The Antikythera Cosmos

The Antikythera Cosmos

“The Antikythera Cosmos”, prodotto da Images First Ltd e per la regia di Martin Freeth, proseguirà le proiezioni di venerdì 15 ottobre alle ore 17:00, come prima nazionale alla “Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea”, per la sezione Cinema e Archeologia.

 

The Antikythera Cosmos

Nazione: Regno Unito

Regia: Martin Freeth

Consulenza scientifica: Tony Freeth

Durata: 30’

Anno: 2021

Produzione: Images First Ltd

Prima nazionale

Sinossi:

Il team di ricerca Antikythera presso lo University College di Londra (UCL) cerca di creare un modello della parte anteriore del meccanismo Antikythera, scoperto dai raccoglitori di spugna greci nel 1901. Il film segue le fasi di questa storia scientifica mentre il team risolve un puzzle 3D diabolico per creare una ricostruzione convincente del Cosmo greco. Le indagini rivelano una creazione geniale - combinando cicli di astronomia babilonese, matematica platonica e teorie astronomiche greche antiche.

The Antikythera Cosmos
Un fotogramma del documentario The Antikythera Cosmos, prodotto da Images First Ltd e per la regia di Martin Freeth

Informazioni regista:

Martin Freeth was a film-maker for over 40 years. He spent more than 20 years as a science producer at the BBC, with award winning programmes. He pioneered interactive media at the BBC. He was a founding executive of NESTA (The National Endowment for Science, Technology and the Arts in the UK). He was also the first Director of the Bristol hands-on Science Centre. In his final years, Martin returned to film-making, always telling human stories with deep humanity and a strong sense of social justice.

Informazioni casa di produzione:

https://www.images-first.com

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Carnevale Abramo Isacco

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco

Recensione a cura di Laura Martorana a

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020, pp. 192.

Questo volume offre un approccio scientifico-analitico utile a chiunque abbia interesse a studiare l’episodio di Genesi 22 dal punto di vista documentario, filologico e storico. L’Autrice si propone di dipanare i fili che legano i personaggi del padre Abramo e del figlio Isacco, e le loro storie, partendo da due principi: l’obbedienza di un uomo – il patriarca delle religioni cosiddette abramitiche (giudaismo, cristianesimo e islam) – al Dio che gli ha promesso una progenie benedetta e numerosa; la violenza che accompagna l’ottemperanza alla prova, il sacrificio del primogenito Isacco – voluto dallo stesso Dio benefattore – che si configura quale capovolgimento parossistico della promessa fatta in precedenza al padre.

Laura Carnevale Obbedienza di Abramo sacrificio di Isacco
La copertina del saggio di Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020

Lo stile chiaro e lineare accompagna il lettore verso la ricerca di un senso e di una interpretazione della storia del sacrificio di Isacco, in termini non solo teologici, ma anche storici, attraverso l’analisi della sua ricezione nel giudaismo e nella esegesi cristiana, ma anche attraverso la ricerca topografica dei luoghi del racconto e il valore che essi assumono per ebrei, cristiani e musulmani. L’autrice, inoltre, non manca di considerare quanto il forte impianto mitopoietico dell’episodio abbia avuto “fortuna” nella cultura occidentale moderna e contemporanea: le arti figurative, drammatiche e cinematografiche, infatti, hanno attinto al racconto genesiaco che, nel tempo, è stato interpretato in termini valoriali, religiosi e politici nuovi e squisitamente moderni. In ogni luogo e in ogni tempo è stata percepita con forza la dicotomia tra la cieca e fedele abnegazione di un padre e l’orrore e la tragedia dell’immolazione ingiustificata di un figlio innocente1, non di rado richiamati quale metafora orrorifica delle grandi tragedie belliche della Postmodernità.

Matthias Stomer, Sacrificio di Isacco, Musée Fesch. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

La storia del patriarca ha inizio con la chiamata di Dio, che gli promette una nuova terra e una florida discendenza. L’anziano Abràm (questo il suo nome all’inizio) parte da Ur dei Caldei, con la moglie Sarai e i servi al seguito, e raggiunge la Terra di Canaan, ove si insedia e dove erige un altare al Signore (Gen 12,1-9). Segue una serie di vicissitudini, che raccontano anche la non facile relazione con i popoli limitrofi ma, anche, l’autorizzazione divina ad abitare il territorio di Canaan, avallata dalle benedizioni, dalle alleanze, dai riconoscimenti rivolti al patriarca dai capi delle popolazioni vicine (Gen 14,1-28; 18,16-33; 21,22-34). Dopo la nascita di Ismaele (effettivamente il primogenito figlio di Abramo), avuto da Agar, la serva di Sarai (Gen 16,1-16), Dio si ripresenta al patriarca e con lui stringe un patto. Abràm è rinominato Abramo, cioè “padre di una moltitudine di popoli”; viene stabilita la pratica della circoncisione; Sarai, il cui nome è sostituito in Sara, viene allietata dalla notizia di una gravidanza (Gen 17,1-27). La donna, però, vecchia e sterile, non crede alle parole dei tre uomini alle querce di Mamre, e la loro promessa le suscita il ben noto scoppio di risa (Gen 18,1-15). Quando Sara diventa madre di Isacco (Gen 21,1-7), avendo dato al patriarca il figlio promesso dal quale sarebbe stata generata la discendenza di Abramo, viene deciso l’allontanamento di Ismaele, il figlio illegittimo, e di sua madre Agar nel deserto (Gen 21,8-21). Passati pochi anni, il Signore vuole mettere alla prova Abramo e gli ordina il terribile sacrificio. Il patriarca obbedisce e organizza il viaggio verso la terra che Dio gli ha indicato come sede dell’offerta. Proprio nel momento in cui il coltello sta per ferire la carne di Isacco, un Angelo del Signore si manifesta e impedisce lo svolgimento dell’azione sacrificale. Abramo, allora, sostituisce la vittima umana con un ariete che, miracolosamente, si trova impigliato con le corna in un cespuglio lì vicino. Il Signore benedice Abramo e la sua progenie, per essersi dimostrato degno di una prova così ardua. Il patriarca, allora, compiuto il sacrificio sostitutivo, ritorna a Bersabea, dopo aver rinominato il luogo dove si è svolto il rituale “Dio vede” (Gen 22,1-19).

Genesi 22 si configura quale testo estremamente stratificato e complesso. Come osservato dalla Autrice, è necessario affidarsi ad una analisi filologica del racconto per cercare di risalire (almeno in parte) al carattere originario dell’episodio biblico e alla sua storia compositiva.

Giuseppe Vermiglio, Sacrificio di Isacco, Palazzo Bianco o Palazzo Doria Brignole - Musei di Strada Nuova. Foto di Matteo Bimonte, CC BY-SA 3.0

Il corpus genesiaco potrebbe essere stato messo per iscritto intorno al VII secolo a.C., tuttavia bisogna considerare che, sino a tale data, la maggioranza delle narrazioni in esso comprese è stata non solo soggetta a modifiche, ma anche a influenze culturali molteplici. Alle origini, la narrazione poteva essere una eziologia del passaggio dal sacrificio umano a quello animale, coincidente con il motivo antropologico della pratica dei sacrifici vicari (chiaramente in questo racconto delle origini non figuravano il nome di Abramo né quello di Isacco, mentre era presente, come è ovvio, il riferimento ad una divinità): si trattava di un racconto di probabili origini pre-israelitiche considerato che Israele conosceva la pratica del sacrificio umano, ma anche quella del sacrificio animale, dal contatto con le popolazioni limitrofe. In aggiunta a questo motivo, si ravvisa altresì un altro carattere, di tipo eziologico-cultuale, legato al racconto di un pellegrinaggio verso un luogo sacro: il luogo che fa da sfondo alla vicenda del sacrificio di Isacco sarebbe stato, infatti, un’area cultuale sin dalle origini, ancor prima di assumere un significato e un valore, anche topografico, per i culti abramitici2.

