Basilica San Marco restauro mosaici

Ripartono i lavori per interventi protettivi urgenti sui mosaici della Basilica di San Marco

RIPARTONO I LAVORI PER INTERVENTI PROTETTIVI URGENTI
SUI MOSAICI PAVIMENTALI DELLA BASILICA DI SAN MARCO A VENEZIA,
DOPO LA SOSPENSIONE PER L'EMERGENZA COVID-19

La Procuratoria di San Marco autorizzata dalla Prefettura a riavviare le operazioni da lunedì 27 aprile 2020, con l'osservanza di tutti i protocolli stabiliti a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Un segnale importante per il settore dei Beni Culturali

In seguito alla richiesta presentata dalla Procuratoria di San Marco venerdì 24 aprile, la Prefettura di Venezia ha autorizzato la ripresa degli interventi tampone e di salvaguardia sui mosaici pavimentali all'interno della Basilica di San Marco, cuore religioso e culturale, simbolo per eccellenza della città lagunare.

La Basilica rimane chiusa alle Messe ed alle visite turistiche in attesa delle disposizioni sulla FASE 2 dell'emergenza COVID-19, ma le attività tese a rimuovere le efflorescenze saline e a proteggere i frammenti musivi in pericolo sono effettivamente già iniziati il 27 Aprile, con una piccola squadra di 4 persone operanti in Basilica, salita a 6 nella giornata di martedì. Nelle settimane successive rientreranno altre maestranze.

Questa ripresa dei lavori avviene nel rispetto di rigidi protocolli sanitari, accuratamente predisposti dalla Procuratoria nelle scorse settimane e in accordo con i lavoratori interessati.

Infatti, sono stati attivati dalla Procuratoria di San Marco tutti i presidi necessari e le modalità operative - mascherine e sistemi di protezione, distanziamento, controllo della temperatura corporea in ingresso, turni differenziati, ecc - per tutelare la salute dei restauratori e garantire la massima sicurezza.

Dalla direzione dei servizi tecnici della Procuratoria di San Marco, affidata al Proto prof. arch. Mario Piana, dipendono lo "Studio di mosaico", cui sono affidati la conservazione e il restauro del manto musivo e una equipe di operai restauratori per i lavori inerenti alla manutenzione degli immobili della fabbrica marciana e dei suoi beni mobili.

Questa ripartenza ci auguriamo possa anche essere considerata un segnale importante per il riconoscimento della necessità e dell'urgenza di taluni interventi sui Beni Culturali, pur nel contesto delle disposizioni per la salvaguardia della salute, imposte a livello nazionale e internazionale.

 

"Siamo particolarmente felici di questa possibilità" commenta il Primo Procuratore di San Marco Carlo Alberto Tesserin. "Intanto possiamo riprendere l'intervento sul pavimento musivo che è quello che preoccupa maggiormente dopo la terribile Acqua Alta dello scorso novembre. Per la difesa della Basilica dalle acque alte future, ci sono due grandi progetti programmati e in parte finanziati, grazie all’impegno del Provveditorato alle OO PP del Triveneto ed alla Regione Veneto, che ha già attribuito alla Procuratoria dei fondi straordinari. Questi progetti prevedono procedure di autorizzazione e di affidamento complesse. Inoltre esse sono opere che in gran parte riguardano l'esterno della Basilica e dunque non dipendono solo da noi. All’interno della Basilica, dove possiamo operare con i nostri dipendenti e collaboratori, abbiamo ritenuto fosse fondamentale ripartire il prima possibile."

Basilica di San Marco mosaici

Il 12 novembre 2019 l'evento catastrofico che ha colpito Venezia ha danneggiato pesantemente anche la Basilica di San Marco, che solo nel lontano 1966 è stata invasa come a Novembre; mai prima dello scorso anno con tanti eventi estremi ripetuti: la cripta completamente sommersa, così come il nartece e l'intera pavimentazione fino all'altare della Madonna Nicopeia.

"È stato appurato che il 60 per cento della pavimentazione in marmo della Basilica di San Marco, una pavimentazione oltre 2000 metri quadri, i cui pezzi più antichi risalgono al XI secolo, è da restaurare"- ricorda l'ingegnere Pierpaolo Campostrini Procuratore di San Marco con delega ai Servizi Tecnici - non possiamo dimenticare che oltre all'evento straordinario della notte del 12 novembre, lo scorso anno le maree hanno attanagliato la città da inizi novembre fino a Natale: i mosaici pavimentali, le murature in mattoni sono rimasti sotto acqua per giorni interi (la metà delle ore dell’intero mese). Il fenomeno della corrosione salina, in assenza di interventi specifici, continua inesorabile: il lavoro deve iniziare subito con la fase di messa in sicurezza, poi proseguirà per molto tempo. "

Basilica di San Marco mosaici

"L’acqua salata che impregna pavimenti e pareti evapora - spiega il Procuratore Campostrini - ma rimangono i sali che fanno disgregare i mattoni, i marmi e gli intonaci su cui sono appoggiati i mosaici. Sono processi cumulativi e i danni aumentano con il passare del tempoI fenomeni di sollevamento delle tessere musive sono stati importanti. Di qui l'esigenza di riavviare le operazioni il prima possibile"

"Credo che questa ripresa parziale dell'attività sia un bel segnale anche per tutto il settore dei Beni Culturali che sono un bene primario per il nostro Paese, che va tutelato anche nelle contingenze drammatiche che stiamo vivendo".

