Il tribunale divino nel Libro dei Morti: una scena di ‘psychostasia’

Il tribunale divino nel Libro dei Morti: una scena di ‘psychostasia’

La storia egizia ricopre un arco di tempo incredibilmente vasto e difficile da rilevare con compiutezza. Non si può, pertanto, che ricorrere a generalizzazioni e partire dal presupposto che già dalla seconda metà del IV millennio a. C. si possa parlare di ‘civiltà egizia’; certamente una società agli albori, ancora distante da quel cristallizzato splendore che ha spinto le società più moderne (specialmente greca) a prendere quanto più possibile dalla sua arte e dalla sua società. L’Antico Regno, che va dalla fine dalla III dinastia (2700 a.C.) alla fine della VI (2200 a. C.), è un periodo caratterizzato dallo sviluppo economico e dal rigido controllo del sovrano sulla popolazione. Vi è, infatti, un termine che indica questa situazione clientelare dei sudditi rispetto al sovrano, ed è “imakhu”. È questa l’età in cui nascono e si sviluppano le Piramidi, i luoghi di sepoltura destinati ai Faraoni, ed è precisamente tra la V e la VI dinastia che iniziano ad essere riprodotte, lungo le sue pareti, le formule che entreranno a far parte del corpus dei Testi delle Piramidi.

Questi consentono al faraone il passaggio dalla vita terrena all’Aldilà, dove condurrà un’esistenza beata insieme agli altri defunti, infatti è descritta l’ascesa del sovrano al cielo e il suo ingresso nella volta celeste, ove prende il posto del sole e completa la sua metamorfosi in Osiride. Ma, perché questo sia possibile, i Testi contengono gli incantesimi necessari a superare i diversi ostacoli, nonché formule che garantiscono la purificazione dell’anima. Per garantire la vicinanza del defunto al mondo divino e, soprattutto, ad Osiride, si iniziò a trascrivere le formule lungo le pareti tombali. I Testi delle Piramidi erano, però, destinati unicamente al sovrano, diversamente dai Testi dei Sarcofagi, che riguardavano anche gli alti ufficiali e i governatori appartenenti alla cerchia regale, in modo che, fruendo delle formule magiche, potessero ambire all’Aldilà. I Testi dei Sarcofagi hanno ampliato i contenuti presenti nei Testi delle Piramidi sino ad arrivare a settantanove formule, successivamente divenute centonovantaquattro nel Libro dei Morti.

La concezione degli egizi della morte è assai differente da quella occidentale o, semplicemente, da quella odierna, ma, come quest’ultima, risente degli avvenimenti e mutamenti dei propri tempi. Infatti, tra l’Antico Regno e il Medio Regno, caratterizzati da benessere e da una duratura pace, vi è un periodo di lotte intestine e di enorme malcontento per la popolazione, che moriva a causa dello scontro tra Herakleopoliti e Tebani. È in questo periodo colmo di pessimismo e di incertezze che nasce il Libro dei Morti, per poi essere riprodotto sul papiro dal Medio Regno fino all’epoca greco-romana, soprattutto a Tebe, centro di moltissimi atelier, in cui venivano riprodotte copie per privati, alcune di notevole pregio e su papiri di notevole lunghezza. Nel corso del tempo, si sono aggiunti altri centri, come Menfi e Akhmim e si è visto un progressivo passaggio dal geroglifico allo ieratico, fino al demotico, dovuto alla conoscenza sempre meno ridotta del geroglifico e alla necessità di semplificare una scrittura tanto complicata.

Le formule presenti nel Libro variano a seconda del papiro e dell’anno, sebbene l’archetipo fosse conservato nelle biblioteche, disponibile alla copiatura. Attualmente, si utilizza la numerazione compiuta da R. Lepsius sulla base del papiro della XXVI dinastia, conservato al Museo Egizio di Torino. In base al contenuto delle formule, è possibile dividere il Libro in cinque parti: dalla I alla XVI formula, il sacerdote prega gli dei, affinché venga accolto il defunto e possa raggiungere il regno dei morti; dalla XVII alla LXIII la rigenerazione dell’individuo all’alba, insieme al sole che sorge; LXIV alla CXXIX il rituale della trasfigurazione, in cui il defunto assume le sembianze dell’animale che maggiormente lo rappresenta, ed è al CXXV capitolo che il defunto viene valutato per il suo comportamento in vita e giudicato da quarantadue divinità; dalla CXXX alla CXLII formula, il defunto valica il mondo sotterraneo e lo attraversa; dalla CXLIII alla CXCIII la conclusione del viaggio e le preghiere rivolte ad Osiride e a Ra, divinità solare sempre presente e associata Osiride.

Queste formule dovevano essere recitate da un sacerdote e accompagnate da una serie di operazioni ben precise, che costituivano il rituale. Il termine impiegato per «formula» è ra, rappresentato dal geroglifico della bocca, e indica quello che il sacerdote dovrà recitare ad alta voce. Raramente in un qualche papiro veniva omesso l’episodio centrale del Libro: il giudizio del defunto da parte del tribunale divino, presieduto da Osiride, il padre degli dei, e, talvolta, sua moglie Iside. Si tratta di una scena iconica che assume talmente tanta importanza da essere riprodotta anche al di fuori del Libro dei Morti, nel successivo Libro delle Respirazioni, considerato spesso un seguito del Libro e, a partire dal I sec. d.C. a Tebe, viene inserito nel suo corpus.

