Warsaw Mummy Project mummia egizia feto

Warsaw Mummy Project: individuata la prima mummia egizia con feto

Warsaw Mummy Project: individuata la prima mummia egizia con feto

L’avanzamento scientifico delle tecniche di analisi su individui mummificati artificialmente sta consentendo al Warsaw Mummy Project di rilevare notevoli informazioni sui e dai defunti conservati nel Museo Nazionale di Varsavia. Infatti, lo studio sulla collezione di mummie egizie del Museo non si è spinto ad una approfondita analisi sui resti umani fino al 2015, anno in cui il progetto ha implementato le sue ricerche oltre lo studio dei materiali fino a studi antropologici.

Warsaw Mummy Project
Analisi radiologiche condotte sulla mummia. Foto Aleksander Leydo/Warsaw Mummy Project

L’ultima scoperta riguarda la presenza di un feto in una mummia dell’élite tebana, rilevato grazie ad analisi radiologiche sul corpo materno, questa rappresenta un unicum nelle ricerche archeo-antropologiche.

Tale nuova individuazione sarà fondamentale per gli specialisti al fine di ricostruire l’ambito, tutt’oggi poco conosciuto, della gravidanza nei tempi antichi, oltre a poter fornire informazioni sulle usanze funerarie egizie e sull’interpretazione della gravidanza nell’antica religione egizia.

Warsaw Mummy Project
Sarcofago e Mummia del caso studio. Foto National Museum in Warsaw and Warsaw Mummy Project

La presenza del feto ha dato una completa reinterpretazione di questa mummia, deceduta tra i 20 e i 30 anni e tra la 26° e la 30° settimana di gravidanza. Infatti, il sarcofago contenente questo individuo conservato in un cartonnage, acquistato da Jan Wezyk-Rudzki e donato all’Università di Varsavia nel 1826, fu realizzato per un sacerdote tebano di nome Hor-Djehuty nel I secolo a.C.

Warsaw Mummy Project
Sarcofago della mummia analizzata. Foto (c) B. Bajerski/Muzeum Narodowe w Warszawie

Inoltre, il luogo del suo ritrovamento rimane incerto, Wezyk-Rudzki scrisse nei suoi appunti che la mummia fu ritrovata in una delle tombe reali di Tebe. In realtà, ciò non può essere comprovato, potrebbe trattarsi di un dato ideato con il fine di aumentare il prezzo d’acquisto della mummia.

Certamente la donna doveva far parte della nobiltà tebana, in quanto la sua imbalsamazione fu effettuata da esperti con estrema cura e materiali di alta qualità. Inoltre, era dotata di un ricco corredo di amuleti e si ipotizza fossero presenti altri reperti purtroppo depredati dagli antiquari nel diciannovesimo secolo.

Warsaw Mummy Project
Dettaglio del bendaggio e della struttura scheletrica della mummia. Foto Warsaw Mummy Project

I risultati delle indagini in corso sono stati pubblicati sul Journal of Archaeological Science.

Link alla pagina Facebook: https://www.facebook.com/1024570907560118/posts/4645678875449285/


Affreschi e graffiti. Dal sito di Civita Giuliana emergono ancora novità sulla villa

La zona esterna ai confini di Pompei, il suburbio, è sempre stato popolato da numerosi complessi insediativi che rispondevano ad esigenze di carattere produttivo (vino, olio), residenze sia temporanee che di soggiorno fisso da parte del proprietario. Gli scavi in località Civita Giuliana, a 700 metri a nord ovest dalle mura dell’antica Pompei, hanno infatti rivelato una villa rustica, già in parte indagata agli inizi del ‘900 e solo recentemente oggetto di scavi stratigrafici da parte degli archeologi.

Tra il 1907- 1908, ad opera del Marchese Giovanni Imperiali su concessione del Ministero della Pubblica Istruzione, fu data la possibilità di scavare nella zona a nord dell’area attualmente portata alla luce e già ad emergere furono importanti resti del settore residenziale e produttivo di una villa (15 ambienti).

