Il Mosaico di Nemi recuperato

Il Mosaico di Nemi recuperato dai Carabinieri torna in esposizione al Museo delle Navi Romane

Il Mosaico di Nemi, recentemente recuperato, torna in esposizione presso il Museo delle Navi Romane. Esportato illegalmente negli Stati Uniti nel dopoguerra, l'opera è stata rintracciata dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale in un'azione congiunta con le autorità americane. Il Direttore Generale dei Musei d'Italia Massimo Osanna ha presentato ufficialmente il rientro dell’opera lo scorso giovedì 11 marzo, nell’esposizione permanente del museo nemorense delle Navi Romane.

Il Mosaico di Nemi recuperato
Il Mosaico di Nemi recuperato. Ph. DRM-Lazio

Il Mosaico di Nemi

Il meraviglioso pannello ad intarsi marmorei (opus sectile), presenta un complesso motivo geometrico in porfido verde e rosso, serpentino e vetro modellato, ed era posto a decorazione della pavimentazione di una delle due imponenti navi recuperate nel lago di Nemi, fatte realizzare dall’imperatore Caligola (37-41 d.C.). La grandiosità delle imbarcazioni, la ricercatezza delle decorazioni fatte di oro, gemme e fregi di animali lasciano ipotizzare che si trattasse di navi cerimoniali, destinate alla celebrazione di feste religiose, in linea con il carattere sacro del luogo. Nei pressi del grande lago vulcanico esisteva infatti un celebre santuario dedicato a Diana, dea della caccia, da cui l’antico nome del lago: speculum Dianae.

In età rinascimentale Leon Battista Alberti tentò, su incarico del cardinale Colonna, un recupero delle navi e dei relativi reperti, ma senza successo. Sarà nel 1895 che l’antiquario Eliseo Borghi riuscirà ad esplorare l’interno delle strutture navali per mezzo di palombari e grazie ad una serie di ricerche riuscirà a recuperare oltre che il celebre mosaico, anche numerosi bronzi antichi, ulteriori tarsie marmoree, paste vitree e oggetti metallici.

Il pannello musivo fu restaurato con materiali diversi e integrato con una cornice moderna, presente anche sul retro. Queste pesanti aggiunte non consentono più di cogliere i dettagli costruttivi, che possono però essere ricostruiti grazie agli altri frammenti conservati nel Museo.

Veduta della ricostruzione in scala 1:5 dello scafo della nave. Ph. M. Massaroni - DRM-Lazio

Il recupero del Mosaico

Negli anni ‘40 il Mosaico di Nemi scomparve misteriosamente. Secondo esperti restauratori, la sparizione avvenne prima che il Museo delle Navi fosse devastato dall’incendio scoppiato nel 1944 poiché non presenta segni di danneggiamento.

Nel 2013 a New York lo studioso italiano di materiali lapidei Dario Del Bufalo tenne una conferenza per presentare Porphyry, una monografia sull’uso da parte dell’imperatore Caligola del porfido rosso, pietra color sangue associata al potere. Alla vista di un’antica fotografia del Mosaico di Nemi, molti storici dell’arte e mercanti riconobbero il tavolino da caffè della signora Helen Fioratti, antiquaria newyorkese. La signora Helen e suo marito Nereo Fioratti, avevano acquistato il mosaico alla fine degli anni ’60, secondo le loro dichiarazioni, in buona fede, tant’è che esso era sempre stato posto in bella vista nel loro soggiorno e utilizzato come tavolino dagli ospiti ricevuti nella loro casa di Park Avenue.

Ci sono voluti quattro anni di indagini della procura distrettuale di Manhattan per arrivare ad appurare l’illegalità dell’esportazione e della vendita. Nel 2017 le autorità americane hanno infine emesso una sentenza di restituzione all’Italia del prezioso reperto. Lo scorso 11 marzo, in una cerimonia ufficiale alla presenza del Direttore Massimo Osanna, il Mosaico di Nemi è finalmente tornato nella sua legittima collocazione.

“È un evento importantissimo per il territorio - spiega il sindaco di Nemi Alberto Bertucci - Con l'aiuto di Massimo Osanna capo della direzione Musei del Ministero della Cultura, il mosaico avrà la giusta collocazione in una esposizione permanente al Museo delle Navi Romane di Nemi. Una notizia eclatante non solo per gli addetti ai lavori, ma anche un investimento sul turismo e sul patrimonio storico e archeologico.”

Veduta della ricostruzione in scala 1:5 dello scafo della nave. Ph. M. Massaroni - DRM-Lazio

Il Museo delle Navi Romane

Costruito tra il 1933 e il 1939, il Museo delle Navi Romane nacque per ospitare i due imponenti scafi (m. 71,30 x 20 e m. 73 x 24) dragati dal lago di Nemi. Entrambe le imbarcazioni sono purtroppo andate distrutte nell’incendio scoppiato nel 1944. Dopo alterne vicende, il Museo Nemorense ha finalmente riaperto nel 1988 con un nuovo allestimento.

Nell’ala sinistra sono esposti alcuni materiali recuperati (tegole bronzee, due ancore, attrezzature di bordo) e sono collocati due modelli delle navi in scala 1:5 e l’aposticcio di poppa della prima nave in scala al vero su cui sono state posizionate delle copie bronzee di cassette dalle protomi ferine. L’ala destra è invece dedicata alla storia della popolazione del territorio albano in età repubblicana e imperiale dove sono esposti i materiali votivi provenienti dai luoghi di culto del territorio, tra cui quelli del Santuario di Diana Nemorense.

Veduta dell’aposticcio della prima nave ricostruito in scala 1:1. Ph. M. Massaroni - DRM-Lazio


Civita Giuliana: ecco il carro cerimoniale dalla Villa suburbana

Ecco il Carro di Civita Giuliana, reperto straordinario dalla villa suburbana.

Siamo a 700 metri a nord fuori dalle mura di Pompei, in una villa sottratta a scavi clandestini grazie ad un accordo siglato tra Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

L’ultima attività di scavo ha portato al rinvenimento di un reperto unico e straordinario: un grande carro cerimoniale a quattro ruote con elementi in ferro, bellissime decorazioni in bronzo e stagno, resti lignei mineralizzati, impronte di elementi organici con resti di corde e di decorazioni vegetali.

Carro di Civita Giuliana.
Foto del Parco archeologico di Pompei

Il luogo del ritrovamento è antistante alla stalla che già nel 2018 aveva portato alla luce i resti di tre equidi, uno di questi con bardature da parata. L’eccezionalità della scoperta non può riferirsi solamente alla bellezza dell’oggetto in se, ma alla possibilità di ricostruire la storia della villa di Civita Giuliana, dei suoi abitanti e del momento della sua distruzione, causata come per il resto del territorio vesuviano dall’eruzione del 79 d.C.

Carro di Civita Giuliana, restauro. Foto del Parco archeologico di Pompei

Il progetto di scavo ha avuto il grande merito di interrompere le attività clandestine che attraverso tunnel e scavi hanno violato gli ambienti della villa e disperso una documentazione archeologica indispensabile per la conoscenza della villa stessa e del suo territorio. Le attività di ricerca si sono anche accompagnate, con il procedere dello scavo, alla messa in sicurezza e al restauro di quanto emerso con la collaborazione di un team interdisciplinare formato da diverse figure professionali tra cui archeologi, architetti, ingegneri, rilevatori, restauratori, vulcanologi, antropologi e archeobotanici.

