Dallo scriptorium ai giorni nostri: i codici manoscritti tra passato e futuro

SCRIPTA MANENT V

Dallo scriptorium ai giorni nostri:

i codici manoscritti tra passato e futuro

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel suo capolavoro Il Nome della Rosa Umberto Eco fornisce la poetica descrizione di uno scriptorium, l'ambiente che nelle abbazie medievali era deputato alla copiatura dei testi: un vero e proprio tempio della cultura dove silenzio e rigore imperavano, all'interno del quale i monaci lavoravano alacremente per trascrivere a mano enormi volumi per preservarli dall'oblio cui altrimenti sarebbero stati sottoposti nei secoli bui dell'Età di Mezzo.

Il professor Eco, da illustre medievista qual era, di certo ben sapeva che la realtà dei fatti rispondeva solo in parte a questa rappresentazione che, per quanto precisa e accurata, nasceva con l'intento di suggestionare il lettore: uno scriptorium era infatti dotato di una rigida organizzazione e severe prassi lavorative, in quanto la realizzazione di un codex, un libro manoscritto, era un procedimento complesso e delicato che in qualsiasi momento poteva andare in malora. Ai copisti era richiesta estrema perizia, talvolta arricchita dalla conoscenza di certi “trucchi del mestiere” che venivano tramandati da maestro a discepolo. Per quanto le regole monastiche imponessero pazienza e metodo, dunque, lo scriptorium doveva apparire come una realtà vivace e dinamica, del tutto simile a una vera e propria catena di montaggio.

Il pregiudizio sul Medioevo

Questa visione degli scriptoria va di pari passo con lo stereotipo ben radicato sul Medioevo: l'opinione comune vuole che a partire dal secolo V, all'indomani della dissoluzione dell'Impero d'Occidente, si sia verificato un decadimento generale della cultura, dovuto alla sparizione delle biblioteche pubbliche e delle scuole, perdurato fino alle soglie del Rinascimento; in quest'ottica i monasteri e le abbazie andrebbero visti come roccheforti del sapere, indispensabili per la salvaguardia dei testi classici: addirittura la sopravvivenza di un testo rispetto ad altri sarebbe stata cagionata da un processo selettivo avvenuto proprio tra le mura di questi luoghi.

Questa accezione è oggi rigettata dalla maggior parte degli storiografi: nel Medioevo la cultura non scomparve, ma mutarono le infrastrutture a essa deputate e soprattutto il modo di fruirne; non dobbiamo dimenticare che gli studi ripresero già nel secolo IX, fenomeno questo che ebbe come esito eccellente la nascita delle università (secc. XI-XIII).

Perfino nei secoli iniziali di quest'epoca, inoltre, la domanda di testi non venne mai meno, anche al di fuori dei monasteri: si affermò infatti una forma di cultura “privata”, appannaggio delle famiglie più ricche che vedevano nell'erudizione una forma di status quo della quale il libro era un vero e proprio simbolo. Dobbiamo considerare infatti che il codex era un oggetto estremamente costoso: per ottenerne uno di cento-duecento carte membranacee occorreva sacrificare un intero gregge (o una mandria, a seconda della pelle utilizzata), al cui costo andava aggiunto quello degli inchiostri, della rilegatura e della manodopera.

I monasteri, che avevano elaborato la struttura degli scriptoria per soddisfare autonomamente il proprio fabbisogno di testi, divennero pertanto il punto di riferimento per chiunque ne necessitasse; una struttura economica aperta, dove si producevano indifferentemente codici per l'utilizzo interno (principalmente testi religiosi e di studio, di fattura modesta) e per conto terzi: in questo caso si trattava di testi eterogenei il cui lusso dipendeva dalla possibilità di spesa del committente.

L'attività degli scriptoria costituiva per i monasteri un prezioso fattore di autosostentamento intellettuale ed economico, e contrariamente a quanto si potrebbe pensare non si arrestò con la nascita dei centri scrittori urbani (secc. X-XIII): arrivò anzi alle soglie dell'età moderna, cadendo in progressivo declino solo con l'avvento della stampa; abbiamo tuttavia magnifici esemplari di manoscritti provenienti da scriptoria monastici risalenti ai secoli XVII e XVIII.

Dentro lo scriptorium

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Monaco consegna il codice a Gero. Dal Gero-Codex, Universitäts- und Landesbibliothek Darmstadt Hs.1948, fol. 7v. Foto in pubblico dominio

L'organizzazione dello scriptorium non può essere riassunta in un modello di base, poiché essa dipendeva da svariati fattori: il numero di monaci, il loro grado di educazione, la disponibilità economica e la conseguente possibilità di allestire spazi e comprare materiali. Questi fattori potevano comportare la scelta di esternalizzare alcune attività: la stessa lavorazione della pergamena, ad esempio, nella quasi totalità dei casi avveniva fuori dal monastero, in quanto pochissimi erano i cenobi dotati di una conceria, e in ogni caso non è detto che essi producessero altro che manufatti in cuoio. Quel che è certo è che a occuparsi dell'approvvigionamento dei materiali doveva essere il dictator.

Il dictator era una figura complessa che presiedeva lo scriptorium e ne amministrava tutte le attività, ma aveva anche il compito di istruire i copisti: in altre parole era lui che decideva l'organizzazione del centro scrittorio, assegnando a ciascun monaco un determinato ruolo in base alla sua competenza e alle sue capacità peculiari; è quindi lecito pensare che, in base alla mole di lavoro e alla quantità di persone da gestire, ci potesse essere più di un dictator per un singolo scriptorium. Il dictator decideva altresì quale aspetto avrebbe avuto il manufatto finito: doveva quindi elaborare lo specchio grafico e decidere quali grafie adottare per le diverse porzioni del testo, ma soprattutto gli era chiesto di calcolare il numero di carte, ossia i fogli di pergamena che, ripiegati dalle due alle otto volte, avrebbero composto il fascicolo.

Il codice, come del resto i libri attuali, era formato da un insieme di fascicoli rilegati tra loro; a seconda di quante carte vi fossero all'interno, il fascicolo poteva assumere il nome di binione (due carte), ternione (tre carte) e così via; il quaderno che oggi utilizziamo quotidianamente mutua il nome dal fascicolo di quattro carte, detto anche quaternione. È importante notare che, in genere, si tendeva a comporre il codice con fascicoli dello stesso numero di carte: in altre parole troviamo libri di soli ternioni, di soli quaternioni e via discorrendo. Trovare un codice spurio fa nascere il sospetto che esso sia stato rimaneggiato.

Una volta deciso l'aspetto dello specchio grafico (numero di colonne e righe, marginature, eventuali decorazioni) si procedeva dunque con la rigatura, operazione della quale si occupava lo stesso copista: stranamente alle righe a inchiostro o grafite erano preferite quelle tracciate a secco, ovvero incidendo leggermente il foglio con uno strumento acuminato detto punctorium. Si è ipotizzato che i copisti avessero a disposizione altri aggeggi per rendere questa tediosa operazione più veloce, tra i quali una speciale rotella simile a quelle che oggi usiamo per tagliare la pizza; tuttavia non ci è pervenuto nessun esemplare di questi ammennicoli, che sopravvivono solo nelle descrizioni dei manuali di codicologia. Terminata l'operazione di rigatura, si poteva finalmente scrivere.

Reclamans. MS Casinensis Hyer. 292. Foto di Mariano Rizzo

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il testo veniva trascritto sulle carte prima che queste fossero piegate e rilegate: i copisti scrivevano dunque su fogli sciolti, calcolando in precedenza quale posizione avrebbe avuto la singola pagina all'interno del fascicolo e il fascicolo all'interno del codice; confondersi era molto facile e la cartulazione (l'enumerazione delle carte con un numeretto nell'angolo in alto o in basso) spesso non era sufficiente: si usava allora apporre nei margini un reclamans, un vero e proprio “richiamo” che consisteva nello scrivere nel margine inferiore della carta di fine fascicolo la parola con cui iniziava il successivo. In sede di correzione i reclamantes venivano cancellati o ritagliati dalla pagina, ma non è raro trovarne di sopravvissuti sfogliando un codice.

Una volta terminata l'operazione di scrittura, il testo veniva corretto dallo stesso dictator o da un correttore preposto esclusivamente a questa operazione. Per la gioia dei filologi contemporanei, le tipologie di errori sono decine e decine, ed erano dovute massimamente al fatto che non sempre chi scriveva era anche in grado di leggere, o quantomeno non era abile nella lettura quanto lo era nella scrittura; l'errore, in ogni caso, non era motivo di particolare biasimo, in quanto errare humanum est: addirittura, quando fu inventata la stampa a caratteri mobili, la sensibile riduzione di errori fu interpretata come un segno diabolico (questo sarà oggetto di un futuro approfondimento). L'errore veniva emendato scrivendo la correzione nell'interlinea oppure dilavandolo con una mistura di latte e calce per poi riscrivervi sopra.

A questo punto si poteva procedere, se richiesto, alla decorazione del codice: sono rari i volumi completamente privi di decorazioni, poiché esse avevano la duplice funzione di abbellire il testo e di consentire l'orientamento nelle sue diverse ripartizioni. Le tipologie erano molteplici, ma ai fini della nostra trattazione è importante la distinzione tra rubricatura e illuminazione: con la prima si intende la vergatura di parti notevoli del testo con inchiostri di colore diverso da quello adoperato per il testo base, in genere il rosso (ruber, da cui il verbo rubricare); la seconda, che in origine indicava la sola applicazione della foglia oro, oggi si è estesa all'intera prassi decorativa, dalla miniatura alla realizzazione dei capilettera adornati.