La Procuratoria intanto sta lavorando per definire le procedure per affrontare la FASE 2 della riapertura al pubblico contingentata e con i caratteri della sicurezza, quando questa sarà possibile.

La copertura con il wi fi e la fibra ottica già installata, collega alla rete GARR gestita dal Ministero della Ricerca Scientifica, rendono la Basilica di San Marco all'avanguardia rispetto a monumenti simili in Italia - potranno favorire l'individuazione e l'applicazione di modalità di vista adeguate.

Basilica di San Marco mosaici

 

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Villaggio Globale International Copyright © Villaggio Globale International

 

 


Metro C di Roma. Ecco come sarà la stazione museo Amba Aradam/Ipponio

Un progetto di musealizzazione che si pone l’obiettivo di integrare un contesto archeologico all’interno di un contesto moderno. È stato da poco presentato il progetto di allestimento e valorizzazione della stazione Amba Aradam/ Ipponio della Linea C della Metropolitana di Roma dove protagonista sarà la materia archeologica.

La stazione, che vede la firma dell'architetto Paolo Desideri, verrà consegnata nel 2024 e si estenderà per 120 metri in lunghezza e per oltre 30 in profondità. Il progetto rimane in continuità con le stazioni della Linea C e vedrà una separazione spaziale, funzionale e gestionale dell’area museale da quella logistica dedicata allo scambio. Le due funzioni resteranno comunque in forte continuità tramite un allestimento leggero, pulito e visivamente spaziale grazie all’aggiunta di vetrate che separeranno gli ambienti della stazione da quelli museali.

5 saranno i livelli che accoglieranno reperti e strutture; piano atrio e piano museale, piano per il ricollocamento dei reperti archeologici, piano destinato ai locali tecnici, piano “mezzanino” e piano banchine a servizio esclusivo della metropolitana.

Nel corso degli scavi per la realizzazione della linea, a partire dal 2015, è stata individuata un’area di interesse archeologico di circa 1750 mq e a seguito di questo rinvenimento eccezionale e alla luce del buono stato di conservazione delle strutture nel loro complesso, la Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma ha prescritto la delocalizzazione temporanea delle strutture archeologiche e la ridefinizione del progetto della stazione che comprendesse la loro ricollocazione in situ, nella medesima posizione, ripristinando la relazione visiva con le Mura Aureliane.

Le scoperte archeologiche

La prima scoperta è emersa a 9 metri di profondità e probabilmente si data all’epoca dell’imperatore Adriano. Ai lati di un lungo corridoio centrale si aprono 39 ambienti di cui 25 quadrangolari di dimensioni analoghe (ca.m.4×4=16 mq cadauno) dove, in alcuni di essi, si conservano anche pavimenti in mosaico con decorazioni geometriche in tessellato bianco-nero e semplici affreschi alle pareti. Altri ambienti ritrovati che sono oggetto di indagini, probabilmente erano adibiti a funzioni di servizio.

Ambienti di alloggio della Caserma

Non si conoscono le dimensioni reali della caserma; il tipo architettonico è diffuso ovunque nel mondo romano, dove a corridoi paralleli si aprivano alloggi per i soldati anche su due livelli, comprensivi di ambienti di servizio come le latrine e le cucine. L’edificio fu abbandonato, spoliato dei materiali riutilizzabili come le tubature di piombo, rasato e poi interrato durante la costruzione della Mura Aureliane tra il 271 e il 275 d.C. L’imponente cinta difensiva non doveva avere davanti a sé costruzioni che potessero proteggere o nascondere i nemici di Roma, ma solo una spianata facilmente controllabile. La caserma non sembra essere un unicum nella zona.

Pavimentazione in mosaico della Caserma

Lungo le pareti meridionali del Celio sono stati scoperti, in periodi diversi, anche altri resti di strutture simili a quella di Amba Aradam: i Castra Nova Equitum Singularium, che si trovano sotto la Basilica di San Giovanni in Laterano, i Castra Nova Equitum Singularium all’imbocco di Via Tasso, i Castra Peregrina presso la chiesa di Santo Stefano Rotondo. Infine, un frammento recentemente trovato della Forma Urbis, la grande pianta marmorea di Roma di epoca severiana, riproduce la planimetria di un’altra caserma ubicata presso villa Celimontana.

Dettaglio della pavimentazione della Caserma

Le pendici meridionali del Celio, in un periodo che va dalla prima metà del II secolo a.C. in poi, furono interessate da un grande numero di alloggiamenti militari, connotandosi quindi come un vero e proprio acquartieramento militare. Di vari castra a Roma è noto solo il nome che ci viene tramandato da fonti epigrafiche e letterarie, ma non si conoscono le varie ubicazioni.

Gli archeologi hanno rinvenuto i resti di altri due edifici adiacenti al dormitorio della caserma romana tra il 2015 e la primavera del 2016. Pur avendo funzioni diverse, i nuovi ambienti dovevano essere parte integrante del grande complesso militare e si datano ad età adrianea (inizi del II secolo d.C.), apparendo quindi contemporanei alle costruzioni di alloggio dei soldati.