Scena di pesatura del cuore dal Tempio di Hathor a Deir el-Medina. Foto di Olaf Tausch, CC BY 3.0

Si tratta di una “confessione negativa”: l’accusato giura di non aver commesso quarantadue peccati – il numero corrisponde a quello delle divinità che giudicano, rappresentate sul papiro da una sequela di uomini e donne posti sopra o ai lati della scena - e il suo cuore viene pesato sulla bilancia. Su un piatto viene posto il cuore, mentre sull’altro la piuma di Maat, dea della verità e personificazione della giustizia. Se il peso del cuore è superiore a quello della piuma, significa che il defunto ha mentito sui suoi peccati e non potrà raggiungere il regno beato dei morti. Il suo cuore verrà divorato dalla “Grande Divoratrice” Ammit, un animale fantastico, metà leone e metà coccodrillo.

Libro dei morti (N 3096) al Musée du Louvre. Foto di 三猎, CC BY-SA 4.0

A presiedere il processo è Osiride, che è posto all’estrema sinistra o all’estrema destra del papiro, come nella scena del tribunale divino appartenente al Libro dei Morti di Hunefer, un importante scriba vissuto nella corte del faraone Seti I, ed è un papiro del XIII secolo, conservato in ottime condizioni al British Museum. Qui ad accompagnarlo, si trovano due divinità Maat. Anubi accompagna il defunto nel suo percorso, essendo dio della mummificazione, protettore del morto e del rito funerario, ed è quest’ultimo a pesare il cuore. In altre circostanze, è la dea Maat ad accogliere il defunto e ad assisterlo durante la pesatura. Thot, dio della scrittura e protettore degli scribi, legge la confessione durante la psychostasia. Se l’esito è favorevole - e lo è per qualunque possessore del Libro – Ra conduce il defunto da Osiride: la sua prova si è finalmente conclusa e può proseguire il suo cammino verso l’Aldilà.

Libro dei morti psychostasia
Dettaglio del Libro dei Morti conservato presso la Biblioteca Nazionale Austriaca, Vienna. Foto di Manfred Werner - Tsui, CC BY-SA 3.0

Il defunto è direttamente responsabile del proprio futuro, perché sono le sue azioni ad essere valutate e pesate sulla bilancia. Si tratta di una visione della giustizia molto più simile a quella cristiana, ma che presenta numerosissime differenze con quella greca. E un problema non da poco è spiegare come la pesatura del cuore avrebbe influenzato l’ambito miceneo-greco. E la prima di una serie di difficoltà non è dimostrare l’esistenza di contatti tra l’Egitto e Micene, ma che vi sia stata effettivamente un’influenza per quanto riguarda la psychostasia. Però, meglio procedere con ordine.

È inoppugnabile che tra le due civiltà vi siano stati rapporti commerciali, soprattutto da parte dei Micenei: durante la seconda e terza fase dell’età del bronzo, dall’Egitto veniva importato soprattutto l’avorio, ma anche piante esotiche e animali assenti in Grecia e manufatti artigianali, come collane di pietra e di porcellana; anche i dipinti e i papiri erano grandemente esportati. Ma in Egitto, sono stati rinvenuti numerosissimi manufatti e prodotti artigianali prevalentemente di origine minoica, che attestano uno scambio di natura non solo commerciale, ma anche culturale, che culmina in una serie di influenze reciproche, attestate nel celebre sarcofago cretese di Haghia Triada.

Però, sono soprattutto i Cretesi che hanno attinto al vasto patrimonio egizio sin dalla fase Predinastica, ma soprattutto nel periodo che intercorre tra la dinastia dei Thutmosidi a quella dei Ramessidi, quando assai presenti pitture parietali del Libro dei Morti e degli altri testi sacri, nonché molto diffuse riproduzioni anche di pregio del Libro, non è da escludere che i Micenei siano spesso entrati in contatto con la scena della pesatura e che ne siano rimasti affascinati, adattando la scena iconica al proprio immaginario prevalentemente guerriero.
Cosa impedirebbe, quindi, di pensare che durante questi continui scambi commerciali non ci sia stato un recupero della pesatura del cuore nelle prime storie micenee, sedimentato con il tempo fino a costituire la scena di kerostasia (pesatura dei destini), presente nell’Iliade? Tuttavia, non si può escludere che il recupero e la conoscenza della pesatura non sia avvenuto attraverso Creta, che aveva rapporti commerciali più frequenti con l’Egitto. E, a tal proposito, sarebbe quanto mai indicativo che sia proprio Minosse, il giudice per eccellenza, a detenere la bilancia anche nell’Odissea, giudicando proprio i morti, come faceva Osiride nel Libro dei Morti. E che questi abbia un’origine cretese.

