Andrea Mantegna

Mantegna come Steve Jobs: la modernità come obiettivo, l’antico come pretesto in mostra a Torino in Palazzo Madama

Tuffarsi di testa in un’epoca sfrenata: di geni, truffatori, poeti, capitani di ventura, banchieri, raffinati umanisti. Un’età di bronzo, di marmo, d’oro. Di pietre colorate e terracotta.

Una stagione intricata come le acconciature dipinte da Crivelli, che ancora oggi si rifiuta di lasciarsi dipanare a una prima occhiata. Nessuna superficiale faciloneria scalfirà la durissima superficie della produzione artistica fiorita nell’Italia del Nord-Est intorno alla metà del Quattrocento.

Di sicuro non lo farà la mostra organizzata da Civita e allestita all’interno del Museo Civico d’Arte Antica di Torino, visitabile fino al 4 maggio 2020.
Ma se ci si tuffa, come anticipavo, con una piccola dose d’incoscienza, questo percorso offre la possibilità di sentire la forza ribollente di uno dei momenti incandescenti dell’arte italiana.

La figura-guida scelta per accompagnarci in questo piccolo e movimentato universo è quella di Andrea Mantegna. Un vero diamante: lucido, splendido, duro e perfettamente sfaccettato, prodotto dal magma del periodo storico che ha attraversato.

Lo incontriamo subito a confronto con la bizzarra figura del suo primo maestro; e padre adottivo, e sfruttatore, e “impresario”. Quel Francesco Squarcione che somiglia un po’ al Mangiafuoco di Collodi; che raccoglie intorno a sé talenti delle più varie provenienze. Per educarli, sfruttarli, spillare loro soldi o lavoro, a seconda delle capacità; perfetta guida una “banda di desperados, come Longhi descrive la massa di pittori che esce dalla sua bottega per occupare con un’arte nuova la chiesa degli Eremitani.
In quella che appare una sapida sfida allievo-maestro vediamo Mantenga e Squarcione impegnati ad indagare lo stesso soggetto: l’austera figura di fra’ Bernardino da Siena, da pochissimo proclamato Santo e che probabilmente entrambi avevano conosciuto. Squarcione si abbandona a un’analisi impietosa del vecchio predicatore e fa emergere tutto “quell'umoresco non certo ridevole” (ancora Longhi) che è forse la sua più interessante eredità. Mantegna, al contrario, conferisce alla figura un sereno distacco. Una sorta di composta lontananza, accentuata dal profilo pieno e dalla scelta di rappresentare l’aureola come un disco che isola dal fondo la testa della figura.

In pratica un ritratto che somiglia a una moneta antica: il rapporto con un mondo che stava emergendo e che affascina il giovane Andrea.

Andrea Mantegna
Mantegna: particolare della Santa Eufemia - 1454 - e ritratto di San Bernardino da Siena - ca 1460 - a confronto con quello realizzato da Squarcione - ca 1450

Quell’antichità, romana ma anche no, che è tutto e il suo contrario, a seconda di chi la guarda e di che pezzo se ne esamina. Mantegna la incontra attraverso Donatello, che lavora a Padova nei suoi stessi anni, e Jacopo Bellini, a capo di una delle più fortunate botteghe del nord Italia, ingombra di reperti.

Questo mondo immaginato, sognato, interpretato, intravisto diventa per il giovane pittore terreno su cui far crescere una personalissima interpretazione di quell’arte che non si poteva conoscere nella sua interezza.

Lo dimostra l’imponente Santa Eufemia: se la materia pittorica ha perso la sua integrità, l’idea non ne subisce troppo danno. Severa, monumentale, vera e vicina ma al tempo stesso fissa, come scolpita in una varietà di pietre dure e marmi preziosi. Chiusa tra archi, colonne e ghirlande, citazione di romanità tarda e opulenta, decadente come il pugnale che si conficca nel fianco senza turbare la serena compostezza del volto. Come fosse niente più di un prezioso orpello.

Nella Santa Eufemia emerge la ferma libertà di Mantegna: punto di partenza su cui seppe costruire il suo formidabile successo.

Intelligente, colto e accorto: non sbaglia una mossa. Sposa la figlia di Jacopo Bellini: esce dalla scomoda influenza di Squarcione ed entra a far parte di quella che possiamo definire la più fortunata e strutturata impresa nel campo dell’arte padana quattrocentesca. Così il genero Jacopo diventa suo sponsor e il cognato Giovanni suo alleato, invece che suo concorrente. Li vediamo duettare sul tema della Madonna col Bambino: un dialogo che li accompagnerà nelle loro carriere e che arricchisce la produzione di entrambi.

Andrea Mantegna
Mantegna cita e si lascia citare dai Bellini: Madonna col Bambino e i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa, 1455 ca

Questa dimensione di apertura, scambio, continua permeabilità emerge molto bene dal percorso: Mantegna non si chiude mai in una solitaria ricerca di perfezione. Piuttosto si lascia contaminare e provocare: dall’antichità, da altre tecniche artistiche (come le fusioni in bronzo della bottega padovana di Donatello, da cui impara la bellezza dei riflessi e delle patine), da colleghi e vie diverse al Rinascimento.

Andrea Mantegna

Il San Giorgio di Mantegna esibisce allo stesso modo i boccoli biondi da reclame dello shampoo e la lancia spezzata, il cui moncone è ancora incastrato nella gola del drago. Più serioso di quello di Cosmè Tura, che stretto in una calzamaglia rosa brandisce uno spadone rosso. Entrambi però esercitano una colorata libertà memore della stagione tardogotica, cui paiono non sentire l’esigenza di rinunciare per entrare a pieno diritto nel Rinascimento.

