Josef Koudelka Radici

Josef Koudelka, Radici: passato e presente al Museo dell'Ara Pacis

Josef Koudelka, Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza

Roma, Museo dell’Ara Pacis

1° febbraio – 29 agosto 2021

 

«Ruins are not the past, they are the future which draws our attention and make us enjoy the present»

«Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente»

Josef Koudelka

Radici Josef Koudelka
Amman, Giordania, 2012. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Se siete a Roma in questo ancora strano periodo estivo avete la possibilità di visitare, fino al 29 agosto, una mostra che si può definire, dando veramente senso a un’espressione nota, unica nel suo genere: Koudelka imprime sulla pellicola fotografica il paesaggio dei siti archeologici più importanti che i territori del Mediterraneo ancora offrono agli occhi dei loro abitanti.

Oggi questo territorio molto ampio ospita contesti e popoli vari e diversi, ma gli scatti di Koudelka, ancora più suggestivi nella scelta del bianco e nero, ci restituiscono uno sguardo su un paesaggio in cui la contemplazione dell’antico raccoglie i pensieri e unisce le lontananze.

Il paesaggio, spesso, non è semplicemente uno sfondo per la vita umana, ma un personaggio vivo, con il quale si instaurano rapporti profondi e duraturi.

Nel paesaggio reale si sovrappongono livelli diversi, legati all’esperienza emotiva, personale di chi lo abita, finché il confine tra l’elemento geografico e quello mentale ed emozionale diventa sfumato e inafferrabile. La riflessione sul paesaggio e sul suo legame con l’esistenza umana è profonda e antica[1] e traspare anche dalle fotografie di Koudelka: non si tratta di una semplice documentazione dei siti archeologici, ma della restituzione di un paesaggio dell’anima che trova nel rapporto tra antico e moderno la sua intensità.

Radici Josef Koudelka
Roma, Italia, 2000. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Uniti dal rapporto con il Mediterraneo, i luoghi testimoniati da Koudelka si snodano come una grande mappa della geografia e dell’anima: non solo l’Italia, ma anche  il Portogallo, la Spagna, la Francia, la Croazia, l’Albania, la Grecia, la Turchia, Cipro (sia il Nord che il Sud), la Siria, il Libano, Israele, la Giordania, l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco.

Il paesaggio di questi luoghi rivela l’influenza delle loro antiche civiltà, dalle quali è stato plasmato, che ha reso parte di sé: le rovine di questo passato si ergono maestose accanto alla modernità, o emergono dal paesaggio naturale, anch’esso in bilico tra la costanza e le trasformazioni.

Chi decida di visitare la mostra è indotto a camminare, letteralmente, tra gli scatti delle rovine, che non compaiono solo sui pannelli posti alle pareti, ma informano anche dei particolari blocchi orizzontali – su cui avrete l’accortezza di non sedervi – che abitano fisicamente le varie stanze in cui si articola il percorso espositivo.

Se il viaggio è talvolta - e non solo in questi tempi non ancora tornati a una tranquilla normalità - una possibilità più sognata che realizzata, camminare lungo questo percorso vuol dire davvero immergersi, almeno un po' in quel sogno.

Giungere alle radici, insomma, che sono quelle di un territorio vasto, di popoli diversi e di un passato che vive e dialoga con e dentro di noi.

 

Dal sito del Museo dell’Ara Pacis:

«Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.»

 

 

[1] Basti pensare che è stato il tema scelto dall’ultimo Convegno Properziano organizzato dall’Accademia Properziana del Subasio (27-29 maggio 2021)

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Giovanissimi di Alessio Forgione: un vero romanzo italiano

Un evento letterario inusitato del 2019 è stata la pubblicazione da parte di Adelphi, per la seconda volta soltanto nella sua storia editoriale, di un’opera prima, ovverosia del romanzo Benevolenza Cosmica di Fabio Bacà. Inutile dire che le aspettative erano altissime, ragion per cui, di fianco a opinioni entusiastiche che elogiavano la novità, l’originalità e la brillantezza del romanzo, una pacata delusione per l’ardita scelta di Adelphi ha preso piede fra i lettori.

