il ragno del tempo Maico Morellini Providence Press

Il ragno del tempo. Un romanzo da bestseller nato dalla piccola editoria

Il ragno del tempo, un'assurda trappola gotica

Maico Morellini, dal pedigree letterario indiscutibile, sigla un romanzo breve dalla struggente bellezza criptica. Soltanto rimanendo nel campo semantico del mondo enigmatico, dei giochi combinatori e delle astuzie letterarie posso parlare de Il ragno del tempo, edito da Providence Press

Un po' Clive Barker  e un po' Stephen King, ma la trappola enigmistica di Morellini ha una sua vivace personalità individuale, che magari omaggia altri maestri del genere weird e dell'orrore.  Manuel Barchi rimane invischiato in un strano lascito testamentario dello zio Ettore Barchi, il quale sente il bisogno di affidarsi a ben tre studi notarili per siglare l'eredità che consiste in una villa abbandonata tra i colli bolognesi.

Risolte le pratiche testamentarie il giovane, incuriosito dalla magmatica non-bellezza della costruzione, varca il portone della villa accompagnato dal notaio Dutto. Forze telluriche e metafisiche sembrano adombrare le pareti della casa, già trapuntate da una nebulosa di orologi, sconvolgendo le istanze realiste di questi uomini "civili". Geometrie non euclidee e sfasamenti del raziocinio risucchiano i due uomini in un mortifero other world oscuro, dove gli ingranaggi di una macchina logorante non hanno mai smesso di funzionare.

 

Due giorni dopo la scomparsa dei due uomini lo studio notarile di Dutto ingaggia la detective privata Rebecca Aimi (tale ingaggio era già stato pianificato da Dutto in caso di emergenza), con il compito tassativo di rintracciare l'anziano Elia Sarich. Quest'ultimo è un professore giramondo che vive in una casa completamente insonorizzata e posseduto da un'inspiegabile musicofobia. Tale fobia, derivativa dalle particelle sonore, mi ha scatenato un parallelismo interessante.

Il romanzo di Morellini, forse a livello inconscio, presenta una gradevole patina di Grabinsky, celebre autore di weird polacco. L'autore polacco basa  molte delle sue storie sulle fobie dell'uomo che entra nel mondo della modernità, i protagonisti di Grabinsky temono la velocità, i treni che come demoni di ferro e vapore sfidano le geografie terrestri così anche la musica moderna sembra sradicare il raziocinio da Elia Sarich; un novello satiro Marsia che ha perso la sua contesa musicale con un Apollo oscuro e si fa scorticare vivo dal ricordo di udire quella musica...

 

Scopriamo che le paure  e le idiosincrasie dell'accademico non sono del tutto infondate, poiché Sarich nel corso della sua giovinezza ha rincorso le gesta e le invenzioni di un folle geniale, Dietrich Pohl. Il misterioso erudito del XIII secolo è una figura affascinante e dannata, modellata sul celebre "inventore" del moto perpetuo Johann Orffyreus  del XVII secolo, che ha passato la vita a disseminare indizi, costruzioni, enigmi, trappole e progetti in giro per il mondo. Idee eretiche e stupefacenti ammantano la vita di Pohl e anche il destino di Sarich che lo insegue fino a perdere la ragione. Un giorno infatti, rovistando tra antichi manoscritti di Pohl, Elia Sarich trova le istruzioni per costruire un carillon, che una volta attivato distrugge le sue facoltà psichiche e lo obbliga a vivere un'esistenza senza nessuna compagnia musicale. Tranne la musica anteriore al 1300.

Il ragno del tempo
La copertina del romanzo Il ragno del tempo di Maico Morellini, pubblicato da Providence Press.

 

Il ragno del tempo di Morellini è la storia enigmatica di un'ipertrofia blasfema che sfida le convinzioni religiose, un compatto e denso mix di suggestioni psicologiche e macabre. La vera bellezza risiede nei piccoli colpi di scena disseminati lungo la narrazione e che spingono il lettore a divorare il libro fino a scoprire le inquietanti rivelazioni che si annidano tra le fondamenta della villa della famiglia Barchi.

