Alberto Angela ultimo giorno di Roma

Prima dell'Inferno. "L'ultimo giorno di Roma", il libro di Alberto Angela che dà avvio alla trilogia

Prima dell'Inferno. L'ultimo giorno di Roma, il libro di Alberto Angela che dà avvio alla trilogia

Il 13 maggio 2021 è uscito in libreria L’inferno su Roma, il secondo volume della trilogia che Alberto Angela sta dedicando al famoso incendio che devastò il centro dell’impero Romano nel luglio del 64 d.C.

Per tutti coloro che vogliono farsi trovare preparati all’arrivo di questo secondo episodio, di seguito un breve resoconto sul primo libro L’ultimo giorno di Roma.

Spero possa risultare utile sia al semplice appassionato che non ha ancora incominciato la saga, sia all’irriducibile Angeler che magari necessita di un leggero ripasso.

Alberto Angela racconta Roma al tempo di Nerone. E la racconta attraverso gli occhi di due personaggi che in quella città hanno davvero vissuto e camminato, i vigili del fuoco Vindex e Saturninus. I due vigili sono di ronda nel giorno prima del grande incendio e l’occasione permette all’autore di mostrare direttamente attraverso i loro occhi le meraviglie e le contraddizioni della prima Roma Imperiale.

Il pretesto letterario non è nuovo ad Alberto Angela. Già in altri suoi libri ritroviamo personaggi che parlano, camminano e interagiscono tra loro solo per permettere a noi lettori di dare un’occhiata intorno ai luoghi, agli usi e ai costumi del tempo. Capita ad esempio nel volume I tre giorni di Pompei. Capita in Impero.

Curioso pensare che questa speciale “personalizzazione del racconto”, questo metodo di descrivere un luogo e un tempo a partire da personaggi che presumibilmente hanno vissuto quel periodo, sia presente soprattutto nei suoi libri ambientati nell’antichità romana.

Sembrerebbe quasi una predilezione dell’autore per questi temi.

Ciò tuttavia non sminuisce affatto la veridicità storica del racconto. Anzi, tutti i personaggi che interagiscono nel libro ad esempio, possiedono nomi reali, attinti da stele funerarie coeve. Tutto ciò che viene descritto, inoltre, è poi motivato dallo stesso autore attraverso puntuali citazioni di studiosi, ricercatori e altri autori importanti.

Non sfugge niente. Prova ne è anche la ricca bibliografia alla fine, arricchita dalla scelta di inserire mappe che ricostruiscono in scala i luoghi toccati dai protagonisti.

Alberto Angela riesce quindi a scrivere un libro che ha insieme lo spirito del romanzo e il respiro del saggio. Il lettore è portato continuamente a esercitare la sua curiosità, mentre esplora Roma attraverso gli occhi e i passi dei due vigili del fuoco.

Non è una visione dall’alto, una narrazione imposta dall’autore. È proprio un cammino passo passo.

In questo percorso l’autore è sempre di fianco del lettore. La personalità di Angela trabocca di tanto in tanto, in concomitanza con alcuni simpatici episodi della sua vita personale. Da un lato servono a lui per dare un metro di paragone con il mondo di oggi, dall’altro regalano a chi legge un maggior senso di vicinanza con l’autore stesso.

A proposito di vicinanza e di mondo di oggi.

Angela scrive un libro su Roma antica che è al contempo di estrema attualità. Soprattutto in quei momenti in cui mette a nudo le forti contraddizioni che caratterizzano la città di Nerone, l’autore fa continui riferimenti al presente, alle difficoltà alle quali noi cittadini europei ancora non troviamo una soluzione.

Alberto Angela parla anche di Covid, distanziamento sociale, immigrazione.

Il suo merito consiste soprattutto in questi continui avanti e indietro tra presente e passato. Lo scopo è chiaro: normalizzare il tempo difficile che stiamo vivendo e proiettare speranza nel prossimo futuro.

In questo volume gli uomini e le donne de L’ultimo giorno di Roma ignorano il devastante incendio che divamperà da lì a poche ore. Tuttavia, in qualche modo e non senza dolore, riusciranno ad affrontare ciò che li attende.

L’idea ultima è: se i nostri progenitori sono riusciti a superare sfide così difficili, è nostro compito impegnarci a fondo in ciò che ci attende, per consegnare alle prossime generazioni un mondo che sia semplicemente migliore per tutti.

ultimo giorno di Roma Alberto Angela
Alberto Angela, L'ultimo giorno di Roma. Viaggio nella città di Nerone poco prima del grande incendio, pubblicato nell'ambito de La trilogia di Nerone - Libro I, RAILibri,  da HarperCollins Italia (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Alberto Angela torna in libreria con "L'Inferno su Roma"

Dal 13 maggio in libreria l’atteso secondo volume di Alberto Angela su uno dei protagonisti più discussi della storia romana, Nerone. "L’Inferno su Roma" così si chiama il secondo dei tre volumi avrà come protagonista l’incendio che colpì Roma e che nell’immaginario collettivo ha gettato luci e ombre sul dominus.

Le lancette della Storia stanno arrivando al punto zero. Mancano solo pochi minuti alla fine di Roma… Lanciamo un ultimo sguardo alla luna. C’è qualcosa di diverso rispetto a ieri: si è velata e presenta una “corona”, un alone tutt’attorno che forma una sorta di cerchio intorno al nostro satellite. È un fenomeno che ancora oggi si può vedere a Roma, segno che il tempo sta cambiando. Domani soffierà un vento caldo e teso che spira direttamente dall'Africa.

