Namsal Siedlecki Fondazione Pastificio Cerere

Namsal Siedlecki e la metamorfosi orientale alla Fondazione Pastificio Cerere

Affascinato dall’arte e dalla cultura orientale, dal passato e dal presente, Namsal Siedlecki si fa antropologo e sociologo, alchimista, oltre che artista; si ferma e riflette sulla vita e sulla morte, sull’artigianalità, sul valore dell’opera, attraverso la trasformazione della materia.
Parte da una posizione concettuale, da un’idea e arriva a sperimentare una tecnica antica, quella della fusione a cera persa in uno dei Paesi asiatici più affascinanti: il Nepal.

Ciò che lo attrae sono essenzialmente i passaggi che precedono la fusione vera e propria, il momento in cui il modello in cera viene ricoperto da strati di “Mvaḥ Chā”, letteralmente “fango giallo”, che consiste in una miscela a base di argilla, sterco di vacca e pula (il residuo della trebbiatura dei cereali), materiale che differenzia quella usata da Siedlecki dalla tecnica a cera persa occidentale che prevede, invece, l’utilizzo del gesso e del mattone triturato. La scultura in cera viene ricoperta così da un involucro spesso, che nasconde le forme originali sottostanti, rendendole non ben identificabili, indeterminate e libere da canoni proporzionali. Sono questi manufatti nel loro stadio intermedio a determinare le creazioni di Siedlecki, il quale sceglie così di sovvertire il tradizionale metodo di lavoro attribuendo invece significato e valore intrinseco a oggetti originariamente destinati a essere scartati.

La Fondazione Pastificio Cerere presenta per la prima volta in Italia i risultati del progetto Crisalidi - mostrati in anteprima a gennaio nel Museo di Patan (Kathmandu, Nepal) - realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (VI Edizione, 2019), il programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Il nucleo centrale della mostra e costituito da una serie di sculture in bronzo, di varia misura, dal titolo Mvaḥ Chā (Crisalidi), realizzate dall’artista nel 2019 a seguito di diversi periodi di residenza a Kathmandu, dove ha sperimentato e approfondito la tecnica della fusione a cera persa nepalese in alcune fonderie del luogo, votate alla produzione di sculture sacre.

Varcata la porta d’ingresso si nota la presenza di un unico oggetto: un’asta di grafite appesa alla parete.
È un indizio. Rimanda al materiale di cui è costituito lo strumento embrionale dell’atto creativo degli artigiani nepalesi, l’unico in grado di resistere alle alte temperature di fusione, durante la mescolatura del bronzo fuso.

L’artista antepone poi alla sala che ospita il nucleo principale della mostra un forno fusorio di piccole dimensioni, contenente merendine, frutta, denaro, alcolici.
Si tratta della riproduzione delle offerte che, generalmente, in Nepal vengono dedicate dai fedeli, durante le loro visite ai templi, alle statue votive delle divinità. Siedlecki invita il pubblico a offrire all’opera prescelta qualcosa, divenendone, inconsciamente, parte integrante.

Namsal Siedlecki Fondazione Pastificio Cerere

Superata la zona d’ingresso, attraversata una sala buia e priva di oggetti, il pubblico viene sorpreso dall’improvvisa visione di morbide e scure masse indeterminate che spiccano in contrasto con le pareti completamente bianche. Forme sospese che mostrano di essere nel pieno di una metamorfosi lasciata fluire. L’artista riflette sul concetto di trasformazione, che per gli artigiani nepalesi si origina in maniera inconsapevole.

 

Spostando lo sguardo verso una prospettiva artistica di matrice occidentale, è interessante notare come il processo che ha condotto la scultura da un assetto figurativo a uno pienamente astratto è stato lungo e tortuoso, giunto a compimento solo nei primi del Novecento.