Il settore residenziale si articolava intorno ad un peristilio e su due lati era delimitato da un porticato con colonne in muratura. Degli ambienti messi in luce sul lato orientale del peristilio, solo cinque hanno avuto un’adeguata documentazione fotografica che ha permesso di ubicare con precisione le strutture.

Le pareti erano decorate in III e IV stile e gli ambienti hanno anche restituito oggetti legati alla vita quotidiana, all’ornamento personale e al culto domestico dei residenti. Del settore produttivo, invece, non si hanno informazioni tali da poterlo ubicare in maniera precisa, ma sicuramente doveva essere dotato di un torcularium, di una cella vinaria e di altri ambienti per lo stoccaggio delle derrate prodotte dal fondo agricolo che circondava la villa. Di incerta posizione anche un lararium dipinto su un angolo del cortile.

I resoconti degli scavi del Marchese Imperiali sono stati pubblicati nel 1994 dall’allora Soprintendenza di Pompei con una monografia. Ulteriori resti di strutture sono state trovate in maniera casuale nel corso degli anni e dalla stessa Soprintendenza nel 1955, ma l’incuria e l’abbandono hanno fatto si che la zona fosse preda di scavi clandestini individuati solo grazie alle proficue indagini svolte dai Carabinieri.

Questi professionisti dell’illecito avevano infatti realizzato dei cuniculi che seguivano perfettamente le pareti perimetrali degli ambienti, provocando irreparabili brecce nei muri antichi, danneggiamento degli intonaci e la perdita di importantissimi reperti e strati archeologici. L’esigenza di interrompere questo scempio, ha portato finalmente l’avvio di nuovi scavi grazie alla sinergia tra il Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

Gli archeologi hanno individuato una mangiatoia lignea di cui è stato possibile realizzare il calco, così anche di uno dei due cavalli che si trovavano all’interno. Ulteriori indagini hanno poi successivamente permesso di portare alla luce integralmente l’ambiente e hanno messo in luce anche la parte restante di un secondo cavallo e di un terzo equide sfuggito all’attenzione degli scavatori clandestini, ritrovato integro con l’apparato scheletrico completo in connessione, bardato con morso e briglie in ferro e sull’osso occipitale, tra le orecchie, elementi decorativi in bronzo applicati probabilmente su elementi di cuoio non rinvenuti.

Un fiore bianco dipinto su una parete con fondo nero e un graffito con il nome di una bambina, Mummia, sono invece le ultime scoperte da un ambiente, la volta di un criptoportico della villa.

Questi ritrovamenti hanno portato anche a fare delle ipotesi sul proprietario della residenza, forse un generale o un illustre cittadino di Roma appartenente all'illustre famiglia dei Mummii, come sembra suggerire quel nome graffito sul muro che sarà oggetto di studi assieme ad altre iscrizioni da parte del noto studioso ed epigrafista Antonio Varone. La villa venne solo parzialmente danneggiata da alcune scosse pre-eruzione del 79 d.C. e sarà ancora oggetto di scavi sistematici così da restituirla al territorio e sottrarla agli scavatori clandestini.

Foto: Parco Archeologico di Pompeii


Paziente speciale al JMedical di Torino. Arriva una mummia da Gebelein

Paziente speciale al J Medical di Torino. Ad essere sottoposta ad una Tomografia Computerizzata (TC) una mummia datata all’Antico Regno (2500 a.C. circa) e appartenente alla collezione egizia del Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino.

L’antico “paziente” attualmente si trova al Centro di Conservazione e Restauro della Venaria Reale assieme ad altre 22 mummie della stessa collezione. Luogo di provenienza il sito di Gebelein, nell’Alto Egitto, scavato proprio da una missione italiana, la MAI (Missione Archeologica Italiana) nel 1920 a cui partecipò il Prof. Giovanni Marro (1875-1952) medio antropologo e fondatore del Museo di Antropologia ed Etnografia.