È arrivata l’ora x. Il fuoco sarà protagonista di questa nuova fatica editoriale di Alberto Angela che ha cambiato per sempre l’immagine della città eterna. Nove lunghissimi giorni, il fuoco non risparmierà nessuno: edifici, strade, vicoli, botteghe e uomini.

Alberto Angela Nerone. L'Inferno su Roma. Foto: Stefano Borghini e Raffaele Carlani

Con approccio sempre scientifico, tante sono le fonti consultate da Angela, antiche e moderne, che potessero guidarlo in questo lungo viaggio a ritroso nella storia. Con questo nuovo volume, il noto divulgatore cercherà di offrire al lettore gli aspetti salienti di questa immensa tragedia che ha colpito la città più potente del Mediterraneo attraverso una ricostruzione minuziosa e dettagliata.

Durante il cammino tra i vicoli di Roma saremo accompagnati da due vigiles, figure istituite da Augusto e importantissime per la cura dell’urbe. Vindex e Saturnino che già erano presenti nel primo volume, entrano in scena e con ogni mezzo cercheranno di arginare il fuoco, in una lotta contro il tempo che non risparmierà nessuno.

È il 18 luglio del 64 d.C. e la distruzione della “vecchia” Roma comincia proprio da uno dei suoi luoghi più importanti: il Circo Massimo. Con qualche sforzo di immaginazione bisogna pensare ad un luogo molto diverso da come appare oggi; la sua struttura era di legno e intorno vi erano numerose botteghe ed edifici. È bastato un attimo per scatenare un vero e proprio inferno!

Non ci resta che leggere questo nuovo volume edito da Harper Collins Italia


Livia donne Impero Romano Roma

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari

“Il più alto potere romano non si declina al femminile”. Con questa frase evocativa si apre il volume di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari, dedicato all’analisi di alcune figure femminili che dal I sec. a.C. al III d.C. hanno contribuito alla formazione e alla gestione del potere imperiale. Nonostante nel mondo romano la donna fosse sempre in qualche modo oscurata rispetto all’uomo che le era accanto, che fosse il padre, il fratello o il marito. Nonostante la misoginia che emerge dalle fonti del tempo, come Tacito, Svetonio, Cassio Dione oppure Erodiano. Nonostante i pregiudizi che, come nota l’autrice nell’introduzione, devono essere messi da parte, soprattutto se vogliamo conoscere meglio le donne che hanno fatto l’Impero e che hanno determinato il suo splendore.

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari Marisa Ranieri Panetta
La copertina del saggio di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l'impero. Tre secoli di potere all’ombra dei Cesari, pubblicato da Salerno Editrice (2020)

La prima figura di cui si tratta è Cleopatra VII, ultima regina d’Egitto e da sempre la maggiore rappresentante del fascino della terra del Nilo. Ripercorrendo le vicende che la videro protagonista si offre l’immagine di una Cleopatra piena di dignità, intelligente ed ambiziosa, che l’autrice del volume rappresenta come l’emblema di “una femminilità capovolta”. Questo tratto della sua personalità risulta in particolare dal rapporto con Giulio Cesare e Marco Antonio, rispetto ai quali la regina non ebbe un ruolo di secondo piano, ma si dimostrò una donna carismatica e intenta ad accrescere il potere dell’Egitto ad ogni costo. All’elemento prettamente storico si intrecciano gli aneddoti riportati dagli autori antichi, alcuni dei quali hanno sfumature che ci possono far sorridere: per esempio, si racconta che Cicerone, non avendo ricevuto dei rari papiri richiesti alla Biblioteca di Alessandria, scrisse all’amico Attico di odiare Cleopatra (Cicerone, Ad Atticum, XV, 15, 2). Un ultimo aspetto a cui è rivolta una certa attenzione è lo sfarzo in cui viveva la regina, soprattutto per quanto riguarda la cura del corpo attraverso profumi, ricche vesti e gioielli, con la volontà di essere identificata con divinità quali Iside e Afrodite.

Il secondo capitolo è dedicato invece a Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto e madre di Tiberio e Druso, avuti dal matrimonio con Tiberio Claudio Nerone. L’autrice del volume inizia a trattare le vicende della donna dalla sua fuga da Roma nel 40 a.C. per evitare la proscrizione e dal suo successivo ritorno, quando in poco tempo divorziò dal marito per sposare Ottaviano e vivere con lui sul Palatino. A partire da questo evento si ripercorre la nuova vita di Livia accanto all’imperatore, mostrando come costei fosse una matrona parca, frugale e dedita alle virtù domestiche. Allo stesso tempo, come risulta dalle fonti antiche, Livia appare per certi versi spregiudicata, soprattutto in relazione ai giochi di potere che portarono Tiberio a diventare il successore di Augusto: Marisa Ranieri Panetta nota, in questo senso, la scaltrezza della donna e la sua capacità di sopportare situazioni sconvenienti, chiedendosi se possa esserci davvero lei dietro ai delitti e alle morti premature che spianarono la strada al figlio. La narrazione, anche in questo capitolo, si intreccia con aneddoti, excursus di carattere artistico e citazioni letterarie: interessanti, a riguardo, sono le descrizioni della Villa di Livia e dell’Ara Pacis, oppure il richiamo al Carmen Saeculare di Orazio e ai Tristia di Ovidio, tutte testimonianze del programma politico-culturale dell’Impero di Augusto.