Dal punto di vista tecnico lo scavo ha raggiunto i sei metri di profondità rispetto al piano stradale; il carro è stato ritrovato in un ambiente che faceva parte di un portico a due piani aperto su una corte scoperta e tale ambiente risultava coperto da un solaio ligneo che ancora presentava l’ordito delle travi. Successive analisi archeobotaniche del legno hanno anche mostrato l’essenza utilizzata per il solaio, il legno di quercia decidua, un legno spesso utilizzato in epoca romana per gli elementi strutturali.

Solaio, ambiente del carro di Civita Giuliana.
Foto del Parco archeologico di Pompei

Solo dopo il  consolidamento del solaio e la sua attenta rimozione è stato possibile proseguire le indagini che hanno portato, sotto il materiale vulcanico, all’individuazione di un elemento di ferro quale primo elemento del carro cerimoniale di Civita che fortunatamente si è conservato in maniera quasi intatta nonostante i crolli e i cunicoli dei tombaroli che lo hanno solo lambito senza danneggiarlo.

Carro di Civita Giuliana cerimoniale parata
Carro di Civita Giuliana. Foto ®luigispina

La fragilità del carro ha costretto gli archeologi e i restauratori a intervenire con grande attenzione e perizia; un microscavo condotto dai restauratori del parco, specializzati nel trattamento dei legni e dei metalli, si è accompagnato alla colatura di gesso nelle cavità lasciate dal materiale organico permettendo di identificare alcune parti del veicolo come il timone e il panchetto con impronte di funi e cordami.

Carro di Civita Giuliana cerimoniale parata
Carro di Civita Giuliana. Foto ®Luigi Spina

La coltre di cinerite ha conservato le dimensioni originarie del carro e le sue singole parti; la sua struttura si compone di quattro alte ruote in ferro che sostengono un leggero cassone su cui era prevista la seduta contornata da braccioli e schienali metallici per una o due persone. La decorazione del cassone è molto ricca e articolata con lamine bronzee intagliate alternate a pannelli lignei dipinti in rosso e nero; sul retro la decorazione è terminata da una successione di medaglioni in bronzo e stagno con scene figurate, incastonati nelle stesse lamine bronzee e contornati da rilievi con scene a sfondo erotico. Altri medaglioni di minori dimensioni e sempre in stagno presentano amorini impegnati in diverse attività. Una piccola erma femminile con corona, di bronzo, arricchisce la parte inferiore del carro.

Carro di Civita Giuliana cerimoniale parata
Carro di Civita Giuliana. Foto ®Luigi Spina

L’esemplare ritrovato a Civita rappresenta un vero e proprio unicum in Italia, non solo per lo stato di conservazione ma anche perché non si tratta di un carro destinato per il trasporto dei prodotti agricoli e per le merci come i celebri esempi ritrovati nella Casa del Menandro a Pompei e nella Villa Arianna a Stabia; si tratterebbe, piuttosto, di un Pilentum, cioè di un veicolo da trasporto usato nel mondo romano in contesti cerimoniali.

Considerata l’estrema fragilità del carro di Civita e il rischio di un nuovo intervento dei tombaroli il team del Parco archeologico di Pompei, terminato lo scavo, ha trasportato i vari elementi del carro nei laboratori di Pompei dove i restauratori stanno procedendo a rimuovere il materiale vulcanico che ancora ingloba alcuni suoi elementi e a iniziarne i lavori di restauro e ricostruzione.

Carro di Civita Giuliana, restauro. Foto del Parco archeologico di Pompei

I lavori di scavo sono stati sistematicamente documentati anche attraverso le nuove tecnologie come il rilievo con laser scanner.

La prima stagione di scavi della villa di Civita ha portato in luce una struttura a pianta rettangolare in opus reticulatum su due piani e con cinque ambienti tutti interessati dal crollo delle tegole del tetto e del pavimento del piano superiore di cui è rimasta traccia solo nelle orditure delle travi. Uno degli ambienti ha permesso la realizzazione dei calchi in gesso di due arredi mentre un altro ambiente è quello che ha fatto emergere i resti dei tre equidi, adiacente a quello dove è stato ritrovato il carro. La bardatura di uno dei cavalli, con morso e briglie in ferro ed elementi decorativi in bronzo forse applicati su elementi di cuoio, potrebbe ricondurre ad animali utilizzati durante le cerimonie; anche per questo, sulla base delle notizie tramandate dalle fonti e dai pochi riscontri archeologici, il carro di Civita può essere identificato come un Pilentum.

Carro di Civita Giuliana cerimoniale parata
Carro di Civita. Foto ®Luigi Spina

E’ una scoperta straordinaria per l'avanzamento della conoscenza del mondo antico. – dichiara Massimo Osanna, Direttore uscente del Parco archeologico - A Pompei sono stati ritrovati in passato veicoli per il trasporto, come quello della casa del Menandro, o i due carri rinvenuti a Villa Arianna (uno dei quali si può ammirare nel nuovo Antiquarium stabiano), ma niente di simile al carro di Civita Giuliana.

Si tratta infatti di un carro cerimoniale, probabilmente il Pilentum noto dalle fonti, utilizzato non per gli usi quotidiani o i trasporti agricoli, ma per accompagnare momenti festivi della comunità, parate e processioni. Mai emerso dal suolo italiano, il tipo di carro trova confronti con reperti rinvenuti una quindicina di anni fa all’interno di un tumulo funerario della Tracia (nella Grecia settentrionale, al confine con la Bulgaria). Uno dei carri traci è particolarmente vicino al nostro anche se privo delle straordinarie decorazioni figurate che accompagnano il reperto pompeiano.

Le scene dei medaglioni che impreziosiscono il retro del carro rimandano all'eros (Satiri e ninfe), mentre le numerose borchie presentano eroti. Considerato che le fonti antiche alludono all’uso del Pilentum da parte di sacerdotesse e signore, non si esclude che potesse trattarsi di un carro usato per rituali legati al matrimonio, per condurre la sposa nel nuovo focolare domestico.

Se l’intera operazione non fosse stata avviata grazie alla sinergia con la Procura di Torre Annunziata, con la quale è stato sottoscritto un protocollo di intesa per il contrasto al fenomeno criminale di saccheggio dei siti archeologici e di traffico dei reperti e opere d’arte, avremmo perso documenti straordinari per la conoscenza del mondo antico”.


Pompei 79 d.C. Una storia romana in mostra al Colosseo

Pompei 79 d.C. Una Storia romana è la nuova mostra inaugurata al secondo ordine del Colosseo in cui si cerca di indagare il rapporto, fino ad ora inesplorato, fra le due realtà archeologiche più famose del panorama italiano, in un arco cronologico che va dalla seconda guerra sannitica all'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

L’esposizione vuole inoltre omaggiare un grande studioso e archeologo italiano recentemente scomparso, Mario Torelli, eccellente conoscitore del mondo antico  ma anche intellettuale impegnato che tanto ha trasmesso ai suoi allievi puntando sempre verso un’ottica interdisciplinare e senza frontiere.

Pompei 79 Foto: Alessia Cacciarelli

Pompei 79 d.C. Una storia romana si inserisce in un percorso già avviato che ha portato il Parco archeologico di Pompei al dialogo spesso con altre culture che in qualche modo hanno intrecciato la storia della città vesuviana. Egitto, Greci, Etruschi fino alla storia più recente di Pompei che dal Settecento in poi ha segnato moda, arte e cultura europea.

Le circa 100 opere accuratamente selezionate per la mostra dalla forte identità visiva affidata a Lorenzo Mattotti e con il progetto di allestimento e grafico a cura di Maurizio Di Puolo, illustrano in maniera emblematica il dialogo tra i due centri, facendo emergere il progressivo allineamento di Pompei ai modelli culturali che si impongono a Roma nel corso della formazione del suo dominio mediterraneo.