Mummia. Foto: JMedical

«Il sistema Revolution EVO di GE Healthcare è un tomografo TAC di ultima generazione – ci spiega il Dott. Gino Carnazza, Direttore Tecnico Diagnostica per Immagini di J Medical -. L’apparecchiatura fornisce immagini ad altissima definizione consentendo una precisa valutazione dei reperti anatomici. Sarà possibile identificare eventuali anomalie scheletriche acquisite o imputabili a cause post mortem, segni di patologie negli organi interni non rimossi, possibili cause di morte, nonché la determinazione del sesso e dell’età biologica della mummia. Inoltre, questo tipo di macchinario consente di ridurre sensibilmente gli artefatti metallici grazie alla funzionalità Metal Artifact Reduction, fondamentale in questo caso per identificare la presenza di oggetti metallici come amuleti o gioielli presenti sotto le bende».

Tomografia Computerizzata. Foto: JMedical

A tutela della preziosa collezione in campo sono scese importanti figure della medicina torinese e della soprintendenza. Per la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città Metropolitana di Torino è impeganat per lo studio egittologico la Dott.ssa Elisa Fiore Marochetti, per  il progetto di restauro conservativo, il Centro Restauro della Venaria  con il coinvolgimento della Dott.ssa Roberta Genta, e per l’esecuzione dell’esame diagnostico, la valutazione e la ricostruzione con immagini tridimensionali il J Medical con il  Dott. Gino Carnazza, Direttore Tecnico Diagnostica per Immagini, e il  Dott. Giacomo Paolo Vaudano Coordinatore del Servizio TC.

Inoltre, la collaborazione interdisciplinare per indagini paleobiologiche per lo studio e la valorizzazione degli archivi bionaturalistici, vede coinvolti in una convenzione oltre al Museo di Antropologia ed Etnografia dellUniversità di Torino guidato dalla Prof.ssa Cecilia Pennacini, il Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, con il  coinvolgimento della Prof.ssa Rosa Boano per lo studio di antropologia fisica e della Prof.ssa Beatrice Demarchi per lo studio di archeologia molecolare.


Il leone dal complesso del Bubasteion a Saqqara

Non solo gattini...

Nel 2001, per la prima volta, degli archeologi  scoprirono lo scheletro perfettamente conservato - intatto - di un leone all'interno di una tomba egizia (i resti furono difatti ritrovati al secondo livello della tomba di Maia). A darne la notizia fu - nel 2004 - l'archeologo francesce Alain Zivie, che con il suo team di ricercatori scava presso il Bubasteion dal lontano 1996. I resti del grosso animale, forse prima mummificato, furono sepolti nelle cosiddette "catacombe dei gatti", create in epoca tarda e che occuparono gran parte della molto più antica tomba di Maia, la balia del faraone Tutankhamon.
Maia e Tutankhamon in un bassorilievo. Taluni ritengono che Maia sia la sorella di Tutankhamon, Meritaten. Anche se il leone fu ritrovato nella sua tomba (scoperta da Zivie nel 1996), nel complesso del Bubasteion, non sarebbe appartenuto alla balia.

L'importanza di quel ritrovamento è data anche dal fatto che molte iscrizioni geroglifiche testimoniano che i leoni venivano allevati e seppelliti nelle tombe, ma fino ad allora nessuno scheletro era mai stato ritrovato in quel contesto.

Le ossa del grosso felino furono portate alle luce in un'area della tomba quindi dedicata alla dea Bastet, insieme ad una vasta quantità di ossa umane e di animali, inclusi gatti. Non erano avvolte in bende di lino, ma la loro posizione, così come la presenza di pigmenti e di depositi di minerali sulla loro superficie, presenta similarità con quanto riscontrato coi gatti mummificati e ritrovati all'interno della stessa tomba.