 

In definitiva, Il ragno del tempo è un romanzo che farebbe morire d'invidia anche i più grandi autori del perturbante contemporaneo.

Per le immagini si ringrazia Providence Press.


Dal Booker allo Strega: inclusività e diversità nei premi letterari

Mentre leggevo, qualche settimana fa, i nomi dei finalisti del Booker Prize 2020, mi ha attraversata un pensiero fugace ma ben definito, quasi inevitabile: quanto deprimente può essere il confronto di questa shortlist con le cinquine dei più prestigiosi premi letterari per romanzi italiani?

premi letterari inclusività diversità
Premi letterari: a che punto siamo per inclusività e diversità? Foto di Roberta Berardi

La risposta è semplice: molto deprimente. Non perché la qualità dei libri in lingua inglese finalisti al Booker Prize sia necessariamente più alta di quella dei libri italiani selezionati dai comitati dello Strega e del Campiello – non avendoli letti tutti, non saprei come giudicare – ma per l’inquietante dominanza nei premi italiani del fenotipo scrittorio del “maschio bianco”.
Ha fatto discutere la comprensibilmente risentita reazione di Valeria Parrella, l’unica donna finalista per lo Strega, durante la sua intervista la sera della premiazione, quando ha tristemente constatato che il dibattito su movimento #MeToo e letteratura sarebbe avvenuto fra due uomini: “e lei ne vuole parlare con Augias? Auguri!”, ha detto Parrella al giornalista, esternando sentimenti comuni a molte scrittrici donne, o semplicemente a molte donne.

Il risentimento di Valeria Parrella merita di caricarsi di ulteriore significato se guardiamo ai nomi dei finalisti dei tre premi appena menzionati.

Allo Strega, su sei finalisti sei erano bianchi e cinque erano uomini. La longlist non era affatto più incoraggiante, se pensiamo che al fianco di Valeria Parrella, c’erano solo altre due donne, Marta Barone e Silvia Ballestra. Al Campiello, si è presentata una situazione analoga: ancora una volta, tutti erano bianchi, e una sola era donna. Tra l’altro, non si trattava neanche di una romanziera, ma di Patrizia Cavalli, autrice senz’altro illustre, ma tutto sommato una poetessa voltasi alla prosa solo ora, in età avanzata, come forma di autocelebrazione di un’intensa carriera. Il Booker Prize, invece, su sei finalisti, ci presenta ben quattro persone di colore, di cui solo una è un uomo. La longlist era ugualmente riccamente popolata di donne.

Se per il colore della pelle, qualcuno può semplicisticamente obiettare che in Italia la maggior parte degli scrittori sono di fatto bianchi, sulla questione di genere non ci sono scuse. Il panorama della narrativa italiana contemporanea pullula di donne, più o meno esordienti. Di scrittrici in gamba e con idee originali.
Il problema sembra presentarsi in una forma simile anche in altri premi dell’Europa continentale: in Francia, il premio Goncourt ha attualmente solo quattro donne su quindici in longlist.

Sembra che i premi letterari anglofoni abbiamo invece deciso di puntare sui principi di diversità e inclusività, in modo da assicurare che le scelte del comitato rispecchino la società multiforme che la letteratura finisce per rappresentare. Alle scelte della giuria del Booker, si affiancano quelle simili della giuria del National Book Award americano, dalla longlist estremamente variegata sia in termini di genere che di origini degli scrittori. Il Pulitzer, quest’anno, ha assegnato per la seconda volta il premio per la narrativa a Colson Whitehead, uno scrittore di colore.

