La carica degli elefanti

“Nelle nostre rumorose città tendiamo a dimenticare ciò che i nostri antenati sapevano in modo istintivo: loro sentivano che la natura selvaggia è viva, e che sussurra a tutti affinché possiamo ascoltarla e risponderle”; a scriverlo l’ambientalista Lawrence Anthony nel suo L’uomo che parlava agli elefanti pubblicato da Piano B Edizioni.

Il libro, edito in febbraio, comincia a circolare sui social subito dopo il lockdown. È una storia straordinaria, come sottolinea l’editore presentandolo al pubblico, per cui vale la pena immergersi. Ci troviamo in Sudafrica dove, nella provincia dello KwaZulu-Natal nello Zululand, Anthony possiede la più antica riserva faunistica chiamata Thula Thula.

“I miei sono stati i primi elefanti selvatici a essere reintrodotti nella nostra zona dopo più di un secolo” spiega nel prologo e poi sottolinea: “il titolo di questo libro non si riferisce a me [ma] agli elefanti, perché sono stati loro a sussurrarmi e a insegnarmi come ascoltarli”. È in questo modo che l’autore non lascia nulla al caso perché gli preme far capire al lettore fin da subito cosa c’è ad attenderlo nelle pagine che seguiranno. Significativa l’importanza che egli dà alla sua riserva che, dice essere, patria per molta fauna selvatica della regione: senza dovuta protezione e salvaguardia questi animali avrebbero avuto ben poche possibilità di sopravvivenza perché avrebbero dovuto districarsi tra la fame, l’estinzione e i bracconieri.

Come ci ha ricordato la cronaca recente – l’indignazione dell’opinione pubblica nel vedere l’immagine dell’elefantessa uccisa in India che ha fatto il giro del mondo in breve, anche se dalle ultime notizie sembrava che gli inquirenti avessero escluso l’atto volontario – l’idea che un animale selvatico e in questo caso un elefante possa essere ucciso per desideri di caccia e di contrabbando, mette a dura prova il lavoro delle riserve e delle organizzazione che si occupano del loro benessere.

Anthony fin dalle prime battute pone infatti l’accento sui pericoli del bracconaggio e su ciò che ha dovuto affrontare per difendere Thula Thula: “Prima che la comprassi (…) era una riserva di caccia, e avevo giurato che non lo sarebbe più stata. Nessun animale sarebbe più stato ucciso senza motivo sotto i miei occhi. Non mi ero reso conto di quanto sarebbe stato difficile mantenere quel giuramento [anche se] ci stavamo impegnando con la popolazione locale nel diffondere la coscienza della salvaguardia”.

Foto di Valentina Tatti Tonni

In quarantadue capitoli e con una scrittura asciutta l’autore prende per mano il lettore, lo infonde di coraggio e di curiosità e lo porta alla scoperta di queste imponenti creature, “giganti potenti in realtà vulnerabili come dei neonati”. Gli elefanti – nove, un intero branco guidato da una matriarca che ha il gusto per la fuga - entrano nella sua riserva ma sono difficili da trattare, prossimi all’abbattimento se non cambieranno il loro comportamento.

Quando li prende con sé Anthony non sa bene cosa aspettarsi, ma sa che vuole aiutarli, un aiuto che scoprirà subito loro non hanno mai ricevuto. Hanno paura, non si fidano e scappano per salvarsi da un imminente pericolo, un trauma che la loro lunga memoria ha registrato e che gli si ripresenta con forza e prepotenza. “Lì su due piedi decisi che, contrariamente a tutti i pareri, sarei andato a vivere con il branco” racconta.

Una soluzione insolita dato che per mantenere selvatico un animale è necessario ridurre al minimo il contatto con gli esseri umani, ma non lui si tira indietro, anzi dalle parole traspare la fatica e l’emozione: “Queste magnifiche creature erano estremamente turbate e disorientate e forse, dico forse, se qualcuno interessato a loro gli fosse rimasto costantemente accanto, avrebbero avuto una chance”.