Zivie disse che le condizioni delle ossa e dei denti testimoniano il fatto che l'animale visse una vita lunga e che fu tenuto in cattività. Un punto di vista confermato da analisi più recenti, per le quali il povero animale visse sì a lungo e in cattività, ma pure in condizione estreme, soprattutto dal punto di  vista dell'alimentazione. I suoi denti infatti risultano in cattive condizioni, la maggior parte fratturati e con chiari segni di infiammazioni croniche e durature. Inoltre le costole della parte destra del torace - così come alcune vertebre - testimoniamo che l'animale subì almeno una brutta caduta. Inoltre sembra che il leone non sia appartenuto a Maia, proprietaria della tomba.

Per Emily Teeter, egittologa dell'Università di Chicago, questo "non è un vecchio leone. È un importante leone". Robert Pickering, un antropologo forense, aggiunge che "sembra l'animale sia stato trattato in maniera differente rispetto agli altri animali che furono sepolti, come parte di un quale rituale. Forse l'importanza del leone è semplicemente legata al fatto che fosse un animale domestico, piuttosto che una rappresentazione di una quale divinità."

Probabilmente non sapremo mai perché sia stato sepolto proprio in questa tomba e perché non sia stato mummificato. Molte di queste domande potranno non aver mai una risposta, ma resta l'eccezionalità di questo ritrovamento.

leone Bubasteion
Un leone (Panthera leo) non in cattività (come invece era quello del Bubasteion). Foto di Gerhild Klinkow da Pixabay

 

Fonti:

Pagina ufficiale della Mission Archéologique Française du Bubasteion (MAFB).

CBS/The Associated Press, Lion Mummy Found in Egyptian Tomb, by Alex Dominguez.

Cécile Callou, Roger Lichtenberg, Philippe Hennet, Anaïck Samzun & Alain Zivie, Le lion du Bubasteion à Saqqara (Égypte). Une momie remarquable parmi des momies de chats, Anthropozoologica 46 (2), 30 Dicembre 2011, pp.63-84. Al link dello studio è anche possibile vedere le foto dei resti dell'animale.


Da Saqqara un antico laboratorio per la mummificazione

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali: Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia).

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla quinta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio.

Tra le 5 scoperte candidate anche il ritrovamento in Egitto di un laboratorio per la mummificazione

A sud del Cairo la missione archeologica egiziano- tedesca del Supremo Consiglio delle Antichità e dell’Università di Tubinga ha rinvenuto a sud della piramide di Unas un antico laboratorio di mummificazione risalente alla XXVI e XXVII dinastia e databile tra il VI e il V secolo a.C.

A 30 km a sud del Cairo e precisamente nella necropoli di Saqqara a 30 metri di profondità, sono stati scoperti  5 sarcofagi e una maschera funeraria in argento dorato, 35 mummie, una sarcofago di legno, numerose statuette ushabti e vasi per contenere oli. La piramide di Unas, nonostante le piccole dimensioni, è considerata una delle piramidi più importanti di tutto l’Egitto perché è la prima struttura in cui sono stati scritti e ritrovati i Testi delle Piramidi, formule di carattere funerario e religioso che avrebbero permesso al defunto di risorgere tra le stelle imperiture.

Il lavoro della missione continuerà in quanto bisognerà ancora portare alla luce 55 mummie già individuate. La scoperta, votata come finalista, fornirà nuove informazioni sulle tecniche dell’imbalsamazione degli antichi egizi in quanto i vasi di ceramica contengono ancora residui di oli e prodotti usati proprio nel processo di imbalsamazione, riportando anche le scritte con i nomi dei prodotti sopra i contenitori.

Egitto, a Saqqara un antico laboratorio di mummificazione

Modena: le "Storie d'Egitto" per riscoprire la collezione dei Musei Civici

"Storie d'Egitto" è un progetto scientifico che permetterà al pubblico di assistere al restauro della mummia di un bambino vissuto nell'Egitto di epoca romana, per poi accompagnarlo a riscoprire la collezione egizia dei Musei Civici di Modena.

