Rinvenuto un tratto della via Aemilia

L’avevamo festeggiata l’anno scorso in occasione dei suoi 2200 anni, ora un segmento della via Emilia è emerso dagli scavi in Piazza Gioberti a Reggio Emilia, un tratto di circa 3 metri costituito da un piano in ciottoli fluviali squadrati, disposti in modo da consentire il deflusso laterale dell’acqua piovana.

Il rinvenimento, peraltro già ipotizzato dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, è stato documentato dagli archeologi e sarà oggetto di studio e pubblicazione da parte della soprintendenza cui spetta la direzione scientifica dei lavori.

La foto del tratto di Via Aemilia rinvenuto è di Roberto Macrì, Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara

Una porzione del limite meridionale della via Emilia di epoca romana è venuta in luce nei giorni scorsi durante i lavori di riqualificazione in Piazza Gioberti legati al progetto “Ducato Estense” finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività culturali. A poco più di un anno dalla mostra On the road. Via Emilia 187 a.C.-2017 (allestita a Reggio Emilia fino a giugno 2018)è ricomparso un altro segmento della via consolare voluta da Marco Emilio Lepido nel 187 a.C. che toccava, oggi come allora, i centri nevralgici della Regio VIII coincidente con l’attuale Emilia-Romagna.

Il tracciato, documentato per una lunghezza di più di 3 metri, è costituito da un piano in ciottoli fluviali squadrati disposti a una quota maggiore verso il centro della strada in modo da consentire l’istantaneo deflusso laterale delle acque piovane e degli scarichi. La via è delimitata da una crepidine (marciapiede) realizzata con ciottoli posti di taglio che creano una sorta di gradino continuo rialzato rispetto alla parte restante del battuto stradale; parte di questa crepidine era stata asportata già in età antica.

Rimasta probabilmente in superficie fino al termine dell'Impero romano, la strada sembra però ridursi nel tempo come via carrabile per essere in parte occupata da strutture, in parte affiancata da attività artigianali come quelle metallurgiche.

Dopo tale periodo la strada venne sepolta da successivi sedimenti fluviali.

“Questo rinvenimento -spiega la Soprintendente Cristina Ambrosini- aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza del tracciato della via Aemilia, già rinvenuto in più punti nel corso del ventesimo secolo, e porta dati nuovi e fondamentali riguardo all'annosa questione della posizione del torrente Crostolo all'interno della città antica tra epoca romana e XIII secolo. Studiando i dati pregressi e quelli emersi dal controllo archeologico in corso in piazza Roversi, sempre nell'ambito del progetto Ducato Estense, potremo definire con maggior precisione la posizione dell'alveo del torrente e la conformazione di questo nevralgico settore urbano.”

I lavori archeologici si svolgono sotto la direzione scientifica dell’archeologa della Soprintendenza Annalisa Capurso e sono eseguiti in piazza Gioberti dalla ditta GEA (dottori Cecilia Pedrelli, Nicola Cassone, Gloria Saccò) e in piazza Roversi dalla ditta Archeosistemi (dott.sa Anna Losi), con la consulenza del geoarcheologo, prof. Mauro Cremaschi.


Arriva a Pompei Alfonsina Russo. Sarà Direttrice ad interim del Parco Archeologico

Primo giorno a Pompei per Alfonsina Russo, Direttrice ad interim del Parco Archeologico della città vesuviana che ha incontrato oggi il personale e i funzionari del Parco, accompagnata dal Capo di Gabinetto del Mibac Tiziana Coccoluto, dal Segretario dal Segretario Generale Giovanni  Panebianco e dal Direttore Generale uscente Massimo Osanna.

La sua carica durerà fino alla prossima nomina del Direttore generale prevista entro l’estate 2019.

Sarà garantita la totale attenzione alle attività del Parco archeologico nel segno di una assoluta continuità delle procedure in corso. In questa fase di mia permanenza non ci saranno cambiamenti, - ha dichiarato Alfonsina Russo - ma si proseguirà nel solco già tracciato in maniera ottimale, con risultati riconosciuti a livello internazionale, da Massimo Osanna,  grazie all’eccezionale lavoro di squadra condotto dai funzionari e da tutto il personale del Parco archeologico Di Pompei."

La Russo, già Direttrice del Parco Archeologico del Colosseo ha un curriculum di tutto rispetto.

Archeologa, specializzata e dottore di ricerca in archeologia classica, dal 2009 è Dirigente del MiBACT.  Nella sua attività professionale ha operato in Magna Grecia, nel Molise e nel Lazio. Si è occupata di allestimenti museali e di gestione di musei, di allestimenti di importanti mostre in Italia e all’estero. Ha curato numerose pubblicazioni scientifiche e ha tenuto conferenze presso prestigiose Università italiane e straniere.E’ stata Soprintendente Archeologo per l’Etruria meridionale e Soprintendente per l’Archeologia belle arti e paesaggio per l’Area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale.  Nella  sua recente attività professionale nel Lazio, tra gli altri progetti di cui si è fatta promotrice, in una prospettiva di condivisione di progetti di sviluppo culturale e turistico con le istituzioni locali e la società civile, si ricordano:
- il Progetto Experience Etruria, che ha visto il coinvolgimento di numerose Amministrazioni Comunali del Lazio, Toscana e Umbria e che è stato premiato all’Expo 2015 di Milano, come uno dei migliori progetti realizzati in occasione di questo evento mondiale;
- la promozione dei Cammini di San Paolo e di San Francesco, in occasione del Giubileo del 2016. Diversi i riconoscimenti da parte di autorevoli istituzioni straniere.