Domus del Comandante

Lo scavo è sceso a 12 metri di profondità dalla superficie, con i resti archeologici che si dispongono ad una quota più bassa di circa 3 metri rispetto al resto della caserma. L’elemento di spicco sembra essere quella che è stata rinominata la “Casa del Comandante”, un edificio rettangolare di circa 300 metri quadri con accesso da un’ampia area all’aperto. 14 sono gli ambienti rinvenuti disposti intorno ad un cortile centrale con fontana e vasche e meravigliose sono le decorazioni dei pavimenti e delle pareti. La ricchezza della casa si denota infatti dalla pavimentazione in sectile a quadrati di marmo bianco e ardesia grigia, dai mosaici figurati di alcuni ambienti e dalla decorazione delle pareti con intonaci dipinti o bianchi.

Domus del Comandante

Gli archeologi hanno inoltre rilevato la presenza di suspensurae, cioè di pile di mattoni che dovevano formare un’intercapedine al di sotto del pavimento per il passaggio di aria calda. La domus sembra sia incorsa a diverse ristrutturazioni nell’arco del tempo, sia dei pavimenti sia dei rivestimenti parietali che sono stati rifatti più volte con l’intento di mantenere in buono stato l’edificio. I lavori hanno interessato anche la forma della struttura e le dimensioni degli ambienti, nonché le aperture di passaggio. Nell’ultima fase di vita, una scala doveva portare al piano superiore, probabilmente un accesso ad uffici o al dormitorio dei soldati, posto più in alto.

L’attribuzione ad un comandante di guarnigione è in corso di studio, sicuramente è da escludere che potesse essere residenza di un privato cittadino in quanto la domus è a stretto contatto con l’edificio militare di proprietà imperiale. L’altro edificio messo in luce, nell’ala ovest, è una sorta di area di servizio, con pavimenti in opera spicata, vasche e complesse canalizzazioni idriche.

Domus del Comandante

Quest’ala, attraverso una soglia in blocchi di travertino, era in comunicazione con un tracciato viario in basoli e probabilmente accoglieva merci da stoccare, forse temporaneamente. Di particolare importanza, il rinvenimento di elementi lignei come i resti delle cassaforme utilizzate per edificare le fondazioni dei muri con tavole e ritti ritrovati ancora in situ sulle fondazioni ed elementi di carpenteria (tavole, travi, travetti) accatastati o buttati in fosse. Per Roma il ritrovamento di elementi lignei è assolutamente raro e solo grazie agli scavi della metro C e alla sua profondità è stato possibile portare alla luce rilevanti testimonianze. A venire alla luce anche molti materiali di uso comune e ed elementi preziosi come anelli d’oro e un manico d’avorio intarsiato di un pugnale, amuleti e i bolli laterizi che hanno permesso la datazione dei reperti e delle ristrutturazioni avvenute nel corso del tempo. Gli edifici, così come la caserma, furono abbandonati e messi fuori uso intenzionalmente.

Area di interesse

La stazione Amba Aradam/Ipponio è collocata in una posizione intermedia tra quella di Fori Imperiali (scambio Linea C/Linea B) e quella di San Giovanni (scambio Linea C/Linea A), a circa 500 metri a sud di Piazza San Giovanni in Laterano e a 300 metri dagli ingressi dell’omonimo ospedale. È delimitata a nord da Via dei Laterani, a ovest da Piazzale Ipponio, a sud da Via Farsalo e a est dai campi sportivi “La Romulea”.

Spazio Museale

Pianta livello museale e atrio stazione a quota +26.50/+25.78

Alla quota +26.50 è collocato l’ingresso all’area museale attraverso un atrio che distribuisce gli spazi interni. L’atrio è organizzato con una reception, biglietteria e guardaroba. L’accesso alla passarella di visita avviene attraverso tornelli conta-persone necessari per garantire un numero massimo di visitatori contemporaneamente presenti sulla passerella stessa. L’atrio è poi collegato funzionalmente con un’area ristoro che ha un accesso anche dall’esterno. L’area museale si sviluppa anche a quota 22.90. Questi due livelli funzionali seguono l’altimetria delle due porzioni della caserma. Il livello inferiore del museo è costituito da una passerella, che consente la visione dall’alto dei resti rinvenuti nella parte superiore della caserma, ha una larghezza di 1.2 metri ed è ubicata in corrispondenza del corridoio di distribuzione della “casa del Comandante”. Dalla passerella si accede ad una pedana centrale adibita all’esposizione di oggetti rinvenuti durante lo scavo archeologico.