Rubrica e miniatura. MS Casinensis Hyer. 292. Foto di Mariano Rizzo

La rubricatura poteva essere demandata allo stesso copista del testo base, a patto che questi fosse in grado di adoperare più grafie: le rubriche, infatti, spesso erano vergate con scritture diverse rispetto al testo base, quasi sempre di modulo maggiore e più antiche e solenni, allo scopo di evidenziare l'importanza di quella specifica porzione di testo. In genere con la rubrica si indicava l'inizio o la fine di uno dei testi contenuti in uno stesso codice, mediante le formule Incipit e Explicit: la prima delle due la utilizziamo ancora oggi nel linguaggio comune per indicare le parole iniziali di un testo.

codex scriptorium
Miniatura. MS Casinensis Hyer. 292. Foto di Mariano Rizzo

L'illuminazione, invece, era quasi sempre appannaggio di una mano diversa, più portata al lavoro artistico: si è ipotizzato che talvolta gli scriptoria affidassero queste operazioni ad artigiani esterni, specie quando era richiesto l'utilizzo di materiali molto costosi e rari come la polvere di lapislazzuli o la foglia oro. Durante la fase di scrittura il copista lasciava liberi i riquadri che avrebbero accolto i capilettera o le miniature, inscrivendo al loro interno la lettera che poi il decoratore sarebbe andato a disegnare: tuttavia, per un motivo o per l'altro, questa operazione poteva non essere portata a termine, dunque non è inconsueto trovare i riquadri vuoti a eccezione delle lettere guida sopravvissute.

A seguito di un'ultima revisione il codice era pronto per essere rilegato: si rifilavano le carte in modo che tutte avessero la stessa dimensione, poi si cucivano in fascicoli che infine venivano legati tra loro. Non sempre al codice veniva fornita una coperta: i libri destinati allo studio o all'utilizzo intensivo si lasciavano avvolti in un foglio di cuoio grezzo, mentre ai codici più lussuosi erano apposti piatti lignei, talvolta intarsiati o incrostati di materiali preziosi.

Di mano in mano

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Capilettera e glosse, MS Casinensis Hyer. 292. Foto di Mariano Rizzo

Oggi siamo abituati a vedere il libro come un oggetto “statico”: il testo stampato è altro rispetto alle eventuali integrazioni manoscritte dei suoi possessori, per il semplice fatto che il primo è di natura “meccanica” e le seconde di natura “intellettiva”; per questo molti mal sopportano la presenza trale pagine di disegnini, scritte e sottolineature. Non era così per i codici medievali, laddove testo e integrazioni avevano sempre origine dalla mano umana; una volta uscito dallo scriptorium il codice veniva maneggiato da centinaia di persone nel corso dei secoli, molte delle quali aggiungevano al testo base commenti, aggiornamenti, confutazioni o idee personali: le cosiddette glosse, per accogliere le quali erano sin dall'inizio lasciati vuoti gli ampi margini della pagina. Il loro studio a livello paleografico è utilissimo per rendere più corretta la datazione del codice.

C'erano poi diversi metodi con cui gli studiosi sottolineavano o evidenziavano passaggi di loro interesse; un esempio è il famoso pie' di mosca (¶), ancora oggi utilizzato per segnalare l'inizio di un paragrafo, che all'epoca aveva una pluralità di funzioni: il rinvio alle note o a successive porzioni di testo (oggi si fa lo stesso con gli asterischi), oppure la messa in risalto di una o più righe, che si otteneva allungandone il tratto orizzontale nell'interlinea superiore, fino a coprire tutte le parole che si desiderava evidenziare.

Un'usanza che risulta quantomai simpatica e attuale era quella di segnalare i passaggi interessanti con dei disegnini di fantasia: il più utilizzato tra essi era la manicula, una piccola mano con l'indice puntato sulla parola di rilievo. A seconda dell'abilità di chi li vergava, le maniculae e gli altri disegnini potevano assumere un aspetto particolarmente elaborato.

La firma del copista: i colophones

C'è infine un elemento codicologico che si viene a trovare all'intersezione tra le due vite del codice, dentro e fuori lo scriptorium: si tratta del colophon, poche righe che in genere si trovavano nell'ultima carta del codice. Sebbene non tutti i codici ne siano provvisti, i colophones sono della massima importanza perché rivelano indirettamente una grandissima quantità di informazioni.

Nei colophones si possono trovare le notizie più disparate: dal prezzo del codice finito e le voci spesa per i materiali con cui è stato realizzato al nome del copista o dei copisti che vi hanno lavorato; da parole casuali scritte solo per provare il corretto funzionamento della penna (in questo caso è più corretto parlare di probationes calami) a piccole poesie e citazioni.

Quando non era vergato per fini pratici, il colophon era una vera e propria concessione alla libertà dello scrivente, che come abbiamo visto durante la lavorazione doveva attenersi a regole e schemi estremamente rigide che spesso e volentieri lo portavano a rimanere anonimo: è nel colophon, invece, che questi è libero di affermare la propria identità e il suo reale grado di alfabetizzazione, riassumendo in pochissime parole il suo nome, talvolta le sue caratteristiche fisiche o le sue conoscenze letterarie e poetiche; tramite lo studio dei colophones, dunque, possiamo ricostruire almeno in parte un suo identikit, con risvolti interessanti sull'analisi globale del codice.

C'era quindi il copista del secolo X che ci informa di aver scritto l'intero codice “da solo, e con la sola mano sinistra”; chi dice di averci messo “quattordici lune soltanto”; chi, evidentemente troppo vecchio per scrivere altro, lascia il seguente testamento spirituale: “con questo [il codice finito, ndr.] la nave ha raggiunto il suo porto, pregate per me”.

Esisteva poi un vero e proprio repertorio di frasi ricorrenti, spesso utilizzate nei colophones: da una di esse, molto comune a partire dal secolo IX, scopriamo che i copisti mal sopportavano la scarsa considerazione che si aveva del loro lavoro: “Chi non sa scrivere” recita, “ritiene che [in questo lavoro] non ci sia fatica: [invece] tre dita scrivono, ma tutto il corpo fatica!

Il cosiddetto “indovinello veronese”, Biblioteca Capitolare di Verona. Foto in pubblico dominio

Talvolta la preziosità del colophon va oltre il suo contenuto: in fondo a un codice del secolo VIII, conservato nella Biblioteca Capitolare di Verona, è riportato un indovinello che si ritiene essere tra i primi esempi di volgare italiano, o quantomeno un anello di congiunzione con il tardo latino. Il cosiddetto “indovinello veronese” recita così:

Metteva davanti a sé i buoi,

arava bianchi campi,

e teneva un bianco aratro,

e seminava un seme nero.

La soluzione esiste, ma lasciamo ai nostri lettori il piacere di ragionarci su.

Anche il colophon, come altre prassi che abbiamo visto in questo articolo, è stato poi mutuato dall'editoria moderna: con lo stesso termine si indicano infatti le poche righe che si trovano al termine del libro a stampa, oggi contenenti le gerenze e i dati tipografici, ai quali fino al XIX secolo si aggiungeva spesso una preghiera o un ringraziamento. Esattamente come avveniva quando a scriverlo erano i copisti medievali.

Bibliografia

AGATI M., Il libro manoscritto. Da Oriente a Occidente. Per una codicologia comparata, Roma 2009.
BALDACCHINI L., Il libro antico, Roma 1982.
CAVALLO G. (a c.), Libri e lettori del medioevo. Guida storica e critica, a cura di G. Cavallo, Roma- Bari 1989, pp. 100- 129.
CENCETTI G. (a c,) Scriptoria e scritture nel monachesimo benedettino, in Il monachesimo nell'alto medioevo e la formazione della civiltà occidentale, (Settimane di studio del Centro italiano di studi sull'alto medioevo), IV, Spoleto 1957, pp. 187- 219.
CHERUBINI P. – PRATESI A., Paleografia latina. L’avventura grafica del mondo occidentale, Città del Vaticano 2010.
MANIACI M., Terminologia del libro manoscritto, Roma 1996.


L’Acropoli di Atene e il restauro dell’immagine di una città

Foto della città di Atene dalla collina del Licabetto. ©Sveva Ventre

Nata sotto la protezione della dea da cui prende il nome, la città di Atene appare oggi come una metropoli estesa ed estremamente densificata a livello abitativo. Essa costituisce, considerando l’area urbana della Grande Atene, la settima conurbazione più grande dell'Unione Europea e la quinta capitale più popolosa dell'Unione. All’interno di questo paesaggio urbano biancastro, mitigato qui e lì da un’area verde, spicca la collina rocciosa dell’Acropoli, la quale occupa da sempre una posizione centrale all’interno della pianura sulla quale si estende la città. Per comprensibili ragioni di natura difensiva, strategica e simbolica, l’Acropoli è stata il primo bacino d’occupazione antropica di Atene.

August Wilhelm Julius Ahlborn, Blick in Griechenlands Blüte, olio su tela (1836), Alte Nationalgalerie, Berlino. Foto HAESsJ_MthhX5g at Google Cultural Institute, pubblico dominio

Fin dall’età preistorica, e in maniera ancor più consistente in età protostorica, l’Acropoli fu il cuore della localizzazione del potere territoriale. Dopo una prima configurazione come centro urbano in età micenea, essa conobbe prima in età arcaica e poi in età classica il massimo del suo splendore, diventando uno dei maggiori complessi monumentali e religiosi dell’Antica Grecia. Inserita nel tessuto di una città in continua crescita e metamorfosi, nei secoli successivi all’età classica, questo luogo non è mai rimasto lo stesso, attraversando l’età ellenistica, romana, bizantina, medievale e moderna fino ad arrivare a quella contemporanea, adattando la propria architettura di volta in volta alle necessità funzionali delle varie epoche che si sono succedute. Questo lungo processo ha comportato sovrapposizioni, trasformazioni, riusi e obliterazioni, e ha fatto sì che nell’approccio contemporaneo ai monumenti dell’Acropoli non si possa non tenere in conto, con una visione adeguatamente ampia, di tutti questi segni.

Acropoli di Atene restauro
Foto dell’Acropoli di Atene dal Museo dell’Acropoli. ©Sveva Ventre

Analizzando i monumenti dell’Acropoli di oggi, riportati all’età di Pericle e di Fidia, possiamo leggere su di essi la storia degli interventi di restauro archeologico e architettonico come un esempio paradigmatico della concezione dell’utilizzo, della tutela, della gestione e della fruizione del patrimonio culturale, di un esempio dell’architettura e della storia classica che ci è indispensabile conoscere. Possiamo leggere su quegli stessi resti, ancora, un tempo che l’etnologo Marc Augé definisce come “puro, non databile”, quel tempo che tramite il restauro di questi simboli la Grecia sta tentando di congelare.