Ciò che Namsal Siedlecki ha scelto di fare è stato di eleggere ad arte quelle masse deformi, attraverso un gesto ben definito, quello di posizionare i diversi frammenti su dei plinti conservandone però sempre la natura primordiale. Mirata è stata la volontà di selezionarli di misure e altezze diverse, disponendoli seguendo un moto ondulatorio.

L’artista ha innalzato dunque a opere d’arte elementi che sino a quel momento non avrebbero mai ricevuto alcuna dignità artistica, in quanto concepiti soltanto come mezzo per giungere a un risultato ulteriore: quello del puro oggetto divinatorio.

BIOGRAFIA DELL’ARTISTA
Namsal Siedlecki è nato a Greenfield (USA) nel 1986 da padre americano di origine polacca e madre e italiana. Vive e lavora a Seggiano (GR). Nel 2015 ha vinto la quarta edizione del Premio Moroso e il Cy Twombly Italian Affiliated Fellow in Visual Arts presso l’American Academy in Rome; nel 2019 vince il Club Gamec Prize e il Premio Cairo. Negli ultimi anni ha esposto il proprio lavoro presso numerose istituzioni nazionali ed internazionali tra cui: In extenso, Clermont-Ferrand; MAXXI, Roma; Villa Medici, Roma; Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato; Galeria Boavista, Lisbona; Villa Romana, Firenze; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; 6 Moscow International Biennale for Young Art, Mosca; Chertludde, Berlino; Magazzino, Roma; American Academy in Rome; Museo Apparente, Napoli; Fondazione Pastificio Cerere, Roma; Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia; Antinori Art Project, Bargino; Galeria Madragoa, Lisbona; Frankfurt am Main, Berlino; Cripta747, Torino. Dal 2008 al 2013 ha gestito lo spazio indipendente GUM studio, prima a Carrara e poi a Torino. www.namsalsiedlecki.com

La mostra personale di Namsal Siedlecki, a cura di Marcello Smarrelli - direttore Artistico della Fondazione Pastificio Cerere -, sarà visitabile in via degli Ausoni, 7 (Roma), dal 23 settembre al 30 novembre 2020 prenotandosi al link: https://www.pastificiocerere.it/prenota-la-tua-visita/.

 

Tutte le foto sono di Ilaria Lely.


Zeus di Ugento messapico

Dèi tra due mari: le tracce scritte del Salento messapico

SCRIPTA MANENT IV
Dèi tra due mari:
le tracce scritte del Salento messapico

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pochi ricordano che nel 1961 a Ugento, sulla costa ionica salentina, fu fatta una scoperta sensazionale, affine per molti versi a quella che sarebbe avvenuta a Riace poco più di dieci anni dopo: duranti i lavori di ammodernamento di un'abitazione privata, fu rinvenuta una statua bronzea, mutila in più parti, che raffigurava una divinità maschile barbuta. Essa aveva giaciuto per lunghi secoli in una buca scavata in fretta e furia a mani nude, sigillata con quello che poi si scoprì essere il piedistallo della statua stessa; pareva quasi esser stata volutamente occultata in tempi molto antichi.

Ulteriori ricerche portarono alla scoperta di molti dei pezzi mancanti, che permisero di ridare alla statua un aspetto quasi identico a quello che doveva avere in origine: il dio ritratto aveva una gamba protesa in avanti, come per avanzare, il braccio sinistro disteso e quello destro ripiegato dietro la testa, quasi fosse sul punto di scagliare un oggetto. Quell'oggetto doveva essere una folgore: le tracce di zampe artigliate sulla mano destra fanno pensare che in origine vi fosse appollaiata un'aquila, e che dunque quel dio fosse Zeus.

Per lo Zeus di Ugento fu ipotizzata una datazione al secolo VI a.C.: in quel periodo la cittadina in cui è stato ritrovato era un fiorente centro portuale il cui nome magnogreco era Ozan; la statua, creata forse per essere esposta in un luogo pubblico, è l'unico esempio pervenutoci di scultura a cera persa in area salentina. Nelle fattezze e nei linguaggi figurativi adoperati si riflettono gli echi del periodo più antico della storia di questa terra protesa tra lo Ionio e l'Adriatico, così legata a entrambi da venire denominata dagli storiografi d'età classica Messapia, la terra dei due mari.