Foto: http://metrocspa.it/blog/

 


Positano

L'otium a Positano, oggi come 2000 anni fa

Non ​c'è possibilità di essere contraddetti o smentiti, se affermiamo che esistono luoghi creati dalla Natura e sapientemente modellati dalla mano dell'uomo che appaiono come eterni contenitori di rinnovata bellezza.
Parliamo di Positano, autentica perla della Divina Costa d'Amalfi, e della Villa di epoca romana che dopo due distinte campagne di scavo qui condotte (2003/2006-2015/2016) ha svelato uno degli ambienti più raffinati che la caratterizzavano, cioè nel "triclinio", ossia la sala per pranzi e banchetti, affrescata da magnifiche pitture di IV stile pompeiano.
L'ambiente, scoperto a ben 11 metri di profondità, al di sotto della Chiesa di s. Maria Assunta, è oggi aperto e visitabile dal pubblico, essendo stato inaugurato il 18 Luglio del 2018, e costituisce un vero e proprio gioiello oltre che per la conoscenza della storia antica dei borghi costieri amalfitani, anche per la eccezionale conservazione delle pitture murarie e per alcune chicche qui rinvenute.
Tra queste, una gigantesca lucerna di ceramica invetriata decorata a doppio foro di accensione, i resti dei due battenti lignei di una porta che separava il triclinio da un ambiente ancora interrato. Particolarmente significativa è poi l'impressionante immagine (ancor più evidenziata dalla vivacità degli affreschi) dello spostamento, in seguito al parziale crollo della stessa, della parte superiore della muratura orientale della sala, che ha restituito uno sfasamento di ben 40 cm rispetto alla parte inferiore.
Altra interessante particolarità della villa è data dal suo essere posizionata su un piano immediatamente inferiore rispetto ad un ambiente ipogeo all'interno del quale, oltre ad essere ancora presenti numerose tracce della primitiva chiesa, venivano posizionati i cadaveri degli ecclesiastici e dei personaggi di condizione economica più agiata in appositi scolatoi in muratura rivestita di stucco bianco, secondo una pratica che ha consentito di recuperare ben 59 scolatoi. In particolare, i colatoi della cripta sono del XVIII secolo, mentre quelli della cripta inferiore risalgono al XVI secolo.
L'intero ambiente ipogeo di conseguenza è stato musealizzato ed al suo interno è stata esposta una serie di reperti provenienti dall'ambiente della villa, comprendenti vasellame bronzeo impiegato nella preparazione dei banchetti e nella cottura dei cibi, oltre a reperti di origine medievale e a una interessante serie di scheletri umani di epoca moderna, che evidenziano le particolari patologie ossee degli abitanti del luogo.
La rilevanza dei ritrovamenti, con la suggestiva collocazione ad una quota significativamente inferiore rispetto all'attuale piano di calpestio, ha evidenziato - una volta concluse le operazioni di scavo - la necessità di adottare le migliori tecniche di conservazione soprattutto delle pareti affrescate.
Positano
Risultato che si è ottenuto da un lato attraverso la realizzazione di percorsi aerei mediante passerelle e scale in vetro e acciaio corten, così da rendere accessibile e fruibile al pubblico l'ambiente ipogeo, e dall'altro con l'adozione di un sofisticato sistema di monitoraggio del microclima, per cui, attraverso la continua registrazione da remoto dei parametri, gli impianti assicurano automaticamente valori costanti.
Attualmente la fruizione degli ambienti descritti è assicurata quotidianamente attraverso l'attivazione del progetto MAR, acronimo di Museo Archeologico Romano, risultante dalla collaborazione fra la Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno, il Comune di Positano e la Curia Vescovile.
​La Villa      
L'esistenza della villa di Positano era nota gia alla metà del '700, quando l'addetto agli scavi borbonici Karl Weber, descrisse (nel 1758) strutture con affreschi e mosaici, al di sotto della Chiesa madre e del campanile. Lo studioso Matteo Della Corte pensò di aver ritrovato la villa di Posides Claudi Caesaris, potente liberto dell'imperatore Claudio, dal quale deriverebbe lo stesso nome di Positano.
La struttura è databile alla fine del I secolo a. C. e doveva certamente essere in corso di restauro dopo il violentissimo terremoto che nel 62 d. C. coinvolse tutta la regione. Nel 79 d. C. l'eruzione del Vesuvio pose invece fine anche alla vita della villa di Positano, oltre che nei più noti centri di Pompei, Ercolano e Oplontis.
Della composizione artistica della zona del triclinio, unico ambiente posto in luce e visitabile attualmente, colpisce sicuramente la vivacità dei colori impiegati e la complessità delle scene raffigurate, che riflettono certamente il gusto e l'elevatissima condizione economica del proprietario.
Positano
Sulle pareti, ricoperte con motivi attribuiti alla pittura di IV stile pompeiano, sono visibili architetture a più piani; nella parte superiore la scenografia architettonica viene parzialmente celata da una tenda con mostri marini, delfini guizzanti e amorini in stucco.
Positano
La zona mediana è decorata da pannelli con sfondo monocromo ornati da eleganti ghirlande, mentre una serie di medaglioni conteneva ritratti e scene mitologiche, come la raffigurazione del centauro Chirone che impartisce lezioni al giovane Achille; ad arricchire l'insieme quadretti con nature morte e un paesaggio marino, con una baia attorniata da edifici porticati e da scogli.
Positano
Tutte le foto sono di Camillo Sorrentino, Itinerando

Restituiti all'Italia un mosaico con volto di satiro e una lettera di San Giovanni Bosco