È facile bollare queste scelte come banali e comode mosse commerciali. Si tratta, è vero, di scelte politiche, ma sono scelte politiche di cui è difficile negare la necessità in questo momento storico. Sono segnali, messaggi di un cambio di mentalità non solo auspicabile, ma impellente. Segnali che è giusto arrivino proprio da chi detiene il potere nell’editoria e nei media in generale. Segnali che l’Italia si ostina a voler dare solo in una forma fittizia, di facciata, quando lascia a Corrado Augias l’onere e l’onore di dibattere di scrittura al femminile, credendo così di aver archiviato il problema del politically correct, e potendo così tornare senza troppi sottili stratagemmi a premiare un uomo.

Colson Whitehead. Foto di David Shankbone, CC BY 3.0


La nuova stagione, amore e odio per una terra madre

La nuova stagione, ultimo romanzo di Silvia Ballestra, racconta le vicissitudini di due sorelle marchigiane, Olga e Nadia, che cercando di disfarsi della terra lasciata loro in eredità dal padre. Non lo fanno per urgente bisogno di soldi o di fuga, ma perché semplicemente la vita, a volte, prende altre strade e ciò che è stato (i nostri "natii borghi selvaggi", l'eredità tangibile e pesante di una famiglia) non ci rispecchiano più. Perché inizia, appunto, una "nuova stagione" che magari con la prima non ha apparentemente alcuna relazione. A fare da cesura, piccoli e grandi eventi traumatici, come può esserlo un terremoto.

"Pensavamo che non eravamo certo i primi ad assistere a sconquassi del genere lì, ma pensavo pure che i precedenti più gravi risalivano a centinaia di anni prima."

Questa terra, che è la vera protagonista di tutta la narrazione, è una landa di collina, coltivata a palme in un declivio tra il Monte della Sibilla e il Vettore. Un paesaggio splendido, antropico eppure selvaggio, abitato da generazioni e sconquassato da una qualche faglia che lo fa tremare, cercando di distruggere ogni traccia umana. Questa terra, che sa riempire di coccole e di rimproveri,  che le due sorelle vorrebbero lasciare ma con grande senso di colpa, che amano in modo assoluto ma doloroso, è la madre di tutte le protagoniste della storia. Tutte, compresa la voce narrante, una sorta di auto-fiction dell'autrice, che sembra voler raccontare in questo libro anche il proprio legame con il proprio luogo di origine. E come nei migliori manuali di psicologia, il rapporto tra una madre onnipresente e le figlie non può essere che complesso e affascinante.

Il Monte Vettore. Foto Flickr di pizzodisevo da/Palmiano, CC BY-SA 2.0

Poi ci sono le palme, bella e sinuosa reminiscenza omerica, che in un gioco di metafore e simboli sono il legame tra questa madre e queste figlie. Le palme, un tempo commercio molto redditizio, sono ora rifiutate da tutti. Eppure rimangono restie a seccare e quasi impossibili da smaltire una volta eradicate, come un amore che non si può soffocare e che non vuole rassegnarsi a spegnersi in solitudine. E tuttavia anche quel legame viene con fatica reciso:

"Il lavoro andò avanti una settimana con un paio di interruzioni per impegni dei due e con un pomeriggio saltato perché, con grande sgomento di Olga, aveva minacciato la pioggia.

Sul terreno, come un muto rimprovero, rimasero centinaia di grosse buche, parecchie acacie e coriacei sfalci secchi sparsi a perdita d'occhio come paglia."

Rimangono, forse nascoste, le radici. Quelle che non ci permettono mai di andare veramente o che, come sirene, ci chiamano per tornare:

"Ma questa storia non è mica conclusa" mi disse ridendo luciferina. "Parto, ma torno per la sagra del ciauscolo. Poi ci sarà, ancora, l'estate di San Martino e, prima di Natale, le fochere dell'Immacolata."

Il Monte della Sibilla visto da Montefortino. Foto di Parsifall, CC BY-SA 3.0

Questa riflessione sulla terra e sul legame coi luoghi della propria origine sembra essere una costante della letteratura di questi anni. Mi vengono in mente, oltre a questo romanzo, Le cose da salvare di Rossetti, Portami dove sei nata di Scorranese, Bella mia di Pietrantonio... Tutte narrazioni che vertono intorno a una terra che crolla, che non è più quella di prima ed è interessante che siano tutti romanzi di autrici donne. Forse un nuovo filone della narrativa italiana che varrà la pena per qualche critico di indagare. Intanto leggete questo libro e forse scoprirete che anche da poche radici rimaste mutilate sul terreno nascono nuovi germogli.