La prima parte di "Storie d'Egitto" ruota intorno alla diagnostica e al restauro. Le analisi hanno permesso di riconoscere che la mummia modenese, all'interno del sarcofago proveniente dalla Regia Università di Modena, è quella di un bambino di tre anni, vissuto in Egitto tra il I e il II secolo d. C. Tra i reperti studiati, è stato quello che ha richiesto le analisi più articolate che hanno coinvolto numerosi specialisti ed enti, con indagine tomografica computerizzata (Tac e RX), datazione al radiocarbonio (C14) di un frammento osseo e di alcuni campioni di bende, analisi merceologiche dei filati del bendaggio, studio paleopatologico e antropologico, analisi dei pigmenti presenti nei reperti e della policromia nel cartonnage, identificazione della specie legnosa utilizzata per il sarcofago, e pure analisi entomologiche.

La Tac alla mummia

A curare l'aspetto della diagnostica e della manutenzione conservativa è stata Daniela Picchi, responsabile sezione egiziana del Museo Civico Archeologico di Bologna, coinvolgendo espert del settore.

Cinzia Oliva esamina per la prima volta la mummia

Si permetterà poi al pubblico di assistere al restauro - affidato a Cinzia Oliva - della summenzionata mummia, dal 5 all'8 febbraio, mentre il 9 e il 10 febbraio si presenteranno i risultati al Teatro anatomico di Modena.

Scopertura del teschio della mummia

Ad essere oggetto di indagini è stata però l'intera collezione egizia dei Musei Civici di Modena, costituita alla fine del diciannovesimo secolo (dopo la fondazione del Museo) e che consta di un'ottantina di reperti. La loro storia e il loro legame con Modena è di per sé interessante: si accennava alla provenienza della mummia (e delle altre parti umane) dalla Regia Università di Modena, ma questi reperti erano in Modena già nel 1669, risultando negli elenchi della "Ducal Galleria Estense"; l'interesse collezionistico dei duchi d'Este si spingeva fino alle antichità egiziane. Oltre alla mummia del bambino, negli elenchi del 1751 si parla anche di una regina d'Egitto, della quale però non si ha al momento alcuna traccia.

Le donazioni alla collezione partono poi dal 1875: a donare fu già lo stesso fondatore e primo direttore del Museo Civico, Carlo Boni, insieme a modenesi illustri. Nonostante questo, non sembra tuttavia che l'idea di creare una sezione di egittologia sia stata perseguita con convinzione. Le ultime donazioni risalgono al 1906.

Le indagini sono state preliminari alle operazioni di pulitura e restauro, a cura di Cinzia Oliva (per i reperti organici), Renaud Bernadet (per i reperti archeologici), e Post Scriptum (per il cartonnage). Marco Zecchi, docente di Egittologia all'Università di Bologna, ha curato la supervisione scientifica dello studio dei reperti, che ha visto coinvolti due giovani ricercatori, Beatrice De Faveri e Alessandro Galli.

 

La seconda parte di "Storie d'Egitto" è quindi quella della mostra, che verrà inaugurata sabato 16 febbraio al Palazzo dei Musei di Modena, e che permetterà quindi al pubblico di riscoprire questa collezione con un ricco apparato multimediale e un forte richiamo all'esposizione ottocentesca.

Tra i reperti che la compongono, statuette ushabti del Nuovo Regno (XVIII-XX dinastia, 1539-1070 a.C) e di Epoca Tarda (XXVI-XXX dinastia, 664-332 a.C.), sei vasi canopi, amuleti, bronzetti, terracotte. Degno di nota uno scarabeo commemorativo di Amenhotep III (Nuovo Regno, XVIII dinastia, 1388-1351 a.C.), che celebra la sposa Ty.

Storie d'Egitto Musei Civici di Modena Palazzo dei Musei

"Storie d'Egitto" è stato curato per i Musei Civici di Modena da Cristiana Zanasi; la mostra sarà visitabile fino al 7 giugno 2020. Per informazioni si può visitare il sito dei Musei Civici di Modena.