La mostra è suddivisa in tre grandi sezioni: la fase dell’alleanza, la fase della colonia romana, il declino e la fine, intervallate da intermezzi dedicati a due momenti cruciali che hanno segnato la lunga storia di Pompei: l’assedio romano dell’89 a.C. e il terremoto del 62 d.C.

Pompei-Roma. Foto: Alessia Cacciarelli

Quando Pompei “incrocia” Roma

Le fonti letterarie ricordano Pompei per la prima volta in occasione di alcuni scontri avvenuti tra Roma e Sanniti proprio durante il secondo scontro fra queste due potenze. Ma il secolo d’oro di Pompei si ha a partire dalla fine della guerra Annibalica quando la città sarà interessata da un boom demografico non indifferente. Non si tratta di un fenomeno isolato, ma interesserà tutto il II a.C., con un picco massimo soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo. In città soprattutto, ci sarà una intensa e sistematica occupazione di quartieri e di ristrutturazioni di edifici in aree già occupate precedentemente, ma soprattutto vi sarà un trasferimento di residenti dell’agro verso la città e la costruzione di ville. Da questo momento, Pompei si troverà al centro di intensi scambi commerciali e umani, in particolare di cittadini italici che, intuendo le potenzialità geografiche del sito, utilizzeranno la città come scalo per i traffici marittimi.

Pompei 79. Foto: Alessia Cacciarelli

Da un’iscrizione ritrovata all’interno del Tempio di Apollo, sono emersi anche i rapporti tra Pompei e Roma, in particolare con un suo personaggio, quel Lucio Mummio che nel 146 a.C. aveva conquistato e distrutto Corinto e che a Pompei aveva donato degli oggetti preziosi per beneficiarla dell’aiuto apportato alla causa romana in Oriente. Si può ritenere certa, quindi, la partecipazione di Pompei alla guerra attraverso l’invio di denaro e di truppe. In questa cornice di grande sviluppo urbanistico ed economico, molto forti sembrano essere anche gli scambi con l’Egitto, sottolineati dalla costruzione in città di un Iseo. Il culto orientale che ebbe più presa in città fu quello della dea egiziana Iside che contò numerosi adepti anche tra i ceti più elevati. L’inserimento di Pompei nel più ampio scenario della politica romana, non ebbe però solo riscontri positivi. Allo scoppio della guerra sociale, Pompei e la vicina Stabiae furono tra le città insorte contro Roma per il diniego, da parte del Senato, dell’acquisizione della cittadinanza romana.

Pompei 79. Foto: Alessia Cacciarelli

La reazione della grande potenza non si fece attendere tanto che le fonti ricordano la presenza dell’esercito romano fuori le mura della città e del cui assedio, ancora oggi, numerosi sono i segni dei “bombardamenti” delle macchine da guerra sillane nei punti più esposti della cinta muraria della città. Pompei, infatti, nel corso della prima guerra civile romana aveva aderito al partito filo mariano che aveva avuto particolari consensi soprattutto nei ranghi delle città insorte durante la Guerra Sociale. Purtroppo gli esiti di questo schieramento furono disastrosi per la città e portarono nell’80 a.C. alla privazione del suo statuto di municipium e alla deduzione in colonia con il nome di Colonia Veneria Cornelia Pompeianorum con l’insediamento in pianta stabile di veterani dell’esercito sillano costituito da non meno di 2000 capifamiglia. Deductor della colonia fu Publio Cornelio Silla, nipote del dittatore, la cui operazione fu coadiuvata dall’intervento di due importanti personaggi, M. Porcius e C. Quintus Valgus, quest’ultimo ricordato da Cicerone come uno degli uomini più potenti e influenti della Campania.

Affresco con scena di rissa fra pompeiani e nocerini nell’anfiteatro di Pompei, 59-79 d.C.; da Pompei, Casa della
Rissa nell’Anfiteatro, peristilio (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 8991)
Crediti: su concessione del Ministero per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo / Museo Archeologico Nazionale,
Napoli, fotografia di Luigi Spina

L’annalistica romana, in particolare Tacito, tornò ad occuparsi della città per un episodio che accadde nel 59 d.C. relativamente alla squalifica dell’anfiteatro per dieci anni imposta dall’imperatore Nerone. Durante uno spettacolo con gladiatori organizzato dal pompeiano Livineius Regulus, un personaggio piuttosto conosciuto per essere stato espulso dal Senato di Roma probabilmente sotto Claudio, scoppiò una sanguinosa rissa tra gli abitanti locali e i Nocerini venuti per l’occasione. In un crescendo di inaudita violenza, dalle ingiurie verbali si passò presto alle sassate e ad uno vero e proprio scontro armato nel quale i Nocerini ebbero la peggio. La rissa, illustrata anche da uno spettacolare dipinto rinvenuto in una domus e oggi conservato al Museo Archeologico di Napoli, celava sicuramente motivazioni più profonde rispetto alle rivalità tra tifoserie, relative a malcontenti politici e tensioni di lunga data. Una possibile motivazione è stata ricondotta nell’elevazione di Nocera nel 57 d.C. al rango di colonia, fatto che aveva sicuramente onorato la città, ma aveva posto fine alle speranze di Pompei di poter acquisire il controllo sui territori una volta appartenuti a Stabiae e forse causato anche un ridimensionamento territoriale della città a vantaggio di Nocera.

Il Senato romano, chiamato a deliberare sul caso, decise di vietare i giochi all’anfiteatro (prohibiti publice in decem annos eius modi coetu Pompeiani), di sciogliere le associazioni illegali (collegia, quae contra leges institueran, dissoluta) e di esiliare Livineius quale istigatore dello scontro. Altro avvenimento accaduto pochi anni dopo, esattamente il 5 febbraio del 62 d.C., un terribile terremoto che devastò buona parte della Campania ed ebbe effettivi altamente distruttivi soprattutto su Pompei ed Ercolano. La cronologia viene fornita da Tacito e gli eventi sono narrati anche da Seneca nel sesto libro delle Questioni naturali dedicato all’amico Lucilio, nativo proprio di Pompei, che possedeva una villa nei dintorni della città.

Parete in stucco policromo, 62-79 d.C.; da Pompei, Casa di Meleagro, tablino 8, parete est (Napoli, Museo Archeologico
Nazionale, inv. 9595) Crediti: su concessione del Ministero per i Beni e le attività Culturali e per il Turismo / Museo Archeologico Nazionale, Napoli, fotografia di Luigi Spina

La storia archeologica e le sue preziose testimonianze materiali e artistiche esposte nelle diverse sezioni della mostra, sono testimoni del rapporto intercorso spesso tra le due città sia in ambito socio-politico sia culturale. Il territorio vesuviano, dapprima sotto l’influenza sannitica e poi romana, risulta in entrambe le situazioni sostanzialmente dipendente da Roma, seppur nel primo caso non formalmente.

La mostra Pompei 79 d.C. Una storia romana - scrive Alfonsina Russo, Direttore del Parco Archeologico del Colosseo - intende rimarcare, attraverso le testimonianze materiali, il ruolo rivestito dalla città vesuviana nella compagine storica e artistica dell’impero romano, in un contesto lungi dall’essere considerato un ininfluente suburbio di periferia, ma più propriamente una realtà ben caratterizzata e all’altezza della capitale. La rigorosa impostazione della mostra si deve a Mario Torelli, che con grande entusiasmo e sconfinata passione aveva accettato di curarla con l’intento di contribuire con la sua immensa cultura a una rilettura dei rapporti tra Roma e Pompei anche alla luce delle più recenti scoperte archeologiche effettuate nella città vesuviana. La sua recente scomparsa gli impedirà di vedere compiutamente realizzato il suo ultimo progetto scientifico. A lui un pensiero di viva gratitudine non solo per averci accompagnato e guidato nel progettare e realizzare questa esposizione, ma soprattutto per averci trasmesso la grande responsabilità di coloro che operano per tutelare il patrimonio culturale e per rendere tutti i cittadini pienamente consapevoli della sua importanza, quale valore identitario ed elemento significativo di coesione sociale, nell’ambito di una stretta e imprescindibile relazione tra cultura e impegno civile.

