dedicato agli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio.

Il Direttore della Borsa Ugo Picarelli e il Direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale.

La Cerimonia di Consegna si svolgerà venerdì 15 novembre in occasione della XXII BMTA, a Paestum dal 14 al 17 novembre 2019.

Inoltre, sarà attribuito online uno “Special Award” alla scoperta archeologica che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa dal 17 giugno al 30 settembre.

Le cinque scoperte archeologiche del 2018 candidate per la vittoria della quinta edizione sono:

  • Bulgaria: nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo;
  • Egitto: a sud del Cairo un laboratorio di mummificazione;
  • Giordania: il pane più antico del mondo;
  • Italia: iscrizione e dimore di pregio scoperte a Pompei;
  • Svizzera: la più antica mano in metallo ritrovata in Europa.

Insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso

Gli archeologi trovano insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso in Bulgaria, nel Mar Nero

Pubblicato su Archaeology in Bulgaria il 23 agosto 2018 da Ivan Dikov; traduzione italiana ad opera di Margherita Guccione

Le rovine di un piccolo monastero medievale (angolo in alto a destra) sono state scoperte tra strutture tracie, bizantine, sulla minuscola isola nel Mar Nero, al largo della costa bulgara. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

Un antico insediamento tracio, un insediamento del primo periodo bizantino e un piccolo monastero tardo medioevale sono stati scoperti dagli archeologi nella piccola isola di San Tommaso (Snake Island) in Bulgaria, nel Mar Nero.

Le strutture archeologiche sull'isola di San Tommaso sono state scoperte nel giugno 2018, durante la prima fase della prima ricerca archeologica condotta sull’isola, guidata dal Prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia.

Nella seconda fase della ricerca, nell'agosto 2018, il team di Hristov ha effettuato una spedizione di archeologia subacquea.

È stata scoperta una fortezza, ormai affondata, dell’Antica Tracia nelle acque tra l’isola e la terraferma bulgara, o quello che un tempo era un istmo, mentre l'isola di San Tommaso era una penisola fino al Medioevo.

I resti archeologici che, invece, sono stati scoperti adesso sull'isola di San Tommaso, comprendono i resti di un antico insediamento tracio risalente alla Prima Età del Ferro, antiche fosse rituali traci e un insediamento Proto Bizantino (Tardo-romano) del V-VI secolo d.C. , e un piccolo monastero medioevale, più precisamente del XII-XIV sec., periodo del Secondo Impero Bulgaro (1185 - 1396/1422).

L'isola di San Tommaso è collocata a nord della foce del fiume Ropotamo, nella Baia di Arkutino, ed è attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

L'esplorazione archeologica dell'isola di San Tommaso nel Mar Nero è stata effettuata secondo i severi requisiti del Ministero dell'Ambiente e delle Acque della Bulgaria, poiché l'isola fa parte della Ropotamo Natural Preserve.

L'isola di San Tommaso giace a sole 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma bulgara, al largo della costa di Primorko, sul Mar Nero. Foto: Municipalità di Sozopol

L'esplorazione stessa dell'isola e la ricerca archeologica subacquea nella Baia di Arkutino sono finanziate dal Ministero della Cultura della Bulgaria.

"Circa un secolo fa, l'isola è stata fotografata da un aero e le foto mostravano i contorni del piccolo monastero", ha detto su Air TV il subacqueo Tencho Tenev, che è stato responsabile della spedizione subacquea.

Il Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, ipotizza che probabilmente ci sono più antiche fosse rituali traci sull'isola di San Tommaso, al largo della costa del Mar Nero, in Bulgaria, Primorsko, oltre alle due che sono state scoperte.

Frammenti di antiche anfore rinvenute nelle fosse indicano che furono utilizzate dagli antichi Traci per rituali sacrificali a partire dal V secolo a.C.

"I reperti esposti indicano che un grande santuario marittimo si trovava sull'isola di San Tommaso", dice il Museo, riferendosi a quella che era una piccola penisola del Mar Nero in quel momento.