Alla fine del primo capitolo, l’Autrice si sofferma a distinguere due tipologie differenti di “sacrificio del figlio”: l’una riscontrabile nel mondo classico greco-romano, l’altra rappresentata dalla vicenda di Genesi 22. La grande diversità tra Agamennone e Abramo, ad esempio, sta nello scopo del rituale sacrificale: il capo degli Achei, infatti, decide di sacrificare Ifigenia per riconquistare il favore degli dèi nella guerra contro Troia. Il suo è un sacrificio in funzione del risanamento di una crisi che si abbatte sulla collettività, sulla fazione dei Greci, e ne determina la sfortuna militare e l’essere invisi agli dèi. Ifigenia è il pharmakos, il capro espiatorio attraverso cui sbarazzarsi della sfortuna che agisce nella storia. Sebbene i toni tragici e violenti dei due racconti si equivalgano, nell’episodio genesiaco Abramo è chiamato a rispondere a tutt’altra esigenza: egli non deve scongiurare, attraverso il sacrificio del suo unico figlio, l’abbattersi di una calamità in grado di mettere a rischio la vita della propria comunità, né può sfuggire all’ordine che gli è imposto. Ed è proprio la mancata realizzazione del sacrificio del figlio e il suo rovesciamento in sacrificio vicario, che dimostra il valore della prova del patriarca: una fede incrollabile e reverenziale in Dio.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio

La peculiarità del profilo del personaggio Abramo sta nell’espressione “Dio mise alla prova” (Gen 22,1), collocata nella cornice del racconto genesiaco che funge da motore dell’azione. È su questa espressione e sui presupposti della prova che viene a costruirsi la ricerca teologico-documentaria di provenienza pre-rabbinica, rabbinica e cristiana.

I capitoli secondo e terzo del volume, infatti, delineano la storia della ricezione di Genesi 22 nella esegesi giudaica e cristiana. Nel giudaismo del Secondo Tempio il sacrificio di Isacco assume già un valore salvifico ed espiatorio, che si intensifica progressivamente a seguito della distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C. Estrema attenzione è data, infatti, al motivo della prova di Abramo ma anche al personaggio di Isacco, fortemente legati al motivo della salvezza e della redenzione del popolo ebraico. Nel IV Libro dei Maccabei, ad esempio, è fornita una interpretazione martiriologica della vicenda di Abramo e Isacco, che giustifica il gesto sacrificale in senso soteriologico. Nel Libro dei Giubilei il racconto biblico è contestualizzato al momento della Pasqua ebraica; tale ambientazione verrà ripresa nella interpretazione di Genesi 22 del giudaismo rabbinico, in funzione fortemente anticristiana: in seguito, a partire dal principio dell’Era Volgare, mentre si ponevano le basi per fare di Isacco figura Christi della confessione cristiana, l’esegesi giudaica avvalora il racconto genesiaco collegandolo al tema della redenzione del popolo di Israele (si pensi all’interpretazione che del sacrificio di Isacco compie Flavio Giuseppe, per il quale il figlio di Abramo è un giovane uomo e, di conseguenza, responsabile e consapevole dell’azione sacrificale subita – esattamente come il padre lo è di quella inflitta).

Il carattere soteriologico di Genesi 22 assume, nella esegesi protocristiana e cristiana, un significato cristologico: serve a spiegare la morte di Gesù come sacrificio di redenzione dell’umanità. Già Paolo, ad esempio, che utilizza palesemente questo episodio per fondare la sua teologia, pur senza citarlo, spiega l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre, nonché l’obbedienza e la fede del credente, attraverso il racconto della ‘aqedah.

Filippo Brunelleschi, sacrificio di Isacco, formella per il concorso delle porte del Battistero di Firenze (1401), Museo del Bargello. Foto di Francesco Bini, CC BY 2.5

Abramo è, dunque, ancora una volta exemplum fidei, ma quale è l’interpretazione del personaggio di Isacco? Melitone ravvede in Isacco l’archetipo di Cristo: entrambi accettano volontariamente il sacrificio. Tertulliano – che considera l’impresa di Abramo non come una tentazione, né come una messa alla prova, ma piuttosto una dimostrazione di fede – associa Isacco (anche per l’autore consapevole del proprio destino di vittima sacrificale) a Cristo e si sofferma sull’analogia tra le corna dell’ariete e i bracci della croce. Origene, poi, considera Abramo alla stregua di un profeta, in grado di prefigurare la salvezza di suo figlio, e capostipite della stirpe da cui sarebbe nato Cristo. Isacco, per Origene, è vittima e sacerdote (assieme al padre) del sacrificio, consapevole e responsabilmente attivo della propria immolazione.

Il quarto capitolo si concentra sul fenomeno della sacralizzazione dei luoghi di Genesi 22, legata alla necessità di contestualizzare e avvicinare al lettore-fedele gli exempla e i loci della letteratura scritturistica. Il giudaismo riconduce il luogo in cui è ambientata la vicenda del sacrificio di Isacco al monte Moria in Gerusalemme, su cui è stato edificato il Tempio. La tradizione cristiana associa tale promontorio al Calvario, avvalendosi ancora una volta di una interpretazione cristologica della vicenda di Genesi 22. L’islam, che pure guarda ad Abramo nel ruolo di patriarca e prefigurazione del musulmano ideale, assimila l’episodio genesiaco modificandone uno dei protagonisti rispetto a giudaismo e cristianesimo antico: il figlio del sacrificio è Ismaele, avuto dalla schiava Agar, considerato il capostipite del popolo arabo, mentre il teatro del sacrificio del primogenito coincide con il luogo santo della Mecca.

Una serie di osservazioni, nel volume, si concentra in modo esclusivo intorno al correlativo ariete-figlio-cespuglio, particolarmente fortunato non solo per l’interpretazione che ne dà il primo cristianesimo, ma anche per l’interpretazione rabbinica. Se per le tradizioni giudaiche l’ariete, con cui si sostituisce Isacco, assume un valore e un carattere espiatorio e, a seconda delle tradizioni, è associato alla festa di Pesach o di Yom Kippur (mentre il cespuglio è raffigurato e descritto come un albero, tra i cui rami ab origine si sarebbe trovato l’ariete, generato dalla Creazione), per il cristianesimo la sostituzione del figlio con l’ariete spiega il segreto della incarnazione e il cespuglio è prefigurazione della croce. Un problema fondamentale affiora inoltre, come abbiamo visto, in relazione alla cultura coranica: la legittimità e l’identità del figlio. Questa è una questione che lega visceralmente le religioni abramitiche: del sacrificio di quale figlio Dio mette alla prova Abramo? Per la cultura giudaico-cristiana è Isacco, per quella coranica il figlio del sacrificio è Ismaele3.

Per concludere, come evidenziato nel titolo, un aspetto fondamentale da considerare dell’episodio biblico – che non scarso interesse ha raccolto soprattutto in età contemporanea – è la sua tensione violenta e tragica. Come si coniuga la violenza dell’episodio con la sua funzione sacrale? Se, ab origine, le tendenze aggressive e violente sono alla base del comportamento umano, per istinto di sopravvivenza o predisposizione biologica del sapiens nel momento in cui assume la posizione eretta (si pensi alle riflessioni sull’homo necans di Walter Burkert), ugualmente primigeni sono i tentativi, da parte dell’uomo, di ricondurre e convertire in ordine di senso il caos della violenza originale, attraverso la creazione di eventi violenti “controllati” mediante i quali eliminare catarticamente le pulsioni primordiali. È questo, secondo alcuni studiosi, la principale funzione del sacro ed è a questa funzione che assolve in ogni luogo e in ogni tempo, mutatis mutandis, il rituale sacrificale4.

Carnevale Abramo Isacco
Rembrandt, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1] in pubblico dominio