Statua di Livia come Opi/Cerere, dea della fertilità, con cornucopia, capo velato, corona d’alloro e spighe di grano, Louvre. Foto di CRIX, CC BY-SA 4.0

Si passa poi a trattare di Agrippina Minore, la cui vita ruotò attorno agli imperatori della dinastia giulio-claudia: fu la figlia di Agrippina Maggiore e Germanico, quest’ultimo figlio di Druso e nipote di Tiberio; fu la sorella di Caligola, divenuto imperatore alla morte di Tiberio e noto per le sue stravaganze; fu la nipote e poi anche la quarta moglie di Claudio, successore di Caligola; infine, fu la madre di Nerone, nato dall’unione con Gneo Domizio Enobarbo e destinato a essere l’ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia. Nei quarant’anni di storia che ricopre il capitolo - dalla morte di Germanico nel 19 d.C. a quella di Agrippina nel 59 - si traccia dunque il percorso di una donna seppe mantenere un ruolo di preminenza e che fu pronta a tutto pur di garantire al figlio un futuro da imperatore, cadendo però vittima della sua avidità di potere: da madre utile si trovò ad essere una madre scomoda, e proprio per questo Nerone decise di eliminarla. La narrazione è integrata da varie fonti storiche che permettono di far luce anche su altri personaggi del tempo come Messalina (terza moglie di Claudio) oppure Seneca, contribuendo a raffigurare al meglio non solo le vicende di Agrippina stessa, ma anche quelle del clima in cui si svilupparono le sue ambizioni.

Protagonista del quarto capitolo è Pompeia Plotina, la moglie dell’imperatore Traiano, descritta dagli storici come una donna modesta, dai costumi irreprensibili e schiva del lusso. Come le altre figure femminili che circondavano il marito (si pensi alla sorella Ulpia Marciana o alla figlia di questa, Salonia Matidia), Plotina si distingueva per la sua liberalità e per il suo impegno nel costruire o restaurare biblioteche, tempi e teatri, dimostrandosi lontana da quella sete di potere che era stata così forte in passato. Tenendo presente questo tratto della sua personalità, l’autrice del volume offre l’immagine di Plotina come di una donna nuova, che ebbe un ruolo determinante senza bisogno di ostentazione, e che proprio per questo costituì un modello per le successive consorti imperiali.

Nel capitolo successivo ci si rivolge poi a Giulia Domna, la seconda moglie di Settimio Severo, fortemente segnata dalle guerre civili che portarono il marito a imporsi come unico imperatore. Questa situazione infatti, come nota Marisa Ranieri Panetta, la fece maturare in fretta e la abituò ad una vita semplice e fatta di frequenti spostamenti, nonostante le sue nobili origini orientali. Nel ritratto di questa donna si mettono in luce anche i suoi interessi culturali e soprattutto il rapporto con il figlio Caracalla, che lei cercò sempre di proteggere nonostante il fratricidio di Geta e le calunnie da esso derivate. Infine, una certa rilevanza è data anche ai legami della dinastia dei Severi con l’Oriente, dal culto solare praticato da Giulia Domna alle diverse testimonianze iconografiche della regalità imperiale: possiamo leggere a riguardo le interessanti descrizioni dell’Arco di Leptis Magna o dell’Arco degli Argentari a Roma, nonché delle diverse monete e statue raffiguranti l’imperatore e la sua consorte. Da tutto questo risulta l’immagine di una donna dotta e lontana dal lusso, una donna che ebbe tra le mani un vasto potere e che fu in prima persona il bersaglio della misoginia tipica del mondo romano: forse le parole più adatte per definirla sono proprio quelle usate dall’autrice, che la ricorda semplicemente come una madre con tanti macigni sul cuore.

Tondo severiano, raffigurante Giulia Domna, Settimio Severo, Caracalla e il ritratto cancellato di Geta. Foto di Anagoria, CC BY 3.0

L’ultimo capitolo di questo libro sulle donne dell'Impero Romano è dedicato infine al cosiddetto “matriarcato” severiano delle tre Giulie siriache Mesa, Soemia e Mamea, che ebbero a modello Giulia Domna e cercarono di imitarla senza successo. Rappresentate dalle fonti antiche come “un’intromissione fastidiosa e nociva negli affari di Stato”, queste donne favorirono l’ascesa di Elagabalo e Alessandro Severo, gestendo loro stesse il potere imperiale. Ne risulta un ritratto fortemente negativo e in contrasto con la personalità di Giulia Domna: come ribadisce Marisa Ranieri Panetta nella conclusione del volume, costei lasciò infatti un segno indelebile nella storia romana e solo poche dopo di lei riuscirono a fare lo stesso.

Per trarre alcune riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari sia un tentativo ben riuscito di esplorare la storia imperiale attraverso le figure femminili che ne sono state protagoniste, con i loro vizi e con le loro virtù. Partendo da Cleopatra per arrivare a Giulia Mesa, l’autrice traccia dei ritratti che permettono di far luce sulla personalità di queste donne e di accostarle l’una all’altra, senza pretese e senza pregiudizi. All’analisi imparziale e scientifica delle fonti si intrecciano poi aneddoti, citazioni letterarie e testimonianze iconografiche, che arricchiscono la narrazione suscitando curiosità nel lettore. Tutto questo contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per rivendicare il ruolo femminile nella costruzione dell’Impero e tracciarne l’evoluzione, mostrando che la storia non è fatta solo di grandi uomini, ma anche di grandi donne.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Alberto Angela torna in libreria con una trilogia su Nerone

Alberto Angela e Nerone. Il noto divulgatore torna ad affascinare il pubblico con una nuova fatica lavorativa, la pubblicazione per la casa editrice Harper Collins di una trilogia dedicata tutta a Roma e ad uno dei personaggi più controversi della storia: Nerone.

