Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide, secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Articolo a cura di Francesca Barracca e Chiara Rizzatti

Simon Vouet, Enea e suo padre abbandonano Ilio, olio su tela (circa 1635), The San Diego Museum of Art. Foto Wmpearl  CC0

Quando si parla di Eneide, non sempre abbiamo ben chiaro l’apporto straordinario di quest’opera e la risonanza che ha avuto nel corso dei secoli. Si tende, piuttosto, a collocarla nel filone dei poemi epici precedenti, e a sottoporla ad un ingiusto confronto con Iliade e Odissea, con cui ha in comune molto meno di quanto si possa pensare, a partire dal protagonista.

Ben lontano dall’eroe che combatte per il proprio κλέος come Achille o da una figura scaltra come Odisseo, Enea ha subito le impietose critiche di una letteratura romantica che esaltava l’azione mossa da un sentimento dirompente; in questa luce, Enea è stato bollato come un personaggio passivo, semplice esecutore della volontà del fato.

È una considerazione senz’altro superata, ma che poggia le sue ragioni in alcune incongruenze del carattere di Enea, che da una parte si fa carico dei piani del destino, ma dall’altra è permeato di dubbi, sciolti solo dall’intervento divino.

Se la critica ottocentesca ha visto in Enea un personaggio “artisticamente fallito” è perché non è stata colta la profonda essenza della struttura virgiliana, che va intesa nel suo insieme, non per singoli episodi.

Abbracciando tutta l’opera, infatti, si può facilmente notare che le opposizioni logiche del personaggio sono frutto di una duplice funzione di Enea: egli risponde ad un doppio statuto letterario, in cui il punto di vista soggettivo dell’Enea personaggio convive con quello oggettivo del realizzatore del Fato.
Enea sa che non ha scelta se non assecondare la sorte a lui destinata, anche se questo va contro la sua identità di personaggio, che tuttavia non è mai annullata del tutto. Essa vive nelle pause della narrazione, nelle attese in cui il meccanismo del destino lo dispensa dal richiedergli un nuovo sacrificio.

L’elogio di Enea è quello di una pietas lontana dalla nostra sensibilità, ma di cui ci colpisce l’assoluta devozione, che sfocia più nella tragedia che nell’epica. Proprio come un eroe tragico, Enea paga il prezzo di un destino a cui è talmente devoto da non disobbedire, anche quando gli chiede di rinunciare ad amore e felicità per plasmare un futuro che non sarà mai suo.

Per ritornare ancora una volta sull’Eneide e sulla sua risonanza nel corso dei secoli, si è pensato di condurre un confronto tra La lezione di Enea di Andrea Marcolongo ed Enea, lo straniero di Giulio Guidorizzi, soffermandoci su come alcuni temi pregnanti dell’opera virgiliana – quali l’amore, il fato, le reinterpretazioni moderne – sono stati trattati dai due studiosi.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

La vicenda di Enea si snoda su binari prestabiliti dal volere superiore del Fato, e lo designa come artefice di un futuro da cui dipenderà la successiva gloria di Roma. Virgilio mette in chiaro il duplice ruolo di Enea, di personaggio – dotato di un suo punto di vista relativo – e di non-personaggio, in quanto rappresentante di una forza divina, che lo rende partecipe di un punto di vista soggettivo.

Nel testo di Guidorizzi questo aspetto è ben presente, e anzi si enfatizza lo scarto apprezzabile tra la visione assoluta del Fato e la conoscenza – niente affatto assoluta – del personaggio Enea. Questo significa che da una parte Enea contribuisce a realizzare il progetto del Fato, ma dall’altra non ha mai davanti agli occhi il piano nella sua interezza. L’autore mette in evidenza la conseguenza più significativa di questo dislivello tra soggettività e oggettività, ovvero la “sospensione” dell’Enea-personaggio. Se prendiamo sempre come riferimento il testo virgiliano, fa prevalere volutamente il risvolto soggettivo; in effetti si tratta di una scelta che risponde ad un’esigenza precisa, e che strizza l’occhio a un lettore contemporaneo che non ha familiarità con la figura stratificata di Enea: mettendo l’accento sui sentimenti di Enea, risulta ancora più grande il divario tra ciò che vuole e ciò che deve fare.

Ma se il conflitto interiore che vive Enea non può essere espresso in una esternazione drammatica, può trovare modo di realizzarsi con l’incertezza e il dubbio, che nell’Eneide vengono allontanati da frequenti epifanie di divinità, il cui ruolo è interrompere i momenti di riflessione e richiamare l’eroe all’azione. In Enea, invece, non c’è traccia degli dèi, e gli elementi sovrannaturali sono ridimensionati per dar modo alle ragioni di Enea di avere una voce, per quanto limitata alla sfera interiore. Emerge al massimo grado la natura delle incertezze di Enea, dovute non tanto al dover compiere una scelta, quanto al bisogno di una conferma di qualcosa che è già stato deciso.

Guidorizzi fa in modo di mostrare il valore della pietas antica e il sacrificio che Enea compie per onorarla: se accettasse di trovare per sé un futuro diverso da quello determinato, Enea tradirebbe la sua missione, allontanandosi dall’ideale della norma romana. Enea deve compiere, quindi, una spoliazione di sé, della sua personalità individuale per fondersi con il volere del Fato, almeno dal punto di vista formale.

“Insensibile sensibilità” è l’ossimoro che meglio riassume lo stato d’animo di Enea di fronte alle difficili scelte che deve compiere. La narrazione che Guidorizzi fa in prima persona aiuta a comprenderlo meglio, e a esplicitare quella doppia facies di Enea che Virgilio lasciava intravedere solo a intervalli, limitatamente ai momenti in cui l’Enea personaggio, con la sua soggettività, poteva permettersi di affacciarsi nel racconto.
Un esempio particolarmente riuscito di questa prospettiva riguarda il libro IV, dedicato all’incontro di Didone. Non è un caso che Guidorizzi si sia soffermato a lungo su questo celebre incontro: la fine dell’amore con la regina cartaginese è stata oggetto di una delle critiche più aspre relative al personaggio di Enea, dipinto come un individuo freddo, incapace di riconoscere (e ricambiare) la passione.

L’autore, invece, fa in modo di proiettare il lettore nelle vesti dell’eroe, di vivere la sua angoscia in quanto profugo in una terra straniera, di percepire la sua riconoscenza per essere stato accolto, e soprattutto di avere una panoramica di come Enea si rapportasse a Didone, donna pulcherrima.

Ne emerge un Enea per certi versi inedito, profondamente innamorato e desideroso di essere riamato da Didone; e soprattutto di trattenersi a Cartagine con lei, accarezzando l’idea di godere a pieno del proprio sentimento, che supera anche il ricordo della prima moglie, Creusa.

Il distacco da Didone è raccontato in modo da far partecipi dei veri pensieri di Enea, che sono ben lungi dall’essere privi di umanità, anzi: Enea è smarrito, dilaniato da un dolore intenso ma impossibile da esternare. Si esprime al massimo grado la tensione dell’Enea-personaggio e il Fato di cui è portatore, e che non può manifestarsi in nessun modo se non nella sfera più intima.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Didone è una vittima del fato, così come ce ne sono moltissime sul percorso di Enea, a partire dalla caduta rovinosa di Troia. Virgilio si soffermava su di esse, intervenendo nella narrazione con una sorta di commento sulle ingiuste circostanze che avevano portato a una fine prematura. Il poeta esprimeva
συμπάθεια, partecipazione per la sorte dei personaggi, elaborando una deformazione dell’oggettività epica tradizionale: pur rimanendo onnisciente, il narratore si soffermava anche sulle ragioni dei vinti.
Mentre nell’Eneide la συμπάθεια del narratore arriva a fondersi con il punto di vista di Enea, che perde così la propria empatia individuale, Guidorizzi unifica da subito questa contrapposizione, col risultato di accentuare un tema molto caro al poema augusteo, quello della mors immatura.
Esso si esprime al massimo grado nella sezione relativa alla guerra in Lazio, che vede in particolare la morte della vergine guerriera Camilla, di Pallante e di Turno, personificazioni di ideali non meno virtuosi di quelli che ricopre Enea stesso.

Guidorizzi, inoltre, prende in considerazione la figura evanescente di Lavinia, la silenziosa fanciulla che si trova promessa a un uomo diverso da quello a cui era destinata, Turno. L’autore sottolinea subito il dispiacere di Enea per lo stato d’animo della giovane, tacitamente sconvolta per essere costretta a unirsi a un estraneo, avanti con gli anni, e per dover rinunciare all’uomo che ama.

Una particolarità dell’opera di Guidorizzi è la mancanza – quantomeno esplicita – di riferimenti con la modernità. Tuttavia questa “lacuna” fornisce l’occasione per riconsiderare l’Eneide come capolavoro letterario e per percepirne la complessa ideologia di fondo, senza doversi affrettare a ricercare paralleli più recenti.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea che, profugus, si avventura in un viaggio incerto: sebbene il viaggio fosse già stato un argomento utilizzato dall’epica per descrivere il ritorno di Odisseo, il poema latino rovescia drasticamente la prospettiva. Per quanto gravoso, il viaggio di Odisseo determinava un ritorno a casa, a ciò che è noto; Enea, al contrario, abbandona la sua patria per fondare una nuova città, per gettarsi in un futuro oscuro in cui non esistono porti sicuri.

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio, fatti di dèi silvani e riti agresti, gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

 

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

Nel contesto delle numerose interpretazioni contemporanee che sono state fatte di Enea, ne La lezione di Enea Andrea Marcolongo cerca di fornire un quadro più o meno obiettivo, analizzando una serie di aspetti che contribuiscono a illuminare l’Eneide e il personaggio di Enea. Che si tratti di un tentativo di liberarlo dai numerosi cliché che si sono sempre accompagnati alla figura dell’eroe virgiliano o di un’interpretazione ex-novo per presentare Enea in una nuova veste, resta indubbiamente apprezzabile lo scopo ultimo dell’opera di Andrea Marcolongo: rendere accessibile a chiunque la conoscenza e la comprensione di una figura e di un’opera da sempre ritenuta controversa e troppo spesso esclusivo appannaggio dei classicisti.

Bisogna innanzitutto considerare che la storia di Enea era già conosciuta attraverso i poemi omerici, ma se in Omero Enea è un eroe come tanti altri, quasi “anonimo” se messo a confronto con Achille o Ulisse, capo dei Dardani, alleati dei Troiani, che riesce a scampare alla morte poiché padre che ha il dovere di prendersi cura del figlio, in Virgilio Enea si presenta in prima persona con queste parole: “Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus; Italiam quaero patriam ”.