Conclude il percorso la tragica eruzione del 79 d.C. quando Pompei venne sepolta da ceneri e lapilli e Roma continua la sua ascesa espandendosi sempre più sulla cartina geografica.  Ma questa è un'altra storia.


Pompei 79. Locandina

Info mostra: https://parcocolosseo.it/evento/al-colosseo-la-mostra-pompei-79-d-c-una-storia-romana/


Nuova vita per l'Antiquarium di Pompei

L’Antiquarium di Pompei riapre e racconta, grazie agli straordinari reperti, la storia della città dall’età sannitica  (IV secolo a.C.) e fino all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. con un focus particolare sui rapporti con l’Urbe, Roma.

Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

Nell’immaginario collettivo, l’Antiquarium di Pompei è uno dei luoghi simbolo della città ed è legato in particolare a due grandi personaggi della storia del sito, Fiorelli e Maiuri. La sua storia comincia nel lontano 1873-1874 quando l’allora direttore degli scavi Giuseppe Fiorelli lo fece realizzare nella sottostante terrazza del tempio di Venere con affaccio verso Porta Marina per ospitare una serie di reperti maggiormente rappresentativi della vita quotidiana di Pompei, oltre alcuni calchi delle vittime dell’eruzione del 79 d.C.

Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

Maiuri lo ampliò nel 1926 aggiungendo grandi mappe con aggiornamenti sugli scavi dal 1748 in poi , inserendo in esposizione nuovi reperti provenienti da Villa Pisanella a Boscoreale e dagli scavi di Via dell’Abbondanza, creando così, ante litteram, un vero e proprio percorso per guidare i visitatori nella storia di Pompei dalle origini all’eruzione.

Ricordiamo però che a devastare Pompei non fu solo il terribile vulcano, ma grossi danni la città li subì anche durante la seconda guerra mondiale nel settembre del 1943 e solo grazie all’intervento dello stesso Maiuri l’Antiquarium poté riaprire il 13 giugno del 1948 in occasione della celebrazione del secondo centenario degli scavi di Pompei. Danneggiato nuovamente durante il terremoto del 1980, solo nel 2010 venne interessato da una ristrutturazione con la realizzazione di alcuni allestimenti virtuali, ma non aprì mai al pubblico. Solo nel 2016 fu possibile una nuova riapertura con sale dedicate ad esposizioni permanenti.

Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

Il nuovo riallestimento curato dal Parco Archeologico di Pompei con Electa Editore si avvale anche del supporto di COR arquitectos & Flavia Chiaravoli che hanno pensato ad uno spazio fortemente immerso nella luce con rimandi all’idea primigenia pensata da Amedeo Maiuri. Grazie al recupero dello spazio delle gallerie originali e al restauro delle vetrine espositive risalenti agli anni ’50, l’Antiquarium rinnova ma conserva in se tutte le caratteristiche museali e di introduzione alla visita del sito di Pompei.

Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

Immenso è il patrimonio archeologico che racconta e accompagna la storia della città antica. Affreschi provenienti dalle domus più ricche e grandi della città, come la Casa del Bracciale d’oro, o gli argenti del sito di Moregine o il triclinio della Casa del Menandro. Grande attesa anche per i reperti di recente rinvenimento come i frammenti di stucco in I stile delle fauces della Casa di Orione o il tesoro di amuleti proveniente da una cassetta della Casa con Giardino, fino agli ultimi calchi delle vittime provenienti dalla villa rustica della vicina Civita Giuliana.

Antiquarium di Pompei
Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

La sequenza espositiva narra la storia di Pompei dalle origini fino all’eruzione che ne decretò la fine e, al tempo stesso, l’immortalità, grazie al lavoro di riscoperta che da decenni continua a stupire ricercatori e visitatori.

Antiquarium di Pompei
Antiquarium di Pompei. Foto Nicola Meluziis

La sequenza di 12 sale espositive suddivise nelle sezioni: Prima di Roma, Roma vs Pompei, Pompeis difficile est, Tota Italia, Hic habitat felicitas, A fundamentis reficere, L’ultimo giorno, racconta la storia di Pompei, ma anche le imprese degli studiosi, dei ricercatori, di un eroe dell’archeologia come Amedeo Maiuri (1886 – 1963) che lavorò negli scavi e organizzò, nel secondo dopoguerra l’esposizione dei reperti, dei calchi delle vittime, degli oggetti di quotidianità, della statuaria.

Antiquarium di Pompei
Foto: Pompei Parco Archeologico

Ad accompagnare il visitatore anche una guida edita da Electa curata da Massimo Osanna, Fabrizio Pesando e Luana Toniolo in edizione bilingue italiano/inglese.

 

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Pompei. Si restaurano le colonne della Casa del Fauno

Dopo anni di vicende travagliate si procede al restauro delle colonne dell’atrio secondario della Casa del Fauno, una delle abitazioni più grandi e sontuose della città antica situata nella Regio VI, 12. 1-8. La domus che risulta essere fra le case più sontuose dell’intera città, occupa un intero isolato e si estende all’incirca su un’area di 3.000mq. L’abitazione nelle forme attualmente visibili è il risultato di due fasi costruttive risalenti al II sec. a.C.

La sua fama si deve al ritrovamento del mosaico di Alessandro in battaglia ad Isso contro Dario III di Persia che consta di circa 1 milione e mezzo di tessere e risulta essere una copia di un celebre dipinto realizzato dal pittore greco Filosseno di Eretria. Probabilmente i proprietari della domus dovevano avere rapporti con un atelier di origine alessandrina che si occupò anche dell’esecuzione dei restanti mosaici della casa, mentre una tesi poco accreditata vuole il mosaico un originale alessandrino saccheggiato dalla Grecia e portato a Roma.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

La casa del Fauno è stata colpita durante i bombardamenti aerei del settembre 1943 e ha subito numerosi danni. Due bombe precipitarono sull’abitazione e una di queste colpì l’atrio che conduceva alla zona privata della casa radendo al suolo tre delle quattro colonne corinzie in tufo dell’atrio.

Nel 1946 si procedette alla ricostruzione di queste secondo gli usi dell’epoca, utilizzando grappe in ferro e malte cementizie che successivamente non si rivelarono materiali idonei ai fini della conservazione. Anche nel 1980, successivamente al disastroso terremoto, furono effettuati lavori di conservazione sulle colonne ma anche questi procedimenti si rivelarono estremamente dannosi.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

I recenti lavori di restauro hanno permesso di recuperare in maniera integrale l’atrio tetrastilo intervenendo con procedure idonee secondo i dettami del restauro dell’antico e del moderno. Sono dunque stati rimossi tutti quegli elementi non più idonei e che anzi nel tempo avrebbero causato ulteriori danni alla conservazione (elementi metallici, stuccature cementizie e  malte di restauro non più capaci  di sostenere le varie parti) per sostituirli con nuovi materiali di restauro più stabili e duraturi. Su tutte le colonne, infine, per salvaguardare i materiali originali in pietra, stucco ed intonaco (già consumati dal vento e dalle piogge) sono state eseguite operazioni di pulitura, trattamento biocida, stuccatura, consolidamento, protezione.