Il gusto per il confronto che anima Mantegna non si spegne neppure quando Ludovico Gonzaga lo vuole al suo servizio, e inventa per lui un ruolo che ancora non esisteva: quello di “pittore di corte”. Al contrario la rete di relazioni della corte mantovana, che si estendeva anche oltralpe, e la vivace vita culturale che vi si svolgeva (come il Concilio del 1459) crea nuove occasioni di contaminazione. Il presunto ritratto di Carlo de’ Medici rivela, per realismo, severità e qualità scultorea, la frequentazione con l’ambiente fiorentino.

Dialoghi: Mantegna si lascia contaminare dalla monumentalità fiorentina, e si confronta con il siciliano-nordico Antonello, gemma della collezione permanente di palazzo madama. Sullo sfondo di tutto colte letture da umanisti

Mantegna produce e al tempo stesso colleziona: incontriamo opere antiche che l’artista aveva acquistato per sé e che hanno ispirato uno dei suoi capolavori, i “Trionfi”, infinitamente ammirati copiati e citati per secoli. E, nella stessa sala, con grande intelligenza incontriamo le sue incisioni, in particolare quelle ispirate alla classicità.

Il classicissimo ritratto del cardinale Ludovico Trevisan si lascia contaminare dal verismo fiammingo nell'ombra di barba rasata

Opere di superba qualità, ma che rivelano anche la sapiente costruzione di una carriera, di un business di successo: copiata dai tedeschi l’idea di creare incisioni come prodotti autonomi, Mantegna fiuta la possibilità data da questa tecnica di fornire non soltanto un riscontro economico immediato, ma soprattutto garantire ai suoi discendenti una fonte di reddito sicura. A dimostrazione che l’era della riproducibilità tecnica è un fenomeno che l’arte ha affrontato ben prima del Novecento, e che porta sempre con sé una visione imprenditoriale della produzione artistica.

Mantegna costruisce pezzo per pezzo un modello di gestione così solido da resistere ai committenti più esigenti: una piccola sezione, organizzata come una collezione rinascimentale, ci racconta del suo rapporto con Isabella d’Este. Lei granitica nelle sue arzigogolate richieste, lui pragmatico e preparato; capace di soddisfare la passione per le iconografie sovra-significanti senza perdere la direzione della sua ricerca.

Bottega di Mantegna, "Il seppellimento di Cristo". Bulino datato tra il 1465 e il 1480

Strepitose le prove di pittura sacra, in cui emerge con forza il gusto prezioso e raffinatissimo per il colore, quello smagliante del Medioevo tardo a cui non rinuncia, ma che sa traghettare in un mondo di forme nuove. E quello per una solidità mai banale, che non si lascia imbrigliare nelle facili geometrie fiorentine, ma che cattura l’occhio persino quando l’equilibrio delle tinte contraddice la forma.

Andrea Mantegna
Mantegna, Madonna dei Cherubini, 1485

Una sorta di caleidoscopico basso e bassissimo rilievo, come fosse ancora lo stiacciato donatelliano ma tradotto in pittura. Che esercita un fascino irresistibile per un altro irregolare di successo, che la mostra suggerisce erede dell’avventura mantegnesca: lo spericolato Correggio.

A chiudere il percorso un’intenso e tecnicamente perfetto “Ecce homo: una composizione di sole teste eseguita negli stessi anni in cui Leonardo si affanna sulle “arie di testa” dell’Ultima Cena. Un’opera in cui non leggiamo neppure un briciolo di imbarazzo o ansia per il confronto, e neppure un tentativo di avvicinamento. Piuttosto una forte affermazione di distanza e differenza.

Perché Mantegna, nella sua bravura artistica, culturale, imprenditoriale, ci insegna che il Rinascimento non è certo stato uno solo, che la ricchezza di quell’epoca non può essere contenuta nello spazio angusto di poche banalità (riscoperta dell’antico, costruzione prospettica dell’immagine, culto del genio), e che fare grandissima arte non implica per forza scegliere l’emarginazione.

Il percorso ha di certo qualche ombra, alcune incongruenze e significative assenze, ma la forza del contatto con l’avventura di questo artista riesce a restituire tutta la vivace spericolatezza della sua carriera.

 

 

Le immagini delle opere in mostra sono state realizzate da me e sono pubblicate con licenza Creative Commons
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Il Giappone e l’Occidente: riflessioni dalle stampe di Hokusai, Hiroshige, Hasui

Il Giappone è di moda. Non vi è strada a Parigi che non abbia la sua boutique di “giapponerie”; non vi è boudoir o salotto di bella donna che non sia strapieno di oggetti giapponesi.” Questo è quello che scriveva Guy de Maupassant in un articolo del 3 dicembre 1880 su “Le Gaulois”, facendo riferimento ad un mondo occidentale ormai invaso dalla raffinatezza e delicatezza artistica di un paese conosciuto pochi anni prima. Era solo il 1853 quando gli Stati Uniti costrinsero il Giappone ad aprire le porte al commercio con l’Occidente, ma da quel momento quello che doveva inizialmente essere una manovra economica si rivelò presto un fenomeno di enorme portata artistica. La scoperta dell’arte giapponese ebbe un tal influsso in Europa che sembrava ormai impossibile per gli artisti occidentali più all’avanguardia non prendere a modello quelle stampe portatrici di novità. Non è un caso trovare, sia in maniera diretta che indiretta, l’influsso di quest’arte nei pittori dell’Europa moderna: opere come Il ritratto di Zola di Manet o come il Père Tanguy di Van Gogh mostrano come gli artisti si appropriano, anche attraverso la copia, di un nuovo modello artistico. La conoscenza dell’arte giapponese, non solo attraverso stampe ma anche ceramiche, lacche e tessuti, arriva in Europa con le grandi esposizioni universali come quella del 1862 a Londra e da lì ai negozi come La porte Chinoise di Parigi o lo stesso negozio di pittura di Père Tanguy, mete privilegiate di artisti impressionisti e postimpressionisti.