Acropoli di Atene restauro
Karl Friedrich Schinkel, disegno per il Palazzo Reale sull’Acropoli di Atene (1834). Das neue Hellas, München 1999, p. 537 via ArteMIS, Ludwig-Maximilians-Universität München, Kunsthistorisches Institut, Ludwig-Maximilians-Universität München via, Prometheus. Immagine in pubblico dominio

Con la nascita dello stato neoellenico nel 1830, infatti, il riferimento alla Grecia Antica diventò uno degli elementi fondamentali per la formazione dell’identità nazionale del giovane Paese. In un contesto del genere, il restauro e la valorizzazione dei monumenti dell’Acropoli di Atene, che avevano già destato precedentemente all’unità nazionale l’attenzione del re di Grecia Ottone I Wittelsbach con il celebre progetto di Karl Friedrich Schinkel per la costruzione di un palazzo reale sull’Acropoli, acquistarono massima importanza.

Foto del Tempietto di Atena Nike sull’Acropoli di Atene. ©Sveva Ventre

I primi interventi effettuati furono la liberazione delle superfetazioni medievali sui Propilei, accesso principale all’area monumentale, e la ricomposizione del vicino tempietto di Atena Nike, smembrato in epoca medievale proprio per costruire le fortificazioni della cittadella che prese il posto dell’area sacra. Tuttavia, gli interventi che consolidarono nell’immaginario collettivo quello che tutt’ora è uno dei siti archeologici più visitati al mondo furono quelli eseguiti dall’ingegnere Nicolaos Balanos negli anni '20 del ventesimo secolo. Lo sviluppo ingegneristico di quegli anni portò alla convinzione che l’utilizzo dei nuovi materiali, quali il ferro e il calcestruzzo armato, potesse favorire la stabilità strutturale negli interventi di restauro, sostituendo l’utilizzo dei materiali tradizionali. Questa convinzione ha comportato in seguito la necessità, nel caso dell’Eretteo così come per il monumento più importante dell’Acropoli di Atene, il Tempio dedicato alla dea Atena Parthénos (Παρθένος), meglio noto come Partenone, di un de-restauro degli interventi del Balanos. Il diffuso impiego di grappe in ferro e di architravi in cemento armato in manufatti esposti alle intemperie aveva infatti generato una forte ossidazione delle parti metalliche, causando in seguito un aumento di volume e la caduta dei copriferri, nonché il danneggiamento dei marmi antichi adiacenti.

Acropoli di Atene restauro
Foto dell’Eretteo sull’Acropoli di Atene. ©Sveva Ventre

Negli ultimi quarant’anni, ci spiega accompagnandoci nel cantiere del Partenone l’architetto Konstantinos Karanassos (specialista in restauro dei monumenti e recupero urbano, un tempo studente dei poli universitari più importanti di Roma e oggi funzionario dell’Acropolis Restoration Service di Atene), sono stati necessari degli interventi per ovviare ai danni causati dal precedente restauro e per integrare il vecchio restauro con i nuovi principi di reversibilità e riconoscibilità degli interventi, riportati nella Carta di Venezia per il restauro e la conservazione di monumenti e siti del 1964. Grazie ad un’analisi più propriamente filologica, è stato possibile effettuare l’anastilosi, ovvero la ricomposizione, di grandi parti dei monumenti secondo la loro immagine periclea, grazie all’integrazione di parti in marmo pentelico di nuova creazione e a innesti strutturali in titanio.

Tutti i giorni da ormai molti anni, e probabilmente per molto tempo ancora, prosegue il lavoro di numerosi tra i migliori scalpellini della Grecia, che instancabilmente procedono, alla maniera antica, nel tramutare il marmo grezzo, preso dalle stesse cave del Monte Penteli (da cui il nome marmo pentelico), in nuovi elementi architettonici, con l’obiettivo che questo luogo torni a rappresentare, quando il colore del marmo si sarà col tempo avvicinato a quello dei resti antichi, il canone classico che ha influenzato l’arte e l’architettura di tutti i tempi.

Acropoli di Atene restauro
Foto del Prospetto Est del Partenone sull’Acropoli di Atene in questo periodo di attività di restauro. ©Sveva Ventre

ius primae noctis Le droit du Seigneur

Lo ius primae noctis e le leggende del diritto

Quando pensiamo a tempi passati, specialmente quelli medioevali, ai più vengono in mente riti e tradizioni ancestrali e mistiche, e spesso ci persuadiamo dell’esistenza di regole e norme improbabili, di usanze e diritti che nell’immaginario collettivo colpivano i più deboli ad appannaggio dei più forti.

Se è vero che per tanto tempo i deboli sono stati schiacciati da leggi assurde, è pur vero che nel corso del tempo tanti argomenti sono stati mitizzati e hanno lasciato il campo del reale per modificarsi in leggenda.

Tra questi leggendari racconti, vi è sicuramente quello relativo allo ius primae noctis, il diritto sulla prima notte, che aveva ad oggetto il presunto diritto a “dormire” con le novelle spose, da esercitare da parte dell’autorità locale.

Piccolo spoiler: non vi è stato mai, tecnicamente, alcun ius primae noctis. Ciononostante non sono mancati veri e propri soprusi perpretati ai danni dei più deboli: alcuni di questi, di cui parleremo nell’articolo, non sono certamente meno fantasiosi e, probabilmente, costituiscono la base ideologica dalla quale si è propagato il mito di diritti impossibili e soprusi imposti ex lege.

Lo ius primae noctis ed il diritto medievale

Fare un’analisi giuridica di un fenomeno normativo mai verificatosi potrebbe sembrare pleonastico, eppure vale la pena considerare il contesto di diritto dove la leggenda nasce, non solo per raccontare al meglio le origini di questo medievalismo, ma per analizzarne correttamente le dinamiche che lo hanno reso celebre.

L’ambito di riferimento è quello del diritto medievale, cioè di quella fase storica che segna il passaggio dal diritto romano a quello comune, caratterizzato principalmente dalla coesistenza di più sistemi giuridici talvolta accomunati esclusivamente dall’influenza della stessa autorità. Giuridicamente è difficile tenere il passo dei molteplici strumenti normativi di quei secoli, soprattutto dal momento che, essendo il potere legislativo una prerogativa in capo all’autorità di turno, in pratica ogni regnante imponeva un proprio carattere normativo all’ordinamento, cancellando le norme dei predecessori (solo nel XVIII secolo, con Montesquieu, si opererà la separazione teorica del potere legislativo da quello esecutivo). Questa impostazione da un lato ha favorito l’affermarsi di norme consuetudinarie, dall’altro un’intensa produzione legislativa che sfocerà in una prolifica e qualificata attività di studio, spostando gli equilibri legislativi ad appannaggio degli studiosi che, seppur sempre sotto una rigida egida autoritaria, resero la giustizia e la legge un discorso più professionale (sono gli anni del Palatium e del diritto palatino). Nell’arco di mille anni, quindi, gli ordinamenti europei furono caratterizzati da varie iniziative legislative, dal Corpus Iuris Civilis di Giustiniano (prima e granitica opera articolata di diritto civile universale) fino al Decretum Gratiani, generalmente riconosciuto come spartiacque della storia del diritto tra il mondo antico e quello del diritto comune (o diritto dei canoni, da qui diritto canonico): è in questo ambito, caratterizzato da un’ampia porzione di diritto consuetudinario che andava sempre più a concretizzarsi in termini normativi, trovando solidità e riconoscimento giuridico, che si inizia ad affermare il mito di un diritto antico, frutto del sopruso dei potenti, il cui racconto - probabilmente orale e consuetudinario - bastò per farsi percepire dal popolo scarsamente informato e distante dalla solennità del diritto di palazzo, come una realtà facile da credersi.

Causa la totale inesistenza, fonti normative e compilazioni dell’epoca non riportano alcun dettaglio circa tale diritto, la cui natura è da rinvenirsi solo nel folklore, eppure nei secoli successivi - soprattutto nel XIX sec. - più opere di diritto ne utilizzarono il racconto come paradigma di un complesso periodo della storia del diritto, usandolo per descriverne il metro giudizio iniquo del diritto medievale.

La nascita della leggenda

ius primae noctis
Vasilij Dmitrievič Polenov: Le droit du Seigneur, olio su tela alla Galleria Tret' jakov (1874). Foto in pubblico dominio

La leggenda inizia a prendere forma nel X secolo, quando l’oppressione fiscale delle rudimentali istituzioni medioevali assumeva connotati invasivi e tendeva a tassare gli unici aspetti dinamici della vita dei contadini, tra cui il matrimonio. In realtà il diffuso misticismo di quegli anni portò a pensare che tale innovazione normativa, diffusissima tra i servi della gleba, si limitasse a tradurre in termini civili un’arcaica usanza barbara.

La storica Regine Peronoud ipotizza che tale tassa venisse imposta ai contadini che, sposandosi, abbandonavano la propria terra per trasferirsi con la nuova famiglia in un altro feudo: la tassa aveva, quindi, uno scopo compensativo in luogo della forza lavoro che veniva meno. A queste, vanno aggiunte le normali tasse sul matrimonio che i servi della gleba già versavano.

Alla nascita del mito si aggiunge anche un’altra teoria, questa volta frutto di un fraintendimento: nel 1247, a Verson in Francia, fu redatto un documento che divideva i diritti di natura ecclesiastica spettanti alla locale comunità di benedettini da quelli laici spettanti al signore, tra cui la tassa sul matrimonio. Un monaco, in evidente clima goliardico, volle canzonare tali pretese in versi, scrivendo “Oggi si pagano 3 soldi, ma ai contadini va bene, perché nei tempi antichi la tassa era tanto costosa che, piuttosto che dare al signore un capo di bestiame, il padre gli offriva la verginità della figlia: è plausibile, quindi, che alla base di uno dei più diffusi miti sul medioevo ci sia un chiaro malinteso nato dall’errata interpretazione dell’ironia di un monaco benedettino.

È probabile, comunque, che già nel X secolo questo racconto venisse utilizzato a scopo speculativo onde sottolineare la civilizzazione di un’usanza arcaica per evidenziare l’ammodernamento delle istituzioni. Tramite il falso retaggio di questa tassa, si invogliava così l’adempimento del tributo sotto una minaccia fondata su una leggenda.