 

Riferimenti bibliografici

Lucarelli R., Per una lettura della cultura funeraria dell’Egitto greco-romano: la tradizione dei papiri del Libro dei morti, in «Incontri triestini di filologia classica» 6, 2008, pp.247-256;

Lucarelli R., Il Libro dei Morti dall’Epoca faraonica all’Epoca greco-romana, in «Atene e Roma», 3-4, 2008, pp.210-220;

Lurker M., Dizionario dei Simboli e delle Divinità Egizie, Roma 1995;

Quirke S., The last Book of the Dead?, in W.V. Davies (ed.), Studies in Egyptian Antiquities. A tribute to T.G.H. James, London 1999, pp.83-98;

Setaioli A., L’immagine delle bilance e il giudizio dei morti, in «Studi Italiani di Filologia Classica» XLIV, 1972, pp.38-54;

Setaioli A., Le bilance di Zeus, in Letterature Comparate: problemi e metodo. Studi in onore di Ettore Paratore I, Bologna 1981, pp.67-74;

Simões Rodrigues N., Um Tema egípcio na Ilíada: a Kerostasia, in Estudos em Homenaegem ao Professor Doutor José Amadeu Coelho Dias, ed. Departamento de Ciências e Técnicas do Património e Departamento de História, Lisboa 2006, pp.247-257;

Tosi M., Dizionario enciclopedico delle Divinità dell’antico Egitto, 2 voll., Torino 2004.


La mostra itinerante “Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea"

“Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea": è questo il titolo della mostra itinerante, visitabile dal 22 luglio e fino al 31 ottobre 2020, che l’Eforato delle Antichità delle Cicladi, in collaborazione con la Fondazione Culturale del Gruppo del Pireo, presenta al Museo Archeologico di Mykonos con il sostegno del Comune di Mykonos.

Entrata del Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

La mostra, vera e propria pietra miliare nelle scoperte archeologiche di questo periodo storico, si propone di far luce sugli aspetti ancora poco conosciuti del passato delle Cicladi. Oltre centocinquanta oggetti raccolti per la prima volta in un’unica esposizione, accuratamente selezionati, tra i quali figurano opere significative della ceramica, della metallurgia, dell’artigianato artistico e dei gioielli, che rivelano al pubblico la straordinaria cultura del complesso insulare cicladico.

La mostra, impreziosita da rappresentazioni audiovisive, propone di mostrare una serie composta da sezioni attraverso le quali si snodano gli assi fondamentali della vita degli isolani dell'epoca: un focus sulla vita quotidiana, sulla funzione cultuale, sui costumi funerari, sulla preparazione alla guerra. Dai racconti proiettati emergono aspetti della meravigliosa eredità micenea che furono fonte di ispirazione per le opere principali della letteratura mondiale, l'Iliade e l'Odissea.

A catturare l’attenzione è naturalmente il corredo funerario della tomba micenea ritrovata ad Aghia Thekla, nel nord dell’isola di Tinos. Il piccolo monumento, motivo principale della creazione di questa mostra, era già stato svelato durante i lavori di scavo effettuati nel 1979 dal defunto archeologo Georgios Despinis, originario proprio dell’isola.

Si tratta di una delle uniche tre tombe a volta micenee conosciute in ambiente cicladico ed è attualmente l'unico sito miceneo confermato sull'isola. Luogo di sepoltura di un genere di "aristocratici" vissuti tra il XIII e il XII secolo a.C., la tomba di Santa Tecla era stata utilizzata per ospitare più sepolture. La scoperta al suo interno di ceramiche, gioielli e oggetti in bronzo è una preziosa fonte di informazioni sulle pratiche di sepoltura, sull’arte e sull’organizzazione sociale nelle isole del Mar Egeo durante gli ultimi secoli del II millennio a.C.

Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea
Ceramica micenea dalla tomba di Angelika, 1400-1250 a. C. al Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

La mostra a Mykonos presenta anche reperti provenienti dalla tomba a volta di età micenea ad Angelika (Αγγελικά) a Mykonos, datata XIV-XIII secolo a.C. e situata vicino al capoluogo odierno. Vasi, sigilli e perle, alcuni dei quali esposti per la prima volta nel Museo Archeologico dell'isola, si distinguono per la loro somiglianza con i reperti della tomba a volta di Santa Tecla e completano l'immagine dei generi "aristocratici" delle Cicladi.

Ceramica micenea dalla tomba di Angelika, 1400-1250 a. C. al Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

Ma non è finita qui: oltre a Tinos e Mykonos, la mostra comprende opere antiche provenienti da altri importanti siti preistorici dell'Egeo, in particolare da Naxos, Delos, Paros, Milos, Sifnos, Thira e Kea, facendo immergere il visitatore in uno scenario complesso che rende giustizia della fisionomia e dell'importanza della civiltà micenea nelle Cicladi.

La mostra itinerante "Dal mondo di Omero. Tinos e Cicladi nell'era micenea" era stata presentata per la prima volta l'estate scorsa a Tinos, dal mese di luglio fino a novembre, al Museo della Lavorazione del Marmo della Fondazione Culturale del Gruppo del Pireo, a seguito della fruttuosa collaborazione dell'Eforato delle Cicladi con la Fondazione. Successivamente, è stata anche presentata ad Atene in collaborazione con lo splendido Museo Benaki.

La sua presentazione su un'altra isola cicladica, questa volta al Museo Archeologico di Mykonos, espande ulteriormente la cerchia di migliaia di visitatori, che avranno l'opportunità di ammirare per la prima volta un panorama completo della civiltà micenea nelle Cicladi.

Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea
La locandina della mostra “Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea"

Sardinia Archeo Festival

Sardinia Archeo Festival. Al via la seconda giornata

Sardinia Archeo FestivalSabato 20 luglio il programma del Sardinia Archeo Festival - Rotte e Approdi, organizzato dall’associazione Itzokor, sarà dedicato nella prima parte agli scambi commerciali e culturali e alle rotte che li hanno permessi.

