A Padova la mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”

L’esposizione "L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi" è stata inaugurata a Padova presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano il 25 ottobre del 2019 per l’anniversario dei 200 anni dal ritorno di Belzoni dall’Egitto, ed è incentrata maggiormente sulla sua vita, sui suoi viaggi alla scoperta di  questa antica civiltà -compiuti tra il 1815 e il 1818- e sugli scenari delle città di Padova, Londra e dell’Egitto di fine Settecento, inizio Ottocento.

Scopo principale della mostra è far conoscere, attraverso gli occhi del protagonista, le sue avventure nella terra dei faraoni e il suo vissuto, grazie a tecnologie innovative, effetti multisensoriali e multimediali, disegni dell’esploratore costituenti una sorta di graphic novel e ricostruzioni ambientali dei suoi viaggi in Egitto, che hanno contribuito alla diffusione di notizie su questo antico popolo di cui, almeno fino alla campagna napoleonica in Egitto del 1798, nulla o poco si sapeva.

Ma chi era Giovanni Battista Belzoni?

Nato a Padova nel borgo del Portello nel 1778, fu una personalità dirompente, con un grande spirito avventuriero che lo portò, a soli sedici anni, a lasciare la sua città natale per andare a Roma, città in cui studiò idraulica. Successivamente visse anche in Olanda e in Francia, e nel 1803 a Londra, dove entrò a far parte di una compagnia teatrale. Nel 1814, durante un soggiorno a Malta, venne a sapere che il pascià dell’Egitto Mohamed Alì cercava degli europei in grado di sottoporgli un’invenzione per risolvere la siccità che affliggeva il paese.

Fu così che Belzoni, grazie alle ottime conoscenze di idraulica, nel 1815 sbarcò in Egitto, progettò una macchina per l’irrigazione dei campi e la presentò al pascià. La macchina idraulica fu messa in moto, ma il progetto venne accantonato a causa del malumore che suscitò tra la popolazione, allarmata nel vedere la manodopera soppiantata dalla macchina.

Una volta giunto in Egitto, Belzoni iniziò a subire il fascino di questa antica civiltà. Dal 1816 al 1818 svolse diverse azioni in terra egizia, tra cui il trasporto, da Tebe ad Alessandria e da lì a Londra, del busto colossale del Giovane Memnone; il disseppellimento delle strutture templari ad Abu Simbel; il trasporto in Inghilterra dell’obelisco da lui rinvenuto nell’isola di File; gli scavi nel tempio di Karnak; la scoperta di diverse tombe nella Valle dei Re e del varco d’accesso alla piramide di Chefren, sulle cui mura della camera sepolcrale appose la sua firma:«Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818». Alla fine del 1818 rientrò in Europa e, nello stesso anno, inviò a Padova due statue in diorite nera raffiguranti la dea leonessa Sekhmet, rinvenute durante gli scavi a Tebe e oggi presenti nella sala dedicata a Belzoni del Museo Archeologico. Ritornato a Londra nel 1820, pubblicò dei resoconti delle sue esplorazioni in Egitto e in Nubia. Nel 1823 fece il suo ultimo viaggio nell’Africa occidentale, sulle rive del fiume Niger, ma morì il 3 dicembre dello stesso anno in circostanze poco chiare, forse a causa di un avvelenamento, sicuramente a causa di una malattia tropicale. Con le sue scoperte, contribuì anche alla creazione della collezione egizia del British Museum.

Diverse novità si inseriscono nel percorso espositivo, pensato per grandi e piccoli: laboratori didattici riservati a scuole di ogni ordine e grado, la formula “I VISIT”, una visita esclusiva e un momento conviviale riservato in compagnia di un esperto che ridarà voce alla personalità di Giovanni Belzoni, le sue vicende private, le avventure, i momenti di crisi, le conquiste e la passione per l’antico Egitto (l’esperienza prevederà una degustazione di congedo che ripropone i gusti, le pietanze e la cucina dell’antico Egitto conosciuto da Belzoni), la ricostruzione in scala della grande piramide di Chefren e la possibilità di scrivere e stampare il proprio nome in geroglifico.

Sarà possibile visitare la mostra fino al 28 giugno 2020.

Foto: Courtesy of Press Office


Andrea Mantegna

Mantegna come Steve Jobs: la modernità come obiettivo, l’antico come pretesto in mostra a Torino in Palazzo Madama

Tuffarsi di testa in un’epoca sfrenata: di geni, truffatori, poeti, capitani di ventura, banchieri, raffinati umanisti. Un’età di bronzo, di marmo, d’oro. Di pietre colorate e terracotta.

Una stagione intricata come le acconciature dipinte da Crivelli, che ancora oggi si rifiuta di lasciarsi dipanare a una prima occhiata. Nessuna superficiale faciloneria scalfirà la durissima superficie della produzione artistica fiorita nell’Italia del Nord-Est intorno alla metà del Quattrocento.

Di sicuro non lo farà la mostra organizzata da Civita e allestita all’interno del Museo Civico d’Arte Antica di Torino, visitabile fino al 4 maggio 2020.
Ma se ci si tuffa, come anticipavo, con una piccola dose d’incoscienza, questo percorso offre la possibilità di sentire la forza ribollente di uno dei momenti incandescenti dell’arte italiana.

La figura-guida scelta per accompagnarci in questo piccolo e movimentato universo è quella di Andrea Mantegna. Un vero diamante: lucido, splendido, duro e perfettamente sfaccettato, prodotto dal magma del periodo storico che ha attraversato.