Hokusai, la grande onda presso la costa di Kanagawa, 1830-31

Hokusai, Hiroshige, Utamaro, Eisen e poi Hasui sono solo alcuni degli artisti che meglio rappresentano l’arte delle stampe tanto amate in Occidente. Dalle vedute di Edo (Tokyo), ai paesaggi della campagna che cambiano al variare delle stagioni, ai luoghi reali e immaginari, gli artisti trasportano su carta un mondo con una luce da fiaba, senza ombre, con un’arte così ingenua ma allo stesso così viva. Le parole di Van Gogh son forse le migliori per descrivere in maniera chiara e diretta l’arte del Sol Levante: “il Giapponese fa astrazione del riflesso e pone le tinte piatte uno accanto all’altra, e movimenti o forme sono fissati con tratti caratteristici” (Van Gogh, Lettera a Bernard, 6-11 giugno 1888).

Hokusai, Onakatomi no Yoshinobu Ason, 1835-36 (dalla serie Cento poesie per cento poeti in Racconti illustrati della balia)

Andando oltre la raffigurazione di geishe, cortigiane, attori kabuki, Hokusai e Hiroshige sono i primi artisti giapponesi che legano le proprie immagini alla realizzazione del paesaggio. Il primo è Hokusai, negli anni ’30 dell’800, con il ciclo di vedute del monte Fuji, dalla Grande onda presso la costa di Konagawa al Fuji Rosso. Egli unisce il paesaggio reale al paesaggio fantastico come nel ciclo Cento poesie per cento poeti in Racconti illustrati della balia o Specchio dei poeti cinesi e giapponesi, due raccolte di silografie in cui l’artista ricostruisce una visione del paesaggio letteraria e idealizzata sulla base delle poesie dei poeti. Hiroshige parte da Hokusai per sviluppare la propria ricerca artistica del paesaggio in due direzioni che trovano soluzione nell’utilizzo del formato verticale. Egli è infatti il primo a determinare un rapporto armonico tra le figure e il paesaggio, unendo la figurazione in primo piano con l’immagine paesistica che funge da sfondo spaziale alla scena. Le immagini di Hiroshige, nuove ma allo stesso tempo legate alla lezione di Hokusai, spaziano dagli eventi climatici, agli animali, ai notturni, alle vedute di città. In esse l’artista accentua una visione dello spazio e dei tagli prospettici estremizzando l’artificio che unisce il primissimo piano e l’orizzonte, ponendo strutture architettoniche o elementi naturali che fanno della visione un rapporto tra interno ed esterno, tra presenza e distanza che sollecita in maniera diretta l’osservatore. Ciò è visibile in silografie come I depositi di bambù e il ponte Kyobashi, I ponti Nihonbashi ed Edobashi e ancora in Ushimachi nel quartiere di Takanawa. Questa percezione dell’immagine non sembra poi così distante da quella che metteranno in atto gli impressionisti, i quali tagliano gli oggetti o figure come se colti da un’angolazione periferica trasmettendo una percezione improvvisa e casuale, come se si volesse cogliere un particolare in movimento e avvicinando così la scena allosservatore. Dalla Modista e dai Musicisti all’Opera di Degas ai suoi pastelli di nudo, dal Notturno: blu e oro. Old Battersea Bridge di Whistler al Ponte di Giverny di Monet, il taglio di immagine “alla giapponese” sembra aver ormai influenzato gli artisti occidentali.

Hokusai Hiroshige Hasui Pinacoteca Agnelli Torino
Hokusai, il Fuji rosso, 1830-31

L’influenza non è tuttavia unidirezionale ma è reciproca; sintomo di questo fecondo scambio sono le stampe di Hasui. Artista successivo, operante tra la fine del ‘800 e la prima metà del ‘900, egli aggiunge ulteriori tonalità ai colori puri delle policromie di Hokusai e Hiroshige date dalla sovrapposizione di colori, che trasmettono in maniera ancora più suggestiva la luce e l’atmosfera dei luoghi. Anche nella composizione l’influenza occidentale si manifesta a partire dall’utilizzo del formato circolare come Crepuscolo a Yanaka, dalla veduta “dal vero” del monte Fuji nei pressi di Susono, fino alla composizione a griglia in Hinomisaki a Izuno, già in parte sviluppata da Hiroshige in opere come Kamata. Il giardino di susine, che ricordano le serie di Pioppi di Monet o il Bosco di betulle di Klimt.

Hokusai, l’altro lato del Fuji dal fiume Minobu, 1830-31

Su queste considerazioni si sviluppa la mostra Hokusai, Hiroshige, Hasui presso la Pinacoteca Agnelli di Torino. Un percorso costruito tramite la raccolta di oltre cento silografie provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston, con la volontà di accompagnare il visitatore in un viaggio nei luoghi più suggestivi del Giappone, raccontando la produzione artistica, la cultura, la società di un paese soggetto al cambiamento imposto dalla Restaurazione Meiji e dal contatto con l’Occidente. Con la divisione in quattro grandi sezioni tematiche che vanno dalle vedute della città Edo, ai luoghi della poesia fino ai paesaggi del Giappone all’ombra del sacro monte Fuji, la produzione artistica dei tre grandi maestri dell’arte giapponese viene analizzata nella sua produzione silografica di paesaggi, trasmettendo quella raffinatezza del tratto incisorio e del colore che ancora oggi affascina l’osservatore occidentale.

Hokusai Hiroshige Hasui Pinacoteca Agnelli Torino
Locandina della mostra Hokusai, Hiroshige, Hasui presso la Pinacoteca Agnelli di Torino

 

Ove non indicato diversamente, le foto dalla mostra Hokusai, Hiroshige, Hasui sono di Gabriella Vitali.


Elini Paese Museo Comune di Elini

Elini Paese Museo seconda edizione: rigenerazione urbana e sviluppo locale per l’Ogliastra

Il 28 dicembre il comune di Elini e la sua comunità saranno nuovamente protagonisti grazie alla seconda edizione del progetto Elini Paese Museo. La giornata sarà ricca di appuntamenti, a partire dalla mattina con il convegno, che si svolgerà a partire dalle ore 11 presso il centro polifunzionale di Elini, sui temi dello sviluppo locale e nuove prospettive sul turismo culturale in Ogliastra.