"Il posto è stato scelto per una precisa ragione, dal momento che si trovava proprio al largo dell’antica strada che collegava Sozopol (Apollonia Pontica, Sozopolis) a Costantinopoli (all’epoca antica colonia greca di Byzantium o Byzantion)", aggiunge il Museo.

Le rovine recentemente dissotterrate del piccolo monastero che esisteva nel dodicesimo-quattordicesimo secolo sull'isola di San Tommaso. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

La prima e unica precedente spedizione archeologica sull'isola di San Tommaso, in Bulgaria, nel Mar Nero iniziò nel 1955.

Allora gli archeologi portarono alla luce le rovine di una piccola chiesa e alcuni edifici ausiliari. Ora, la spedizione archeologica del 2018 ha ipotizzato, sulla base di quella ricerca, le rovine di quello che era un piccolo monastero medievale.

L'isola di San Tommaso si trova al largo della costa della località bulgara del Mar Nero di Primorsko (che più recentemente ha fatto notizia per la scoperta dell'Antico tesoro tracio d'oro di Primorsko).

L'isola di San Tommaso nel Mar Nero ha un territorio totale di 0,012 chilometri quadrati (12 ettari o 3 acri).

Si trova a soli 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma e a nord della foce del fiume Ropotamo, nella baia di Arkutino, attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve.

È anche conosciuta come Snake Island/Isola dei Serpenti (da non confondere con la Snake Island ucraina - o Serpent Island - nel Mar Nero settentrionale) a causa del gran numero di serpenti d’acqua grigi che la abitano.

La Bulgaria conta solo alcune piccole isole al largo delle sue coste nel Mar Nero (sei, sette o otto a seconda della definizione di un'isola e se le isole ora artificialmente collegate alla terraferma vengono contate.)

Molte di queste erano apparentemente delle penisole, e praticamente tutta la costa del Mar Nero in Bulgaria vanta straordinarie scoperte archeologiche sottomarine, proprio grazie all’inabissamento parziale o totale della costa nella preistoria, nell'antichità e nel medioevo.

Altrimenti, la più notevole delle isole bulgare del Mar Nero, negli ultimi anni, è stata l'isola di Sant'Ivan al largo della costa di Sozopol, che è conosciuta per il suo monastero Paleocristiano/Proto Bizantino dove nel 2010 furono rinvenute le reliquie di San Giovanni Battista, e l'isola di Sant'Anastasia vicino a Burgas con il suo monastero tardo medievale.

Un'altra intrigante storia di archeologia subacquea recentemente collegata al Mar Nero, è stata l'ipotesi che una grande isola affondata esistesse nella zona sud-occidentale, vicino alla costa odierna della Bulgaria e della Turchia.

Un’antica nave romana affondata 2000 anni fa, è stata recentemente scoperta sul fondo del Mar Nero in acque territoriali bulgare dalla spedizione internazionale “M.A.P.”, oltre a diverse dozzine di altri relitti di Età antica, medievale e moderna.

L'antica fortezza tracia affondata, recentemente scoperta presso l'isola di San Tommaso aggiunge un altro grande punto di riferimento archeologico sottomarino per la costa del Mar Nero bulgaro.

Il prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, è un ricercatore di lunga data di siti archeologici lungo la costa bulgara del Mar Nero, tra cui un certo numero di insediamenti e fortezze completamente o parzialmente affondati.

Recentemente ha pubblicato un libro basato su 8 anni di ricerche sul campo di fortezze e insediamenti sulla costa meridionale del Mar Nero della Bulgaria odierna, o quella che una volta era Haemimontus, provincia di Bisanzio.

Il libro è intitolato "Mare Ponticum. Fortezze costiere e zone portuali nella Provincia di Haemimontus, V-VII secolo d.C.", e tratta la provincia di Haemimontus del primo Impero bizantino nella Tarda Antichità e nell'Alto Medioevo.


Completata la prima stagione del Black Sea M.A.P.