Ci troviamo, quindi, di fronte a una manipolazione della realtà, per rafforzare pretese fiscali ad opera dei potenti, il che faciliterà l'evoluzione nei secoli successivi dello ius primae noctis come mito, come falso storico e quindi medievalismo. Tale costrutto potrebbe essere confermato proprio da alcuni giuristi del ‘400 che, nello studiare tale assetto finanziario, ipotizzarono che potesse essere la derivazione di una pratica più antica ed aggressiva. Fatto sta che la leggenda ha da subito ispirato narratori e scrittori, i quali sicuramente la usarono in termini romanzati per descrivere più genericamente l’oppressione feudale.

Malcolm III e Santa Margherita di Scozia in un'opera (1899) di William Hole  alla Scottish National Portrait Gallery. Foto di Kim Traynor, CC BY-SA 3.0

Su questa falsariga fiorirono leggende e miti, alcuni davvero ben costruiti, al punto da lasciar intendere per tanti secoli che le vicende mitiche raccontate fossero vere: è il caso del filosofo scozzese Hector Boece, il quale racconta di un tirannico decreto di Evenio III per mezzo del quale egli potesse disporre della verginità di tutte le ragazze. La liberazione da tale sopruso fu compiuta da Santa Margherita di Scozia, che premette affinché il diritto fosse convertito in una tassa per poi essere abolita anni dopo da Malcolm III. Peccato, però, che Evenio III fosse un personaggio di fantasia, mai storicamente esistito e che il conseguente racconto fosse altrettanto un esercizio di fantasia.

Eppure di leggende (e leggi leggendarie) ce ne sono state altre, tutte accomunate da un background romantico che vede contrapposti il potente alla coppia di sposi; tra questi: Enkidu, epico eroe del mito di Gilgamesh, che impedisce al tiranno di esercitare un similare dello ius primae noctis; Eraclide Pontico, invece, ci racconta dell’ascesa a signore dell’isola di Cefalonia di un uomo che, travestendosi da donna, impedisce il concretizzarsi della pretesa; oppure in una variante del mito irlandese di Cú Chulainn (o Cuculino in italiano).

Aspetti storici reali

Posta, quindi, l’assoluta inesistenza storica dello ius primae noctis così come immaginato in epoca moderna, sussistono però alcuni spunti in vari contesti che sottolineano come la verginità e del matrimonio potessero essere argomento oggetto di considerazioni “civiche” e, pertanto, sottoposto a rituali e credenze che ne dettassero non solo i tempi di inserimento in società, ma che ne disegnassero i limiti civici con una credenza talmente forte da determinare l’ingresso o meno nella comunità, in termini non meno coercitivi di una legge. Sono i casi dei rituali prematrimoniali in Mesopotamia e Libia del VI secolo a.C., ove si riteneva che la sacralità di tale momento potesse essere gestita solo da stregoni o re, a causa della presunta energia mistica che accompagnava le vergini fino al momento della deflorazione.

Quasi due millenni dopo, Marco Polo racconta di popoli del Tibet che, invece, per gli stessi motivi, preferivano donne già “esperte”, onde evitare di essere soverchiati dalla potenza di una giovane vergine.

È evidente come, però, tali circostanze siano lontane dalla narrazione europea, dove l’argomento veniva usato a sottolineare la condizione di oppressi dei contadini, mentre altrove offriva spunti per rituali collettivi e propiziatori, in un clima di assoluto consenso. Nondimeno è probabile che nel retaggio di tali storie e tradizioni abbia trovato terreno fertile il diffondersi di leggende e racconti di leggi mitiche come, appunto, lo ius primae nocits, anche al di fuori del mondo del diritto.

Il mito dello ius primae noctis nell’arte e nelle tradizioni popolari

Violetta, la mugnaia del Carnevale di Ivrea. Foto di Laurom, pubblico dominio

Il mito ha affascinato studiosi e curiosi, ma anche influenzato il mondo della letteratura, basti pensare al Matrimonio di Figaro di Pierre-Augustine Beaumarchaise (che ispirerà Mozart), al Pascal Bruno di Dumas padre, o al più recente I pilastri della terra di Ken Follett, nonché dell’arte (celebre il dipinto Le droit du Seigneur del 1874 di Vasilij Polenov).Non si può negare però che tale leggenda abbia esercitato una certa dose di fascino anche nelle classi sociali più deboli, le quali attraverso questa seppur falsa rappresentazione di storia del diritto, riuscivano a trovare motivo di riscatto nei confronti del potere costituito al punto da essere stato l’espediente storico nella nascita o nella liberazione di alcune città dalle rispettive signorie, come ad Ivrea, dove ancora oggi la maschera di Violetta ogni carnevale ricorda la leggenda della mugnaia che sfruttò lo ius primae noctis per uccidere il signore della città, ma anche a Montalto Ligure, Nizza MonferratoRocca Scalena e la città di Cuneo, di cui è arrivata proprio per quel periodo la testimonianza di Giovan Francesco Rebaccini, il quale riportava, tra il mito e la reale ferocia delle autorità, questa testimonianza: “[…] sottomettendo la ragion alla libidine e sensualità, defloravano le figlie de sudditi e parimenti le spose, persuadendo a sudditi che fosse loro antica ragione e privilegio lor concesso […]”. Altri racconti, infine, sono rinvenibili nelle tradizioni pugliesi (specificamente in terra d’Otranto) e nelle realtà rurali abruzzesi. 

In definitiva, è innegabile che, nonostante la natura leggendaria dello ius primae noctis, questo mito sia stato talmente ben raccontato non solo da portare a pensare che fosse vero, ma anche da porsi come metafora di un periodo storico segnato da squilibri sociali e, in casi storici peculiari, come motore di riscatto sociale.

Bibliografia

A. Barbero, su La Stampa del 28.08.2013.

J. D. Brey, The Biblical Principle of Jus Primae Noctis, on http://johndbrey.blogspot.com/

R. Corso, Von Geschlechtsleben in Kalabrien, in «Anthropophyteia», 8, 1911.

A. de Foras, Le droit du seigneur au moyen âge, Chambéry 1886;

F. Gabotto, Un millennio di storia eporediese (356-1357), in C. Nigra, Eporediensia, I, Pinerolo 1900.

A. Manno, Di un preteso diritto infame medievale, in «Atti della R. Accademia delle scienze di Torino», 22, 1886-87, pp. 564-569.;

G. M. Monti, Il dominio universale feudale e l’«jus Cunnatici» in terra d’Otranto, in «Annali del Seminario giuridico-economico dell’Università di Bari», 1, 2, Bari 1927.

G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, I, Sulmona 1924.

A. H. Post, Grundriss der ethnologischen Juriprudenz, I, Oldenburg e Lipsia 1894.

G. Rubio, Gilgamesh and the ius primae noctis, in Extraction and Control, Studies in Honour of MW Stolper, Chicago: The Oriental Institute of the University of Chicago, 2014, pp. 229-32.

K. Schmidt, I. p. n., Friburgo in Br. 1881.

R. Utz. 'Mes souvenirs sont peut-être reconstruits':Medieval Studies, Medievalism, and the Scholarly and Popular Memories of the 'Right of the Lord's First Night,' in «Philologie im Netz» 31, 2005, pp. 49-59.


Sant Angelo in Formis

La basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis

Sulle pendici occidentali del Monte Tifata, principale rilievo della catena dei Monti Tifatini, che corre lungo quasi tutta la provincia di Caserta, sorge la basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis, intitolata all’Arcangelo Michele.

La basilica sita sul territorio del comune di Capua, l’antica Casilinum, nota per essere il porto della Capua vetus sul fiume Volturno. Dalla sua posizione la basilica regna sovrana sulla città e, principalmente, sul territorio di Sant’Angelo in Formis.

Non è un caso che l’edificio ecclesiastico venne edificato in dato luogo. Essa infatti si eleva su quelli che erano i resti di un edificio di culto pagano risalente al IV secolo a. C., ovvero il tempio di Diana Tifatina, i cui resti sono visibili in parte nella navata di destra della basilica, ad una quota inferiore rispetto al pavimento dell’aula basilicale.

Le origini dell’edificio sono strettamente legate all’ambiente ecclesiastico del monastero di Montecassino. Il più antico documento noto della presenza cassinese in situ è una bolla papale del 943-944 con la quale il pontefice Marino II imponeva al vescovo di Capua, Sicone, di restituire al monastero di S. Benedetto la chiesa del Monte Tifata, data in beneficio a un suo diacono, ma già ceduta ai monaci di Montecassino dal precedente vescovo Pietro I (925-938) allo scopo di associarvi un monastero sul territorio capuano. Dopo circa cento anni, nel 1065, il vetusto santuario, presumibilmente di origine longobarda, risulta di nuovo nelle mani del vescovo di Capua, Ildebrando, che lo concesse in cambio di una chiesa della sua città, al normanno Riccardo I, principe di Capua e conte di Aversa.

Basilica Sant Angelo in Formis
La Basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto di Nicola Santoro

La chiesa, realizzata nel secolo XI, è un edificio basilicale senza transetto, eretto in blocchi di tufo. Dotata di un unico portale di accesso, presenta l’interno diviso in tre navate che terminano in altrettante absidi semicircolari, con due file di sette colonne che sorreggono archi a tutto sesto. Della chiesa dovevano far parte con molta probabilità le colonne ad formas, in formis (con riferimento agli acquedotti romani che dal Tifata portavano l’acqua alla città di Capua), che originariamente facevano parte del sopracitato tempio di Diana Tifatina.

Alla facciata esterna della chiesa si appoggia un portico voltato a cinque fornici acuti, di cui quello centrale più alto e spazioso. Si tratta di un rifacimento più tardo del portico originario, riprodotto nel modellino tenuto in mano dall’abate Desiderio nell’affresco dell’abside della navata centrale.

A destra della basilica sorge il poderoso campanile a pianta quadrata, originariamente scandito in tre livelli. A differenza del primo piano, in cortina laterizia, il piano terreno è realizzato con blocchi marmorei di reimpiego, ricavati presumibilmente dall’Anfiteatro Campano dell’antica Capua, oggi Santa Maria Capua Vetere.