1 L’uomo moderno e contemporaneo, tenendo bene a mente i caratteri teologici e allegorici della ’aqedah, si sofferma spesso sul tema della messa a morte di un innocente, rivalutandone il precipuo carattere violento e terrorizzante. Pensando alla drammaturgia, ad esempio, Laura Carnevale richiama l’opera teatrale in tre atti di Ermanno Bencivenga, intitolata Abramo, un dramma in cui le aspirazioni al successo di padre Abramo si scontano contro un destino di solitudine e morte, legato all’atto violento e ingiustificato di un sacrificio compiuto e compreso solo in termini redditizi. A mio parere, nell’opera di Bencivenga il sacrificio di Isacco sottende in Abramo un ragionamento economico e capitalista ante litteram: il padre immola il proprio figlio credendo di ottemperare alla volontà del proprio Signore (si scopre solo in seguito che il patriarca è stato ingannato da tre impostori) aspirando, però, ad ottenere benefici e fortune smisurate al termine di tale prova. Alla logica del guadagno si accompagna una sorta di sindrome di Münchhausen che Abramo ammette solo alla fine del dramma: la paura che Isacco, risuscitato nell’ultimo atto, possa prendere il posto del padre non solo come capo della comunità, ma anche agli occhi di Dio. Cfr. E. BENCIVENGA, Abramo. Tragedia in tre atti, Nino Aragno Editore, Torino 2013. Un altro esempio menzionato nel volume è la mostra interattiva, inaugurata al Museo Ebraico di Berlino, di Peter Greenaway e Saskia Boddeke, intitolata Gehorsam: die Geschichte von Abraham, Isaak und Ismael, intesa a ripercorrere in chiave storica e attualizzante, passando in rassegna la ricezione del sacrificio di Isacco nelle religioni abramitiche, lo sviluppo del dramma umano di Abramo e Isacco (ma anche di Ismaele), ipostasi delle sofferenze di troppi padri e figli del mondo moderno segnato da guerre, tragedie e sacrifici inferti, richiesti e subìti. Per quanto concerne invece l’arte figurativa, tra i tanti esempi di riproduzione dell’episodio genesiaco (Brunelleschi, Rembrandt) desidero qui segnalare due dipinti del Caravaggio. Si tratta di due opere (una realizzata nel 1598, l’altra nel 1603) che rappresentano due facies diverse del racconto biblico: nella prima, i colori luminosi, la luce frontale, un’atmosfera di permissiva religiosità, restituiscono l’immagine pacificata di una offerta consenziente e rassicurante; nella seconda, il taglio obliquo della luce, la smorfia di paura e di dolore sul volto del giovane uomo Isacco, il braccio muscoloso dell’Angelo che blocca il polso del vecchio Abramo, il movimento laterale, quasi repentino (di certo meno statico e plastico di quanto appare nel dipinto precedente) su cui è costruita l’intera immagine, contribuiscono a rappresentare un’idea sofferta e sofferente dell’episodio genesiaco, intrisa di umanità e violenza.

2 Secondo l’analisi di Rudolf Kilian, Genesi 22 celerebbe almeno tre distinti motivi narrativi: il motivo eziologico del riscatto, espresso mediante la linearità della trama dell’episodio: un padre, per onorare la divinità, deve immolare suo figlio che, per magnanimità del dio, viene sostituito da un animale; il motivo del pellegrinaggio, che si compenetra con quello del riscatto ma, se analizzato distintamente, assolve quasi una funzione odeporica, descrivendo l’itinerario che un fedele compie per rendere un omaggio cultuale alla divinità; un motivo etimologico, che risponde alla eziologia legata al luogo di culto riportato nel testo: «Il Signore vede». Quest’ultimo motivo si spiega anche con una serie di trasformazioni legate al personaggio del padre che, essendo una figura dal profilo indistinto nelle prime fasi del racconto, quando esso viene inglobato nelle tradizioni israelitiche verrà identificato con Abramo. Questo avviene però solo in un secondo momento quando un redattore successivo identifica definitivamente le figure di Abramo e di Isacco nella cornice narrativa, anche legando la sede del sacrificio delle origini a quello del monte del Tempio di Gerusalemme. Cfr. R. KILIAN, Il sacrificio di Isacco, Paideia (Studi Biblici), Brescia 1976.

3 «Il caso del sacrificio di Isacco/Ismaele è una dimostrazione di come giudaismo, cristianesimo e islam, pur mantenendo la propria autonomia sul piano teologico, appaiano profondamente interdipendenti per quanto attiene le capacità di attingere a un comune giacimento culturale costituito da figure, luoghi ed eventi considerati fondanti nei testi sacri di riferimento e nelle tradizioni da essi generate»: in L. CARNEVALE, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco, cit., p. 158.

4 Per approfondire cfr. W. BURKERT, Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica, Boringhieri, Torino 1981; R. GIRARD, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1992; C. GROTTANELLI, Il sacrificio, Laterza, Roma-Bari, 1999.


Abu Tbeirah Licia Romano

Il sito archeologico di Abu Tbeirah ai tempi del coronavirus: Licia Romano ci racconta il primo anno lontano dall’Iraq

Il 21 Marzo 2018 presso il Palazzo del Rettorato dell’Università la “Sapienza” di Roma sono stati presentati i risultati della campagna di scavo condotta ad Abu Tbeirah, nell’Iraq meridionale, dalla Missione Archeologica italo-irachena della Sapienza co-diretta dalla dott.ssa Licia Romano e dal professor Franco D’Agostino.

I risultati presentati riguardano la scoperta di un porto risalente al III millennio a.C., MARSA (هرسى) in arabo e MAR.SA in sumerico, che indicava la struttura amministrativa del porto e le attività ad esso annesse.

L’intera équipe della Sapienza ha indagato il sito di Abu Tbeirah, a partire dal 2017, posto vicino all’antica linea di costa del golfo arabico, all’interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare, che ha influenzato fortemente la vita dell’insediamento.

La scoperta del porto ha esteso maggiormente la necessità di svolgere altre indagini e approfondire le dinamiche di vita in quel determinato contesto.

Purtroppo, questo è il primo anno in cui la Missione Archeologica presso Abu Tbeirah non ha condotto la campagna di scavo, per i ben noti motivi che hanno coinvolto il Mondo intero.

Abu Tbeirah Licia Romano
Il porto di Abu Tbeirah, si ringrazia Licia Romano per la foto

Ringraziamo la co-direttrice della Missione, Licia Romano, che ci ha concesso un’intervista in cui ci spiega il contesto indagato e come l’équipe ha vissuto questo primo anno lontano dall’Iraq.

 

 

Quali sono stati i dati che vi hanno fatto comprendere che presso il sito di Abu Tbeirah ci fossero interessanti studi e scoperte da svolgere?

Il sito di Abu Tbeirah, una collina artificiale chiaramente visibile nel pianoro a sud della città di Nasiriyah, era stato individuato e mappato dai colleghi iracheni nel 1970. In seguito, grazie alle informazioni e ai dati raccolti sul sito, sia tramite survey, sia tramite l’analisi delle immagini satellitari, da Abdulameer al-Hamdani ed Elisabeth Stone della Stony Brook University, si è deciso di iniziare le attività di scavo ad Abu Tbeirah. I materiali rinvenuti sulla superficie indicavano che il tell era stato occupato essenzialmente in Epoca Sumerica, durante il III millennio a.C. Inoltre, le satellitari mostravano un denso abitato. A queste considerazioni di ordine scientifico se ne sono aggiunte anche altre di carattere logistico: nel 2012, quando iniziammo gli scavi in Iraq, le condizioni di sicurezza e la facilità di organizzazione e gestione delle attività di ricerca ci hanno fatto preferire uno scavo che fosse vicino alla città di Nasiriyah.

Abu Tbeirah Licia Romano
Edificio E1 ( Ur III-2100 a.C.), si ringrazia Licia Romano per la foto

 

Ci può descrivere com'è vivere una missione archeologica ai nostri giorni in Iraq?

Il nostro lavoro in Iraq è estremamente entusiasmante ma anche faticoso: dalla sveglia alle 4.30 del mattino, allo scavo sotto il sole di settembre (in Iraq si superano i 40°), alle ore passate in laboratorio o al personal computer. Tutto questo sforzo è reso però molto piacevole dalla collaborazione, basata su veri rapporti di stima e di amicizia, che abbiamo instaurato negli anni coi nostri colleghi e collaboratori iracheni. Il contatto così stretto con un mondo bellissimo, seppur molto distante dalla nostra quotidianità, è fonte unica ed eccezionale di arricchimento per tutti noi!

 

Come avete vissuto il primo anno senza scavare in Iraq?

È un anno veramente singolare. Certo, siamo dispiaciuti di non poter scavare ma soprattutto siamo preoccupati per i nostri cari in Iraq. Se la situazione sanitaria ed economica in Italia è ed è stata negli scorsi mesi problematica, possiamo immaginare facilmente quale possa essere stato l’impatto in Iraq. La nostra preoccupazione più grande è il non poter contribuire, come ormai facciamo da quasi un decennio, all’economia delle famiglie dei nostri collaboratori.

Abu Tbeirah Licia Romano
Gioielli rinvenuti in una sepoltura dell'inizio del 2° mill. a.C. Si ringrazia Licia Romano per la foto

Quali sono gli obiettivi e le prospettive future della Missione Archeologica ad Abu Tbeirah, tenendo conto della pandemia che ha fermato e stravolto l'intero mondo?