Per la cronaca, le sventure dello Zeus di Ugento non si esaurirono col suo recupero: confluito nella collezione del Museo Archeologico di Taranto, esso è rimasto nascosto per decenni nei suoi depositi in attesa di una consona collocazione, approntata nel 2016 dopo una lunga sequela di rinvii: solo da pochi anni questo meraviglioso reperto è stato reso fruibile al pubblico.

La terra dei due mari

Anche per chi lo conosce bene, il Salento è tuttora una terra schiva, sfuggente, che tiene ben celato il proprio passato pur rifiutandosi di lasciarlo trascorrere come sarebbe opportuno; per questo è così difficile tracciare una puntuale storia dei Messapi, la popolazione che lo abitò in epoca preromana.

Erodoto suggeriva che la loro origine sfiorasse il mito: nelle sue Storie egli narra che i coloni stanziati nell'attuale Puglia provenissero da Creta al seguito del leggendario Minosse; gli studi più recenti e accreditati datano invece il fiorire delle civiltà appule al secolo X a.C., quando si verificò un flusso migratorio di notevole entità dall'intera penisola balcanica.

I coloni si fusero con le popolazioni indigene che abitavano questo territorio già in età paleolitica, dando vita a una popolazione ibrida che manteneva tanto il retaggio balcanico quanto quello autoctono: da un lato il linguaggio e le strutture sociali di chiaro stampo greco-illirico, dall'altro la persistenza degli antichi culti preistorici legati alla terra e alla fertilità.

Nel giro di pochi secoli questa civiltà crebbe e si sviluppò fino a formare, intorno al VI secolo a.C., un consorzio di sedici potenti città-stato che fu in grado di dare filo da torcere a Taranto, la più grande città magnogreca: gli scontri tra le due compagini furono tantissimi e comportarono un'annosa successione di distruzioni e saccheggi; è probabile che lo stesso Zeus di Ugento sia stato nascosto per scongiurare gli effetti nefasti di una di queste lotte. Alla fine, come spesso accade nella storia, a vincere tra i due contendenti è il terzo: intorno alla metà del secolo III a.C. i romani conquistarono l'intero territorio pugliese, sottomettendo tanto i tarantini quanto i messapi; gli uni e gli altri furono condannati a un persistente oblio terminato solo nel secondo dopoguerra, quando si riaccese l'interesse accademico per la Puglia preromana.

Cosa resta dei messapi, al giorno d'oggi? Una manciata di siti archeologici di grande valore, moltissimi reperti e soprattutto tante teorie che attendono di essere vidimate; possiamo farci un'idea di quanto fossero organizzati osservando la Mappa di Soleto, un altro prezioso reperto stipato nei depositi del MArTA e negletto quasi al pari dello Zeus di Ugento, dato che dal 2003 a oggi attende ancora di essere esposto. In questo minuscolo ostrakon di vaso smaltato si riconosce il profilo della penisola salentina disegnato a sgraffio, con tanto dei nomi che alcuni tra i principali centri abitati dovevano avere all'epoca.

Ma l'eredità messapica è maggiormente visibile nei lineamenti della gente salentina, nella parlata grecanica, nella loro resilienza e nella loro dignità, nonché nel loro modo tutto particolare di vivere la spiritualità: sebbene gli antichi culti siano stati via via assorbiti dalla religione romana prima e cristiana poi, permane tuttora un rapporto col sacro intimo e totale, fatto di gestualità accentuate e rituali antichissimi. Il tarantismo, l'espressione oggi più nota di questa religiosità, per quanto sia legata al cristianesimo riecheggia in maniera formidabile il rapporto dei salentini con la propria terra e con la fertilità, come doveva essere ai tempi dei messapi e forse anche prima del loro arrivo.