Risulta chiaro, allora, che Enea non cerca un regno da governare, come la maggior parte degli eroi omerici, ma una patria, sebbene Enea non sembri propriamente l’uomo di cui potersi fidare e al quale affidare una nazione. Eppure, è ciò che gli viene richiesto e ciò che fa senza indugi. Se in Omero, inoltre, c’è una dimensione eroica collettiva, Enea si muove invece da solo nello spazio del fato: è lui stesso un fato profugus, laddove con “fato” ci si riferisce a una categoria completamente romana, una legge che esiste e basta cui non sfuggono neppure gli dei e che riveste notevole importanza nella prospettiva in cui si guarda non a cosa accadrà, ma come. Enea infatti sa già cosa accadrà, perciò quello che dovrebbe sorprendere è scoprire come reagirà ai colpi che il fato gli assesterà, perché ha necessità di reagire e rialzarsi.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

A questo punto, alla lecita domanda che potrebbe sorgere, e cioè che “se tutto è già scritto, allora Enea non sceglie mai?”, la scrittrice fa notare che Enea non fa nulla spontaneamente e questo perché l’Eneide non è certo il poema della forza o dell’istinto, piuttosto nasconde un significato più evanescente: nessuno resiste se non è costretto. Ed Enea è proprio costretto a resistere, non può fare altrimenti. Se l’Eneide risulta oggi noiosa a molti, ci dice Andrea Marcolongo, è perché, forse, abbiamo sempre sbagliato a leggere, ricercando un obiettivo diverso da quello necessario, sempre orientati alla ricerca dell’effetto sorpresa. Risulta conseguenziale, allora, che Enea diventi un eroe passivo, soltanto un burattino nelle mani del fato. Eppure, ciò non significa che Enea non provi emozioni, che non abbia desiderato restare a Cartagine con Didone, per esempio. Enea fa quel che deve e, al contempo, resiste. In questo sta la sua misura eroica: non cedere, né ribellarsi mai. Quella di Enea si profila, così, come un’accettazione consapevole, dal momento che non c’è assolutamente nulla di meccanico in ciò che fa. Il fato è, infatti, un obbligo di cui non si conosce né motivo né mutamento, ma al quale non ci si può sottrarre. Per questo anche gli dei soccombono ad esso, sono in questo vicini ai mortali, dai quali si distinguono solo per la loro immortalità, in quanto non danno neppure grandi esempi di virtù, ma fanno anche loro quello che devono e possono.

Diverse sono state le ipotesi relative alla rappresentazione degli dei: da semplice strumento narrativo a riflesso di un’impossibilità di credere in qualcosa quando tutto va male o un ateismo di fondo da parte di Virgilio. Eppure, secondo Marcolongo, non si è riusciti a comprendere la loro presenza perché, nell’analisi, sono sempre state applicate categorie moderne: a questo proposito occorre ricordare che, nonostante l’indifferenza degli dei, nell’Eneide, li si prega ugualmente. E ciò perché la fede negli dei è quanto il fato ha concesso agli uomini che hanno bisogno di sperare per continuare a vivere.

Il pregio maggiore di Enea diventa, quindi, non il suo essere “pius”, ma la sua resistenza in virtù del destino incontrovertibile a lui assegnato con un’accettazione totale della propria condizione che non fornisce alternative: Enea non fa ciò che vuole, perché a quel punto sarebbe già morto eroicamente per salvare Troia, ma fa ciò che deve.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che Enea non ha grandi qualità, se non la pietas, da non intendere come “pietà” in senso moderno, cioè devozione verso la divinità, quanto piuttosto “senso del dovere” strettamente connesso alla moralità e a uno scopo da perseguire. L’espressione, l’atteggiamento che Enea mostra nel corso di tutta la vicenda è sempre chiaro, saldo, piuttosto che perplesso o inetto e ciò contribuisce a darne un’immagine quasi sempre coerente.

Persino nell’episodio di Didone, infatti, dove viene espressamente detto che Enea soffre e prova emozioni reali, non si assiste ad alcun cedimento vero e proprio, perché il dovere di sbarcare nel Lazio è la priorità che Enea non perde mai di vista, sebbene il suo desiderio più grande non sia mai stato questo. Il suo diventa allora un vero e proprio sacrificio e la sua personalità acquista tratti sempre più umani e simili ai nostri. Per Marcolongo la mors immatura di Didone, inoltre, viene indagata da un nuovo punto di vista. La scrittrice sembrerebbe allontanare da Enea la colpa del suicidio, liberando l’eroe dalle accuse di vigliaccheria e indolenza che nei secoli gli sono state rivolte, contribuendo piuttosto a restituirne una figura più corrispondente alla realtà oggettiva. Enea, infatti, non è del tutto colpevole nei confronti di Didone perché non ha più una moglie, né fa promesse di un futuro insieme. Certo Enea non manca di goffaggine e superficialità (nel VI libro si mostra addirittura sorpreso del fatto che la propria partenza abbia causato dolore!), ma lungi dal condannare Enea come vigliacco e demonizzarlo per questo come si è sempre fatto. Didone soffre perché aveva già sofferto prima con la perdita del primo amore. Il suo, dunque, non è altro che un dolore irrisolto e il vero conflitto quello interiore che la regina mostra di avere con se stessa. Ne emerge, quindi, un punto di vista singolare che merita di essere approfondito, poiché cerca di sbarazzarsi di numerosi cliché relativi alla “questione femminile” e alle varie interpretazioni dell’episodio di Didone che sono state fatte nel corso dei secoli. Del resto, la scrittrice ricorda che c’è una sola ragione per cui Enea e Didone non possono vivere il loro lieto fine ed è che i fati lo vietano. Allo stesso tempo fa notare come anche le figure femminili di Creusa, che scompare alla vista di Enea e alla vita in maniera poco chiara, e Lavinia, che addirittura non pronuncia parola in tutta la vicenda, siano solo funzionali a un disegno più ampio: la fondazione di Roma.

Altro punto di vista meritevole di riflessione è quello che emerge in relazione ai luoghi dell’Eneide e al rapporto che gli Italiani, in quanto popolo moderno, hanno avuto ed hanno tutt’ora con il poema. Non sono luoghi troppo lontani quelli che fanno da sfondo alla storia di Enea. Eppure, secondo la scrittrice, gli Italiani non se ne vantano abbastanza: rari sono infatti sul territorio nazionale i monumenti che celebrano il capostipite degli Italiani, rara anche l’iconografia se messa a confronto con quella degli eroi omerici. Tra i luoghi reali che prendono “vita” nell’Eneide, in quanto ad essi vengono dedicati veri e propri miti eziologici sono, ad esempio, Gaeta, Capo Miseno, Palinuro, mentre gli altri sono evanescenti e funzionali alla trama. Del resto, Virgilio non si preoccupava di descrivere minuziosamente l’Italia, piuttosto voleva mettere in evidenza la sua bellezza, semplice e rustica.

Bisogna allora non fermarsi alla superficie, alle incongruenze geografiche, alle invenzioni di sana pianta, perché l’Italia dell’Eneide è quella idealizzata che Virgilio vorrebbe definire “patria” nella stressa accezione di Enea che, una volta approdato nel Lazio, la saluta con queste parole: “Qui è la patria, questa è a casa”.

Tra gli italici, però, Enea non viene subito accolto favorevolmente. In essi, infatti, contadini latini parchi e operosi, vi è il disprezzo per l’educazione e la cultura greca. Nell’Eneide gli Italiani ai quali Enea si lega per sempre non sono la parte “buona”, semmai quelli che, pur praticando agricoltura e allevamento, oscillano tra durezza e violenza: “vivono di prede e di rapine”. Potremmo dire che non siano ancora del tutto civilizzati prima dell’arrivo di Enea. Per questo Marcolongo non va cauta con le accuse, quando si tratta di dover condannare le misinterpretazioni del Fascismo, ma è indubbio che esso abbia creato un nuovo Enea, l’emblema del conquistatore che sottomette senza scrupoli, tutto ciò che Enea non è, per giustificare un presunto dovere ereditario di sottomettere con la forza il resto del mondo. Nell’ideologia del Fascismo Enea perde i suoi tratti più caratteristici ed umani, la pietas e le sue inquietudini di uomo sventurato. Si tace, per lo più, della sua condizione di profugo e, quindi, di straniero, proprio ciò su cui si insiste maggiormente in tempi moderni, per farne il vero cittadino romano E a quanti obiettano che Enea stesso dimostra, alla fine del poema, di essere violento, quando uccide a sangue freddo il re dei Rutuli Turno nonostante il vacillamento iniziale, la scrittrice propone un’interpretazione che non si può non prendere in considerazione: quello che, in apparenza, potrebbe risultare un gesto incoerente rispetto alla personalità di Enea perché per la prima volta Enea sperimenta un istinto mai avuto, è in realtà il primo gesto di un Enea già “meticcio”, che sta già acquistando quelle caratteristiche del popolo con cui sta per unirsi, segno di una sorta di adattamento naturale ai nuovi costumi. Emerge, quindi, il nuovo Enea mediterraneo.

Sembra evidente, allora, che il Fascismo abbia volutamente ignorato il più grande merito di Enea, riassumibile nella seguente “equazione”: l’unione dello spirito troiano con quello italico dà vita alla cultura romana e di qui all’italiana e, infine, europea.

Per quel che riguarda la “fortuna” di Enea e dell’Eneide nei secoli successivi alla sua stesura, va detto che si passa dal considerare Virgilio un semplice burattino nelle mani di Augusto, e quindi sminuire la sua opera, a farne un vero e proprio santo. Con la collocazione di Enea tra i magni spiriti del limbo, Dante ne riconosce la portata e la magnificenza, in quanto fondatore dell’alma Roma per volere divino. Attualmente dell’Eneide vengono spesso menzionate e riproposte scene in ambito politico per giustificare pretese razziste e puriste, per non parlare dell’interpretazione tutta contemporanea di Enea quale migrante, funzionale a ricordare il dovere di accogliere chi, profugo e vinto proprio come Enea, arriva in Italia dal mare. Giorgio Caproni, invece, scorse in Enea la condizione dell’uomo contemporaneo e la sua solitudine nel dolore, linea sulla quale si pone anche Marcolongo, che non a caso sceglie una selezione di tali poesie per aprire i capitoli del suo saggio. In effetti, Enea resiste nonostante l’incertezza del futuro, proprio come noi.


Enea lo straniero Giulio Guidorizzi

"Enea, lo straniero" di Giulio Guidorizzi

Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma - recensione di Chiara Rizzatti

Fin dall'antichità, gli albori di Roma sono materia per miti e leggende che avevano come scopo quello di regalare natali illustri agli antenati di quelli che, molti secoli più avanti, sarebbero stati cittadini di un vasto impero. Mentre i Greci si dichiaravano nati dalla terra, ciò che i romani sapevano era che discendevano da un uomo venuto da lontano, scappato dalla propria patria con un manipolo di seguaci. Si trattava di Enea.

Il saggio di Giulio Guidorizzi Enea, lo straniero. Le origini di Roma ripercorre le tappe dell'eroe a cui Virgilio aveva dato vita per glorificare Roma e Augusto, in una narrazione che Enea stesso porta avanti in prima persona.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea e anche su momenti che non avvengono nell'Eneide, immaginati dall'autore, che sono funzionali a comprendere alcuni personaggi mai troppo approfonditi nel poema, come il padre Anchise.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio.
D'altra parte, dèi silvani e riti agresti sono gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

Oltre a questo, una delle scelte di Guidorizzi nell'esporre la propria rilettura dell'Eneide riguarda un tratto distintivo della narrazione di Virgilio: la presenza degli dèi. L'intervento divino - fortemente rappresentato nel poema latino - è omesso in più occasioni, e la necessità del fato passa in secondo piano per approfondire l'interiorità di un uomo costernato di fronte alle scelte che deve compiere.
Enea è smarrito, in tutti i sensi: lontano dalla patria, dalla famiglia che si sgretola poco a poco, e dalla sua stessa  volontà.

Guidorizzi risponde all'esigenza dei moderni, lontani dai sentimenti di pietas antica, per mostrare ciò che l'Eneide lasciava irrisolto, le ragioni di Enea, senza snaturare l'essenza del cosiddetto "uomo del fato". È facile, infatti, giudicare l'Enea virgiliano come distaccato e freddo, tanto ligio al suo compito da sembrare senza una volontà propria.
La sensibilità moderna stenta a comprendere la stratificazione di un personaggio che non espone i suoi sentimenti in modo plateale, che è costretto a reprimerli in nome di un fine più grande, a cui tutto deve essere sacrificato: Enea non vuole lasciare Troia, ma deve; desidera rimanere accanto a Didone, ma non può; spera nella pace coi Latini, ma stroncherà molte giovani vite per una vittoria che non ha chiesto.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Limitando l'elemento divino e sovrannaturale (anche le Arpie sono quasi "umanizzate"), Guidorizzi enfatizza l'incomparabile originalità della figura di Enea, così lontana dall'ideale eroico dei grandi precedenti della poesia epica, Iliade Odissea. Non c'è più spazio per la bella morte in battaglia che consente una gloria eterna; così come il viaggio non è un sospirato ritorno verso casa, bensì il tragitto oscuro di un profugo verso l'ignoto, in cui non esiste un porto sicuro.
Senza nemmeno Venere a ricordarci l'ascendenza divina di Enea, ci troviamo davanti alla versione più umana del victor tristis, tanto più incapace di opporsi al destino, quanto più fulgido nella compassione.