Cosa non andava nel lavoro di Bacà? Semplicemente, sembrava uno strano romanzo scritto in italiano da un autore americano. Mi spiego: com’è stato fatto notare benissimo da altri recensori (cito un’ottima analisi di Vincenzo Politi da Goodreads), Bacà, verosimilmente affascinato dalla ruggente ed estremamente vitale letteratura americana contemporanea, ne ha importato i toni e gli stili, che però deve aver conosciuto solo attraverso delle traduzioni, e li ha impiantati nel contenitore-romanzo italiano. Il risultato è, però, leggermente grottesco, se il nostro autore, pur ispirato dai grandi narratori statunitensi degli ultimi decenni, decide di ambientare la sua storia in una Londra irreale (in cui forse è stato solo da turista?), senza evidentemente conoscere a sufficienza l’inglese, se ad un certo punto il protagonista discute sul darsi del lei o del tu. Un vero peccato, perché l’idea di fondo del romanzo era anche interessante, un po’ distopica alla Carrère.

Ma questo articolo, malgrado il verboso paragrafo iniziale, non è una recensione a Benevolenza Cosmica, e l’opera prima di Bacà ci serviva solo ad introdurre un’importante riflessione sull’editoria nostrana, a cui il tipico romanzo italiano – o all’italiana – non piace più tanto, se per essere pubblicati da Adelphi dobbiamo strizzare l’occhio a David Foster Wallace.

Alessio Forgione

Verrà da chiedersi, allora, che cosa sia un romanzo italiano. Ce lo spiega, o meglio, ce lo ricorda, Alessio Forgione, autore di Giovanissimi, in lizza fra i dodici finalisti per il LXXIV Premio Strega, divenuto noto dopo il successo del suo primo romanzo Napoli Mon Amour.  La storia è semplicissima: ci troviamo davanti a un breve romanzo di (incompiuta) formazione che ha per protagonista un quattordicenne napoletano, ed è ambientato negli anni ’80. Il giovane protagonista non è un prodigio, o un talento, o un genio, né un totale reietto, o un caso perso, o un rifiuto della società. Non è neanche un vero e proprio mediocre, né è un poveraccio. È solo un ragazzino (Marco, detto Marocco per i capelli scuri e ricci) mediamente intelligente ma niente affatto brillante, figlio di un semplice e onesto lavoratore stipendiato e di una donna che lo ha abbandonato quando aveva 9 anni, e dal cui abbandono è rimasto comprensibilmente segnato. Marocco gioca a calcio a livello agonistico, non studia quasi, inizia a spacciare nei bagni della scuola, in principio riluttante ma poi decisamente convinto dal suo migliore amico Lunno (un mezzo ragazzaccio non poi davvero cattivo), e ad un certo punto si innamora dell’angelica e deliziosa Serena, una brava ragazza che per la prima volta lo fa sentire amato.

Insomma, gli ingredienti del romanzo italiano ci sono tutti. Perché a differenza della Francia, dell’Inghilterra, della Russia, i cui romanzi ottocenteschi e del primo novecento hanno fatto la storia della letteratura mondiale, l’Italia, da sempre perlopiù patria di poeti (fatte pochissime eccezioni), ha davvero conosciuto la sua grande stagione del romanzo nel secondo dopoguerra. Il romanzo italiano è un romanzo che parla di poveri, di vinti, di gente normale, spesso un po’ sfortunata (come Marocco, la sua famiglia e i suoi amici), in opposizione ai grandi romanzi americani, pullulanti di self-made men, di rincorse al sogno capitalista (da Gatsby, allo Svedese di Pastorale Americana), o ai romanzi inglesi, dai protagonisti aristocratici e di buona famiglia (da Wilde, alla Woolf, a McEwan).