Aprirà la giornata Massimo Cultraro, docente di Preistoria e Protostoria presso l’Università degli Studi di Palermo parlando di “mare inquieto”, in riferimento al Mediterraneo centro-occidentale, che alla fine del II millennio a. C. diventa luogo di intense dinamiche di scambio e/o scontro fino a mettere in crisi i grandi imperi transnazionali, l’Egitto, il regno Ittita, il mondo miceneo, ecc.. Chiuderà il suo intervento con una riflessione sul fatto che l’archeologia, attraverso la nuova “Archeologia delle Migrazioni” possa offrire strumenti di lettura della realtà contemporanea.

Seguirà Carlo Tronchetti, già funzionario archeologo e Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, che parlerà di “Mediterraneo come elemento fisico che unisce e divide, soprattutto come elemento culturale che riunisce e mescola tutte le componenti che vi si affacciano, facendo nascere nuove culture che continuano ad intrecciarsi in un processo che non ha fine”.

Dopo tanto navigare per mare, si arriva ad un approdo, quello offerto dal nuraghe Sirai di Carbonia, laddove gli scavi archeologici stanno mettendo in luce un intenso rapporto di incontri tra genti di tradizione nuragica e genti provenienti da fuori. Sarà Carla Perra, Direttore Scientifico degli scavi al complesso del nuraghe Sirai, a illustrare i risultati delle ricerche. Altro approdo Broglio di Trebisacce in Calabria, luogo di incontro tra le genti del luogo, gli Enotri, e i gruppi umani provenienti dalla Grecia (Micenei prima, Achei poi), soggetto del filmato Eravamo Gente Felice. Enotri di Flaviano Pizzardi, realizzato dal Comune di Trebisacce. Se ne parlerà con l’archeologo Alessandro Vanzetti in collegamento Skype.

Con le archeologhe e animatrici museali Giulia Balzano e Cristina Ciccone si andrà in viaggio lungo le rotte dell’ossidiana del Monte Arci, i cui percorsi antichi si intrecciano con le dinamiche moderne connesse alla gestione del Museo dell’Ossidiana di Pau in un’ottica di promozione del territorio e di stimolo culturale. Si andrà alla riscoperta dei percorsi dell’acqua e della sua distribuzione nelle tradizioni mediterranee nelle città e nei campi in epoca medievale con l’architetto Marco Cadinu, docente di Storia dell’Architettura e Storia della Città Medievale all’Università degli Studi di Cagliari, mentre con Angela Simula, archeologa con la passione per gli archivi, si ricostruiranno le vicende di un naufragio avvenuto a Porto Conte nel 1606, dai retroscena legati alla nascita di un’economia preindustriale del Granducato di Toscana, la produzione della seta.

Un altro filone del Festival si ripropone di indagare la concezione mentale di isole e isolamento. Su questo argomento le relazioni di Stefano Tedde, archivista che ha lavorato presso l’archivio della colonia penale di Tramariglio e dell’Asinara, che riferirà della Sardegna vista come “isolapenitenziario”, mentre il contributo del docente di Storia Moderna Giampaolo Salice verterà sullo scardinamento degli stereotipi letterari relativi ad alcune isole del Mediterraneo.

A termine serata l’intervento della giornalista e scrittrice Elena Stancanelli, che presenterà il suo libro Venne alla spiaggia un assassino, dove racconta la sua esperienza sulle navi ONG. Si chiude con la proiezione del documentario Funtaneris di Massimo Gasole, con Marco Cadinu, dedicato alle fontane e al loro ruolo centrale nelle comunità sarde del passato.
Al serale musica con Gianfranco Maxia, Max Messesi e Matteo Pisanu, mentre Francesca Mulas e Giulia Balzano con il dialogo Diversamente archeologhe: sguardi sulla società contemporanea. Sardinia Archeo Festival è organizzato dall’associazione Itzokor in collaborazione di Radio Brada, grazie al contributo della Fondazione di Sardegna. Partecipano al Festival in qualità di patrocinatori diversi enti pubblici e diversi media partner.

Sardinia Archeo Festival

Nasce dalla volontà di creare uno spazio fisico e mentale destinato al ragionamento, allo scambio e all’incontro intorno ai macrotemi dell’archeologia e del Mediterraneo: sarà un’occasione per cercare di capire come questa grande distesa d’acqua sia stata e sia tuttora teatro di tante vite in movimento e di tanti approdi.

Rotte e Approdi è, appunto, il titolo di questa prima edizione: il racconto delle due grandi anime di questo mare, quella dinamica, degli spostamenti, dei popoli in cammino, e quella statica, di chi decide di stare (in un posto o in un altro), facendosi tramite di conoscenze, tecnologie, saper fare, tradizioni, culture.

Sardinia Archeo Festival sarà una riflessione collettiva sul significato di patrimonio culturale, un’opportunità per conoscere progetti di salvaguardia culturale in paesi non pacificati o in stato di difficoltà economica e di instabilità politica, uno strumento per indagare incontri e scambi avvenuti sulle rotte del Mediterraneo nel corso della storia, ma anche importante occasione per volgere lo sguardo all’attualità di quel mare e ai problemi sociali ed etici che essa pone.

Attraverso conferenze, presentazioni di libri, proiezioni di docu-film, musica si svolgerà il filo delle rotte mediterranee, antiche e moderne.