colonne Casa del Fauno
Restauro delle colonne della Casa del Fauno. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Si tratta di un importante intervento, atteso da anni – dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale ad interim del Parco archeologico - che consente di restituire alla pubblica fruizione un altro ambiente di questa prestigiosa dimora, che reca in sé la testimonianza di un capitolo drammatico di Pompei, quello del bombardamento. Come testimoniato anche dai resti degli ordigni conservati, allo scopo, nell’atrio. Un intervento complesso di consolidamento, che ha inteso risolvere in maniera radicale il restauro delle colonne per lunghi anni lasciate in condizioni conservative precarie. Ma anche una operazione di riqualificazione e di recupero estetico, realizzata uniformando e integrando i materiali di restauro. “

https://www.youtube.com/watch?v=dL06lscdaLs&feature=youtu.be

 

 


Pompei la città viva

"Pompei - La città viva", il primo podcast dedicato al Parco

da oggi 8 gennaio 2021 si può ascoltare

POMPEI - La città viva
episodio 1

il primo podcast dedicato al Parco Archeologico di Pompei

Pompei La città viva
"Pompei è la città morta più viva che mai..."
"Pompei è un pilastro della nostra cultura e della nostra memoria..."
"Pompei è un mondo ed è anche il mio mondo..."
"Pompei continua a stupirci e lo farà sempre..."

Pompei. La città viva è un podcast prodotto da Piano P, piattaforma italiana dei podcast giornalistici, per il Parco Archeologico di Pompei, in collaborazione con Electa, in occasione della prossima riapertura al pubblico dell'Antiquarium di Pompei.

Sei episodi, condotti da Carlo Annese, nei quali ventisei tra accademici, archeologi, artisti e scrittori, insieme al direttore Massimo Osanna, raccontano la storia e l'evoluzione di una delle più grandi ricchezze del patrimonio italiano: dalla tragica eruzione del Vesuvio che nel 79 dopo Cristo fece scomparire una città intera sotto una coltre di cenere e lapilli alla scoperta casuale che diede inizio agli scavi nel 1748, fino all'ultimo straordinario rilancio del Parco Archeologico.
Valeria Parrella, Pappi Corsicato, Catharine Edwards, Maurizio De Giovanni, Andrea Marcolongo e molti altri contribuiscono a ricostruire la vita quotidiana, le arti e i costumi della città antica – dal cibo all'erotismo, dall'architettura delle domus ai giardini – mettendoli in relazione con i nostri tempi. Insieme a Cesare De Seta e Anna Ottani Cavina analizzano l'influenza che Pompei ha esercitato sulla cultura degli ultimi tre secoli, dal pensiero illuminista sulla catastrofe alla fascinazione dei viaggiatori romantici del Grand Tour fino ai best-seller sugli ultimi giorni prima della tragedia. E con Maria Pace Ottieri scoprono innumerevoli punti di contatto con la realtà di oggi, a cominciare dal rischio che corrono i 700.000 abitanti dei sette Comuni dell'area vesuviana. «Quelle rovine ci dicono che siamo sostanzialmente gli stessi», dice il popolare scrittore napoletano Maurizio De Giovanni. «Quella città, con i suoi mercati e le sue case, con la sua divisione tra una borghesia commerciale e i suburbi popolari, ricalca nella stessa identica maniera quella che sarebbe oggi la città, se la si fotografasse in una situazione simile. E speriamo che non avvenga mai».

La serie prevede 6 episodi, con uscita settimanale dall'8 gennaio 2021. Gli episodi saranno disponibili all’ascolto su Spotify, Spreaker, Apple Podcast e su tutte le principali app gratuite per l’ascolto dei Podcast.

Sommario degli episodi
Episodio 1. Il museo vivente
Episodio 2. Vivere a Pompei: dall'arte allo street food
Episodio 3. Cinquantamila volte Hiroshima
Episodio 4. I volti della ricerca
Episodio 5. La città dell'amore
Episodio 6. Dal Grand Tour a Lonely Planet

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CREDITI
Autori dei testi: Carlo Annese, Enrico Racca, Lucia Stipari; Speaker: Matteo Alì, Arianna Granata; Illustrazione della cover: Joey Guidone; Musiche originali: Nicola Scardicchio, Michele Bozzi, flauto; Antonella Pecoraro, Arpista, arpa; Montaggio e post-produzione: Giacomo Qualcuno; Editing: Giulia Pacchiarini.

Il link al podcast: https://open.spotify.com/show/6GckvNCGB1vFctfjEUtUPh

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Parco Archeologico di Pompei.

Termopolio Regio V Pompei

Il Termopolio della Regio V. Dagli scavi nuovi dati per la ricerca

Lo scavo del Termopolio della Regio V, non solo scoperta straordinaria ma anche importante fonte per la ricerca e le abitudini dei pompeiani.

La Regio V di Pompei ha permesso nel corso di questi ultimi anni di apportare ulteriori conoscenze all’archeologia e alla storia della città antica, consentendo a studiosi di varia formazione, interessanti informazioni da aggiungere ad una storia che oramai si intendeva quasi del tutto conosciuta.

Già con il Grande Progetto Pompei si era potuto lavorare sulla messa in sicurezza dei fronti di scavo con la possibilità, il più delle volte, di approfondire ulteriormente le indagini. È il caso del termopolio individuato nel 2019, scavato in parte e solo recentemente portato interamente alla luce, ubicato nello slargo all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi.

Termopolio Regio V Pompei
Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Dal primo scavo parziale erano emerse le decorazioni del bancone che presentano una bella Nereide a cavallo in ambiente marino e sul lato più corto forse una scena rappresentante la bottega stessa con tanto di anfore dipinte che poi sono riemerse davanti al bancone al momento dello scavo.

Le ulteriori analisi stratigrafiche hanno portato alla messa in luce di altre scene di natura morta, frammenti ossei pertinenti ad animali probabilmente macellati nella bottega e altri rinvenuti all’interno di recipienti ricavati nello spessore del bancone e contenenti cibi destinati alla vendita.

Anche una iscrizione burlesca emerge dai lapilli: “Nicia cinede cacator” si legge sulla cornice che racchiude il dipinto di un cane al guinzaglio; forse il nome di un liberto greco preso in giro da qualcuno, certamente non l’unica iscrizione spinta che si può leggere sui muri di Pompei!

Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Ma queste non sono le uniche novità dagli scavi. Interessante anche il ritrovamento di ossa umane sconvolte da scavi clandestini realizzati nel corso del XVII secolo. Secondo l’antropologa del Parco, alcune di queste sono pertinenti ad un individuo sulla cinquantina che al momento dell’arrivo della corrente piroclastica doveva trovarsi posizionato su un lettino o una branda, come testimonierebbe il vano per l’alloggiamento del giaciglio e anche la presenza di chiodi e residui di legno rinvenuti al di sotto dei resti.

Altri resti ossei, rinvenuti all’interno di un grande dolio, forse riposti lì dai primi scavatori, verranno studiati successivamente assieme a tutto il materiale organico trovato nello scavo in collaborazione con università e dipartimenti in convenzione che permetteranno di affinare sempre più i dati a disposizione per la conoscenza del termopolio della Regio V.

Termopolio Regio V Pompei
Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

 

Con un lavoro di squadra, che ha richiesto norme legislative e qualità delle persone, oggi Pompei è indicata nel mondo come un esempio di tutela e gestione, tornando a essere uno dei luoghi più visitati in Italia in cui si fa ricerca, si continua a scavare e si fanno scoperte straordinarie come questa”.

Così il Ministro per i beni e per le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, ha commentato le nuove scoperte della regio V negli scavi di Pompei.