La narrazione parte da un grande episodio che sconvolse l’Urbe nel 64 d.C. e cioè il grande incendio attribuito dall’eclettico imperatore ai cristiani e che ha dato, nei secoli a venire, il via ad una cruenta persecuzione che sconvolse il regno di molti principi romani.

Alberto Angela, per la prima volta, ricostruisce, in una dialettica semplice e accurata, cosa accadde in quei giorni nella città e accompagna il lettore in un viaggio affascinante tra vicoli e storia alla scoperta di uno dei periodi più significativi dell’impero.

Alberto Angela libro Nerone. Foto: Barbara Ledda

Seguendo due vigiles, Vindex e Saturninus, si narrerà di una Roma ben lontana dallo splendore marmoreo a cui ci ha abituato nel corso dei secoli. Roma era in gran parte fatta di legno con botteghe affacciate su strade rumorose e spesso anche maleodoranti, viva, colorata, movimentata e questo lo raccontano le fonti, la storia, gli archeologi di cui Angela si è circondato per ricostruire un quadro quanto più preciso e corretto del mondo antico e del periodo che andrà a raccontare nella trilogia.

"Roma è ancora addormentata, e ad accompagnare i nostri pensieri ci sono solo i canti di alcuni usignoli che nidificano sui tetti, il rivolo d’acqua di una fontana, l’abbaiare di un cane chissà dove e le esclamazioni lontane e indecifrabili degli ultimi carrettieri che durante la notte hanno rifornito le botteghe. È la quiete prima di una nuova giornata caotica e frastornante...

Come si articolerà il racconto? Un solo libro non sarebbe bastato e il racconto storico sarà articolato in tre momenti centrali corrispondenti a tre diversi libri.

  • Il giorno prima dell’incendio (primo libro)
  • I giorni della tragedia (secondo libro)
  • I giorni della ricostruzione (terzo libro)

Di Nerone non conosciamo una buona fama attraverso autori, senatori e personaggi che hanno vissuto o studiato il suo principato. Ma oggi, possiamo rivalutare un personaggio così controverso ma allo stesso tempo affascinante?

“L’ultimo giorno di Roma. Viaggio nella città di Nerone poco prima del grande incendio”  uscirà in libreria il 24 novembre 2020 ed è in collaborazione con Rai Libri.

 

 


accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

Accarezzare la storia di Roma con la punta delle dita

“Museo Palatino - Accarezzare la storia di Roma”

È in un tale momento storico, dove obbligatoria è la riflessione sui concetti di prossimità e contatto, che viene presentato, in occasione delle Giornate europee del patrimonio, dal PArCo (Parco Archeologico del Colosseo) il prototipo della guida tattile pensata per il Museo Palatino, ideata in co-progettazione con “atipiche edizioni” e realizzata con il supporto del FabLab Lazio Innova di Zagarolo.

 

accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

Andrea Delluomo e Giulia Foscolo schiudono la cultura e l’archeologia al pubblico con disabilità visiva e lo fanno attraverso modalità nuove che consentono a tutti di poter conoscere e approfondire la storia di Roma, del colle, e i suoi reperti, con la mediazione di strumenti che preparano e accompagnano il visitatore in un percorso temporale, dalla preistoria - con la fondazione della città - fino all’età imperiale.

 

accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

La loro idea è quella di fornire un approccio concreto e multisensoriale ai materiali per facilitare la comprensione di contenuti astratti, mettendo in gioco un’altra sfera sensoriale, quella tattile.

Proviamo a chiudere gli occhi e, accompagnati da Federica Rinaldi - funzionario archeologo del PArCo -, scopriamo che la guida tattile “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma” è suddivisa in 16 schede in cui le opere più rappresentative sono raccontate e illustrate con tavole tiflodidattiche (dal greco typhlós: 'cieco'), corredate da testi ad alta leggibilità (in italiano e inglese) e da trascrizioni in braille, per esplorare il Museo Palatino, in modo inclusivo, con le dita e per garantire al pubblico con disabilità visiva l’accesso al patrimonio dell’area archeologica.

La guida ripercorre le sale del Museo che si sviluppano su due piani: al piano interrato è illustrata la storia più antica del colle, dalla fondazione di Roma alle prime costruzioni sacre con decorazioni in terracotta e, in parallelo, è possibile toccare la riproduzione in pianta del perimetro di quella che doveva essere la capanna di Romolo, oltre che di quella parte del Palatino occupata dai palazzi imperiali e da altri edifici antichi (templi, archi, domus, Anfiteatro Flavio).
Al primo piano si snoda il racconto delle residenze costruite dagli imperatori della dinastia giulio-claudia (Augusto e Nerone), fino al palazzo della dinastia flavia (costruito da Domiziano) e alle trasformazioni posteriori. Nelle sale che si susseguono, le schede e i pannelli riproducono i simboli del potere al tempo di Augusto, un esempio di lastra in opus sectile, una testa-ritratto marmorea di Nerone e riproduzioni di stoffe e panneggi, tutti da toccare per percepire la loro consistenza materica.

 

Artigianato e innovazione si intrecciano dunque per soddisfare ogni tipo di richiesta, in dialogo con l’oggetto antico nel suo contesto e con il suo fruitore. Manualità e tecnologie moderne si fondono attraverso la realizzazione di prototipi incisi a mano - quali il particolare della “piuma”, realizzata dall’artista Susanna Doccioli - o stampati in 3D e valorizzano un percorso che prima era soltanto visivo.

 

Tutte le foto per “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma” sono di Ilaria Lely


scoperte parco Baia

Nuove scoperte dal Parco Archeologico di Baia

Durante alcune attività di ricerca condotte dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei in vista della riapertura, gli specialisti hanno recuperato un trapezoforo, un sostegno per tavolo in marmo decorato con testa felina. L’operazione è stata possibile grazie ai tecnici del Parco supportati dalla Capitaneria di Porto – Locamare di Baia e della Naumacos Underwater Archaeology.