Durante il convegno verranno presentati due importanti strumenti di promozione e valorizzazione realizzati in occasione di questa seconda edizione. Il primo è una cartolina di Elini, nata in seguito alla partnership con l’azienda Poste Italiane, che proprio in questi giorni inaugura un postamat nel piccolo centro ogliastrino; il secondo è un e-book fotografico, nato grazie ai contributi di alcuni cittadini elinesi che hanno donato le loro fotografie per la realizzazione del libro (le immagini sono di Diego Piras ed Elisa Olianas, mentre le foto storiche sono state raccolte grazie all’impegno di Franca Orrù); il testo cerca di raccontare, attraverso lo strumento dello storytelling, il paese di Elini in tutte le sue sfaccettature, dalla storia al paesaggio, passando per tradizioni e cucina. Il libro sarà poi disponibile gratuitamente sulle piattaforme online dedicate. In tarda mattinata, invece, gli appuntamenti saranno con la visita al centro storico di Elini, con la visita della mostra dei registri comunali, del live painting e dell’aminazione per i bambini in piazza chiesa con i Grandi Giochi in legno a cura dell’associazione Lughené; la visita terminerà con l’inaugurazione della mostra fotografica itinerante su Elini, la sua storia e le sue tradizioni, allietate da una degustazione di prodotti tipici. Le visite al centro storico ed alla mostra si ripeteranno nel pomeriggio, con la chiusura dell’evento.

Il progetto Elini Paese Museo rientra tra le attività di sviluppo della comunità locale e prevede una serie di iniziative legate alla cultura, turismo, sviluppo sostenibile e networking, con il fine ultimo di creare un paese museo. Elini Paese Museo è un progetto con una visione a lungo termine, che vuole affrontare il problema dello spopolamento attraverso attività legate alla cultura ed alla valorizzazione del patrimonio, non solo culturale, ma anche ambientale ed enogastronomico, del piccolo borgo ogliastrino.

Elini Paese Museo è possibile grazie ai contributi della Fondazione di Sardegna ed al Comune di Elini che, da subito, ha creduto in questa iniziativa.

Elini Paese Museo Comune di Elini

 

 

Programma:

 

28 dicembre 2019

Programma:

Centro polifunzionale:

ore 11:00

Convegno: sviluppo locale e nuove prospettive sul turismo culturale in Ogliastra.

durante il convegno sarà presentata la cartolina e l'E-Book  "Elini Paese Museo"

ore 12:00

visita del centro storico e inaugurazione della mostra: Elini Paese Museo

ore 13:00

degustazione prodotti tipici

Centro storico di Elini :

ore 15:30

visita guidata del centro storico e della mostra (partenza dal parco ferroviario)

ore 15:00 -18:00

apertura museo e mostra fotografica e dei registri storici

ore 15:30

presso piazza Chiesa: grandi giochi in legno - animazione per bambini a cura di Lughenè

ore 17:00

commemorazione in memoria di Don Pietro Vinante.

 

Per tutta la giornata sarà possibile assistere al live painting nella via Pompei (area piazza Funtanedda)

 

info: [email protected] - www.elini.nu.it


Bacon Freud

Bacon, Freud e la Scuola di Londra al Chiostro del Bramante

L'ARTE DEL '900 TRA OSSESSIONE E FOLLIA

Bacon, Freud e la Scuola di Londra al Chiostro del Bramante

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Bacon FreudFrancis Bacon, Lucian Freud: due artisti-simbolo del Novecento, differenti per stile di vita e percorso artistico eppure accomunati dall'interesse ossessivo per la psiche umana, da essi trasposta nelle loro opere con linguaggi opposti. Per la prima volta dopo il 1954, anno in cui entrambi rappresentarono, assieme a Ben Nicholson, la Gran Bretagna alla XXVII Biennale di Venezia, ai due artisti è dedicata un'importante mostra frutto della collaborazione tra DART - Chiostro del Bramante e la Tate Gallery di Londra: Bacon, Freud e la Scuola di Londra nasce con l'ambiziosa finalità di evidenziare, attraverso il raffronto tra i due titolari e i loro discepoli, l'evoluzione dell'arte tra la metà del secolo XX e i nostri giorni.

Bacon FreudQuelli di Bacon e Freud, si diceva, sono linguaggi opposti, ma solo in apparenza: il percorso espositivo è abilmente studiato per dare in prima battuta una visione sincretica del lessico di entrambi gli artisti, per poi prendere in esame la produzione del singolo autore e infine, attraverso le opere dei loro allievi più rappresentativi (Michael Andrews, Frank Auerbach, Leon Kossoff e Paula Rego), mettere in luce l'influenza che la loro poetica ha continuato ad avere fino alla fine del '900.

A Francis Bacon, celebre per la sua vita sregolata e piena di eccessi, si associa una pittura ferina, istintiva, ottenuta con la sovrapposizione ossessiva dello stesso soggetto ripreso da diversi punti di vista, spesso direttamente sulla tela non preparata; è l'artista del pentimento continuo, con parti del dipinto che vengono coperte e riportate alla luce all'infinito: sue prerogative sono i volti deformati, esseri umani dal sesso indefinibile e dal corpo molle, bocche spalancate in grida di terrore su volti dai lineamenti non discernibili.

Bacon FreudViceversa, Lucian Freud è il pittore dei soggetti apparentemente semplici, quasi infantili nella loro estrema leggibilità: amici, amanti, familiari, perfino animali domestici e oggetti d'uso comune sono da lui ritratti con disegno essenziale e con simbolismo profondo ma appena accennato. Eppure, a un esame più approfondito, queste opere rivelano una gestazione elefantiaca protrattasi lungo anni, talvolta decenni, dovuta a una spasmodica (e mai del tutto conclusa) ricerca della maniera di rappresentare l'anima umana, l'Io più intimo e inconoscibile, la pura psiche. A tal proposito, è impossibile non collegare questo artista a suo nonno Sigmund, padre della psicanalisi.