Speriamo di poter tornare al più presto, teoricamente il prossimo autunno. Continueremo ad indagare le zone abitate del sito ma ci soffermeremo anche sulle indagini paleoambientali. Crediamo infatti che la fine dell’insediamento di Abu Tbeirah sia strettamente connessa a dei cambiamenti climatici e ambientali che caratterizzarono la fine del III millennio a.C. In questo periodo, infatti, è attestato in tutto il Vicino Oriente un periodo di forte siccità. Il sito di Abu Tbeirah si trovava all’interno di una zona paludosa, era attraversato da due canali ed aveva anche un grande bacino artificiale dalle varie funzioni, tra cui di certo anche quella di porto. L’acqua era quindi un elemento fondamentale per la vita e l’economia della città. L’ondata di siccità ha di certo portato ad una riduzione della portata dei canali e ha reso la vita nel sito più difficile. Questi cambiamenti sono visibili grazie agli scavi archeologici e alle ricerche sul paleoambiente effettuati sinora. Comprendere, quindi, come gli abitanti di Abu Tbeirah abbiano tentato di reagire a questi cambiamenti è tra i nostri principali obiettivi. In un’epoca di forti cambiamenti climatici come la nostra, rende il tutto molto interessante!

 

Cosa consiglia ai ragazzi/e che intendono approcciarsi alle realtà del Vicino Oriente Antico?

Ovviamente studiare, studiare, studiare! Ma oltre ad interessarsi alla letteratura archeologica strettamente relativa alle aree del Vicino Oriente, consiglio anche di porre molta attenzione agli approcci archeologici e alle ricerche in altre aree e periodi, concentrandosi soprattutto sulla metodologia più moderna di scavo.

 

Per chiunque volesse approfondire le fasi della ricerca presso il sito di Abu Tbeirah è possibile consultare il volume in lingua inglese “Abu Tbeirah. Excavations I. Area 1 Last Phases and Building A Phase 1”, Sapienza Editrice, a cura di Licia Romano e Franco D’Agostino. Il volume è disponibile sia in cartaceo sia in open-access al link: http://www.editricesapienza.it/node/7845

 

Ringraziamo Licia Romano per questa ntervista e l’intera équipe della Missione Archeologica di Abu Tbeirah per le importanti e ricche scoperte svolte e che svolgeranno nei prossimi anni.

 


Tarām-Kūbi corrispondenze

Così parla Tarām-Kūbi, corrispondenze assire

La voce di Tarām-Kūbi, una donna assira che aveva corrispondenze epistolari con suo fratello e suo marito a Kaneš, ci riporta indietro nel tempo.

Il film Thus speaks Tarām-Kūbi, Assyrian Correspondence (Così parla Tarām-Kūbi, corrispondenze assire) sarà proiettato (come prima nazionale) durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di sabato, 17 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

Thus speaks Tarām-Kūbi, Assyrian Correspondence - TRAILER from MSH Mondes on Vimeo.

 

Thus speaks Tarām-Kūbi, Assyrian Correspondence

Così parla Tarām-Kūbi, corrispondenze assire

Nazione: Francia

Regia: Vanessa Tubiana-Brun

Consulenza scientifica: Cécile Michel

Durata: 46’

Anno: 2020

Produzione: CNRS-USR 3225 (MSH Mondes)

Sinossi:

Circa 4000 anni fa, i mercanti assiri stabilirono un insediamento commerciale nell'antica città di Kaneš, nell‘Anatolia centrale. Provenivano da Aššur, nel nord della Mesopotamia. Le tavolette d‘argilla, che hanno resistito al tempo, ci hanno fatto conoscere la loro storia. Come sono arrivate queste tavolette mesopotamiche in Anatolia e cosa ci dicono? La voce di Tarām-Kūbi, una donna assira che aveva una corrispondenza con suo fratello e suo marito a Kaneš, ci riporta indietro nel tempo.

Trailer:

https://vimeo.com/433753829

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Cyprus Archaeological, Ethnographic and Historical Film Festival

Arkhaios Cultural Heritage and Archaeology Film Festival

Prima nazionale

Informazioni regista:

Vanessa Tubiana-Brun

Informazioni sulla casa di produzione:

http://mediatheque.mae.cnrs.fr/

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Tarām-Kūbi corrispondenze


Mari Palazzo Zimri-Lim

Mari e il sontuoso Palazzo reale di Zimri-Lim

Tutti noi durante gli anni passati tra i banchi di scuola abbiamo memorizzato una nozione che difficilmente dimenticheremo: la Mesopotamia è la terra tra due fiumi, il Tigri e l’Eufrate.
La Mesopotamia è stata una terra densa di storia, arte e letteratura e a contribuire a tale ricchezza ci sono state molte città che dal sud sino al nord l’hanno resa celebre in tutto il Vicino Oriente, a partire dal IV millennio a.C..

Una delle città più conosciute e rinomate in antichità è stata Mari, Tell-Hariri, soprattutto a partire dal periodo paleo-babilonese (1792-1595 a.C., conosciuto nella storia per il regno del re Hammurabi di Babilonia, che ha redatto il famoso codice).

 

Mari Palazzo di Zimri-Lim
Il Palazzo di Zimri-Lim a Mari. Foto di Heretiq, CC BY-SA 2.5

La città di Mari è rinomata principalmente per la presenza di un grande e sontuoso palazzo, definito nella storiografia e nei documenti scritti “Palazzo reale di Zimri-Lim”; durante il regno di Zimri-Lim (1775-1758 a.C. ) questo palazzo è stato ampliato e arricchito da elementi influenzati dalla cultura mesopotamica e siriana.

Durante i primi scavi, all’interno del palazzo, è stata scoperta una grande quantità di tavolette iscritte e annessa alla struttura palatina l’Edubba (la scuola degli scribi, “la casa delle tavolette”), segno che ci fa comprendere la vasta produzione di documenti durante il periodo di vita del palazzo, sorto probabilmente a partire dalla III Dinastia di Ur (2112-2004 a.C.).

Una tavoletta dall'archivio reale del Palazzo di Zimri-Lim, conservata al Museo del Louvre. Foto  © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

L’importanza di tale struttura è dovuta alla sua articolazione e ad altri ritrovamenti al suo interno: il settore cerimoniale, costituito da una corte decorata con palme da dattero (i datteri erano alla base dell’alimentazione mesopotamica), da un vano rettangolare e attraverso questi due luoghi si accedeva al punto più importante del palazzo, la sala del trono.

Non era consentito a chiunque accedere a questo luogo, tranne ad ospiti lontani quali principi, re, funzionari giunti a Mari appositamente per presenziare con il re.

Mari 'investitura di Zimri-Lim Palazzo Reale
L'investitura di Zimri-Lim dal Palazzo Reale di Mari, attualmente al Museo del Louvre. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

In questo luogo di rappresentanza sono stati scoperti due elementi di rara bellezza: l’affresco della scena dell’Investitura del re Zimri-Lim da parte della dea Ištar e una statua della “Dea dalle acque zampillanti”.

Dettaglio dall'investitura di Zimri-Lim dal Palazzo Reale di Mari, attualmente al Museo del Louvre. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

La statua rappresenta la figura di una donna stante (realizzata in calcare, alta 1,42 m), con una capigliatura folta e indossa il classico copricapo che identifica le divinità in Mesopotamia (copricapo con le corna).

La figura indossa una gonna lunga che scende sui piedi facendoli un po’ intravedere e su di essa si notano incisi dei rivoli d’acqua e dei pesci. Ha le mani poggiate sul basso ventre che reggono un vaso; si tratta di una fontana perché cava al suo interno.

Mari
La “Dea dalle acque zampillanti”. Foto di Mbenoist, CC BY-SA 3.0

L’acqua probabilmente sgorgava dal vaso e si riversava sull’abito, simboleggiando fertilità e prosperità.

Questa figura femminile è stata riconosciuta come divinità secondaria, poiché ha accompagnato divinità di rango superiore della mitologia mesopotamica; la sua presenza è attestata nelle scene rappresentate nella glittica, nei rilievi e in questo caso nell’affresco del palazzo di Mari; l’affresco presenta la figura della divinità che accompagna la scena dell’investitura del re.

La statua della “dea dalle acque zampillanti” è custodita presso il Museo Archeologico di Aleppo, in Siria.