Recuperati negli Stati Uniti d’America due eccezionali beni culturali: una lettera manoscritta di San Giovanni Bosco ed un mosaico policromo, risalente al I-II sec. d.C., raffigurante il volto di un satiro.

satiro San Giovanni Bosco
Restituiti all'Italia una lettera di San Giovanni Bosco alla Duchessa Agnese Boncompagni Ludovisi e un mosaico policromo con volto di satiro

Oggi 11 luglio 2019, alle ore 10:00, a Roma, presso la sede dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America, l’Ambasciatore Lewis M. Eisenberg, nel corso di una cerimonia, ha restituito al Generale di Divisione Claudio Vincelli, Comandante della Divisione Unità Specializzate Carabinieri, in rappresentanza del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Gen. C. A. Giovanni Nistri e al Generale di Brigata Fabrizio Parrulli, Comandante Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC), due straordinari beni appartenenti al patrimonio culturale italiano. Le opere sono state individuate nel corso d’indagini condotte dal Comando Carabinieri TPC e dal Federal Bureau of Investigation (FBI) nell’ambito della pluriennale e sinergica azione di contrasto che, costantemente, viene svolta per arginare il traffico di beni artistici rubati o illegalmente sottratti dall’Italia:

  • Lettera di San Giovanni Bosco alla Duchessa Agnese Boncompagni Ludovisi, datata 30 luglio 1867, consistente in 3 pagine

Il 13 luglio 2016, il Principe Boncompagni Ludovisi Nicolò, legittimo discendente del casato dei Principi di Piombino, denunciava il furto dell’importante documento storico avvenuto, tra il 1940 e il 2016, dall’archivio privato Boncompagni Ludovisi di Roma.

Le indagini del Comando Carabinieri TPC permettevano di stabilire che il bene era stato venduto, nel 2016, su una piattaforma e-commerce, da un cittadino statunitense residente a New York. Sentito in merito alla provenienza della lettera, il venditore asseriva di averla acquistata da un discendente della stessa famiglia nobiliare, senza però fornire documentazione che attestasse la veridicità di quanto dichiarato. Il prezioso manoscritto, successivamente, era stato acquistato da un ricco imprenditore americano residente in California.

Gli elementi investigativi acquisiti, nel 2018, forniti all’Ufficio FBI presso l’Ambasciata USA a Roma e a quello di Los Angeles, hanno consentito di avviare le procedure di recupero del bene.

  • Mosaico policromo di cm. 95x92x37, risalente al I-II secolo d.C., raffigurante il volto di un satiro.

Il 16 dicembre 2015, l’UNESCO di Parigi inviava una missiva alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso quell’Organizzazione Internazionale, con cui estendeva anche al nostro Paese la richiesta di collaborazione, avanzata dalle Autorità statunitensi, in ordine ad alcuni beni archeologici, recuperati negli USA, di cui non era nota la provenienza.

Il Federal Bureau of Investigation, delegato per le verifiche del caso da parte americana, aveva inserito tali reperti in un database, consultabile on-line dagli Stati interessati.

La comparazione con le opere censite nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dal Comando Carabinieri TPC, nel frattempo attivato, aveva dato esito negativo. Sono stati gli ulteriori approfondimenti degli investigatori del Comando, svolti in collaborazione con il servizio FBI di Washington D.C., a permettere di dimostrare la riconducibilità del prezioso mosaico a scavi illeciti effettuati in Italia, in data imprecisata, e di ottenerne la restituzione.

Questi sono gli ultimi di una serie significativa di successi investigativi, frutto di complicate ed appassionate indagini, che cementano ulteriormente i rapporti di straordinaria cooperazione tra i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e le Agenzie Federali statunitensi tra cui, nello specifico, il Federal Bureau of Investigation. Questi risultati permettono di percepire chiaramente come sia possibile combattere con maggior efficacia la difficile guerra ai trafficanti di opere d’arte e di reperti archeologici solo se in entrambi i Paesi vi sia adeguata sensibilità per la protezione del patrimonio culturale ed appassionata volontà, da parte delle Istituzioni interessate, di lottare contro un nemico che deve considerarsi comune.

Questi beni rappresentano, infine, la cultura restituita e costituiscono il più bello e forte simbolo della cultura della restituzione: un impegno che Stati Uniti d’America e Italia, da anni, attuano reciprocamente e diffondono affinché si realizzi, sempre più, quel circuito virtuoso di sensibilità e consapevolezza che è alla base di ogni efficace azione di prevenzione e repressione del traffico illecito.

Roma, 11 luglio 2019

Testo e immagini dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


villa romana Tellaro

Alla scoperta della Villa romana del Tellaro

Tra campi coltivati e strade polverose, un cartello indica che sulla strada per Noto, in provincia di Siracusa, vi è una villa romana che prende il nome dall’omonimo fiume Tellaro. Questo complesso, scoperto nel 1971 durante scavi illegali, risulta gravemente danneggiato in quanto, durante il XVIII secolo, vi si impiantò sopra una fattoria che ne distrusse irrimediabilmente alcuni ambienti e danneggiò gravemente le strutture murarie antiche.