La copertina del saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma, pubblicato da Einaudi Editore (2020)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Enea e la sua lezione

La lezione di Enea, Andrea Marcolongo - recensione di Francesca Barracca

Cos’è che, dai remoti angoli della nostra memoria, fa subito capolino quando i nostri occhi o le nostre orecchie incontrano la parola “Eneide”?

La maggior parte dei nostri ricordi, in prima analisi, si concentra per lo più su due elementi significativi: la fuga di Enea da Troia e la tragica storia d’amore con Didone. Eppure, non sembra così superfluo dover precisare che l’Eneide non è soltanto questo. Certamente Andrea Marcolongo, nel suo ultimo libro La lezione di Enea, uscito quest’ottobre per Laterza, non ha dato nulla per scontato.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

I pregiudizi che da sempre accompagnano lo studio dell’Eneide e, di conseguenza, la figura di Enea, troppo spesso eclissata rispetto a quella dei ben più familiari eroi omerici, sono il punto di partenza per una nuova riflessione sul poema virgiliano. Sintetizzarne in poche righe la trama potrebbe risultare compito arduo e indegno, ma Marcolongo si premura di fornire, al termine del libro, due appendici: l’una cerca di fornire un breve riassunto dell’Eneide, l’altra una descrizione, nonché presentazione di Enea, corredata di una mappa genealogica che, a partire dal padre Anchise e dalla madre Venere, illustra la discendenza della gens Iulia fino alla nascita di Romolo e Remo, dai quali avrà origine, infine, Roma.

Le fondamenta per la nascita di Roma, però, le pone Enea e la scrittrice invita a non sottovalutare questo dato. Non è singolare, infatti, che in tutta Italia monumenti dedicati a Enea siano piuttosto esigui? In tal senso, anche la scelta di Marcolongo di dedicare il libro all’Italia, il “suo” paese, non è casuale. L’autrice va fiera di potersi dire italiana soprattutto perché in qualche misura discendente di una cultura le cui basi vengono poste dalla commistione tra Enea e le popolazioni che per prime abitavano i territori dove sorgerà la futura Roma. È proprio a noi italiani, quindi, che Andrea Marcolongo si rivolge, nella speranza di un insegnamento nuovo e una rivalutazione collettiva, più utile che mai in un periodo particolare della storia della umanità come quello che stiamo vivendo.

L’occasione per rivedere il testo virgiliano e scandagliare i pregiudizi ad esso legati è stata fornita all’autrice proprio dall’isolamento forzato imposto dall’emergenza Covid-19. Si stabilisce così una sorta di parallelismo che, come raramente accade quando si ha a che fare con l’ambito dell’antichità classica, non disturba: così come Virgilio scriveva della fatica di Enea e nel frattempo cercava di mantenere salda la fede nelle sue certezze politiche mentre Roma “sollevava la testa tra le macerie della Repubblica”, così l’Eneide è stata d’aiuto per la Marcolongo e, forse, potrebbe esserlo per tutti perché l’Eneide è un testo adatto ai tempi difficili, piuttosto che a quelli sereni. Enea, in fondo, è più simile di quanto si possa immaginare a un uomo moderno. Non a caso è “l’eroe della ricostruzione” e la sua lezione va ricercata proprio nella sua stessa essenza.

“Solo una cosa significa essere Enea: alla distruzione rispondere ricostruzione”

Partendo dalla riflessione sulla presenza piuttosto esigua sul suolo italiano di statue dedicate a Enea, Andrea Marcolongo fornisce una serie di prove per trovare conferma del fatto che, una volta letta l’Eneide per puro obbligo scolastico, in quanto parte integrante dei programmi ministeriali, subito ci si dimentica di essa e del suo protagonista. Chiaramente, la scrittrice si rivolge a una fetta di pubblico piuttosto ampia, ma con particolare attenzione nei confronti di chi non ha orientato i propri studi verso la letteratura classica. Ciò risulta evidente soprattutto quando vengono fornite informazioni che, se per i classicisti possono risultare radicate e scontate, danno a tutti la possibilità di avere un contesto di riferimento più preciso in cui inserire le riflessioni.

Così, nei primi capitoli, si percorre la biografia di Virgilio e con essa parte della storia di Roma che si intreccia con la sua vita, il rapporto con Ottaviano, prima profondamente ammirato, poi quasi trascurato in un distanziamento dalla personalità tale da arrivare a considerare Ottaviano e Augusto quasi due persone diverse; e ancora il peso dell’impegno della scrittura di un poema che, commissionato da Ottaviano stesso nel 29 a.C, doveva essere la sua celebrazione, ma due anni dopo, nel 27 a. C., Ottaviano divenne Augusto e Virgilio si ritrovò in una posizione piuttosto scomoda: celebrare l’imperatore mentre era ancora in vita con tutte le responsabilità e i rischi in cui sarebbe potuto incorrere. Certo è che Virgilio riesce comunque a mantenere una propria originalità e non solo rispetto ad Augusto, che figura esplicitamente nel testo soltanto tre volte, ma anche rispetto a un argomento che a Roma era già ampiamente conosciuto.

La storia di Enea, infatti, era familiare fin dalla narrazione omerica. Quello che fa la differenza, quindi, è il modo in cui la stessa storia viene narrata e che è strettamente legato al fato, in quanto è questo a decidere in che modo Enea dovrà affrontare la missione affidatagli, nota fin da subito al lettore quanto a Enea.

La lezione di Enea Andrea Marcolongo
La copertina del libro di Andrea Marcolongo, La lezione di Enea, pubblicato da Editori Laterza (2020) nella collana i Robinson / Letture

Tra i capitoli del saggio che offrono maggiori spunti di riflessione figurano, naturalmente, quello dedicato ad Enea, obiettivamente analizzato in tutti i suoi tratti caratteristici; quello in cui l’autrice si concentra sulla riscrittura del mito di Enea a fini propagandistici effettuata dalle ideologie ad hoc del Fascismo, ma anche gli ultimi in cui Andrea Marcolongo analizza lo stile virgiliano in maniera tecnica, con riferimenti alla struttura dell’esametro e alla fortuna riscontrata nelle successive tradizioni: basti pensare, ad esempio, all’influenza esercitata su Ovidio o sugli altri autori latini o sulla letteratura cristiana, fino ad arrivare a Dante che fa del poeta la propria guida nel viaggio ultraterreno della Commedia.

È proprio in questi ultimi capitoli che Marcolongo dà maggiori prove di conoscenza profonda degli argomenti riuscendo ad essere chiara, concisa e incisiva all’insegna del messaggio di fondo che dà il titolo al saggio: la lezione di Enea è più accessibile e contemporanea che mai. Non deve trarre in inganno il fatto che a fornircela sia un eroe antico, perché proprio come noi Enea cade, più e più volte, ma trova sempre il modo per rialzarsi e resistere.

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La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

Giorgio Ieranò greco parole

Eredi o inventori? Noi e i greci, sul filo delle parole

Quando parliamo della materia dei nostri studi, siamo portati a rivendicarne con vigore la bellezza e l’unicità, quasi a riaffermarne la dignità rispetto ad altre discipline. È una trappola in cui talvolta sono caduti anche grecisti e latinisti, appassionatamente impegnati nella battaglia che, nel volgere delle diverse stagioni, li ha visti difendere l’utilità dell’oggetto delle loro ricerche. Ebbene, dimenticate le tronfie e compiaciute esaltazioni del mondo classico. Mettete da parte l’immagine dell’antico come scrigno inaccessibile da custodire al riparo dal tempo e dai suoi vorticosi turbinii. Giorgio Ieranò, in un recente volume edito da Marsilio, propone un’immersione avventurosa tra tradizione e modernità, nel magma ribollente del linguaggio: Le parole della nostra storia. Perché il greco ci riguarda – questo il titolo del saggio – è in effetti un’indagine svolta all’insegna dell’autenticità, un’analisi onesta che, lungi dal celebrare la presunta purezza della lingua, ne attesta lucidamente le contaminazioni, mettendone così in evidenza la perdurante vitalità.

Apollo citaredo. Marmo, parti originali (torso e gamba destra): copia romana della prima metà di I sec. d.C. da un originale ellenistico. Molto restaurato nel XVII sec. da Ippolito Buzzi (1562–1634): testa (dal tipo Apollo del Belvedere), collo, spalla destra, braccio sinistro e lira, gamba sinistra e mantello. Roma, Palazzo Altemps, Collezione Ludovisi, Inv. 8594. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

Non una trattazione erudita sull’etimologia delle parole ancora in uso, dunque, ma la storia avvincente della loro tradizione, tra scarti quasi impercettibili e tradimenti profondi, per rispondere alla domanda: siamo solo eredi o anche inventori? Ieranò orienta il suo (e il nostro) cammino secondo quattro cardini particolarmente significativi – l’anima, il sacro, la cultura, la politica – per poi approdare alle voci di recente conio: per esprimere concetti che i greci non avevano elaborato, i moderni hanno infatti plasmato termini nuovi a partire da parole antiche. «Gli antichi non avevano utopie, non soffrivano di nostalgia, non erano xenofobi, ma neppure ecologisti. O forse lo erano, pur non avendo le parole per dirlo? Ma può esistere un concetto, o un sentimento, prima che nasca la parola per designarlo? Utopia, nostalgia, xenofobia, ecologia sono tutti termini inventati dai moderni, tra il Rinascimento e gli inizi del XX secolo. […] La missione che ha portato gli americani nello spazio si chiamava “Apollo”. E anche agli avventurosi pionieri dei viaggi spaziali non potevamo che attribuire un nome greco. Li abbiamo chiamati i “navigatori delle stelle”: gli astronauti.»

Missione Apollo, Buzz Aldrin sulla luna. Giorgio Ieranò mostra i moderni abbiano plasmato termini nuovi a partire da parole antiche. Come  Foto NASA modificata, in pubblico dominio

D’altra parte, sono numerose anche le parole greche che usiamo ancora, attribuendo loro, però, un significato che non coincide precisamente con quello originario: un caso emblematico è quello rappresentato dall’equivoco cui dà adito la discussione intorno alla “democrazia” di cui ci vantiamo essere eredi, una nozione complessa e ambigua, nel presente quanto nel passato; un altro esempio è costituito dal valore primario di “tempo libero” relativo al greco scholè (da cui deriva il termine “scuola”), che testimonia la distanza tra il nostro modo di intendere l’educazione e quello in vigore presso gli antichi - «un momento di libertà in cui si può, anzi si deve, essere affrancati dall’obbligo del lavoro» (nulla di più lontano dalle famigerate ‘alternanze’ che affliggono il contemporaneo).