Bando Musei italiani: 2017 candidati per direzione dei siti

Lo scorso 22 dicembre sono scaduti i termini per la presentazione delle domande relative al bando internazionale 2018 per Direttori dei Musei italiani. A essere interessati sono tre istituti di livello dirigenziale di prima fascia e tre di seconda fascia. Alla prima fascia appartengono le Gallerie dell’Accademia di Venezia, la Reggia di Caserta e il Parco archeologico di Pompei.

Alla seconda il Parco archeologico dell’Appia Antica, il Parco archeologico dei Campi Flegrei e il Palazzo Reale di Genova. Il numero totale di coloro che hanno presentato la propria candidatura per una delle procedure o per entrambe è di 207, di cui il 95,7% italiani e il restante 4,3% stranieri.

Per quanto riguarda gli Istituti di livello dirigenziale di prima fascia per la direzione dell’Accademia di Venezia sono arrivate 69 domande, per la Reggia di Caserta 77 e per il Parco archeologico di Pompei 48. Per quanto riguarda gli Istituti di livello dirigenziale di seconda fascia sono arrivate 99 domande per il Parco archeologico dell’Appia Antica, 73 per il Parco archeologico dei Campi Flegrei e 72 per il Palazzo Reale di Genova. Le candidature saranno ora valutate dalle rispettive commissioni formate da cinque esperti ognuna che opereranno una prima selezione di massimo 10 candidati per ciascun istituto.

Da tali selezioni verrà individuata una terna di candidati per ogni istituto. Per gli istituti di livello dirigenziale generale, le terne verranno sottoposte al Ministro il quale individuerà il candidato cui conferire l’incarico. Per gli istituti di livello dirigenziale non generale (quelli di seconda fascia) le terne verranno sottoposte al direttore generale musei.​


Online l'Atlante dell'Architettura Contemporanea Italiana

ONLINE L’ATLANTE DELL'ARCHITETTURA CONTEMPORANEA ITALIANA
Nuova piattaforma lanciata dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie Urbane del Mibac

Atlante dell'Architettura Contemporanea Italiana MiBACIl sito web, raggiungibile all’indirizzo www.atlantearchitetture.beniculturali.it, racconta le architetture italiane tracciando cinque itinerari tematici illustrati da oltre 100 opere rappresentative del panorama architettonico.
L’utilizzo della piattaforma è agevolato dalla presenza di mappe interattive, che permettono all’utente di costruire il proprio percorso.
Con questo strumento aperto e implementabile si auspica una più efficace percezione e conoscenza dell’architettura italiana moderna e contemporanea da parte di un pubblico sempre più vasto e non solo di specialisti.
Roma, 21 dicembre 2018

Come da MiBAC, redattore Renzo De Simone


Paestum: vibrazioni e cambiamenti climatici minacciano il tempio di Nettuno

Non ci si deve arrivare al sisma, che è un caso eccezionale - anche vibrazioni quasi impercepibili causate da un treno che passa a 1 km di distanza o persino da una tempesta forte incidono sul tempio di Nettuno, costruito 2500 anni fa dai coloni greci di Paestum e miracolosamente conservato fino alla punta del frontone. E il sospetto è che purtroppo negli ultimi tempi il deterioramento dello stato di conservazione del monumento si stia accelerando, anche a causa dei cambiamenti climatici e dell'intensificarsi di calamità naturali con forte incidenza sulla conservazione dei beni culturali. Si tratta di un tema "caldo" che è all'attenzione dei livelli più alti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, come conferma il sottosegretario con delega ai siti Unesco, Lucia Borgonzoni, la quale precisa che <<Il Mibac sta lavorando a un sistema integrato con il supporto di tecnologie avanzate per garantire una maggiore salvaguardia del patrimonio italiano>>.

<<Noi ci siamo spaventati - racconta il direttore del Parco Archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel - quando con i restauratori siamo saliti sul tempio per un intervento periodico di manutenzione e restauro: il degrado, rilevato pochi mesi prima con un drone, era molto avanzato in un breve arco di tempo; ora l'idea è di avviare un monitoraggio continuo per avere maggiore certezza>>.

Per farlo esiste già una soluzione, elaborata dal Dipartimento di Ingegneria Civile dell'Università di Salerno. <<Otto sensori di tecnologia avanzata posizionati sul monumento permetterebbero un monitoraggio continuo, una specie di TAC, che può essere consultato attraverso la rete in tempo reale - spiega il prof.Luigi Petti dell'Ateneo salernitano - Ciò consentirà di rilevare il comportamento del tempio ed elaborare un modello della struttura interna del monumento, onde prevenire eventuali fenomeni di deterioramento statico>>. Le principali informazioni sul comportamento del tempio di Nettuno saranno messe a disposizione di tutti gli utenti in rete in un'ottica di open data e di trasparenza nell'amministrazione del patrimonio archeologico.

Per attuare il progetto, i tecnici del Parco Archeologico e dell'Università hanno stimato costi pari a 110mila euro. <<Abbiamo avviato una raccolta fondi sul portale Art Bonus - annuncia il direttore Zuchtriegel - tutti possono aiutarci a monitorare il tempio di Nettuno, approfittando tra l'altro degli sgravi fiscali previsti dalla legge Art Bonus. Anche una piccola donazione rappresenta per noi un sostegno prezioso>>.