Folle passione da una parte, ossessiva ponderatezza dall'altra: ne emerge che Bacon e Freud siano due facce di una stessa medaglia, uniti da quella costante indagine psicologica che è alla base dell'arte contemporanea, della quale i due artisti sono forse tra i pionieri più eminenti.

Se per i due titolari numero e disamina delle opere in mostra sono più che sufficienti a dare un'esaustiva visione d'insieme, non è tuttavia lo stesso per gli altri artisti in catalogo: solo un terzo dei quarantasette quadri presenti nel Chiostro appartiene ai seguaci di Bacon e Freud, e alcuni di essi (è il caso della Rego e di Kossoff) sono presenti solo con un paio di dipinti per ciascuno. Di conseguenza, la mostra fallisce in due dei suoi obiettivi dichiarati: tracciare un efficace profilo biografico e artistico di tali artisti e al contempo evidenziare l'importanza della Scuola di Londra nello sviluppo dell'arte contemporanea, soprattutto nel contesto di tematiche quali l'immigrazione, il ruolo della donna e il dibattito socioculturale, richiamate in presentazione ma di fatto scarsamente indagate.

Semmai, le restanti sezioni della mostra sono utili a comprendere quanto certi stilemi riscontrabili in Freud e Bacon si siano perpetuati lungo tutto il Novecento e oltre: si pensi alla cristallizzazione degli istanti, la sovrapposizione dei gesti e dei volti, l'indagine psicologica, pienamente riconoscibili anche nelle opere più vicine ai nostri tempi (la più recente è datata 2004).

In quest'ottica è di certo doveroso menzionare Frank Auerbach, la cui arte si estrinseca massimamente nel ridipingere uno stesso soggetto su un'unica tela fino a farne emergere il colore in maniera quasi tridimensionale: l'artista, tuttora vivente, è forse colui che più di tutti ha recepito la lezione di Freud e Bacon, dei quali è stato allievo e amico, e non è un caso che lui solo sia presente in mostra con più di dieci opere.

Il percorso espositivo si articola su due piani del Chiostro del Bramante, i quali per l'occasione appaiono pesantemente modificati fino a rendere scarsamente individuabili le infrastrutture originali: pareti di cartongesso e quinte provvisorie creano una spazialità labirintica, resa ancora più cupa dai toni grigi con cui sono state tinteggiate le pareti, allo scopo di rendere immersive le suggestioni artistiche evocate dalle opere in mostra.

Completa l'allestimento il cortometraggio The Naked Truth del giovane regista Enrico Maria Artale, proiettato a ciclo continuo in un'apposita saletta a metà percorso: commissionato in esclusiva da DART per questa mostra, il film è stato realizzato con lo scopo di trasporre su pellicola l'arte di Bacon e Freud, nel contesto generale dell'apertura alla multimedialità, già sperimentata in maniera eccellente con le mostre tematiche Dream (2019), Enjoy (2018) e Love (2017) e le monografiche dedicate a Turner (2018) e Basquiat (2017).

Francis Bacon Lucien FreudUna mostra forse imperfetta dal punto di vista accademico, ma estremamente affascinante per atmosfere e qualità delle opere, mediante la quale il Chiostro del Bramante si conferma contenitore d'eccellenza per le esposizioni d'arte moderna e contemporanea nella Capitale.

Freud, Bacon, la Scuola di Londra al Chiostro del Bramante è stata curata da Elena Crippa, Curator of Modern and Contemporary British Art presso la Tate Gallery; sarà visitabile fino al 23 febbraio 2020.


Giò Ponti

Della vita dentro l'architettura di Giò Ponti

Giò PontiGiò PontiIntellettuale poliedrico, Giò Ponti sembra interpretare nel XX secolo una variante moderna dell’uomo rinascimentale. Promotore del design made in Italy e anticipatore di una sensibilità contemporanea riguardo gli ambiti del “vivere” e dell’“abitare”, Ponti porta in sé tutti i tratti della cultura italiana del ‘900, riuscendo, allo stesso tempo, a distaccarsene nettamente. La mostra Giò Ponti - Amare l’architettura, visitabile preso il MAXXI di Roma dal 27 Novembre 2019 al 13 Aprile 2020, propone per la prima volta, dopo quarant’anni dalla sua morte, un viaggio esaustivo all’interno della mente di un creativo, il quale toccò, durante la sua lunga attività professionale, tutte le scale della progettazione, dal cucchiaio al grattacielo.

Homo ludens, Ponti non rinunciò mai alla dimensione ludica nel progetto e nell’approccio ai materiali e alla natura e fece del perseguire la bellezza delle forme il suo principio di vita, nel rispetto del gusto e del buon vivere.

Giò PontiL’architettura è un cristallo”, uno dei più noti aforismi di Ponti, nonché una sezione del percorso mostra, esprime l’idea della forma finita, assoluta e pura dell’architettura e trova riscontro in ognuno degli oggetti esposti. Dallo schizzo d’autore al sistema di pannelli autoportanti in metallo e laminato colorato, che sostengono i disegni, le fotografie e i modelli dell’architetto, tutto rimanda alla visione spaziale di Ponti, soprattutto grazie al sapiente allestimento di cui ci parla Silvia La Pergola (Architetto museale presso il MAXXI di Roma).

Giò Ponti

 

Quello che spesso succede in alcune mostre di architettura, dove il percorso risulta spesso didascalico e l’allestimento simile al layout di un libro, ci spiega l’architetto La Pergola, è stato qui ribaltato nel tentativo di lasciare al visitatore lo spazio per relazionarsi anacronisticamente all’opera dell’architetto, quasi come in una mostra di un artista. Nulla è lasciato al caso: le pareti discontinue, le forme cristalline, il “verde caraibi” e “il blu mediterraneo”. Dio è nel dettaglio e nel dettaglio c’è il talento. Quella che ci viene raccontata al MAXXI in questi giorni dall’apertura della mostra è la storia di un gesamtkunstler – letteralmente artista totale – che sviluppò la propria idea di abitazione “esatta” ricamandola sulla vita dell’uomo come lo conosceva, ricercando nella meccanizzazione non solo la tecnica, ma anche l’energia per dar vita ai suoi edifici.