Il patrimonio scritto della Grotta Porcinara

Grotta Porcinara Salento messapicoNon è facile riassumere in poche righe millenni di storia; esiste però un luogo dove quanto abbiamo scritto nel paragrafo precedente diventa tangibile e soprattutto leggibile. Esso si trova a Santa Maria di Leuca, frazione del comune di Castrignano del Capo e vertice estremo della Puglia: è qui che geograficamente si trova il confine tra Ionio e Adriatico, che si congiungono sul promontorio roccioso denominato Punta Ristola.

Proprio qui, in una zona desolata a picco sul mare, poco distante dal lungomare turistico eppure straordinariamente silenziosa, si apre la Grotta Porcinara. Essa viene impropriamente definita “grotta di terra”, in contrapposizione alle molte “grotte di mare” che si aprono lungo la costiera; in effetti si tratta di una cavità scavata artificialmente intorno al secolo IX a.C. per fini cultuali.

Grotta Porcinara Salento messapico

Sembra che in origine la Porcinara disponesse di un'ara votiva per la venerazione del dio Batàs (o Batìs), la cui origine è probabilmente autoctona, addirittura precedente all'arrivo dei messapi: nel suo nome si legge infatti l'onomatopea dello schianto del tuono, di cui questa divinità era signore.

In seguito alla fusione con le popolazioni greche essa fu sincretizzata con Zeus, il cui nome in territorio salentino fu corrotto in Zis: il nome della precedente divinità divenne un'accezione, pertanto il nuovo titolare del santuario della Porcinara diventò Zis Batàs, ossia “Zeus tonante”. È molto probabile che questi sia il dio raffigurato nella statua ugentina.

Grotta Porcinara Salento messapico

Il culto di Zis Batàs, come abbiamo visto, intorno al secolo VI a.C. era pienamente canonizzato; a questo periodo risale il vero tesoro della Grotta Porcinara: sulle pareti tufacee del piccolo vano sono infatti incise centinaia di iscrizioni votive attraverso le quali i marinai imploravano il dio di assicurare loro bel tempo per il proprio viaggio. La grandezza dei messapi fu infatti dovuta in gran parte al rapporto col mare: anche Leuca, come Ozan/Ugento e molte altre città messapiche, godeva di un porto da cui partivano giornalmente numerose imbarcazioni; sebbene al momento non ne siano state ritrovate tracce, non è sbagliato supporre che esso si trovasse in prossimità di Punta Ristola, orientata verso est.

Le iscrizioni più antiche, molto consumate dagli agenti atmosferici, sono vergate in una lingua molto simile al greco classico con minime corruzioni di stampo locale, così come l'alfabeto adoperato; sorprende inoltre l'accuratezza dello specchio grafico e la forma dei caratteri, quasi per nulla deformata dalla verticalità del supporto: è lecito supporre che queste iscrizioni non avessero carattere estemporaneo come i graffiti di cui abbiamo avuto già modo di parlare in un altro aritcolo, ma che la loro realizzazione fosse demandata a vere e proprie figure professionali preposte, simili ai lapicidi d'età romana. È probabile dunque che gli ex-voto venissero trascritti dietro compenso o oblazione, per sublimare (o integrare) un sacrificio.

Un altro dato sorprendete viene dall'analisi delle iscrizioni della Porcinara: il suo utilizzo non si fermò col tramonto dell'era messapica, ma semplicemente si adattò al culto delle divinità romane, le quali a loro volta avevano mutuato caratteristiche e accezioni provenienti dal pantheon greco; così a Zis/Zeus si sovrappose Giove, che curiosamente mantenne l'accezione Batàs latinizzata in Batius o Vatius.

Sono databili ai secoli II-I a.C. le iscrizioni latine della Porcinara, le quali assumono una forma meno precisa rispetto alle precedenti; rimane lo specchio grafico ben studiato ma non la forma corretta delle lettere: in molte iscrizioni la L viene ancora sostituita col lambda greco, così come la A priva del tratto orizzontale come alpha.