Fonte: Comune di Modena 1, 2.


El-Assasif

Mummie in mondovisione, un'antica tomba intatta e sarcofagi perfettamente preservati in Luxor

Mummie in Mondovisione - Breaking news dall'Egitto: scoperta un'antica tomba intatta e sarcofagi perfettamente preservati in Luxor

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La tomba, portata alla luce durante la campagna di scavo tutta egiziana, iniziata a marzo di quest'anno e ancora in fieri, presenta immagini che ritraggono la regina Ahmos-Nefertari e suo figlio Amenhotep I, secondo quanto riportato dal Ministero delle Antichità Egiziane.

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La tomba, situata nella necropoli dell'Asasif, apparteneva ad un uomo chiamato Shu-en-khet-ef ("Il Vento del Nord è alle sue spalle") che fu uno "scriba del tempio di Mut" e probabilmente supervisore della mummificazione presso l'omonimo tempio, cosí come affermato durante la rassegna stampa dal dott. Mostafa Waziri segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità.

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Nella stessa tomba fu sepolta la moglie dello scriba che tra i suoi titoli enoverava anche quello di "cantante di Mut". Nella loro tomba son stati trovati 1200 ushabti (le piccole statuette che dovevano aiutare il defunto nell'aldilà) insieme a figurine in faience, maschere funerarie di legno dipinto e papiri. Nella stessa tomba, un'altra stanza, chiusa con un muro di mattoni crudi, conteneva altri due sarcofagi, perfettamente conservati e con ancora le corone di fiori. Questi due sarcofagi apparterrebbero alla XV o alla XVI dinastia. Uno appartiene al sommo sacerdote di Amon, Padiese, mentre l'altro appartiene alla moglie.

Durante la giornata di ieri le autorità egiziane hanno aperto un sarcofago contenente la mummia perfettamente conservata di una donna vissuta più di 3000 anni fa. La notizia non sarebbe così eclatante se non fosse che l'apertura è stata fatta, per la prima volta, in mondovisione, davanti ai media internazionali, con fotografi e telecamere da tutto in mondo.

Il sarcofago è uno dei due scoperti un mese fa dalla missione francese nella necropoli di El-Asasif. "Il primo era un sarcofago rishi (il termine "rishi" significa "piume" in arabo e si deve proprio alla presenza di due lunghe ali piumate che avvolgono l'intero sarcofago antropoide, n.d.r) e risale alla XVII dinastia mentre il secondo appartiene probabilmente alla XVIII dinastia", afferma il Ministro delle Antichità Khaled Al Anani.

Nessuna di queste persone avrebbe mai pensato che più di 3000 dopo la loro dipartita il loro corpo mummificato sarebbe stato visto da milioni persone provenienti da continenti di cui non sapevano neanche l'esistenza.

El-Assasif mummie Luxor
La necropoli di El-Assasif. Foto di Steve F-E-Cameron, CC BY 3.0

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Mummie animali scoperte presso la necropoli di Saqqara

Tre tombe del Nuovo Regno e quattro dell'Antico Regno, che in epoca tarda furono utilizzate come luogo nel quale venivano deposte mummie animali. Tra le tombe dell'Antico Regno, la più importante sarebbe quella appartenente al supervisore degli edifici reali nel palazzo, Khufu-Imhat, databile tra la fine della quinta e gli inizi della sesta dinastia.

Queste sono solo alcune delle straordinarie scoperte effettuate da una missione archeologica egiziana nell'area collocata sul limite del complesso della piramide del faraone Userkaf (V Dinastia), presso la necropoli di Saqqara. Gli scavi sono stati effettuati da aprile fino ad oggi.

Nella sua spiegazione, il Ministro delle Antichità Egizie Khaled El-Enany ha anche aggiunto che “questa è la prima di tre nuove scoperte in arrivo in diversi governatorati egiziani, che saranno annunciate prima della fine del 2018”. Le altre due verranno dunque rivelate il 19 novembre al Museo Egizio del Cairo.