Alessio Forgione

L’italiano di Forgione è pulitissimo, e, pur nella sua chiarezza così netta e distinta, si sa presentare con convinzione come l’italiano di un quattordicenne. I pensieri del giovane Marocco non sono mai filtrati da una voce autoriale, e l’unico vero “filtro” è necessità del narratore di renderli in un italiano esatto, preciso. Non incontriamo mai la verbosità, talvolta futile, e la ridondanza di dialoghi di certi romanzi italiani contemporanei di grande successo (si pensi alla lunga saga della Ferrante).  La semplicità dello stile di questo romanzo si identifica con la semplicità dei fatti che racconta: la Napoli presentata da Forgione è una Napoli di gente comune, dove la malavita esiste (e non risulta edulcorata), ma la cui descrizione non ruba la scena alla vita semplice dei protagonisti; abbiamo poche azioni, azioni poco memorabili, banali, quotidiane; molti pensieri e riflessioni spontanee, decisamente e meravigliosamente comuni. E un finale brusco, agghiacciante, aperto e allo stesso tempo non aperto, in una sorta di climax che non si sa se ascende o discende.

Chi vincerà il Premio Strega è sempre difficile dirlo con largo anticipo, ma sarebbe innegabilmente bello che quest’anno lo vincesse un vero romanzo italiano.

Giovanissimi di Alessio Forgione
La copertina del romanzo Giovanissimi di Alessio Forgione, pubblicato da NN Editore

Giovanissimi di Alessio Forgione è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Le foto di Alessio Forgione sono state cortesemente fornite dall'Ufficio Stampa NN Editore

Napoli in una foto di Orna Wachman

 


Volubilis

Volubilis, il volto antico del Marocco

Sulle dolci pendici del massiccio dello Zerhoun, a soli 3 km di distanza da Moulay Idriss, uno dei centri spirituali più noti, il Marocco svela parte più antica del suo volto, in cima ad un pianoro silenzioso, circondato da ulivi e oleandri.

Probabilmente è proprio dal nome berbero Oualili, oleandro, che deriva il nome di Volubilis, cittadina descritta da Plinio il Vecchio come colei che è “alla stessa distanza dai due mari”, facendo naturalmente riferimento al Mediterraneo e all'Oceano Atlantico, e sito di grande importanza per il paese che ancora oggi è definito "l'estremo Occidente dell'Oriente".

Non esistono mezzi pubblici per raggiungere lo straordinario sito archeologico, né da Meknes, né dalla altrettanto vicina Fès, la città imperiale che con la sua fondazione, nell'anno 808 d.C. decretò la fine di Volubilis, ma soltanto una lenta e stretta via tutta curve, da percorrere ascoltando il silenzio del vento e il frusciare degli ulivi.

Territorio già organizzato secondo un impianto di impronta punico-ellenistica, Volubilis era probabilmente già cinta da mura a partire dal III sec. a.C. e già si presentava come luogo di convivenza fra genti diverse, presentando la coesistenza di un tempio di tradizione africana locale, accanto a due templi più vicini alla tradizione classica mediterranea. Incerto è ad ogni modo l'inquadramento della Mauretania nel suo percorso di lenta e difficile romanizzazione: il governatore scelto da Augusto, Giuba II fu il primo a cimentarsi nell'arduo compito di imporre un potere di tipo monarchico alla popolazione ribelle per eccellenza, quella dei Berberi.

La storia della Mauritania è difatti costellata da tumulti, rivolte e da un sempre debole imporsi del potere imperiale. Note e testimoniate solo le vicende rivoltose anti-romane sotto Caligola, Claudio, Marco Aurelio. Per una fase di maggiore tranquillità e rinnovamento bisogna attendere l'età dei Severi, celebrata dal noto arco di trionfo che ancora oggi si impone sul pianoro, importante simbolo del condono dei tributi fino ad allora imposti e della nuova concessione di cittadinanza romana agli abitanti. Questi ultimi erano eterogenei come in pochi altri centri del nord Africa: un melting pot in cui, finalmente, convivevano in pace autoctoni, romani, galli e genti orientali.