 

La nuova stagione
La copertina del romanzo La nuova stagione di Silvia Ballestra, pubblicato da Bompiani

La nuova stagione è stato candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Si ringrazia

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Trio di Dacia Maraini

Trio di Dacia Maraini, un concerto a due voci

Dacia Maraini, durante il lockdown, è tornata a scrivere della sua amata Sicilia, creando un romanzo storico, collegato a doppio filo con il suo libro più celebre, La lunga vita di Marianna Ucrìa: il nuovo romanzo (breve), Trio è ambientato tra Messina e la campagna intorno alla città nel 1743, anno della pestilenza, che massacrò gran parte della popolazione urbana.

Trio, però, non è la narrazione di una terribile epidemia, ma è la storia di un triangolo di amicizia e di amore. La trama è apparentemente semplice: una donna, Agata, scopre che il marito ha una relazione con la di lei migliore amica, Annuzza. Le scelte narrative e stilistiche, però, sviluppano questa idea quasi banale in modo inaspettato, trasformandola in altro. Innanzitutto c'è da notare che, a dispetto del titolo, le voci narranti sono soltanto due, quelle di Agata e Annuzza. Le due donne, scambiandosi continue lettere, raccontano la loro storia ed emergono dalle pagine come donne indipendenti, colte e innamorate. Il legame fortissimo tra le due, che risale al tempo in cui entrambe hanno studiato nello stesso collegio di suore, è più importante della gelosia e del tradimento: per questo le loro scritture, nei momenti gioiosi dell'amore e in quelli cupi dell'abbandono, sono sempre sincere. Il loro rapporto è un inno alla vita, contro un mondo fuori che sta morendo.

A differenza di Marianna Ucrìa, Agata e Annuzza sono due donne nostre contemporanee, che sentiamo vicine e che ci appaiono fuori dal loro tempo, non solo per la loro ricchissima cultura, ma soprattutto per la loro capacità di autocoscienza e per il grado di consapevolezza. Ed è proprio questa una caratteristica del romanzo: i personaggi femminili, anche quelli muti, come Suor Mendola, l'istitutrice che ha insegnato alle protagoniste la storia attraverso il ricamo e che sarebbe voluta essere pittrice, sono tutti molto moderni. Al contrario i personaggi maschili, anche quando dipinti in modo simpatetico, come Girolamo, l'uomo bello e tormentato amato da entrambe le protagoniste, sono più legati al loro tempo, quasi fossero incapaci di uscirne. Anche il linguaggio e la sintassi delle due donne, così diretta e acuta, ci fanno pensare ai linguaggi di oggi e ci rendono le narratrici molto più vicine.  Sembra quasi che in questa novella l'autrice abbia voluto costruire una metafora delle dinamiche tra femminismo e patriarcato. E l'ha fatto senza che l'ideologia impedisca di vedere le contraddizioni e le mille sfumature dell'animo umano.

A riportarci, invece, alla Storia ci pensa il contesto, questa epidemia di peste vissuta tra impotenza, terrore e superstizione e che strizza l'occhio un po' a Manzoni e un po' a Vassalli. Ci pensa anche la scelta della forma epistolare, una scelta coraggiosa e che richiama volutamente le modalità dei grandi romanzi settecenteschi e illuministi, da Julie ou La nouvelle Héloïse a Pamela or the virtue rewarded.

Trio è un libro che si legge tutto d'un fiato, breve e intenso, dove domina soprattutto l'equilibrio: quello che per prime tentano, a volte con grande fatica, di mantenere le due protagoniste.

Maraini Dacia Trio copertina
La copertina del romanzo Trio di Dacia Maraini, pubblicato da Rizzoli (2020) nella collana Narrativa italiana

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.