Secondo quanto riportato dal Ministero, in precedenza una missione francese aveva effettuato scavi nella sezione orientale del sito, ritrovando anche qui tombe dell'Antico e del Nuovo Regno che in epoca tarda erano state utilizzate per deporre mummie di gatti. Lo scavo si era interrotto nel 2008 con la missione che si era dedicata allo studio, alla documentazione e al restauro, ma i lavori si erano interrotti nel 2013.

A colpire di questa scoperta sono in particolare proprio queste mummie animali, di coccodrilli, gatti, serpenti e scarabei. Notevolissime, anche per l'ottimo stato di conservazione, sarebbero le mummie di scarabei, avvolte nel lino. Due di queste son state ritrovate in un piccolo sarcofago rettangolare in pietra calcarea decorato. Come ha ulteriormente spiegato il dottor Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio Superiore delle Antichità, decine di mummie di gatti sono state poi ritrovate insieme a cento statue in legno dorato e a una in bronzo, dedicata alla dea Bastet.

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Tra le altre statue in legno dorato, quelle di un leone, di una vacca e di un falco; mentre spiccano sarcofaghi in legno dipinti di cobra con mummie al loro interno, e due sarcofaghi in legno di coccodrilli. Ritrovati anche circa mille amuleti in faïence, ritraenti diverse divinità come Taweret, il toro Api, Anubi, Bes, Ptah-pateco, Khnum, Thoth, Horus e Iside, oppure in altre forme ancora, come quelli con l'udjat.

https://twitter.com/AntiquitiesOf/status/1061531938215870464

Mummia di coccodrillo

Moltissimi i ritrovamenti, oltre ad amuleti e mummie animali: si tratta ad esempio di vasi canopi in alabastro e strumenti per la scrittura, come vasetti di inchiostro con stilo e papiri in demotico e ieratico, e alcuni capitoli dal Libro dei Morti. Il direttore generale della necropoli di Saqqara, Sabri Farag, ha anche elencato ulteriori ritrovamenti, relativi a ceste e funi di papiro, oltre a 30 vasi in creta e sepolture umane; un poggiatesta, giare in alabastro e bronzo si sono rinvenuti all'interno di un sarcofago.

 

 

Fonte: Ministero delle Antichità Egizie. Foto del Ministero delle Antichità Egizie.

Link: BBC, phys.org via AP, IndependentNational Geographic, DjedMedu,


Christian Greco al Parco di Ostia Antica presenta lo sbendaggio della mummia di Kha

Appuntamento imperdibile giorno 11 ottobre al Parco Archeologico di Ostia Antica. In anteprima con il direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco, nella conferenza dedicata alla “Biografia degli oggetti nel dialogo fra scienza ed egittologia” sarà mostrato lo sbendaggio della mummia di Kha. La conferenza rientra in una serie di appuntamenti del ciclo di conversazioni di archeologia pubblica e di legalità organizzato da Mariarosaria Barbera, direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica.

Classe ’75, Christian Greco si afferma come uno dei protagonisti di spicco del panorama culturale italiano ed egittologico mondiale, docente a Leida del corso di Archeologia funeraria egizia e archeologia della Nubia e del Sudan”, dirige con successo il Museo Egizio di Torino dal 2014.

Grazie all’archeometria, capace di restituire preziose informazioni all’archeologia tramite complesse analisi chimiche, fisiche e biologiche, gli studiosi sono in grado di avere a disposizione importanti informazioni sui materiali antichi. Proprio ad Ostia, Christian Greco esibirà in anteprima una versione virtuale della celebre mummia dell’architetto Kha conservata a Torino e scoperta da Ernesto Schiaparelli nel 1906. “Con l’aiuto di una serie di tomografie assiali- rivela Greco - riusciamo a inoltrarci nella sepoltura e ad osservare in dettaglio i resti dell’alto funzionario del faraone Amenophi II (XIV sec. a. C.), una visione integrale e spettacolare che, rimuovendo una benda dopo l'altra, svelerà il contenuto dell'unica tomba intatta conservata fuori dall’Egitto”.