Lo incontriamo subito a confronto con la bizzarra figura del suo primo maestro; e padre adottivo, e sfruttatore, e “impresario”. Quel Francesco Squarcione che somiglia un po’ al Mangiafuoco di Collodi; che raccoglie intorno a sé talenti delle più varie provenienze. Per educarli, sfruttarli, spillare loro soldi o lavoro, a seconda delle capacità; perfetta guida una “banda di desperados, come Longhi descrive la massa di pittori che esce dalla sua bottega per occupare con un’arte nuova la chiesa degli Eremitani.
In quella che appare una sapida sfida allievo-maestro vediamo Mantenga e Squarcione impegnati ad indagare lo stesso soggetto: l’austera figura di fra’ Bernardino da Siena, da pochissimo proclamato Santo e che probabilmente entrambi avevano conosciuto. Squarcione si abbandona a un’analisi impietosa del vecchio predicatore e fa emergere tutto “quell'umoresco non certo ridevole” (ancora Longhi) che è forse la sua più interessante eredità. Mantegna, al contrario, conferisce alla figura un sereno distacco. Una sorta di composta lontananza, accentuata dal profilo pieno e dalla scelta di rappresentare l’aureola come un disco che isola dal fondo la testa della figura.

In pratica un ritratto che somiglia a una moneta antica: il rapporto con un mondo che stava emergendo e che affascina il giovane Andrea.

Andrea Mantegna
Mantegna: particolare della Santa Eufemia - 1454 - e ritratto di San Bernardino da Siena - ca 1460 - a confronto con quello realizzato da Squarcione - ca 1450

Quell’antichità, romana ma anche no, che è tutto e il suo contrario, a seconda di chi la guarda e di che pezzo se ne esamina. Mantegna la incontra attraverso Donatello, che lavora a Padova nei suoi stessi anni, e Jacopo Bellini, a capo di una delle più fortunate botteghe del nord Italia, ingombra di reperti.

Questo mondo immaginato, sognato, interpretato, intravisto diventa per il giovane pittore terreno su cui far crescere una personalissima interpretazione di quell’arte che non si poteva conoscere nella sua interezza.

Lo dimostra l’imponente Santa Eufemia: se la materia pittorica ha perso la sua integrità, l’idea non ne subisce troppo danno. Severa, monumentale, vera e vicina ma al tempo stesso fissa, come scolpita in una varietà di pietre dure e marmi preziosi. Chiusa tra archi, colonne e ghirlande, citazione di romanità tarda e opulenta, decadente come il pugnale che si conficca nel fianco senza turbare la serena compostezza del volto. Come fosse niente più di un prezioso orpello.

Nella Santa Eufemia emerge la ferma libertà di Mantegna: punto di partenza su cui seppe costruire il suo formidabile successo.

Intelligente, colto e accorto: non sbaglia una mossa. Sposa la figlia di Jacopo Bellini: esce dalla scomoda influenza di Squarcione ed entra a far parte di quella che possiamo definire la più fortunata e strutturata impresa nel campo dell’arte padana quattrocentesca. Così il genero Jacopo diventa suo sponsor e il cognato Giovanni suo alleato, invece che suo concorrente. Li vediamo duettare sul tema della Madonna col Bambino: un dialogo che li accompagnerà nelle loro carriere e che arricchisce la produzione di entrambi.

Andrea Mantegna
Mantegna cita e si lascia citare dai Bellini: Madonna col Bambino e i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa, 1455 ca

Questa dimensione di apertura, scambio, continua permeabilità emerge molto bene dal percorso: Mantegna non si chiude mai in una solitaria ricerca di perfezione. Piuttosto si lascia contaminare e provocare: dall’antichità, da altre tecniche artistiche (come le fusioni in bronzo della bottega padovana di Donatello, da cui impara la bellezza dei riflessi e delle patine), da colleghi e vie diverse al Rinascimento.

Andrea Mantegna

Il San Giorgio di Mantegna esibisce allo stesso modo i boccoli biondi da reclame dello shampoo e la lancia spezzata, il cui moncone è ancora incastrato nella gola del drago. Più serioso di quello di Cosmè Tura, che stretto in una calzamaglia rosa brandisce uno spadone rosso. Entrambi però esercitano una colorata libertà memore della stagione tardogotica, cui paiono non sentire l’esigenza di rinunciare per entrare a pieno diritto nel Rinascimento.

Il gusto per il confronto che anima Mantegna non si spegne neppure quando Ludovico Gonzaga lo vuole al suo servizio, e inventa per lui un ruolo che ancora non esisteva: quello di “pittore di corte”. Al contrario la rete di relazioni della corte mantovana, che si estendeva anche oltralpe, e la vivace vita culturale che vi si svolgeva (come il Concilio del 1459) crea nuove occasioni di contaminazione. Il presunto ritratto di Carlo de’ Medici rivela, per realismo, severità e qualità scultorea, la frequentazione con l’ambiente fiorentino.

Dialoghi: Mantegna si lascia contaminare dalla monumentalità fiorentina, e si confronta con il siciliano-nordico Antonello, gemma della collezione permanente di palazzo madama. Sullo sfondo di tutto colte letture da umanisti

Mantegna produce e al tempo stesso colleziona: incontriamo opere antiche che l’artista aveva acquistato per sé e che hanno ispirato uno dei suoi capolavori, i “Trionfi”, infinitamente ammirati copiati e citati per secoli. E, nella stessa sala, con grande intelligenza incontriamo le sue incisioni, in particolare quelle ispirate alla classicità.

Il classicissimo ritratto del cardinale Ludovico Trevisan si lascia contaminare dal verismo fiammingo nell'ombra di barba rasata

Opere di superba qualità, ma che rivelano anche la sapiente costruzione di una carriera, di un business di successo: copiata dai tedeschi l’idea di creare incisioni come prodotti autonomi, Mantegna fiuta la possibilità data da questa tecnica di fornire non soltanto un riscontro economico immediato, ma soprattutto garantire ai suoi discendenti una fonte di reddito sicura. A dimostrazione che l’era della riproducibilità tecnica è un fenomeno che l’arte ha affrontato ben prima del Novecento, e che porta sempre con sé una visione imprenditoriale della produzione artistica.