Ieranò conclude la sua illuminante e vibrante ricerca, che segue con destrezza il dispiegarsi della nostra storia, dando spazio alla parola che sta tragicamente dominando i nostri giorni: epidemia. L’autore, da par suo, sgombra immediatamente il campo da false credenze, smaschera quella tendenza a tirare «in ballo i soliti greci come comodo paravento». Né Omero, né Sofocle, né Tucidide hanno mai usato la parola epidemìa, pur tratteggiando il racconto di devastanti pestilenze. «Dietro i profili della Milano o della New York del 2020, minacciate e svuotate dalla pandemia di Covid, ci è sembrato all’improvviso di cogliere l’ombra sinistra del campo acheo o della città di Tebe, colpite dalla punizione di Apollo. Ma i greci non erano uguali a noi. E, se anche le parole sono, o possono sembrare, le stesse, i significati sono cambiati.»

La lettura del saggio suscita riflessioni quanto mai attuali, non solo sull’uso che si è fatto delle parole in questo tempo sospeso, ma anche intorno al rapporto tra linguaggio e realtà, fermo restando il preoccupante impoverimento lessicale che ormai fiacca il modo in cui ci esprimiamo. Lo strumento linguistico è davvero in grado di plasmare il mondo, di incidere sulla nostra quotidiana condotta, riformando la mentalità di cui siamo portatori e invertendo traiettorie storicamente assodate? O si limita a essere lo specchio che riflette l’universo che abbiamo costruito, restituendoci senza pietà alcuna le contraddizioni in cui siamo imprigionati? Lo studio di Ieranò, oltre a presentare una rassegna coltissima di parole e immaginari, ci esorta a essere cittadini consapevoli di questo tempo, a non rinunciare a porci interrogativi riguardo alle questioni tuttora insolute che riguardano l’umano e che oggi tornano con prepotenza a chiedere la nostra attenzione.

Giorgio Ieranò greco parole
La copertina del saggio Le parole della nostra storia. Perché il greco ci riguarda, di Giorgio Ieranò, pubblicato da Marsilio Editori (2019) nella collana Nodi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La Splendente di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia: "La Splendente" di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia – La Splendente di Cesare Sinatti

C’è una regola per parlare di ciò che è già stato detto senza offendere gli dèi: non avere paura della profondità. Se ci ritroviamo a parlare del mito, a riscriverlo, è perché siamo stati chiamati a far emergere dalle sue ombre quello che ci raggiunge nel modo più luminoso, che da esso affiora in noi come una sapienza somatica. Una verità presente occultamente, latente finché non è avverata da qualcuno.

Quale filo sostiene la narrazione del mito in questo romanzo, in che modo è ricucito nella Splendente di Cesare Sinatti (Feltrinelli, 2018) il ciclo troiano? La linea strutturalmente più evidente sembra essere una sorta di idea karmica della sofferenza: come se le forze superiori che governano intorno e sopra di noi non permettano di perpetrare il dolore impunemente, senza pagarne il prezzo a propria volta. La storia di Troia e i suoi prodromi, per come è narrata nella Splendente, sembra dirci che il sacrificio non si esaurisce in sé stesso, non è mai solo un sacrificio: porta con sé, nel peso insostenibile dell’atto, la linea spezzata della vita, che segna come una vena d’opale il mondo e non permette più di abitarlo come prima. Qualcosa di enorme ha invaso la vita conosciuta, qualcosa di sproporzionato rispetto alle aspirazioni dei comandanti che hanno mosso guerra. Ma non era solo il loro orgoglio a suscitare la guerra e la sua lunga coda: tutto era scritto nel destino da tempo immemorabile.

Così Agamennone che vuole portare la guerra di Troia a compimento più di chiunque altro, sarà chi più ne pagherà lo scotto, sebbene di quella guerra sarà poi il vincitore. Subito si manifesta quella forza equilibratrice, cosmica, nella sua vicenda: lo squilibrio che lo porterà a realizzare la sofferenza collettiva della guerra di Troia, ricadrà con tutto il peso su di lui. Uccidere la cerva sacra a Diana, mentre si aggira nel bosco sacro col fratello Menelao, è stata solo la prima avvisaglia di una lunga sventura - l’inizio di una bruciatura, uno strappo, che lo porterà a perdere sua figlia Ifigenia di sua mano e poi a venire assassinato da sua moglie Clitemnestra al ritorno da dieci anni di guerra.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

L’idea di destino come assegnazione si accompagna nel libro al colpo di coda di un prezzo invisibile da pagare anche per la fortuna che non si è richiesta: come se il dono esigesse inevitabilmente un pegno, come obbedendo a un’ineluttabile legge fisica. E il prezzo di cui si parla è tutto tragicamente umano: si identifica in ultima istanza col pathos, il sentire che è un soffrire unitario di tutti i sensi, delle viscere. La vita stessa a un certo punto sembra coincidere col pathos – e, se non la vita tout-court, di certo l’esperienza umana. L’uomo diventa il suo sentire, il suo soffrire. Il dolore è un punto di non ritorno, segna la linea di demarcazione dell’esperienza sulla terra, è a suo modo un rinascere che instaura una nuova relazione tra noi e le cose. Ciò che nel mondo ha vita propria all’infuori di noi, quasi al punto da sembrare non riguardarci - i fatti terribili della storia che sembrano farsi da soli – in realtà ci coinvolge tanto da produrre una reazione emotiva, da sollecitare in noi, cioè, l’esperienza patetica. A un punto tale che non risulta poi più scindibile da noi.

La Splendente è un libro che si fatica a commentare – una fatica che è traccia di un merito, perché testimonia una compattezza eccezionale del racconto in cui non si può inserire una parola di più. E al contempo è una scrittura che attinge alle fonti del mistero inesauribile, trascinando inevitabilmente dietro di sé l’ispirazione che sempre accompagna la bellezza. Ma non è solo il canale che si presta a un flusso, è anche capace di un peso specifico, di mettere punti fermi come croci sui monti del mito. Le tracce della nostra modernità si mescolano arm0nicamente con le storie ancestrali degli eroi classici. Se si trattasse in laboratorio questo libro con una soluzione apposita che lasciasse emergere dal tutto solo le prime, quale sarebbero i tratti peculiari che la nostra storia, per mezzo della voce di Sinatti, ha tracciato sul volto del mito? Cosa comporta il filtro del nostro tempo su di esso? Come lo trasfigura?

La paura del dolore dell’eroe Achille è l’eredità più forte in questo senso, la più originale. Tanto forte da far risultare la nostalgia di un altro eroe centrale, Odisseo, quasi come una sua ramificazione, una gemma della stessa pianta. L’umanità di questi eroi è l’eredità moderna del libro, la sua portata più figlia del nostro presente, che non può più concepire la guerra come diversa dalla sofferenza infernale dopo il Novecento.

L’altro elemento che risulta innestato su una comprensione di tipo moderno è l’immagine della storia nel testo. La guerra di Troia segna per antonomasia l’ingresso nella storia, l’inizio della storia stessa: la percezione di un confine che è stato inequivocabilmente varcato ritorna ossessivamente nel testo, sotto forma del vago terrore dei diversi personaggi per la sventura imminente. Quasi a significare che il processo della storia abbia per sua natura molto a che fare con la paura e l’attrazione per il dolore. La storia, sembra dirci la stella di Achille, è la ferita.

La Splendente di Cesare Fiorini
La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La storia nel libro ha un duplice volto: la storia personale come perdita coatta dell’infanzia e del suo Eden, e quella collettiva e mostruosa che inizia con la fine di Ilio. In questo libro si fa chiaro, nella parabola degli eroi, un sospetto latente di tutti: cioè che il dolore di crescere, di perdere i beni della felicità degli albori, coincida con l’inizio degli orrori storici. Tutti i protagonisti del ciclo troiano coinvolti in questo punto cruciale del tempo, individuale e collettivo, sentono lo stacco dal prima al dopo, uno scatto delle coordinate, un mutamento dei paralleli del globo. Qualcosa di simile devono aver provato le generazioni coinvolte nel primo conflitto mondiale, con addosso la percezione di un’enormità di cui vedevano muoversi l’ombra incombente sulle proprie teste, senza vederne la fine nel tempo. Ma Sinatti sembra suggerirci che l’orrore storico non è iniziato con la modernità, che non c’era un prima intonso né per i soldati del primo Novecento né per chi ha combattuto sotto le mura di Ilio. Dalla follia di Tantalo, dal sangue corrotto e da quello versato, dal destino scritto nella notte dei tempi, da sempre, è preparata per noi la sofferenza: la potenza del nostro occhio non copre una distanza abbastanza colossale da disperdere le tracce del dolore sul cammino che abbiamo alle spalle.

Questa considerazione ci porta ancora due passi più lontano. Da una parte notiamo che, se l’origine di tutto si può imputare alla follia di Tantalo, allora significa che la violenza privata si irradia concentricamente, come da un sasso che abbia bucato l’acqua – per riprendere un’immagine dell’autore – fino a produrre onde ciclopiche. Dall’altra parte, però, ci rendiamo conto anche che è capzioso ricercare l’origine della sofferenza storica in un fatto, in un atto preciso, perché da sempre ci è appartenuta, già giaceva nella mente degli dèi, come se da sempre stesse “accadendo in qualche istante del futuro”[1].

Il tempo era cominciato così, con un mela gettata tra loro con disprezzo, come il seme di un futuro doloroso. I cerchi degli eventi s’increspavano intorno a questo gesto semplice, sollevando onde imprevedibili, decidendo i destini degli uomini al di là e al di qua del mare.[2]

Un senso di ineluttabile, “una tristezza volta a ciò non può essere evitato”[3] coglie Peleo al banchetto delle sue nozze con Teti, dopo che il futuro è stato maledetto dal pomo della discordia che contiene nel suo nocciolo, come una maledizione, il futuro di Troia. Ma è come se il braccio che ha lasciato cadere quella mela nel mezzo di quei destini, n0n fosse altro che la mano stessa del fato, una necessità solo travestita da accidente.

Questo libro non può essere evitato, perché contiene una questione improcrastinabile. La questione del male, che è una cosa sola con la storia. La storia che ci perseguita come un debito, una profezia di sventura, una bufera – per usare un termine di Montale – che minaccia di distruggerci la casa mentre dormiamo. La grazia di questa scrittura fa sì che il libro si legga tutto di un fiato, ma è il riconoscimento della ferita del tempo continuamente toccata in queste pagine che ci porta a ritornare di nuovo sui punti caldi di quel dolore comune.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La vediamo ripetersi come una maledizione della stirpe umana, questa attrazione per la violenza, per la ferita, che emerge naturalmente nei bambini. Il bisogno di ferire che è un impulso di conoscenza, come in Achille che è tanto richiamato dalla ferita quanto più è incapace, per la sua natura semidivina, di provarne il dolore su di sé. Il gesto di chi non conosce il dolore non può esser che un gesto giovane, come pure è quello di Teseo all’atto di rapire Elena bambina come fosse “l’ennesimo gioco” di ragazzi[4].

Nella stella di Achille abita una possibile luce su questo enigma del dolore. “Il destino era quella malattia”, gli dice Teti all’indomani della guerra: quella che Achille presentiva come un logorio lento dentro il suo corpo, non era altro che il destino della morte che, dagli oracoli, si avvicinava sempre più al suo presente. Tutto questo sembra suggerire che il destino è il dolore, e che non c’è un Eden da cui questo resti fuori. Il destino è stato creato insieme alla storia, e la loro separazione non è che un’illusione.