Affresco dell'Ultima Cena dalla Basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto Italo-Byzantinischer Meister - The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, pubblico dominio

I celebri affreschi che ornano l’interno della basilica costituiscono la più importante testimonianza della cultura pittorica campana negli ultimi decenni del secolo XI e delle nuove tendenze figurative importate in Italia dagli artisti bizantini chiamati da Desiderio, futuro papa col nome di Vittore III, a Montecassino. Il ciclo pittorico sviluppa un vasto programma narrativo, incentrato su episodi del Vecchio e Nuovo Testamento che si ispirano a modelli paleocristiani delle basiliche apostoliche romane.

Sant Angelo in Formis
L'interno della basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto di Mongolo1984, CC BY-SA 4.0

Bibliografia

Enciclopedia dell’arte medievale, volume X. Istituto della Enciclopedia Italiana.

Paolo Gravina, La basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis in Percorsi di conoscenza e tutela - Studi in onore di Michele D'Elia, a cura di Francesco Abbate, Centro Studi sulla civiltà artistica dell'Italia meridionale 'Giovanni Previtali', 2008.


La battaglia di Poitiers del 732: tra leggenda e realtà

Per molto tempo la Battaglia di Poitiers del 732 è stata considerata un evento cruciale nella storia europea, al di là del suo reale valore storico e della cifra militare e strategica dispiegata, ed è stata issata per lungo tempo a vero e proprio riferimento culturale europeo.

Da tempo, però, gli storici hanno riconsiderato la reale portata dell’evento, definendolo come uno scontro marginale e decisamente non risolutivo circa il periodo della conquista musulmana della penisola iberica, che effettivamente perdurò ancora a lungo nei territori continentali.

Nonostante, quindi, il ruolo pressoché secondario dell’evento, lo scontro tra l’esercito di Carlo Martello e quello guidato da Abd al-Raḥmān anticamente è stato considerato come evento cruciale, in quanto ritenuto funzionale alla formazione di un’identità europea, prestando il fianco ad interpretazioni speculative e certamente poco storiche ma, al contempo, ispirando arte e letteratura.

Resta però utile un’attenta disamina dell’episodio, in modo da capirne a fondo le premesse, storiche e militari, che costituiscono invece la pietra angolare dell’intera comprensione dell’evento e che ci offrono l’opportunità di avere comunque preziose testimonianze su una fase storica, nonostante l'importanza relativa dello scontro.

Contesto storico

Nel cuore dell’Europa dell’VIII secolo, infatti, i musulmani iniziarono a diventare una presenza importante nel continente, frutto di una campagna di conquista iniziata sul finire del secolo precedente prima dalle incursioni perpetrate dal condottiero berbero Arif ibn Malik (invitato da Giuliano di Ceuta per vendicarsi dei Visigoti1), e poi da Tariq ibn Ziyad, primo wali della conquista musulmana della penisola iberica. La presenza musulmana in terra iberica si strutturava sulla forma di una specie di governatorato alle dipendenze formali della dinastia omayyade, al cui vertice vi era appunto un wali che godeva di una sostanziale libertà amministrativa e d’azione. Il governatorato iberico veniva chiamato al-Andalus, toponimo arabo che molto probabilmente deriva dalla storpiatura del nome greco di Atlas, a suffragio della credenza che voleva nello stretto di Gibilterra la fine del mondo conosciuto.

L’Andalusia, come è noto, è una regione meridionale della Spagna e tutt’oggi rappresenta, nelle proprie architetture e nelle proprie tradizioni, uno dei più bei esempi di commistione tra cultura araba e retaggio europeo.

L’ambizione araba di voler vedere nei territori iberici una florida opportunità di conquista ben presto si scontrò con la forza catalizzatrice dei Franchi, che già da tempo rappresentavano una potenza organizzata e politicamente attenta, capace di intessere relazioni e rapporti di forza con le variegate anime dello scacchiere europeo. La storia riserverà, successivamente agli eventi della battaglia, un ruolo di prestigio a Carlo Magno, nipote di Carlo Martello, capo dello schieramento opposto ai musulmani: il futuro Re dei Franchi, Carlo Magno appunto, viene considerato una figura importante nella storia occidentale, ma è nelle trame di questa battaglia che si delineeranno forma ed equilibri del suo Impero.

Il casus belli

Come sempre la storia attende delle opportunità per compiersi, ed in questo caso il pretesto per la battaglia, che in realtà già covava nelle ambizioni di entrambi gli schieramenti2, fu dato dalla sconfitta di Oddone d’Aquitania nella battaglia della Garonna, subita per mano dei musulmani guidati da Ab al-Rahman: l’esercito dei Mori sconfisse le truppe di Oddone in prossimità di Bordeaux e si preparava ad avanzare a nord, verso la basilica di S. Martino di Tours per farne razzia. Gli storiografi moderni concordano nel riconoscere ad Oddone (che pure in passato aveva proficuamente collaborato con i musulmani) il merito di aver comunque rallentato un’improvvisa avanzata araba in terra iberica, anche se a costo di una sonora sconfitta.

A seguito delle vicende e della richiesta di aiuto di Oddone, i merovingi si trovarono a dover preparare un esercito eterogeneo e colorito, composto da alemanni, da soldati di Assia e Franconia, di Bavari, tutti dotati di lunghe lance, di contadini gallo-latini, di gente proveniente dalla Borgogna, ma anche di cavalleria leggera visigota, di un folto gruppo di volontari della Sassonia armati di enormi spadoni a due mani, di un nutrito gruppo di gepidi, vestiti di pelle dorso ed armati in maniera non uniforme e di popoli della Foresta nera che combattevano col corpo totalmente dipinto di nero e privi di protezione: tutti popoli che nel passato recente o più lontano avevano combattuto su fronti opposti.

Gli schieramenti

battaglia di Poitiers
La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (1356), BNF, FR2813. Gallica Digital Library, immagine in pubblico dominio

La data convenzionalmente indicata per l’inizio della battaglia è il 25 ottobre del 7323.

L’esercito di Carlo si presentava con uno schieramento compatto e quadrato. La scelta non fu casuale e fu stabilita sulla base della morfologia del campo: Carlo, in prossimità di Poitiers, a metà strada tra Tours e Bordeaux, decise di usufruire di una piana creata dall’intersezione di due fiumi, il Clain ed il Vienne, in modo da poter sfruttare una prima linea di fanteria armata di francisca, utile per il corpo a corpo con la fanteria nemica, seguita da linee composte da fanti dotati di giavellotti e picche per l’eventuale avanzata della cavalleria leggera, che per la prima volta montava sui propri animali staffe per permettere un maggiore dinamismo durante la cavalcata4. Carlo, inoltre, scelse l’incrocio dei due fiumi in modo che il suo schieramento quadrato non fosse esposto sui fianchi a ipotetiche incursioni della cavalleria; in più intervallò le file di fanteria con file di cavalleria e rafforzò i lati con altrettanti cavalieri, così da prevenire aggiramenti durante lo scontro.

Infine, Oddone si nascose in una foresta alla sinistra dello schieramento, pronto a venire in soccorso in caso di un eventuale sfondamento della cavalleria pesante musulmana e per razziare il campo nemico durante le fasi di scontro, in modo da compromettere eventuali ritirate e obbligare così il nemico a combattere su due fronti. Le fonti dell’epoca stimano in circa 15-20.000 unità i combattenti dello schieramento cristiano.

D’altro canto, forti di circa 25-30.000 unità, i musulmani si presentavano con la classica forma a mezzaluna, lasciando i reparti di cavalleria leggermente più avanti sui lati rispetto alle linee di fanteria. Infatti, l’ala sinistra, composta principalmente da cavalleria leggera (kurdos), era a ridosso del fiume Clain, l’ala destra vedeva la presenza di altra cavalleria e si dislocava lungo un basso colle, infine il centro era composto principalmente da fanti ed arcieri, ed occupava la carreggiata dell’antica via Romana. Vi è una piccola curiosità: a dispetto dell’ostilità dei luoghi, i musulmani avevano portato con loro anche dei dromedari, dispiegati nel corso della battaglia nonostante il loro utilizzo fosse prettamente per fini logistici, e questo perché vi era la credenza che l’olezzo pungente di questi inusuali animali potesse far imbestialire i cavalli e quindi rompere le file dell’esercito nemico.

La battaglia

La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (circa 1415), f.166 British Library Cotton MS Nero E II. Immagine in pubblico dominio

Le schermaglie andarono avanti per quasi una settimana, ma il giorno del 25 ottobre si consumarono le fasi di scontro vero e proprio: gli storici ritengono che la battaglia si sia protratta dal mattino fino a sera, ed ebbe inizio per mano dell’esercito musulmano, che ebbe a schiantarsi con le fila di fanteria merovinge con incessante utilizzo di picche e giavellotti. A fondamento dell’azione musulmana vi era una precisa strategia, chiamata al-qarr wa al-farr, consistente in una rapida avanzata seguita da un’improvvisa ritirata che facesse intendere al nemico la possibilità di guadagnar terreno a scapito dei soldati in fuga, salvo poi sferrare l’attacco finale ai danni di un esercito a quel punto spaesato e ormai disunito: la loro strategia, quindi, si basava su una dissimulazione.

Carlo però era preparato a questa evenienza, e diede ordini precisi di rispondere agli attacchi dei Mori solo col corpo a corpo, evitando inseguimenti e non cedendo alla trappola di una fuga fittizia. Anche qui vi è una curiosità particolare: gli equipaggiamenti dell’esercito di Carlo erano pesanti e solidi, utili appunto per una battaglia di posizione e certamente non dediti ad una condotta dinamica delle fasi di scontro; al contrario, invece, i Mori viaggiavano leggeri ma, costretti ad un estenuante corpo a corpo, si trovarono maggiormente esposti ai colpi d’arma dei cristiani, che invece reggevano efficacemente. Per i Mori, quella di combattere senza significative protezioni era comunque una scelta ben precisa: combattere con l’armatura era visto come un segno di debolezza e di viltà, tant’è che proprio sulla scia della contrapposizione con la civiltà occidentale nacque la celebre imprecazione beduina “Possa tu essere maledetto come il franco che indossa una corazza poiché teme la morte”.