Mantegna costruisce pezzo per pezzo un modello di gestione così solido da resistere ai committenti più esigenti: una piccola sezione, organizzata come una collezione rinascimentale, ci racconta del suo rapporto con Isabella d’Este. Lei granitica nelle sue arzigogolate richieste, lui pragmatico e preparato; capace di soddisfare la passione per le iconografie sovra-significanti senza perdere la direzione della sua ricerca.

Bottega di Mantegna, "Il seppellimento di Cristo". Bulino datato tra il 1465 e il 1480

Strepitose le prove di pittura sacra, in cui emerge con forza il gusto prezioso e raffinatissimo per il colore, quello smagliante del Medioevo tardo a cui non rinuncia, ma che sa traghettare in un mondo di forme nuove. E quello per una solidità mai banale, che non si lascia imbrigliare nelle facili geometrie fiorentine, ma che cattura l’occhio persino quando l’equilibrio delle tinte contraddice la forma.

Andrea Mantegna
Mantegna, Madonna dei Cherubini, 1485

Una sorta di caleidoscopico basso e bassissimo rilievo, come fosse ancora lo stiacciato donatelliano ma tradotto in pittura. Che esercita un fascino irresistibile per un altro irregolare di successo, che la mostra suggerisce erede dell’avventura mantegnesca: lo spericolato Correggio.

A chiudere il percorso un’intenso e tecnicamente perfetto “Ecce homo: una composizione di sole teste eseguita negli stessi anni in cui Leonardo si affanna sulle “arie di testa” dell’Ultima Cena. Un’opera in cui non leggiamo neppure un briciolo di imbarazzo o ansia per il confronto, e neppure un tentativo di avvicinamento. Piuttosto una forte affermazione di distanza e differenza.

Perché Mantegna, nella sua bravura artistica, culturale, imprenditoriale, ci insegna che il Rinascimento non è certo stato uno solo, che la ricchezza di quell’epoca non può essere contenuta nello spazio angusto di poche banalità (riscoperta dell’antico, costruzione prospettica dell’immagine, culto del genio), e che fare grandissima arte non implica per forza scegliere l’emarginazione.

Il percorso ha di certo qualche ombra, alcune incongruenze e significative assenze, ma la forza del contatto con l’avventura di questo artista riesce a restituire tutta la vivace spericolatezza della sua carriera.

 

 

Le immagini delle opere in mostra sono state realizzate da me e sono pubblicate con licenza Creative Commons
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“L’Egitto di Belzoni”: in mostra a Padova il "forzuto" agli albori dell'egittologia

Gli inizi dell'archeologia in generale e dell'egittologia in particolare, al di là della curiosità, a volte morbosa, che le rovine scatenarono nell'antichità e nel Medioevo, avvenne tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX secolo, essendo  da una serie di nomi che anche per "i non addetti ai lavori" sono già quasi familiari: Jean-François Champollion o Karl Richard Lepsius; altri sarebbero William Flinders Petrie, Bernardino Drovetti, Henry Salt, John Gardner Wilkinson, Amelia Edwards, Ippolito Rosellini… Però probabilmente il più importante di tutti fu Giovanni Battista Belzoni.

​Belzoni, nativo di Padova, allora facente parte alla Repubblica di Venezia, nacque nel 1778. Aveva non meno di tredici fratelli e, poiché suo padre era un barbiere modesto in perenne lotta per la sopravvivenza di una famiglia tanto numerosa, un adolescente Giovanni fu inviato a Roma, la città da cui proveniva la sua famiglia paterna (che era anche in migliori condizioni economiche), per guadagnarsi da vivere. Tuttavia, la sua idea era un'altra: aveva una profonda vocazione religiosa che lo spingeva a prendere in considerazione di entrare in un monastero. Pensate a come sarebbe avrebbe cambiato il suo futuro - e quello dell'egittologia - se avesse esaudito questo desiderio. Tuttavia, si verificò un evento imprevisto: nel 1798 le truppe francesi occuparono la città, revocarono l'autorità del Papa e proclamarono la Repubblica Romana; sembra che Belzoni avesse preso parte ad qualche intrigo e che, minacciato di essere imprigionato, decise di fuggire il più lontano possibile. ​
Ritratto di Giovanni Belzoni ad opera di Jan Adam Kruseman (1824)(Artdaily.com), conservato al Fitzwilliam Museum, pubblico dominio

Così, nel 1800 cercò di ricominciare daccapo e si trasferì nei Paesi Bassi, esercitando l'ufficio imparato da suo padre. Questa nuova vita non durò però non a lungo; dopo tutto, Napoleone aveva trasformato quel territorio nella Repubblica Batava e il pericolo di essere riconosciuto e detenuto era sempre presente, anche nel caso in cui fosse riuscito a passare inosservato (grazie al suo aspetto settentrionale e ai capelli rossi). Tre anni dopo si trasferì in Inghilterra. E fu in quel Paese che incontrò sua moglie, Sara Bane, l'artefice del totale cambiamento della vita del giovane Belzoni. Sara era uno spirito irrequieto e convinse il suo futuro marito - si sarebbero sposati nel 1813 - a unirsi a un circo itinerante con cui giravano il paese.​
Belzoni superava i due metri e aveva una costituzione robusta, che avrebbe fatto invidia ai migliori influencer e body builder di Instagram. Il suo contributo al mondo circense consisteva in dimostrazioni di forza - era il classico "forzuto" - finché non andò ad esibirsi all'Astley's Anphitheatre, un prestigioso circo permanente situato nel quartiere londinese di Lambeth. Lì si interessò ad altre sfaccettature di quel mondo, come la cosiddetta "fantasmagoria" (una sorta di spettacolo spaventoso, basato sulla proiezione di immagini terrificanti: scheletri, fantasmi, demoni...) con una lanterna magica. Il nostro connazionale si interessò così tanto a questa forma di proiezione che iniziò a studiare ingegneria meccanica - qualcosa che era già iniziato durante il suo soggiorno a Roma - progettando ingegnosità idrauliche che applicò anche nelle esibizioni circensi di Covent Garden. Tutto ciò gli sarebbe stato parecchio utile in futuro. ​
Nel 1812 lasciò l'Inghilterra per un tour europeo. Visitò la Spagna, l'Olanda, il Portogallo e Malta, non perdendo mai l'occasione (da bravo italiano) di vendere il progetto per una ruota panoramica totalmente idraulica che aveva concepito. Questo è esattamente ciò che gli ha permise di mettersi in contatto con un diplomatico egiziano, Ismael Gibraltar, interessato ad al progetto dato che il pascià d'Egitto, Mehmet Ali, stava perseguendo una politica di modernizzazione e voleva espandere le aree in crescita. Così Belzoni visitò per la prima volta il paese dei faraoni e, anche se l'esperienza non fu così soddisfacente come si aspettava - dato che alla fine il pascià respinse l'invenzione - lui decise di rimanere.​
Giovane Memnone Ramesse II
Il "Giovane Memnone", in realtà Ramesse II, statua in granito (1270 circa a. C.), conservata al British Museum. Foto di Nina Aldin Thune, CC BY-SA 3.0