Sul lato sud dell’edificio, sono visibili solo le fondazioni ma è stato possibile identificare un ambiente absidato con un tratto di portico antistante pavimentato e decorato con mosaici policromi geometrici. Il lungo e difficile lavoro di esplorazione è durato oltre 20 anni e ha permesso di portare alla luce solo la parte centrale della villa romana che conserva ancora oggi splendidi apparati musivi.

Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

Quello venuto alla luce è un peristilio di circa 20 metri circondato da un portico largo 3,70 metri su cui si affacciano sui lati nord e sud diversi ambienti. La pavimentazione, in antico, era arricchita da mosaici policromi con scene figurate e motivi geometrici e gli ambienti situati a nord possono ancora oggi essere apprezzati per le magnifiche decorazioni. Il tappeto di tessere rappresenta corone di alloro che incorniciano medaglioni decorati da motivi geometrici. Il mosaico, che a differenza degli altri non è stato staccato per il restauro, conserva ancora delle chiazze di colore scuro causate da un incendio che colpì la villa romana nel V secolo d.C. Alcune irregolarità che si possono notare sulla superficie del pavimento sono dovute all’incendio e al crollo del tetto oltre che ai terremoti che si sono verificati nel corso dei secoli.

Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Alessandra Randazzo

Nel portico è presente una scena parecchio lacunosa con recupero e pesatura del corpo di Ettore nella parte centrale. Visibili anche le figure di Ulisse, Achille e Diomede da una parte e i Troiani con Priamo dall’altra. Tutti presenziano alla pesatura del corpo di Ettore - di cui si conservano solo le estremità inferiori - posto evidentemente su un piatto della bilancia, cui faceva da contrappeso l’altro piatto con gli ori del riscatto. Tutta la scena è incorniciata da una larga fascia con girali che avvolgono figure di animali.

Contiguo da ovest è un altro ambiente con porzioni lacunose di mosaici pavimentali policromi che presentano quattro festoni che si dipartono da altrettanti crateri posti agli angoli dell’ambiente. Le aree delimitate dai festoni sono interessate da scene con un satiro e una menade danzanti presso un’ara tenendo in mano strumenti musicali. La stanza è la più piccola tra quelle del lato nord del portico. L’emblema al centro è perduto ma è probabile che fosse raffigurato Dioniso alla cui corte appartengono Satiri e Menadi. In prossimità dei quattro angoli della scena perduta centrale, vi sono delle rappresentazioni di maschere.

Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

Una terza area presenta invece scene di caccia che sono liberamente ispirate senza seguire profili schematici. Al di sotto c’è una scena di banchetto all’aria aperta con al centro gli invitati. Il mosaico, come quello degli ambienti precedenti, è stato staccato, restaurato in laboratorio e riposizionato. Al centro una figura femminile, interpretata come la personificazione dell’Africa, è seduta su una roccia ed è circondata da alberi; intorno a lei si svolgono le scene di una battuta di caccia. Da notare come l’artista si sia ispirato ad un certo realismo creando i riflessi dell’acqua intorno alle gambe degli uomini e alle zampe degli animali mentre guadano il fiume. Nel registro inferiore, il momento concitato della caccia si placa con un banchetto, con i cavalli ormai legati agli alberi e le prede imbandite in piatti gustosi. Solo i servi si affollano intorno agli invitati versando acqua per le mani o vino e continuando a preparare porzioni di cibo. Il senso del movimento, la libertà delle figure nello spazio e la vivace policromia sono sicuramente gli elementi di spicco di questo straordinario mosaico

I mosaici si datano al IV secolo d.C. e alla mente non possono non richiamare quelli più famosi della Villa del Casale di Piazza Armerina e alcuni provenienti  da alcuni centri dell’Africa Proconsolare.

villa romana Tellaro
Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

I saggi di scavo eseguiti all’esterno della masseria fanno supporre che la villa romana avesse un’estensione sicuramente maggiore di quella identificata attualmente. Gli scavi fino ad ora eseguiti inoltre non hanno restituito materiale di uso comune della villa del Tellaro e le cause oltre che nella stratificazione “moderna” possono essere ricondotte anche al disastroso incendio che colpì la villa. Solo alcuni frammenti di ceramiche, soprattutto anfore rinvenute in ambienti di deposito e monete su pavimenti e nei livelli inferiori hanno permesso di fissare la cronologia della villa intorno alla metà del IV secolo d.C., e di collocare  di conseguenza anche lo stile dei mosaici. I dati acquisiti in questi anni fanno emergere che la villa doveva avere l’esposizione principale verso nord/ nord-est, in una posizione di riparo dai venti africani e con un dominio sul fiume Tellaro e sui fertili campi che vi erano intorno.

La villa signorile del Tellaro, come quella romana scoperta a Patti Marina nel messinese e a Piazza Armerina, si configura quindi come un grande latifondo autosufficiente rispetto ai centri urbani e posizionato in punto strategico dell’isola. La ricchezza del complesso, la cui eco è ancora visibile nei preziosi mosaici ritrovati, contribuisce in maniera significativa allo studio e alla conoscenza dell’assetto socio – economico della Sicilia in età tardo antica.

villa romana Tellaro
Mosaico dalla Villa Romana del Tellaro. Foto: Paolo Mighetto

Un ritratto di Alessandro il Grande nella Casa del Fauno a Pompei

Il 333 a.C. rappresenta una data importante per la storia greca. Nel mese di novembre, infatti, l’esercito di Alessandro Magno sfidò quello del Gran Re di Persia Dario III nella famosa battaglia di Isso.