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Consulta il programma: https://www.sardiniarcheofestival.it/


Riuscirà il ‘cavallo’ della razionalità a saltare l'‘ostacolo’ dell'irrazionalità?

RIUSCIRÀ IL ‘CAVALLO’ DELLA RAZIONALITÀ A SALTARE L’‘OSTACOLO’ DELL’IRRAZIONALITÀ?

La morte di Orfeo in un kantharos in argento del 420-410 a. C., parte della Collezione Vassil Bojkov (Sofia, Bulgaria). Foto di Gorgonchica, CC BY-SA 4.0

Quando cerchiamo di analizzare ciò che ci circonda, spesso ci chiediamo quale origine abbia quel determinato oggetto da noi preso in esame. Gli archeologi, per esempio, si interrogano sull’origine di un reperto ritrovato, i papirologi sui papiri e così via. Tutto rimanda, per la maggior parte dei casi, al mondo greco-romano (e non solo, si potrebbero aggiungere, anche, oggetti – reperti e papiri - e usanze derivanti dal mondo orientale), quel mondo così lontano, ma anche così vicino, che ha lasciato tracce ancora visibili. Però non ci si interroga solo su elementi tangibili, ma anche su usi e costumi che hanno radici lontane nel tempo.

Ancora oggi, per esempio, si dà grande importanza ai sogni e come questi abbiano una ricaduta su eventi futuri; esistono, ancora, maghi e medium che profetizzano il futuro. Tutte queste credenze affondano le loro radici in un mondo lontano, probabilmente antecedente allo stesso mondo greco-romano civilizzato. Omero, per esempio, sia nell’Iliade che nell’Odissea, parla di profezie e sogni premonitori, lasciando trasparire un’origine divina. Gli stessi greci avranno mutuato queste credenze da quelle civiltà, definite l’una minoica e l’altra micenea, che precedettero il mondo greco arcaico. Questi argomenti sono stati egregiamente esaminati in un pregevole volume del regius professor di Oxford Eric R. Dodds, I Greci e l’Irrazionale, che, ancora ora, risulta di fondamentale importanza per chi si volesse avvicinare allo studio dei fenomeni e razionali e irrazionali di una civiltà che molto ha contribuito alla creazione dell’odierno occidente civilizzato.

Quando ci si approccia allo studio della letteratura greca e, in ispecie, ad Omero, spesso si legge dell’importanza della civiltà di colpa e di vergogna che è alla base degli eroi omerici. È possibile immaginare un Ettore che decide di restare con Andromaca e il piccolo Astianatte contravvenendo all’obbligo di difendere la sua amata Troia? La risposta è semplice: un ‘no’ perentorio. Il ‘no’ di Ettore è dettato proprio da quella tipologia di civiltà alla base della coscienza dell’eroe omerico. Si provi ad immaginare la vergogna, per un guerriero (o meglio, eroe), nell’essere definito un ‘vigliacco’ per non aver difeso il suo popolo; e si pensi, anche, se si vuole, ad una possibile ‘colpa’ per una eventuale sconfitta. L’eroe omerico era intransigente e lo era per i dettami di quella civiltà di cui si è accennato poco sopra. Dodds giudica questa tipologia di pensiero dettata da una credenza comune: non bisognava rifiutare la pianificazione divina. L’ira degli dèi (phthonos theon) impauriva tutti, anche il più valido guerriero. L’eroe omerico, per esempio, poteva incorrere nella hybris (tracotanza): non si poteva osare più di quanto era dovuto.

L’origine divina di questa tipologia di credenza, civiltà di vergogna e di colpa (shame culture e guilt culture), è confermata da Dodds; lo studioso ritiene che alla base della civiltà omerica e, anche, pre-omerica, vi fosse, nella credenza popolare, l’idea della presenza incombente e minacciosa della divinità. Questa presenza giustifica, anche, un’altra tematica affrontata dal regius professor nel suo volume, cioè la pazzia e come essa fosse percepita dagli uomini.

Gli antichi distinguevano due tipologie di pazzia: quella legata al soprannaturale e quindi derivante dall’influenza di una divinità e quella legata ad uno stato patologico. Per quanto riguarda la prima tipologia, Apollo è una delle divinità più legate a questa prima categoria di pazzia, definita, nel Fedro platonico, ‘furore profetico’; legate alla cultura apollinea sono la Pizia e la Sibilla. È famoso l’oracolo di Apollo a Delfi, presso il quale molti si recavano alla ricerca di un responso; non era la divinità in persona a parlare, ma una profetessa, la Pizia, che, in stato di trance profetica e plena deo, riferiva il responso divino. Questa tipologia di pazzia/furore era comune nella credenza dei greci (basti pensare che, prima di ogni evento bellico, ci si recava presso l’oracolo alla ricerca di un consenso). Si è detto, anche, che spesso questa pazzia/furore era dettata da una patologia; in genere i malati non erano riconosciuti come intermediari di una divinità, anzi erano cacciati dalla comunità (ad Atene, per esempio, erano soliti cacciarli con sassi o, addirittura, sputi). Ma non tutti erano soliti allontanare questi malati; alcuni credevano che la loro patologia fosse una conseguenza di una inferenza divina (esaustivo, in questo senso, il De morbo sacro di Ippocrate).