23 Dicembre 2015
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Completata la prima stagione (di tre) del Black Sea Maritime Archaeology Project (Black Sea M.A.P). I rilevamenti hanno coperto quest'anno 1000 km² nel Mar Nero.

Link: Novinite
Il Mar Nero, di User:NormanEinstein, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Ahmet Gürsakal.

Turchia: scavi evidenziano la vita religiosa sull'Isola di Giresun

20 Ottobre 2015
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Gli scavi stanno evidenziando l'importanza della religione presso l'Isola di Giresun, dove esisteva un monastero in epoca bizantina. Oltre la metà delle tombe attorno alla cappella sono poi relative a bambini, probabilmente figli dei religiosi. Scoperti anche sette pithoi.
Link: Hurriyet Daily News; Archaeology News Network
L’isola di Giresun, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Kuara.


Monete e vie commerciali tra Tessalonica e la Propontide

18 Settembre 2015
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Le 57 monete provenienti dalla Propontide, su un totale di 672 dissotterrate nella città greca di Salonicco, dimostrano l'esistenza in epoca romana di vie commerciali tra l'antica città di Tessalonica in Macedonia e il Mar Nero.
Link: Greek Reporter via ANA MPA
Odéon a Tessalonica, foto di Ian Kehoe (Uploaded to en as en:Image:Thess8aug 002.jpg on August 8 2006), da WikipediaPubblico dominio, caricata da Jastrow
 


Turchia: rovine bizantine dall'isola di Giresun

17 Settembre 2015
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Rovine di epoca bizantina sono state scoperte sull'isola di Giresun, situata nel Mar nero e nella provincia turca omonima. Oltre ad un monastero, una torre, una cisterna e una cappella, si sono ritrovati anche manufatti come monete e giare.
L'area sarebbe abitata dal terzo secolo a. C., per cui si conta di trovare strati di epoca romana.
Link: Daily Sabah via Anadolu Agency
L'isola di Giresun, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Kuara.
 


Polonia: archeologi nella Grotta dell'Impiccato

14 Settembre 2015

Archeologi nella Grotta dell'Impiccato

Omero di un rinoceronte lanoso. Foto di M. Rudnicki
Omero di un rinoceronte lanoso. Foto di M. Rudnicki
Sepolture con resti scheletrici e cremati dalla metà del primo millennio, e i resti di rappresentanti della megafauna che vivevano durante l'ultima Era Glaciale in quello che è l'attuale territorio polacco, sono state scoperte dagli archeologi durante lo studio della Grotta dell'Impiccato vicino Kostkowice nel massiccio di Jastrzębnik sull'altopiano di Cracovia-Częstochowa.
"I morti le cui ossa sono state trovate nella grotta provenivano probabilmente dalle coste settentrionali del Mar Nero, come evidenziato dalla caratteristica composizione dei depositi collocati in prossimità" - ha spiegato il prof. Aleksander Bursche, coordinatore del progetto NCN Maestro "Migration Period in the Oder and Vistula basin" (Periodo di migrazione nel bacino dell'Oder e della Vistula), sotto il quale gli scavi sono stati condotti. "Potevano includere i rappresentanti di tribù germaniche orientali - Goti" - ha aggiunto lo scienziato.

Pendente in ambra, pendente in oro e un solido con occhiello. Foto di M. Rudnicki
Pendente in ambra, pendente in oro e un solido con occhiello. Foto di M. Rudnicki

All'interno della grotta, gli Archeologi hanno trovato i resti di almeno sei scheletri di questo periodo. Nelle loro vicinanze hanno scoperto pendenti in argento, oro e ambra, denarii e solidi romani, fibbie marroni e in argento e grani di vetro e ambra, così come numerosi frammenti di contenitori e torniti sulla ruota.
Pendenti in argento del quarto secolo, provenienti dal Mar Nero. Foto di M. Rudnicki
Pendenti in argento del quarto secolo, provenienti dal Mar Nero. Foto di M. Rudnicki

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