“A Ostia Antica mi interessa ribadire un concetto basilare”, sottolinea Greco, “che la ricerca è la conditio sine qua non per prendersi cura del patrimonio culturale, cioè farne oggetto di tutela e farlo conoscere. Solo il patrimonio conosciuto può essere conservato; e comunicare i risultati degli studi al pubblico rientra fra i doveri di un museo. Per questo sottoponiamo i materiali rinvenuti nella tomba di Kha ad analisi tramite attivazione neutronica per determinarne il contenuto organolettico e lavoriamo con il Politecnico di Milano per restituire al pubblico le immagini degli scavi in Egitto”.

Appuntamento quindi all’Antiquarium degli scavi dove si pensa che i 99 posti messi a disposizione saranno insufficienti per la straordinarietà dell’evento. Per chi non potrà seguire, sul sito web del Parco archeologico presto verrà fornito un resoconto video della giornata.

11 ottobre 2018 – h16.30
Mariarosaria Barbera e Christian Greco
Antiquarium di Ostia Antica
Via dei Romagnoli 717
Si ricorda che per partecipare alla conferenza è indispensabile confermare la prenotazione inviando un messaggio a [email protected]


mummia mummie mumia

Basta un poco di ‘mummia’ e la pillola va giù!

Negli ultimi giorni si è molto parlato della notizia del ritrovamento della mummia, avvenuto ad Assuan; prendiamo spunto da qui per una curiosità: lo sapevate che dal XII al XX secolo son stati venduti, in tutto il mondo, resti umani mummificati e polverizzati, usati come pigmento o, peggio, come medicina, sotto l’accattivante nome di “Mumia”? La richiesta di questo “discutibile” materiale era tanto alta che superava di gran lunga i rifornimenti e la povere era spesso fatta da animali mummificati o cadaveri non tanto ‘antichi’.

mummia mummie mumia
Contenitore di un'erboristeria del diciottesimo secolo con la scritta MUMIA. Foto di Bullenwächter, CC BY-SA 3.0

Nel XVI secolo il pigmento “Mummy Brown” (il Marrone ‘Mummia’) divenne alquanto popolare tra i pittori in tutta Europa, ma il suo uso in medicina risale a tempi ben piu remoti, con gli arabi che a loro volta ripresero una credenza dell’antica greca per la quale il bitume usato durante la mummificazione avesse un qualche potere curativo. Abd’ el Latif, nel XII sec, affermava, infatti, che il bitume che ricopriva le mummie poteva essere tranquillamente riutilizzato e non differiva poi tanto da quello trovato in natura. Allora, perche non polverizzare direttamente qualche corpo mummificato, piu facile da reperire, che avrebbe reso il processo più esotico e intrigante?

Asfalto naturale/bitume dal Mar Morto. Foto di Daniel Tzvi

Dal momento che la parola persiana per ‘bitume’ era proprio mum or mumiya, questi termini finirono per essere applicati direttamente a quei corpi cosi ben preservati e ricoperti di bitume. Ancora oggi infatti usiamo la parola “mummia” (in inglese “mummy”) e lo dobbiamo proprio a questo.

Venditore di mummie (1875), Foto di Félix Bonfils

La ‘polvere di mummia’ veniva entusiasticamente prescritta per alleviare la tosse, per le infezioni urinarie, per curare le ferite, per i dolori del parto, per l’artrosi (ovvio, no?), per la dissenteria, per il mal di testa e particolarmente per l’epilessia. Insomma una panacea per tutti i mali!

Se volete sapere di più sull’argomento vi suggerisco l’articolo di Philip McCouat, The life and death of Mummy Brown, pubblicato nel Journal of Art in Society.

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Contenitore in legno da erboristeria con la scritta MUMIÆ, da Museo di Amburgo. Foto di Christoph Braun