Grotta Porcinara Salento messapico

È difficile stabilire con certezza per quanto tempo si continuò a utilizzare la Grotta Porcinara come santuario: probabilmente essa cadde in disuso alle soglie dell'epoca cristiana, quando il baricentro dei traffici marittimi si spostò a Brindisi e Taranto, più vicine a Roma; nel frattempo, con l'arrivo del cristianesimo, i luoghi di culto si spostarono nei centri delle città: del resto la leggenda vuole che san Pietro sia giunto in Italia approdando proprio a Leuca. Tuttavia alcune tracce molto labili sembrano suggerire un'ennesima, forse effimera trasformazione della Grotta Porcinara.

Grotta Porcinara Salento messapico

In età repubblicana e imperiale, le iscrizioni latine si aprivano spesso con la sigla I O M, che abbreviava la formula Iovis Optimus Maximus; intorno al secolo III d.C. questa formula fu mutuata per le iscrizioni di carattere cristiano sostituendo la prima lettera con una D per Deus o Dominus. La stessa cosa sembra avvenire in un'iscrizione della Porcinara, non visibile perché giacente sotto un'abitazione privata, nella quale alla I vengono aggiunti due tratti obliqui per trasformarla in una D. Viene registrata inoltre la presenza di un triangolo, simbolo della Trinità in epoca paleocristiana; inoltre talvolta la scritta Κύριε Ζις risulta erasa in modo che non si legga il nome della divinità ma solo Κύριε, “Signore”.

Grotta Porcinara Salento messapico

Queste affascinanti incertezze non stupiscono, se viste nel contesto di una generale arretratezza negli studi sul Salento preromano, aggravata tra l'altro dal disinteresse per le vestigia messapiche: come lo Zeus di Ugento e la Mappa di Soleto anche la Grotta Porcinara non gode di una valorizzazione adeguata, nonostante la ricchezza delle informazioni che se ne possono ricavare. C'è da augurarsi che il ritrovato prestigio del Salento come meta turistica riaccenda l'attrattiva per questi tesori seminascosti, dando loro l'attenzione che meritano da parte di tutti.

BIBLIOGRAFIA

CALORO A., CAZZATO M. (a c.), Guida di Leuca (l'estremo Salento tra storia arte e natura), Galatina 1996

CORVAGLIA F., Ugento e il suo territorio, Lecce 1987.

DEGRASSI N., Lo Zeus Stilita di Ugento, Lecce 1981.

DE MARTINO E., La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Milano 2015

ERODOTO, Storie, Milano 2013

MELUCCI M., La città antica di Taranto, Taranto 1989.

PIZZURRO A., Ozan. Ugento dalla preistoria all'età moderna, Lecce 2002

MArTA - Museo Archeologico Nazionale di Taranto, sito ufficiale.

 

 

Tutte le fotografie sono di Mariano Rizzo.


Alaska: due manufatti di metallo eurasiatico precedente il contatto con gli Europei

8 Giugno 2016
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Due manufatti in bronzo piombato, ritrovati nell'Alaska nord occidentale, costituirebbero la prima prova dell'arrivo nel Nord America preistorico di metalli provenienti dall'Asia.

Sulla base della tradizione orale e di altri ritrovamenti, la scoperta non costituirebbe una sorpresa. Si tratterebbe di una lega prodotta da qualche parte in Eurasia, e quindi scambiata in Siberia e poi - attraverso lo stretto di Bering - presso gli Inuit ancestrali, anche noti come cultura Thule, in Alaska.

In particolare, i due reperti di rame in lega con stagno e piombo (bronzi piombati, appunto), fanno parte di un ritrovamento di sei manufatti da scavi presso il sito di Capo Espenberg, nella penisola di Seward in Alaska. Qui vi erano le case dei Thule. I manufatti risalgono al Tardo Periodo Preistorico (che per l'area indica il 1100-1300 d. C.) e predatano dunque il contatto continuato con gli Europei, che risale invece al diciottesimo secolo.