Sua madre gli aveva detto che solo se non sarebbe mai partito non sarebbe morto. Ma Achille sapeva che le profezie […] non giungono per caso alla bocca degli oracoli.[5]

Perché siamo nati se dobbiamo soffrire? La domanda è mal formulata, e Achille se ne accorge, ce lo dimostra. Il punto di rottura è il dialogo con Patroclo all’indomani della partenza:

Il destino della nostra generazione è ingrato, ma si deve combattere lo stesso. Fuggire di fronte ai tumulti di quest’epoca significa rinunciare a vivere.[6]

Un’esortazione che non può essere un inno di entusiastica esaltazione alla guerra, ma consapevolezza che storia e destino non sono alternativi, sono uno. La vita che si intestardirà su questa domanda rovinerà, dispererà. Ancora una volta, la divisione tra vita e dolore è solo un’illusione. La sofferenza non è una scelta, come non lo è il destino – il destino che passa anche dalle porta più strette, sbaragliando il calcolo delle probabilità. Così accade quando Odisseo sta per uccidere Palamede con l’ingann0, e questo annienta il suo gioco di astuzie con la più netta delle verità:

Vuoi sedurmi aumentando le mie possibilità di vincere. Come se credessi che io non sappia che il caso è ovunque. Avere più alte possibilità di vittoria non esclude mai che si possa perdere.[7]

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La bellezza della vita non è separabile dal suo dolore, non è ipotizzabile senza, perché sono una cosa sola, come due organi vitali dello stesso animale. Così è un inganno della mente poter pensare di lasciare prima del tempo le mura di Ilio, anche dopo nove anni di battaglie senza compimento, poter decidere quello che è già deciso. Odisseo, sebbene sia quello “che desiderava più di ogni altro tornare alla sua isola”[8], ha ben chiaro quanto sia inutile ribellarsi al fato:

Pensavano che sarebbe bastato salpare senza accorgersi che le catene delle profezie li avrebbero trattenuti nei veli in cui il fato aveva occultato la città di Ilio, che solo scavalcando un momento nel tempo, non un punto nello spazio, avrebbero potuto fare ritorno.[9]

Un’affermazione che può valere anche rovesciata: Ilio aveva occultato il fato con i suoi veli, dando la propria forma al destino degli uomini che attraverso di lei si sarebbe compiuto.

La sofferenza non si può evitare, nel tempo o nello spazio, perché permea tutte le nostre coordinate e categorie. Una presa di coscienza che nel romanzo non assume mai il tono del lamento, del compianto della propria sorte, ma piuttosto quello dell’agnizione lirica, che fa echeggiare nella memoria i versi del coro dell’Antigone di Sofocle quando, nel secondo stasimo, canta la sventura dei mortali:

"E nel tempo prossimo e nel futuro,/ come nel passato, avrà forza/ questa legge: nessun eccesso/ viene senza sventura alla vita dei mortali".[10]

Non c’è grandezza che non comporti sventura – come per Achille messo davanti alla scelta tra una lunga vita al prezzo dell’oblio e una gloria inesauribile al prezzo della morte. Come per Agamennone, la cui vittoria in guerra si accompagna alla perdita di ogni gioia della vita personale. Ma forse non sarà tendenzioso leggere in questo canto della rovina anche una verità in doppiofondo: e cioè che la sofferenza è la traccia di un’elezione, l’unico fasto capace di generare, per vie squisitamente umane, grandezza divina nell’uomo.

La Splendente Cesare Sinatti
La copertina del romanzo La Splendente di Cesare Sinatti, pubblicato da Giangiacomo Feltrinelli (2018)

[1] Cesare Sinatti, La Splendente, Milano, Feltrinelli, 2018, p. 31.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 38.

[5] Ivi, p. 101.

[6] Ivi, p. 117.

[7] Ivi, p. 202.

[8] Ivi, p. 176.

[9] Ibidem.

[10] Sofocle, Edipo re. Edipo a Colono. Antigone, Milano, Mondadori, 2016.

 

 

Tutte le foto sono di Sofia Fiorini, copertina eccettuata.


Autobiografia del Rosso Anne Carson Eracle Gerione

Autobiografia del contemporaneo: un cortocircuito con il mito

Autobiografia del contemporaneo: un cortocircuito con il mito

Sarcofago di epoca romana da Perge (odierna Turchia). Al centro Eracle e Gerione. Foto Mourad Ben Abdallah / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Accade frequentemente di celebrare il potere salvifico della bellezza: la letteratura e l’arte come un viatico che permette di accedere a una dimensione nobile, pura, e aspirare così a una versione migliore di sé e del mondo; a ben vedere, si tratta talvolta di una forma di compiacimento, talvolta della ricerca di una qualche rassicurazione. La poesia, tuttavia, non è quasi mai pacificante – e di certo non lo è il mito, che, lungi dall’essere consolatorio, sa far vibrare il mostruoso e il perturbante che abitano le nostre vite inquiete. Il romanzo in versi della canadese Anne Carson, Autobiografia del Rosso, recentemente ripubblicato da La nave di Teseo, con il suo cortocircuito tra classico e contemporaneo non promette scampo, anzi incoraggia l’irrequietezza, il dubbio, la necessità di prestare ascolto anche a ciò che è controverso e perciò ci agita.

La fonte della folgorante riscrittura è la Gerioneide di Stesicoro, opera pervenuta in forma frammentaria e che tramanda (dal punto di vista della vittima e non dell’eroe) la vicenda del mostro a tre teste Gerione ucciso dall’invincibile Eracle, il quale giunge fino ai confini del mondo per rubare al gigante i buoi e dare così compimento a un’altra delle sue fatiche. Memorabile, secondo Anne Carson, è l’uso che il poeta greco fa degli aggettivi, segnando il passo rispetto alla tradizione: nei poemi omerici essi sono ancora epiteti ricorrenti, espressione della rigidità di un codice attraverso il quale si ribadisce che ogni cosa deve occupare saldamente il suo posto nel mondo – per Omero, cioè, gli aggettivi sono «cardini dell’essere»; Stesicoro, con rinnovato impeto, smonta quei cardini e di colpo libera l’essere. Egli è in effetti il poeta della ritrattazione, della smentita, ovvero della palinodia, il canto intonato di nuovo, in una forma altra.

Anfora attica attribuita a un Pittore del Gruppo E. Foto Metropolitan Museum of Art, Image and Data Resources Open Access Policy, CC0

Anne Carson è fedele all’istinto ribelle di Stesicoro: nel solco di quella rivolta antica, anche lei tradisce la tradizione, plasmando la figura vermiglia di Gerione, il Rosso del titolo, intorno alle ansie del nostro tempo. Il suo protagonista è un adolescente goffo dalla sensibilità spiccata, custode di timidezze e profondità vertiginose, imprigionato in una diversità che per gli altri è un marchio infamante; le sue ali ingombranti impacciano i suoi movimenti e paradossalmente ostacolano i suoi voli. Eracle, non più rivale ma oggetto d’amore, è colui che con l’arroganza della bellezza e della gioventù, sconvolge l’esistenza di Gerione, colmando i suoi vuoti (o forse solo illudendolo che così sia), facendogli sentire fin dentro la pelle il significato del desiderio, della gelosia, del dolore. Figura ambigua, ma determinante per la crescita del protagonista, Eracle vorrebbe infondere in lui il bisogno di libertà di cui egli stesso si nutre; «Io non voglio essere libero / io voglio essere con te», ribatte Gerione dal fondo cavo della sua inerme purezza. Non sarà l’imprendibile Eracle a pronunciare le parole dell’amore, non sarà lui a confessargli: «Vorrei vederti usare quelle ali». Da un'altra voce giungerà quell’esortazione a compiere un corpo a corpo con l’identità.

Lo slancio narrativo dell’opera non impedisce alla sua autrice di accordare afflato lirico al dettato. Attraverso gemme poetiche uniche, Anne Carson impartisce ai lettori una lezione impagabile sulla distanza, sulla necessità di fermarsi sul «limitare / di ciò che può essere amato» – che resta inconoscibile. Siamo «creature che salgono una collina», scrive l’autrice, «a varie distanze […]. A distanze che mutano costantemente. Non possiamo aiutarci l’un l’altro né gridare»: ognuno compie il proprio viaggio, secondo il proprio passo, adempiendo l’irrevocabile comandamento della lontananza. «Stavo pensando al tempo – annaspa – / tipo a quanto sono divise le persone nel tempo, contemporaneamente unite e divise», sentenzia Gerione in uno dei suoi momenti di illuminazione oracolare. La sua autobiografia è in effetti tutta una questione di luce: il Rosso non ferma la sua vita in un fluire prorompente di parole, ma la immortala attraverso fotogrammi scelti. Ecco la poesia, quella capacità di dare un nome a ciò che sfugge, quel coraggio di dire l’indicibile. Nella percezione che Gerione ha del mondo non esistono confini tra rumori, odori e colori: tutto si tiene, anche se appartiene a sfere sensoriali diverse, nel nome della sinestesia e dell’immaginazione, nel nome dei poeti testimoni, «coloro che andarono e videro e tornarono».

«La realtà è un suono, cerca di coglierlo invece di star lì a sbraitare»: non vi è promessa di salvezza nelle pagine di Anne Carson, ma un’esortazione ad attraversare la notte prestando attenzione ai segni, ai dettagli, alle scintille; nel cortocircuito straniante col presente, attraverso le parole della scrittrice, oggi il mito ci insegna cioè a non sprecare quegli istanti in cui ognuno di noi possiede se stesso.

«Noi siamo esseri stupefacenti, / sta pensando Gerione. Noi confiniamo col fuoco. / E adesso il tempo si precipita verso di loro / lì dove stanno ritti uno accanto all’altro con le braccia che si sfiorano, immortalità sul volto, / notte alle spalle».

Anne Carson Autobiografia del Rosso Stesicoro Gerioneide Eracle
La copertina del romanzo in versi Autobiografia del Rosso di Anne Carson, nell'edizione pubblicata da La nave di Teseo nella traduzione di Sergio Claudio Perroni

La prima edizione del romanzo in versi Autobiography of Red di Anne Carson risale al 1998, la prima edizione italiana di Autobiografia del Rosso è di due anni successiva, del 2000.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


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Ammaliati dalle Sirene: le parole alate dei Greci

Ammaliati dalle Sirene: le parole alate dei Greci

sirene Greci Laura Pepe
Il volume di Laura Pepe, La voce delle sirene. I Greci e l'arte della persuasione. Foto di Bianca Sorrentino

In un tempo che celebra quotidianamente il fascino della narrazione e che intorno allo storytelling imbastisce patinati cerimoniali, stupisce la leggerezza con cui vengono spesso compiuti gravi errori di comunicazione, dovuti nella maggior parte dei casi a un uso sciatto del linguaggio. L’elogio della parola – magnificata nella teoria, ma nella pratica adoperata con approssimazione – sembra dunque essere un’occasione sprecata. Ben vengano allora saggi come il recente volume laterziano di Laura Pepe, che con grazia, passione e acutezza mette a fuoco il potere che ha il linguaggio di plasmare la realtà, quando i discorsi vengono pronunciati con consapevolezza. La voce delle Sirene. I Greci e l’arte della persuasione – questo il titolo del libro – incoraggia in effetti un viaggio di scoperta, fino alle radici della forza magica e ambigua delle parole.

Il libro si apre sotto l’egida di Peithó, la divinità che faceva parte del corteggio di Afrodite e che incarnava persuasione e seduzione prima che questi divenissero concetti astratti, e prosegue con le immortali incantatrici dei poemi omerici, le donne di Odisseo: Calipso e Circe, innanzitutto, figure della malia che abita il femminile quando con il canto affascina, fino a condurre all’oblio. Alla stessa specie appartengono anche le Sirene, creature alate come le parole che pronunciano, capaci di far breccia nel cuore di chi le ascolta; ammaliatrici e suadenti, esse nascondono abilmente la loro natura terribile, in una continua e misteriosa altalena tra apparenza e realtà, porgendo al re di Itaca una promessa di conoscenza che si traduce ben presto in minaccia di dimenticanza. Soltanto facendo ricorso ai saggi consigli della maga Circe, la cui astuzia non è di certo inferiore alla sua, Ulisse saprà sfuggire all’incantesimo fatale delle Sirene.

Dopo un inizio consacrato dal fascino del mito, la ricerca di Laura Pepe, il cui merito è, tra gli altri, quello di tracciare con pacificante linearità il contesto storico-culturale dei quadri che generosamente offre al lettore, si sostanzia attraverso un discorso sulla politica (e attraverso i discorsi della politica) nell’Atene del V secolo a.C. Qui, nell’agorá – la piazza, il luogo simbolo della democrazia –, la peithó perde parte della sua aura divina per divenire la qualità civile necessaria a chiunque voglia parlare in pubblico persuadendo il suo uditorio. Ecco che allora si fanno strada concetti come parrhesía (la libertà di parola) e isegoría (la facoltà di cui godono tutti i cittadini di parlare in assemblea nell’interesse comune), principi di uguaglianza avvolti a ben vedere da un alone di ambiguità, se è vero che nella pratica quotidiana riescono a esercitare effettivamente il diritto di parola solo coloro che sanno governare quello strumento e non se ne lasciano dominare. Da Pericle a Cleone, da Nicia ad Alcibiade, i protagonisti della scena ateniese compongono così una galleria imperdibile di nomi e aneddoti celebri o poco noti, per fornire modelli positivi di discorsi suadenti o, al contrario, esempi violenti di abili manipolatori della storia.

In effetti risulta labile il confine tra ciò che appare vero e ciò che lo è. La verità è davvero una e inconfutabile, come credeva il poeta Esiodo che l’aveva ricevuta in dono dalle Muse, le quali ne erano sacre custodi? Non avevano invece ragione i sofisti, maestri di persuasione, i quali con i loro arditi virtuosismi tentarono di dimostrare che le verità sono molte, tante quante le loro possibili forme? Forse, più che il vero assoluto, conta allora la percezione che ognuno di noi ha del reale, che resta tragicamente inconoscibile. Da queste premesse è facile dedurre che enorme fu il caos suscitato nella comunità ateniese da questi sedicenti professionisti del sapere che, con piglio demolitore, testimoniavano quanto un discorso abilmente strutturato, e per certi versi ingannevole, fosse in grado di persuadere in una direzione o in quella contraria. Le tesi rivoluzionarie dei sofisti rischiavano di rendere ingovernabile la città, di generare un pericoloso disorientamento nella gestione dello stato, e per questo provocarono sempre il fermo biasimo di chi invece cercava ordine, verità e certezze.

La parola è un bene comune: il percorso delineato da Laura Pepe comincia e termina nel segno di Omero, traghettando il sapore arcaico del mito nel labirinto dei nostri giorni, nella furia delle parole urlate, nell’esigenza stringente di trascinare le masse, nella deriva della comunicazione che si nutre colpevolmente di fake news. Con rara limpidezza immaginifica, l’autrice mette a punto un’opera divulgativa accessibile e arguta, senza mai cedere alla banalità, e con il suo discorso convincente ci esorta a metterci in ascolto della voce delle Sirene, non per lasciarcene passivamente ammaliare, ma per cogliere gli ingredienti di quell’incantesimo antichissimo e non permettere che esso si disperda.

Sirene Greci Laura Pepe
La copertina del volume di Laura Pepe, La voce delle sirene. I Greci e l'arte della persuasione, pubblicato da Editori Laterza, Bari (2020) nella collana i Robinson / Letture

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La mostra itinerante “Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea"

“Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea": è questo il titolo della mostra itinerante, visitabile dal 22 luglio e fino al 31 ottobre 2020, che l’Eforato delle Antichità delle Cicladi, in collaborazione con la Fondazione Culturale del Gruppo del Pireo, presenta al Museo Archeologico di Mykonos con il sostegno del Comune di Mykonos.

Entrata del Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

La mostra, vera e propria pietra miliare nelle scoperte archeologiche di questo periodo storico, si propone di far luce sugli aspetti ancora poco conosciuti del passato delle Cicladi. Oltre centocinquanta oggetti raccolti per la prima volta in un’unica esposizione, accuratamente selezionati, tra i quali figurano opere significative della ceramica, della metallurgia, dell’artigianato artistico e dei gioielli, che rivelano al pubblico la straordinaria cultura del complesso insulare cicladico.

La mostra, impreziosita da rappresentazioni audiovisive, propone di mostrare una serie composta da sezioni attraverso le quali si snodano gli assi fondamentali della vita degli isolani dell'epoca: un focus sulla vita quotidiana, sulla funzione cultuale, sui costumi funerari, sulla preparazione alla guerra. Dai racconti proiettati emergono aspetti della meravigliosa eredità micenea che furono fonte di ispirazione per le opere principali della letteratura mondiale, l'Iliade e l'Odissea.

A catturare l’attenzione è naturalmente il corredo funerario della tomba micenea ritrovata ad Aghia Thekla, nel nord dell’isola di Tinos. Il piccolo monumento, motivo principale della creazione di questa mostra, era già stato svelato durante i lavori di scavo effettuati nel 1979 dal defunto archeologo Georgios Despinis, originario proprio dell’isola.

Si tratta di una delle uniche tre tombe a volta micenee conosciute in ambiente cicladico ed è attualmente l'unico sito miceneo confermato sull'isola. Luogo di sepoltura di un genere di "aristocratici" vissuti tra il XIII e il XII secolo a.C., la tomba di Santa Tecla era stata utilizzata per ospitare più sepolture. La scoperta al suo interno di ceramiche, gioielli e oggetti in bronzo è una preziosa fonte di informazioni sulle pratiche di sepoltura, sull’arte e sull’organizzazione sociale nelle isole del Mar Egeo durante gli ultimi secoli del II millennio a.C.

Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea
Ceramica micenea dalla tomba di Angelika, 1400-1250 a. C. al Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

La mostra a Mykonos presenta anche reperti provenienti dalla tomba a volta di età micenea ad Angelika (Αγγελικά) a Mykonos, datata XIV-XIII secolo a.C. e situata vicino al capoluogo odierno. Vasi, sigilli e perle, alcuni dei quali esposti per la prima volta nel Museo Archeologico dell'isola, si distinguono per la loro somiglianza con i reperti della tomba a volta di Santa Tecla e completano l'immagine dei generi "aristocratici" delle Cicladi.

Ceramica micenea dalla tomba di Angelika, 1400-1250 a. C. al Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

Ma non è finita qui: oltre a Tinos e Mykonos, la mostra comprende opere antiche provenienti da altri importanti siti preistorici dell'Egeo, in particolare da Naxos, Delos, Paros, Milos, Sifnos, Thira e Kea, facendo immergere il visitatore in uno scenario complesso che rende giustizia della fisionomia e dell'importanza della civiltà micenea nelle Cicladi.

La mostra itinerante "Dal mondo di Omero. Tinos e Cicladi nell'era micenea" era stata presentata per la prima volta l'estate scorsa a Tinos, dal mese di luglio fino a novembre, al Museo della Lavorazione del Marmo della Fondazione Culturale del Gruppo del Pireo, a seguito della fruttuosa collaborazione dell'Eforato delle Cicladi con la Fondazione. Successivamente, è stata anche presentata ad Atene in collaborazione con lo splendido Museo Benaki.

La sua presentazione su un'altra isola cicladica, questa volta al Museo Archeologico di Mykonos, espande ulteriormente la cerchia di migliaia di visitatori, che avranno l'opportunità di ammirare per la prima volta un panorama completo della civiltà micenea nelle Cicladi.

Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea
La locandina della mostra “Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea"

L'ascesa del campione Francesco Battaglia

L'ascesa del campione di Francesco Battaglia, la fantasia è l'epica moderna.

Nel campo del fantastico l'Italia sta vivendo un vero rinascimento, anche per svincolare l'editoria attuale dal monopolio commerciale dell'emisfero anglosassone. Per questa ragione ClassiCult è orgogliosa di presentare un testo che si contraddistingue all'interno del panorama Sword & Sorcery, perché prende il meglio della tradizione classica e la innova con classe e verve, usando schemi più anticonvenzionali. Parlo del breve romanzo L'ascesa del Campione del giovane Francesco Battaglia, pubblicato nella collana Heroic Fantasy Italia da Delos Digital.

Battaglia - nome che è tutto un programma - ci catapulta nel mondo delle storie di Nigmàr, universo narrativo creato da lui stesso. Una trama classica che si erge su fondamenta atipiche, Bront è uno gnomo e deve lottare ardentemente per conquistarsi la carica (celebrativa, simbolica e di potere) di Campione e per spodestare l'attuale campione, Grost il Perfetto, conosciuto meglio come il vero tiranno della comunità gnomica.

Gli gnomi sono certamente tra le creature più usate nella novellistica fantastica, dai tales delle fantasticherie britanniche ai romanzi protofantasy ottocenteschi, per passare al ciclo di Dragonlance e affini. Ma gli gnomi citati sono creature rubiconde, dedite ai lavori manuali e alle canzoni, allo stretto rapporto osmotico con la natura e gli istinti; non sono creature bellicose, anzi sono molto timide e appartate.

Non nel mondo di Nigmàr di Francesco Battaglia, che manipola i tropi del fantastico e li edulcora con provata maestria, con l'ossatura del mito ellenico e romano. I paesaggi descritti, le sezioni dedicate ai combattimenti, infatti, sono un bel esempio di come scorci virgiliani e tolkieniani possano convivere; ma non per questo mancano l'irruenza e la testardaggine di eroi monolitici come La leggenda di Druss di David Gemmell, o altri di cimmera memoria come Conan di Robert E. Howard.

Siamo di fronte a un mix molto ben dosato di vicende avventurose, scontri epici e analisi psicologiche. Ho molto apprezzato l'intelaiatura psicologica dei personaggi di Francesco Battaglia, il quale non cade nel tranello del fantasy di serie B ma è grado di proiettare profondità in tutti i suoi attori narrativi, che non sono semplici ammassi di carne condannati alla mattanza. Seppur la trama sia abbastanza prevedibile, effetto ovviamente voluto dall'autore poiché ripercorre schemi archetipi già convalidati, l'ascesa dello gnomo Gront è ben architettata e compensa il finale telefonato con colpi di scena interni. Del resto trovo molto più interessante proporvi questa ricca chiacchierata con l'autore che si è evoluta in un vero approfondimento culturale che sottolinea le correnti telluriche del fantasy, non mera evasione ma indagine speculativa, antropologica e storica con il medium dell'immaginazione.

Francesco Battaglia

Il tuo romanzo breve, L'ascesa del campione, è  figlio  del fantasy classico,  ma allo stesso tempo è completamente innovativo perché va a ribaltare gli stilemi di un immaginario collettivo ben consolidato. Insomma, non mi aspettavo minimamente di trovare uno gnomo così combattivo, figlio diretto di la leggenda di Druss di Gemmell. Sono abituato a placide creature dalla fantasia cangiante o appassionate di artigianato! Parlaci di questa genesi atipica.

A costo di essere impopolare, credo che certe cose sia meglio dirle subito. Per me, il fantasy è Tolkien, e qualunque altra produzione dovrà giocoforza confrontarsi con lui, sia questo confronto pacifico o meno. Tolkien è stato il padre e tutti noialtri siamo i figli, nanerottoli dai piedi pelosi sulle spalle del gigante.

Personalmente, sia nella vita che nella scrittura, non sono mai stato un “figlio ribelle”. Con “papà Tolkien” ho sempre avuto un rapporto di ammirazione e rispetto affettuoso; non mi sono mai vergognato di dire in pubblico che gli voglio bene. Con il tempo ho esteso questo sentimento anche ai classici che ho avuto il piacere e l’onore di proporre a scuola.

Ma rispettare la tradizione – è bene ricordarlo – non significa lasciarsi soffocare dal suo abbraccio. Un figlio, per crescere, deve imparare a rapportarsi adeguatamente con i patres. Sapersi avvicinare e distaccarsene con uguale serenità. Dei classici, come i genitori, bisogna capire i tempi, le scelte e anche gli sbagli. Sono radice e lezione necessaria per ogni figlio che va in cerca della propria strada.

Il mio fantasy, in definitiva, insegue questa cerca e la traduce in un atto d’amore e sfida alla letteratura già fatta, già celebrata. Se la ribalta, non lo fa per sconfiggerla – quello è il desiderio degli adolescenti – ma per rinnovarla, cogliendola attraverso nuove angolazioni, sfaccettature e prospettive.

Il mondo di Nigmàr è il punto di raccordo di questo processo. Innovativo ma classico, culturale ma innato, è un crocevia di strade, mondi e modelli importanti. Da un lato l’Arcadia idealizzata dai Greci, i pascoli delle Bucoliche, la contea tolkieniana, la nekuya omerica e dantesca, l’apollineo e l’utopia platonica. Dall’altro i boschi tenebrosi e primitivi tipici delle iniziazioni arcaiche, e quell’altro lato della mitologia greca, il più taciuto ma autentico, che trabocca di selvaggio e irrazionale. La Riva arcana, con i suoi fauni (più simili ai satiri, in verità) e streghe, incarna perfettamente questo lato grezzo e dionisiaco che contraddistingue il mito e la fiaba e li rende, nel loro sostrato comune, fratello e sorella.

Lo stesso Bront, lo gnomo protagonista del romanzo, combattivo e tormentato, rivendica la sua autoaffermazione in una riscoperta incessante, dolorosa, di radici e fato personale. Il pastore diventa guerriero, è vero, ma solo per riscoprirsi, alla fine di tutto, pastore di guerrieri e in pace con i suoi patres e i suoi demoni.
L’ascesa del Campione è la storia di una foresta che diventa città, ma anche di una città che ritorna foresta, e in questo ritorno si salva. Lo stesso Bront, a uno sguardo attento, si rivela a sua volta un insospettabile contenitore di suggestioni contraddittorie ma in fondo armoniose in cui convergono il mondo hobbit, nanico, biblico, mitologico, fiabesco, storico e preistorico. Anche umano, poiché profondamente umane sono le forze, le ragioni e i sentimenti che muovono il protagonista. Ma il mondo di Nigmàr non è di questo mondo, non è di questi uomini. Piuttosto, è il mondo verso cui tutti gli uomini potrebbero tendere, io autore per primo, in cerca di rifugio, destino o consolazione. E vi assicuro che qualcuno di loro, in futuro, ci arriverà.

Pur essendo un discendente dello sword and sorcery classicheggiante, il tuo Bront non eredita la "debole" caratterizzazione di alcuni personaggi fantasy del secolo scorso, in particolare del ventennio '60 - '80, con gli imitatori di Conan il Barbaro e con il proliferare del fantastico da tavolino: ovvero i romanzi marchiati Dungeons & Dragons. Ecco, ho apprezzato moltissimo che Bront non è solo un eroe, ma è anche umano (per non dire gnomico), con le sue paure, idiosincrasie e debolezze. Non è nato leggenda ma si autodetermina. E per questo il tuo lavoro è molto più vicino al "mito", alla tradizione poetica scaldica e  perché no, mediterranea. Si lega al concetto antropologico del rito di passaggio, il tuo eroe come i grandi delle ballate poetiche deve superare diverse prove soffrendo realmente. Spiegaci la tua visione del dolore come maestro di vita.

Quando scrivo, cerco sempre di conferire ai miei personaggi una caratterizzazione psicologica profonda e intensa. Mi piace pensare che ogni grande eroe (o anti-eroe) non nasca tale, ma lo diventi passando attraverso tensioni e sentimenti sovraumani. Il dolore è il maestro che manda in pezzi l’equilibrio interno del personaggio (homo fictus) e lo ricrea, producendo in lui fratture insanabili e semi di grandezza.

L’energia primitiva liberata durante questo processo, sintesi ineffabile di tragedia e bellezza, fuoriesce all’esterno e si traduce nell’azione eroica. Proprio per questo ritengo che epica esteriore e psiche interiore non si escludano ma siano l’una il riflesso dell’altra. Le numerose scene oniriche e tribali a cui ricorro spesso evidenziano il groviglio inestricabile tra inconscio e realtà. Ugualmente inestricabili appaiono i concetti di libero arbitrio e destino, con cui non solo ogni eroe, ma ogni uomo deve, prima o poi, fare i conti.

Ascendere a Campione, per Bront, significa spezzare le proprie catene ma anche adempiere al suo fato. Autodistruggersi infinite volte e ricostruirsi altrettante, in una sintesi matura (non priva di ombre) tra Foresta e Città. Sopravvivere a questa iniziazione – quante ne sapevano i Greci! – è farsi exemplum. Un Campione, appunto! Qualcuno che ha vissuto sulla propria pelle l’estremo e ce lo mostra aprendoci un varco, fittizio ma autentico, verso esperienze conoscitive, emotive o di svago altrimenti fuori dalla nostra portata.

Sparsi per il romanzo ci sono altri richiami alla cultura classica, al folklore e ovviamente al fantastico; spesso ho notato un attento studio della materia. Ti piacerebbe dirci quali sono i tuoi modelli  di scrittura e soprattutto gli archetipi narrativi che cerchi di restituire nel racconto?

Per quanto riguarda i classici antichi, attingo a piene mani dall’epica classica, soprattutto quella omerica. Ammiro i sentimenti di grandezza che a distanza di tante epoche riesce ancora a suscitare nei lettori; la visività possente e il linguaggio vibrante, ricco di formule e sentenze definitive, che come un’asta di bronzo ti trafiggono il cuore e ci restano. Attingo a Virgilio, maestro di bellezza nelle Bucoliche, di cui i pascoli di Nigmàr sono un riflesso.

Tra i medievali prediligo Dante, di cui non sono degno di parlare, e il poema Beowulf, che mi conduce a Tolkien. Tra i suoi capolavori, quello che sento più mio è Il Silmarillion, suo “dono postumo”, in cui cosmogonia ed eroismo tragico generano e innervano il Fantasy. Leggo e rileggo i Poemi conviali di Giovanni Pascoli e i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, straordinarie rivisitazioni oniriche, commosse e spietate del mito. Anche il mio Fantasy è un ritorno alle origini. È scavare oggi i miti di ieri e scoprire se hanno ancora senso.

Se lo studio della parola, l’eroismo narrato e la musicalità possono conquistarci ancora. Perché se è vero che gli archetipi narrativi sapranno sempre chi siamo, è altrettanto vero che sta a noi sfidarli ponendo loro le domande giuste.

Nel caso del Campione, sicuramente ci sono strutture interne tipiche della fiaba e del romanzo di formazione (il pastore che diventa principe, il bosco come luogo di smarrimento e crescita, la strega e il vecchio come figure sapienziali); epiche (l’eroe che compie il suo fato e matura attraverso il dolore e la perdita, attraversamento degli inferi, forgiatura di armi straordinarie, antagonista invincibile) a cui ho aggiunto volutamente, come asse strutturale portante, il tema narrativo della “black-list”, cioè la scalata graduale di Bront attraverso una serie di scontri minori, a difficoltà crescente, che culminano nel duello finale con Grost il Perfetto, che si è nel frattempo caricato di pathos e significati ulteriori. Poiché il rischio maggiore era la prevedibilità, ho utilizzato tale meccanismo liberamente, in maniera plastica e tutt’altro che costrittiva; ho seminato indizi e suggestioni attraverso le scene oniriche e spinto al massimo con una scrittura tagliente, “assoluta” e capace di inchiodare il lettore.

ascesa del campione Battaglia L'ascesa del campione Francesco Battaglia
La copertina del romanzo breve L'ascesa del campione di Francesco Battaglia, pubblicato da Delos Digital nella collana Heroic Fantasy Italia, con copertina di Gino Carosini, illustrazioni interne di Anna Schillirò e Piero Rotelli; a cura di Alessandro Iascy e Giorgio Smojver


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Dal papiro all'e-book: le controversie nella storia del libro

SCRIPTA MANENT VI

Dal papiro all'e-book:

le controversie nella storia del libro

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

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E-book e libro a confronto. Foto di Felix Lichtenfeld

Da oltre un decennio la popolazione dei lettori contemporanei è divisa in due fronti contrapposti: quelli che adoperano gli e-book e quelli che restano fedeli al libro cartaceo. Da ambo i lati fioccano numerose critiche al supporto avversario: se chi usa gli e-book imputa al libro tradizionale la scarsa praticità, il costo eccessivo e l'impatto ambientale negativo, i lettori old style ritengono che le pagine elettroniche non possano sostituire quelle vere, che mantengono un fascino innegabile e consentono di entrare fisicamente in contatto col testo.

Quella a cui stiamo assistendo è una diatriba generazionale destinata a perdurare a lungo, ma non si tratta di un'esclusiva dei nostri tempi: critiche e polemiche hanno sempre accompagnato gli esordi di qualsiasi forma libraria sia mai stata introdotta nel mondo latino. Anche in passato la diffidenza verso una nuova tecnologia giocava un ruolo fondamentale nella disputa, tuttavia il più delle volte si trattava di questioni di ordine etico-ideologico. Prendere in esame queste circostanze vuol dire mettere in luce le motivazioni per le quali una forma libraria sia stata preferita a un'altra, nonché comprendere perché l'adozione della stessa sia stata immediata in un determinato luogo e più lenta in un altro; in altre parole significa scrivere un capitolo fondamentale della plurimillenaria storia del libro.

I problemi del volumen papiraceo

Il ritratto di Paquio Proculo con la moglie, che rappresenta in realtà il panettiere Terenzio Neo. Affresco al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Foto in pubblico dominio

In un celebre affresco rinvenuto a Pompei sono raffigurati due personaggi tradizionalmente ma erroenamente identificati come Paquio Proculo e sua moglie; ciascuno dei due tiene in mano un oggetto: l'uomo stringe un rotolo di papiro, la moglie mostra una tavoletta cerata e se ne porta lo stilo alle labbra. La presenza di questi due oggetti non è casuale: il rotolo (volumen) e la tavoletta (tabula cerata) erano i supporti da scrittura più adoperati nel mondo latino del secolo I d.C., epoca al quale l'affresco risale.

I codicologi non sono tutti concordi nel ritenere entrambi i supporti forme librarie: di sicuro lo era il volumen, oggetto di tradizione greca che serviva ad accogliere i testi letterari, saggistici e matematici. Le tabulae erano invece autoctone, ma la destinazione d'uso era ben diversa: la possibilità di riutilizzare la superficie in ceralacca sulla quale si era in precedenza scritto sgraffiando via le parole vergate le rendeva poco adatte ad accogliere testi che necessitavano di una conservazione durevole; pertanto esse erano usate quasi esclusivamente per l'apprendimento scolastico della scrittura, oppure per la registrazione della contabilità domestica. Quando la situazione lo richiedeva, potevano essere legate insieme per mezzo di cinghie e lacci: ciò avveniva per esempio per tenere insieme i compiti di uno stesso allievo o i registri di un'unica annata. I gruppi di tabulae così legate assumevano una forma vagamente simile a quella di un libro come lo conosciamo noi, laddove ogni tavoletta era una sorta di pagina. Dunque l'affresco di Paquio Proculo andrebbe letto come una dimostrazione grafica dei ruoli socioculturali attribuiti a marito e moglie, con l'uomo dedito alla lettura erudita e la donna preposta a curare gli affari di casa.

Al di là dell'insito maschilismo, nel periodo in cui era utilizzato il volumen fu oggetto di aspre critiche: innanzitutto il papiro era un materiale estremamente costoso poiché era necessario importarlo; oltre a non consentire una coltivazione in loco, i climi umidi dei territori latini impedivano anche la corretta seccatura del foglio, che tendeva costantemente a sfibrarsi e accoglieva male quasi tutti gli inchiostri. Sul lato pratico, inoltre, la necessità di scrivere solo sul recto (rarissimi sono i volumina opistografi, scritti anche sul verso) e al tempo stesso di contenere la lunghezza del rotolo rendeva necessario scomporre una stessa opera in più porzioni: quando oggi parliamo dei libri dell'Iliade o dell'Odissea, tanto per fare un esempio, parliamo di uno dei rotoli in cui questi poemi erano convenzionalmente suddivisi. Questo comportava un eccessivo fabbisogno di spazio adatto alla loro conservazione: una sola opera poteva necessitare di uno scaffale intero, se non di più.

Tutti questi elementi rendevano il costo del volumen particolarmente ingente; non è un caso che i maggiori fondi papiracei latini siano correlati a persone di altissimo lignaggio come Lucio Calpurnio Pisone, il proprietario della Villa dei Papiri di Ercolano.

Dalla Villa dei Papiri ad Ercolano. Foto Parco Archeologico di Ercolano

Le critiche al volumen, in ogni caso, raramente sfociarono sul piano sociale: sebbene fosse assurto a status quo dell'aristocrazia, esso non fu mai visto di cattivo occhio dalle classi sociali inferiori; addirittura alcuni patrizi romani, come Asinio Pollione, trassero vantaggio dalla possibilità di procurarsi volumina mettendo a disposizione del popolo la propria collezione: nacquero così le prime biblioteche pubbliche del mondo latino, che a differenza dei corrispettivi greci in genere collegati alle strutture religiose e/o politiche, per lungo tempo furono di proprietà privata.

Col passare dei secoli si tentò di elaborare nuove forme librarie a partire dal volumen, ad esempio sostituendo il papiro con altri materiali: abbiamo già parlato in un altro articolo dei libri lintei, realizzati in fibra di lino, che i codicologi ritengono comunque una tipologia libraria a sé stante; più complesso è parlare del rotolo pergamenaceo, certamente diffuso in territorio latino a partire dal secolo I a.C., ma scarsamente utilizzato a causa dei costi e dell'oggettiva difficoltà d'utilizzo.

Dal volumen al codex

Una vera e propria svolta nella storia del libro si ebbe intorno al secolo III d.C., quando si diffuse ampiamente la nuova forma di libro a codice (codex): anziché realizzare un unico lungo foglio da arrotolare, molti fogli di dimensioni ben più modeste venivano chiusi insieme a fascicolo e infine rilegati tra loro, esattamente come accade nei libri che leggiamo tuttora.

Sulle sue origini si sono fatte moltissime ipotesi, ma lo stesso sostantivo sembra fornire un prezioso indizio: la parola latina caudex indica la corteccia degli alberi, la stessa con cui si fabbricavano le tabulae ceratae; e in effetti l'aspetto del codice era molto simile a quello dei gruppi di tavolette legate tra loro.

In effetti il codice risolveva gran parte dei problemi pratici del volumen: più durevole, comodo da consultare e riporre, consentiva la trascrizione di uno stesso testo (o addirittura di più testi) in un solo libro; inoltre, sebbene la pergamena rimanesse costosa, si aveva comunque un notevole risparmio complessivo rispetto all'esborso richiesto dal rotolo di papiro. In alcuni famosi epigrammi Marziale ne loda la comodità e la capacità di contenere numerosi testi; eppure, nonostante questi vantaggi, anche il codex non fu esente da polemiche perfino più feroci di quelle riservate al volumen.

Occorre considerare che il primo periodo di diffusione del codice coincise con l'ascesa della religione cristiana: ricorderete che in quegli anni i primi cristiani erano visti con estremo sospetto, e c'era chi li considerava tra le cause della decadenza dell'Impero che cominciava a essere avvertita a tutti i livelli sociali. Sebbene oggi si tenda a escludere che l'invenzione del codex sia avvenuta in seno agli ambienti cristiani, di sicuro questa forma libraria entrò da subito in simbiosi con quella religione: il libro a codice consentiva infatti una più rapida e efficace circolazione dei testi dogmatici e liturgici, nonché il loro occultamento in caso di necessità. In breve il codex fu associato alla cristianità, pertanto lo si guardò con estrema diffidenza: per la prima volta le critiche a una forma libraria non erano di carattere pratico, ma ideologico.

Col tempo, man mano che le divergenze si appianavano e la religione cristiana usciva dall'ombra, si venne a verificare una spaccatura tra i sostenitori del libro a codice e tra i tradizionalisti che continuavano a preferire il volumen, il quale per contrapposizione finì per essere associato alla “vecchia” aristocrazia pagana e dunque a un mondo culturale sulla via di un inesorabile tramonto. Non sappiamo con certezza quanto durò questa diatriba, ma possiamo ipotizzare che l'editto di Costantino (313 d.C.) ne rappresentò la svolta: in seguito alla proclamazione della libertà di culto le strutture politiche cominciarono ad essere influenzate dal cristianesimo, e ciò causò una graduale scomparsa della classe alta pagana; a ciò va unita la sempre crescente difficoltà di reperire il papiro, che con la perdita dei territori africani (IV- V secolo) divenne irrimediabile.

Pagine proibite e inchiostro del diavolo

Il profeta Ezra nel folio 5r del Codex Amiatinus (MS Amiatinus 1), conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Foto in pubblico dominio

A partire dall'Alto Medioevo in poi il codice andò incontro a un'evoluzione continua, le cui tappe fondamentali furono l'adozione della carta come materia scrittoria (a partire dai secc. VI-VII) e l'invenzione della stampa a caratteri mobili, avvenuta in Cina già nel secolo XI, ma perfezionata da Gutenberg nel secolo XV. Il risultato di queste innovazioni fu il progressivo abbandono del codice manoscritto in favore del libro a stampa, nuova forma libraria che, con le dovute modifiche tecnologiche, usiamo ancora oggi.

Il libro a stampa godeva di ulteriori migliorie rispetto al codice: oltre a essere più maneggevole (la carta pesa dalle cinque alle venti volte meno della pergamena), consentiva l'utilizzo di inchiostri più economici; oltre ai costi, inoltre, si abbattevano i tempi di realizzazione visto che per elaborare una tiratura da decine di copie occorrevano pochi giorni, a fronte delle molte settimane necessarie ad approntare un solo codice manoscritto.

La copia della Bibbia di Gutenberg alla Biblioteca del Congresso di Washington. Foto di Raul654, CC BY-SA 3.0

Tuttavia, dopo millenni in cui ogni libro era un unicum nel quale si rifletteva totalmente l'abilità dello scrivente, sin dall'inizio l'automazione del processo e la creazione di centinaia di libri identici furono viste con estremo sospetto: perfino la possibilità di emendare in corso d'opera o in successive edizioni eventuali errori di stampa fu additata come una pratica inumana, quasi diabolica. Fu per questo motivo che gli incunaboli, i primissimi testi a stampa databili agli ultimi anni del secolo XV, furono realizzati in modo da assomigliare il più possibile ai manoscritti: da essi mutuarono la suddivisione in colonne, l'ampia marginatura e la scrittura più diffusa in quel periodo, la gotica; laddove possibile si continuò perfino a realizzare a mano miniature e capilettera ornati, sebbene fossero note da tempo tecniche imitative quali la xilografia e l'acquaforte.

In effetti dietro queste polemiche di carattere pratico si nascondevano istanze ben più gravi: la possibilità di produrre un maggior numero di libri comportava incidentalmente la circolazione incontrollata di idee non mediate dall'autorità. Siamo ancora ben lontani dai volantini e dai pamphlet politici che sarebbero diventati irrinunciabili strumenti di propaganda nei secoli successivi, ma già agli albori del secolo XVI venivano liberamente distribuiti libri che andavano contro la morale del tempo: a essere bollati come tali c'erano manuali di stregoneria, ma anche “semplici” critiche alle infrastrutture politiche e religiose; perfino il Decameron di Giovanni Boccaccio era ritenuto licenzioso al pari di testi simili.

Queste circostanze si aggravarono dal 1517 in poi, all'indomani della riforma luterana, e com'è lecito aspettarsi le reazioni più drastiche vennero dalla classe religiosa, che attuò una serie di provvedimenti tra cui i più rimarcabili sono l'imposizione dell'imprimatur (1515) e la redazione dell'indice dei libri proibiti (1559).

Gli storiografi contemporanei hanno molto ridimensionato la portata di queste disposizioni, che in passato venivano aprioristicamente indicate come repressive e oscurantiste: ad esempio, la mancanza dell'imprimatur non impediva la stampa dell'edizione, che in tal caso diveniva però oggetto di indagine; inoltre le sanzioni più drastiche previste dall'Indice (rogo dell'edizione nel suo complesso e punizione del responsabile) vennero attuate raramente e solo in caso di reale minaccia ideologica; nella maggior parte dei casi ci si limitò a una massiccia opera di censura, con l'epurazione delle porzioni di testo ritenute perniciose, se non dell'intera opera. Col tempo gli stessi tipografi, di fronte al pericolo della censura, preferirono curare preventivamente i testi da mandare in stampa: ciò portò a un'evoluzione nella figura dello stampatore, che dovette rifinire non solo la qualità tipografica del testo ma anche la sua correttezza filologica; nasceva dunque la figura dell'editore come tuttora lo conosciamo, al netto delle opportune innovazioni.

Vero è, tuttavia, che le succitate disposizioni influenzarono pesantemente la circolazione libraria, causando una serie di reazioni contrarie che sfociarono nel contrabbando dei testi: a Napoli, Anversa e Lione, vere e proprie capitali di queste pratiche, operavano decine di stampatori non autorizzati in grado di produrre e far circolare sottobanco edizioni pregiatissime di testi proibiti. La realtà documentata (raccolta tra gli altri da Mario Ajello nel suo libro L'inchiostro del diavolo) è avvincente quanto un feuilleton e ci parla di schermaglie tra autorità e contrabbandieri, trattative e sotterfugi per mantenere in piedi l'attività e, talvolta, asperrime punizioni nei confronti degli editori fuorilegge.

Queste pratiche perdurarono fino alle soglie del secolo XIX, quando cambiarono drasticamente gli assetti politici e i valori sociali; in parallelo le innovazioni tecnologiche nel campo dell'editoria portarono alla nascita di un'ulteriore tipologia libraria: alla carta di stracci si sostituì la cellulosa cerata, agli inchiostri vegetominerali furono preferiti quelli sintetici e ai caratteri mobili subentrò il rullo inchiostratore. Nasceva, in altre parole, l'editoria serigrafica o “di massa”, quella di cui ci serviamo tuttora, il cui più recente esito è proprio il libro elettronico.

A questo punto è lecito provare a dare una risposta all'interrogativo posto all'inizio dell'articolo: chi vincerà la disputa tra libro cartaceo ed e-book? La storia sembrerebbe suggerirci che, tra le forme librarie tradizionali e quelle più evolute siano sempre state queste ultime a prevalere, dopo lunghissimi periodi di polemiche e discussioni; tuttavia le leggi di mercato attuali influiscono fortemente su questa diatriba, che probabilmente non si concluderà a breve. Inoltre, dobbiamo considerare un elemento non da poco: difficilmente i supporti elettronici saranno mai in grado di eguagliare l'umana necessità di collezionare e di possedere oggetti fisici, che quasi in modo subliminale ha condizionato la storia del libro lungo i millenni da noi presi in esame.

Bibliografia

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