Questo impegno massiccio favorì la distrazione di parte della cavalleria musulmana lanciata in inseguimento della cavalleria aquitana, lasciando così scoperte le file centrali composte da arcieri e fanti, che furono letteralmente massacrate dalle picche e dai giavellotti dell’esercito merovingio.

A Carlo non restò che dare il segnale ad Oddone, il quale, mimetizzato nel bosco alla sua sinistra, mise in fuga tutto il fianco destro dello schieramento dei Mori.

battaglia di Poitiers
Charles de Steuben, Bataille de Poitiers, en octobre 732; olio su tela (1837). Mostra in modo romantico il momento cruciale dello scontro, la morte di Abd al-Raḥmān. Pubblico dominio

L’esercito musulmano fu letteralmente spazzato via. Lo stesso Abd al-Raḥmān morì per un colpo d’ascia, ma è a questo punto che la storia incontra la leggenda: fonti dell’epoca ritengono che il colpo mortale fu inferto al comandante moro da Carlo Martello in persona.
Infine, vi è discordanza tra la storiografia araba e quella occidentale sugli avvenimenti immediatamente successivi alle fasi finali della battaglia, difatti secondo la versione degli storici europei l’accampamento arabo, lasciato sguarnito dai pochi sopravvissuti in fuga, fu razziato con conseguente rinvenimento di tutta la refurtiva frutto delle campagne d’Aquitania; per gli storiografi del mondo arabo, invece, i Mori, pur riuscendo a sfondare le fila cristiane, scelsero di ripiegare quando videro minacciati i proventi delle proprie scorrerie e, quindi, tornarono all’accampamento per salvare quanto possibile, salvo poi disperdersi in maniera confusa.

***

Tomba di Carlo Martello a St. Denis. Foto di J. Patrick Fischer, CC BY 2.5

Nonostante la limitatezza degli eventi, fu evidente la portata del successo di Carlo Martello e della misura della sconfitta araba, tanto che nella tradizione araba tale evento è tutt’ora ricordato come balāt al-shuhadā, ovvero il “lastricato di morti”.

Probabilmente una vittoria netta e riportata sotto l’attenta guida militare di un solo comandante ha fagocitato l’alone di leggenda che per secoli ha caratterizzato lo scontro, nonostante la dimensione marginale che gli eventi hanno avuto nella conquista araba della penisola iberica che, anche in seguito alla battaglia, non si arrestò per nulla ma, anzi, vide più feroci e più alti momenti di scontro.

Comprendere questa battaglia resta comunque un’utile esercizio per indagare sui motivi di tanta fama, nonché un’opportunità per avere uno spaccato di tecnica militare frutto dell’esperienza e delle capacità di uno dei padri dei casati più importanti della storia europea la cui testimonianza, forse, senza la suddetta interpretazione degli eventi, non sarebbe arrivata in maniera così dettagliata.

Bibliografia:

W. Blanc, C. Naudin, Que s' est-il vraiment passé à Poitiers en 732?, in «L'Histoire» 429, 2016, pp. 22-23.

E. Percivaldi, Grandi Battaglie/Poitiers, 732, in Storie di guerre e guerrieri, 7, 2016, pp- 66-71.

A. C. L. F. Silva, A Batalha de Poitiers (732) por um cronista árabe anônimo, in «Revista Brasileira de História Militar», 1, 2010

J. Wilson, Poitiers 732 CE: Interpretation and Remembrance, oral presentation in MARCUS Conference, Sweet Briar College, October 12, 2013.

Note:

1Giuliano fu Governatore della città di Ceuta; la leggenda vuole che Roderigo, Re dei Visigoti in Spagna, rapì e violentò la figlia di Giuliano.

2Già dopo le incursioni in Aquitania del 717-18, gli arabi iniziarono a definire il territorio della Gallia e più in generale tutta l’Europa come la “Grande Terra”.

3 Gli storici non sono concordi sulla data: altri indicano il 7 ottobre, altri il 10 o l’11. Il 25 è la data convenzionale che tiene conto anche delle schermaglie iniziali e dell’effettiva fase conclusiva del conflitto.

4Tale pratica era già in uso presso Bizantini, Visigoti e Longobardi, ma fino ad allora sconosciuta al disorganizzato esercito merovingio.


Irlanda terra di Eroi. La follia di Suibhne

La cultura irlandese medievale ha prodotto tra le opere più fiabesche, eroiche e originali della letteratura europea; per questa ragione ho voluto fortemente leggere il volumetto di Iduna Edizioni La follia di Suibhne.
Il corpus mito-poetico irlandese si può genericamente suddividere in quattro cicli maggiori: il Ciclo Mitologico, Ciclo dell'Ulster, Ciclo feniano e il Ciclo storico. In Italia certamente una delle opere più apprezzate da studiosi e appassionati è Táin Bó Cúailnge (La razzia del bestiame del Cúailnge ) con il leggendario eroe Cú Chulainn appartenente al Ciclo dell'Ulster. Abbiamo ora l'opportunità di conoscere invece un gioiello dimenticato dell'Irlanda medievale, sapientemente introdotto da Fiorenzo Fantaccini e tradotto dal medio irlandese da Umberto Rapallo che ha anche stilato l'apparato di note.

La vicenda si snoda tra due fazioni storico-culturali parallele e allo stesso tempo violentemente intrecciate tra loro, non semplici particelle identitarie stratificate ma entità in guerra per il predominio religioso, politico e territoriale. L'Irlanda evangelizzata e cristianissima e quella primordiale e druidica. La follia di Suibhne è un'opera che raffigura con il suo linguaggio poetico le difficoltà della convivenza tra il passato celtico e il presente cattolico: questo dualismo religioso è impersonato dai principali attori del poema.

A quanto pare san Ronan sta tracciando i confini del suo futuro monastero nelle terre del sovrano Suibhne, in quale infuriato e nudo (tratti importanti della folle impetuosità animalesca dell'eroe irlandese) si precipita dal religioso e lancia nel lago il salterio del santo. Mentre il re è schiumante di rabbia viene avvertito da un suo messaggero che si sta combattendo un'aspra battaglia presso Magh Rath.

Grazie a un intervento divino Ronan ritrova il suo salterio e decide di maledire l'empio Suibhne, che sarà costretto a errare senza meta nudo per tutto il mondo finché non sarà ucciso dal colpo di una spada. Prima della battaglia di Magh Rath, Ronan benedice i soldati, ma dell'acqua santa “insudicia” Suibhne, il guerriero celtico per eccellenza che trucida un chierico per lavare l'onta cattolica nel sangue di un innocente. Il re irlandese viene nuovamente maledetto da Ronan, Suibhne dovrà volare nell'aria, come un uccello che ha perso l'orientamento, folle e confuso e nuovamente minacciato dalla punta di una spada. E il poema seguirà il folle errante dell'aria fino al suo trapasso.

Suibhne è il prodotto finale di un'evoluzione archetipica: da Gilgamesh all'omerico Achille e fino allo scozzese Lailoken (profeta pazzo), da lui molti ne erediteranno i mitologemi e gli stilemi (consciamente o meno): il Merlino di Geoffrey Monmouth, il folle Orlando ariosteo o i personaggi shakespeariani e di Cervantes. Del resto una folle e animalesca forza atavica di matrice celtica si ripercuote nella materia arturiana, di Bretagna e nella miscellanea epica de Il libro di Taliesin.

John Martin, The Bard (ca. 1817), olio su tela. Immagine in pubblico dominio

L'Irlanda di Suibhne è pre-cristiana, celtica, embrionale e ha il profumo di mondi magici e fatati, dove poteri soprannaturali possono essere incanalati dagli eroi coraggiosi che combattono presso Magh Rath nel 637 d. C., ma il testo è anche innovativo per la sua impostazione a prosimetro (un ibrido di prosa e poesia). Mi accodo all'opinione di Ruth Lehmann che considera le sezioni in prosa funzionali a creare una cornice narrativa, con finalità ornamentali e estetiche; ma la forza del racconto, in tutta la sua impronta celtica, naviga sui versi della poesia, perché la tradizione poetica-orale è il canto antico di bardi che danno vita alle leggende. Ed è interessante notare il parallelismo e la dualità tra paganesimo e cristianesimo e forma in prosa e istanza poetica, la poesia e il verso sono il linguaggio del substrato mitico mentre la prosa si fa portavoce di una più razionale istanza cristiana. Queste due macro entità sono incarnate da Ronan e Suibhne, l'eremita evangelizzatore e il folle re guerriero del folklore celtico.

La fortuna di La follia di Suibhne deriva dalla sua natura proteiforme, in continua trasformazione, dalla sua liquidità e ambiguità. Un testo che si muove su più pani interpretativi e culturali, molto simile alla indomabile natura selvaggio del monarca irlandese. Che non trae la sua forza dalla sete di sangue, gloria, dalla virilità guerriera, ma proprio dalle sue continue metamorfosi animali che lo mettono in strettissimo contatto con il ventre della madre terra.
La follia di Suibhne è il canto di un'Irlanda che non riesce a lasciarsi dietro il passato eroico, che muta e trasmuta nell'immortalità dell'epos poetico.

La follia di Suibhne anonimo irlandese
La copertina del romanzo saga La follia di Suibhne, edito da Idune Edizioni; introduzione di Fiorenzo Fantaccini e traduzione di Umberto Rapallo

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Il Carme di Ildebrando. La poesia eroica dell'Alto Medioevo germanico

Inizio dalle conclusioni, da un giudizio finale, ovvero che Il Carme di Ildebrando, nell'edizione curata dal professor Alessandro Zironi per Meltemi Editore è un testo fondamentale per l'insegnamento della filologia romanza in generale e della germanistica. Un'edizione alla quale va il mio plauso, perché ricchissima di tutti i contributi critici utili tanto allo studioso (neofita o veterano della materia) quanto all'appassionato, nonché allo storico medievista che usa la letteratura come fonte per indagare il passato. Bisogna inoltre riconoscere il merito di un linguaggio specialistico che non abusa dei tecnicismi o di un periodare troppo complesso, elementi che potrebbero inficiare la splendida scorrevolezza del commento e della sezione saggistica.