La regione è quella dell’Anatolia meridionale, e il luogo dello scontro era al confine tra la Cilicia e la Siria. Già Filippo II aveva inteso la guerra contro la Persia come una grande opportunità per espandere il proprio regno verso Oriente, ma lo scontro inevitabile era stato presentato ai Greci come una sorta di campagna punitiva contro gli scempi che Serse aveva compiuto durante la seconda guerra persiana (480-479 a.C.) e come un’impresa di liberazione delle città greche dell’Asia Minore sotto il dominio barbaro. Il figlio Alessandro ereditò questo compito e si impose come nuovo liberatore a capo della Lega ellenica, accentuando con forza gli aspetti ideologici della conquista.

Battaglia di Isso. Mosaico di Alessandro proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

I preparativi furono ultimati nella primavera del 334 a.C. quando l’esercito macedone attraversò l’Ellesponto. Il primo scontro avvenne presso il fiume Granico, in Frigia, nel giugno del 334 a.C. ma fu una vittoria abbastanza semplice con poche perdite macedoni. Si narra che Alessandro inviò dopo la battaglia vinta 300 armature persiane ad Atene perché fossero offerte alla dea in dono.

La dedica diceva: “Alessandro figlio di Filippo e i Greci, eccetto gli Spartani, dai barbari che vivono in Asia”. L’esercito avanzò senza troppi problemi lungo le coste dell’Asia Minore conquistando le città greche e sottomettendo le popolazioni locali. Solo Mileto e soprattutto Alicarnasso gli opposero resistenza, in quanto erano diventate avamposti persiani che il Gran Re aveva affidato al comandante rodio Memnone.

Ma Alessandro, forte di un esercito potente e deciso, proseguì lungo la costa attraverso la Licia e la Panfilia, per poi dirigersi verso l’interno per stabilire a Gordio, antica capitale dei Frigi, gli accampamenti invernali.

In questa città, narrano le fonti, recise un nodo (il famoso nodo di Gordio) che legava un giogo ad un carro, un gesto mistico che gli avrebbe assicurato, secondo una profezia, la conquista sull’Asia.

Con queste premesse divine, il condottiero macedone non ebbe troppi intoppi nella sua conquista dell’Asia. L’improvvisa morte di Memnone agevolò l’azione di conquista, spostando il combattimento nel novembre del 333 a.C. ad Isso. Già gli antichi storici in un’attenta analisi militare ritenevano il campo di battaglia di Isso sfavorevole per un esercito numeroso come quello persiano, favorendo quindi le forze macedoni più ridotte e agili. Il numero di uomini in campo, esagerato secondo la storiografia moderna, si doveva attestare con schieramenti di uomini  tra i 100.000-120.000 per i persiani e circa 30.000 uomini per i macedoni.

Alessandro Magno Pompei Battaglia di Isso
Battaglia di Isso. Mosaico di Alessandro proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto  © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons in pubblico dominio

Di quello che avvenne in battaglia, un’immagine rivive scolpita nel tempo nel celebre e bellissimo mosaico chiamato “Battaglia di Isso” o “Mosaico di Alessandro”. L’originale è esposto oggi presso il Museo Archeologico di Napoli e la copia presso la Casa del Fauno di Pompei in cui Alessandro è raffigurato sul suo cavallo mentre raggiunge il re persiano che cerca invano di colpirlo con la lancia. Il mosaico romano si data attorno al 100 a.C., misura circa 582 × 313 cm e venne trovato nella sua posizione originale nella pavimentazione dell’esedra della casa del Fauno il 24 ottobre del 1831.

La ricchezza del mosaico non è altro che l’eco dello splendore generale dell’intera domus che risulta essere fra le case più sontuose dell’intera città, tanto da occupare un intero isolato ed estendendosi all’incirca su un’area di 3.000mq. L’abitazione nelle forme attualmente visibili è il risultato di due fasi costruttive risalenti al II sec. a.C.

Casa del Fauno, Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Tra gli ambienti più celebri per la ricchezza della decorazione, l’esedra distila aperta sul lato settentrionale della domus, famosa proprio per il ritrovamento del celebre mosaico di Alessandro. Il mosaico consta di circa 1 milione e mezzo di tessere e risulta essere una copia di un celebre dipinto realizzato dal pittore greco Filosseno di Eretria. Probabilmente i proprietari della domus dovevano avere rapporti con un atelier di origine alessandrina che si occupò anche dell’esecuzione dei restanti mosaici della casa, mentre una tesi poco accreditata vuole il mosaico un originale alessandrino saccheggiato dalla Grecia e portato a Roma.