Mari Ziggurat Palazzo Zimri-Lim
Una ziggurat nei pressi del Palazzo di Zimri-Lim. Foto di Heretiq, CC BY-SA 2.5

Bibliografia:

    • Al Khalesi, Y.-M., The Court of the Palms: A Functional Interpretation of the Mari Palace, Malibu, Undena Publications, 1978;
    • Beyer, D., Butterlin, P., Margueron, J.-C., Cavigneaux, A., Muller, B., Al Maqdissi, M., Actes du colloque “Mari, ni Est ni Ouest”, tenu les 20-22 octobre 2010 à Damas, Syria supplément II, vol. 1-2, Beyrouth, Ifpo, 2014;
    • Biga, M.-G., La Mesopotamia e la Siria nel Medio Bronzo, Storia d'Europa e del Mediterraneo, V. 2, Roma, Le civiltà dell'Oriente Mediterraneo, 2006;
    • Biga, M.-G., Babylon and Beyond Babylon in the First Half of the 2nd Millennium B.C., MESOPOTAMIA, Firenze, Le Lettere, 2011;
    • Bottéro, J., Mesopotamia: la scrittura, la mentalità e gli dei, Torino, Einaudi, 1991, edizione originale Paris, Editions Gallimard, 1987;
    • Liverani, M., Antico Oriente: storia, società, economia, Roma-Bari, Laterza, 2011;
    • Maniaczyk, J., Le culte d’Ištar/Eštar dans les textes paléo-babyloniens de Mari. Bilan des dernières récherches, Miscellanea Anthropologica et Sociologica, 2014;
    • Nadali, D., Polcaro, A., Archeologia della Mesopotamia antica, Roma, Carocci Editore, 2015;
    • Parrot, A., Les fouilles de Mari, première campagne (hiver 1933-1934), Syria XVI, Paris, 1935;
    • Parrot, A., Documentation photographique de la Mission Archèologique de Mari, Paris, Éditions Ides et Calendes, 1953;
    • Pinnock, F., The Image of Power at Mari between East and West, Syria/supplement 2, 2014.

Grazie ai Carabinieri torna in Iraq una statuina di "Dea Madre"

Nella giornata odierna ha avuto luogo presso il Ministero per i beni e le Attività Culturali e per il Turismo a Roma a un'importante cerimonia di restituzione all'ambasciatrice irachena Safia Taleb Al-Souhail di una statuina mesopotamica del 4500 a.C., una figura femminile steatopigia, di quelle popolarmente dette "Venere" o "Dea Madre". L'evento è stato condotto alla presenza del Ministro Dario Franceschini e del Generale Roberto Riccardi, Comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale.

Carabinieri Iraq Dea madre

Il recupero, infatti, è stato possibile proprio grazie all'intervento dei Carabinieri, come anche ricordato dallo stesso Franceschini durante l'incontro. Si tratta, ha detto il Ministro, di “un’altra importante prova di collaborazione e dell’eccellente lavoro svolto dal  Comando Carabinieri TPC di cui dobbiamo essere orgogliosi.”

Carabinieri Iraq Dea madre

Il reperto è stato individuato dai Carabinieri durante il controllo giornaliero di una piattaforma commerciale online, la cui foto era corredata da dicitura che la qualificavano come statua "da museo", di provenienza mediorientale e avente 7000 anni. Dopo le prime valutazioni e gli accertamenti preliminari che ne hanno subito riconosciuto il pregio e la somiglianza con altre rappresentazioni mesopotamiche della cosiddetta "Dea Madre", i Carabinieri del TPC hanno ottenuto dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Udine un decreto di perquisizione e sequestro del bene culturale.

La statuetta è stata poi sottoposta a una valutazione approfondita da parte del Dipartimento di Studi Umanistici e del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Udine, che ha confermato l'origine mesopotamica del reperto e l'appartenenza alla cultura di Halaf, rendendo possibile la datazione in un periodo compreso tra il 5900 e il 5100 a.C.
Si è trattato, quindi, di un caso di esportazione illegale di un bene culturale al di fuori dell'Iraq, segnalata dai Carabinieri alle autorità irachene, che hanno riconosciuto nel reperto un esempio del proprio patrimonio culturale e ne hanno richiesto la restituzione.

L’Ambasciatrice Safia Taleb Al-Souhail, quindi, ha espresso un ringraziamento sentito a tutte le Istituzioni, tra cui Ministero degli Esteri, Ministero per i beni e le Attività Culturali e per il Turismo, e in particolar modo al Comando TPC Carabinieri per il ruolo avuto nel ritrovamento di molti reperti archeologici iracheni, oltre quello della statua della cosiddetta "Dea Madre".

Il Ministro Franceschini ha così commentato l'incontro per la restituzione dell'opera: “È una giornata significativa che rafforza la storica collaborazione tra l’Italia e l’Iraq in materia di tutela e protezione del patrimonio culturale e che avremo modo ulteriormente di intensificare con la firma del Memorandum sulla cooperazione culturale e sul contrasto al traffico illecito dei beni culturali a cui stiamo lavorando e che vogliamo allargare ai settori della contemporaneità e allo scambio tra artisti e nuove generazioni di studiosi. L’Italia e l’Iraq hanno un grande passato comune e un grande futuro”.

 

Foto dall'Ufficio Stampa Ministero per i beni e le Attività Culturali e per il Turismo


ius primae noctis Le droit du Seigneur

Lo ius primae noctis e le leggende del diritto

Quando pensiamo a tempi passati, specialmente quelli medioevali, ai più vengono in mente riti e tradizioni ancestrali e mistiche, e spesso ci persuadiamo dell’esistenza di regole e norme improbabili, di usanze e diritti che nell’immaginario collettivo colpivano i più deboli ad appannaggio dei più forti.

Se è vero che per tanto tempo i deboli sono stati schiacciati da leggi assurde, è pur vero che nel corso del tempo tanti argomenti sono stati mitizzati e hanno lasciato il campo del reale per modificarsi in leggenda.

Tra questi leggendari racconti, vi è sicuramente quello relativo allo ius primae noctis, il diritto sulla prima notte, che aveva ad oggetto il presunto diritto a “dormire” con le novelle spose, da esercitare da parte dell’autorità locale.

Piccolo spoiler: non vi è stato mai, tecnicamente, alcun ius primae noctis. Ciononostante non sono mancati veri e propri soprusi perpretati ai danni dei più deboli: alcuni di questi, di cui parleremo nell’articolo, non sono certamente meno fantasiosi e, probabilmente, costituiscono la base ideologica dalla quale si è propagato il mito di diritti impossibili e soprusi imposti ex lege.

Lo ius primae noctis ed il diritto medievale

Fare un’analisi giuridica di un fenomeno normativo mai verificatosi potrebbe sembrare pleonastico, eppure vale la pena considerare il contesto di diritto dove la leggenda nasce, non solo per raccontare al meglio le origini di questo medievalismo, ma per analizzarne correttamente le dinamiche che lo hanno reso celebre.

L’ambito di riferimento è quello del diritto medievale, cioè di quella fase storica che segna il passaggio dal diritto romano a quello comune, caratterizzato principalmente dalla coesistenza di più sistemi giuridici talvolta accomunati esclusivamente dall’influenza della stessa autorità. Giuridicamente è difficile tenere il passo dei molteplici strumenti normativi di quei secoli, soprattutto dal momento che, essendo il potere legislativo una prerogativa in capo all’autorità di turno, in pratica ogni regnante imponeva un proprio carattere normativo all’ordinamento, cancellando le norme dei predecessori (solo nel XVIII secolo, con Montesquieu, si opererà la separazione teorica del potere legislativo da quello esecutivo). Questa impostazione da un lato ha favorito l’affermarsi di norme consuetudinarie, dall’altro un’intensa produzione legislativa che sfocerà in una prolifica e qualificata attività di studio, spostando gli equilibri legislativi ad appannaggio degli studiosi che, seppur sempre sotto una rigida egida autoritaria, resero la giustizia e la legge un discorso più professionale (sono gli anni del Palatium e del diritto palatino). Nell’arco di mille anni, quindi, gli ordinamenti europei furono caratterizzati da varie iniziative legislative, dal Corpus Iuris Civilis di Giustiniano (prima e granitica opera articolata di diritto civile universale) fino al Decretum Gratiani, generalmente riconosciuto come spartiacque della storia del diritto tra il mondo antico e quello del diritto comune (o diritto dei canoni, da qui diritto canonico): è in questo ambito, caratterizzato da un’ampia porzione di diritto consuetudinario che andava sempre più a concretizzarsi in termini normativi, trovando solidità e riconoscimento giuridico, che si inizia ad affermare il mito di un diritto antico, frutto del sopruso dei potenti, il cui racconto - probabilmente orale e consuetudinario - bastò per farsi percepire dal popolo scarsamente informato e distante dalla solennità del diritto di palazzo, come una realtà facile da credersi.

Causa la totale inesistenza, fonti normative e compilazioni dell’epoca non riportano alcun dettaglio circa tale diritto, la cui natura è da rinvenirsi solo nel folklore, eppure nei secoli successivi - soprattutto nel XIX sec. - più opere di diritto ne utilizzarono il racconto come paradigma di un complesso periodo della storia del diritto, usandolo per descriverne il metro giudizio iniquo del diritto medievale.