Il Carme di Ildebrando
La prima pagina del manoscritto, conservata presso la Landes- und Murhardsche Bibliothek, Kassel, Germany, 2° Ms. theol.54, Bl. 1r Foto in pubblico dominio

L'Hildebrand(s)lied è il componimento (lungo 68 versi allitteranti) in alto-tedesco (o lingua theodisca) più antico ad essere pervenuto fino a noi, un documento d'eccellenza che testimonia lo sviluppo della lingua volgare in area tedesca e notevolissimo exemplum di poesia eroica. Il testo purtroppo presenta una natura frammentaria, quindi non conosciamo pienamente la conclusione dell'epica vicenda (se escludiamo fonti secondarie come l'Edda).

Johann Georg von Eckhart, incisione dal libro Zweihundert deutsche Männer in Bildnissen und Lebensbeschreibungen, Lipsia 1854, editore Ludwig Bechstein, pubblico dominio

Il testo fu pubblicato per la prima volta nel 1729 dal suo scopritore, Johann Georg von Eckhart, ma in una pallida versione in prosa, dove il ritmo epico veniva perso e trascurato. Nel 1812 invece i fratelli Grimm pubblicarono la prima edizione originale in chiave critica, mantenendo la forma metrica primigenia. In Italia il testo apparve nel 1882 grazie ad Aristide Baragiola. Per gli aspetti linguistici, codicologici e morfosintattici rimando a consultare il volume, poiché in siffatta recensione potremmo dilungarci fin troppo a rintracciare i vari virtuosismi filologici rintracciati e debitamente spiegati con chiarezza dal professor Zironi.

I fratelli Wilhelm e Jacob Grimm in un dipinto di Elisabeth Jerichau-Baumann. Immagine in pubblico dominio

Il Carme di Ildebrando è un testo nato certamente nelle cerchie aristocratiche dei guerrieri germani, un componimento eroico accompagnato dalla musica e probabilmente dal canto (sulla scorta dell'opinione di Victor Millet) e racconta una vicenda molto popolare a tutto il medioevo germanico/sassone.

Ildebrando è al servizio di Teoderico, condottiero degli Ostrogoti deciso a riprendersi il regno dall'usurpatore Odoacre. Proprio alla fine del dispiegamento delle truppe dei due eserciti inizia il carme: i due fronti - per evitare un bagno di sangue - decidono di schierare i rispettivi campioni e di lasciare le sorti della battaglia nell'esito del duello.

Ildebrando, fedele vassallo di Teodorico, scende in campo e realizza di dover fronteggiare Adubrando, il suo giovane figlio che fu costretto ad abbandonare dopo la nascita. Il giovane cavaliere ignora le rivelazioni del vegliardo armato, teme di essere raggirato e poi ucciso, perciò si lancia all'attacco e il testo si conclude con il cozzare delle spade.

Come già sottolineato in precedenza, il carme è un testo di poesia eroica, ovvero narra quell'antica materia e corpus di storie perdute nei tempi delle grandi migrazioni germaniche. Perciò un tratto distintivo di questo “genere” è di descrivere un passato lontano, atavico, ferino e leggendario; assistiamo alla sedimentazione poetica dell'uomo guerriero: l'epos plasma il valoroso in eroe, non una figura mitologica legata alla religione o al mito, ma un agente morale e umano.

Basti pensare ad altri testi del medioevo germanico o anglosassone come il Beowulf, l'Edda, i Nibelunghi e La Battaglia di Brunanburh per riflettere sull'importanza socio-culturale della poesia eroica, non mera forma di intrattenimento “cortese”, bensì codificazione dell'ideologia guerriera.

Molto probabilmente il Carme di Ildebrando fu composto presso il monastero di Fulda, data la forte impronta anglosassone del testo. Fulda infatti fu costruito nel 744 sotto il volere di Bonifacio, ovvero Wynfreth del Wessex e molti dei suoi abati discendevano da famiglie sassoni/insulari. Fulda, pur essendo in un territorio appartenente al ceppo linguistico dell'alto tedesco, si trovava in una zona adiacente alla parlata sassone. La sua fondazione fu inoltre una mossa strategica per arginare i pagani sassoni ed erigere un caposaldo nelle terre cristiane contro l'avanzare dei barbari. Detto questo, è arduo stabilire un'origine del carme: il professor Zironi schematizza tale problematica postulando un'origine anglosassone, o basso-tedesca, o gotica o longobarda-bavarese.

Ildebrando è una figura presente in un ciclo di leggende; in questa raffigurazione dall'Hundeshagenscher Kodex avvisa i Burgundi. L'Hundeshagenscher Kodex è conservato nella Staatsbibliothek zu Berlin - Preußischer Kulturbesitz. Immagine in pubblico dominio

A mio modesto avviso la Meltemi inaugura la collana Testi del Medioevo Germanico con una vera punta di diamante, perché un'edizione del genere del Carme di Ildebrando non si era mai vista, con un'esaustiva bibliografia, tabelle, indici e schemi fonetici, per non parlare dell'ampio commento del testo, che viene proposto anche in lingua originale oltre che tradotto. Sicuramente sarà mio interesse seguire le future pubblicazioni, poiché il presente volume è uno strumento necessario per conoscere la filologia germanica e tutti i segreti di un testo sfortunatamente ignorato dai “non specialisti”.

Il Carme di Ildebrando
Il Carme di Ildebrando, copertina del testo curato dal professor Alessandro Zironi per Meltemi Edizioni nella collana Testi del Medioevo germanico

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Falsa partenza di Edith Wharton: una rincorsa verso il passato

Le arti figurative britanniche erano assetate dal mitico return to Camelot, ovvero dalla Materia di Bretagna di re Artù e i suoi cavalieri; i paladini della Tavola Rotonda, Ginevra, Merlino, la Dama del Lago iniziarono a essere ossessivamente i prototipi ideali dell'estetica preraffaelita e contro-moderna. Quindi si può affermare che nel 1840 la scuola di Dante Gabriele Rossetti “inventò” il Medioevo.

Nacquero nuovi movimenti di ritorno al passato, come il neo-feudalesimo della Young England di Disraeli, o l'aggressiva e cavalleresca opposizione dei sostenitori di Carlyle alla borghesia industriale. Il gotico architettonico, come naturale conseguenza, diventò una vera moda, il pittoresco e l'esotismo fantastico vennero celebrati non solo da scrittori eclettici ma da critici dell'arte e teorici come Pugin, Ruskin e Barry.

Ruskin fu uno dei sostenitori del wild gothic, ovvero uno stile artistico selvaggio, violento e genuino che si oppose alla cavalcata tecnocrate del progresso. Pugin e Ruskin si scontrarono anche dal punto di vista teologico, cioè se associare il gotico ai contenuti religiosi o farlo riflettere solamente come elemento figurativo. Pugin vedeva nel neogotico il trionfo dell'antichità rituale della fede cristiana, legata profondamente alla vertiginosa potenza espressiva delle cattedrali. Ruskin invece cercò di portare su un piano sociale l'arte, di innovarla con una connotazione rivoluzionaria tendente ad avvicinare la natura alla società contemporanea.

Per Ruskin il Medioevo deve essere composto da elementi etici ed edificanti, che lo caratterizzano rispetto al vacuo Rinascimento, dove secondo lui primeggiava la qualità dell'artista ma non la sua anima. Da queste considerazioni architettoniche si evince che il medievalismo non era più un'ideologia intellettuale ma divenne una teoria sociale applicata alle arti figurati. Sorge una sorta di utopia neo-medievale, una rincorsa agli antichi valori di religiosità, armonia ed eroismo del medioevo idealizzato.

A differenza di Walpole o dei primi scrittori gotici, l'eredità di Walter Scott e dei teorici preraffaeliti era molto più "reale" perché assunse una connotazione sociale che rivestì un ruolo specifico nella cultura vittoriana e quella americana che si basava sull'emulazione di quest'ultima. Fu l'epoca delle cattedrali e dei castelli,  del Crystal Palace, di San Giorgio cavaliere che lottava contro il drago della rivoluzione industriale.

Il Medioevo era un ideale reale e tangibile, non una pallida nostalgia di un passato atavico (come lo intendevano i romantici). Il ritorno al feudalesimo per esempio era la cura ai mali della modernità, questa la visione distorta del medievalismo vittoriano. Il revival cavalleresco non esaurì la sua forza di fascinazione fino alla prima guerra mondiale, quando la cavalleria inglese venne definitivamente surclassata dai mezzi bellici alla Somme e a Verdun.

Falsa Partenza Edith Wharton Skira
Copertina di Falsa partenza di Edith Wharton, nell'edizione Skira

Perdonatemi tale cappello introduttivo, ma l'ho considerato consono per presentare il volumetto di recente pubblicazione della Skira: Falsa partenza di Edith Wharton, ben curato sul lato estetico dall'editore con una copertina davvero evocativa e in copertina rigida.

Tra le penne americane più originali del XX secolo, Edith Wharton fu la prima donna a vincere il premio Pulitzer nel 1921 con il romanzo The Age of Innocence, grazie anche l'incoraggiamento del suo amico/maestro, lo scrittore anglo-americano Henry James. La sua formazione culturale (da autodidatta) fu profondamente influenzata da numerose suggestioni, dalla filosofia di  rottura sociale di matrice angloamericana alle grottesche innovazioni narrative del gotico inglese, senza escludere un viscerale amore per l'arte italiana e medievale. Il racconto lungo fa parte dell'antologia Vecchia New York (uscita nel 1924) ed eredità i temi e le idealizzazioni destrutturanti della american society presenti nel capolavoro L'età dell'innocenza.

Foto di Edith Wharton, opera di ignoto, da The World's Work del 1905. Pubblico dominio

Falsa partenza è un racconto figlio di diverse esperienze culturali, ma possiamo rintracciare l'ispirazione principale nelle letture preferite della Wharton, una tra tutte il libro Elementi del disegno (1856/57) di John Ruskin (citato prima a ragione). Il libro dell'esperto d'arte non fu un semplice manuale per imparare a disegnare e divenne nel tempo il manifesto culturale dei più disparati artisti (anche di correnti future o in contrasto con il romanticismo medievale dell'autore, infatti Monet lesse e si ispirò a questi scritti per teorizzare l'impressionismo), che furono costantemente ispirati e guidati dal maestro inglese.