Reperti in metallo non sono qui ritrovati facilmente, poiché venivano utilizzati fino ad essere completamente consumati: non sono dunque facilmente preservati. I due manufatti sono un grano cilindrico e una parte di una cintura. Un frammento di cuoio legato a quest'ultima è stato datato a 500-800 anni fa col radiocarbonio, ma il metallo potrebbe essere anche più antico. Gli altri quattro reperti metallici sono: un amo in rame, un ago in rame, un frammento di foglio in rame e un'esca per la pesca in osso con occhi in ferro. I manufatti sono presentati in un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science.

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Cambogia: un laboratorio dell'undicesimo secolo ad Angkor Thom

5 - 14 Marzo 2016
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Un laboratorio per la produzione del bronzo dell'undicesimo secolo è stato individuato presso Angkor Thom, in Cambogia. Il luogo era noto dal 1926, ma inizialmente lo si riteneva utilizzato per la lavorazione della pietra.
Ritrovamenti di sculture in bronzo, fornaci, crogioli e metalli non impiegati hanno determinato la nuova identificazione. Fu utilizzato fino al dodicesimo secolo, e sotto il regno del re Jayavarman VII. La scoperta permette di confutare l'ipotesi che le statue fossero prodotte sul luogo dove venivano poi collocate.
Link: Phnom Penh Post
Porta meridionale ad  Angkor Thom, foto di Tomber1900, da WikipediaCC BY-SA 3.0.


La prima collezione di armi in bronzo (non funzionali) dalla Penisola Araba

10 Marzo 2016

Modello 3D dell'edificio principale a Mudhmar Est (la stanza dove si sono ritrovate le armi è nel mezzo dell'edificio sulla sinistra)
Modello 3D dell'edificio principale a Mudhmar Est (la stanza dove si sono ritrovate le armi è nel mezzo dell'edificio sulla sinistra)

La Missione Archeologica Francese nel Sultanato dell'Oman ha dissotterrato una straordinaria collezione di armi in bronzo, risalenti all'Età del Ferro II (900-600 a. C.), a Mudhmar Est, vicino Adam. La regione di Adam si colloca ai limiti tra le oasi dell'Oman e il deserto.
Il sito di Mudhmar Est, scoperto nel 2009, si trova ai piedi del Jabal Mudhmar, vicino una delle più grandi valli dell'Oman e all'incrocio di importanti vie commerciali. Il sito consta di due edifici e diverse strutture.
 
Mudhmar Est - Archi, frecce, pugnali e asce, sparpagliati sul terreno
Mudhmar Est - Archi, frecce, pugnali e asce, sparpagliati sul terreno

Il ritrovamento è avvenuto in quello che si ritiene essere un complesso religioso, in una piccola stanza priva di porte, dove le armi erano sparpagliate in terra. L'edificio è il più grande dei due, misurando 15 metri, ed è costruito con blocchi di arenaria e mattoni di terra.
Mudhmar Est - Due faretre in rame/bronzo
Mudhmar Est - Due faretre in rame/bronzo

Si tratta di due gruppi di armi, il primo formato da due faretre in bronzo con sei frecce ciascuna. Sono di metallo e di piccole dimensioni (35 cm), e dunque non funzionali: gli originali sarebbero stati in materiali deperibili (ad esempio, cuoio). Si tratta di un ritrovamento unico per la Penisola Araba ed estremamente raro in genere.
Mudhmar Est - Arco non funzionale, interamente fatto di rame/bronzo
Mudhmar Est - Arco non funzionale, interamente fatto di rame/bronzo