La nascita della leggenda

ius primae noctis
Vasilij Dmitrievič Polenov: Le droit du Seigneur, olio su tela alla Galleria Tret' jakov (1874). Foto in pubblico dominio

La leggenda inizia a prendere forma nel X secolo, quando l’oppressione fiscale delle rudimentali istituzioni medioevali assumeva connotati invasivi e tendeva a tassare gli unici aspetti dinamici della vita dei contadini, tra cui il matrimonio. In realtà il diffuso misticismo di quegli anni portò a pensare che tale innovazione normativa, diffusissima tra i servi della gleba, si limitasse a tradurre in termini civili un’arcaica usanza barbara.

La storica Regine Peronoud ipotizza che tale tassa venisse imposta ai contadini che, sposandosi, abbandonavano la propria terra per trasferirsi con la nuova famiglia in un altro feudo: la tassa aveva, quindi, uno scopo compensativo in luogo della forza lavoro che veniva meno. A queste, vanno aggiunte le normali tasse sul matrimonio che i servi della gleba già versavano.

Alla nascita del mito si aggiunge anche un’altra teoria, questa volta frutto di un fraintendimento: nel 1247, a Verson in Francia, fu redatto un documento che divideva i diritti di natura ecclesiastica spettanti alla locale comunità di benedettini da quelli laici spettanti al signore, tra cui la tassa sul matrimonio. Un monaco, in evidente clima goliardico, volle canzonare tali pretese in versi, scrivendo “Oggi si pagano 3 soldi, ma ai contadini va bene, perché nei tempi antichi la tassa era tanto costosa che, piuttosto che dare al signore un capo di bestiame, il padre gli offriva la verginità della figlia: è plausibile, quindi, che alla base di uno dei più diffusi miti sul medioevo ci sia un chiaro malinteso nato dall’errata interpretazione dell’ironia di un monaco benedettino.

È probabile, comunque, che già nel X secolo questo racconto venisse utilizzato a scopo speculativo onde sottolineare la civilizzazione di un’usanza arcaica per evidenziare l’ammodernamento delle istituzioni. Tramite il falso retaggio di questa tassa, si invogliava così l’adempimento del tributo sotto una minaccia fondata su una leggenda.

Ci troviamo, quindi, di fronte a una manipolazione della realtà, per rafforzare pretese fiscali ad opera dei potenti, il che faciliterà l'evoluzione nei secoli successivi dello ius primae noctis come mito, come falso storico e quindi medievalismo. Tale costrutto potrebbe essere confermato proprio da alcuni giuristi del ‘400 che, nello studiare tale assetto finanziario, ipotizzarono che potesse essere la derivazione di una pratica più antica ed aggressiva. Fatto sta che la leggenda ha da subito ispirato narratori e scrittori, i quali sicuramente la usarono in termini romanzati per descrivere più genericamente l’oppressione feudale.

Malcolm III e Santa Margherita di Scozia in un'opera (1899) di William Hole  alla Scottish National Portrait Gallery. Foto di Kim Traynor, CC BY-SA 3.0

Su questa falsariga fiorirono leggende e miti, alcuni davvero ben costruiti, al punto da lasciar intendere per tanti secoli che le vicende mitiche raccontate fossero vere: è il caso del filosofo scozzese Hector Boece, il quale racconta di un tirannico decreto di Evenio III per mezzo del quale egli potesse disporre della verginità di tutte le ragazze. La liberazione da tale sopruso fu compiuta da Santa Margherita di Scozia, che premette affinché il diritto fosse convertito in una tassa per poi essere abolita anni dopo da Malcolm III. Peccato, però, che Evenio III fosse un personaggio di fantasia, mai storicamente esistito e che il conseguente racconto fosse altrettanto un esercizio di fantasia.

Eppure di leggende (e leggi leggendarie) ce ne sono state altre, tutte accomunate da un background romantico che vede contrapposti il potente alla coppia di sposi; tra questi: Enkidu, epico eroe del mito di Gilgamesh, che impedisce al tiranno di esercitare un similare dello ius primae noctis; Eraclide Pontico, invece, ci racconta dell’ascesa a signore dell’isola di Cefalonia di un uomo che, travestendosi da donna, impedisce il concretizzarsi della pretesa; oppure in una variante del mito irlandese di Cú Chulainn (o Cuculino in italiano).

Aspetti storici reali

Posta, quindi, l’assoluta inesistenza storica dello ius primae noctis così come immaginato in epoca moderna, sussistono però alcuni spunti in vari contesti che sottolineano come la verginità e del matrimonio potessero essere argomento oggetto di considerazioni “civiche” e, pertanto, sottoposto a rituali e credenze che ne dettassero non solo i tempi di inserimento in società, ma che ne disegnassero i limiti civici con una credenza talmente forte da determinare l’ingresso o meno nella comunità, in termini non meno coercitivi di una legge. Sono i casi dei rituali prematrimoniali in Mesopotamia e Libia del VI secolo a.C., ove si riteneva che la sacralità di tale momento potesse essere gestita solo da stregoni o re, a causa della presunta energia mistica che accompagnava le vergini fino al momento della deflorazione.

Quasi due millenni dopo, Marco Polo racconta di popoli del Tibet che, invece, per gli stessi motivi, preferivano donne già “esperte”, onde evitare di essere soverchiati dalla potenza di una giovane vergine.

È evidente come, però, tali circostanze siano lontane dalla narrazione europea, dove l’argomento veniva usato a sottolineare la condizione di oppressi dei contadini, mentre altrove offriva spunti per rituali collettivi e propiziatori, in un clima di assoluto consenso. Nondimeno è probabile che nel retaggio di tali storie e tradizioni abbia trovato terreno fertile il diffondersi di leggende e racconti di leggi mitiche come, appunto, lo ius primae nocits, anche al di fuori del mondo del diritto.

Il mito dello ius primae noctis nell’arte e nelle tradizioni popolari

Violetta, la mugnaia del Carnevale di Ivrea. Foto di Laurom, pubblico dominio

Il mito ha affascinato studiosi e curiosi, ma anche influenzato il mondo della letteratura, basti pensare al Matrimonio di Figaro di Pierre-Augustine Beaumarchaise (che ispirerà Mozart), al Pascal Bruno di Dumas padre, o al più recente I pilastri della terra di Ken Follett, nonché dell’arte (celebre il dipinto Le droit du Seigneur del 1874 di Vasilij Polenov).Non si può negare però che tale leggenda abbia esercitato una certa dose di fascino anche nelle classi sociali più deboli, le quali attraverso questa seppur falsa rappresentazione di storia del diritto, riuscivano a trovare motivo di riscatto nei confronti del potere costituito al punto da essere stato l’espediente storico nella nascita o nella liberazione di alcune città dalle rispettive signorie, come ad Ivrea, dove ancora oggi la maschera di Violetta ogni carnevale ricorda la leggenda della mugnaia che sfruttò lo ius primae noctis per uccidere il signore della città, ma anche a Montalto Ligure, Nizza MonferratoRocca Scalena e la città di Cuneo, di cui è arrivata proprio per quel periodo la testimonianza di Giovan Francesco Rebaccini, il quale riportava, tra il mito e la reale ferocia delle autorità, questa testimonianza: “[…] sottomettendo la ragion alla libidine e sensualità, defloravano le figlie de sudditi e parimenti le spose, persuadendo a sudditi che fosse loro antica ragione e privilegio lor concesso […]”. Altri racconti, infine, sono rinvenibili nelle tradizioni pugliesi (specificamente in terra d’Otranto) e nelle realtà rurali abruzzesi. 

In definitiva, è innegabile che, nonostante la natura leggendaria dello ius primae noctis, questo mito sia stato talmente ben raccontato non solo da portare a pensare che fosse vero, ma anche da porsi come metafora di un periodo storico segnato da squilibri sociali e, in casi storici peculiari, come motore di riscatto sociale.

Bibliografia

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J. D. Brey, The Biblical Principle of Jus Primae Noctis, on http://johndbrey.blogspot.com/

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F. Gabotto, Un millennio di storia eporediese (356-1357), in C. Nigra, Eporediensia, I, Pinerolo 1900.

A. Manno, Di un preteso diritto infame medievale, in «Atti della R. Accademia delle scienze di Torino», 22, 1886-87, pp. 564-569.;

G. M. Monti, Il dominio universale feudale e l’«jus Cunnatici» in terra d’Otranto, in «Annali del Seminario giuridico-economico dell’Università di Bari», 1, 2, Bari 1927.