Giò PontiTutte le foto sono di Sveva Ventre


Cento anni di Emilio Vedova

In occasione del centenario della nascita di Emilio Vedova -artista che con il suo operato ha influenzato e tutt'ora influenza l'arte contemporanea- la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova  conclude il ciclo di eventi realizzati per l'occasione al Palazzo Reale di Milano. La mostra "Emilio Vedova", inaugurata il 6 dicembre 2019 e che resterà aperta fino al 9 febbraio 2020, è stata promossa dalla Fondazione in collaborazione con il comune di Milano e il Palazzo Reale.

La curatela di questo evento non poteva che essere affidata a Germano Celant. L'allestimento da lui ideato, realizzato insieme allo studio di architettura Alivisi-Kirimoto, mette in scena l'intera carriera artistica del Maestro, dai primi anni del momento figurativo e geometrico, passando poi per il periodo informale, fino ad arrivare ai tondi e ai dischi, dai caratteri spaziali più decisi, che lo hanno reso celebre.

Il percorso espositivo comincia nella sala del Piccolo Lucernario dove alcuni pannelli accompagnati da una selezione di opere, che vanno dagli anni quaranta fino ai novanta, raccontano la vita dell'artista.

Emilio VedovaCiò che stupisce maggiormente è l'ingresso nella scenografica Sala delle Cariatidi. Progettata nella metà del Settecento come simbolo del potere politico, subisce nel Novecento i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Solo nel 2000 si comincia un'operazione di restauro per recuperare e consolidare le parti originali. Per le sue caratteristiche architettoniche la Sala delle Cariatidi è il luogo ideale dove incontrare il linguaggio spaziale e scenografico, ma al tempo stesso essenziale, di Emilio Vedova. Le opere qui selezionate da Germano Celant sono separate da un muro grigio antracite alto 5 metri, che crea un percorso in cui accompagnare e guidare il visitatore. In questo contesto l'intervento minimale dello studio Alivisi-Kirimoto, che consiste nell’inserimento di una struttura rettangolare in tubi metallici sospesa, permette la perfetta illuminazione delle opere. Ulteriore fattore a rendere ancora più spettacolare la sala è la presenza di numerosi specchi posti al posto delle finestre, ciascuna incrniciata da due cariatidi da cui prende il nome la sala. La creazione del riflesso delle opere negli specchi permette al visitatore di entrarvi dentro e farne parte.

Emilio Vedova Emilio VedovaEmilio VedovaCosì con la selezione di opere che vanno dal ‘55 al ‘65, in particolare con il ciclo Absurdes Berliner Tagebuch '64, il visitatore, insieme all'opera, mette in atto sentimenti di rabbia e tensione che preannunciano i temi ribelli del 68'. Al contrario i dischi e i tondi degli anni ‘80 annunciano un principio di ordine e perfezione individuato nella forme circolari. La parte finale del percorso con le opere degli anni ‘90 – emblematica la struttura Chi brucia un libro, brucia un uomo, che riproduce pagine movibili di un libro nero, bruciato, strappato - rappresentano la denuncia dell'artista contro una società inerte che assiste al declino e alla distruzione della memoria.

Emilio Vedova

Tutte le foto sono di Rita Roberta Esposito.

Emilio Vedova


Urban Room - When Urban meets a Room

Dal fortunato incontro tra alcuni dei più talentuosi street artist italiani e Salotto Culturale Treccani Campania (sito in Via Vannella Gaetani, 27, in pieno centro a Napoli), prende vita un progetto virtuoso e innovativo, promosso da INWARD Osservatorio sulla Creatività Urbana: Urban Room.

All’interno della sede Treccani, nello spazio minimo di una stanza, è stata riunita una breve “enciclopedia” di oggetti che ci parlano dell’arte urbana attraverso le mani degli artisti stessi, presentandoci un panorama frammentato, dai numerosi esiti formali e stilemici, in continuo aggiornamento.

Luca Borriello, direttore della ricerca del progetto INWARD, ci racconta la scelta dell’allestimento di questa prima mostra collettiva come un viaggio attraverso il territorio nazionale. Con uno sguardo attraverso tecniche ed esperienze diverse, lo scenario che ci viene proposto non vuole indagare l’ormai tanto discussa questione di come l’arte di strada e quella del graffito si siano ritrovate esposte all’interno di edifici, che probabilmente sarebbero stati destinati a conoscerle solo nella loro pelle esterna. Dall’incontro portiamo a casa piuttosto la consapevolezza che la streetness, potremmo definirlo il “sentimento della strada”, sia ormai un linguaggio riconoscibile anche sulle superfici mobili di una tela o di una teca da museo.

La ricerca artistica di figure come Flycat, La Fille Bertha e Fabio Petani, di cui alcuni presenti all’inaugurazione, contribuisce sempre più a testimoniare quanto gli orizzonti dello strumento siano diventati effimeri: il muro diventa schermo, lo schermo diventa piattaforma, la piattaforma diventa tela e la tela diventa dispositivo. Gli strumenti dell’artista e dello street artist contemporaneo rappresentano una confluenza di saperi e culture, suggestioni e innovazioni inevitabili alla comunicazione.

Dal realismo figurativo di Neve con “Le supplici” fino all’illustrazione tridimensionale di Keith Haring di Iabo, rappresentato con i connotati della ricerca sul profilo, il viaggio nella street art italiana approccia il salotto senza paura, accompagnata dal celebre aforisma “Have no fear of perfection – you’ll never reach it” celebrato sulla tela di Zeus 40, quasi a firma del manifesto della collettiva.