Il reperto è stato poi trasportato nei laboratori per i primi interventi di restauro presso il Castello di Baia. L’elegante reperto di arredo, in marmo, è stato realizzato in età imperiale e serviva a sostenere una mensa, probabilmente in marmo anche questa, inserita in uno degli ambienti che oggi costituiscono una i percorsi archeologici del ricco Parco archeologico sommerso.

scoperte parco Baia

“Il Parco sommerso di Baia continua a regalare sorprese. Interpretiamo il rinvenimento di oggi come il segnale di una nuova stagione del Parco che, dopo la riapertura, deve proseguire nella strada intrapresa per favorirne lo sviluppo. Per un archeologo il rinvenimento di un reperto è sempre motivo di gioia ed emozione, il recupero dal mare aggiunge inevitabilmente una suggestione particolare. Dopo i primi interventi conservativi necessari il reperto sarà mostrato, in anteprima, al pubblico all’interno del Museo archeologico del Castello di Baia per trovare poi una sua collocazione definitiva all’interno nel percorso espositivo” ha dichiaro il direttore Fabio Pagano.

La costa dei Campi Flegrei è un esempio unico al mondo, a causa dello sprofondamento dell’antica fascia costiera e alla conseguente trasformazione del territorio. Quanto vi si conserva sott’acqua rappresenta dunque un patrimonio storico archeologico di eccezionale valore per la sua peculiarità.

La storia di Baia risale a tempi ben precedenti la colonizzazione greca. Molti sono i ritrovamenti sui fondali di ancore litiche datate tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro. Con la fondazione di Cuma e i successivi eventi legati alla storia della Campania, Baia entrò a far parte del suo territorio e della sua egemonia.

La sua storia, successivamente, si legò  indissolubilmente alla città di Roma, qui infatti, già in epoca tardo repubblicana, gli aristocratici  si facevano costruire fastose residenze, attratti dal clima mite della costa e soprattutto dalle acque termali.

« Nullus in orbe sinus Baiis praelucet amoenis. » « Nessuna insenatura al mondo risplende più dell’amena Baia. » (Orazio)

In età imperiale, anche molti imperatori scelsero Baia come luogo di villeggiatura. Augusto non amò molto questi luoghi e il suo successore Tiberio preferì di gran lunga Capri, molto più appartata e meno caotica. Ma altri imperatori, così come molti personaggi illustri, citati dalle fonti antiche, frequentarono volentieri la regio baiana.

Marcello la scelse per cercare di curare i suoi malanni, Caligola per celebrare la sua divinizzazione, tanto che si fece costruire un ponte di barche che traversava tutta la rada per galopparci con addosso le armi di Alessandro.

Claudio lo frequentò assiduamente e Nerone addirittura aveva grandi progetti per questi luoghi, come quello che avrebbe dovuto convogliare tutte le acque termali in un grande bacino unendo Miseno all’Averno.

Scoperte odierne dal Parco sommerso di Baia

Ma Baia fu anche il luogo dove venne uccisa Agrippina, la madre dell’imperatore, sentita ormai come un enorme ostacolo alle sue scelte politiche e private.

Con i Flavi l’ambiente di Baia tornò ad essere austero, ma è con Domiziano che il sito venne riportato alle sue celebri dissolutezze. Baia fu allora all’apice della sua fama che ritornò appieno nel III secolo d.C. con Alessandro Severo che vi fece erigere una lussuosa residenza imperiale per la madre Giulia Mamea.

scoperte parco Baia

La fortuna di Baia fu comunque legata a quella dell’Impero e nel momento della sua decaduta anche le zone flegree inevitabilmente caddero in miseria. Le guerre gotiche prima e il bradisismo in seguito portarono al definitivo abbandono dell’area.

Tra il VII e l’VIII secolo buona parte della città era completamente sommersa.

Foto delle scoperte odierne dal Parco sommerso di Baia: Courtesy Parco Archeologico dei Campi Flegrei

 


BMTA: tra le candidate italiane al premio "Khaled al-Asaad" la Sala della sfinge della Domus Aurea

Ogni anno la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico intende dare il giusto contributo alle scoperte archeologico che più si sono distinte per fascino e importanza nell'anno precedente.

Dal 2015 e in collaborazione con le testate archeologiche internazionali media partner dell'evento, Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia); dal 2020 anche con British Archaeology (Regno Unito), la BMTA ha instituito un premio intitolato all'archeologo Khaled al-Asaad tragicamente scomparso e barbaramente ucciso per difendere il patrimonio culturale e archeologico di Palmira dove lo stesso era stato per molti anni Direttore.

Lo Special Award sarà assegnato dal pubblico social sulla pagina FB della BMTA alla scoperta che avrà ricevuto più like in questo contest valido dall'1 giugno al 30 settembre 2020.

Tra le candidate spicca la scoperta della cosiddetta Sala della Sfinge, una sala decorata della Domus Aurea a Roma che torna alla luce dopo secoli durante il restauro della volta della sala 72.

I tecnici, durante dei lavori sulla volta dell’ambiente 72 dell’edificio, si sono imbattuti in una grande apertura all’altezza della copertura e qui, rischiarando la volta con luci artificiali, sono apparse decorazioni inedite. Al di sotto, per tutta l’altezza, la sala risulta interrata già in epoca romana.