Volubilis
Arco di Caracalla, lato orientale. Foto di Jessica Lombardo

Non sono ad oggi chiari i motivi per cui a partire dal 285 d.C., con l'ascesa al potere di Diocleziano, venne abbandonata la parte meridionale della provincia, e dunque anche Volubilis, da parte dei funzionari amministrativi e dell'esercito di Roma: gli abitanti rimasti si spostarono verso occidente creando un nuovo quartiere e trasformando l'area dell'arco in zona adibita a necropoli. Qui diverse iscrizioni cristiane databili tra il 599 e il 655 d.C. testimoniano una parentesi cristiana prima dell'arrivo di Idriss I, della fondazione di Fès (prima città imperiale) e della conseguente islamizzazione del Marocco.

La memoria di ciò che fu Volubilis in antichità però non andò mai perduta. Gli scavi archeologici iniziarono sistematicamente nel 1915 , l'anno in cui fu creato il Service des Antiquités du Maroc e ancora proseguono ai giorni nostri. Dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1997 il sito oggi presenta con evidenza due distinte aree di interesse: un quartiere settentrionale e uno meridionale.

Quest'ultimo fu il primo in ordine cronologico ad essere interessato dalle prime edificazioni romane del I sec. d.C.: tra queste le terme del capitolium e un primo grande tempio a quattro celle. Rimaneggiate alla fine del II sec. le piccole terme di Volubilis coprivano una superficie limitata a soli 460mq, ma erano composte da due vestiboli a L, un frigidarium, una piscina centrale e ben due sale riscaldate rivolte a sud-ovest. Il lato meridionale del foro vedeva innalzarsi la tribuna degli oratori, con dedica alla Concordia, in nome di una auspicata pacifica convivenza tra le differenti componenti della cittadinanza. Il capitolium vero e proprio e e la basilica giudiziaria sono invece frutto di un secondo importante intervento edilizio, datato al III sec.

Facciata della Basilica Giudiziaria. Foto di Jessica Lombardo

Il cosiddetto quartiere settentrionale, invece, racconta di una destinazione d'uso prettamente abitativa, a sua volta diviso in due blocchi: la prima componente del quartiere nord procedeva intorno all'arco di Caracalla seguendo l'andamento del quartiere meridionale, mentre una seconda espansione è stata individuata in corrispondenza del decumano massimo, che devia verso nord-est in quella che sembra una programmazione autonoma.

Fatta eccezione per alcune domus, come quella detta “di Orfeo”, che si distinguono per il prezioso apparato decorativo e musivo, l'area abitativa di Volubilis è un succedersi di modeste abitazioni e di laboratori.

Impossibile non notare quale fosse la produzione che garantiva la sussistenza economica in città: circondata dagli ulivi, Volubilis era, in epoca romana, un medio-grande produttore di olio destinato al commercio interno, regionale e in piccola parte anche nel Mediterraneo occidentale: 56 sono i frantoi rinvenuti nella cittadina, 41 dei quali parte integrante di abitazioni, a testimonianza della coincidenza degli spazi tra uso abitativo e produttivo.

Caratteristica diffusa delle abitazioni di Volubilis, di contro, era la presenza di aggiuntive stanze isolate, quasi un piccolo appartamento riservato e nascosto rispetto ai canonici percorsi interni alla casa; altre domus potevano disporre di una piccola corte quadrata dotata di una vasca centrale con giochi d'acqua, destinata a raffrescare l'ambiente nel caldo torrido della Mauritania, precedendo di qualche secolo l'uso marocchino e andaluso del patio, o giardino domestico interno.