Il monitoraggio di Paestum si inserisce in un progetto più ampio, coordinato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e che vede come protagonista il Parco Archeologico del Colosseo, che sotto la guida della direttrice Alfonsina Russo sta mettendo a punto una strategia per la salvaguardia dei monumenti attraverso un articolato progetto di monitoraggio e di manutenzione programmata. In programma, tra l'altro, un convegno a Roma il prossimo 21 marzo su "Monitoraggio e manutenzione nelle aree archeologiche. Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, degrado chimico ambientale" a cura del Parco Archeologico del Colosseo e una mostra su archeologia e cambiamenti climatici a Paestum, elaborata insieme agli scienziati della Fondazione "Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici", che sarà inaugurata il 17 settembre 2019.

<<Oggi la questione non è più se il cambiamento climatico c'è o non c'è - dice Zuchtriegel - Siamo ormai passati a una fase in cui la questione è come reagire a dei fenomeni che come tali forse non saranno nemmeno nuovi, ma che si stanno verificando con una rapidità inaudita rispetto al passato. Oggi è richiesto il nostro impegno concreto per far sì che i nostri nipoti e bisnipoti potranno ancora ammirare i templi di Paestum nel 2100. Purtroppo non sembra che ciò sia così scontato, guardando anche il recente studio dell'università di Kiel che parla di 42 su 49 siti Unesco analizzati intorno al Mediterraneo a rischio per i cambiamenti climatici in atto, tra cui i templi di Paestum>>.


Dal 1° gennaio ticket gratuito al MANN per i soci ordinari ANA

Dal 1° gennaio 2019, gli archeologi soci ordinari dell’ANA (Associazione Nazionale Archeologi) avranno ingresso gratuito al MANN, esibendo la tessera d’iscrizione: è questo il presupposto della convenzione firmata dal Direttore del Museo Paolo Giulierini e dal Presidente ANA Salvo Barrano.
In un incontro, avvenuto stamattina al MANN ed organizzato con i vertici nazionali e regionali di ANA, Paolo Giulierini ha ribadito:
“E’ necessario dare un segnale forte: il più grande Museo Archeologico d’Italia riconosce agli specialisti una corsia adeguata nella fruizione, per studio o per diletto, del patrimonio archeologico del MANN”.
Alla base della convenzione, l’esigenza di favorire, anche in modo simbolico, la creazione di una koiné di esperti, prescindendo dall’inquadramento professionale ricoperto (archeologi ministeriali, in organico presso enti territoriali, liberi professionisti o attivi nel terzo settore): al momento, infatti, l’accesso gratuito ai Musei ed ai luoghi della cultura gestiti dal Mibac è garantito soltanto agli archeologi in ruolo al Ministero o agli studenti universitari, mentre gli archeologi liberi professionisti (componente maggioritaria della categoria) pagano il biglietto a prezzo intero.
“Per un archeologo professionista è fondamentale presidiare quotidianamente gli spazi del Museo, visitarne le collezioni, partecipare agli eventi, alle mostre e ai dibattiti.  Sono grato al Direttore Giulierini per aver accolto la nostra proposta e mostrato grande attenzione alla comunità professionale degli archeologi”, conclude il Presidente ANA Salvo Barrano.

Ritorna in Italia l'Atleta vittorioso di Lisippo

Il dado è tratto. L’atleta vittorioso di Lisippo deve tornare in Italia dopo una lunga controversia che ha visto per anni l’Italia contro il Getty Museum di Malibu. La vicenda adesso ha un esito definitivo stabilito dalla Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso presentato dai legali del museo americano. Un successo che rende fieri e premia l’immenso lavoro e la tenacia dei giuristi dell’Avvocatura generale dello Stato che sono riusciti dopo anni a trovare la giusta strada per la risoluzione dell’impasse.

La statua in bronzo fu ripescata nelle acque dell’Adriatico al largo di Fano nel 1964. La sua celebrità, oltre alla fattura del reperto, è dovuta proprio al lungo contenzioso tra Italia e Getty Museum. Il “Bronzo Getty” o “Atleta di Fano” rappresenta un atleta stante che solleva il braccio destro per incoronarsi, creando un movimento sinuoso tipico dell'arte lisippea.

«Sono veramente contento - ha commentato il Ministro Alberto Bonisoli - che si sia finalmente chiuso questo iter giudiziale e sia stato riconosciuto al nostro Paese il diritto di recuperare un'importantissima testimonianza del nostro patrimonio. Questa notizia ci ricorda l'importanza dei beni per l'identità delle comunità e dei territori. Speriamo che la statua torni presto ad essere ammirata nei nostri musei e che le autorità Usa si attivino rapidamente per favorirne la restituzione»


Il MIBAC aprirà il Collegio Romano ai visitatori

Un Gruppo di lavoro istituito presso il Segretariato Generale pronto a definire percorsi e modalità di apertura al pubblico del complesso architettonico.

La valorizzazione del patrimonio culturale comporta anche l’apertura al pubblico della sede centrale del Ministero per i beni e le attività culturali, ossia dell’imponente complesso architettonico seicentesco del Collegio Romano, nell’omonima via del centro di Roma, al civico 27. Un modo utile anche per avvicinare i cittadini alle istituzioni e far meglio conoscere i luoghi nei quali si realizzano importanti processi decisionali nel settore dei beni e delle attività culturali.