Vista d'insieme della Sala. Crediti: Parco archeologico del Colosseo

Le pitture  ricoprono l’intera volta a botte e risultano in buono stato di conservazione. Sul fondo bianco si vedono riquadri tracciati di rosso, contornati da linee color ocra con fasce dorate punteggiate da elementi vegetali e altre fasce curvilinee anch’esse dorate e rabescate. Le figure che si stagliano sulla volta sono state dipinte in un’atmosfera rarefatta all’interno di eleganti riquadri: una nasce da un cespo vegetale armata di spada, faretra e scudo che combatte contro una pantera feroce; Centauri rampanti e figure di Pan, uno con lituo (bastone ricurvo), un altro con oggetti, forse strumenti musicali, fra le mani.

Figurina armata con pantera. Crediti: Parco archeologico del Colosseo

All’esterno del perimetro, creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche, sembrano rincorrersi. Il tutto è attraversato da motivi vegetali: esili ghirlande e cespi che terminano in foglioline e steli di colore verde, giallo e rosso, festoni e forse frutti, compongono un paesaggio surreale popolato da uccellini ritratti in differenti pose. Sulla lunetta di fondo della volta a botte, si staglia una tipica architettura immaginaria con le sue esili colonne su uno sfondo inesistente, sormontata da una patera d’oro da cui pende una mezza ghirlanda.

Centauro. Crediti: Parco archeologico del Colosseo

Accanto, una muta e solitaria sfinge svetta sopra un elemento che fa pensare ad un bètilo (oggetto sacro di forma conica). Le figure di carattere riempitivo, appaiono anche in altre sale e ambienti, come ad esempio nel Criptoportico 92. La Sala della Sfinge, non è rimasta tuttavia del tutto inedita a qualche curioso visitatore.

All’interno dell’ambiente sono stati ritrovati dei frammenti ceramici volutamente posizionati e ritrovati in quella determinata stratigrafia. La grandiosa scoperta, oltre all’immenso valore artistico e archeologico, permette di aggiungere ulteriori dettagli alla conoscenza delle atmosfere degli anni ’60 del I secolo d.C. a Roma.

La scoperta della Sala della Sfinge si inserisce nella strategia di ricerca scientifica che il Parco porta avanti ogni giorno contestualmente agli interventi di messa in sicurezza e restauro– ha spiegato Alfonsina Russo, direttore del Parco archeologico del Colosseo e ha concluso – rimasta nell’oscurità per quasi venti secoli, la Sala della Sfinge – così come l’abbiamo denominata – ci racconta le atmosfere degli anni del principato di Nerone”.


Catone Purgatory Dante Gustav Dorè

La causa dei vincitori piace agli dèi, quella dei vinti a Catone

Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni: Catone Uticense e il senso della lotta e della libertà

«Nec quemquam iam ferre potest Caesarve priorem

Pompeiusve parem. Quis iustius induit arma?

Scire nefas; magno se iudice quisque tuetur:

victrix causa deis placuit, sed victa Catoni»

 

«Cesare ormai non può tollerare un superiore, Pompeo

un eguale. Chi prese le armi con più giuste ragioni?

Non è lecito saperlo; ognuno si avvale d’un grande giudice:

la causa dei vincitori piace agli dèi, dei vinti a Catone»

(Pharsalia I 125-128, trad. di Luca Canali)

 

È con questi versi della Pharsalia, il grande poema sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo, che Lucano introduce le posizioni in lotta e la figura titanica di Catone.

E ditemi che non vi è venuta un po’ la pelle d’oca.

Negli esametri di questo giovane poeta aristocratico nato nella Spagna Betica – e che almeno per un po’ fu nella cerchia dei più intimi amici di Nerone, prima che il rapporto si deteriorasse e che il venticinquenne Lucano finisse costretto al suicidio nel 65 d.C. – Catone è la figura più positiva. Spesso è stato associato all’immagine del vero saggio stoico, che raggiunge la parità con gli dei grazie alla saldezza e all’imparzialità della propria posizione, ma, come disse Emanuele Narducci[1], il Catone di Lucano tende a distaccarsi dal modello stoico tradizionale ed è impregnato degli antichi ideali repubblicani.

Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare, Napoli, Museo di Capodimonte. Foto di Gordon Johnson

Dice Catone a Bruto, che lo esorta ad astenersi – almeno momentaneamente – dal prendere parte al conflitto, perché la guerra che si sta combattendo è esecrabile e il saggio ne verrebbe contaminato:

«Summum, Brute, nefas civilia bella fatemur;

sed quo fata trahunt, virtus secura sequetur;

crimen erit superis et me fecisse nocentem.»

«O Bruto, definiamo le guerre civili un supremo abominio,

ma un deciso valore seguirà la strada dei fati;

diventi colpevole anch’io: sarà delitto degli dèi!»

(Pharsalia II 286-289, trad. di Luca Canali)

 

Catone non nega l’obiezione di Bruto: sa che partecipare alla guerra civile rende colpevole anche lui, sa che la guerra è summum nefas, sommo abominio, eppure si schiera. Emanuele Narducci ha compiuto una riflessione importante sulle scelte lessicali di questo passo (piccola annotazione, qualora qualcuno rischiasse di dimenticarlo: le parole sono importanti), in particolare sui due verbi trahere e sequi.

Foto di Henryk Niestrój

Trahere significa “trascinare”, sequi “seguire, conformarsi a” e se non è già chiaro perché qui siano sostanzialmente due opposti, basterà citare un passo del De Providentia di Seneca (V 4): gli uomini saggi non trahuntur a fortuna, sequuntur illam, non sono trascinati dalla fortuna, ma la seguono, la assecondano. Qui, però Catone sta dicendo che la sua virtus, il suo valore, seguirà i fati lì dove essi lo trascinano: è trascinato contro la propria volontà, ma allo stesso tempo si conforma. Non ha l’apàtheia del saggio, ma diventa piuttosto la personificazione del vero cittadino.

Ecco il senso del suo appoggiare la victa causa. Gli esiti delle vicende belliche hanno il benestare degli dei, la causa per cui Catone vuole combattere è destinata a fallire e lui lo sa. Prendere parte alla lotta significa rinunciare all’immagine del saggio che si astiene, che considera ogni evento buono e necessario, e che per questo asseconda il corso degli accadimenti: il fato trascina, ciò che accade non è voluto dal saggio, anzi, il saggio prende una posizione contro l’evento e proprio per questo segue quella via e partecipa, accettando di perdere la propria purezza. Lungi dall’attenersi al precetto di vivere in disparte, per questo saggio non schierarsi, quando è in corso una guerra civile è immorale: non significa cercare una incontaminata imparzialità, bensì preferire, in un momento in cui le fondamenta della società sono in pericolo, la propria egoistica salvezza individuale.

Inoltre, Catone non teme Cesare nel combattere contro di lui, perché gli impedisce di esercitare tanto il proprio dominio quanto la sua tanto propagandata clementia: sceglie il suicidio e chissà in che termini l’avrebbe presentato Lucano.

Catone Purgatory Dante Gustave Doré
Dante, Virgilio e Catone nell'illustrazione di Gustave Doré dal primo canto del Purgatorio, dall'edizione inglese della Divina Commedia (1901), Thompson & Thomas, Chicago

Questo racconto non c’è nella Pharsalia, ma possiamo concludere questo breve discorso pensando a un’altra famosa versione che del personaggio di Catone esiste in letteratura: quella di Dante, nel primo canto del Purgatorio.

Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta

Questo dice Virgilio a Catone, presentandogli Dante. Questo è il senso che nella Divina Commedia si dà al suicidio di Catone, senso che addirittura giustifica l’aver reso Catone, pagano suicida, custode del Purgatorio.

Catone Uticense
Jean-Baptiste Roman & François Rude, Caton d'Utique lisant le Phédon avant de se donner la mort (1840), marmo, Musée du Louvre. Foto di  M.Romero Schmidkte, CC BY-SA 3.0

Chissà, forse il Catone storico sarebbe contento di aver suscitato tante riflessioni, di essere diventato l’emblema e l’ispirazione di chi combatte lotte impari. Forse scuoterebbe la testa, forse ci riderebbe in faccia, forse l’uomo che davvero ha vissuto non c’entra nulla con tutto questo, ma non importa: l’impalpabile personaggio tessuto dai versi di Lucano si erge titanico davanti agli eventi, esprime le crisi filosofiche e sociali del mondo del suo autore ma è anche diventato il volto e il corpo di chiunque cerchi un senso da dare alla propria lotta e alla propria libertà.

Catone Uticense
Guillaume Guillon Lethière, La mort de Caton d'Utique (1795), Hermitage. Foto [1] in pubblico dominio
[1] Per una trattazione estesa delle principali questioni riguardanti la Pharsalia un riferimento bibliografico imprescindibile sono le opere di E. Narducci, tra cui “Lucano. Un’epica contro l’impero” e “La provvidenza crudele. Lucano e la distruzione dei miti augustei”.

 


lettera 104 Seneca

"Se vuoi liberarti dai tuoi affanni, devi essere un altro uomo": la lettera 104 di Seneca

"Come si troverebbero bene certe persone se si staccassero da sé stesse! E invece si opprimono, si affliggono, si guastano, si spaventano, tutto da soli. Traversare gli oceani, cambiare città, cosa serve? Se vuoi liberarti dai tuoi affanni non devi cambiare luogo, devi essere un altro uomo". (Lettere a Lucilio).
La lettera 104 di Seneca, una delle più celebri dell’intero epistolario rivolto a Lucilio, costituisce un particolare esempio di pensiero di stampo stoico, ma filtrato da una visione più orientata al pragmatismo.

Doppia erma con Seneca e Socrate, III secolo (da originale del I secolo), Antikensammlung de Berlin.  Foto di Calidius, CC BY-SA 3.0

È un aspetto che ritroviamo anche nella vita di Seneca: dopo l’ordine di Nerone di allontanarsi dalla vita politica, il filosofo aveva dovuto iniziare un’esistenza ritirata, in un’affermazione positiva dell’otium. L’otium è un tema affrontato a più riprese anche nel Nero e soprattutto nel De Otio, ed è presentato non solo come un’alterativa al negotium, ma anche come necessario e universale (“Incipit omnibus esse otium necessarium), in una soluzione di ritiro fortemente radicale. Ma com’è possibile che l’allontanamento dagli affari possa essere necessario, o addirittura preferibile alla vita pubblica? Semplicemente dando una giusta interpretazione della parola otium. Un’interpretazione che segue la scia di Cicerone e in particolar modo Sallustio, che era arrivato a giustificare il suo ritiro per scrivere il Bellum Iugurthinum sostenendo che fosse più utile l’otium dello storiografo che il negotium di molti politici.