Penteo fatto a pezzi da Agave e Ino. Ceramica attica (lekanis) a figure rosse, 450-425 a. C. Foto di Marie-Lan Nguyen (2007)

Questa pazzia/furore non si manifestava soltanto attraverso la profezia di un ‘impossessato’, ma anche attraverso danze specifiche legate, nella maggior parte dei casi, al culto dionisiaco (è icastica la scena della danza delle Baccanti nell’omonima tragedia di Euripide). Questa danza aveva una funzione catartica, cioè purificare l’anima degli adepti. Platone definisce questa tipologia di furore/pazzia ‘telestico o rituale’.

Anche i poeti potevano essere ‘impossessati’ da una divinità e comporre in stato di trance. Generalmente erano le Muse a invogliare i poeti a comporre i loro versi (Esiodo, per esempio, nell’incipit della sua Teogonia afferma che furono le Muse Eliconie a spronarlo a comporre l’opera). Anche in questo caso Platone categorizza questa tipologia di furore/pazzia definendolo ‘poetico’.

Tutte queste categorie sono legate da un lato, alla funzione catartica, dall’altro, alla funzione profetica e poetica. Si potrebbe prendere in considerazione un’altra tematica analizzata da Dodds, cioè la valenza dei sogni e la cultura sciamanistica.

Come suddetto, ancora oggi i sogni hanno una valenza fortemente premonitrice. Questo stesso valore era percepito dagli antichi greci. Nei sogni, spesso, si manifestavano parenti o persone vicine al sognante, raramente divinità (i greci, per esempio, affermavano di ‘vedere’ nel sogno), e spesso queste parlavano al soggetto avvertendolo o consigliandolo. Sono famose, per esempio, le scene di sogni nell’Iliade e nell’Odissea; la figura onirica entrava nella camera da letto del sognante attraverso il buco della serratura e si manifestava. Non tutti i sogni, però, erano fausti, c’erano sogni angoscianti e infausti e gli antichi, generalmente, tendevano a rendere oggettivo il messaggio dell’eidolon (immagine) del sogno. Il sogno poteva avere, anche, una funzione guaritrice, basti pensare al culto di Asclepio che si diffuse sul finire del V a.C. (fondamentale la pubblicazione della Cronaca del tempio di Epidauro nel 1883). Alcuni casi di guarigioni nei sogni sono presenti nei racconti di persone che, durante il sonno o la veglia, venivano curati e si risvegliavano sani. Su questa tematica Dodds si mostra parecchio scettico: o erano sogni reali ovvero i malati erano drogati o ipnotizzati e immaginavano la figura di un guaritore dietro la quale, con molta probabilità, si nascondeva un sacerdote. Questa credenza che può sembrare arcaica, in realtà continuò ad essere presente nella cultura dei greci del V a.C. (Aristofane, per esempio, nel Pluto parla di guarigioni di malati per mano di serpi) e, forse, anche nel IV a.C.

Legata alla credenza dei sogni, nell’antichità si afferma anche la ‘cultura sciamanistica’. Oggi siamo abituati a giudicare gli sciamani come guaritori provenienti dalla Siberia e dall’area asiatica. Dodds, in realtà, parla di sciamani che entrarono in contatto con la cultura greca. La Tracia è rappresentata come la regione principale di questa tipologia di credenza; infatti Orfeo, originario della Tracia, è giudicato uno sciamano, un guaritore che assisteva i diversi ‘clienti’ sia psichicamente che fisicamente (Dodds parla anche di un tale Zalmoxis come lo sciamano per eccellenza). Alla base di questa cultura, che i greci giudicavano antichissima, c’è l’idea che l’anima (psyche) avesse un’entità divina e che questa si esplicasse durante il sonno, giudicato, per l’appunto, l’approdo più vicino alla morte. La cultura sciamanistica prevedeva che l’anima continuasse a vivere dopo la morte, motivo per il quale, spesso, gli antichi, insieme al cadavere, seppellivano gli oggetti più vari, sicuri che quell’anima avesse ancora bisogno di bere, mangiare, vestirsi ecc. (questa è una credenza antichissima, appartiene, infatti, ai popoli dell’Egeo sin dall’epoca neolitica). Il fatto che l’anima, dopo la morte, continuasse a ‘vivere’, giustifica, in un certo qual modo, l’immagina (eidolon) che alcuni affermavano di vedere durante il sonno; probabilmente quell’eidolon (immagine) era l’anima di un defunto che era andato a far visita al sognante e, con molta probabilità, profetizzava gli eventi futuri. Inizialmente si credeva nell’unità anima/corpo, cioè gli antichi erano soliti nutrire il defunto con il fine di far ‘vivere’ l’anima racchiusa in quella carcassa. Furono i poeti omerici a distinguere l’anima dal cadavere, quindi a liberare l’entità divina da quella terrena.

Tutte queste credenze, prese in esame soltanto in maniera cursoria (nel rispetto del pregevole volume di Dodds), hanno dato vita a diverse discussioni legate alla loro veridicità. C’è stato chi, al contrario dei più fervidi seguaci, ha criticato fortemente la religione e, con essa, l’apparato di cui era provvista. Si pensi a Socrate, condannato, non solo per aver corrotto i giovani rampolli ateniesi, ma anche per la sua feroce critica nei confronti della religione tradizionale; Ecateo, che giudicava la religione ridicola; Senofane, che mise alla berlina i miti omerici e spergiurò sulla divinazione; Eraclito, che attaccò tutto il ‘conglomerato’ delle credenze più antiche; a queste personalità, si possono aggiungere, anche, Democrito, Diogene. Il V a.C. è il periodo dell’‘illuminismo greco’, quel periodo di intellettuali tesi a far valere la ragione alla fede ed è proprio in questo periodo che si avvicendano i diversi processi per ‘ateismo’ (il processo di Socrate è il più controverso). Anche Platone, nella Repubblica e nelle Leggi, ha tentato di rendere più razionale il ‘conglomerato’ di quelle credenze mistiche che erano alla base della cultura greca e pre-ellenica e che, ormai, si erano radicate nella mentalità della polis.