Nel secondo gruppo si sono ritrovate armi in bronzo,  e pure di queste la maggior parte non era funzionale, a causa del materiale o in quanto spesso incomplete e di dimensione ridotta. Si tratta di cinque asce da battaglia, cinque pugnali (con pomello a forma di mezzaluna), cinque archi e cinquanta frecce. Anche qui, degli archi funzionali sarebbero stati in legno e altri materiali deperibili, e non della dimensione ridotta ritrovata (mediamente 70 cm). Archi di questo genere costituiscono una scoperta unica per la Penisola Araba e per il Medio Oriente.
Mudhmar Est - Ascia incompleta, fatta di rame/bronzo
Mudhmar Est - Ascia incompleta, fatta di rame/bronzo

Il ritrovamento getta luce sulle armi utilizzate all'epoca nella Penisola Araba, e indica probabilmente che si trattava di offerte per una divinità della guerra. Si colloca pure nel contesto di un'aumento delle attività metallurgiche nell'area, oltre che del proliferare di siti fortificati e di architettura monumentale.
Link: AlphaGalileo 1, 2 via CNRS (Délégation Paris Michel-Ange)


Fornaci e offerte da Ierapoli

3 Marzo 2016
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11 fornaci del settimo secolo a. C. sono state scoperte a Hierapolis (anche Gerapoli, Ierapoli), nel distretto di Pamukkale della provincia turca di Denizli. Le pietre e i vasi (all'interno della quale vi erano ossa) ritrovati risultano bruciati, segno che l'area era usata per offerte religiose. Ritrovati anche due reperti in bronzo.
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Link: Hurriyet Daily News via Doğan News Agency
Hierapolis, foto di Kisch (at en.wikipedia - Transferred from en.wikipedia), da WikipediaPubblico Dominio.
La provincia turca di Denizli, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Turkey location map.svg (by NordNordWest)).


Metallurgia e tradizioni orali negli altopiani del Laos nord occidentale

29 Febbraio 2016

© IRD / O. Evrard: Villaggio Rmet nel nord-ovest del Laos.
© IRD / O. Evrard: Villaggio Rmet nel nord-ovest del Laos.

Nel Sud Est asiatico, le aree montagnose sono spesso caratterizzate da povertà. Non sempre però le cose sono andate così. La scoperta di fornaci per la fusione del ferro (datate all'ottavo e al nono secolo dell'era volgare) nei villaggi Rmet del Laos nord occidentale, può ora gettare luce su quanto avveniva negli altopiani del periodo pre-Tai. La scoperta viene presentata sul Journal of Southeast Asian Studies, in uno studio che unisce i dati archeologici a quelli etnologici.
Questi luoghi sono collegati a una ricca tradizione orale dei Rmet. In passato - prima dell'emergere dei principati Tai nella Valle del Mekong - non erano isolati come oggi, ma parte di un più ampio contesto culturale, economico e tecnologico tra le rive dei fiumi.
Le tradizioni orali parlano delle popolazioni Chueang Lavè, e di due siti: un rifugio roccioso dove si producevano oggetti, e un luogo alla confluenza dei corsi d'acqua, dove avvenivano gli scambi commerciali. I Chueang Lavè producevano oggetti in bronzo (anche se solo quella in ferro è attestata), praticavano sacrifici umani e cannibalismo. Questi racconti sono presenti anche presso altri gruppi delle montagne, mentre megaliti e pratiche funerarie specifiche indicano le antiche zone di produzione del metallo.
Il mito dice che i Chueang Lavè avrebbero lasciato il Paese passando per una porta magica. Per i ricercatori, il declino dei Chueang Lavè sarebbe da ricollegarsi a un esaurimento delle risorse (legno o metallo), e a problemi di carattere demografico e sociale, o a cambiamenti di ordine geopolitico, come lo sviluppo di una massiccia produzione di ferro in Cina.
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Preservati per migliaia di anni i tessuti di Timna

24 Febbraio 2016

Tessuto tinto di rosso e blu, ritrovato a Timna. Il tessuto utilizzava i diversi colori pelo animale per creare i colori nero e arancio-marrone per le fasce decorative. Credit: Clara Amit, courtesy of the Israel Antiquities Authority
Tessuto tinto di rosso e blu, ritrovato a Timna. Il tessuto utilizzava i diversi colori pelo animale per creare i colori nero e arancio-marrone per le fasce decorative. Credit: Clara Amit, courtesy of the Israel Antiquities Authority