La sua avventura, “fisica e spirituale” come la definisce, parte proprio da qui. Dalla volontà di fare qualcosa di diverso, pur con i bracconieri alle calcagna, le difficoltà di gestione, la cooperazione con le tribù locali, fare qualcosa con sentimento per riportarli alla vita.

L’uomo che parlava agli elefanti Lawrence Anthony
Il libro L’uomo che parlava agli elefanti, di Lawrence Anthony con Graham Spence, pubblicato da Piano B Edizioni (2020), pagg. 440, Euro 16

Sepúlveda immortale, tra Argentina e Cile incontri e letteratura

La narrativa di viaggio parte da un luogo per arrivare al luogo stesso, al suo lato geografico e antropologico, a casa riporta l’esperienza ma sul taccuino l’occhio assoluto non può piegarsi sulla percezione che ha avuto della natura e dei suoi abitanti: deve andare oltre l’emozione per restituire al lettore la verità. Osservare l’autenticità del luogo, così ci aveva insegnato a vedere Luis Sepúlveda che oggi, 16 aprile 2020, si è spento ad Oviedo in Spagna, dopo aver contratto il nuovo coronavirus.

Lo scrittore cileno, classe 1949, ebbe una lunga attività politica. Militante nell’Esercito di Liberazione Nazionale fondato da Che Guevara, appoggiò il partito socialista e sostenne Salvador Allende che divenne presidente del Cile fino al 1973, quando fu deposto dal colpo di Stato. Pinochet prese in mano il paese e Sepúlveda venne arrestato, incarcerato e torturato. Condannato all’esilio, viaggiò nel continente americano finché nel 1977 giunse in Ecuador dove prese parte ad una spedizione: visse per alcuni mesi nella foresta amazzonica, scoprendo la popolazione locale, gli indios Shuar, e imparando da loro un profondo rispetto per la natura. Due anni dopo si trasferì in Europa e poté rientrare in Cile solo dopo la caduta del Muro di Berlino.

La ricerca espressiva nel dettaglio, della curiosità, sceglie il racconto, la prosa, per testimoniare il divenire, diminuendo le distanze fino all’incontro estremo, la conoscenza dell’Altro. Racconta ogni cosa Sepúlveda. Ma soprattutto loro, cardini di questa letteratura. Distesa tra Argentina e Cile, troviamo la regione della Patagonia con l’arcipelago della Terra del Fuoco e lo sguardo etico e indagatore di chi vuol dare voce ad ogni storia.

Nel 1973 - mentre il Cile è alle prese con la dittatura - Bruce Chatwin, il nomade contemporaneo esempio della letteratura di viaggio, viene assunto al Sunday Times come critico d’arte: ciò gli permette di scoprire e meravigliarsi di molti luoghi. A lui si ispireranno Sepúlveda e Giuseppe Cederna, che nel 2004 scriverà il suo primo Grande Viaggio. Nel 1977, quando il Cile è fermo nel tempo, Chatwin per la prima volta pubblica - tra informazione e suggestioni personali - partendo da In Patagonia per esprimere nello scritto la volontà di errare, di non fermarsi. Come se volesse continuare a rispondere all’editore e amico Tom Maschler: “perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?” Una domanda a cui forse riuscì a dare risposta solo dieci anni più tardi, con la pubblicazione dell’ultimo Le vie dei canti.

Luis Sepúlveda
Luis Sepúlveda (2013). Foto di Joson, CC BY-SA 3.0 

Raccontare luoghi, persone, storie. Le loro storie. Sepúlveda capì di doverlo fare ancora nel 2000, con i protagonisti di Le rose di Atacama. Il viaggiatore che li vede affrontare la vita è lo stesso che narra di loro e delle loro “storie marginali” (come le definisce). Autore e incantatore, in questo libro ritrae anche Francisco Coloane, autore cileno partito dalla Terra del Fuoco (a cui dedicherà un testo nel 1956), mescolando storie tra sogno e realtà. Scriveva di Coloane senza ritrarre la penna, come di colui che “rappresenta la più nobile delle marginalità e delle emarginazioni, quella di un’onestà mantenuta ad oltranza e di una generosità che s’incontra poche volte nell’ambiente della letteratura”.