G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, I, Sulmona 1924.

A. H. Post, Grundriss der ethnologischen Juriprudenz, I, Oldenburg e Lipsia 1894.

G. Rubio, Gilgamesh and the ius primae noctis, in Extraction and Control, Studies in Honour of MW Stolper, Chicago: The Oriental Institute of the University of Chicago, 2014, pp. 229-32.

K. Schmidt, I. p. n., Friburgo in Br. 1881.

R. Utz. 'Mes souvenirs sont peut-être reconstruits':Medieval Studies, Medievalism, and the Scholarly and Popular Memories of the 'Right of the Lord's First Night,' in «Philologie im Netz» 31, 2005, pp. 49-59.


La prima rivoluzione della preistoria? Avvenne a Gerico e la racconta Lorenzo Nigro nel suo romanzo

Docente, ricercatore e adesso scrittore di romanzi. Lorenzo Nigro smette i panni per un attimo del Professore e Direttore della Missione archeologica a Gerico e racconta in prima persona, nel suo romanzo archeologico d'esordio, cosa significa lavorare e scavare in un luogo di antico fascino, nella città più antica del mondo, situata nei pressi di una rigogliosa sorgente e posta a 260 metri sotto il livello del mare: Gerico. Un viaggio lungo secoli in cui il passato può essere toccato e rievocato e questo l’archeologo lo sa bene, quando a contatto con la terra e i manufatti antichi cerca di ricostruire storie, volti, eventi, le cui tracce sono così effimere da perdersi nella notte dei tempi. Nel sito, dove la missione della Sapienza lavora da oltre venti anni e la stratificazione archeologica ha raggiunto diverse profondità, generazioni e conquiste umane divengono tangibili e non più solo mere ricostruzioni di un gruppo di “romantici” archeologi.

In questo luogo magico che è Gerico, circa 12.000 anni fa, una comunità umana diede vita alla prima rivoluzione della storia, attuando un qualcosa di inimmaginabile per un tempo così lontano. La domesticazione di piante ed animali, la prima costruzione di una casa, l’invenzione della ruota, l’uso del mattone e la sua formazione con argilla, il fuoco che riscalda e che permette la sopravvivenza, così la cultura e le idee di una civiltà, insieme alle credenze più profonde per l’uomo quali la vita e la morte. Questo romanzo, che racconta la vita di una missione archeologica, sveglia la voglia di apprezzare e soffermarsi sul tempo che scorre e di riflettere sul grande bagaglio culturale che abbiamo ricevuto dai nostri progenitori. L’emozione dello studio e della scoperta passano anche attraverso le emozioni di un archeologo che a fronte dei tanti anni di ricerca e di abitudine trova ancora tempo e modo di approfondire il passato e apprezzare ancora di più il presente di ciascuno di noi.

Le scene sono narrate e illustrate in maniera volutamente leggera in questo libro e in prima persona da parte dell’autore, attraverso le tecniche narrative dei ricordi, del flashback, delle emozioni, ma l’approccio rimane sempre rigorosamente scientifico perché i dati e le scoperte non sono frutto d’invettiva ma di esperienza e anni di lavoro sul campo e di pubblicazioni. La vita della missione, che oltre al Prof. Nigro è arricchita da altri collaboratori, è scandita nei suoi momenti nell’arco delle giornate di lavoro, pausa e studio e in quelli che possono essere momenti di imprevisto, così tipici nelle missioni archeologiche. Non mancheranno anche toni più leggeri e una descrizione vivida e giocosa della vita di un archeologo.

Protagonista indiscussa anche la città di Gerico in cui si svolgono quasi tutte le attività raccontate nelle trincee di scavo alte fino a 17 metri sul Tell es-Sultan (la collina del sultano), presso la vicina sorgente di ‘Ain es-Sultan e nell’oasi che circonda il sito. I tempi della narrazione sono suddivisi nell’arco di un mese nel 2014 e gli scavi degli archeologi approfondiscono gli aspetti dell’insediamento neolitico di Gerico durante il suo iniziale sviluppo nel periodo Aceramico; parliamo di un periodo che va tra i 10.800 e gli 8.000 anni fa.

Perché leggere questo libro? Il romanzo archeologico, come già detto, si sveste dal racconto esclusivamente scientifico e vuole essere spunto per una riflessione sulla rivoluzione delle prime comunità del passato, attraverso alcuni aspetti fondamentali per la sopravvivenza stessa di Gerico e dei suoi abitanti.

“Gli archeologi vengono a contatto non solo con le prime grandi invenzioni, ma anche con le strategie adottate per tenere unita e viva la società, resistendo alle pulsioni violente che pure lasciano ferite profonde come i dodici scheletri scoperti nella grande torre tonda centro e simbolo della comunità di Gerico. Da questo emerge la necessità di recuperare quei valori di partecipazione e solidarietà che danno senso ad ogni comunità umana. La separazione dei crani, la loro ostentazione e, successivamente la trasformazione tramite modellazione con argilla e sangue, adottata dai gerichioti, segna il passaggio più inquietante e affascinante del libro: il sacrificio umano, il valore dei rapporti di sangue, la nascita della famiglia, il culto degli antenati e il bisogno di crearsi dei feticci e dei totem, sono temi esistenziali che emergono potentemente nel racconto e trascinano il lettore, con una semplicità che sfiora l’ingenuità, fin dentro le grandi domande della vita".

Vivere con gli archeologi ci aiuta a porci domande su chi siamo e ci restituisce speranza. “Il passato appartiene a tutti” afferma l’autore “o vive in ognuno di noi o è perduto per sempre”.

Il libro è il primo di una collana di romanzi archeologici dal titolo “Scavare è il mio peccato”, e si è affermato nell’estate come un inatteso caso letterario, un esperimento di divulgazione scientifica fatta da specialisti per i giovani lettori. Dopo questa prima uscita sulla preistoria e Gerico, sarà la volta dell’Isola di Mozia, antica colonia fenicia in Sicilia.

L’autore: Lorenzo Nigro, è un archeologo con 30 anni di esperienza sul campo sia nel Vicino Oriente che nel Mediterraneo. I suoi primi scavi sono stati ad Ebla, successivamente ha fondato la Missione archeologica in Palestina e Giordania che ha scavato presso Tell es-Sultan (antica Gerico), nei siti preclassici di Betlemme e Tell Abu Zarad in Palestina; in Giordania ha riportato alla luce la città di Khirbet al-Batrawy, un sito del III millennio a.C. prima sconosciuto e i siti di Jamaan e Rujum al-Jamus. Dal 2002 è Direttore della Missione archeologica sull’isola di Mozia, colonia fenicia in Sicilia Occidentale, di fronte Marsala. Ha scritto numerosi saggi, monografie, rapporti di scavo e più di 200 articoli scientifici su riviste internazionali. È considerato uno degli archeologi più esperti del Levante e del Mediterraneo preclassici.

Casa Editrice: Il Vomere


Abu Tbeirah: il primo scavo di un porto del 3° millennio in Iraq ad opera della Missione archeologica Sapienza

Un porto tra le acque di Sumer: il primo scavo di un porto del 3° millennio in Iraq ad opera della Missione archeologica Sapienza

Durante la presentazione delle attività, la mostra calligrafica araba dell’artista iracheno Amjed Rifaje

 

mercoledì 21 marzo 2018 – ore 10.00 – presentazione e mostra

aula Organi collegiali – Palazzo del Rettorato

piazzale Aldo Moro 5, Roma

 

Gli archeologi del team di Abu Tbeirah hanno individuato e stanno scavando il porto risalente al 3° millennio a.C.: uno scavo che consentirà di scrivere un nuovo capitolo della storia della Mesopotamia e della sua civiltà, nata dalle acque del Tigri e dell'Eufrate, superando l'immaginario comune che identifica le antiche città mesopotamiche attorniate da distese di campi di cerali, irrigati da canali artificiali.

La Missione Archeologica italo-irachena ad Abu Tbeirah, diretta da Licia Romano e Franco D'Agostino, presenterà l’importante risultato della campagna condotta nell’Iraq meridionale, mercoledì 21 marzo presso il Rettorato, con una iniziativa promossa dalla Fondazione Sapienza.