In Falsa partenza ci tuffiamo nel fascino europeo degli accattivanti grand tour di artisti, scrittori, intellettuali o giovani rampolli costantemente magnetizzati dalle bellezze paesaggistiche e culturali del nostro Bel Paese o di altre località franco-tedesche. Seguiamo il viaggio in Europa di Lewis Raycie, inviato dal suo superbo padre ad acquisire pregevoli dipinti barocchi per nobilitare gli aridi saloni domestici. Ma Lewis è un adepto della scuola estetica di Ruskin e compra soltanto opere religiose - riccamente decorate - degli antichi maestri del '300 e del '400, come se fosse posseduto da un fanatismo teo-artistico o da Ruskin stesso. Il giovane poi viene diseredato dal padre, infuriato di vedersi recapitare delle opere lontanissime dal gusto e dall'ideologia dominante della sensibility americana e vittoriana (assetata di modernità e progresso). Il resto è qualcosa che si deve scoprire da soli.

L'atrio principale del Grand Central Terminal a New York. Foto dal WPA Federal Writers' Project, Pubblico dominio

La pungente scrittura di Edith Wharton ci proietta in dimensioni meta-artistiche e riccamente evocative capaci di mettere alla berlina, con classe e raffinatezza, le pallide architetture sociali contemporanee; incapaci di rivaleggiare con le vertiginose bellezze delle cattedrali gotiche.

Falsa partenza
Copertina di False Dawn (Falsa partenza) della statunitense Edith Wharton, la prima parte della serie Old New York (1924). Immagine ad opera di Edward C. Caswell, in pubblico dominio

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


L’arte ospita l’arte. “Palazzo Maffei - Casa Museo” apre le porte il 14 febbraio 2020

Dal 14 febbraio 2020 sarà aperto al pubblico “Palazzo Maffei - Casa Museo”, nel cuore di Verona. Un’iniziativa culturale promossa da Luigi Carlon, imprenditore e collezionista veronese, su progetto architettonico dello studio Baldessari e Baldessari e museografico di Gabriella Belli, con la consulenza di Valerio Terraroli e Enrico Maria Guzzo.

L'edificio tardo-rinascimentale, suggestiva quinta sul margine nord-occidentale della storica Piazza delle Erbe, ha origini ben più antiche di quelle seicentesche. Il nucleo di fondazione medievale sorge, infatti, nell’area del Capitolium (tempio dedicato al culto della Triade Capitolina, ossia Giove, Giunone e Minerva), costruito nel 49 a.C., quando Verona divenne municipio romano. I sotterranei del palazzo testimoniano proprio la fase più antica della fabbrica.

Palazzo Maffei è una pietra miliare della città di Verona. La facciata barocca, culminante nella balaustra con le statue di divinità romane, l’imponente scalone elicoidale autoportante, gli stucchi e gli affreschi del piano nobile sono solo alcuni degli elementi artistici e architettonici che lo rendono un capolavoro dell’architettura del Seicento italiano.

Palazzo Maffei  

 

In un contesto tanto straordinario trova posto una raccolta ricchissima, che consta di oltre 350 opere. Quasi 200 dipinti, una ventina di sculture, disegni e oggetti d’arte applicata di ogni tipo: mobili d'epoca, ceramiche rinascimentali e maioliche sei-settecentesche, argenti, manufatti lignei, pezzi d'arte orientale e volumi rari. Una vera e propria sintesi delle arti, nelle loro più alte espressioni.

Oltre ad essere molto vario, il percorso espositivo si snoda tra antico e moderno, in un arco temporale che copre circa cinque secoli di storia. Ha una “doppia anima”.

Palazzo Maffei Palazzo Maffei

La prima parte del percorso espositivo non perde la connotazione di dimora privata. Questa sorta di Wunderkammer è dedicata alle opere antiche e moderne. Si va dal Trecento alla pittura veronese, che ha naturalmente un forte valore identitario. La raccolta vanta una sorta di compendio di storia dell’arte del territorio scaligero.
La seconda parte del percorso espositivo è strutturata come una vera e propria galleria museale ed è incentrata sulle opere dei grandi maestri del XX secolo: Picasso, De Chirico, Mirò, Kandinskij, Magritte, Fonta, Burri, Manzoni e tanti altri.

Da collezione privata a patrimonio condiviso con la città, a Palazzo Maffei l’arte ospita l’arte.

 

Foto cortesemente fornite da Villaggio Globale International


America Llosa

"Sogno e realtà dell'America Latina" di Vargas Llosa

Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa

Mitologia e distopia di un continente

Il pamphlet Sogno e realtà dell'America Latina, del premio Nobel per la letteratura del 2010 Vargas Llosa, è una preziosa opportunità per riflettere sulle tematiche trasversali che incatenano tutt'oggi l'America Latina in una griglia di costruzioni stereotipate. A tale ragione non possiamo che rendere grazie alla casa editrice maceratese Liberilibri, che dimostra nuovamente la cura e l'importanza del proprio catalogo.

Come in un mio precedente contributo per ClassiCult sul mito di Eldorado, si ritorna ancora ad esplorare le cause innescate dalla nostra immaginazione e che proiettano nel continente sudamericano le ansie, le paure, le tradizioni folkloriche e il repertorio mitologico del cosiddetto Vecchio Mondo. Come avevo già sottolineato, questi comportamenti maturarono in seno alla letteratura odeporica e grazie alla florida circolazione di notizie e leggende che attecchirono facilmente sul suolo di Brasile, Messico e Caraibi; nacque così la prova tangibile dell'esistenza del famoso paese della Cuccagna, delle mirabili località dorate descritte da Marco Polo in Asia e del regno aureo del Prete Gianni.

In sintesi il medioevo europeo riversò tutto se stesso nelle Americhe, distorcendo l'architettura religiosa, etnica, sentimentale e storica dei popoli conquistati; il risultato non fu una forzata integrazione o ibridazione di vinti e vincitori, bensì l'accentuarsi di una cesura del “noi” e del “loro”. Segnò pure l'avvento di un sensazionalismo esotico che influenzò pesantemente l'immaginario della madre patria e tutte le classi sociali. Hidalgos, mercenari, gesuiti o membri di altri ordini religiosi, semplici contadini o borghesi benestanti accorsero a colonizzare le nuove ricche terre di Eldorado.

Mario Vargas Llosa, dettaglio dalla foto di power axle, XIII Prix Diálogo - Ceremonia de entrega

Vargas Llosa parte da questo assunto e lo sviluppa con la sua solita intelligenza in senso verticale, smascherando la dura realtà che avvolge pesantemente il suo continente d'origine. La sua trattazione, com'è giusto che sia, inizia dalle antiche cronicas dei numerosi compilatori (degli ordini religiosi e non) che accompagnarono condottieri e vice-regnanti nelle Indie americane. Costoro, come ho accennato sopra, si lasciarono sedurre dai racconti favolosi di quelle terre misteriose e spesso la realtà storica venne messa in secondo piano. “La finzione, l'amore per le cose rare e peregrine, predominano sul gusto del reale e del comune” (p. 4); così affermò lo storico peruviano Raùl Porras Barrenechea, riferendosi proprio a queste tendenze immaginifiche che alimentarono il proliferare di scritti macchiettistici sulle Indie.

Llosa procede nell'analisi, valendosi del rinomato scritto del professor Irving A. Leonard: Los libros del conquistador. In questo passaggio è ancora più netta la sovrascrittura tra il mondo reale e quello letterario, poiché l'Europa ammantò di amor “cavalleresco” quelle terre esotiche appena scoperte, paragonandole a quelle immaginarie, descritte nei pomposi romanzi cavallereschi tanto in voga nelle corti iberiche.

Gli uomini di Francisco de Orellana mentre costruiscono un piccolo brigantino, il San Pedro. Dipinto, immagine in pubblico dominio

A ragione di ciò basti portare alcuni esempi. La Foresta amazzonica e il Rio delle Amazzoni devono il loro nome alle donne guerriere del mito greco, che vennero spesso usate come antagoniste o come orpelli narrativi di fascinazione nei romanzi epici delle corti ispaniche. Il missionario domenicano fra' Gaspar de Carvajal e il conquistador Francisco de Orellana esplorarono le foreste amazzoniche e dichiararono proprio di aver visto delle donne bellicose con dei seni recisi: Erodoto non avrebbe saputo descriverlo meglio. Il topos mitologico ellenico, già al servizio dei romanzieri iberici e italiani, subì un pesante revival proprio agli antipodi della sua terra d'origine.

Fu il celebre romanzo Las sergas de Esplandián a inculcare negli avventurieri spagnoli il mito delle Amazzoni, ma non si limitò a questo. L'esploratore portoghese Juan Rodríguez Cabrillo, al servizio della Spagna e divoratore di romanzi cavallereschi (tra i quali proprio Las sergas de Esplandiàn), esplorò nel 1542 una "nuova" terra, alla quale diede il nome dell'isola in cui regnava la sovrana delle Amazzoni Calafia nel romanzo, ovvero California.

Nelle pagine successive, Vargas Llosa procede con meticolosità alla decostruzione delle cataratte ideologiche che promuovono biecamente la cecità intellettuale occidentale e anche latinoamericana. Tale processo parte dal libercolo di Régis Debray Rivoluzione nella rivoluzione? (1967) e dai movimenti politici della Cuba dei “barbudos” di Castro, dalla mancata idealizzazione di un autentico marxismo latinoamericano, non pallida emulazione di quello europeo. La mitologia cubana della rivoluzione di Castro si erge a monumento utopico e leggendario, noncurante delle reali contingenze storiche.

Con tali edulcorazioni, il continente latinoamericano subì una neonata distorsione contemporanea, da paradiso mitologico aureo e esotico divenne il continente perfetto nel quale potevano avverarsi le sperimentazioni politiche del socialismo e del marxismo europeo, sperimentazioni volte a soffocare in nuce parte dello spirito rivoluzionario originario di matrice latinoamericana. Così il continente subì un'evoluzione, o un'involuzione, una realtà distopica non tanto diversa dall'immaginifica mitologia dei conquistadores.

America Llosa Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa
Copertina di Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa, nell'edizione Liberilibri

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.