Nel 2002 l’editore del Touring Club Italiano fece pubblicare una collana intitolata alle Vie del Mondo e ai viaggi d’autore, di volta in volta tematici. Il numero 29 era dedicato proprio alla Terra del Fuoco e vi si riprendevano pagine della grande letteratura. Di Luis Sepúlveda vennero estrapolati paragrafi ripresi da Patagonia Express; appare significativo il passo che da Appunti su una Moleskine è stato così tratto:

“Bene, eccoci qua, dico sottovoce, e un gabbiano si volta a guardarmi un istante. ‘Un altro matto’, penserà il gabbiano, perché in realtà sono solo, davanti al mare, a Chonchi, un porto dell’Isola Grande di Chiloé, nell’estremo sud del mondo.  (…) Mentre aspetto, penso a quei due vecchi gringo che hanno mosso i fragili fili del destino facendo sì che, un mezzogiorno d’inverno, Bruce Chatwin e io ci incontrassimo nel caffè Zurich, a Barcellona. Un inglese e un cileno. E come se non bastasse, due tipi con scarso affetto per la parola ‘patria’. L’inglese, nomade perché non poteva essere altro, e il cileno esiliato per identiche ragioni”.

Leone marino delle Galápagos (Zalophus wollebaeki) a Punta Pitt, isola di San Cristóbal, Isole Galápagos, Ecuador. Foto di Diego Delso, CC BY-SA 4.0

In quel numero scrivevano - quasi trasportati insieme - Chatwin, Coloane e persino Darwin, proprio in quell’anno (scrivendo delle Galápagos) Francisco sarebbe tornato a citare quest'ultimo e ad entusiasmarsi per gli studi che il naturalista aveva approfondito sulla fauna del luogo.

Luoghi e ragioni, natura e viaggio: al Sepúlveda esiliato e ferito è stato sostituito con il tempo uno scrittore, un uomo che racconta per essere. Alla vita di quel 1977, invece, sullo sfondo della lontananza forzata e dell’esodo, resta l’immagine a cui l’occhio assoluto del viaggiatore attinge per poter narrare le sue storie. Un presente che nella realtà è consumato, ma che nella lingua diventa immortale.


Paesaggi vergini e immacolati non esistono

6 Giugno 2016
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Paesaggi vergini e immacolati semplicemente non esistono da nessuna parte nel nostro mondo, e nella maggior parte dei casi non esistono da migliaia di anni.
Queste le conclusioni di una nuova ricerca, pubblicata su PNAS. Il nuovo studio nota che le prove archeologiche sarebbero assenti dalle attuali discussioni sulle priorità di conservazione, e che dire che le società preindustriali non avessero un impatto sull'ambiente o sulla diversità delle specie è sbagliato.
Si consiglia perciò di essere più "pragmatici" negli sforzi di conservazione, e non di mirare a situazioni "naturali" impossibili.
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A Palazzo Reale la natura dai greci ai romani

Dal 31 luglio al 10 gennaio

A Palazzo Reale la natura dai greci ai romani

Nella mostra "MITO E NATURA. Dalla Grecia a Pompei", vasi dipinti, terrecotte votive, statue, affreschi e oggetti di lusso, dal VIII sec. a.C. al II sec. d.C, sono esposti in 6 sezioni per raccontare il mondo classico

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Milano, 19 maggio 2015 - La mostra “MITO E NATURA. Dalla Grecia a Pompei”, ideata in occasione di Expo 2015, che sarà ospitata a Palazzo Reale dal 31 luglio 2015 al 10 gennaio 2016, intende presentare, attraverso più di 200 opere greci, magnogreci e romani, un aspetto poco noto del mondo classico: la rappresentazione della natura nei suoi vari aspetti, l’azione dell’uomo sulla realtà naturale e sull’ambiente. Saranno così proposte al pubblico le ricerche più avanzate di un affascinante aspetto, fin qui poco noto, delle nostre radici classiche. Le opere provengono da musei italiani e internazionali fra cui il Museo Archeologico di Atene, il Kunsthistoriches Museum di Vienna, il British Museum di Londra e il Louvre di Parigi.

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