Per ora non colpita dalle folle del turismo di massa, Volubilis è tappa imperdibile di un tour consapevole nel territorio del Marocco: ne testimonia l'indomita natura, le genti libere, le notevoli risorse e ancora offre molto da raccontare.

Veduta di Volubilis. Foto di Jessica Lombardo

Attività commerciali a Pompei. A cosa serviva una fullonica?

L’attività di una fullonica era una delle più redditizie per quanto riguarda l’economia dell’antica Pompei, diverse erano sparse per la città, ma le due più importanti si trovavano su due degli assi viari principali: via dell’Abbondanza e via Stabiana.

Ma cos’è una fullonica? Oggi potremmo chiamarla “lavanderia”, ma l’articolazione interna dei vari passaggi è ben più complessa. Si trattavano non solo vesti usate che venivano portate a lavare ma l’attività della fullonica si concentrava anche nel lavaggio di vesti e tessuti nuovi appena lavorati che dovevano splendere per poi essere esposti e venduti al mercato. A volte questi venivano anche tinti, si sa infatti che il colore nell’abbigliamento romano era sinonimo di ricercatezza ma anche possibilità di seguire la moda del momento. Economicamente non era costoso portare un vestito in lavanderia, il lavaggio costava un denario e gli affari dovevano girare abbastanza bene se si pensa che l’affitto annuo di una fullonica arrivava ad essere di 1652 sesterzi.

fullonica Stephanus Pompei
Fullonica di Stephanus. Foto: Alessandra Randazzo

La prima fase prevedeva il ripulire il tessuto, questo avveniva in una vasca di forma ovale e gli schiavi pestavano con i piedi in un misto di acqua, soda e urina. La fullonica si sa, non era di certo un luogo profumato, ma l’urina umana o animale era molto ricercata per questo lavoro. La quantità richiesta era cospicua ogni giorno, e la più pregiata sembrava essere quella di dromedario che addirittura veniva portata dall’Oriente. Non potendone però farne arrivare una quantità tale per tutto il lavoro necessario, agli angoli della strada spesso venivano messe delle anfore con un’apertura laterale dove chiunque poteva depositare; regolarmente poi passava uno schiavo della fullonica a ritirare il contenuto.

Fullonica di Veranius Hypsaeus. WolfgangRieger / Public domain

Ai tempi dell’imperatore Vespasiano aveva fatto scandalo la tassa sull’urina usata dalle tintorie, tanto che le voci di protesta arrivarono fino all’imperatore che pronunciò la famosa frase “Pecunia non olet”, "i soldi non puzzano", proprio perché l’utilizzo fruttava molto.

Terminato il lavaggio, su vasche messe a livelli diversi e comunicanti fra loro a cascata, venivano sciacquati con cura i panni pigiati prima per eliminare ogni traccia di ciò che si era usato. Anche qui le sostanze utilizzate erano importate; per questa fase si prevedeva l’uso di argilla smectica del Marocco, oppure dell’isola di Ponza e continuava così il lavaggio e la battitura per rendere la trama dei tessuti più compatta.

A questo punto non restava che stendere i “panni” e l’ampio terrazzo sembrava essere il luogo più adatto, lì avveniva anche la zolfatura dove i panni bianchi venivano stesi sopra un piccolo braciere ingabbiato da canne (vimea cava)  che emanava esalazioni. Ultimo passaggio non poteva che essere la stiratura. I panni li si stirava sotto grandi presse a vite e dovevano assolutamente risultare privi di pieghe.

fullonica Stephanus Pompei
Fullonica di Stephanus. Foto: Alessandra Randazzo

Ancora oggi passando per la Regio I 6,7 è possibile ammirare uno dei luoghi dove avveniva tutto ciò, proprio nella Fullonica di Stephanus. Lo scavo venne effettuato per la prima volta tra il 1912-1913, e quello che vediamo oggi è la risultante di un’ulteriore modifica avvenuta già nell’antichità.