Battaglia di Isso. Mosaico di Alessandro proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

La scena si apre su un campo di battaglia completamente piatto e disseminato di resti del combattimento. Nella parte sinistra un albero morto, unico elemento paesistico, e nella parte centrale la scena principale occupata dai combattenti con al centro il carro da guerra di Dario. Alessandro irrompe a cavallo in un’apparizione quasi mistica da sinistra, i capelli risultano scomposti e divisi sulla fronte nella classica caratterizzazione del sovrano macedone, l’anastolè, e i grandi occhi spiritati  esprimono decisione. Lo sguardo porta uno sconquassamento nell’esercito nemico. Il campo di battaglia sembra lasciare spazio al passaggio del figlio di Zeus e Dario non può che guardarlo atterrito, indicando l’apparizione con la destra protesa. Molti persiani sono caduti e il carro non può che volgere alla fuga.

Alessandro Magno Pompei Battaglia di Isso
Battaglia di Isso. Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Sembra uno scenario completamente atemporale, quasi divino. Il cielo vuoto è solcato da lunghe saette che mostrano come la situazione stia per cambiare. La disposizione delle varie figure in armi sembra dare quasi un senso di prospettiva su un fondo neutro e la vivacità viene data dal colore delle tessere che rimbalza di continuo sui volti, sui corpi dei personaggi, dei cavalli e delle armature.

Nella motivazione del committente sicuramente una voglia di imitazione di qualche corte ellenistica, motivata anche dal ritrovamento nella casa di una corniola con testa di Alessandro. È forte il desiderio di imitazione dei grandi saloni ellenistici a cui rimandano altre scene decorative con soggetto nilotico.

Nel settembre del 1843 il mosaico fu trasferito a Napoli.


"La Sala dei draghi e dei delfini": il mosaico pavimentale a Monasterace

Mosaico pavimentale de La Sala dei draghi e dei delfini

Museo Archeologico dell’antica Kaulon

c/da Runci SS 106 – Monasterace (Reggio Calabria)

1- 2 agosto 2018

ore 9.00 – 14.00; 16.00 – 20.00

Il Polo Museale della Calabria, nell’ambito delle iniziative del Piano di Valorizzazione 2018 del MiBAC, promuove, presso il Museo Archeologico dell’antica Kaulon, l’apertura eccezionale al pubblico del mosaico pavimentale de La Sala dei draghi e dei delfini nei giorni 1 e 2 agosto (ore 9.00 – 14.00; 16.00 – 20.00).

L’iniziativa, che ha visto la collaborazione della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della città metropolitana di Reggio Calabria e della provincia di Vibo Valentia, del Comune di Monasterace, dell’Ufficio Circondariale Marittimo di Roccella Jonica e della Delegazione di Spiaggia di Monasterace, della Cooperativa Vivikaulon-Servizi aggiuntivi Museo archeologico di Kaulonía, è stata possibile anche grazie alla sponsorizzazione di Restauro opere d’arte Giuseppe Mantella e della Ditta Falcomar, che si ringraziano per la disponibilità e sensibilità.

Le giornate dell’1 e 2 agosto, nelle intenzioni del Polo Museale della Calabria, vogliono non solo offrire al pubblico un’ulteriore l’occasione per prendere visione di manufatti di particolare fascino e suggestione archeologica, ma ricordare anche la valenza del patrimonio storico-archeologico del territorio calabrese e reggino in particolare.

Il mosaico della cosiddetta Sala dei Draghi e dei Delfini, realizzato con tessere policrome, di particolare interesse scientifico per la sua fattura, per la ricercatezza del tema figurativo e per le dimensioni, è da considerarsi tra le testimonianze più significative riconducibili al centro magno-greco di Kaulonía, identificato dall’archeologo Paolo Orsi agli inizi del Novecento e localizzato nell’odierna cittadina di Monasterace Marina. Testimonianze oggi conservate nell’area del Parco archeologico dedicato allo stesso centro e situato in contrada Runci, lungo la Strada Statale 106, nel comune di Monasterace ai piedi della suggestiva Collina del Faro.

Dopo la scoperta, a cura della Soprintendenza Archeologica della Calabria, nel 2012, nell’ambito delle attività di ricerca condotte nel sito di Kaulonia, il mosaico ad oggi ricordato come uno dei più importanti e dei più antichi ritrovati in Magna Grecia, è stato ricoperto per una sua opportuna tutela e conservazione, dopo un intervento di restauro conservativo finalizzato alla messa in sicurezza delle parti più deteriorate.

Il mosaico, di circa 30 mq e databile tra fine IV- inizio III secolo a C., costituisce il piano pavimentale centrale di un lungo vano con piscina per il bagno caldo di un edificio termale, eretto su un edificio pubblico già esistente, munito di ambienti di rappresentanza e di servizio.

Colpisce la particolare ricchezza dei motivi e dei soggetti decorativi scelti – delfini, draghi, ippocampi - e la loro composizione armoniosa con particolari tecnici quali l’uso di lamine in piombo per delineare i profili dei delfini. Lo schema compositivo del mosaico - realizzato con tessere policrome in pietra naturale, ceramica e terracotta di varie forme e dimensioni - pone al centro sei medaglioni con motivi floreali, delimitati da più listelli colorati, la cui particolare composizione dà luogo a una visione prospettica, mentre sul lato occidentale e meridionale sono disposti stretti e lunghi pannelli con figure di animali marini (draghi, delfini e ippocampo) affrontati per coppie. Un particolare decorativo è costituito inoltre, in prossimità dell’accesso alla sala, da una rosetta circolare a 12 petali.

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