Al riguardo, infatti, il Ministero per i beni e le attività culturali ha istituito un Gruppo di Lavoro volto a individuare possibili iniziative di fruizione e valorizzazione di spazi, opere ed elementi di interesse storico – scientifico, artistico e architettonico presenti nel Palazzo del Collegio Romano, disegnando percorsi di apertura al pubblico. In questo contesto si inserisce la preliminare iniziativa volta alla fruizione e valorizzazione di spazi del Segretariato Generale e della Direzione Generale Bilancio, posti al terzo piano dell’edificio, in cui sono state collocate talune opere di autori italiani ricevute in comodato d’uso gratuito per un anno dalla Galleria Nazionale di Arte Moderna.

Tali opere – non precedentemente esposte al pubblico e collocate nei depositi del predetto museo – potranno essere fruite in occasione sia di riunioni e incontri istituzionali con soggetti pubblici e privati sia con delegazioni internazionali, nonché rientrare nei percorsi di apertura al pubblico nei termini formulati dal citato Gruppo di Lavoro.
Il Collegio Romano, attribuito a Bartolomeo Ammannati, ma probabilmente opera di Giuseppe Valeriano, diventerà accessibile ai visitatori una volta che il team avrà stabilito percorsi e modalità.

L’insediamento in campo Marzio

La fondazione cinquecentesca del Collegio Romano in un’area come quella del Campo Marzio (consacrata a Marte, dio della guerra), rilevante dal punto di vista delle testimonianze archeologiche classiche e post-classiche ed emblematica dello sviluppo urbanistico dell’intera zona, si inserisce in una prospettiva storica molto più remota rispetto all’epoca della sua costruzione. Il Campo Marzio, da sempre profondamente legato alle vicende di Roma, rappresentò dunque una scelta non casuale, per la stratificazione degli insediamenti e per i suoi molteplici significati simbolici connessi  alla vita religiosa e militare ed alle funzioni pubbliche e politiche. La zona è caratterizzata dalla ricchezza di acque, da sempre accompagnata da una componente di simbolismo in quanto elemento ancestrale, simbolo del fluire continuo della vita; per il suo basso livello era soggetta alle inondazioni del Tevere, era attraversata dai condotti dell’Acquedotto Vergine e conteneva lo Stagnum dal quale fuoriusciva il canale Euripus ( rinvenuto al di sotto  del Palazzo della Cancelleria). L’urbanizzazione dell’area del Campo Marzio iniziò nel II secolo a.C. con Pompeo, che vi fece costruire il Teatro (il primo in muratura a Roma), i Portici e l’Hecatostylon (portico delle 100 colonne). Augusto scelse proprio il Campo Marzio per dare l’avvio ad un massiccio sviluppo di Roma, provvedendo a renderla grandiosa ed al contempo al sicuro da incendi e da inondazioni. La costruzione dei monumentali complessi della zona prese l’avvio dopo la vittoria riportata da Augusto ad Azio, in Egitto (31 a.C.): in primis fece erigere il proprio Mausoleo, a cui seguirono le fabbriche promosse da Agrippa, suo generale ed ammiraglio, tra cui emerge per grandiosità il Pantheon (il tempio dedicato a tutti gli dei ed al sovrano vivente). Una delle testimonianze medioevali sulle costruzioni che qualificavano l’isolato di Campo Marzio su cui si erge l’attuale palazzo del Collegio, riguarda la chiesa di S. Nicolai de Forbitoriis, già nota nel XII secolo, situata probabilmente nell’area in cui fu edificata la fabbrica gesuita e distrutta per far posto alla sua costruzione. Legata alle vicende architettoniche del Collegio è anche la chiesa di S.Macuto, alla quale era annesso un cimitero, anch’esso posizionato nell’area attualmente occupata dal palazzo. Le abitazioni disposte attorno a S. Macuto fin dal Medioevo furono di illustri famiglie romane: qui risiedevano il cardinale Pietro Carafa, prima di salire al soglio pontificio con il nome di Paolo IV (1555-1559), e Camillo Orsini con sua moglie Vittoria Frangipane, marchesa della Tolfa e nipote dello stesso Paolo IV. Fu proprio quest’ultima che, dopo la morte del marito, nel 1558 donò ai Gesuiti i suoi possedimenti e la piccola chiesa da lei dedicata all’Annunziata. La chiesa, già iniziata nel 1555 come tempio dell’Ordine, fu completata nel 1567 dall’architetto gesuita Giovanni Tristano (1538-1575)