Gli ambienti in cui si articola la fullonica derivano infatti da una precedente abitazione, una casa ad atrio e peristilio, ristrutturata dopo il rovinoso terremoto del 62 d.C., cambiando così l’uso dei locali originali e riadattandoli a quelle della nuova attività commerciale. Gli ambienti principali e tipici di una domus come l’atrio, la sala da soggiorno (l’oecus), e il triclinio vennero trasformati e dotati di vasche per la lavorazione, così come l’impluvium dell’atrio che venne dotato di una vasca a bordi alti.

La corporazione dei fullones ricopriva un ruolo molto importante all’interno della vita economica e politica della città di Pompei, come mostrano le numerose iscrizioni elettorali, visibili anche nell’officina di Stephanus, e la dedica della statua di Eumachia nell’edificio fatto costruire da lei stessa nel Foro. La corporazione era dotata anche di un animale totem, l’ulula (la civetta) sacra a Minerva.

Stephanus non sopravvisse alla catastrofe del 79 d.C. Il suo corpo venne ritrovato al momento dello scavo della domus presso l’ingresso. Portava con sé un gruzzolo di monete, l’ultimo incasso di una ricca giornata lavorativa.

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Un femore di 500 mila anni fa mostra interazione diretta tra ominidi e carnivori

27 Aprile 2016
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In molti siti del Pleistocene Medio è possibile individuare la compresenza di ominidi e carnivori, ma le tracce della diretta interazione tra questi non sono al contrario abbondanti.
Un femore di un ominide di 500 mila anni fa, ritrovato nel sito della Thomas Quarry I (anche nota come "Grotte à Hominidés") in Marocco, presenta i segni dell'essere consumato da un grande carnivoro, probabilmente una iena. Il frammento di femore presenta varie fratture e segni di denti. Non si è compreso però se si tratti del risultato di predazione o se l'ominide era morto da poco, prima che il femore fosse consumato dall'animale.
Queste alcune delle conclusioni dello studio relativo, pubblicato su PLOS One.
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Marocco: dalle chiocciole al passaggio all'agricoltura

5 Novembre 2015
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Le chiocciole sono considerate un alimento pregiato (ma bisogna chiamarle escargot), eppure sono nella dieta umana da migliaia di anni.
Un nuovo studio ha potuto compiere l'analisi isotopica dell'ossigeno nelle loro conchiglie, ritrovate in un sito nel Nord Est del Marocco e datate tra 10.800 e 6.700 anni fa. Si è così scoperto un cambiamento climatico che, col riscaldamento, avrebbe permesso all'agricoltura di essere in grado di sostenere la crescente popolazione umana.
Questi risultati ci permetterrebbero di comprendere meglio il cambiamento nello stile di vita dei gruppi umani, nel passaggio da cacciatori raccoglitori ad agricoltori.
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Milano: domenica per bambini a Mudec e Museo del Novecento

Cultura

Domenica per bambini a Mudec e Museo del Novecento

Due iniziative per i più piccoli: al Museo delle Culture per scoprire l'arte e la cultura col percorso gratuito 'Mosaico Marocco' mentre all'Arengario si potranno conoscere artisti contemporanei come Kandinsky, Colombo, Boriani, Pistoletto e Zorio

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Milano, 29 ottobre 2015 - Domenica 1 novembre, al Museo delle Culture, ci sarà la grande festa finale per ExpoInCittà per la chiusura di Expo Milano 2015. Per l'occasione l'ingresso al Mudec sarà gratuito per tutti i cittadini. Sarà, quindi, gratuito anche il ‘Mosaico Marocco', il percorso dedicato all’arte e alla cultura marocchina pensato apposta per i bambini dai 4 ai 10 anni, dalle ore 10 alle ore 17. Il percorso s'inserisce nell'ambito delle iniziative del Mudec Junior.

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