Oltre a trattarsi di un’ulteriore testimonianza della vita quotidiana a Pompei, le possibilità di analisi di questo Termopolio sono eccezionali, perché per la prima volta si è scavato un intero ambiente con metodologie e tecnologie all’avanguardia che stanno restituendo dati inediti", dichiara Massimo Osanna,  Direttore Generale ad interim del Parco archeologico di Pompei. "All’opera è un team interdisciplinare composto da un antropologo fisico, archeologo, archeobotanico, archeozoologo, geologo, vulcanologo: alle analisi già effettuate in situ a Pompei saranno affiancate ulteriori a analisi chimiche in laboratorio per comprendere i contenuti dei dolia  (contenitori in terracotta)”.

Termopolio Regio V Pompei
Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Altre analisi condotte dalla funzionaria antropologa del Parco di Pompei confermano, almeno in parte, che le pitture presenti sul bancone fossero una trasposizione artistica di ciò che era venduto nel termopolio della V.

Tra i dipinti infatti  vi sono raffigurate due anatre germane ed effettivamente un frammento osseo di anatra è stato rinvenuto all’interno di uno dei contenitori, assieme a resti di suino, di caprovini, pesce e lumache di terra, preziosa testimonianza della dieta e dell’alimentazione degli abitanti di Pompei.

Anche le indagini archeobotaniche hanno fornito dati interessanti. Frammenti di quercia caducifoglie, forse pertinente ad elementi strutturali del bancone e soprattutto residui di fave intenzionalmente macinate trovate sul fondo di un dolio che doveva contenere vino trovano confronti con un’usanza che arriva direttamente da Apicio nel suo De Re Coquinaria (1,5) in cui si dice che le fave frammentate venivano usate per modificare il gusto e il colore del vino.

Termopolio Regio V. Foto ©Luigi Spina

Anche un cane ha trovato la morte all’interno dell’esercizio commerciale. Non si tratta di un cane grosso come quello dipinto sul bancone tra le tante pitture, ma un esemplare di piccola taglia di età adulta.

Oltre a resti organici, nella bottega è emerso diverso materiale da dispensa e da trasporto, nove anfore, una patera di bronzo e altra ceramica comune da mensa.

I termopolia, il cui nome in greco ( comp. del gr. ϑερμός «caldo» e πωλέω «vendere») indicava un esercizio in cui si servivano bevande e pasti caldi, erano molto diffusi nelle città romane dove era abitudine consumare il pasto principale, il prandium, fuori casa. Nella sola Pompei se ne contano 80 ma nessuno di questi presenta un bancone dipinto come quello ritrovato nella regio V.


Da Civita Giuliana due nuove vittime dell'eruzione del 79 d.C.

A Civita Giuliana la scoperta dei resti di due antichi pompeiani travolti dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e da cui sono stati tratti i calchi in gesso dei corpi, perfezionando così la tecnica inventata e sperimentata per la prima volta nell'Ottocento dall’allora direttore del sito vesuviano Giuseppe Fiorelli.

"La più fortunata delle sue invenzioni fu la immagine autentica che diede della catastrofe vesuviana, colando nel masso di cenere che copriva gli scheletri il gesso liquido, per cui questi rivivono nelle forme e nelle contrazioni della loro agoniadiceva Gaetano De Petra, uno dei suoi successori.

A 700 metri a nord ovest da Pompei, già precedenti scavi avevano dato testimonianza della ricchezza di una villa rustica, in parte indagata agli inizi del ‘900 e solo recentemente oggetto di scavi stratigrafici da parte del Parco Archeologico di Pompei dove, in alcuni ambienti non residenziali, erano emersi resti di tre cavalli bardati  da cui è stato possibile ricavarne un calco.

Civita resti pompeiani
Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

Nonostante la chiusura al pubblico, le indagini archeologiche nei siti afferenti il Parco sono continuate ed è proprio di poche settimane fa il ritrovamento dei resti di due antichi pompeiani che morirono durante l’eruzione. Grazie all’affinamento della tecnica calcografica, che consiste nella colatura di gesso liquido nelle cavità lasciate dai corpi (ma è anche tecnica utilizzata con altri materiali organici) che si erano decomposti all’interno del materiale vulcanico, oggi ci viene restituita l’ultima immagine di questi abitanti della città con dettagli assolutamente sorprendenti per la vividezza dei particolari del viso e dei panneggi.

Nel 1984, diversamente dalla tecnica del Fiorelli, fu realizzato il primo calco in resina eseguito su una delle vittime dell'eruzione venuta alla luce in un ambiente della Villa di Lucius Crassius Tertius di Oplontis. Quest'ultimo sistema integrava il metodo del calco in gesso con quello della fusione a cera della statuaria in bronzo, permettendo così di realizzare un calco trasparente con lo scheletro visibile e l'individuazione e il recupero di eventuali oggetti o gioielli che le vittime portavano con sè al momento della fuga.

Civita resti pompeiani
Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

I resti dei corpi della recente scoperta di Civita Giuliana sono stati individuati in un vano laterale del criptoportico, nella parte nobile della villa rustica, in uno spazio ancora da indagare in toto che presentava, secondo le prime indagini, un solaio in legno, indicato dalla presenza sui muri di alcuni fori per l’alloggio delle travi di sostegno ad un ballatoio.

L’ambiente risulta quindi obliterato da più crolli di alcune murature e sotto le quali gli archeologi hanno individuato uno spesso livello “stratigrafico” composto dalle successive correnti piroclastiche dell’eruzione del 79 d.C. I depositi che riempiono l'ambiente in cui sono state ritrovate le vittime sono interamente rappresentati da cenere grigia avente le stesse caratteristiche dei depositi cineritici in cui è stata ritrovata la maggior parte delle vittime dentro le mura di Pompei, depositi appunto della seconda e fatale corrente piroclastica.

Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

Come si è giunti all’individuazione dei resti? Gli archeologi hanno individuato, in un primo momento, la presenza di vuoti nello strato di cenere indurita e, al di sotto di questa, successivamente, sono stati intercettati i resti ossei grazie all'uso di endoscopi inseriti nelle cavità. Le operazioni di analisi degli scheletri sono state condotte dall’antropologa del Parco Archeologico di Pompei e solo dopo si è potuto procedere alla colatura di gesso liquido, secondo l’antica tecnica del Fiorelli, che ha restituito come allora questa terribile, unica e vivida immagine della morte.

Le analisi scientifiche, inoltre,  stanno cercando di chiarire anche in quale fase dell’eruzione collocare la morte dei due individui, entrambi sorpresi nella cosiddetta "seconda corrente piroclastica" che colpì Pompei e il territorio vesuviano nelle prime ore del mattino del 25 ottobre, portando a morte gli ultimi superstiti della città e del contado. Questa fase eruttiva, molto rapida e violenta, abbatté i primi piani delle case e sorprese le vittime che tentavano la fuga camminando tra la cenere, inutilmente. Il deposito sedimentato da questa corrente è una cenere grigia molto compatta e ben stratificata contenente lapilli pomicei dispersi.

Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

La prima vittima, con capo reclinato e denti ed ossa del cranio visibili, secondo le prime ipotesi, risulta essere di sesso maschile e collocabile in una fascia di età compresa tra i 18 e i 25 anni e alto all’incirca 1,56 cm. Dal calco si è potuto individuare anche il tipo di abbigliamento indossato: una corta tunica, ben visibile nel panneggio sul calco, la cui consistenza farebbe ipotizzare a fibre di lana.

La seconda vittima, invece, è stata rinvenuta in posizione diversa rispetto al giovane e rispetto ad altre vittime dell’eruzione di Pompei. Il volto è riverso nella cinerite, ad un livello più basso rispetto al corpo, e il gesso ha ricalcato perfettamente i lineamenti del mento, delle labbra e del naso, anche qui con particolari davvero impressionanti. Anche in questo caso, si suggerisce la presenza di un individuo di sesso maschile di età compresa tra i 30 e i 40 anni e con un’altezza di 1,62 cm.