Urban Room Salotto Treccani CampaniaTutte le foto dalla mostra "Urban Room" sono di Sveva Ventre

Urban Room
Locandina della mostra Urban Room

Nuova luce a Palazzo Bonaparte con la mostra Impressionisti Segreti

NUOVA LUCE A PALAZZO BONAPARTE

La mostra Impressionisti Segreti

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Palazzo Bonaparte

Roma è talmente piena di tesori che per scovarne di nuovi basterebbe camminare, traffico permettendo, col naso per aria: spesso essi sono nascosti in piena vista, magari in una delle zone più frequentate e caotiche come Piazza Venezia. È proprio qui, esattamente di fronte all'Altare della Patria, che si trova Palazzo Bonaparte: costruito nel '600 dai marchesi D'Aste, la sua proprietà passò di mano in mano finché, nel secolo XIX, fu acquistato da Maria Letizia Ramolino Bonaparte, madre di Napoleone, la quale lo fece ristrutturare sovrapponendo alle originali forme barocche stilemi rispondenti al gusto neoclassico, e che qui visse fino alla sua morte avvenuta nel 1836. Verso la fine del '900 il palazzo, ormai conosciuto col nome della più celebre tra i suoi proprietari, fu acquistato da INA Assitalia, che vi mantenne i propri uffici direzionali fino al 2005; oggi, dopo uno scrupoloso restauro durato due anni, Palazzo Bonaparte è stato musealizzato e attrezzato per essere sede di mostre d'arte temporanee. La sua riapertura al pubblico trova degna celebrazione con la mostra Impressionisti Segreti, dedicata alla più significativa corrente artistica della Francia ottocentesca.

Raramente una mostra ha avuto un legame tanto stretto col proprio contenitore come in questo caso: Palazzo Bonaparte, fino ad ora non fruibile al pubblico, ospita opere provenienti in massima parte da collezioni private, alcune delle quali mai esposte prima; dipinti sicuramente meno noti rispetto ai grandi e celebrati capolavori dei maestri impressionisti, eppure essenziali per comprenderne l'evoluzione artistica e personale. Non sorprende dunque che a una scansione squisitamente cronologica delle opere sia stato preferito un allestimento per argomento: ciascuna delle otto sale in cui si suddivide l'esposizione riguarda infatti una differente tematica pertinente alla sfera emotiva più intima e familiare, di rado indagata prima d'ora.

Palazzo Bonaparte Impressionisti segreti

Palazzo Bonaparte Impressionisti segretiGrazie a un apparato critico di prim'ordine, che prende in esame ogni singola opera nel contesto della biografia dell'artista che l'ha realizzata, è possibile rilevare affinità e divergenze interpretative tra i differenti impressionisti nel trasferire su tela i propri luoghi del cuore, la vita quotidiana, l'esplorazione della propria personalità, gli affetti familiari; sono inoltre messi in luce, e questo è forse il principale pregio della mostra, i complessi rapporti tra gli artisti, i quali spesso andavano ben oltre la semplice condivisione di una professione. L'opera scelta per la locandina, Allo Specchio, riflette perfettamente queste premesse: la sua autrice Berthe Morisot fu infatti allieva di Manet, col quale intrattenne un rapporto di tenera amicizia, e fece da modella ad altri artisti (alcuni dei suoi ritratti sono in esposizione); nel suo dipinto si ravvisa quella dimensione intima che è alla base dell'intera mostra, nonché la piena rispondenza formale agli stilemi impressionisti.

Palazzo Bonaparte Impressionisti segreti

Palazzo Bonaparte Impressionisti segretiPalazzo Bonaparte Impressionisti segretiAlle riconoscibilissime pennellate di artisti del calibro di Monet, Gauguin, Renoir, Cézanne e Pissarro sono giustapposte quelle meno celebri, ma ugualmente evocative, di Sisley, Caillebotte e la Gonzalès; non manca una sala, la penultima, completamente dedicata agli artisti nostrani il cui linguaggio fu fortemente influenzato da quello d'oltralpe, come Boldini e Zandomeneghi. L'esposizone si conclude con le opere di Signac, Van Rysselberghe e Cross, nella cui pittura si riflette la graduale evoluzione novecentesca dell'impressionismo in divisionismo e puntinismo, fino al suo completo abbandono in favore di nuove forme espressive.

L'esposizione gode di un allestimento tecnico particolarmente efficace: l'illuminazione a luce fredda è stata studiata con accuratezza per rendere subito discernibili le tinte più tenui e sfumate come i tratti più decisi e pastosi: agli occhi del visitatore è dunque restituita tutta la potenza suggestiva dei colori, la quale del resto è uno dei capisaldi di questa corrente artistica.

Impressionisti Segreti offre inoltre l'occasione per scoprire Palazzo Bonaparte, anch'esso dotato di infrastrutture all'avanguardia per la valorizzazione dell'esposizione permanente, che consta delle pregevoli volte con pittura su intonaco, pavimenti a mosaico policromo e una maquette in gesso a grandezza naturale della statua ritraente Napoleone nelle vesti di Marte Vincitore, realizzata da Canova ed esposta presso la Pinacoteca di Brera. A metà del percorso espositivo è inoltre possibile visitare il celebre “Balconcino di Letizia”, un bussolotto coperto e interamente decorato che corre lungo l'angolo esterno del palazzo, dal quale si gode di uno spettacolare panorama su Piazza Venezia: è qui che la madre di Napoleone trascorse la sua vecchiaia, seduta a osservare la gente che passava senza essere vista, sperando, si racconta, di veder tornare suo figlio. Il suo volto sarebbe in effetti ritratto a bassorilievo su uno dei timpani che decorano le finestre sulla facciata, sporto a guardare verso l'orizzonte, come se l'attesa durasse tuttora: probabilmente non è che una delle tante, affascinanti leggende romane, ma di certo testimonia lo stretto legame tra la storia della città e questo palazzo, oggi finalmente restituito al pubblico.