Durante questo periodo progettò nuove cose ingegnose, questa volta destinate a facilitare il trasporto di grandi blocchi di pietra, poiché era consuetudine rimuoverli dagli antichi monumenti, per riutilizzarli in edifici moderni. Inoltre, attraverso lo storico svizzero Jacob Burckhardt, che era in visita in Egitto (e con il quale strinse amicizia) poté mettersi in contatto anche con Henry Salt, il console britannico. Costui gli assegnò una missione: andare a Tebe per prendere l'enorme busto di Ramses II (che all'epoca tutti chiamavamo Giovane Memnone per errore, ma questa è un'altra storia...) che decorava il tempio di quest'ultimo, il Ramesseum, e trasferirlo al British Museum, così come autorizzato da una firma (ordine) del pascià. La "statuetta" pesava sette tonnellate e Belzoni dovette attingere a tutte le sue conoscenze e trucchi circensi per poterla spostare; ci riuscí sollevandola per mezzo di leve e rulli, proprio come, molto probabilmente, era stato fatto nell'antico Egitto. Fu un duro lavoro che lo tenne occupato per diciassette lunghi giorni e con più di centotrenta uomini, finché raggiunse il fiume, dove imbarcarono il "piccolo" reperto.​
Il successo di questa impresa gli aprì la porte ad altre commissioni analoghe, quasi tutte dovendo superare difficoltà complesse. Ad esempio, un obelisco che stava trasportando in barca fino ad Alessandria si inabissò nelle acque del Nilo e dovette salvarlo costruendo una sorta di ponteggio acquatico.​
Giovanni Battista Belzoni
Giovanni Battista Belzoni, come da raffigurazione nel suo libro Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in search of the ancient Berenice; and another to the Oasis of Jupiter Ammon, Londra, John Murray, 1820

Nel 1815 accompagnò William Beechey, il segretario di Salt, in un viaggio ad Abu Simbel per vedere come potevano scavare i templi scavati nella roccia, scoperti da Jacob Burckhardt un paio di anni prima. Questi ultimi erano coperti da migliaia di tonnellate di sabbia, che rendevano impossibile l'accesso al loro interno. Il nostro Belzoni dovette dimettersi, deluso, ma tornò nel 1817, accompagnato dalla moglie che colse l'occasione per lasciare testimonianze scritte della vita delle donne egiziane. Questa volta, con tanto sforzo e pazienza, Belzoni riuscì a rimuovere abbastanza sabbia da scoprire parzialmente l'ingresso, di modo da poter entrare in cerca di pezzi per collezionisti. Non trovò quasi nulla ed è per questo che i templi, sia quelli di Ramses II che di Nefertari, ricaddero nell'oblio per qualche altro anno. ​
Nello stesso anno, Belzoni scavò nella Valle dei Re, dove scoprì - tra le altre cose - le tombe dei faraoni Ay e Ramesse I, e dissoterrò tutti gli oggetti per venderli (sigh). So che adesso griderete tutti allo scandalo, ma questo atteggiamento non dovrebbe sorprendere, poiché in quella prima metà del XIX secolo l'archeologia era, fondamentalmente, una raccolta di pezzi e reperti per i collezionisti e lo spoglio era visto come normale per il bene della scienza che, naturalmente, aveva sede in Europa occidentale. Ecco perché Belzoni non esitò a portare via le cose senza il loro contesto e non esitò neanche a far saltare in aria i coperchi dei sarcofago (con la dinamite) in cerca di gioielli.​
Il nostro forzuto connazionale era una miscela tra l'avventuriero e il collezionista, ma fu anche grazie al suo lavoro che l'egittologia ha cominciato a prendere forma. ​
Dal momento che scoprì anche la tomba di Seti I (che fu battezzata la Tomba di Belzoni perché, non avendo ancora tradotto Champollion la scrittura geroglifica, non si sapeva a chi apparteneva), studiò i templi di File, di Edfu e di Elefantina, ed effettuò scavi in Karnak.​

Giovanni Battista Belzoni
La firma di Giovanni Battista Belzoni all'interno della piramide di Chefren. Foto di Jon Bodsworth (www.egyptarchive.co.uk), Copyrighted free use
Nel 1818, dopo un viaggio in Terra Santa (accompagnato dalla moglie Sara), dedicò la sua attenzione alle piramidi di Giza, convinto che - contrariamente alla visione dei suoi compagni - avrebbe trovato le cose di interesse proprio al loro interno. Divenne così il primo ad entrare in quella di Chefren (dove lasciò un'enorme iscrizione col carbone che diceva "Scoperta da G. Belzoni 2 mar. 1818"). Fu anche il primo a visitare El-Wahat el-Bahariya, un'oasi nel mezzo del deserto che Alessandro Magno avrebbe superato sulla strada per Siwa (in realtà, vi costruí solo un tempio lì), e nell'indagare le rovine del porto Berenice sul Mar Rosso (costruito da Tolomeo II). ​
A questo punto Belzoni e sua moglie erano stati in Egitto per sei anni e per un totale di ben venti anni fuori dall'Inghilterra: decisero così di farvi ritorno. Lo fecero nell'autunno del 1819 e - ça va sans dire - portandosi dietro il sarcofago di Seti I come bagaglio a mano.​

Giovanni Battista Belzoni
Giovanni Battista Belzoni è raffigurato in un medaglione a Palazzo della Ragione, opera di Rinaldo Rinaldi (1793-1873), foto di Colin Rose

 

Se tutto questo che avete letto e scoperto vi ha interessato, allora vi consiglio vivamente di fare un salto alla mostra “L’Egitto di Belzoni”, visitabile al Centro Culturale Altinate - San Gaetano di Padova fino al 28 Giugno 2020.​
La sua città natale gli rende omaggio con una una mostra che vuole raccontare una vita avventurosa e ricca di imprese. Il percorso espositivo alterna sistemi di visita tradizionali a momenti di grande impatto emotivo, grazie a tecnologie immersive, effetti multisensoriali ed enormi riproduzioni in scala reale. Gli ambienti storici, ricostruiti con la massima precisione, diventano spazi scenici che coinvolgono in spettacoli teatrali e in giochi d’acqua virtuali.​
Inoltre, da buon nerd quale sono, non posso che consigliarvi una lettura edita niente meno che da Sergio Bonelli Editore dal titolo "Il Grande Belzoni". Il talentuoso Walter Venturi ha ricreato magistralmente il mondo e la vita di Belzoni in forma di fumetto.​
Giovanni Battista Belzoni
Raffigurazione di Giovanni Battista Belzoni dal libro Viaggi in Egitto ed in Nubia, Tomo I, Livorno, 1827.

15 arresti e preziosi libri antichi sequestrati nel Regno Unito

Monza: I Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale (TPC), la Metropolitan Police di Londra e l’Ispettorato Generale della Polizia romena, coordinati da Europol ed Eurojust, hanno disarticolato una organizzazione criminale responsabile del furto di libri antichi nel Regno Unito.

Il risultato operativo è il frutto di un’indagine del gennaio 2017, avviata dalla Metropolitan Police di Londra e proseguita unitamente al Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Monza ed all’Ispettorato Generale della Polizia romena, scaturita dal furto di 260 libri antichi, del valore commerciale di 2 milioni di sterline britanniche (oltre 2 milioni di euro), consumato nella notte tra il 29 e il 30 gennaio 2017 a Feltham (Regno Unito).

I beni, di proprietà di due collezionisti italiani, uno di Pavia e l’altra della provincia di Padova, e di uno tedesco, si trovavano in un magazzino pronti per essere trasferiti a San Francisco (Stati Uniti) per la 50^ fiera internazionale dei libri antiquari.

I libri erano stati asportati con modalità singolari, infatti, i malviventi dopo aver effratto i lucernari del capannone ove erano custoditi unitamente ad altro materiale, per eludere il sistema di allarme, si erano calati al suo interno utilizzando delle corde.

Nel luglio del 2018, le autorità giudiziarie e di polizia inglese e romena, avendo necessità di proseguire l’attività investigativa in Italia, utilizzando il recente strumento processuale dell’Ordine Europeo d’Indagine, coinvolgevano i militari dello speciale Reparto brianzolo, in virtu’ della consolidata esperienza di settore che il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale riscuote anche all’estero.

Il Nucleo TPC di Monza veniva, quindi, inserito nella squadra investigativa comune (Joint Investigation Team), che proseguiva sinergicamente le indagini nei tre Paesi.

L’attività investigativa, diretta per la parte italiana dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, coordinata a livello internazionale da Europol ed Eurojust, si concludeva il 26 giugno del 2019 con l’arresto di 15 persone sul territorio britannico e romeno, nonché con l’esecuzione di 45 perquisizioni ed il sequestro di materiale probatorio in Italia, Regno Unito e Romania.

I preziosi libri, di notevole rilevanza storica, sono attivamente ricercati dai Carabinieri e dalle Polizie europee, essendo stati inseriti nella Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Monza, 26 giugno 2019.

Testo dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale

traffico libri
Immagine puramente illustrativa, non relazionata al comunicato in questione. Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Padova: mostre su Pietro Chevalier e Domenico Cerato

DUE MOSTRE A PADOVA FANNO LUCE SU DUE PROTAGONISTI, TRA SETTE E OTTOCENTO, DELLA TRASFORMAZIONE URBANA DELLA CITTA’ E DEL SUO IMMAGINARIO VISIVO ...INSIEME A QUELLO DI TANTE ALTRE MÈTE VENETE DEL NASCENTE “TURISMO”
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PIETRO CHEVALIER
Vedute di Padova e del Veneto nell’Ottocento
Musei Civici agli Eremitani  28 ottobre 2016 – 26 febbraio 2017
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Disegnatore, incisore, giornalista e scrittore d’arte, attivo tra Venezia, Padova e Trieste,
PIETRO CHEVALIER- spirito innovatore e anticonformista - testimonia con le sue “guide turistiche” realtà urbane in evoluzione
ma anche nuove mode e nuovi riti nel passaggio dal 
Grand Tour al turismo moderno.
Immagini di Venezia, Padova, ma anche Vicenza, Cittadella, Possagno, la Rotonda di Palladio, Verona, Trieste, ecc.
È nel passaggio dal Grand Tour settecentesco, riservato alla giovane élite europea, alle prime forme di un “turismo” più diffuso, che s’inserisce la figura di Pietro Chevalier (Corfù 1795 - Padova 1864), disegnatore, incisore, giornalista e scrittore d’arte attivo tra Venezia, Padova e Trieste.

Egli fu partecipe di una 
nuova sensibilità nella rappresentazione dell’immagine urbana, legata certamente a una visione romantica,
ma anche a 
rinnovate dinamiche socialia nuovi modi di visita e di conoscenza delle città e a un mercato editoriale in evoluzione.

Come afferma l'Assessore alla Cultura Matteo Cavatton, “
l’acquisto operato nel 1978 dal Comune di Padova di un nucleo consistente di disegni e stampe di Chevalier, grazie al determinante contributo dell’allora Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, permette di ricostruire – in una bella mostra ai Musei Civici agli Eremitani, dal 28 ottobre 2016 al 26 febbraio 2017 – il processo creativo dell'artista, offrendo nel contempo un'interessante testimonianza dei principali monumenti e delle trasformazioni di Padova e di molte altre città venete nel XIX secolo”.
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Partecipe di un fenomeno ben più vasto italiano ed europeo, fatto di disegnatori, vedutisti e illustratori che andavano incontro alle esigenze di mercato, Chevalier nei suoi lavori diede 
spazio al romanticismo, al gusto popolare, allo storicismo, alla ripresa del Medioevo, ma fu attratto anche dall’esotismo, donandoci uno spaccato unico di realtà urbane in evoluzione e di un mondo che stava rapidamente cambiando. Il gusto orientalista, insieme allo spirito risorgimentale,
può richiamare alla memoria la più famosa esperienza di Ippolito Caffi.
Tra i discepoli prediletti di Giannanatonio Selva – titolare della cattedra di Architettura all’Accademia di Belle Arti a Venezia – Chevalier collaborò alla realizzazione de Le fabbriche più cospicue di Venezia, che uscì nel 1815-1820 a cura dello stesso stesso Selva, di Leopoldo Cicognara e di Antonio Diedo.
Nei fogli che riproducono le vedute veneziane più note, pur cercando spunti personali, appaiono ancora evidenti il richiamo alla tradizione e il debito del giovane nei confronti soprattutto di Luca Carlevarijs e Francesco Guardi.
Tuttavia il legame di Chevalier con la città lagunare si ripresenta in modo più originale in imprese come Porto franco. Città di Venezia
presumibilmente del 1831, Panorama di Venezia del 1836 (ristampa di Ricordi su Venezia del 1834), Annali urbani di Venezia di Mutinelli (1838) e Siti storici e monumentali (1838), in cui suggerirà al suo editore di dar conto al pubblico di luoghi meno noti e alternativi rispetto a quelli più famosi e conosciuti.
Negli anni venti, a Padova, Chevalier prestò la sua opera per gli 
editori Gamba – che dall’ottobre del 1811 avevano aperto una libreria in Piazza delle Erbe – per i quali disegnò, incise e scrisse; è allora che iniziarono a emergere la modernità del suo ruolo e la complessità della sua personalità artistica.
La raccolta 
Di alcuni principali edificj e situazioni delle provincie venete, pubblicata a Padova nel 1828 - Cittadella, Oliero, Possagno, Vicenza, la Rotonda di Palladio, Venezia, Verona e Padova sono alcuni dei luoghi rappresentati ci mostra l’artista sotto un profilo inedito di illustratore e di autore dei testi che accompagnano le immagini.

“Scrive in un nuovo modo 
attento anche alle esigenze turistiche – spiega Davide Banzato, curatore della mostra insieme a Elisabetta Gastaldi e a Vincenza Cinzia Donvito – e dalle sue righe traspaiono  conoscenze storiche adeguate a mettere a punto notizie sintetiche ma precise, spesso arricchite da non banali pareri personali”.
Nell’introduzione della raccolta, gli editori – ma è Chevalier che scrive per loro – 
individuano anche il “target” al quale l’opera è rivolta nel “colto pubblico” straniero o “amatore delle cose patrie” a cui si vuole offrire uno strumento agile, di pronta consultazione, senza ampie digressioni ma con testo succinto: è l’alta borghesia, quella che favorirà la nascita del turismo moderno.
A Padova Chevalier ebbe modo di addentrarsi in un 
terreno figurativamente molto meno indagato rispetto alla città lagunare, sottolineando soprattutto il richiamo romantico all’antico: scorrono davanti ai nostri occhi la Tomba di Antenore, il Santo, gli Eremitani, le porte cinquecentesche ecc.
Non manca 
l'orgoglio per le realizzazioni più recenti, poste su un piano non certo inferiore a quelle antiche nello sviluppo del tessuto abitato: Ospedale, Macello, Pedrocchi.

Il successivo 
Memorie architettoniche sui principali edificj della città di Padova, edito nel 1831, è strutturato in itinerari come una guida vera e propria e le immagini ne costituiscono il corredo.

Qui, come in 
N. 16 principali vedute della città di Padova pubblicate ancora prima sempre dai fratelli Gamba e nelle più tarde Vedute di Padova disegnate per Prosperini –  in cui si possono apprezzare i progressi tecnici ed espressivi legati al nuovo strumento della litografia – Chevalier percorre una strada personale nell'intento di far conoscere l'unicità di Padova a un più vasto pubblico di nuovi viaggiatori colti e sensibili.
Veduta reale e veduta ideata ormai si mescolano, così come non mancano espedienti rappresentativi alla ricerca di grandiosità pur nella ridotta dimensione.
Chevalier è ormai consapevole 
dell’importanza del rapporto stretto tra figura e ambiente (le sue vedute sono spesso animate dalla fitta presenza di un’umanità variegata, intenta nelle più svariate attività) e del dialogo tra gli aspetti naturalistici e quelli monumentali.
Un approccio presente anche nella descrizione di altri luoghi del territorio del Veneto e dell'Italia del Nord, dove ebbe modo di viaggiare e risiedere, 
come nel caso di Trieste.
Nella città giuliana Pietro si trasferì nel 1840 e vi rimase fino al 1852 per poi fare ritorno a Padova. Erano anni inquieti
dal punto di vista politico e 
Chevalier non era tipo facile ai compromessi. A Trieste sviluppò soprattutto un’intensa attività editoriale, collaborando con numerose riviste e fondandone egli stesso di nuove, spesso usando lo pseudonimo Luca de Zaba.
Carattere non sempre conciliante con la politica o le lobby artistiche – come dimostra l'episodio in cui si rifiutò di modificare le bozze di una sua orazione (presso l'Accademia di Belle Arti di Venezia) che non era piaciuta alla consorteria che allora teneva il dominio delle arti –
Chevalier vivrà gli ultimi anni in difficoltà.
Dell'attività del periodo padovano ricordiamo 
Un viaggetto da Venezia a Possagno per Padova, Vicenza, Bassano e ritorno per Treviso pubblicato nel 1860 dai Fratelli Gamba e Il territorio padovano illustrato di Andrea Gloria, primo direttore del Museo Civico di Padova, edito da Prosperini.
Molte delle tavole dell’opera, pur non firmate, grazie ai disegni esposti per la prima volta in questa mostra, possono essere infatti attribuite con certezza a Chevalier, dando conto della ormai sapiente simbiosi tra figura e scenografia: pensiamo alla Porta di Cittadella, a Montagnana, al Catajo, al Palazzo Vescovile di Luvigliano ecc.
Ancora una volta è 
Padova al centro delle sue attenzioni, la città di cui seppe, meglio di chiunque altro, interpretare l’anima
traducendo in bianco e nero l’unicità del suo passato. Concentrandosi sui luoghi della memoria ne alimentò e interpretò il mito, legandolo nel modo più compiuto alla realtà quotidiana.
L’esposizione, promossa dal Comune di Padova-Assessorato alla Cultura, è accompagnato da 
catalogo Skira e si svolge in contemporanea con la mostra” DOMENIO CERATO- Architettura a Padova nel secolo dei Lumi” a Palazzo Zuckermann

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DOMENICO CERATO
Architettura a Padova nel secolo dei Lumi
Palazzo Zuckermann - 28 ottobre 2016 – 26 febbraio 2017
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Architetto vicentino attivo soprattutto a Padova, DOMENICO CERATO ha segnato in modo decisivo l'aspetto della città arricchendola, con i suoi progetto innovativi - La Specola Astronomica, L’ospedale Giustinano e Prato della Valle – di nuovi simboli dell’identità urbana.

Accanto ai suoi disegni originali, taluni inediti, opere di contesto, da Canaletto a Piranesi, da Fossati a Subleyeras

L'opera di Domenico Cerato, 
architetto vicentino ma attivo soprattutto a Padova, ha segnato in modo decisivo l'aspetto della città.
A lui si devono infatti i 
progetti delle principali opere architettoniche del Settecento, come la sistemazione della Specola Astronomica,
la realizzazione del Prato della Valle e dell'Ospedale Giustinianeo.
Come afferma l'Assessore alla Cultura Matteo Cavatton: “Grazie ai suoi innovativi progetti anche 
la tradizionale identità di Padova risultò modificataarricchendosi di nuovi simboli urbani, nuovi spazi nei quali ritrovare, affermare e divulgare la propria immagine.”

La mostra, promossa dal Comune di Padova – Assessorato alla Cultura, allestita a Palazzo Zuckermann dal 29 ottobre 2016 al 26 febbraio 2017 a cura di Vincenza Cinzia Donvito e Stefano Zaggia, 
rende esplicita questa trasformazione e la grande forza innovativa dell’attività di Cerato.
Accanto a una selezione di 
suoi disegni originali - taluni inediti - conservati presso la Biblioteca Civica, sono esposte opere di contesto da Canaletto a Francesco Piranesi, da Giorgio Fossati a Giuseppe Subleyeras - dipinti, affascinanti acquarelli, incisioni, volumi e stampe -
in grado di testimoniare l’evoluzione dell’immagine della città.
Il catalogo Skira che accompagna l'esposizione renderà noto l’intero corpus grafico dell'architetto di proprietà civica.
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Cerato fu interprete a Padova delle 
istanze funzionaliste in architettura propugnate da Carlo Lodoli, tramite le committenze dei
patrizi veneti Angelo Querini e Andrea Memmo, propugnatori dell’architettura come strumento di riforma socio-politica.
Il riferimento era 
l’élite culturale dell’illuminismo scientifico a Padova alla quale appartenevano anche il matematico Giovanni Poleni, con cui Cerato intrattenne rapporti epistolari, e Giuseppe Toaldo, astronomo, al quale fu legato da grande amicizia.
Occupatosi con 
spirito pragmatico della trasformazione della perduta Villa Querini ad Altichiero da modesta casa di campagna
in una sorta di manifesto degli ideali antiquari, artistici, scientifici e agronomici di Querini, Cerato 
usò lo stesso approccio per fondare a Padova nel 1766, come aveva fatto a Vicenza, una scuola privata di architettura.
Interveniva così nel dibattito sulla formazione dell’architetto chiamato a tener conto per esempio anche degli aspetti economici dell’edilizia. Stabilitosi a Padova ormai cinquantenne – ospite di Toaldo - gli viene chiesto di occuparsi della realizzazione di una moderna Specola astronomica che trasformasse radicalmente la Torlonga del Castello medievale. Ci vorrà un decennio per realizzare il suo progetto ma sarà un successo: Cerato e Toaldo abitarono nella casa per l’Astronomo e presso la Specola – “eretta a maggior lustro e vantaggio della cattedra d’astronomia” - Cerato vi avviò anche l'attività d'insegnamento, pensato sempre con un'impostazione eminentemente pratica “per tagliapietra, muratori e marangoni”.
La modernità della Specola fu subito compresa e la torre astronomica venne inserita nelle vedute antologiche della pianta di Giovanni Valle (1784), tra le Fabriche più considerabili della città nelle acqueforti di Francesco Belluco (1787) e tra i più rappresentativi edifici di Padova nelle Memorie di Chevalier, pubblicate dai Gamba.
Stessa cosa avvenne per l’ospedale commissionato da Andrea Memmo – con un enorme portato di innovazione e moderno funzionalismo - e per Prato della Valle.
In mostra, 
tra le varie documentazioni, vi è anche una gustosa rappresentazione dell’ospedale a lavori ancora in corso, disegnata da Daniele Danieletti con la direzione di Cerato: una rappresentazione animata da numerose figurette e forse realizzata in occasione della raccolta di fondi per sostenere l’impresa.
Solidità, bellezza e comodità – scrive Brandolese nel 1795 - tre requisiti necessari alla perfezione di un fabbrica
(cosa difficilissima a combinarsi) pare s’abbiano qui a ritrovare: se così è, si potrà annoverare questo tra i più bei ospitali d’Italia
ed accrescerà celebrità al nome dell’abate Domenico Cerato, che ne fu l’autore
”.
Quello della ricerca di finanziamenti e, diremmo oggi, del found raising era evidentemente un problema già sentito all’epoca e si ripeterà
anche per 
Prato della Valle: l’impresa di Cerato destinata al maggior successo nell’iconografia identitaria della città.
Lo sforzo dell'illuminato Andrea Memmo - provveditore straordinario di Padova dal 1775 al 1776 - 
per riqualificare e ammodernare la città, trova nel recupero morfologico e funzionale della zona depressa di Prato della Valle il suo momento più alto.
Memmo affida a Cerato il progetto, che doveva rispondere ad esigenze pratiche, sociali ed economiche insieme, con l'obiettivo di una piazza che fosse destinata a usi commerciali e di spettacolo ma anche di svago, sia per i cittadini che per i turisti.
Ma i fondi non bastano e dunque avvia il finanziamento delle statue da parte dei cittadini.
La bella 
veduta di Canaletto in mostra, del 1740, evidenzia la situazione antecedente l'intervento con l'area invasa dalle acque stagnanti mentre un'altra opera precedente al 1767 mostra la zona di pertinenza di Santa Giustina adibita a pascolo con abbeveratoi e canneti.
Diverse stampe testimoniano invece 
differenti stadi dell'intervento con l'inserimento anche di elementi progettuali non ancora realizzati.
Saranno due grandi carte, il disegno dell'architetto Subleyras e l'incisione di Piranesi, volute dallo stesso Memmo per gli amici, a mostrarci l'opera assai vicina alla definitiva realizzazione. 
Padova aveva un nuovo luogo simbolo per la propria identità urbana.

L’esposizione, promossa dal Comune di Padova-Assessorato alla Cultura,  si svolge in contemporanea con la mostra ” PIETRO CHEVALIER – Vedute di Padova e del Veneto nell’Ottocento” ai Musei Civici agli Eremitani

Informazioni
PIETRO CHEVALIER VEDUTE DI PADOVA E DEL VENETO NELL’OTTOCENTO
28 ottobre 2016 | 26 febbraio 2017 Musei Civici agli Eremitani - piazza Eremitani 8
Orario 9-19, chiuso i lunedì non festivi, 25 e 26 dicembre, 1 gennaio
biglietti: solo Musei intero € 10; ridotto € 8, ridotto speciale € 6, scuole € 5 049 8204551

DOMENICO CERATO ARCHITETTURA A PADOVA NEL SECOLO DEI LUMI
28 ottobre 2016 | 26 febbraio 2017 Palazzo Zuckermann - Corso Garibaldi 33
Orario 10-19 chiuso i lunedì non festivi,25 e 26 dicembre, 1 gennaio
Ingresso libero 049 8205664


Ufficio Stampa Skira Editore


Itinerari Giotteschi: il 16 Ottobre ad Assisi e in altri luoghi

Venerdì 16 ottobre alle 12,00 presso la Basilica Superiore di Assisi – e in contemporanea negli altri luoghi degli itinerari - saranno presentati gli “Itinerari Giotteschi”, curati dal Mibact nell’ambito di EXPO 2015.

Giotto,_tre_scene_dagli_afferschi_di_assisi

Il concetto
#GiottoItalia è l’hashtag di un progetto culturale curato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo nell’ambito di Expo 2015. La straordinaria capacità che Giotto ha avuto di esprimere la cultura del suo tempo e in certa misura anche di superarla, aprendo il percorso della pittura verso i futuri sviluppi, ne ha fatto nei secoli uno dei grandi Italiani. Per questa sua emblematicità il Mibact lo ha scelto in occasione di Expo, predisponendo un programma unitario e complesso, modulato in una mostra a Milano, Palazzo Reale – aperta fino al 10 gennaio 2016 e in sei “Itinerari nei luoghi di Giotto”, legati insieme da un ricco catalogo, una guida sugli Itinerari, e l’offerta gratuita in rete al pubblico di un ArtPlanner per fruire in modo innovativo tutta questa proposta. La vera ricchezza e la particolarità culturale dell'Italia è infatti quello che si può definire un "museo diffuso", cioè una impressionante rete unica al mondo per ricchezza e collocazione di beni e attività culturali sull'intero territorio della nazione italiana. L'intero programma è concepito esattamente con questa filosofia. Si tratta di una più moderna concezione del nostro patrimonio artistico, in grado di valorizzarlo in un  contesto, come quello attuale, che vede la domanda globale concentrata su pochi grandi attrattori.