La fabbrica del Collegio

Il complesso del Collegio occupa un intero isolato, delimitato a nord da piazza sant’Ignazio e via del Caravita; ad est da via del Collegio Romano; a sud da piazza del Collegio Romano e ad ovest da via di Sant’Ignazio. Pensato dal suo fondatore, Ignazio di Loyola (1491-1556), sul modello del Collège du Roi di Parigi (1530), destinato alla formazione teologica e culturale dei gesuiti (la Compagnia di Gesù  nasce nel 1534) e dei giovani delle famiglie più importanti dell’epoca, il Collegio Romano fu inaugurato il 28 ottobre 1584 sotto il pontificato di Gregorio XIII Boncompagni (1572 – 1585), dopo essere stato ospitato provvisoriamente in diverse sedi, risultate inadeguate rispetto alle necessità del Collegio. La prima fu in una casa nei pressi dell’Aracoeli, quindi in palazzo Capocci-Frangipane presso S.Stefano del Cacco, e poi in palazzo Salviati, nell’angolo formato da via Lata e da via della Gatta, che venne demolito quando, costruito il grande Collegio Romano, si volle ampliare la piazza di fronte alla facciata principale. Nel 1558 la donazione di un gruppo di case nella zona del Campo Marzio, offerte da Vittoria Frangipane, consentì ai gesuiti di insediarsi nel sito occupato dall’attuale edificio.
Il primo nucleo del Collegio, che si rivelò ben presto insufficiente, fu ampliato a partire dal 1581 grazie all’interessamento ed ai finanziamenti di papa Gregorio XIII, che seguì direttamente i lavori della costruzione dell’ala prospiciente la piazza del Collegio. Il progetto curato dall’architetto gesuita Padre Giuseppe Valeriano (1542 – 1596), prese l’avvio nel 1582. Il Collegio Romano, con i suoi prospetti solidi ed infiniti, con la distribuzione interna semplice e ripetitiva, da una parte doveva esternare il rigido metodo di insegnamento dei gesuiti e la via morale e religiosa degli alunni, dall’altra divenire fonte progettuale per gli altri collegi  da erigersi in tutto il mondo. L’importanza delle materie (logica, metafisica, filosofia naturale e morale, matematica) e delle principali lingue (latina, greca ed ebraica) e, ovviamente, della teologia, insieme al fatto che venivano insegnate gratuitamente ai giovani meritevoli, fecero del Collegio un vero e proprio centro di sperimentazione accademico-scientifica famoso a livello internazionale. La grandiosa facciata principale, realizzata interamente in mattoni, ad esclusione del basamento e delle cornici di porte e finestre, in travertino, è caratterizzato da un corpo centrale più alto ed emergente rispetto ai laterali, anch’essi a loro volta tripartiti e sovrastati da un attico coperto dal tetto. Il blocco centrale è qualificato da elementi estremamente caratterizzanti, come i grandi portali decorati con rilievi a forma di drago (stemma Boncompagni) e le finestre a timpano; l’epigrafe della fondazione, l’orologio che forniva l’ora esatta a tutti gli orologi della città, le due edicole per meridiane e la loggia per la campana. Due grandiose arcate poste sul lato del cortile che funge da controfacciata immettono ad eleganti scaloni con balaustre marmoree. La vasta costruzione attuale tuttavia, fu portata a compimento solo nella seconda metà del XVII secolo, con l’edificazione dei corpi di fabbrica occidentale e meridionale (verso la Minerva e verso l’attuale piazza del Collegio Romano), e quindi con la costruzione della chiesa di S.Ignazio, datata 1685.

La chiesa di Sant’Ignazio

Alla fine del ‘500, quando le attività del Collegio si svolgevano regolarmente nell’edificio promosso da Gregorio XIII, la chiesa dell’Annunziata era ancora funzionante, ma ormai insufficiente rispetto alle necessità del gran numero di collegiali. Fu così che, nel 1626, si procedette alla demolizione di parte della chiesa , che fu mutilata della navata sinistra ed il restante settore fu trasformato in guardaroba e “cereria” (deposito per le suppellettili sacre) della nuova chiesa prevista, mentre sopra fu realizzato un ampio ambiente arricchito dagli stucchi e dalle pitture del Borgognone. Promotore del nuovo grandioso tempio dell’Ordine fu il cardinale Ludovico Ludovisi, che affidò i lavori a Padre Orazio Grassi (1583 – 1654), insegnante di matematica presso il Collegio Romano e noto per le sue polemiche con Galileo Galilei sulla natura delle comete. L’area per l’edificazione della nuova chiesa fu ricavata dalla parte vecchia del Collegio, quella donata dalla marchesa Frangipane, in cui furono demoliti vari ambienti. Chiamato ad insegnare nei Collegi di Siena e di Savona, Padre Grassi lasciò la direzione dei lavori della fabbrica ad una altro Gesuita, Antonio Sasso. Il primo centenario dell’approvazione pontificia della Compagnia di Gesù fu celebrato, con coreografie meravigliose, in una chiesa ancora incompiuta e senza il cardinale Ludovisi, morto prematuramente. Nel 1685 i lavori furono interrotti, anche se all’epoca, a causa della carenza dei fondi, mancava ancora la cupola. Il problema fu brillantemente risolto da Andrea Pozzo (1642 – 1709), anch’egli Gesuita  ed insegnante di prospettiva presso il Collegio, che in pochi mesi mise a punto una grande tela circolare dipinta a simulare l’emisfericità di una cupola: uno splendido trompe l’oeil di 17 m. di diametro (gravemente danneggiata da un incendio nel XIX secolo). La finta cupola fu rifatta sulla base degli antichi disegni da Francesco Manno. Fu a sua volta squarciata  nel 1891 dall’esplosione di una polveriera e la copia è rimasta coperta fino al 1963, quando fu restaurata da Giuseppe Cellini. Allo stesso Pozzo, coadiuvato  da giovani allievi, si deve la decorazione pittorica della crociera, del presbiterio e del catino absidale, su cui trionfa l’affresco della volta della navata raffigurante la Gloria di S. Ignazio: punto nodale della fabbrica gesuita  e concepito come estrema esaltazione dell’Ordine attraverso la figura  del suo fondatore, rappresenta uno dei vertici della cultura artistica tardo-barocca. L’interno della chiesa è impostato su una grande navata delimitata da pilastri sostenenti una ricca trabeazione e da colonne poste a preludio delle arcate che introducono alle cappelle laterali, riunite a loro volta da ampi passaggi e sormontate da cupole. L’opera dei gesuiti nel rendere splendido  e grandioso il tempio di S. Ignazio si concretizzò inoltre in un ricchissimo apparato scultoreo e di stucchi, in pregevoli arredi liturgici e rivestimenti in preziosi marmi policromi, la cui summa è rappresentata dal fastoso altare maggiore  e dall’altare della cappella di S. Luigi Gonzaga, ideati dallo stesso Padre Pozzo.

Le Biblioteche

La costruzione della chiesa di S. Ignazio comportò la necessità di modificare la sede della Biblioteca Maior o Secreta, cioè la Biblioteca “separata” dalle altre quattro Biblioteche minori che erano presenti nel Collegio. Si realizzò così il grande salone noto come “Crociera”, formato da un braccio longitudinale  aperto in corrispondenza di un lungo corridoio, ottenuto mediante la chiusura del loggiato  superiore della parte orientale del cortile dell’attuale  “liceo Visconti” e da un braccio trasversale più grande: alla posizione incrociata dei due bracci  si lega il nome di “Crociera”. Al di sopra del loggiato della parte settentrionale del cortile furono invece ricavati ambienti minori, annessi alla sala di lettura  della Biblioteca. Nel 1989 i due locali  e la sala di lettura sono stati assegnati alla Biblioteca Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, che vi ha spostato le proprie collezioni più preziose.  Nel 1876  Ruggero Bonghi (1826 – 1895), allora Ministro dell’Istruzione, per la monumentalità ed il prestigio culturale che da sempre l’avvolgeva, scelse il Collegio Romano come sede della Biblioteca Nazionale intitolata a Vittorio Emanuele II, destinata a raccogliere una copia di tutto  quello che si stampava su territorio italiano. Il patrimonio della Biblioteca era costituito, tra l’altro, dai volumi della Biblioteca dei gesuiti e dai numerosi lasciti provenienti dalle Biblioteche di molti altri enti ecclesiastici, da rari repertori, da raccolte di riviste e quotidiani, da manoscritti ed incunaboli, da autografi, da atti ufficiali e accademici italiani e stranieri. Nel 1975, a causa delle mutate esigenze del moderno istituto, la Biblioteca è stata trasferita nel complesso appositamente costruito presso Castro Pretorio, dove ha attualmente sede la Biblioteca Nazionale Centrale. Il salone gregoriano del Collegio Romano, posto accanto alla grande sala Vittorio Emanuele II, conserva le stigliature lignee originali ed una monumentale statua raffigurante Papa Gregorio XIII, collocata in una nicchia della parete destra; già adibito all’emeroteca trasferita nella Biblioteca Nazionale, il salone ospita attualmente le collezioni bibliografiche specialistiche e giuridiche del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Dopo opportuni restauri, sulla parete di fondo del salone è stato rimontato il grande banco della distribuzione dei libri che in origine campeggiava nella sala d’accoglienza della Biblioteca Vittorio Emanuele II.

Il Museo Kircheriano e l’Osservatorio

La componente scientifica rappresentò uno degli elementi di maggior spicco del Collegio, legata a personaggi eminenti che furono protagonisti nell’attività della scuola. Primo fra tutti deve essere ricordato Padre Athanasius Kircher (1602 – 1680), docente di matematica, di fisica e di lingue orientali, che riordinò la collezione di “varie cose curiose e di prezzo” donate al Collegio dal nobile Alfonso Donnini nel 1651; il sacerdote sfruttando la donazione, diede l’avvio alla costituzione di un vero e proprio eclettico Museo di antichità, arte, tecnologia, curiosità e scienza. Attento osservatore dei fenomeni naturali, inventore di strumenti ottici, acustici e musicali, studioso degli antichi geroglifici, consigliere di Gianlorenzo Bernini (1598 – 1680) nella progettazione della Fontana dei fiumi di piazza Navona e nella sistemazione dell’Elefantino della Minerva, Kircher si dedicò alla moda del tempo di allestire le cosiddette “stanze delle meraviglie” (wunderkammer) e fece del museo messo a punto all’interno del Collegio un’esposizione di alto livello scientifico, che gli valse la notorietà su scala internazionale e l’onore di una visita della regina Cristina di Svezia. Con la soppressione dell’Ordine, nel 1773, la collezione fu smembrata, anche se le raccolte scientifiche, etnografiche ed archeologiche rimasero presso il Collegio. Dopo la proclamazione del Nuovo Stato Unitario  furono istituiti un museo preistorico, uno italico ed un lapidario. Nel museo preistorico, inaugurato nel 1876, confluirono le donazioni di studiosi e collezionisti, tra cui quella di Luigi Pigorini (1842 – 1925) e con la nuova collezione così costituita si allestì il Museo preistorico etnografico, in seguito dedicato proprio al Pigorini. Il museo rimase nel Collegio fino al 1962, quando fu trasferito nell’attuale sede dell’Eur. La cattedra di astronomia del Collegio Romano fu detenuta nel corso del tempo da studiosi eminenti, che hanno dato lustro alla tradizione scientifica della scuola: nella seconda metà del Cinquecento fu ricoperta dal Padre gesuita tedesco Cristoforo Clavio (1537 – 1612), principale redattore della riforma del calendario gregoriano voluta da papa Gregorio XIII nel 1582. Nel 1787 Giuseppe Calandrelli, sacerdote dell’Ordine secolare, astronomo e matematico, fece costruire la torre per le osservazioni che, svettante dalla grande fabbrica del Collegio Romano, fu poi denominata Torre Calandrelli e fu affiancata nel 1855 da altre due torrette, volute da Padre Angelo Secchi (1818 – 1878), che alla metà dell’Ottocento promosse la costruzione di un nuovo osservatorio, noto a tante generazioni di romani come riferimento per l’ora esatta. Dopo la proclamazione del Nuovo Stato Unitario il governo istituì presso il Collegio Romano l’Ufficio Centrale di meteorologia, che iniziò a funzionare nel 1879. L’attività della struttura perdura oggi nell’Ufficio Centrale di ecologia agraria (UCEA), che dipende dal Ministero  delle Politiche Agricole e Forestali ed ha una propria stazione meteorologica nella Torre Calandrelli. La struttura, nella cui vecchia specola si trova una piccola meridiana tracciata in parte sul pavimento ed in parte sulla parete, continua ancor oggi ad assolvere alla registrazione sistematica dei dati climatici.

Le Istituzioni

Il complesso del Collegio Romano è assegnato in uso, per una parte, al Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed ospita, sin dal 1975, data di istituzione, gli uffici centrali del Ministero e del Gabinetto del Ministro; il complesso è inoltre sede, dal 1871, del liceo “Ennio Quirino Visconti”, il primo regio liceo-ginnasio del nuovo Stato Unitario. La scelta di collocare la scuola all’interno del Collegio, da sempre considerato una delle massime espressioni dell’insegnamento religioso, fu vista dal mondo clericale come una vera e propria usurpazione dei diritti del preesistente Stato Pontificio, tanto da originare tensioni e conflitti fra scuole ecclesiastiche e scuole laiche, nella nuova Capitale d’Italia.  In occasione dell’insediamento del liceo nel palazzo, allo scopo di distinguere le porzioni dell’edificio con differenti destinazioni d’uso, furono murate le porte del pianterreno che erano state realizzate nel corso del XVIII secolo per collegare il cortile con la zona absidale della chiesa di S.Ignazio, così come vennero chiuse anche quelle che collegavano la Biblioteca Segreta ed altri locali conventuali, in un complesso di modifiche che hanno tuttavia rispettato le originarie volumetrie e l’assetto dei prospetti. Il cortile del “liceo” è un quadriportico scandito da un loggiato a due ordini di arcate, caratterizzato da un sistema di pilastri di travertino sormontati da capitelli ionici (nel primo ordine) e corinzi (nel secondo ordine), in linea con la tipologia più diffusa nei cortili dei palazzi romani coevi. Al portico continuo del primo ordine fa da contraltare il livello superiore, dove la parte porticata  occupa solo i lati ovest e sud. Il lato est fu infatti chiuso al momento della costruzione della Biblioteca, mentre il quarto (nord), mai portato a compimento, è qualificato da una basso prospetto ritmato da finestre intervallate da paraste. Nel marzo del 2006 è stato inaugurato il restauro del cortile del “liceo”, realizzato in collaborazione tra la Provincia di Roma e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per il Comune di Roma. L’intervento ha reso possibile il recupero di una vasta parte del complesso monumentale, nonché di una delle zone più significative della fabbrica, realizzata tra il 1581 e il 1585 dal gesuita Giuseppe Valeriano (15242 – 1596). Il cortile, di cui dopo il recente restauro si è recuperato il primitivo impianto pavimentale, è caratterizzato da una pavimentazione in fasce di travertino disposte a contenere spicchi di mattoncini a “spina di pesce”, su una superficie che prima dei restauri era occultata da un manto d’asfalto. Si tratta del più comune tipo di pavimentazione in uso nei palazzi nobiliari e papali della fine del ‘500, i cui materiali, gli stessi della facciata principale, nella loro essenzialità e solidità, ben si conciliavano con la volontà gesuitica di vedere, nella realizzazione del Collegio Romano, l’affermazione dei principi morali, religiosi e civili di cui la Compagnia  era interprete e portatrice a Roma  e nell’intero mondo cristiano. Contestualmente al ripristino della pavimentazione originaria l’operazione di restauro ha coinvolto  il loggiato e i due prospetti  seicenteschi della Biblioteca Maior (ora in parte occupata dagli uffici del MiBAC) che si affacciano sul cortile, a cui sono stati restituiti i raffinati trompe l’oeil imitanti infissi e vetri con trafilature in piombo.

Testo: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/MenuPrincipale/Ministero/sede.html_774275977.html


opere trafugate USA Alberto Bonisoli

Cooperazione Italia-USA su opere trafugate, tornano 3 manufatti di epoca greca

COOPERAZIONE ITALIA-USA SU OPERE TRAFUGATE, TORNANO IN ITALIA 3 MANUFATTI DI EPOCA GRECA

Un piccolo vaso per oli e unguenti, una brocca da vino e una terrina per i cibi, sono questi i tre reperti di epoca greca, trafugati dall’Italia, rintracciati e recuperati grazie alla collaborazione tra il Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri e l’FBI, che sono stati restituiti oggi a Washington nelle mani del Ministro per i beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli.
Ad aprile del 2017 i tre manufatti erano stati inseriti in un elenco di oggetti che erano destinati alla vendita in una casa d’aste di New York. Grazie alle indagini portate avanti dai militari dell’Arma e grazie alla collaborazione con il Federal Bureau of Investigation, è stato possibile recuperare questi preziosi oggetti che erano stati immessi nel mercato da due noti trafficanti italiani.
Con questa cerimonia di riconsegna, avvenuta presso la sede dell’Ambasciata d’Italia a Washington, sono stati celebrati gli oltre 15 anni di collaborazione tra Italia e Usa nel contrasto al traffico illegale di reperti trafugati.
Nel corso dell’incontro è stato presentato il catalogo “Saving Art Preserving Heritage” e sono stati esposti altri 16 oggetti recuperati grazie alla cooperazione tra i Carabinieri e l’FBI.
«Considero esemplari i risultati conseguiti grazie a questa collaborazione - ha dichiarato il Ministro Bonisoli - e sono fermamente convinto della necessità di proseguire il cammino di cooperazione avviato oltre quindici anni fa tra Italia e Stati Uniti che, oltre all’attività di contrasto al mercato dei beni trafugati, ha offerto svariate opportunità per la ricerca accademica e una più ampia fruizione dell’immenso patrimonio italiano, anche attraverso il prestito delle nostre opere d’arte ad alcuni dei più grandi musei americani. Ringrazio per l'ottimo lavoro i carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e le autorità statunitensi che hanno permesso il ritorno in Italia di pezzi importanti della nostra storia.
In questa occasione voglio annunciarvi che, nelle prossime settimane, sarà presentato, in Consiglio dei ministri, un disegno di legge di iniziativa governativa, in collaborazione con il ministero degli Esteri, quello della Giustizia e il dicastero che rappresento, per la ratifica della convenzione di Nicosia sui reati contro il patrimonio culturale. In particolare sarà prevista una riforma organica dei reati specifici, con un inasprimento sensibile delle pene applicate. I beni culturali sono una parte fondamentale della nostra identità. Ciò nonostante, noi contiamo anche sulla comunità internazionale affinchè ci aiuti a proteggerli e preservarli per le future generazioni. È un nostro comune impegno»
«Non deve sorprendere che l'Italia, un paese con un impareggiabile patrimonio culturale, abbia posto la conservazione del patrimonio culturale tra le priorità della sua agenda sia a livello nazionale che internazionale – ha detto l’Ambasciatore Varricchio -. I successi ottenuti in questo campo non si basano solo sulla determinazione del Governo italiano, ma anche sull’efficace cooperazione che abbiamo con i nostri partner e amici in tutto il mondo e in particolare con gli Stati Uniti. Questa sera celebriamo il nostro patrimonio, la nostra cultura e la straordinaria cooperazione che il mio Paese ha stabilito con gli Stati Uniti d'America.»
«L’evento di oggi, la presentazione della pubblicazione, l’esposizione dei beni che sono stati restituiti nel tempo al nostro Paese e quelli che oggi ci sono stati riconsegnati – ha dichiarato il comandante del Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, Fabrizio Parrulli –, rappresentano motivo di orgoglio e soddisfazione per chi come i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e le Agenzie Federali statunitensi, tra le quali in particolare il Department of Homeland Security – Immigration and Customs Enforcement nonché il Federal Bureau of Investigation, lavora per affermare la cultura della restituzione: un impegno che Stati Uniti d’America e Italia, da anni, attuano reciprocamente e diffondono affinché si realizzi, sempre più, quel circuito virtuoso di sensibilità e consapevolezza che è alla base di ogni efficace azione di prevenzione e repressione del traffico illecito di beni culturali»
Roma, 31 ottobre 2018
Ufficio Stampa MiBAC

Come da MiBAC, redattore Renzo De Simone


Lo Zeus in trono torna nella sua casa flegrea

Dopo un anno dal suo arrivo in Italia, lo Zeus in trono ritorna a casa. L’operazione di restituzione venne siglata lo scorso anno tra il MIBAC(T) e il Paul Getty Museum che ospitava il reperto nella sua collezione. La statua, che dopo accurati studi sembra provenire da area flegrea, rappresenta il padre degli dei in trono e si data al I secolo a.C. Venne acquistato dal Getty Museum nel lontano 1992, dopo una serie di scambi illeciti e di traffici che dall’Italia portarono il reperto negli USA.

Zeus in trono. Credits: MIBACT

Per le piccole dimensioni, solo 75 centimetri, lo Zeus in trono doveva essere oggetto di culto domestico appartenuto a qualche ricca famiglia greca o romana, molto somigliante nella posa e nelle forme al più famoso Zeus di Olimpia, celebre statua di culto del santuario panellenico opera di Fidia. Dalle condizioni si può ipotizzare che, nel corso della sua storia millenaria, la statua trascorse gran parte del suo tempo sott’acqua, capovolta su un lato, sommersa nelle acque flegree di Bacoli e recante ancora delle incrostazioni sulla superficie.

Durante la cerimonia di consegna presso il Museo Archeologico di Napoli, il direttore del prestigioso museo americano, Timothy Potts, aveva dichiarato che il Getty intende dare un grande valore alle sue relazioni con i colleghi italiani nei musei e in altri settori culturali e la decisione di restituire questo reperto prosegue la pratica di collaborazione con il Ministero italiano per risolvere questioni riguardanti la provenienza e la proprietà di opere della collezione, in maniera tale da rispondere a ogni nuova informazione disponibile e di rispettare la buona fede e la missione culturale di entrambe le parti.

Sono state le informazioni raccolte con le indagini, fornite al Getty Museum dalle autorità italiane e corroborate dalla  scoperta di un frammento della statua, a motivare la decisione di restituzione da parte del museo americano che, da tempo, sta sensibilmente collaborando con l’Italia per far chiarezza sulla provenienza di molte opere entrate illecitamente nella sua collezione.

Il nuovo direttore ad interim Paolo Giulierini annuncia così che giorno 27 ottobre Zeus tornerà nella sua casa, il Castello di Baia nonché Museo Archeologico dei Campi Flegrei. Durante la cerimonia, verrà inaugurata la mostra “Il visibile, l’invisibile e il mare” e verranno presentate le attività del Parco Archeologico dei Campi Flegrei.