Civita resti pompeiani
Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

L’abbigliamento, visibile solo attraverso l’impronta che il gesso ci ha restituito, si presenta più articolato con l’individuazione di una tunica e di un mantello.  Sotto il collo della vittima e in prossimità dello sterno, pieghe pastose lasciano intendere la presenza di un mantello di lana fermato sulla spalla sinistra. In corrispondenza della parte superiore del braccio sinistro vi è anche l’impronta di un tessuto diverso, una tunica probabilmente, che sembrerebbe essere lunga fino alla zona pelvica.

Ulteriori lavori di scavo hanno permesso l’individuazione di altri vuoti che, dopo la colatura di gesso, hanno però mostrato essere capi di abbigliamento, localizzati a poca distanza da entrambe le vittime. In particolare un calco di gesso vicino alla giovane vittima farebbe ipotizzare la presenza di un mantello di lana portato nella fuga per coprirsi dall’incessante pioggia piroclastica e già presente nell’abbigliamento di molte vittime.

Civita resti pompeiani
Civita, resti antichi pompeiani. Foto: © Luigi Spina

Uno scavo molto importante quello di Civita Giuliana – dichiara il Direttore del Parco Archeologico di Pompei Massimo Osannaperché condotto insieme alla Procura di Torre Annunziata per scongiurare gli scavi clandestini e che restituisce scoperte toccanti. Queste due vittime cercavano forse rifugio nel criptoportico, dove invece vengono travolte dalla corrente piroclastica alle 9 di mattina. Una morte per shock termico, come dimostrano anche gli arti, i piedi, le mani contratti. Una morte che per noi oggi è una fonte di conoscenza incredibile”.

Lo scrittore Luigi Settembrini aggiunge, a proposito dei calchi:

E' impossibile vedere quelle tre sformate figure, e non sentirsi commosso..Sono morti da diciotto secoli, ma sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne e de' loro panni mescolati col gesso: è il dolore della morte che riacquista corpo e figura.... Finora si è scoverto templi, case ed altri oggetti che interessano la curiosità delle persone colte, degli artisti e degli archeologi; ma ora tu, o mio Fiorelli, hai scoverto il dolore umano, e chiunque è uomo lo sente".

 

 


La conceria di Pompei sarà presto aperta al pubblico

Il processo della concia, presto sarà reso comprensibile ai visitatori del Parco grazie al riallestimento della più grande conceria fino ad ora nota. I locali dell’impianto saranno oggetto di interventi di restauro e valorizzazione, grazie alla collaborazione tra l’Unione Nazionale Industria Conciaria (UNIC) sponsor del progetto e il Parco archeologico di Pompei.

Quello tra l'Unione Nazionale Industria Conciaria e il Parco è un rapporto consolidato, che già nel 2008 ha visto l’UNIC - Concerie Italiane contribuire al restauro architettonico dell’ edificio, sponsorizzando il recupero di una parte delle aree destinate alla lavorazione delle pelli.

Conceria Pompei. Foto: Parco Archeologico di Pompei
Conceria Pompei. Foto: Parco Archeologico di Pompei

I due enti hanno poi rinnovato la loro collaborazione tramite un contratto di sponsorizzazione per il finanziamento da parte di LINEAPELLE srl, società controllata al 100% dal gruppo UNIC, di un progetto di valorizzazione, funzionale alla riapertura al pubblico del complesso della Conceria.

Il progetto è stato di recente avviato sotto la direzione operativa e scientifica del Parco, che ne ha curato anche la progettazione tramite i suoi funzionari.

Conceria Pompei. Foto: Parco Archeologico di Pompei
Conceria Pompei. Foto: Parco Archeologico di Pompei

L’impianto antico, realizzato intorno alla metà del I secolo d.C. negli spazi di un’abitazione precedente (Regio I), finì per occupare la quasi totalità dell’Insula 5. A seguito dei danni post terremoto del 62 d.C., l’attività subì importanti modifiche, più funzionali all’esercizio, e che gli conferirono l’aspetto che ad oggi si può ammirare. Le diverse operazioni di concia della pelle venivano effettuate in settori distinti.

Per esempio, il lavaggio del pellame che richiedeva l’impiego di sostanze maleodoranti veniva effettuato all’interno di dolia alimentati con acqua o addirittura lontano dal complesso, vicino alle rive del Sarno, mentre la concia vera e propria con la macerazione delle pelli avveniva all’interno di quindici vasche cilindriche conservatesi in uno degli ambienti dell’edificio.

Una volta terminati questi passaggi intermedi, le pelli venivano battute al di sotto dell’area porticata e lavorate in piccoli ambienti ad est del peristilio, divisi tra di loro da bassi muretti. Nell’edificio, inoltre, si trova anche un ampio triclinio estivo destinato ad ospitare gli ospiti del proprietario che aveva la sua residenza all’interno della sua attività.

https://www.youtube.com/watch?v=2Atq3jcPxQE

Messo in luce alla fine dell’800, la conceria fu identificata come tale in base ad importanti testimonianze epigrafiche, agli utensili ivi ritrovati, oltre che dagli apprestamenti produttivi, molto simili a quelli in uso nelle concerie medievali e moderne.

Il progetto attuale avrà come obiettivo la riapertura al pubblico e la creazione di un “museo diffuso”, esperimento già di successo in alcune domus ed edifici di Pompei e che vedrà la realizzazione di pannelli, vetrine espositive, supporti multimediali al fine di permettere al visitatore una conoscenza delle modalità di concia della pelle nel mondo antico. Il progetto, inoltre, prevede anche la risistemazione del c.d. vicolo del Conciapelle che risulta fortemente danneggiato e sconnesso a causa dei danni prodotti da una delle tante bombe che colpirono Pompei tra agosto e settembre del 1943.

Conceria Pompei. Foto: Parco Archeologico di Pompei
Conceria Pompei. Foto: Parco Archeologico di Pompei

“L’accordo tra PAP e UNIC - Concerie Italiane  è espressione di una sinergia tra pubblico e privato, oggi sempre più necessaria ad incentivare forme di tutela e di valorizzazione del patrimonio culturale. - dichiara Massimo Osanna, Direttore Generale dei Musei - Le aziende che scelgono di offrire il loro sostegno attraverso sponsorizzazioni esprimono una grande consapevolezza del valore del patrimonio culturale quale bene collettivo, e lungimiranza sulla nascita di nuovi processi che derivano dall’interazione con l’arte e la cultura.

Conceria Pompei. Foto: Parco Archeologico di Pompei
Conceria Pompei. Foto: Parco Archeologico di Pompei

 E’ per tale motivo e sulla scia di questo virtuoso esempio,  che il Parco Archeologico ha deciso di investire in questa direzione, attraverso la costituzione di un Ufficio Fundraising atto a promuovere in modo organico e strutturato la collaborazione pubblico-privato. Con  risultati attesi che vanno ben oltre il “ rapporto di collaborazione e di vicendevole utilità” come dimostrato dalla testimonianza video dell’UNIC. La sinergia pubblico-privato e il consolidamento tra le realtà imprenditoriali con la cultura del territorio di riferimento sono, infatti,  in grado di generare nuovi processi culturali e inaspettate ricadute socio-economiche. “

Foto Conceria Pompei: Courtesy of Press Office


espositivi 2021 Bargello Dante

Progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello - 700 anni dalla morte di Dante Alighieri

Il 23 settembre alle ore 10:00, nel Salone di Donatello del Museo Nazionale del Bargello, sono stati anticipati alla stampa, alla presenza del ministro dell’Università e della Ricerca, professor Gaetano Manfredi, i progetti espositivi organizzati per il 2021 dai Musei del Bargello, in occasione delle celebrazioni per i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri.