Seneca risente di questa concezione di otium, e compie un passo ulteriore: l’otium non sarebbe da considerarsi come sinonimo di inattività, bensì come una forma superiore di negotium. Insomma Seneca, come Sallustio, sente il dovere di spiegare il motivo del suo distacco dalla politica, e lo fa recuperando le prerogative romane dell’agere (agire) e del prodesse (giovare), al fine di dare una sfumatura pratica anche al suo periodo di distacco dagli affari.

lettera 104 Seneca Nerone
Eduardo Barrón, Nerón y Séneca, gesso parzialmente policromo (1904), Museo del Prado. Foto di OutisnnCC BY-SA 3.0

Nelle Epistulae ad Lucilium ritroviamo questo concetto, in cui Seneca si pone come uomo destinato ad un progetto più alto di quanto non fosse lavorare per Nerone: egli decide di lavorare per i posteri (Negotium posteriorum ago). La lettera 104 di Seneca, in particolare, è ispirata al filosofo dal trasferimento dalla città al suo podere di campagna. Questo momento di lontananza, diventa uno spunto per avviare una riflessione sugli occupati, persone dedite al negotium, che non sanno vivere bene, in quanto continuamente proiettate verso un futuro che non gli appartiene. Per questa ragione soffrono di una grande insoddisfazione di se, sensazione che cercano di scacciare vagabondando da un luogo all'altro.

Secondo Seneca, gli occupati si illudono che il viaggio li allontani dai mali: ma i tormenti, le passioni e le paure vivono in ognuno, e rimarranno sempre dentro di noi.
La via proposta per riacquisire se stessi è la ricerca della saggezza attraverso lo studio della filosofia unita ad un'intensa volontà di cambiamento, nonché al soffermarsi sulla propria interiorità, tema su cui Seneca costruire un vero e proprio percorso che porta all’auto-possesso di se.


Domus aurea Raffaello

La Domus Aurea risplende con Raffaello

La Domus Aurea risplende con Raffaello

Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche

Parco colle Oppio, Via Serapide - rinviata a data da destinarsi

Raffaello Domus Aurea Laooconte
Georges Chedanne, Il Laocoonte nella Domus Aurea, Rouen, Musée des Beaux-Arts © DeAgostini Picture Library/Scala, Firenze

L’INCONTRO

I primi decenni del 1500 Raffaello scopriva l’impervia cavità del Colle Oppio che conduceva direttamente nel maestoso palazzo imperiale voluto da Nerone e realizzato tra il 65 e il 68 d.C., la Domus Aurea.

Già nel 1480 Pinturicchio e Filippino Lippi fecero strada a Raffaello nella discesa verso le resta della Villa neroniana sino ad allora invisibile, sommersa dalla coltre delle vestigia del successore Traiano. La terra riempì tutto e nelle viscere del Colle Oppio scese l’oblio, ma proprio la sabbia ha permesso la conservazione di tali reperti.

L’ignoto e l’oscurità di quegli ambienti lasciarono spazio a stupore e meraviglia alla vista delle decorazioni pittoriche parietali. La minuzia decorativa conservata nelle grotte venne approfondita negli studi di Raffaello, nel secondo decennio del Cinquecento, che ne interpretò gli stilemi e la composizione, forte delle sue competenze antiquarie. Solo successivamente queste sequenze di forme vegetali e animali presero il nome di “grottesche” e tornarono in voga nel Rinascimento.

L’INTERVENTO

Dall’accesso su via Serapide, attraversando la Galleria III, si inizia la discesa nelle viscere del Colle Oppio sino ad immergersi nella maestosità dell’Aula Ottagona. La progettazione dell'intervento, voluto dalla direttrice del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, è stato assegnato allo studio “Stefano Boeri Architetti”. Il professor Stefano Boeri - insieme al suo studio - è noto ai più per l'ideazione del Bosco Verticale a Milano, ma con le sue attività è ormai parte della storia dell'architettura.

Una passerella autoportante in lamiera d’acciaio nera si snoda leggera muovendosi tra le murature originarie e rievocando l’eleganza antica con un fine rivestimento in resina di tonalità bianca.

Si arriva accompagnati così, e da un progressivo attenuarsi dell’intensità della luce artificiale, nella sala Ottagona, come condotti nella discesa da leggerezza e minimalismo hi-tech.

L’ESITO O L’EFFETTO

Questa era il nucleo del settore orientale della Domus Aurea, arricchita come il resto del complesso, dalla preziosità dei materiali e resa leggendaria per la progettazione di un meccanismo unico e irrepetibile di rotazione del soffitto. Questo, costituito da lussuose lastre d’avorio mobili, destava meraviglia con un gioco di luci e una delicata caduta di petali, inebriando tutto lo spazio con essenze: un’esperienza magica assimilabile solo alla potenza di un Dio.

Questa sala intrisa di sapienza costruttiva e effetti immaginifici ospita non a caso la retrospettiva su Raffaello, e le fanno da cornice le cinque sale radiali con installazioni multimediali, dove verranno approfonditi la scoperta e lo studio delle grottesche. Inoltre saranno le opere del pittore urbinate ispirate proprio agli studi effettuati nella Domus.

Al centro della sala sarà visibile l’Atlante Farnese (prestito del Mann di Napoli) le cui costellazioni, raffigurate sul globo del titano, saranno riprodotte sulla volta, rievocando la rotazione dell’antica sala, come omaggio alla volontà di Nerone.

L’allestimento curato da Vincenzo Farinella, Alessandro D’Alessio e Stefano Borghini con la produzione di Electa, si avvale della maestria tecnologica dello studio di Interaction e Exhibit Design Dotdotdot.

Come indicato sul sito di Electa Mondadori, "nel rispetto delle misure precauzionali disposte dal Consiglio dei Ministri e dalle autorità competenti, a salvaguardia della salute e per un'esperienza gratificante di visita, le mostre Electa con apertura prevista nei mesi di marzo e aprile saranno posticipate a data da destinarsi."

Siamo tuttavia sicuri che quella che nel 1980 è stata definita patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, tornerà presto in auge con aperture quotidiane e con un nuovo percorso di visita.