Il tentativo dei Sofisti e dello stesso Platone, però, non sono andati a buon fine, anzi lo stesso Dodds afferma che gli antichi ‘illuministi’ non potevano riuscire a spiegare l’irrazionale dal momento che erano privi di quegli strumenti atti a decifrare la mentalità mistica che non si poteva spiegare se non attraverso la mitologia. Ancora, il regius professor, nelle battute finali del suo volume, utilizzando la metafora del cavallo e del cavaliere, afferma: «Fu il cavallo a rifiutare il salto, o fu il cavaliere? […] Personalmente credo che sia stato il cavallo […] i creatori del primo razionalismo europeo non furono mai […] razionalisti soltanto; cioè sentivano profondamente, anche con l’immaginazione, la potenza, le meraviglie e i pericoli dell’irrazionale. Ma tutti quegli eventi che si verificano oltre la soglia della coscienza potevano descriverli soltanto nel linguaggio della mitologia o dei simboli; mancava loro uno strumento per intenderli […] Invece l’uomo moderno ora comincia a foggiarsi tale strumento […] Eppure ci si offre così una speranza: se ce ne serviremo intelligentemente, arriveremo a conoscere meglio il nostro cavallo; conoscendolo meglio, sapremo condurlo, con un allenamento migliore, a vincere la paura; vinta la paura, cavallo e cavaliere potranno un giorno affrontare il salto decisivo […]».

In conclusione, il volume di Dodds, si presta alla lettura di chi, specialista o semplice appassionato, voglia avvicinarsi all’irrazionale greco e comprenderne, nel limite degli strumenti, le ragioni più profonde. Insomma, per dirla con Maurizio Bettini, che cura l’introduzione al volume del regius professor, alla domanda «Perché leggere questo libro», si dovrebbe rispondere «Semplicemente perché è uno dei libri più belli che siano mai stati scritti sul mondo greco e su quello antico in generale».

Eric Robertson Dodds I Greci e l’irrazionale razionalità irrazionalità Grecia
Il classicista Eric Robertson Dodds, in una foto anonima del 1949

Bibliografia

Eric R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, Milano 2013 (a cura di M. Bettini, Riccardo di Donato, Arnaldo Momigliano; trad. it. di Virginia Vacca de Bosis) [=Eric R. Dodds, The Greeks and the Irrational, University of California Press, Berkeley and Los Angeles 1951].


Grecia: 31 sepolture di epoca micenea da Loggas

3 Marzo 2016
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31 sepolture intatte sono state scoperte presso un cimitero Miceneo nel sito di Loggas, vicino Elati, nella Macedonia Occidentale. Nelle tombe, che datano prevalentemente alla Tarda Età del Bronzo (1600-1100 a. C.) si sono ritrovate ceramiche (per un totale di 47) e gioielli.
Link: Archaeology News Network via Ethnos
Macedonia Occidentale, da WikipediaCC BY-SA 3.0 (TUBS - Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Greece location map.svg (by Lencer).).


Una rete di gallerie sotterranee nelle miniere del monte Laurio

10 Febbraio 2016
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Laurio (o Lavrio, in precedenza Thorikos) è una città nella parte sud occidentale dell'Attica, che in antichità era celebre per le sue miniere d'argento, note appunto come miniere del (monte) Laurio.
Un team di archeologi ha ora scoperto una rete di gallerie, pozzi e camere - relativa a queste attività minerarie di 5.000 anni fa - ai piedi dell'Acropoli Micenea di Thorikos, che domina il porto naturale del Laurio. Si tratta di oltre 5 km di condotti sotterranei, scavati tra marmo e scisti calcarei dell'Attica, che sono stati oggetto di esplorazione e rilevamenti. È attualmente la più grande rete sotterranea in questa parte del mondo egeo.

Archeologo al lavoro nella miniera di 5.000 anni fa a Thorikos. Credit: Ghent University
Archeologo al lavoro nella miniera di 5.000 anni fa a Thorikos. Credit: Ghent University

Le condizioni in queste miniere dovevano essere terribili: oscurità e un caldo soffocante permeano l'ambiente, con i segni lasciati dai lavoratori ancora visibili, a testimoniarci le attività sotterranee. È possibile distinguere diverse fasi di attività: le prime fasi risalgono al tardo Neolitico - esordi del Periodo elladico (3200 a. C.); la fase classica è la più evidente, con frammenti ceramici, lampade ad olio e un'iscrizione in greco; i lavori ripresero poi alla fine del periodo classico (quarto secolo a. C.). In particolare, se le testimonianze più antiche fossero confermate, il quadro per queste attività minerarie nell'Attica e nell'Egeo sarebbe profondamente modificato.
Link: AlphaGalileo 1, 2, EurekAlert! via Universiteit Gent
Tetradracma d'argento di Atene, 450 a. C. circa, Gabinetto delle medaglie della Bibliothèque nationale de France. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, da WikipediaCC BY 2.5.