 

Non è per caso che la parola araba per porto "MARSA (هرسى)" riprenda il termine sumerico MAR.SA, che indicava la struttura amministrativa del porto e delle attività a esso connesse: le città sumeriche erano tutte organizzate attorno al polo templare/palatino, e collegate tra di loro tramite canali, dotate per questo di un porto che consentisse la gestione dei contatti e dei commerci. Pur nota dalle fonti cuneiformi, questo tipo di struttura è stata solo a volte individuata dalle tecnologie satellitari, ma a tutt’oggi mai scavata: di fatto gli archeologi della Sapienza sono i primi ad affrontate lo scavo di un porto sumerico risalente al 3° millennio a.C., aprendo alla possibilità di riconsiderare l’humus su cui la grande ricchezza della civiltà mesopotamica si fondava.

Gli archeologi e specialisti della Sapienza hanno indagato il sito di Abu Tbeirah, posto vicino all'antica linea di costa del golfo arabico, una posizione peculiare all'interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare, che ha influenzato fortemente la vita dell'insediamento, come dimostra la grande struttura portuale appena individuata.

"Il porto situato nella parte N-O del Tell di Abu Tbeirah (ndr. collina formata da accumuli antropici) è un bacino artificiale, una zona più depressa, circondata da un massiccio terrapieno con un nucleo di mattoni d'argilla” ci raccontano Licia Romano e Franco D'Agostino "con due accessi che lo  mettevano in comunicazione con la città e che sono chiaramente visibili anche dalle immagini satellitari di Google. Si tratta del porto più antico sinora scavato in Iraq, visto che le uniche testimonianze di strutture portuali indagate archeologicamente provengono da Ur, ma sono di duemila anni più tarde".

La connessione del sito con le paludi sumeriche era già stata rilevata grazie alla cultura materiale portata alla luce durante gli scavi precedenti condotti dalla Missione, ed è ora confermata nel porto di Abu Tbeirah, una versione in scala maggiore di alcune peculiari strutture connesse alle dighe dei villaggi delle Marshland attuali. Anche sulla base di questo confronto, i ricercatori non escludono che il porto individuato ad Abu Tbeirah non fosse deputato esclusivamente alla funzione di ormeggio delle barche e di gestione dei commerci con le altre città, ma che fungesse anche da riserva d'acqua e immensa vasca di compensazione delle piene del fiume, nonché da fulcro di varie attività dell'insediamento connesse all'utilizzo della risorsa idrica.

 "Le indagini proseguiranno durante le prossime stagioni di scavo, vista la grandezza del complesso portuale: il bacino, di forma oblunga è di 130x40 m ca., doveva avere una capienza probabilmente superiore 12 piscine olimpioniche” precisano i ricercatori “e questo spiega le numerose nuove linee di ricerca che questa scoperta porta con sé. In particolare l’interesse si focalizzerà non soltanto sul funzionamento di questa struttura, ma, grazie alla collaborazione con i dipartimenti di Biologia Ambientale e di Scienze della Terra, anche sul territorio che circondava il sito. Recenti indagini sull'antica canalizzazione che connetteva i siti mesopotamici, portate avanti dal collega Jaafar Jotheri, dell'Università di Qadisiyah e membro della missione, hanno evidenziato la particolarità del sito di Abu Tbeirah, che dalle satellitari appare chiaramente circondato da paleo-canali che si dipartono come raggi dalla città e che ci ricordano molto i canali delle Marshland (ndr le paludi attuali create dal delta del Tigri e dell'Eufrate)”.

La scoperta del porto apre nuovi scenari di ricerca sulla vita delle città del sud della Mesopotamia, ma anche sulle ragioni del loro abbandono. La forte connessione con le paludi del delta, quindi con un ambiente estremamente sensibile ai cambiamenti climatici e al regime delle precipitazioni, potrebbe chiarire i motivi della riduzione e poi scomparsa dell'insediamento di Abu Tbeirah alla fine del 3° millennio a.C., un momento in cui in diverse parti del mondo si registra un cambiamento climatico importante, il cosiddetto 4.2 ka BP (ndr 4200 anni dal presente) event.

 Lo scavo del contesto archeologico è iniziato nel 2017 grazie ai finanziamenti della Sapienza e del Ministero degli Affari Esteri italiano e proseguiranno anche con il supporto della generosa donazione della Fondazione Bardelli.

 

Focus

La mostra di calligrafia araba "L'Eleganza dell'Alif" dell'artista iracheno Amjed Rifaie , di origini Sufi. attraverso veri e propri tratti artistici ricrea su carta parole e frasi - anche sotto le spoglie di forme antropomorfe - dei caratteri dell’alfabeto arabo. La nascita della calligrafia è infatti strettamente legata alla nascita dell’Islam e il suo scopo è di comunicare le parole del Divino. Quello che l’occhio coglie a primo impatto davanti ad un’opera calligrafica è la simbiosi estetica tra la parola ed il segno. Insieme esse si fondono per dare vita ad un quadro, risultato di grande meditazione e concentrazione, che racconta qualcosa di più: un modo di essere nel quale la tranquillità e la serenità sono le chiavi di lettura della vita e del mondo che ci circonda.
Testo e immagini da Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma

Rinascere dall'acqua. Paludi delle Marshlands diventano patrimonio UNESCO

Rinascere dall'acqua.

Le paludi delle Marshlands, sede della missione archeologica della Sapienza, diventano patrimonio Unesco

 

Tempio Edublamakh  a Abu Tbeirah. Foto dell'Archivio Ufficio stampa Sapienza Università di Roma
Tempio Edublamakh a Abu Tbeirah. Foto dell'Archivio Ufficio stampa Sapienza Università di Roma

Le paludi delle Marshlands nel sud dell'Iraq, sono entrate a far parte dei siti tutelati dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, e assieme a questo straordinario eco-sistema deltasico è stata accettata anche l’immissione di tre città che fiorirono proprio in questo ambiente naturale oltre seimila anni fa, Ur, Eridu ed Uruk. Il riconoscimento del valore culturale delle aree irachene, sede dei primi insediamenti della civiltà sumerica, è stato possibile anche grazie al contributo fornito dalle ricerche della missione archeologica della Sapienza, co-diretta da Franco D’Agostino e Licia Romano.

Siamo a sud-ovest della città di Nasiriyah, nell’Iraq meridionale. Il cuore della missione è il sito di Abu Tbeirah, un’area di 42 ettari a circa una ventina di chilometri dalla grande capitale di Ur, cioè nel cuore della regione che è stata la culla della civiltà sumerica nel corso del III millennio a.C. Le attività della missione italiana si sono concentrate sullo scavo di un grande edificio in mattoni crudi di più di 600 mq che ha consentito di portare alla luce evidenze di cultura materiale, come per esempio cesti e stuoie risalenti a quasi 4500 anni fa e ancora perfettamente conservati nei loro intrecci. I manufatti documentano come la vita quotidiana del mondo sumerico avesse delle sorprendenti e puntuali analogie con pratiche ancora correntemente in uso presso gli abitanti della zona delle paludi irachene.

Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi
Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi

Attiva dal 2011, la missione della Sapienza è stato il primo scavo archeologico nel sud della nuova Repubblica irachena affidato a una missione straniera, in collaborazione con archeologi locali, dopo le guerre del Golfo e tuttora condotto dal team Sapienza coordinato da Franco D’Agostino e Licia Romano. Gli scavi precedenti in quest'area risalivano agli anni ’60, quando i sistemi di datazione e le tecnologie applicate alla ricerca archeologica non consentivano di giungere all’eccezionalità dei risultati raggiunti fino ad oggi e che hanno permesso alle autorità locali di rinnovare l’autorizzazione a lavorare per altri 5 anni nel sito iracheno.

Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi
Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi

È anche grazie alla collaborazione e al clima di fiducia che si sono creati tra i ricercatori della Sapienza e le autorità e la popolazione locale che è stato possibile far emergere il patrimonio ambientale e culturale di questi siti e farli conoscere alla comunità internazionale. “Proprio questo clima di fattiva cooperazione ha fatto sì che le autorità irachene offrissero al nostro team l’opportunità di indagare e valorizzare anche il sito di Eridu, ormai sito sotto protezione Unesco”.

Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi
Marshlands. Foto di Jassim Al-Asadi
L’annuncio da parte dell’Unesco dell’inserimento delle Marshlands nei siti tutelati è stato accolto quindi con particolare entusiasmo dal Rettore della Sapienza Eugenio Gaudio e dall'Ambasciatore dell’Iraq a Roma Ahmad A.H. Bamarni, nel corso dell’incontro che si è tenuto proprio per promuovere la cooperazione tra l’Ateneo e le istituzioni irachene.
Testo e immagini dall’Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma.