umani macachi Notarchirico Basilicata

Gli uomini e i macachi convivevano a Notarchirico in Basilicata quasi 700 mila anni fa

Gli uomini e i macachi convivevano a Notarchirico in Basilicata quasi 700 mila anni fa

Un nuovo studio internazionale che ha visto la partecipazione del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza Università di Roma, ha documentato per la prima volta la coesistenza di uomini e bertucce nel sito archeo-paleontologico. I risultati del lavoro, pubblicati su Journal of Human Evolution, forniscono ulteriori dati sulla paleoecologia del primate, oggi diffuso in Nord Africa e reintrodotto a Gibilterra, e che nel Pleistocene occupava gran parte del territorio europeo.

uomini macachi Notarchirico Basilicata
Gli uomini e i macachi convivevano a Notarchirico in Basilicata quasi 700 mila anni fa

Il sito di Notarchirico, nei pressi di Venosa (Basilicata), è noto agli esperti fin dagli ’50 del Novecento, grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici e paleontologici frutto di ricerche condotte da diversi gruppi di studio.

Dal 2016 le campagne di scavi sono condotte da un team di ricerca internazionale guidato da Marie-Hélène Moncel del Département Homme et Environnement del Museo nazionale di Storia Naturale di Parigi con la collaborazione di studiosi del dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza e dell’Università di Bologna.

Le ricerche più recenti hanno permesso di approfondire le conoscenze sui manufatti litici acheuleani e sui fossili di vertebrati presenti all’interno di una lunga sequenza stratigrafica, datati tra 695 e 670 mila anni fa, dimostrando come in questo territorio, caratterizzato da clima caldo, spazi aperti e specchi d’acqua, fossero diffusi grandi mammiferi come elefanti, ippopotami, bisonti e cervidi.

Oggi un nuovo studio si inserisce in questo filone di ricerca, documentando per la prima volta la coesistenza tra gli esseri umani e Macaca sylvanus, comunemente conosciuti come bertuccia. Il lavoro, frutto della collaborazione fra studiosi internazionali, fra i quali Raffaele Sardella, Beniamino Mecozzi e Alessio Iannucci del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza, è stato pubblicato sulla rivista Journal of Human Evolution.

“La presenza della bertuccia, documentata per la prima volta a Notarchirico – spiega Raffaele Sardella – aggiunge importanti informazioni paleoambientali e paleoecologiche. Questo primate, oggi diffuso in Nord Africa e reintrodotta a Gibilterra, nel Pleistocene occupava gran parte del territorio europeo”.

  “La coesistenza tra la bertuccia e gli esseri umani – aggiunge Beniamino Mecozzi – è documentata in pochissime località europee e pone interessanti interrogativi sulle interazioni tra Homo e Macaca quasi 700 mila anni fa”.

 

Riferimenti:

Macaca ulna from new excavations at the Notarchirico Acheulean site (Middle Pleistocene, Venosa, southern Italy) - Mecozzi B., Iannucci A., Sardella R., Curci A., Daujeard C., Moncel M.-H. – Journal of Human Evolution (2021). doi.org/10.1016/j.jhevol.2020.102946

Testo e immagine dalla Sapienza Università di Roma.


Sebastian Faulks, maestro di polifonia

Nel chiudere l’ultima pagina della più recente fatica letteraria di Sebastian Faulks, Paris Echo (Penguin Books 2019), tornano alla memoria dubbi mai del tutto sopiti sulla mancata fortuna italiana del brillante scrittore inglese, l’erede designato di Ian Fleming. Se digitiamo il suo nome nella sezione di letteratura in italiano su IBS, il quadro che ne ricaviamo non è del tutto lusinghiero: Faulks appare aver scritto cinque romanzi storici (la trilogia de La ragazza del Lion D'or, Il canto del cielo, La Guerra di Charlotte, e i più recenti On green dolphin street, e Dove batteva il mio cuore, editi variamente da Neri Pozza, Il Saggiatore e Tropea, alcuni dei quali però oggi irreperibili a causa della chiusura di quest’ultima casa editrice), con l’aggiunta del trentaseiesimo episodio della saga di James Bond, Non c’è tempo di morire, commisionatogli nel 2008 dagli eredi di Ian Fleming, per il centenario dalla nascita del grande autore inglese.

Paris Echo Sebastian Faulks
Copertina del paperback Penguin Books dell'ultima fatica di Sebastian Faulks, Paris Echo. Fair use

Eppure Sebastian Faulks ha scritto anche molto altro. Il numero di romanzi pubblicati fra il 1984 ed oggi va ben oltre i 6 tradotti in italiano, ed ammonta a ben 17 lavori. Oltre ai molti romanzi storici (per lo più ambientati nel ‘900) e alcuni gialli, Faulks si è cimentato con successo in altri generi. Vale la pena menzionare il peculiarissimo Pistache (2006, seguito da un Pistache Return nel 2016), un pastiche letterario in cui Faulks gioca con la lingua e la letteratura inglese, spostando personaggi letterari illustri nello spazio e nel tempo e ricreando le loro storie in condizioni quasi paradossali, o cercando di scrivere nello stile di altri autori famosi cambiandone il genere di riferimento (ve lo immaginate Stephen King che scrive romanzi d’amore?).

A Week in December
La copertina del “masterpiece” di Sebastian Faulks, A Week in December, ancora mancante di una traduzione italiana. Fair use

Ma è da un altro romanzo che parte la storia della mia “ossessione” per Faulks e le sue mancate traduzioni italiane: nel 2009 esce per Hutchinson quello che il nostro autore concepisce come il suo “masterpiece”, A Week in December. Faulks lo scrive con l’intento di dar vita ad un romanzo dickensiano ambientato in epoca contemporanea, una sorta di romanzo nazionale inglese dell’oggi, capace di descrivere con spirito disincantato e satirico la vita della capitale britannica, centro pulsante dell’economia europea, alle soglie della crisi economica del 2008. Una lettura quanto mai attuale, in questi anni di agitazione politica alle soglie della Brexit, e un libro con cui è facile relazionarsi anche da non inglesi, da italiani immigrati o che sognano l’affermazione nella più grande metropoli europea, specialmente in un periodo in cui i concetti di immigrazione ed integrazione (nel Regno Unito e non solo) hanno conquistato l’opinione pubblica. Questi concetti, nel romanzo di Faulks, prendono vita in particolare nella storia del personaggio di Hassan, il giovane che viene trascinato nel vortice dell’estremismo islamico, proprio nel momento in cui suo padre, naturalizzato britannico, pur senza aver perso il contatto con le sue origini e la sua religione, si appresta a ricevere un’onorificenza dalla regina: una storia che avrà uno sviluppo e un finale niente affatto scontati. Anche gli altri personaggi, dei ‘tipi’, appunto, consentono una facile identificazione da parte del lettore, che si rivede in essi e ne comprende le ossessioni (quella per l’accumulo incessante e talvolta deleterio di denaro, nel personaggio di John Veals, forse il vero protagonista del romanzo), le debolezze (la seconda vita digitale di Jenny Fortune), le perversioni, le turbe, le frustrazioni (l’insoddisfazione perenne del giovane avvocato Gabriel Northwood, pur consapevole della propria intelligenza) e si sente, come loro, cittadino metropolitano, travolto dalla vita frenetica di Londra. Lo stile di questa commedia è coinvolgente, asciutto, non esente da momenti di satira spietata, ma sempre in fondo leggero. A week in December ha per altro goduto di estremo successo sia di critica che di pubblico: è stato il best-seller che ha venduto con più velocità nella prima tiratura hard-cover per Hutchinson (150.000 copie), a cui si sono aggiunte le vendite della seconda edizione 2010 (Vintage) che ha raggiunto il secondo posto in classifica dei best seller più venduti secondo il Sunday Times e lo ha reso anche il romanzo paperback dalle vendite più rapida tra quelli di Faulks. Il Sunday Times, lodandone lo status di “romanzo nazionale” lo ha paragonato a ‘La fiera delle vanità’ di Thackeray e ad ‘Il nostro comune amico’ di Dickens. Prospect ne ha esaltato la vitalità, la ricchezza di dettagli, il linguaggio.

Queste parrebbero le premesse perfette per un successo di critica e di pubblico anche in Italia. Ciò nonostante, ad una mia documentata proposta di traduzione, avanzata a varie case editrici italiane – alcune fra le più sensibili alla letteratura anglosassone contemporanea – la risposta è sempre stata l’assoluto (e, va detto, anche un po’ fastidioso) silenzio.

Perché? Me lo sono chiesta con poco successo, ed in assenza di una risposta chiara, ho continuato a leggere Faulks alla ricerca di nuove buone ragioni per tradurlo.

Nel suo ultimo romanzo, Paris Echo, la chiusura della cui ultima pagina ha dato il via a questa mia catena di riflessioni, si può rintracciare una sottile continuità con il suo masterpiece, ma anche con il genere prediletto del romanzo storico. Paris Echo si configura infatti come una summa dei generi preferiti da Faulks: il romanzo storico si infiltra nella narrazione di fatti contemporanei, tramite le ricerche storiche di una dei due protagonisti, la post-doc americana Hannah Kohler, che si trasferisce temporaneamente a Parigi per studiare il ruolo delle donne durante l’occupazione tedesca, e finisce per intrecciare la sua vita con quella del giovanissimo studente algerino Tariq, scappato a Parigi, la città della madre che non ha mai conosciuto, al solo fine di “fare esperienza”. Ed è anche nella sua vicenda personale – il suo piccolo romanzo di formazione parigino – che la Storia si insinua: è la storia delle donne di cui gli parla Hannah, ma anche la storia feroce del colonialismo francese in Nord Africa, che gli raccontano i colleghi immigrati per cui lavora friggendo pollo.

Paris Echo più che un romanzo storico, è, dunque, un romanzo sulla storia. Non mancano brillanti riflessioni sul senso dalla memoria, sul pericolo del ricordo come istigatore di vendetta. A condire il delicato andirivieni fra passato e presente, Faulks aggiunge un tocco di mistero e di magia: le donne “fuori tempo” che Tariq incontra nei suoi viaggi in metro sembrano essere i personaggi storici sui cui Hannah conduce le sue ricerche.

Ma qual è il punto di contatto il più recente romanzo di Faulks e il suo lavoro prediletto, A week in December? Se l’ironia quasi dickensiana dello scrittore è, nel suo ultimo lavoro, più sfumata ed evanescente che nel romanzo del 2009, c’è un ingrediente narrativo che non solo sembra legare i due romanzi a stretto nodo, ma appare anche essere il tratto distintivo della scrittura di Faulks: la polifonia.

In A week in December, l’espediente è celato da una sapiente terza persona (sulla scia narratore onnisciente dickensiano), pur rendendosi esplicito nella moltitudine di storie che si intrecciano: i sette protagonisti del romanzo – sette diversi tipi umani londinesi, facce diverse di una confusa identità nazionale – in mezzo ad una serie di personaggi minori, ma altrettanto ‘tipici’, che portano avanti le proprie attività quotidiane, la settimana prima di Natale, e le cui vite sono legate da un filo rosso di parentele e conoscenze, che porterà alcuni di loro ad incontrarsi a cena, a casa di Lance e Sophie Topping, un membro del parlamento e sua moglie. In Paris Echo, invece, le voci sono esplicite nelle due principali narrazioni in prima persona di Tariq e Hannah, che si alternano in modo equilibrato per tutto romanzo. Il dettato, però, si arricchisce ancora di ulteriori elementi polifonici, quando le registrazioni audio delle storie delle donne parigine dell’occupazione (talvolta vagamente reminiscenti della delicatezza di Irene Nemirowsky in Suite francese), che Hannah riporta fedelmente mentre racconta, si inseriscono in modo autonomo nel romanzo e creano un effetto di racconti che incorniciano altri racconti. Gli stili cambiano, le voci si affastellano, ma il narratore tiene salde le fila della storia.

Sebastian Faulks
Sebastian Faulks. Foto di Elena Torre, CC BY-SA 2.0

Torno quindi ad immaginarmi le potenziali sfide che porrebbero le traduzioni di questi due romanzi, le difficoltà che un traduttore dovrebbe affrontare nel rendere efficacemente in italiano la lingua di un maestro di polifonia come Sebastian Faulks. Malgrado le difficoltà e le sfide, mi ritrovo a concludere che ne varrebbe la pena, fosse anche solo per il gusto di avere in libreria due titoli così limpidamente resi dalla nostra bella lingua: Una settimana di dicembre e L’eco di Parigi.


Fatma Naït Yghil Direttrice del Museo Naziona­le del Bardo di Tunisi

Comincia il ciclo di con­ferenze “Il Mediterraneo al centro degli incroci di civiltà” con Fatma Naït Yghil

IN OCCASIONE DELLA GRANDE MOSTRA “ LE CIVILTÀ E IL MEDITERRANEO”
 UN CICLO INTERNAZIONALE DI CONFERENZE 
 
OSPITI DI RILIEVO DEL PANORAMA ARCHEOLOGICO E CULTURALE ITALIANO ED ESTERO, NELLA SEDE DELLA FONDAZIONE DI SARDEGNA, PER METTERE A FUOCO INCROCI, ANALOGIE E CONTAMINAZIONI TRA CIVILTA’ INTORNO AL MEDITERRANEO.
 
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PRIMO APPUNTAMENTO il 9 APRILE CON 
 
Fatma Naït Yghil
Direttrice del Museo Naziona­le del Bardo di Tunisi 
 
 “La Provincia romana d’Africa e il bacino del Mediterraneo: tempo libero e intrattenimento nel segno dell’omologazione"
Cagliari, 9 aprile 2019 ore 17.30
Fondazione di Sardegna - Via San Salvatore da Horta, 2
Fatma Naït YghilDirettrice del Museo Naziona­le del Bardo di Tunisi
Prende il via martedì 9 aprile a Cagliari presso la sede di Fondazione di Sardegna il ciclo di con­ferenze “Il Mediterraneo al centro degli incroci di civiltà”: una serie di appuntamenti organiz­zati nell’ambito della mostra “Le Civiltà e il Mediterraneo” - in corso fino al 16 giugno nella doppia sede di Palazzo di Città e del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari - che vedrà come relatori importanti personalità del panorama archeologico, culturale ed accademico italiano ed inter­nazionale.
Fatma Naït Yghil (Direttrice del Museo Nazionale del Bardo di Tunisi), Giorgio Ieranò (Professore Ordinario di letteratura greca, Università degli Studi di Trento), Paolo Giulierini (Diret­tore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli) e Frederik Mario Fales (Professore Ordinario di Storia del Vicino Oriente antico e di Filologia Semitica, Università degli Studi di Udine) saranno in­fatti i protagonisti di interventi che andranno ad arricchire, tra i mesi di aprile e giugno 2019, il pro­gramma de “I Pomeriggi della Fondazione”, momenti di approfondimento culturale proposti dalla Fondazione di Sardegna.
Fatma Naït Yghil Direttrice del Museo Naziona­le del Bardo di Tunisi
L’iniziativa si svolge in stretta collaborazione con gli altri promotori della grande mostra inter­nazionale recentemente inaugurata - la Regione Sardegna, il Mibac-Polo Museale della Sardegna, Musei Civici di Cagliari ed il Museo Statale Ermitage, con il supporto di Ermitage Italia - che propone un corpus espositivo di oltre 550 reperti provenienti da prestigiosi musei internazionali, quali il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, il Museo Nazionale del Bardo di Tunisi, il Museo Archeologico di Salonicco, il Museum for Pre-and Early History di Berlino e da istituzioni museali italiane come il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e i Musei Archeologici Nazionali di Cagliari, Sassari e Nuoro.
Il ciclo di incontri mira a dare ulteriori spunti di riflessione sulle connessioni, i contatti, le analogie e le differenze nello sviluppo delle culture e delle civiltà afferenti al Mare Mediterraneo e sui collegamenti 
con l’Oriente e il Caucaso dal Neolitico all’Età del Bronzo - cuore dell’esposizione - fino all’affermazione romana. Il tutto con un occhio di riguardo alla Sardegna (per la quale si sta definendo un incontro specifico) che ha sviluppato la peculiare cultura nuragica, ma che pure mostra relazioni significative con le altre civiltà e comunque al centro di importanti scambi e contatti.
Ospite d’eccezione del primo appuntamento sarà Fatma Naït Yghil, direttrice del Museo Naziona­le del Bardo di Tunisi, che parlerà de “La Provincia romana d’Africa e il bacino del Mediterraneo: tempo libero e intrattenimento nel segno dell'omologazione”.
Salito alla ribalta delle cronache internazionali a seguito del sanguinoso attentato perpetrato dall’Isis il 18 marzo 2015 - attentato che ha anche provocato 22 vittime e oltre 40 feriti - il Museo Nazionale del Bardo è il più antico museo del nord Africa e ospita una delle più straordinarie raccolte archeologiche al mondo, vantando soprattutto una ineguagliabile collezione di mosaici di epoca romana, di cui alcuni esemplari sono stati eccezionalmente prestati per la mostra in corso.
In particolare, tra le opere giunte da Tunisi ed esposte al Museo Archeologicio Nazionale di Cagliari in dialogo con la collezione permanente - oltre a sculture e importanti manufatti - anche due mosaici del II-III sec. d.C., entrambi raffiguranti due “Lottatori nudi in presa provenienti dalla terme di Ghigti.
Fatma Naït Yghil Direttrice del Museo Naziona­le del Bardo di TunisiFatma Naït Yghil Direttrice del Museo Naziona­le del Bardo di Tunisi
Grazie all’intervento della Direttrice del Bardo – moderato da Manuela Puddu, funzionaria archeologa del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari - il pubblico avrà l’occasione di conoscere meglio un aspetto affascinante della cultura romana, quello del tempo libero e dell’intrattenimento: non una semplice occasione di svago, quanto una modalità attraverso cui affermare superiorità e potere da parte dei romani.
Intorno la metà del III secolo d.C. vi erano oltre 100 anfiteatri in tutto l’impero, 32 nella sola provincia d’Africa: è semplice capire quanto i giochi rappresentassero un forte elemento di ro­manizzazione,
un mezzo attraverso il  quale inglobare le società locali ed assoggettarle al potere imperiale. Una presenza tanto significativa di arene nei territori nordafricani può essere spiegata tenendo conto di un fattore importante nell’industria dei giochi, specialmente in quelli venatori: nelle venationes, spettacoli che ricreavano scene di caccia, ottenere animali esotici dagli angoli più remoti dell’impero rappresentava un’ostentazione di ricchezza e potere da parte dell’imperatore, che cosi aveva l’occasione di mostrare al popolo animali che altrimenti non avrebbe mai visto. Le terre della provincia d’Africa abbondavano tanto di rinoceronti, orsi, pantere e leoni tali da rendere l’approvvigionamento di animali per la vendita a circhi ed anfiteatri un’attività alquanto reddi­tizia, al punto che vi furono personaggi che giunsero a farsi una buona reputazione in questo campo: è il caso di Olimpo, cantato dai poeti africani come uomo dal viso amato da coloro che “ap­prezzano l’ebano e l’ombra violetta che orna i prati verdeggianti”…
Fatma Naït Yghil Direttrice del Museo Naziona­le del Bardo di Tunisi
Tutti gli appuntamenti si svolgeranno presso la sede della Fondazione di Sardegna in Via San Salvatore da Horta, 2 a Cagliari.
L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti disponibili; per informazioni [email protected]mostracagliarimediterraneo.it
 
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FATMA NAÏT YGHIL
Fatma Naït YghilDirettrice del Museo Naziona­le del Bardo di Tunisi
Direttrice Generale del Museo Nazionale del Bardo e già Responsabile Ricerche Storia e Archeologia Romana presso l’Istituto Nazionale del Patrimonio di Tunisi, Fatma Naït Yghil è Responsabile scientifica della Collezione dei Mosaici e Sculture del Museo Nazionale del Bardo di Tunisi. 
Laureata presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Tunisi con un master in Storia e una tesi sugli spettacoli in Africa in epoca romana, vanta anche un Diplome d’Etudes Approfondisse (DEA) in Storia e archeologia antica con uno studio sulle “Pratiche sportive e spettacoli dei giochi atletici e di pugIlato in Africa nell’epoca romana” e un Dottorato in Storia Antica e Archeologia Antica dedicato alla “Ricerca sugli svaghi e spettacoli nell’Africa in epoca romana”.
È autrice di numerosi articoli sullo sport, sui giochi e sulle attività legate al tempo libero nell’Africa romana e sul Museo Nazionale del Bardo. 
Ha partecipato, con altri autori tunisini e stranieri, alla realizzazione del libro sul Bardo in omaggio alle vittime del 18 marzo 2015 sotto la guida del Sig. Samir Aounallah: “Un monumento, un museo, io sono il Bardo”. 
Docente presso la Facoltà di Scienze Umane e Sociali di Tunisi ha diretto diverse tesi e progetti di laurea per i corsi di diverse facoltà di Tunisi.
Ha ricoperto importanti ruoli istituzionali come Segretario Generale dell’ufficio ICOM Tunisia ed è membro dell’ufficio ICOMOS Tunisia.
Ha più volte curato o coordinato mostre temporanee come: commissario tunisino per la mostra “Il Bardo ad Aquileia”, coordinatrice franco-tunisina per la mostra “Lieux Saints Partages”, in partenariato con il MUCEM, Museo delle Civiltà Europee e il Mediterraneo e l’Istituto Nazionale del Patrimonio, Museo Nazionale del Bardo, commissario della mostra sul sito archeologico di Dougga presso la sede dell’UNESCO a Parigi,  in occasione del 20° anniversario dell’iscrizione del sito nella Lista del Patrimonio Mondiale.
Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International

Migrazione di ritorno in Africa all'inizio del Paleolitico Superiore

19 - 26 Maggio 2016

Il teschio della donna di Pestera Muierii, vissuta 35 mila anni fa. Credits: E. Trinkaus and A. Soficaru
Immagini di laboratorio: il mitogenoma è stato estratto dalla donna di Pestera Muierii, vissuta 35 mila anni fa. Credits: E. Trinkaus and A. Soficaru

Dopo la dispersione "fuori dall'Africa" iniziò l'espansione demografica in Eurasia di ominidi con una morfologia simile a quella che conosciamo oggi.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature - Scientific Reports, presenta il genoma mitocondriale di una donna da Pesteri Muierii (Romania), vissuta 35 mila prima del tempo presente. Esso corrisponde alla stirpe basale U6, ora scomparsa, e dalla quale derivano i lignaggi di popolazioni del Nord Africa.
Lo studio può quindi confermare l'origine eurasiatica di detto lignaggio, e attestare una migrazione di ritorno dall'Eurasia in Africa, all'inizio del Paleolitico Superiore (40-45 mila anni fa).
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Tre scheletri documentano l'espansione araba dell'ottavo secolo fino in Settimania

24 Febbraio 2016
journal.pone.0148583.g001
Le analisi di carattere archeologico e genetico, effettuate su tre scheletri ritrovati in altrettante tombe medievali a Nîmes, in Francia, indicano che si trattava di tre musulmani.
La rapida espansione araba nei primi secoli del Medio Evo portò profondi cambiamenti nel mondo mediterraneo, ma se questa presenza è ampiamente attestata in Spagna, lo è assai meno a nord dei Pirenei. Il nuovo studio, pubblicato su PLOS One, ha dunque cercato di verificare una relazione tra queste tre tombe e la presenza musulmana nella Francia dell'ottavo secolo.
journal.pone.0148583.g003
Si sono esaminate le pratiche funerarie, DNA, sesso ed età degli individui in questione. Ne è risultato che si seguivano i rituali islamici, con gli scheletri che hanno testa e corpo orientati verso La Mecca. Dal DNA si è rilevata una probabile stirpe paterna dal Nord Africa. La datazione è compresa tra il settimo e il nono secolo. Gli autori sospettano perciò si tratti di Berberi integrati nell'esercito degli Omayyadi durante l'espansione araba in Nord Africa dell'ottavo secolo.
Lo studio fornirebbe dunque le prime prove riguardanti l'occupazione del territorio della Settimania (attuale Linguadoca-Rossiglione), allora in mano ai Visigoti, e mette in luce la complessità di relazioni tra le due comunità all'epoca.
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Migranti e dieta dai cimiteri di Roma Imperiale a Casal Bertone e Castellaccio Europarco

10 Febbraio 2016
journal.pone.0147585.g001
Secondo un nuovo studio pubblicato su PLOS One, l'analisi degli isotopi di 105 scheletri seppelliti in due cimiteri della Roma imperiale (Casal Bertone e Castellaccio Europarco, con datazione al periodo tra il primo e il terzo secolo d. C.), evidenzia un numero rilevante di migranti, provenienti dal Nord Africa e dalle Alpi.
Gli individui erano principalmente adulti e uomini, per gli autori il seppellimento in una necropoli può suggerire che si trattava di poveri o di schiavi. La loro dieta si modificò notevolmente con l'arrivo a Roma, con l'adattamento alla diversa cucina, che comprendeva soprattutto frumento, legumi, carne e pesce. Ulteriori analisi forniranno altre indicazioni.

Teschio dello scheletro T15, un maschio tra i 35 e i 50 anni, seppellito in un cimitero nei pressi di Casal Bertone, Roma. Le analisi suggeriscono possa essere nato vicino le Alpi. Credit: Kristina Killgrove
Teschio dello scheletro T15, un maschio tra i 35 e i 50 anni, seppellito in un cimitero nei pressi di Casal Bertone, Roma. Le analisi suggeriscono possa essere nato vicino le Alpi. Credit: Kristina Killgrove

[Dall'Abstract:] Le migrazioni all'interno dell'Impero Romano avvennero con portata multipla, e furono sia volontarie che non volontarie. In conseguenza della lunga tradizione di studi classici, le analisi bioarcheologiche devono essere pienamente contestualizzate all'interno dei confini della storia, della cultura materiale, e dell'epigrafia. Al fine di valutare la migrazione verso Roma all'interno di una cornice di contesto aggiornata, l'analisi dell'isotopo dello stronzio è stata effettuata su 105 individui provenienti da due cimiteri associati alla Roma imperiale—Casal Bertone e Castellaccio Europarco—e le analisi degli isotopi di ossigeno e carbonio sono state effettuate su un sottoinsieme di 55 individui. L'analisi statistica e i confronti con quanto ci si aspettava a livello locale hanno rivelato diverse eccezioni, probabilmente immigrati a Roma da fuori. La demografia degli immigrati mostra uomini e bambini, e un confronto degli isotopi del carbonio da campioni da denti e ossa suggerisce che gli immigranti possono aver significativamente modificato la loro dieta. Questi dati rappresentano la prima prova fisica di individui immigrati nella Roma Imperiale. Questo caso di studio dimostra l'importanza dell'utilizzo della bioarcheologia per generare una più profonda comprensione dell'antico e complesso centro urbano.
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Come le antiche comunità resistettero alle nuove pratiche agricole

6 Gennaio 2016

Fare follie: come le antiche comunità resistettero alle nuove pratiche agricole

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L'analisi di pietre per macinare rivela come le comunità nord africane possano essersi spostate lentamente e con cautela da stili di vita da cacciatore raccoglitore a pratiche agricole più sedentarie. Una nuova ricerca pubblicata dall'archeologo di Cambridge, dott. Giulio Lucarini suggerisce che una preferenza per le coltivazioni selvatiche fu una decisione strategica.

Una scatola di pietre apparentemente irrilevanti siede in un angolo dell'ufficio del dott. Giulio Lucarini presso il McDonald Institute for Archaeological Research, dove si contende lo spazio con pile di periodici accademici, microscopi e cartoni di macchinari utilizzati negli scavi. Questi ciottoli della dimensione di una mano erano usati come strumenti per macinare dalle popolazioni che vivevano in Nord Africa 7.000 anni fa. Minuscoli granelli di materia vegetale recentemente ritrovati sulla loro superficie gettano luce su un periodo affascinante dell'evoluzione umana e confermano teorie per cui la transizione dallo stile di vita nomade a quello sedentario fu graduale.
I manufatti nell'ufficio di Lucarini provengono da una collezione conservata nel magazzino del Museo di Archeologia e Antropologia (MAA) ad appena un paio di minuti di distanza a piedi. Negli anni cinquanta il noto archeologo di Cambridge, Sir Charles McBurney intraprese gli scavi di una grotta chiamata Haua Fteah, e collocata nella Libia settentrionale. Dimostrò che la stratigrafia (gli strati dei sedimenti) costituisce lì prova di abitazione umana continua da almeno 80.000 anni fa fino ai giorni nostri. I ritrovamenti dagli scavi di McBurney furono depositati al MAA.
Nel 2007, il professor Graeme Barker, anch'egli da Cambridge, cominciò nuovamente con gli scavi a Haua Fteah col supporto del progetto TRANS-NAP, finanziato dall'ERC. Fino al 2014, Barker e il suo team ebbero la possibilità di spendere più di un mese ogni anno scavando il sito e rilevando la regione circostante di Jebel Akhdar, al fine di investigare le relazioni tra cambiamenti culturali e ambientali in Nord Africa negli ultimi 200.000 anni.
Ora un'analisi delle macine in pietra dagli strati neolitici di Haua Fteah (che datano da 8.000-5.500 anni fa), portata avanti da Lucarini come suo progetto Marie Skłodowska-Curie, ‘AGRINA’, in collaborazione con Anita Radini (Università di York) e Huw Barton (Università di Leicester), rende nuove prove sulle persone che vivevano a un tempo visto come un punto di svolta nello sfruttamento dell'ambiente da parte degli umani, che ha spianato la strada per una rapida espansione della popolazione.
Attorno a 11.000 anni fa, durante la prima fase del periodo geologico noto come Olocene, comunità nomadi delle regioni del Vicino Oriente effettuarono la transizione da uno stile di vita di cacciatori raccoglitori verso uno stile di esistenza agricola più sedentario, cominciando a sfruttare le colture e gli animali domesticati, sviluppati localmente. La ricerca condotta da Lucarini nella Libia settentrionale e nell'Egitto occidentale sta sempre più rivelando uno scenario contrastante per le regioni nord africane.
In un articolo scientifico pubblicato oggi (NdT: il 6 Gennaio 2016), Lucarini e i suoi colleghi spiegano che le superfici delle macine mostrano utilizzo e usura da piante e contengono minuscoli residui di piante selvatiche che datano a un tempo nel quale, in tutta probabilità, granaglie di piante domesticate dovevano essere per loro disponibili. Questi dati sono coerenti con altre prove dal sito, specialmente quelle dalle analisi dei macro-resti vegetali portati da Jacob Morales (Università dei Paesi Baschi), che confermano la presenza di sole piante selvatiche nel sito durante il Neolitico. Insieme, queste prove suggeriscono che le varietà domesticate delle granaglie furono adottate tardi, spasmodicamente, e non prima dell'epoca classica, da persone che vivevano in armonia con l'ambiente circostante, mentre si spostavano stagionalmente tra le risorse disponibili in natura.
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Uomini e api: una storia di oltre 8500 anni fa

11 Novembre 2015
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Gli agricoltori del Neolitico sfruttavano ampiamente api ed alveari, già 8500 anni fa almeno. Questi i risultati di uno studio che è riuscito ad individuare i residui lipidici della cera d'api da Apis mellifera nelle ceramiche degli agricoltori neolitici del Vecchio Mondo (su una base di 6.000 frammenti da oltre 150 siti archeologici).
La cera d'api è uno dei prodotti principali delle api (utilizzata per vari scopi di carattere tecnologico, rituale, medicinale e cosmetico), e la sua composizione varia su base spaziale e temporale. Lo sfruttamento dell'insetto è stato quindi tracciato in Europa, nel Vicino Oriente e nel Nord Africa, mentre non è rilevabile a nord del 57esimo parallelo (ad esempio, in Scozia e Fennoscandia). L'associazione tra uomini e api era dunque molto diffusa già in epoca preistorica.
Fino ad oggi, le testimonianze più antiche relative alle api provenivano dall'arte egiziana dell'Antico Regno (attorno al 2400 a. C.), all'arte rupestre del Mesolitico delle grotte della Spagna (ove il miele veniva cacciato), e da un sito pre-agricolo in Sud Africa, dove si sono ritrovati resti di cera d'api. L'associazione tra primi agricoltori e apicultura rimaneva però incerta.
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Marocco: dalle chiocciole al passaggio all'agricoltura

5 Novembre 2015
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Le chiocciole sono considerate un alimento pregiato (ma bisogna chiamarle escargot), eppure sono nella dieta umana da migliaia di anni.
Un nuovo studio ha potuto compiere l'analisi isotopica dell'ossigeno nelle loro conchiglie, ritrovate in un sito nel Nord Est del Marocco e datate tra 10.800 e 6.700 anni fa. Si è così scoperto un cambiamento climatico che, col riscaldamento, avrebbe permesso all'agricoltura di essere in grado di sostenere la crescente popolazione umana.
Questi risultati ci permetterrebbero di comprendere meglio il cambiamento nello stile di vita dei gruppi umani, nel passaggio da cacciatori raccoglitori ad agricoltori.
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