Grecia: straordinaria tomba di un guerriero dell'Età del Bronzo da Pylos [VIDEO]

26 Ottobre 2015
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Una tomba di un guerriero di 30-35 anni di età, vissuto nell'Età del Bronzo, è stata scoperta vicino Pylos, in Grecia. La sepoltura, non saccheggiata, ha stupito gli archeologi per la ricchezza dei manufatti ritrovati: 1400 circa. Era dagli anni cinquanta del secolo scorso che non se ne trovavano così.
I gioielli erano alla destra del defunto, le armi alla sua sinistra, con una spada lunga un metro circa e con elsa in avorio ricoperto d'oro. Vi erano poi armature, coppe d'oro erano sul corpo, una collana in oro con due pendenti al collo, migliaia di grani in corniola, ametista, diaspro, agata e oro, quattro anelli/sigilli in oro, sei coppe in argento e altre in bronzo, oltre a ciotole e brocche, sempre in bronzo. Ritrovati anche molti manufatti in avorio, tra i quali un pettine. Non è stata invece ritrovata ceramica: vista la ricchezza del corredo, gli studiosi pensano che il defunto potesse addirittura guardarla con sdegno.
La sepoltura data al 1500 a. C., ed è importante anche a causa della vicinanza al sito di Pylos (anche nota come Navarino), dove sorgeva il palazzo di Nestore, distrutto da un incendio attorno al 1200 a. C. La tomba predata Nestore e suo padre Neleo di 200-300 anni, ma non per questo è meno importante: potrà permettere agli studiosi, infatti, di comprendere meglio come si sviluppò il contatto tra questa parte della Grecia e Creta, l'apprezzamento di allora per l'arte minoica, il modo con cui la cultura minoica si trasmise a quella micenea. Per la stessa Pylos appare ora necessario un ripensamento: lo sviluppo dell'area dovrebbe essere più antico di quanto ritenuto.

Link: University of Cincinnati; The New York Times; The History Blog.
La Baia di Navarino, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Grzontan.
 
 


Grecia: tomba a cista micenea da Lesbo

22 Ottobre 2015
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Una tomba a cista micenea, in pietra, è stata scoperta a Lesbo. Attorno al corpo vi erano doni: un calice, una piccola brocca, un coltello e un anello in bronzo. Viene datata tra il 1400 e il 1100 a. C.
Link: Greek Reporter via ANA-MPA
L'Isola di Lesbo nel Mar Egeo, da WikipediaCC BY 3.0, caricata da e di Pitichinaccio.
 


Polonia: strutture monumentali in pietra nei Carpazi

14 Settembre 2015

Gli Archeologi dissotterrano strutture monumentali in pietra nei Carpazi

Vista della parte settentrionale degli scavi archeologici, alla metà di Agosto. Il muro conservatosi dalla Prima Età del Bronzo è visibile sullo spaccato del fossato, nel fondo del fossato una linea di rocce che forma lo strato più basso del muro. Foto di M.S. Przybyła.
Vista della parte settentrionale degli scavi archeologici, nella metà di Agosto. Il muro di contenimento dalla prima Età del Bronzo è visibile sullo spaccato del fossato, nel fondo del fossato una linea di rocce che forma lo strato più basso del muro. Foto di M.S. Przybyła.
Il più antico esempio di muro in pietra della storia delle costruzioni nelle terre polacche, più vecchio di oltre due millenni e mezzo dell'architettura romanica, è stato scoperto dagli archeologi di Cracovia sulla Collina di Zyndram a Maszkowice (Voivodato della Piccola Polonia o Małopolska).
Una scoperta di tale importanza era inaspettata perché gli archeologi hanno studiato il sito a Maszkowice a partire dagli inizi del ventesimo secolo. Come conseguenza di quegli scavi scoprirono principalmente i resti dell'insediamento abitato dall'anno 1000 al 50 a. C. Gli Archeologi dell'Università Jagellonica, guidati dal dott. Marcin S. Przybyła, apparvero a Maszkowice nel 2010. Una sorpresa li attendeva al di sotto dei resti dell'insediamento della Tarda Età del Bronzo e dell'Età del Ferro - risultarono esserci resti di un insediamento più antico di oltre mezzo millennio.
Disegnando la documentazione dei grandi blocchi che formano la facciata esterna del muro. Foto di M.S. Przybyła.
Archeologa disegna la documentazione dei grandi blocchi che formano la facciata esterna del muro. Foto di M.S. Przybyła.

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Grecia: importanti ritrovamenti nel sito cretese di Zominthos

3 Settembre 2015
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Gli scavi a Zominthos sul monte Ida hanno rivelato un insediamento risalente al 1900 a. C. e alla civiltà Minoica. Tra i notevoli ritrovamenti: un grande complesso palaziale, muri, una cisterna, sale pubbliche, altari con iscrizioni, bipenni, bruciatori per incenso, rhità, figurine in bronzo e creta, lampade, e persino un lucernario.
Il complesso, di importanza rituale, fu poi distrutto nel 1450 a. C. dai Micenei, per essere di nuovo occupato in epoca romana.
Link: Protothema; Archaeology News Network via Greek Ministry of Antiquities
Creta in una foto della NASA (ISS Expedition 28 crewNASA Earth Observatory), da WikipediaPubblico Dominio, caricata da Originalwana.