Il sito di Timna, collocato nel Wadi Araba, è noto soprattutto per le miniere di rame, ed è per alcuni il luogo delle miniere di Re Salomone. Il clima arido ha permesso la conservazione fino ad oggi di materiali organici di tremila anni fa, come semi, cuoio e tessuti.
Gli scavi, condotti dal dott. Erez Ben-Yosef dell'Università di Tel Aviv, hanno permesso di ritrovare una vasta collezione di tessuti con diversi colori, disegni e provenienze. Si tratta pure della prima scoperta di tessuti dell'epoca di Davide e di Re Salomone, che getta luce sulle mode di allora e sugli Edomiti, che operavano presso queste miniere ed erano in guerra con Israele. Gli Edomiti erano responsabili della fusione del rame: i loro tessuti sono filati in maniera semplice, ma con decorazioni elaborate: adornavano gli artigiani delle fornaci. Oltre a questi artigiani, rispettati e qualificati, lavoravano qui però pure schiavi e prigionieri. Il rame, utilizzato allora per produrre strumenti e armi, era una grande fonte di potere per l'epoca, e la sua produzione richiedeva conoscenze e abilità.
I piccoli frammenti di tessuto (5x5 cm) sono molto diversificati ma possono ricordare tessuti più tardi di epoca romana. Provengono da borse, tessuti, tende, corde. I tessuti sono anche in lino (che non era prodotto localmente e veniva forse dalla Valle del Giordano o dalla parte settentrionale di Israele), ma per la maggior parte dei casi veniva impiegata la lana. I tessuti sono di alta qualità, e testimoniano come gli Edomiti dovessero essere una presenza importante nella regione. Nomade non significa "semplice".
Migliaia di semi non carbonizzati, appartenenti alle cosiddette "sette specie" bibliche, sono stati pure ritrovati: si tratta di due cereali e cinque frutti considerati unici della terra di Israele.
Link: EurekAlert! via American Friends of Tel Aviv University


Oman: nuovi siti preistorici dalla regione di Qumayrah

10 Gennaio 2016
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Un sito preagricolo di epoca neolitica è stato probabilmente scoperto in Oman, nella regione di Qumayrah. I rilevamenti hanno pure permesso di rilevare due altri siti, di cui almeno uno di epoca preistorica. Le montagne vicine erano fonte di rame che veniva poi commerciato fino in Mesopotamia.
Link: Muscat Daily
L’Oman, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Afro-Eurasia on the globe (red).svg (by TUBS)).


Emirati Arabi: proseguono gli scavi nell'Emirato di Sharjah

5 - 6 Gennaio 2016
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Nell'Emirato di Sharjah proseguono gli scavi in diversi siti:
Da Jebel Faya provengono strumenti litici di tipo Acheuleano, del Paleolitico Inferiore. Potrebbero datare fino a 500 mila anni fa.
A Wadi Hilu (o Wadi Al Hilo) si è scoperto un centro occupato dal Neolitico (ottomila anni fa), che nella prima Età del Bronzo (quattromila anni fa), si sviluppò con miniere di rame e centri di fusione del metallo.
A Mleiha si son ritrovate tombe sotterranee e fondamenta di case con mattoni di fango, oltre a ceramiche e manufatti.
Proseguono pure i lavori a Tell Abraq, per un periodo che va dal terzo al primo millennio a. C.
Dibba Al Hisn era invece un centro di commerci che collegava l'Islam con altre regioni, giungendo addirittura fino alla Cina.
Link: WAM Emirates News Agency; The National UAE.
Gli Emirati Arabi, da WikipediaCC BY-SA 3.0 de, caricata da Chipmunkdavis (di NordNordWest - Own work, using United States National Imagery and Mapping Agency data).