La mostra Impressionisti Segreti, prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia col patrocinio dell'Ambasciata di Francia in Italia e della Regione Lazio, è stata curata da Claire Durand-Ruel e Marianne Mathieu. Sarà visitabile fino al 6 marzo 2020.


Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXI

Maria Lai: una fiaba tessuta "tenendo per mano il sole"

Galleria 3, MAXXI – Roma. Si celebra qui il centenario della nascita di Maria Lai con la mostra Tenendo per mano il sole, interamente dedicata alle opere dell’artista realizzate dagli anni ’60 dello scorso millennio ai primi anni duemila.

Lo spazio espositivo è a prova di eco; un’immensa distesa di bianco in cui l’arte ci tiene per mano, in cui l’arte è guida e voce narrante. Nella sala una serie di spazi si susseguono senza la necessità di percorrerli secondo un filo crono-logico. Proprio il filo, come elemento tangibile e concreto nella sua dimensione fisica, diviene principio e fine della mostra.

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXILa tecnica utilizzata da Maria Lai è la tessitura: cucita, tratteggiata, ricamata o lievemente accennata. Questa procedura millenaria tesse la trama di una storia che affonda le sue radici nella Sardegna montuosa, quella contadina e rurale da cui Maria Lai si allontana e verso la quale avverte una condizione di doppia estraneità: come sarda e come donna. L’arte come pedagogia è dunque la visione che più si adatta a semantizzare il percorso della mostra.

L’allestimento si articola in un primo ambiente informativo dove tramite una linea del tempo si ripercorrono le tappe fondamentali della vita di Maria Lai. Il corridoio conduce lo spettatore in uno spazio in cui da subito si evince la celebrazione del libro; il quale è fiaba, rinascita e forza motrice. Affascinante è lo strabordare dei fili che, quasi senza peso, amano stare qua e là attorno al libro, simili nella forma alle reti dei pescatori. La mano dell’artista affonda l’ago per poi risalire con un tratto di filo; questo gesto, ripetuto, è la creazione di uno spazio vitale su cui vibrano emozioni, pensieri ed esperienze.

Tenendo per mano il sole è il primo esempio di fiaba cucita, in cui l’artista tesse i passi del cammino per raggiungere il sole dalle tenebre come metafora di salvezza. Seguono la serie di tappeti, giochi d’artista e le carte geografiche su stoffa e foglio acetato.

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXIL’ultima sezione L’arte ci prende per mano. Incontrare e partecipare insiste sugli interventi pubblici e sulle azioni partecipative. Teli bianchi pendono dal soffitto a mo’ di stendarti, troppo in alto per passare inosservati, troppo grandi per non essere leggibili. Lo spazio sembra lievitato improvvisamente come a catapultare il visitatore in una realtà esterna.

Ulassai è lo scenario in cui i teli dovrebbero essere immaginati dall’osservatore; svolazzanti dalle finestre e dai balconi delle case quasi a scendere fino a terra ed essere intrattenimento per i bambini. Si tratta in fin dei conti di un espediente didattico, di un foglio bianco dai margini sconfinati in cui frasi e parole si adagiano con rispetto all’interno delle righe. Può che non essere Maria Lai la miglior tessitrice di fiabe per un pubblico ancora bisognoso di magia?

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXITutte le foto sono di Valerio Bellavia


Le statue sognano: dialogo tra passato e presente al Museo Salinas

La mostra Le statue sognano - curata dalla direttrice del museo Cristina Greco e dal critico d’arte Helga Marsala - è stata inaugurata il 28 novembre con un obiettivo ben preciso: far fronte all’attesa dei restauri, alla fine dei quali sarà possibile visitare, dopo nove anni, due piani del Museo Salinas che ospiteranno reperti archeologici esposti per la prima volta.

statue sognano Salinas
teste votive di Cales

Questa esposizione altro non è che un dialogo tra passato e presente; sulla scena fanno la loro comparsa alcuni reperti antichi, tra i quali le teste votive di Cales, ex voto risalenti al IV-II secolo a.C., il gruppo scultoreo Eracle e la cerva Cerinite (fine I secolo a.C.- I secolo d.C.) e la Menade Farnese (seconda metà I- inizi III secolo d.C.), insieme a delle sculture moderne in ceramica smaltata di Alessandro Roma e a della carta fotosensibile (creata da Fabio Sandri) su cui si trova il vissuto della Menade.

 

statue sognano Salinas
Menade Farnese

 

Si segnala inoltre il pavimento musivo da Piazza della Vittoria (fine II - inizi III secolo d.C.).

statue sognano Salinas
opera di Alessandro Roma e sullo sfondo, il pavimento musivo da Piazza della Vittoria

L’esposizione presenta punti deboli e punti di forza: dopo diversi anni di restauri, ci si aspetterebbe di vedere un maggior numero di reperti archeologici; il loro numero rischia di far sembrare la mostra come maggiormente incentrata sull'arte contemporanea e non sull'archeologia, attrattiva principale del Museo.

Per quanto riguarda i punti di forza, essi risiedono nell’aver ricreato un’atmosfera da sogno, quasi “dionisiaca”, accentuata dalla presenza degli Inni Orfici. Altri punti di forza li si può ritrovare nelle colonne presenti nella Sala Ipostila, nell’accostamento - quasi simbiotico - tra antico e moderno e nella musica di sottofondo, che evoca la natura e che contribuisce a creare quell’atmosfera onirica di cui si diceva, in linea con uno degli obiettivi principali della mostra.

Le statue sognano è soltanto la prima parte di questo progetto, che comprenderà anche altri eventi racchiusi nel sottotitolo Frammenti di un museo in transito

opera di Alessandro Roma
opera di Alessandro Roma
opera di Alessandro Roma
opera di Alessandro Roma
opera di Alessandro Roma
opera di Alessandro Roma

Tutte le foto alla mostra "Le statue sognano" presso il Museo Salinas sono di Noemi Monachello

statue sognano Salinas
Eracle e la cerva Cerinite