Oltre al Ministro sono intervenuti: Tommaso Sacchi, assessore alla cultura del Comune di Firenze; Massimo Osanna, Direttore Generale Musei del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo; Lugi Dei, Rettore dell’Università di Firenze; Andrea Mazzucchi, ordinario di Filologia dantesca e membro del Comitato nazionale per le celebrazioni dantesche del 2021; e Paola D’Agostino, direttore dei Musei del Bargello che ha moderato gli interventi dei relatori e presentato i curatori delle mostre programmate per il prossimo anno.

In occasione del settimo centenario dalla morte di Dante Alighieri, i Musei del Bargello e l’Università di Firenze stanno lavorando alla realizzazione di una prima mostra dedicata alla ricostruzione del rapporto tra Dante e Firenze nei decenni immediatamente successivi alla sua morte, presentandone gli attori, le iniziative, i luoghi, e i temi.

Nell’autunno del 2018 è stata, infatti, avviata una collaborazione istituzionale sottoscritta tra i Musei del Bargello e due dipartimenti dell’ateneo fiorentino, il DILEF (Dipartimento di Lettere e Filosofia) e il SAGAS (Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo), che ha portato nell’ultimo biennio a frequenti incontri tra professionalità del mondo museale e della ricerca, instaurando un serrato dialogo con esperti in ambito nazionale e internazionale, tra le istituzioni che hanno concesso i prestiti.

La Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, la Biblioteca Laurenziana e la Biblioteca Riccardiana sono tra gli enti promotori della mostra e hanno contribuito in maniera determinante, concedendo in prestito un nucleo significavo di manoscritti. L’Accademia della Crusca e l’Opificio delle Pietre Dure sono stati interlocutori istituzionali fondamentali nell’articolazione del progetto scientifico.

La mostra, dal titolo «Onorevole e antico cittadino di Firenze». Il Bargello per Dante, si svolgerà dal 23 marzo al 25 luglio 2021, e sarà curata da Luca Azzetta, Sonia Chiodo e Teresa De Robertis dell’Università di Firenze, con un comitato scientifico di esperti filologi e di storici dell’arte, composto da Andrea De Marchi, Giovanna Frosini, Andrea Mazzucchi, Marco Petoletti, e Stefano Zamponi.

Il Museo Nazionale del Bargello è punto di partenza imprescindibile per la ricostruzione del rapporto tra Dante e la sua città dopo la condanna e la morte in esilio. Al suo interno, infatti, si trova l’affresco che testimonia la sorprendente inclusione del Poeta tra le schiere degli eletti nel Paradiso. Il dipinto è stato realizzato nel 1337 dagli allievi e collaboratori di Giotto di Bondone e si trova nella Cappella del Podestà, luogo simbolo del connubio tra la giustizia degli uomini e quella divina. Si tratta di una scelta di rilievo pubblico, punto di arrivo della riappacificazione tra Firenze e il suo illustre figlio, con la quale comincia un processo di ricostruzione e invenzione della memoria. Le pitture della cappella, ma anche gli altri affreschi trecenteschi del Palazzo, costituiranno parte della mostra, volta a richiamare l’attenzione sul valore esemplare dei loro contenuti in rapporto alla funzione dell’edificio, quale sede della suprema autorità giudiziaria della città.

La mostra «Onorevole e antico cittadino di Firenze». Il Bargello per Dante sarà articolata in sezioni, con prestiti di manoscritti e dipinti che saranno allestiti in dialogo con gli affreschi e altre opere coeve, provenienti dalle collezioni del Bargello e da istituzioni italiane e straniere. Si tratta di un itinerario espositivo che ripercorrerà tappe e protagonisti di questo rapporto tra Firenze, l’Alighieri e la sua opera nella prima metà del Trecento, presentando artefici, copisti, commentatori, miniatori e lettori della Commedia intorno all’anno 1337. La mostra intende dare voce proprio a questi protagonisti, i cui nomi sono a volte noti ma più spesso restano sepolti nelle pieghe del passato, ricostruendo così il percorso che avrebbe portato Giovanni Villani a definire Dante «onorevole e antico cittadino di Firenze» e Giovanni Boccaccio a costruire il suo personale monumento cartaceo. Sarà un’occasione straordinaria per approfondire la conoscenza di studi di filologia, paleografia, storia dell’arte e restauro e per mostrare anche al grande pubblico un capitolo unico della storia civile di Firenze che in quel momento assurge ad una dimensione molto più ampia, dando vita al testo vulgato con cui Dante sarà letto e recepito per secoli. La mostra, progettata per consentire livelli di lettura differenziati, non si rivolge solo agli studiosi ma anche al grande pubblico, considerando con particolare attenzione i giovani e le scuole, ai quali sarà dedicato un programma di iniziative collaterali.

La collaborazione tra i Musei del Bargello e l’Università di Firenze sarà inoltre un’occasione formativa per studenti, dottorandi e giovani studiosi, coinvolti nel progetto.

Sempre al Museo Nazionale del Bargello si terrà un secondo evento espositivo dedicato alla fortuna dantesca nella seconda metà dell’Ottocento.

La mirabile visione. Dante e la Commedia nell’immaginario simbolista, si terrà dal 23 settembre 2021 al 9 gennaio 2022 e sarà curata da Carlo Sisi, con il contributo di storici dell’arte e della letteratura di Otto e Novecento che collaboreranno con un Comitato Scientifico composto da Emanuele Bardazzi, Ilaria Ciseri, Flavio Fergonzi, e Laura Melosi.

Nel 1865, ricorrenza del sesto centenario della nascita di Dante, quando il Bargello riaprì le porte come primo Museo Nazionale del Regno d’Italia con una mostra dedicata all’Alighieri, la figura del Poeta si identifica sempre più con l’idea nazionale sancita dagli esiti della politica risorgimentale, per cui Dante è definito “precursore della unità e libertà d’Italia”. Dedicata alla complessa percezione della figura di Dante e della Divina Commedia nel contesto letterario tra Otto e Novecento, la mostra intende presentare una selezione di opere che, dalle correnti naturaliste agli influssi europei del Simbolismo, narrino lo straordinario catalogo di immagini – sublimi, mistiche e oniriche – che il poema dantesco offriva al mondo dell’arte. Articolata in sezioni, la mostra è concepita come una narrazione tematica e interdisciplinare per cui le opere esposte formeranno una stringente sequenza, collegando tra loro dipinti, sculture e i rimandi concettuali e letterari impliciti nella vicenda biografica e poetica di Dante: dalla vigilia del centenario del 1865, alla temperie simbolista e all’importante concorso bandito da Vittorio Alinari nel 1900 per l’illustrazione della Divina Commedia.

Nell’arco del 2021, attraverso i due progetti espostivi saranno ripercorsi i due momenti nodali del legame tra Dante e il Palazzo del Podestà, poi divenuto Museo Nazionale del Bargello, e con la città di Firenze, che il Poeta non avrebbe più visto dopo la condanna del 10 marzo 1302 all’esilio perpetuo e al rogo se fosse tornato nella città gigliata. La presentazione dei progetti espositivi si è tenuta nel Salone di Donatello che, ai tempi di Dante, era la grande Sala dell’Udienza, dove fu emanata la terribile sentenza.

Il Palazzo del Bargello. Presentati i progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Info: www.bargellomusei.beniculturali.it

Testo e video dall'Ufficio Comunicazione e Promozione Musei del Bargello sui progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri