Canova

Roma: omaggio a Canova, “l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”

A Roma un omaggio al fascino immortale delle sculture di Canova, “l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”

Antonio Canova
Antonio Canova (1757-1822)
Amorino alato, 1794-1797
Marmo, 142x54,5x48 cm
The State Hermitage
(San Pietroburgo)*
Photograph © The
State Hermitage
Museum, 2019
Foto di Alexander Koksharo

Una bellezza canonica e raffinata che i posteri amano ricordare quale modello di maestria scultorea nostrana: la minuzia dei dettagli, l’armonia delle forme e tutte le caratteristiche dell’arte neoclassica sono racchiuse nell’operato di Antonio Canova (1757–1822), artista veneto autore di celebri capolavori che la sua rara abilità è riuscita a far emergere dalla pietra. Dall’iconica “Amore e Psiche” alle affascinanti “Tre grazie”, dal peculiare “Endimione” dormiente (1819) al vigoroso “Creugante”: un susseguirsi di gruppi scultorei tanto originali quanto impeccabili, da togliere il fiato.

Antonio Canova
Antonio Canova (1757-1822), Endimione dormiente, 1819
Gesso, 183x85x95 cm
Possagno, Gypsotheca e Museo Antonio Canova
2019, Possagno (TV), Fondazione Canova onlus - Gypsotheca e Museo Antonio Canova | Archivio Fotografico interno Foto di Lino Zanesco

La Capitale rievoca così il fiore all’occhiello della scultura italiana, attraverso una mostra della durata di cinque mesi: “Canova. Eterna bellezza” è infatti presente al Museo di Roma dal 9 ottobre e sarà visitabile fino al 15 marzo presso Palazzo Braschi, edificio dedicato alla famiglia di Papa Pio VI che era in carica quando l’artista arrivò in città nel 1779. Dunque, la scelta di Roma come location dell’esposizione non è certamente casuale, poiché la figura canoviana si forgia proprio nella città eterna, così come eterna è la sua impronta sull’arte tra il XVIII ed il XIX secolo. In un periodo di fervente interesse verso le antichità romane, il tentativo di controllarne l’esportazione e la nascita dei musei, si inserisce così questa figura talentuosa la cui carriera internazionale iniziò a soli ventisei anni e si sviluppò rapidamente perdurando nel tempo. Il successo iniziale correlato all’imponente “Monumento sepolcrale di Clemente XIV ai Santi Apostoli” (1783-1787) fu seguito da commissioni in tantissime corti e ville aristocratiche d’Europa.

Roma permane comunque una stabile fonte di ispirazione per l’artista: dalle collezioni Farnese e Ludovisi alle sculture presenti in ambito urbano, dall’Apollo e Dafne del Bernini in Villa Borghese ai patrimoni dei Musei Capitolini e Vaticani. L’antico era per lui oggetto di dedito studio e non di mera copia, attività ritenuta non degna di un vero artista creatore; infatti Canova mirava a riprodurre l’antico nel moderno, rifiutandosi di restaurare gli antichi marmi a suo avviso intoccabili. Ben presto il suo studio romano divenne tappa del Grand Tour e meta di aristocratici, esperti, viaggiatori ed altri artisti. Inoltre, fu coinvolto nella tutela del patrimonio culturale divenendo ispettore generale delle Belle arti (carica solitamente ricoperta dai membri dell’aristocrazia o del clero) ed ambasciatore del Papa nell’attività di recupero delle opere condotte in Francia durante l’epoca napoleonica.

Tra i progetti da lui sostenuti vi era la laicizzazione del Pantheon, non più chiesa consacrata a Santa Maria ad Martyres bensì tempio dedicato ad artisti. Così commissionò dei busti a celebri scultori e per l’occasione furono prodotte statue di notevole pregio esecutivo. Scultore altamente recettivo, trasse spunto anche dalla letteratura del suo tempo e in particolar modo dalla tragedia “Antigone” (1782) di Alfieri, che incise sulla sua maturazione figurativa come evidenzato nel corso della mostra.

Antonio Canova
Antonio Canova
Amore e Psiche
Gesso, 148x68x65 cm
Veneto Banca spa in L.C.A.
Foto di Andrea Paris

Il tema di Amore e Psiche, pur essendo oggetto di interesse di più autori del periodo, venne rielaborato da Canova in maniera originale ed in senso spirituale distinguendosi nettamente dal resto, come si evince palesemente ad esempio dall’osservazione diretta del gesso “Amore e Psiche stanti”. Invece “Amore e Psiche giacente”, custodita al Louvre di Parigi, è stata riprodotta in scala reale da Magister e Robotor, a seguito di una scansione tridimensionale dell’originale sulla cui base un robot ha scolpito un blocco di marmo di Carrara di dieci tonnellate per ben duecentosettanta ore. Una sfida che riporta alla luce le possibilità offerte dalla riproducibilità delle opere d’arte, le cui copie ovviamente non possono in alcun modo sostituire o sminuire il valore delle originali, ma semplicemente riprodurre ciò che purtroppo non è direttamente osservabile, oltrepassando anche il vincolo materiale delle virtuali riproduzioni in 3d. L’installazione è affiancata da filmati relativi alla fiaba d’amore, nonché alla realizzazione dell’opera.

La mostra ambisce a rievocare l’atmosfera originaria con cui Canova mostrava le opere del suo atelier illuminandole a lume di torcia, e a tal fine sono state adottate specifiche soluzioni illuminotecniche. Tredici sezioni con busti, statue, ma anche bozzetti, modellini, dipinti e gessi: ben centosettanta opere affiancate da rilevanti prestiti provenienti da collezioni museali italiane ed estere. La prima sezione parla del rapporto tra l’artista e la capitale, la seconda sezione affronta l’emergere del nuovo stile tragico, la terza sezione tratta della Repubblica romana, la quarta è dedicata ad Ercole e Lica, la quinta ai Pugilatori, la sesta effettua una comparazione tra antico e moderno, la settima riguarda l’Accademia di San Luca, l’ottava narra il suo ruolo di ispettore delle Belle Arti, la nona sezione concerne i busti del Pantheon, la decima descrive le ultime opere realizzate per Roma, l’undicesima è dedicata al suo studio, la dodicesima sezione è interamente riservata alla Danzatrice, infine la tredicesima tratta del processo di morte e glorificazione della figura canoviana.

Antonio Canova (1757-1822)
Napoleone Primo Console, 1801
Gesso, 65x50x30 cm
Roma, Accademia Nazionale di San Luca

Tra le collezioni che con i loro prestiti hanno contribuito alla realizzazione del progetto vanno menzionate: l’Ermitage di San Pietroburgo, la Gypsotheca e Museo Antonio Canova, i Musei Vaticani e quelli Capitolini, il Museo Civico di Bassano del Grappa, il Musée des Augustins di Tolosa, il Museo Correr di Venezia e molti altri. Da San Pietroburgo ci giungono “Amorino alato” (1794-1797), “Genio della morte” (1789), “Maddalena penitente” e la “Danzatrice con le mani sui fianchi” (1806-1812) che all’interno di una sala di specchi gira sulla base, com’era volere del suo autore. Dal Museo Civico di Asolo perviene la scultura possente di “Paride” (1810 circa), dal Museo di Villa Torlonia proviene il bassorilievo in gesso “Danza dei figli di Alcinoo”, mentre dall’Accademia Nazionale di San Luca giungono il busto in gesso di “Napoleone Primo Console” (1810 circa) ed il suggestivo busto in gesso de “La Religione” (1814-1815).

Antonio Canova (1757-1822)
La Religione, 1814/1815
Gesso, 110x116x55 cm
Roma, Accademia Nazionale di San Luca

Attraverso la posa insolita del “Fauno Barberini”, alto circa due metri, l’autore mostra tutta la sua abilità scultorea nella minuziosa resa della muscolatura del soggetto. Singolari poi i due busti che ritraggono l’artista: di casa è “Autoritratto” del 1812, busto autografo custodito permanentemente nel Museo di Roma che ospita l’esposizione; mentre è opera di Antonio D’Este il “Busto di Antonio Canova” (1832) in marmo, la cui sede usuale è i Musei Vaticani.

Vengono poi proposte comparazioni con artisti a lui correlati: Jean-François-Pierre Peyron, il miglior pittore secondo Canova, e Pompeo Batoni, di cui frequentò l’Accademia di Nudo. Tra le sezioni previste vi è una dedicata al suo studio di via San Giacomo, con l’esposizione di gessi, bozzetti di terracotta e calchi in gesso di opere complete. Il percorso è adornato di installazioni multimediali ideate per l’evento, ed è arricchito da una mostra all’interno della mostra stessa, attraverso trenta foto di Mimmo Joyce che catturano le sculture canoviane dalla sua particolare prospettiva.

È inoltre attivo un programma di focus miranti a cogliere determinati aspetti della vita e delle opere dell’artista, quali rapporti sociali ed eventi storici che influirono sulle sue scelte artistiche ed esistenziali. Gli incontri non richiedono una prenotazione, iniziano alle ore 17,00 ed hanno una durata approssimativa di mezz’ora. Venerdì 18 ottobre verranno affrontate “Le passioni di Alessandro”, giovedì 24 ottobre si parlerà del suo atelier, martedì 29 ottobre dell’evoluzione della moda dall’antichità ai tempi di Canova, proponendo un’interessante esperienza tattile delle sue opere.

Curatore dell’esposizione è Giuseppe Pavanello, con la collaborazione dell’Accademia Nazionale di San Luca e della Gypsotheca e Museo Antonio Canova di Possagno. Sponsorizzata da Generali Italia ed inserita in Zètema Progetto Cultura, la mostra-evento è esito della convergenza d’azione dell’Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale, di Arthemisia e della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Una sinergia d’intenti per progetti di qualità che sarebbe bene riprodurre più spesso: un investimento sulla cultura per il bene di tutti.

Orari di apertura: tutti i giorni dalle 10,00 alle 19,00. Il 24 e il 31 dicembre dalle 10,00 alle 14,00.

Chiusura 25 dicembre e 1 gennaio.

Prezzo biglietto d’ingresso: 13 euro intero, 11 euro ridotto. Riduzione per i possessori Mic Card.

Informazioni: tel. 060608

www.museodiroma.it

www.museiincomune.it

www.sovraintendenzaroma.it

www.arthemisia.it


Un ‘ospite d'onore’ al Museo di Roma: "Il carro d’oro" di Johann Paul Schor

Un ‘ospite d'onore’ al Museo di Roma:

in esposizione Il carro d’oro di Johann Paul Schor

proveniente dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze

 

Dal 14 maggio al 14 luglio 2019 il Museo di Roma ospita la prestigiosa opera

per un atto di reciproca generosità e in seguito al prestito del

Carosello nel cortile di palazzo Barberini di Filippo Gagliardi e Filippo Lauri

Il carro d’oro Johann Paul Schor

Roma, 10 maggio 2019 – Un’occasione speciale per i visitatori del Museo di Roma a Palazzo Braschidal 14 maggio al 14 luglio 2019 cittadini romani e turisti potranno ammirare un prestigioso dipinto proveniente dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze, eccezionalmente esposto nella prima sala del percorso museale. Si tratta de Il carro d’oro di Johann Paul Schor (1615-1674), la celebre raffigurazione dei festeggiamenti che si tenevano per il Carnevale romano in epoca barocca.

L’artista tedesco, originario del Tirolo, giunse a Roma alla fine degli anni Trenta del Seicento, ottenendo da subito commissioni prestigiose da parte di grandi famiglie come i Chigi, i Colonna e i Borghese, conquistandosi anche la fiducia di Gian Lorenzo Bernini, con il quale collaborò alla realizzazione di scenografici “apparati effimeri” in occasioni di molte feste e celebrazioni.

L’iniziativa è promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi di Firenze.

L’opera degli Uffizi, acquistata nel 2018, è dunque ora esposta al Museo di Roma come atto di reciproca generosità che fa seguito al prestito, accordato in via straordinaria, dell’emblematico e celeberrimo quadro Carosello nel cortile di palazzo Barberini di Filippo Gagliardi e Filippo Lauri, incluso stabilmente nel percorso espositivo del museo romano e concesso alla mostra fiorentina Il carro d’oro di Johann Paul Schor. L’effimero splendore dei carnevali barocchi, appena conclusasi.

Si presentano così al pubblico, separate da una sola sala espositiva e quindi idealmente affiancate, due opere conservate nelle rispettive raccolte: quella del Museo di Roma, che raffigura la celebre Giostra dei Caroselli svoltasi durante il Carnevale del 1656, la notte del 28 febbraio, nel cortile di palazzo Barberini, in onore della regina Cristina di Svezia da poco convertitasi al cattolicesimo, e quella delle Gallerie degli Uffizi, che documenta invece il Carnevale del 1664, quando un sontuoso corteo ispirato al mito delle Esperidi sfilò nel centro di Roma per concludersi davanti al palazzo del principe Giovan Battista Borghese, promotore della straordinaria mascherata.

 

Il Museo di Roma ospita, in questo stesso periodo, due importanti mostre di fotografia nelle sale al I° piano.

Con 320 immagini conservate nelle ricche raccolte del proprio Archivio Fotografico l’esposizione Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi celebra i 180 anni della nascita ufficiale della fotografia con uno straordinario excursus negli ambiti più significativi della storia fotografica della Capitale prima dell'avvento del digitale. Un racconto per immagini che illustra il volto di Roma nel corso delle diverse epoche, dal rapporto con l’antico alla quotidianità della vita romana, dall’architettura alle grandi trasformazioni urbanistiche, e che consente di ricostruire anche l’evoluzione delle tecniche fotografiche.

E poi, Fotografi a Roma. Commissione Roma 2003-2017 e le acquisizioni al patrimonio fotografico di Roma Capitale presenta 100 ritratti straordinari della Capitale realizzati da alcuni dei più grandi fotografi del panorama internazionale che l’hanno raccontata in totale libertà interpretativa per il progetto Rome Commission e da oggi acquisite all’interno della collezione permanente del museo.

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Roma: convegno "L'ossessione per l'antico. Sigmund Freud e Ludwig Pollak tra ebraismo, archeologia e collezionismo"

Al Museo di Roma il convegno

L'ossessione per l'antico

Sigmund Freud e Ludwig Pollak tra ebraismo, archeologia e collezionismo

Un appuntamento nell’ambito della mostra su Ludwig Pollak

in corso al Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco e al Museo Ebraico di Roma

Salone d'onore di Palazzo Braschi

Roma, 7 aprile 2019 ore 10.00

Sigmund Freud Ludwig Pollak convegnoLa mostra  "Ludwig Pollak collezionista e mercante d'arte (Praga 1868 - Auschwitz 1943)", in corso al Museo Barracco e al Museo Ebraico di Roma fino al 5 maggio 2019, ha consentito di valorizzare il rapporto duraturo tra il grande archeologo e Sigmund Freud, che con Pollak condivise la passione archeologica, la radice ebraica e la cultura ebraico-tedesca della grande Vienna. I due personaggi si frequentarono sul finire della grande stagione del collezionismo europeo e il loro incontro fu favorito dal comune amico Emmanuel Loewy, altra figura di spicco dell'archeologia del tempo. Pollak incontrò Freud nel corso di due settimane con frequenza quotidiana per riordinare e forse valutare la sua collezione antiquaria, ma il loro scambio si prolungò nel tempo, come testimoniano alcune opere cedute da Pollak a Freud e il regalo, nel 1934, di un libro che Pollak aveva scritto su Goethe, altra comune passione.

Queste importanti affinità sono al centro del convegno L'ossessione per l'antico. Sigmund Freud e Ludwig Pollak tra ebraismo, archeologia e collezionismo, che si terrà nel Salone d’onore del Museo di Roma il 7 aprile 2019, con l’intento di approfondire gli aspetti finora meno studiati della cultura freudiana, in particolare il contributo fornito dalla nascente disciplina archeologica alla formazione della teoria psicoanalitica e l'importanza della stessa archeologia nella vita di Freud. Saranno inoltre affrontati i temi della passione collezionistica, che caratterizzò i decenni a cavallo  tra XIX e XX secolo, e della cultura ebraica di lingua tedesca, che eccelse in molti campi della scienza e dell'arte contemporanea.

Il convegno è promosso e organizzato da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dalla Società Psicoanalitica Italiana e dall'Istituto Italiano di Studi Germanici, in collaborazione con la Comunità Ebraica di Roma e l'Istituto Polacco di Roma.

 

PROGRAMMA DEL CONVEGNO

ore 10.00 Saluti Istituzionali

Anna Maria Nicolò, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana;

Ruth Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma

Roberta Ascarelli, Presidente Istituto Italiano di Studi Germanici

Claudio Parisi Presicce, Direttore dei Musei Capitolini

 

Interventi

Domenico Chianese, psicoanalista, past-president SPI

"È stata per me una fonte di straordinario ristoro". Freud collezionista.

 

Roberta Ascarelli, Presidente dell'Istituto Italiano di Studi Germanici

"Tra Goethe e Freud. Feticismo di un bassorilievo"

Marco Galli, Università di Roma "La Sapienza"

"Great Friends. Loewy e Freud, storia di un'amicizia tra archeologia e psicoanalisi"

 

David Meghnagi, Ordinario della Società psicoanalitica italiana. Università degli Studi di Roma Tre

Freud, Pollak e la Bildung ebraica

 

Simone Foresta, Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta

Il senso di Pollak per l'archeologia. La formazione universitaria tra Praga e Vienna

Joanna Winiewicz Wolska, curatrice della Wawel Royal Castle Collection di Cracovia

Il conte Karol Lanckoroński e la sua collezione a Vienna

Presiedono l'incontro Orietta Rossini e Olga Melasecchi, curatrici della mostra.

 

Museo di Roma

Piazza Navona, 2; Piazza San Pantaleo, 10

Ingresso gratuito

Info: 060608 (tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00)

www.museodiroma.itwww.museiincomune.it

Testo e immagine da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


Roma nella camera oscura fotografia mostra Museo di Roma

Mostra fotografica "Roma nella camera oscura"

Roma nella camera oscura

In mostra al Museo di Roma le fotografie della città dall’Ottocento a oggi

In occasione dei 180 anni dalla nascita della fotografia

una straordinaria selezione di immagini provenienti dall’Archivio Fotografico

Museo di Roma

27 marzo 2019 – 22 settembre 2019

Roma nella camera oscura fotografia mostra Museo di Roma
Nello Ciampi (1890-1980) Coppia in via dei Fori Imperiali, 1958, stampa ai sali d’argento

Roma, 26 marzo 2019 – Con circa 320 immagini conservate nelle ricche raccolte del proprio Archivio Fotografico, il Museo di Roma a Palazzo Braschi celebra i 180 anni della nascita ufficiale della fotografia con la mostra Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’Ottocento a oggi, uno straordinario excursus negli ambiti più significativi della storia fotografica della capitale prima dell'avvento del digitale.

L’esposizione, aperta al pubblico dal 27 marzo al 22 settembre 2019, è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Flavia Pesci e Simonetta Tozzi. Organizzazione Zètema Progetto Cultura. Catalogo De Luca Editori d’arte.

Suggerendo diversi percorsi di visita, la mostra muove dagli esordi della fotografia in città – con artisti attivi già a ridosso dell’invenzione della nuova tecnica –, attraversa le epoche che videro mutare sempre più radicalmente il volto della città, per giungere, senza soluzione di continuità, all’opera di artisti viventi, che hanno operato in un significativo rapporto con Roma Capitale.

La mostra è anche l’occasione per rendere noto il lavoro di molti autori rimasti anonimi, qui valorizzati per la prima volta come fotografi “di ricerca”.

Vari sono i livelli di lettura proposti: dalla possibile ricostruzione della storia e dell’evoluzione delle tecniche fotografiche alla comprensione del ruolo specifico svolto da tanti artisti in base alla tipologia del proprio lavoro, fino alla possibilità di “leggere”, secondo nuove e moltiplicate chiavi interpretative, la città stessa, in un percorso storico-fotografico che illustra globalmente il contesto visivo di Roma.

Il racconto per immagini si snoda per 9 sezioni dedicate alle diverse tematiche, declinazioni e tecniche, di questo affascinante processo.

Si parte con Sperimentare con la luce: nascita e progressi della fotografia in cui si alternano il dagherrotipo, la carta salata e l’albumina, esplorati dai primi fotografi – Giacomo Caneva, Frédéric Flachéron, Eugène Constant, Alfred-Nicolas Normand, James Anderson, Robert MacPherson , veri pionieri che si spostavano tra città e campagna con ingombranti attrezzature, spesso accompagnati da pittori, ponendosi in piena continuità con l’arte del proprio tempo.

Il rapporto con l’antico è a Roma immancabilmente fondamentale: la successiva sezione, Documentare l'Antico: percorsi tra le rovine, racconta come la nuova tecnica sia stata presto utilizzata anche nell’indagine archeologica, incentrata fin dagli esordi sulle vestigia classiche e sui principali monumenti della città. 

In una selezione concentrata sul valore quasi puramente simbolico del luogo di culto per eccellenza della cristianità, le immagini proposte nella sezione Centro della cristianità lasciano emergere la Basilica di San Pietro in alcune caratteristiche sue peculiari: da un lato nell’aspetto più solenne e ufficiale, con la grandiosa cupola michelangiolesca che sovrasta la città e il cui armonioso profilo è ormai parte integrante della cultura visiva di tutti i romani; dall’altro nella sua anima quasi “familiare”, che si rivela negli scorci più nascosti di vita quotidiana all’interno delle mura vaticane, nelle grandi riunioni di piazza in lunga attesa di eventi storici o semplicemente della benedizione papale.

Quarta tappa della visita la sezione Vie d’acqua: la presenza del fiume e le fontane monumentali con diverse immagini che rappresentano il condizionamento operato nei secoli dalla presenza dell’acqua del Tevere in particolare, ma anche degli acquedotti e delle fontane. A seguire, Un eterno giardino: Roma tra città e campagna documenta il patrimonio naturalistico ancora straordinario di Roma, nell’opulenza di giardini e parchi.

Il percorso espositivo prosegue con la sezione dal titolo La nuova capitale: dai piani regolatori di fine Ottocento alla città moderna, dedicata alle trasformazioni urbanistiche che nei secoli mutarono il volto dell’Urbe, per adeguarla dapprima al ruolo di nuova capitale d’Italia, poi di ideale palcoscenico del regime fascista, o per renderla infine la città moderna che tutti conosciamo. Questi mutamenti sono rappresentati in mostra da una serie di artisti: dopo i fotografi delle demolizioni, le opere di Nello Ciampi, che per trent’anni illustrò con le proprie immagini la rivista «Capitolium», contribuendo a trasformare radicalmente il mestiere del fotografo, fino alle riprese di Oscar Savio, che fino agli anni Settanta documentò l’edilizia cittadina in una nuova concezione della fotografia d’architettura.

Largo spazio è riservato anche alla quotidianità della vita romana: nella settima sezione, Occasioni di vita sociale, la fotografia si fa tramite di una modalità specifica di comunicazione della storia sociale che, fino ai giorni nostri, restituisce l’immagine della città in tutta la sua vivacità. Si alternano, dunque, immagini che abbracciano sia eventi celebrativi e ufficiali sia le occasioni più popolari dei mercati o delle feste. Oltre alle riprese di Adolfo Porry Pastorel, padre del fotoreportage in Italia, e a quelle di Nello Ciampi, si espongono le riprese degli operatori dell’Archivio Storico dell’Ufficio Stampa di Roma Capitale, degli anni Sessanta e Settanta.

Celebri performance di artisti, come quelle di Joseph Beuys e Keith Haring, sono documentate in lavori fotografici specifici, mentre importanti committenze da parte del Comune di Roma arricchiscono il patrimonio fotografico civico con le immagini della città colte attraverso lo sguardo di alcuni dei più grandi fotografi del nostro tempo, quali Gianni Berengo Gardin, Gabriele Basilico, Luigi Ghirri, Mario Cresci, Roberto Koch.

Attraverso lo specchio: negativi su lastra di vetro propone, in una suggestiva presentazione, una serie di lastre ottocentesche in vetro retro-illuminate.

Il percorso si chiude nelle sale al pianterreno con la sezione Ritratti dedicata alla fotografia di figura, con ritratti di personaggi famosi, modelli in posa e interni di studi d’artista ottocenteschi, ma anche con tableaux vivants, i “quadri viventi” di grande fortuna tra fine Ottocento e primo Novecento, che sottolineano ulteriormente il rapporto di stretta complementarietà affermatosi anche a Roma tra fotografia e pittura.

Gli studenti della Scuola di fotografia della Rome University of Fine Arts (RUFA), coordinati da tre docenti, realizzeranno un’installazione che, con l’uso di video originali, voci e suoni della metropoli, farà rivivere la vita culturale della capitale attraverso i suoi protagonisti, da Pasolini a de Chirico, da Remo Remotti a Schifano.

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Roma: iniziative del week-end al museo 22-23 luglio

WEEK-END AL MUSEO | 22 – 23 LUGLIO

SABATO 22 LUGLIO

Museo di Roma Palazzo Braschi | Apertura dalle 20 alle 24 (ultimo ingresso ore 23)

“Connessioni al museo 2. Dalla Classica al Jazz” in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e l’Ambasciata d’Israele

Biglietto del costo simbolico di 1 euro – Concerti nel Cortile fruibili gratuitamente

DOMENICA 23 LUGLIO | Concerto gratuito

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese | ore 17.00 – “Il clarinetto protagonista” in collaborazione con Roma Tre Orchestra


Roma, 19 luglio 2017 - Il Museo di Roma Palazzo Braschi si appresta ad aprire nuovamente le proprie porte per ospitare sabato 22 luglio 'Connessioni al museo 2: dalla Classica al Jazz'. Le collaborazioni eccellenti con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e l’Ambasciata d’Israele offriranno ai visitatori una nuova interessante interazione musicale tra culture differenti che vedrà fondersi l’eleganza della musica classica, le note celebri di canzoni tratte dai grandi musical americani e la carica energica del jazz internazionale.
Il pubblico potrà accedere al Museo dalle ore 20 alle ore 24 (ultimo ingresso ore 23) e percorrere liberamente gli ambienti che lo compongono lasciandosi affascinare dalle sue meravigliose opere d’arte, comprese quelle presenti nella mostra Piranesi. La fabbrica dell’utopia. La visita museale e l’animazione culturale organizzata per l’occasione potranno essere godute acquistando il biglietto d’ingresso del costo simbolico di un euro mentre i concerti previsti nel cortile d’ingresso saranno fruibili gratuitamente.
Nell’arco della serata il Cortile si animerà, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con l’esibizione dell’Ensemble UnicaVox, formazione che riproporrà alcune delle canzoni rese famose dal cinema e brani portati al successo a Broadway che sono divenuti patrimonio comune di tutti gli appassionati di questo affascinante genere musicale, da 'Singing in the rain' a 'New York New York'. A questo si alternerà, in collaborazione con l’Ambasciata d’Israele, lo Yotam Silberstein Quartet, gruppo inedito composto dal talento israeliano Yotam Silberstein e da tre talentuosi musicisti del panorama jazzistico nostrano: Andrea Rea (pianoforte), Luca Fattorini (contrabbasso), Adam Pache (batteria). All’interno del Salone d’onore, invece, si terranno i concerti di musica classica del Quartetto Botticelli con due diversi programmi musicali: uno incentrato su Mozart e l’altro con brani di Schumann, Nardini e Sibelius.
Domenica 23 luglio la musica classica sarà ancora protagonista nell’evento gratuito realizzato in collaborazione con Roma Tre Orchestra presso il Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese. Alle ore 17.00 andrà in scena il concerto Il clarinetto protagonista con il duo di musicisti composto da Gianluigi Del Corpo (clarinetto) e Diego Procoli (pianoforte) che eseguiranno un programma con musiche di Brahms, Lutoslawski e Poulenc.
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Week-end al Museo: la Casa del Jazz al Museo di Roma Palazzo Braschi

WEEK-END AL MUSEO | 1 – 2 LUGLIO
PRIMA APERTURA SERALE DEL MESE DI LUGLIO AL MUSEO DI ROMA PALAZZO BRASCHI

SABATO 1 LUGLIO
Apertura straordinaria serale dalle 20 alle 24 (ultimo ingresso ore 23) del MUSEO DI ROMA PALAZZO BRASCHI con l’evento “Jazz, letteratura, ritmo” realizzato in collaborazione con la CASA DEL JAZZ.
Concerto gratuito del Jazztales sextet nel cortile di ingresso al museo e session jazzistica del Roberto Tarenzi Trio al secondo piano con biglietto del costo simbolico di 1 euro 
 
DOMENICA 2 LUGLIO | Concerti gratuiti
Museo Carlo Bilotti | ore 11.30 – “Musiche di Beethoven” in collaborazione con MuSa Classica,  a cura di Sapienza Università di Roma
Museo Napoleonico | ore 16.00 – “La trascrizione nel grande repertorio pianistico”  in collaborazione con Roma Tre Orchestra
  
Roma, 28 giugno 2017 - Dopo il successo delle aperture serali dei Musei di Villa Torlonia, a luglio gli eventi del sabato sera trovano nuova ospitalità presso il Museo di Roma Palazzo Braschi. Si inaugurerà sabato 1 luglio con il programma musicaleJazz, letteratura, ritmo organizzato in collaborazione con la Casa del Jazz.
L’orario di apertura dalle 20 alle 24 (ultimo ingresso alle ore 23) consentirà al pubblico di visitare anche in orario serale lo storico palazzo che affaccia su Piazza Navona ammirando, con il costo simbolico di un euro, le bellezze della collezione permanente.
Il suggestivo spazio del cortile di ingresso al museo, accessibile gratuitamente a tutti, farà da scenario all’esibizione del Jazztales sextet impegnata nello spettacolo Jazz e  letteratura sincopata. Un grand tour musicale tra gli scrittori del Novecento,un viaggio alla scoperta delle assonanze tra la musica jazz e lo stile di scrittura sincopato di alcuni dei più grandi scrittori del novecento. Al secondo piano, nella Sala Torlonia, sarà invece la session jazzistica del Roberto Tarenzi Trio ad affascinare i visitatori con il suono del pianoforte accompagnato dal contrabbasso di Matteo Bortone e la batteria di Enrico Morello.
Il week-end in musica si completerà domenica 2 luglio con i concerti nei piccoli musei a ingresso gratuito. Alle ore 11.30 al Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese verrà eseguito il programma Musiche di Beethoven realizzato in collaborazione con MuSa Classica – Sapienza Università di Roma mentre, nel pomeriggio, al Museo Napoleonico sarà la volta dell’evento La trascrizione nel grande repertorio pianistico in collaborazione con Roma Tre Orchestra.
Le iniziative sono promosse da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura. La programmazione è frutto della collaborazione con importanti istituzioni culturali cittadine quali: Casa del Jazz, Fondazione Musica per Roma,Teatro di Roma, Fondazione Teatro dell’Opera, Accademia Nazionale di Santa Ceciliae con le Orchestre dell’Università Roma Tre e di Sapienza Università di Roma.
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Roma, mostra "Contatto. Sentire la pittura con le mani"

MOSTRA

CONTATTO

SENTIRE LA PITTURA CON LE MANI

Caravaggio, Raffaello e Correggio in un’esperienza tattile

Museo di Roma a Palazzo Braschi

28 giugno – 1 ottobre 2017

                                                                     
TOCCARE L’ARTE SI PUÒ, ANZI SI DEVE. È questo il senso della mostra Contatto. Sentire la pittura con le mani allestita nelle sale al piano terra del Museo di Roma a Palazzo Braschi, con accesso diretto dal cortile, dal 28 giugno al 1 ottobre 2017.
Quattro capolavori pittorici sono presentati in forma di rilievi, per consentire al pubblico di scoprire un’opera bidimensionale attraverso l’esperienza tattile e non visiva. Non si tratta però di una mostra esclusivamente per non vedenti: tutti sono invitati a vivere l’esperienza tattile come un processo di graduale avvicinamento alla comprensione del manufatto, delle forme che lo compongono e del racconto che in esso si cela.
https://vimeo.com/196917014
È certamente un’esperienza che richiede un tempo molto diverso dal ‘colpo d’occhio’ con cui siamo abituati a catalogare mentalmente le immagini. Non ci sono colori, ma superfici più o meno morbide, angoli vivi e distanze non sempre facili da misurare.
Tuttavia, quella tattile è anche l’esperienza più incisiva e profonda che si possa fare dell’arte, perché coinvolge direttamente il vissuto individuale e il bagaglio emozionale di ognuno di noi.
La mostra, già ospitata nel 2016 nel palazzo Rospigliosi di Zagarolo, ispirata al testo Microcosmo della pittura (1657) dell’erudito Francesco Scannelli, come un percorso di approfondimento storico-critico dell’opera dello studioso in chiave di accessibilità, è stata ideata e promossa dal prof Carmelo Occhipinti del Dipartimento di studi Letterari, Filosofici e di Storia dell’Arte dell’Università di Roma “Tor Vergata”, assieme a  Federica Bertini e ad Alessandro Marianantoni.
Le quattro opere pittoriche, tradotte in tavolette tattili, approdano ora al Museo di Roma con l’intento di allargare l’offerta qualitativa del museo in senso inclusivo ed in continuità con i programmi dedicati all’accessibilità, quali ad esempio “Musei da toccare” e “Art for the blind” da tempo avviati in tutti i musei comunali.
Sono: il Compianto sul Cristo morto del Correggio (Parma, Galleria Nazionale), il Profeta Isaia di Raffaello (affresco nella chiesa di S. Agostino a Roma), la Maddalena penitente di Caravaggio (Roma, Galleria Doria Pamphilj) e la Madonna dei pellegrini di Caravaggio (Roma, chiesa di S. Agostino).
L’iniziativa è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.
L’accesso alla mostra è gratuito e la visita è ‘guidata’ attraverso la lettura di schede descrittive, grazie alla presenza in sala di operatori del Servizio civile Nazionale che accompagneranno il pubblico ‘bendato’ nell’esplorazione tattile.

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Testo e immagini da Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


Roma: mostra "Piranesi. La fabbrica dell'utopia"

Piranesi

La fabbrica dell’utopia

Museo di Roma a Palazzo Braschi  | 16 giugno -15 ottobre 2017


Con una scelta espositiva di oltre 200 opere grafiche, equamente ripartite tra la Fondazione Giorgio Cini e le collezioni del Museo di Roma di Palazzo Braschi, è data piena illustrazione alla variegata attività di Giovan Battista Piranesi (1720-1778), il grande incisore e architetto votato alla riscoperta dell’archeologia, che applicò la matrice vedutistica della propria formazione veneta a una immediata passione per le grandiose rovine di Roma, dove si trasferì nel 1740.

La mostra “Piranesi. La fabbrica dell’utopia” promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, con l’organizzazione dell’Associazione MetaMorfosi e Zètema Progetto Cultura, è a cura di Luigi Ficacci e Simonetta Tozzi e presenta un’ampia selezione delle opere più significative del grande veneziano, straordinario incisore all’acquaforte e figura centrale per la cultura figurativa del Settecento europeo.

L’esposizione sarà ospitata dal Museo di Roma Palazzo Braschi dal 16 giugno al 15 ottobre 2017. Catalogo De Luca Editori d’Arte.

La sua vastissima produzione acquafortistica, caratterizzata da visioni prospettiche scenograficamente esasperate e da violenti effetti luministici, ne fecero uno degli artisti di maggior successo in un mercato artistico in veloce espansione qual era quello romano nel periodo culminante del Grand Tour internazionale.

Il percorso fra le sue opere più celebri vede quindi esposte le grandi Vedute di Roma, dalle amplificate prospettive architettoniche, i fantasiosi Capricci eseguiti ancora sotto l’influsso di Tiepolo, le celeberrime e suggestive visioni della serie delle Carceri, fino alle varie raccolte di antichità romane. Un immaginario di grande impatto emotivo sulla cultura del tempo, protrattosi fino ai giorni nostri coinvolgendo arte, letteratura, teoria e pratica architettonica, fino alla moderna cinematografia.

I materiali presentati provenienti dalle collezioni del Museo di Roma testimoniano la qualità delle raccolte in esemplari di grande qualità e freschezza. Dalla Fondazione Cini provengono, inoltre, le realizzazioni tridimensionali di alcune invenzioni piranesiane mai realizzate e ricavate dal ricchissimo repertorio delle Diverse Maniere di adornare i Cammini (1769) o di alcuni pezzi antichi, riprodotti e divulgati da Piranesi nella serie dei Vasi candelabri cippi sarcofagi tripodi…(1978), come il celeberrimo tripode del Tempio di Iside a Pompei, vero e proprio masterpiece dell’arredo neoclassico e Impero. Le ‘ri-creazioni’ piranesiane tridimensionali sono state realizzate dall’Atelier Factum Arte di Madrid, diretto da Adam Lowe, tramite modellazione in 3D e procedimento stereolitografico, in occasione della mostra organizzata dalla Fondazione Giorgio Cini nel 2010 Le arti di Piranesi. Architetto, incisore, antiquario, vedutista, designer.

Accanto a questi materiali saranno esposti i marmi, oggi conservati nelle collezioni della Sovrintendenza Capitolina, derivati dalla celebre Forma Urbis severiana, la prima pianta di Roma fatta scolpire su pietra da Settimio Severo, che Piranesi tentò di ricostruire nella sua originaria composizione.

Sarà infine creata, grazie al contributo e alla tecnologia del Laboratorio di Robotica Percettiva, dell’Istituto TECIP - Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa una sala immersiva delle celebri prigioni piranesiane rese in versione tridimensionale, in cui si potrà rivivere tutto il fascino di queste visioni fantastiche e irreali, che sono ormai divenute un vero e proprio caposaldo del nostro immaginario collettivo.

Un ricco e accattivante repertorio visivo di grande godibilità per il pubblico più vasto, dunque, che sarà completato da accurate e artistiche restituzioni fotografiche dell’unica, effettiva realizzazione architettonica lasciataci da Piranesi, la chiesa di S. Maria del Priorato appunto, in un gruppo di opere appositamente realizzate dal fotografo Andrea Jemolo.

Nella settecentesca cornice di Palazzo Braschi, ultima dimora eseguita su committenza papale per volere di Pio VI Braschi (1775-1799), sarà così restituito un capitolo fondamentale della storia culturale romana e non solo che, in un’epoca di apparente declino, registra da un lato il rimando nostalgico alla grandiosità di un passato ormai perduto, dall’altro un estremo straordinario momento di splendore.

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PANNELLI MOSTRA

INTRODUZIONE

Piranesi. La fabbrica dell’utopia

L’allestimento permanente del Museo di Roma in questa sala rappresenta un tempo storico successivo a quello della vicenda artistica di Giovanni Battista Piranesi. Il papato Braschi (1775-1799) è l’ultimo da lui vissuto. Tra i più difficili della storia della Chiesa fu segnato dall’antagonismo di riforme antipapali da parte di molti sovrani d’Europa e culminò con la Rivoluzione Francese e la prima invasione d’Italia. Fu però un apice dell’archeologia romana, degli scavi, delle scoperte e della istituzione di musei in senso moderno. L’elegante storicismo neo classico dei dipinti di Gavin Hamilton qui esposti (eseguiti per la Sala di Elena e Paride della Galleria Borghese tra il 1782 e il 1784) deriva da una passione antiquaria sviluppata in contatto e dialettica con l’immensa opera archeologica di Piranesi.

Nella valutazione odierna Giovanni Battista Piranesi viene considerato tra i maggiori innovatori della tecnica dell’acquaforte, del genere artistico della “Veduta”, della riproduzione archeologica. Ma la sua figura è molto più complessa. Piranesi era soprattutto architetto e intendeva questa professione ideale come capace di rivoluzionare il mondo: i modi di vita della società e gli spazi dove essa si svolge. Il suo progetto era titanico rispetto alla realtà contemporanea, ma alla fine fu la resistenza da parte di questa realtà a prevalere e a impedirgli la realizzazione della sua utopia di architetto.

Le incisioni piranesiane della Fondazione Giorgio Cini

Tutte le incisioni piranesiane di proprietà della Fondazione Giorgio Cini, esposte in mostra, provengono da un esemplare dell’edizione in 24 volumi pubblicata a Parigi tra il 1800 e il 1807 dalla ‘Calcographie des Piranesi frères’, recante l’opera incisoria integrale di G.B. Piranesi; l’edizione fu acquisita dalla Fondazione Giorgio Cini nel 1961.

Le “ri-creazioni” piranesiane dell’atelier Factum Arte

Con sedi a Madrid, Londra e Milano, Factum Arte è composta da un team di artisti, tecnici e conservatori che si occupano di mediazione digitale – sia per quanto riguarda la produzione di opere di artisti contemporanei che di facsimili -, nell’ambito di un approccio coerente alla conservazione e alla diffusione. Ha progettato apparecchiature su misura e software per ottenere risultati ottimali sia nella registrazione che nell’elaborazione delle informazioni digitali. Le metodologie non-contact di Factum Arte stanno avendo un notevole impatto sul mondo della conservazione e stanno contribuendo a definire il ruolo dei facsimili nella protezione del nostro patrimonio culturale.

SALA 1

Architettura di progetto e di veduta

In questa sala sono riunite alcune opere di Piranesi provenienti da diverse serie di stampe.

Alcune di esse fanno parte dalla serie Prima Parte di Architetture e Prospettive, prima pubblicazione di Piranesi a conclusione del primo soggiorno romano (1740-1743). Vuole essere un’opera progettuale di “architetto di questi tempi”, che espone tramite disegni le proprie idee. In queste tavole egli aspira a creare “in nuove forme” quanto testimoniato dalle “parlanti ruine” che a Roma riempiono di immagini lo spirito nuovo dell’utopia architettonica. Effetto dello stupore e della meraviglia prodotti dalla vera esperienza dei resti dell’architettura romana, queste immagini sono progetti di un’architettura impossibile.

Le due acqueforti Parte di ampio magnifico Porto e Pianta di ampio magnifico Collegio sono due stampe d’invenzione che compaiono nell’edizione Opere Varie di Architettura, Prospettive, Grotteschi, Antichità del 1750. Con i due diversi linguaggi della scenografia e della planimetria, segnano uno straordinario progresso immaginativo dell’idea della storia come organismo vitale e attuale e dell’architettura come arte folle e tragica capace di farla risorgere, salvando l’antichità classica dalla decadenza e dall’oblio.

La prima edizione della raccolta intitolata Alcune vedute di Archi Trionfali risale invece al 1748, quando fu pubblicata col titolo Antichità romane de' tempi della Repubblica e de' primi imperatori; è spesso inclusa anche nelle Opere Varie di Architettura. Se la Prima Parte si compone di immaginazioni architettoniche, l’antichità è interpretata come veduta delle sue vestigia nella Roma moderna. Diverso il linguaggio incisorio, ora capace di esaltare le qualità pittoriche derivate dalla piena appropriazione dell’acquaforte, ormai radicalmente reinventata. Il dedicatario della serie è Giovanni Gaetano Bottari (1689-1775), già bibliotecario di Casa Corsini e, al tempo, della Biblioteca Vaticana, uno dei primissimi protettori di Piranesi a Roma e tra i più profondi ispiratori della sua opera.

SALA 2

Architettura di capriccio e di immaginazione

Anche in questa sala sono presentate opere di Piranesi che appartengono a serie diverse di stampe: i Grotteschi, cui sono affiancati titoli e frontespizi dalle Vedute di Roma e dalle Antichità Romane.

Le quattro lastre dei Grotteschi furono verosimilmente eseguite intorno al 1744-1747, periodo in cui Piranesi passò vari mesi a Venezia, proprio quando la civiltà acquafortistica veneziana veniva rivoluzionata da due eventi capitali: I Capricci di Giovanni Battista Tiepolo, pubblicati per la prima volta nel 1743, e le Vedute, edite da Canaletto nel 1744. Queste due vette di un innovativo pittoricismo calcografico furono decisive per ispirare a Piranesi un trattamento degli effetti della morsura dell’acido sulla lastra, di una libertà e di un contrasto chiaroscurale tali da competere con lo schizzo e con la pittura di tocco. Furono editi nel 1750 a Roma, da Bouchard, col titolo Opere Varie di Architettura, Prospettive, Grotteschi, Antichità. La vendita avveniva anche in fogli sciolti che si acquistavano nella bottega di fronte all’Accademia di Francia che Piranesi tenne al Corso fino al 1761 circa.

Titolo e Frontespizio delle Vedute di Roma non sono precisamente databili, perché Piranesi iniziò a lavorare alla serie almeno dal 1745-1747 e ne proseguì la produzione per il resto della vita. È probabile tuttavia che risalgano al primo lustro degli anni Cinquanta. Nella composizione fantastica di relitti caotici della Storia, egli adotta in pieno l’estetica dei Grotteschi in una dimensione sublime.

Anche nelle Antichità Romane, l’opera in quattro volumi che dal 1756 faceva vedere in un modo fino ad allora sconosciuto la realtà archeologica dei reperti, i frontespizi ne magnificano e allegorizzano i contenuti con un linguaggio inventivo e tecnico appartenente a quell’immaginario di cui i Grotteschi avevano costituito l’esordio. La via Appia Immaginaria, frontespizio del secondo tomo, è una iperbolica successione all’infinito di invenzioni fantastiche, derivate dalla sua cultura scenografica. Tra i mausolei, accumulati dalla combinazione e sovrapposizione di una prospettiva dall’alto in basso, con una visione di sotto in su di matrice teatrale, colloca sepolcri ideali intestati ai suoi contemporanei e amici, Allan Ramsay e Robert Adam.

SALA 3

La veduta

Vedo ora nella loro realtà quelle Vedute di Roma che stavano appese nella casa paterna...

J.W. Goethe, Roma, 1786

La sala espone, in un allestimento intenzionalmente gremito di opere, le acqueforti provenienti dalla grande serie delle Vedute di Roma, suggerendo un’ideale ricostruzione del “cabinet” di un ipotetico collezionista di stampe del Settecento.

Già intorno al 1745-1746 Piranesi può iniziare, grazie all’associazione finanziaria con il libraio Bouchard, la redazione delle Vedute di Roma disegnate ed incise da Giambattista Piranesi architetto veneziano, di inusuale grandezza. La loro produzione accompagnerà fino alla fine l’intera attività dell’incisore, che presto ne sarà editore in proprio. Si affermano subito come la sua opera più popolare e ricercata dal pubblico dei viaggiatori, degli appassionati e dei collezionisti. La visita di Roma diventa una necessità spasmodica anche a seguito dell’eccezionale e sconosciuta capacità di queste Vedute di trasformare qualunque oggetto della rappresentazione in un fantasma poetico che eccita l’immaginazione e colpisce l’osservatore come un problema vivissimo dell’attualità; anzi, della sua propria individuale ed esistenziale coscienza di osservatore. Allo stesso tempo rivelavano una eccezionale esattezza di osservazione, divulgando, anche di monumenti celebri, immagini del tutto inedite, rispetto alle precedenti conoscenze. Le Vedute restituiscono un mondo totalmente sconosciuto e nuovo, dove ogni contenuto descrittivo viene straordinariamente esasperato, pur nell’esattezza della sua resa, da una suggestione di inaudita potenza.

SALA 4
Immagini di veduta e di analisi

Le Vedute di Roma qui esposte, e presentate in un dialettico confronto con l’altra grande serie delle Antichità Romane, s’imposero presto sul mercato romano per l’esattezza della rappresentazione e la sensibilità atmosferica, affermandosi sulle concorrenti imprese calcografiche di Giuseppe Vasi o dei Pannini, Giovanni Paolo e il figlio Francesco. L’intensa commercializzazione delle Vedute fu il primo e principale sostegno economico per dotarsi della capacità finanziaria che consentisse a Piranesi di dedicare ogni sforzo allo studio dell’antichità e all’esecuzione di un’opera sistematica di riproduzione delle sue testimonianze superstiti, premessa per realizzare ciò che maggiormente occupava le sue energie inventive: restituire a Roma un’architettura, cioè una vita e una società moderna degne della sua storia antica.

Le Antichità Romane, invece, pubblicate in quattro volumi nel 1756, dopo dieci anni di preparazione, indagini, scavi e ritrovamenti e discussioni teoriche, sono il cardine dell’opera archeologica ideale di Piranesi, l’organico progetto d’illustrazione complessiva del mondo immenso dell’antichità romana. L’esperienza delle vestigia, il lavoro di rilevamento grafico, della copia del reperto, della rappresentazione della veduta del sito e poi lo studio, l’indagine documentaria, la verifica bibliografica, accendono la sua archeologia di un furore dimostrativo tanto intenzionalmente esatto quanto fantastico. Nell’argomentazione scientifica egli precisa e rende oggettivi concetti che sono essenzialmente quelli poetici ed espressivi dell’ispirazione artistica suscitata da quei soggetti. La morfologia del libro comporta un’illustrazione composita, di testo, dimostrazione didascalica delle immagini, a loro volta distinte tra vedute, dettagli analitici, esemplificazioni tecniche.

Tanto il linguaggio delle Vedute è complessivamente paesaggistico, benché esattamente distintivo delle architetture riprodotte, delle loro materie e della vita che le anima, tanto le illustrazioni delle Antichità sono analitiche, anche nelle immagini di scenografia generale del luogo.

SALA 5

Ricostruire l’Antico

In questa sala sono esposti alcuni frammenti della Forma Urbis, la prima pianta marmorea della Roma di Settimio Severo, di cui Benedetto XIV aveva ordinato la ricomposizione lungo lo scalone del palazzo Nuovo dei Musei in Campidoglio. Piranesi tentò di ricostruirla nella sua originaria disposizione lavorando, già nel 1742, con l’architetto e geometra lombardo Giovanni Battista Nolli e procedendo a un confronto sistematico tra i frammenti e l’evidenza topografica dei monumenti riconoscibili. Piranesi riconobbe in quei reperti una testimonianza “parlante” dell’urbanistica romana, una prova traumatica, forte della verità del documento originale, che dimostrava il contrasto radicale tra le vestigia della Roma antica e l’inadeguatezza della Roma moderna.

La Nuova Pianta di Roma (1748) di Nolli, pure qui presentata, documenta il primo tentativo di rilievo sistematico delle emergenze monumentali della città antica. Da tre anni Nolli stava procedendo con un'esattezza sconosciuta ai rilevamenti cartografici, per eseguire una nuova pianta di Roma. Collaborava al suo ornato anche Giuseppe Vasi, successivamente sostituito da altri, tra cui il giovane apprendista Piranesi.

Con l’impegno alla redazione delle Antichità Romane, Piranesi concepì l’esigenza del superamento del punto debole della nuovissima topografia della Roma moderna di Nolli, consistente nella sua impossibilità di redigere la pianta anche della Roma antica, tanto da dover ricopiare quella di Leonardo Bufalini, un’opera vecchia più di un secolo e mezzo. Il Campo Marzio dell’Antica Roma, edito nel 1762, è una delle opere piranesiane più complesse, che non ha mancato d’ispirare alcune tra le proposte architettoniche più interessanti dell’età moderna, a partire dagli illuministi Boullée e Ledoux. Il frontespizio reca una dedica all’architetto scozzese Robert Adam, col quale Piranesi fu subito legato da una comune passione archeologica. Insieme effettuavano lunghe esplorazioni sulle rovine e, proprio nel corso di tali ricognizioni, nacque l’idea di realizzare una grande pianta del Campo Marzio, il cui progetto definitivo giunse fino a dilatarsi in un volume interamente dedicato all’area compresa tra il Tevere e il Corso. La grande tavola con l’Ichnographia costituisce il punto di partenza e il punto di arrivo dell’intera opera: Piranesi immagina infatti la pianta come frammento di un’unica grande lastra marmorea, in un significativo rimando alla Forma Urbis severiana.

SALA 6
Immagini di veduta e di analisi

Le Vedute di Roma, qui esposte, sono presentate in un dialettico confronto con l’altra grande serie delle Antichità Romane (si veda la Sala 4).

Già la prima formazione veneziana aveva orientato Piranesi verso un’identità di professione dell’architettura che univa le capacità pratiche della tecnica alla riflessione sulla teoria e sulla storia.

A Roma, a contatto con l’esperienza diretta delle rovine, questa disposizione evolve in una concezione dell’antichità quale problema vivo e presente all’attualità dell’esistenza. Vi contribuisce il pensiero di molti studiosi dell’ambiente romano. In particolare Giovanni Giacomo Bottari gli trasmette l’urgenza storica e morale di documentare il patrimonio antiquario e di ripristinare un criterio di verità storica tratto dall’esperienza oggettiva, eliminando l’infondatezza dell’opinione e le falsità derivanti dall’ignoranza e dai pregiudizi.

SALA 7

Vestigia monumentali: occulte, sotterranee

Nel 1773 Piranesi pubblica il Trofeo o sia Magnifica Colonna Coclide di Marmo con dedica a Clemente XIV, che riproduce in 21 tavole gli episodi delle guerre di Dacia nella Colonna Traiana. Se ne espone qui la grande tavola in verticale con il prospetto della Colonna sulla cui sommità è collocata, come in origine, la statua dell’imperatore Traiano, sostituita nel 1587 con l’attuale di San Pietro.

In un’altra importante serie qui esposta, le Antichità Romane, la parola scritta, di cui è corredata la raccolta, e l’acquaforte, costituiscono per Piranesi la disperata memoria per trattenere la rovina ancora visibile, ma che si sgretola e dissolve giorno dopo giorno. Il decennio di studio e di riflessione teorica che aveva preceduto la pubblicazione, verificando sul vero le proprie conoscenze, aveva comportato l’analisi di ogni singolo reperto in ogni luogo di Roma, anche il meno evidente. Ricercando le vestigia occultate negli spazi privati, irriconoscibili nel loro degrado e nell’utilizzazione attuale, indagando l’ignoto sotterraneo, Piranesi organizza i recuperi frammentari, sia di nozioni che di cose. A questo scopo faceva convergere tutti i mezzi teorici e pratici che possedeva: il disegno architettonico e scenografico per comprendere la complessità degli spazi monumentali e renderla adeguatamente; il disegno pittorico per descrivere la collocazione ambientale delle vestigia senza deprimerne la verità naturale; la cultura letteraria e documentaria per verificare le nozioni correnti e il dato sperimentato dal vero. E poi lo scavo, per ricercare le nozioni mancanti e appianare le lacune delle conoscenze: e lì, di nuovo rilevare, misurare, comprendere l’ingegneria delle strutture. Piranesi vive questa utopia con un’intensità iperbolica, un furore nel documentare e preservare quanto scoperto e poi avvalorato dalla ricerca, che è implicitamente una lotta contro l’attualità di una Roma che continuava a risultare inadeguata al suo immenso passato e, col suo degrado, a soffocarne i resti nell’informe. Una Roma frammentaria e disordinata, territorio devastato, di rurale arcaismo, occupato da emergenze architettoniche disorganiche tra loro, isole rinascimentali, controriformistiche, barocche; basiliche, palazzi, chiese, dove stili contrastanti si accalcavano gli uni agli altri alle spese di quello che, nell’idea di Piranesi, i romani antichi avevano realizzato di più grande, la città nel suo organico complesso: Urbe.

SALA 8

Vasi, candelabri, cippi, sarcofagi, tripodi, lucerne ed ornamenti antichi

Quasi dieci anni dopo la pubblicazione delle Diverse maniere d’adornare i cammini…, la raccolta qui esposta di Vasi, candelabri, cippi, sarcofagi, tripodi, lucerne, ed ornamenti antichi… (1778) viene a completare il lessico neo-antico inventato da Piranesi, fornendo un ricco compendio dello sconfinato repertorio visivo delle suppellettili romane. Pubblicati postumi con qualche aggiunta del figlio Francesco (ma molti fogli sciolti circolavano già anni prima), i modelli qui proposti divennero veri e propri prototipi ideali dell’arredamento tra Sette e Ottocento, con larga e fortunata risonanza in tutta Europa, in particolare nei paesi anglosassoni. Si tratta di una rimeditazione sulla grandezza imperiale di Roma, applicata qui non alle forme maestose dell’architettura, ma a quelle più ridotte degli oggetti destinati all’arredamento d’interni. Quest’operazione editoriale costituisce ancor oggi una preziosa fonte in campo strettamente archeologico, grazie anche alla precisione e costanza con cui Piranesi annota l’ubicazione dei pezzi e, in alcuni casi, la loro provenienza. Alla maggioranza degli oggetti esistenti a Roma, identificati in collezioni di grande prestigio (tra le altre quelle dei Musei Capitolini e Vaticani e le raccolte dei principi Altieri e Barberini), si affiancano quelli altrettanto significativi di Velletri (Museo Borgia), Napoli (Battistero del Duomo), Portici (il celeberrimo tripode di Iside allora nel Museo Reale). Ma gran parte delle opere pubblicate nella serie erano di proprietà dello stesso artista che, com’è noto, nella sua casa di palazzo Tomati in via del Corso aveva una vera e propria attività di antiquario nel senso più moderno del termine, dove riceveva i più colti conoscitori e amatori d’arte del tempo. Molte di queste suppellettili, soprattutto grandi vasi e candelabri, passarono così in illustri raccolte europee, dove tuttora si trovano. Al ricco mercato dei viaggiatori stranieri del Grand Tour, soprattutto inglesi, si rivolse infatti Piranesi dopo la morte di papa Clemente XIII (1769), suo principale mecenate.

SALA 9
Le grandi opere d’ingegneria idraulica

Nelle opere esposte in questa sala, che si presentano come un elogio delle straordinarie capacità progettistiche dei primi romani, Piranesi si dedica allo studio di uno dei suoi soggetti preferiti: le grandi opere d’ingegneria idraulica.

Le tavole che compongono la Descrizione e Disegno dell’Emissario del Lago Albano (1762) riproducono, infatti, il lungo cunicolo scavato dai romani per far defluire le acque del lago di Albano verso il mare. L’artista appare ancora una volta affascinato dalla bellezza del luogo, che lo porta a descrivere in termini suggestivi gli strati sotterranei della terra, popolati da una strana e minuscola umanità e dalla sapiente tecnica costruttiva degli ingegneri romani, cui dedica tavole ineccepibili sotto il profilo scientifico.

Lo studio attento del grandioso rudere del cosiddetto “castello” dell’Acqua Giulia, più noto come Trofei di Mario in piazza Vittorio sull’Esquilino, condotto dall’artista sulle proprie solide basi da ingegnere e architetto, lo conduce all’esatta deduzione secondo cui si tratta della “mostra d’acqua” monumentale dell’acquedotto di età augustea costruito da M. Agrippa nel 35 a.C..

Di fronte alle accuse mosse dai suoi “avversari”, secondo i quali l’architettura romana era meramente funzionale alla realizzazione di strade o condutture, l’artista si impegna così a dimostrare la pienezza della loro scienza idraulica e quale magnificenza architettonica comportasse la risoluzione di problemi pratici e la realizzazione di opere d’interesse pubblico.

SALA 10
La Polemica con Mariette

Nell’acceso dibattito sulla superiorità dell’arte greca o di quella romana, Piranesi sostiene strenuamente il predominio assoluto di quest’ultima. Tale impegno dell’artista si esplica in numerosi interventi polemici che ci giungono attraverso altrettanti testi scritti pubblicati all’interno delle sue raccolte di acqueforti. Le Osservazioni sopra la Lettre de M. Mariette (1765), che qui si presentano, costituiscono una risposta allo studioso Pierre-Jean Mariette che, nel 1764, aveva criticato lo stesso Piranesi rispetto a tale questione. Nella raffigurazione del frontespizio dell’opera vengono ad esempio messe in contrapposizione due colonne di ordine tuscanico, a rappresentazione dell’architettura etrusca e quindi di quella romana, indipendenti dalla greca, con la mano di Mariette in alto, nell’atto di scrivere la sua lettera polemica. L’iscrizione qui leggibile chiarisce l’intento nel motto “aut cum hoc aut in hoc” (“o con questo o in questo”), sottolineando come le teorie degli eruditi risultino vane e prive di fondamento pratico se non sostenute da uno studio approfondito e diretto del manufatto artistico.

SALA 11

Della Magnificenza e Architettura de’ Romani

Polemizzando con i sostenitori di una dipendenza dell’architettura romana da quella greca, Piranesi pubblica nel 1761 il volume Della Magnificenza e Architettura de’ Romani, corredato da duecento pagine di testo italiano con traduzione latina, e da trentotto tavole incise all’acquaforte. Secondo quanto già affermato nelle Antichità Romane (1756), egli attribuisce alla sola cultura etrusca il ruolo di ispiratrice di quella romana, rivendicando la superiorità dell’architettura e della cultura romana sia su quella dei barbari, sostenuta dall'inglese A. Ramsay, sia su quella greca, sostenuta dal tedesco J.J. Winckelmann. In accostamenti spregiudicati, affianca inoltre le severe costruzioni italiche a quelle egizie, tacciando l’architettura greca di “vana leggiadria”.

L’opera è dedicata a Clemente XIII, suo munifico finanziatore.

SALA 12

Le Carceri d’Invenzione -

Creazioni fortemente visionarie, le Carceri rappresentano ormai un caposaldo del nostro immaginario collettivo. Il potente nucleo iconografico ha infatti mantenuto nel corso del tempo un fascino inalterato, raggiungendo moltissimi ambiti di espressione artistica, non solo nelle arti visive (basti citare le intricate prospettive di Escher), ma anche in letteratura (Baudelaire, Victor Hugo, Marguerite Yourcenar), in architettura (le utopie architettoniche di Gropius e del Bauhaus) e nella moderna cinematografia (Ejzenštein, nei film Metropolis o Matrix).

A pochi anni dall’arrivo a Roma di Piranesi, tra il 1745 e il 1747, risale l’esecuzione dei primi 14 rami delle Carceri, editi da Bouchard nel 1749-1750 con il titolo Invenzioni capric[ciose] di Carceri all’acqua forte. Quest’intestazione si ricollega alla tradizione del “capriccio”, giunto alla sua massima espressione nella Venezia settecentesca con Tiepolo, Canaletto, Marco Ricci. Le Carceri segnano tuttavia, rispetto a questi precedenti, un enorme salto qualitativo, non soltanto da un punto di vista tecnico e incisorio, ma soprattutto per la concezione spaziale fondata su una prospettiva geometricamente ineccepibile eppure sfuggente, dall’effetto “straniante” e a tratti addirittura inquietante. La seconda edizione della serie, pubblicata nel 1761 con il titolo Carceri d’invenzione di G. Battista Piranesi archit[etto] vene[to], ripropone invece le Carceri in una versione definitiva che vede l’aggiunta di due nuove acqueforti.

Siamo di fronte alla rievocazione storica di un’architettura monumentale elaborata sul filo della memoria e dell’immaginazione, dalle segrete di Castel Sant’Angelo al Carcere Mamertino. L’intrico di scale, i frammenti di antichità in rovina, le grate, gli strumenti di tortura inseriti in una prospettiva labirintica che moltiplica i punti di fuga, creano un senso di vertigine, in cui le rare figure che popolano le monumentali strutture in pietra vagano assorte e senza scopo, tutte ugualmente prigioniere di una medesima macchina infernale.

SALA 13

La visualizzazione tridimensionale di alcune delle Carceri d’Invenzione permette di amplificarne la percezione, consentendo di svelare il progetto “architettonico” che è nascosto dietro i tratti di Piranesi “artista”. Rendere questa trasformazione ha richiesto lo studio dettagliato delle geometrie e, in alcuni casi, l'interpretazione delle scene raffigurate allo scopo di ampliare l’esperienza visiva del visitatore, che potrà sentirsi letteralmente trasportato all’interno dell'opera di Piranesi grazie anche a un “tappeto” sonoro appositamente studiato e realizzato per completare l'esperienza percettiva.

Visualizzazione immersiva a cura del Laboratorio PERCRO.

Istituto TECIP, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa.

Prof. Massimo Bergamasco, Marcello Carrozzino, Chiara Evangelista, Pietro Salerno, Marina Tanaka.

SALA 14
Lo “stile Piranesi”: fra decorazione e arredo

Le incisioni qui presentate appartengono alla celebre serie Diverse maniere d’adornare i cammini ed ogni altra parte degli edifizi… (1769), che presenta elaborate soluzioni decorative per camini e altri arredi d’interno come mobili, orologi e carrozze. Una raccolta di elementi concepiti fra la decorazione e l’arredo che, seppur desunti dall’antichità, vengono trasferiti dall’artista in oggetti di vita quotidiana. Le formule ornamentali colpiscono soprattutto per l’inesauribile fantasia, contemperata da riferimenti nostalgici verso il mondo classico e barocco. Vi ricorrono motivi tratti dal repertorio dell’Antico e della cultura egizia, con figure umane o fantastiche, divinità mitologiche, elementi naturali e zoomorfi.

Il gusto piranesiano per una decorazione basata su motivi egizi trionfa soprattutto nelle acqueforti di camini e nei progetti per il celebre Caffè degli Inglesi, originariamente situato in piazza di Spagna e oggi distrutto. Esso rappresenta uno specifico interesse antiquariale di epoca pre-napoleonica, che si affermò con forza nell’Europa del Settecento e che dimostra in Piranesi la precoce apertura verso una cultura che in futuro avrebbe nutrito l’immaginazione di molti artisti. Come già l’architetto Fischer von Erlach aveva affermato prima di lui, Piranesi sosteneva che le forme architettoniche dell’antico Egitto fossero all’origine dell’architettura romana, pervenuteci attraverso la mediazione degli etruschi.

Alcuni camini recano una didascalia con il riferimento alla collocazione di appartenenza e sono stati oggi rintracciati, come quello del marchese di Exeter a Burghley House; altri, solo progettati da Piranesi, erano stati concepiti fin dall’origine per ambienti inglesi, come dimostra la presenza di una cassetta per il carbone, utilizzata in Inghilterra, ma non nel continente. Quest’iniziativa editoriale diede luogo a Roma a una vera e propria industria per la produzione di camini, volta a soddisfare le numerose richieste del mercato nato dal Grand Tour, e contribuì tra l’altro all’affermazione di un gusto specificamente definito “stile Piranesi” (Henri Focillon).

Sala 15

Santa Maria del Priorato

Fotografie di Andrea Jemolo

A causa delle difficoltà di ogni genere incontrate da Piranesi in qualità di architetto, la sola realizzazione portata a compimento nel corso della sua vita è il progetto di ristrutturazione, in cima al colle Aventino, della piccola chiesa di Santa Maria del Priorato dei Cavalieri dell’Ordine di Malta. L’incarico per il lavoro gli giunse grazie al cardinale veneziano Giovambattista Rezzonico, nipote di papa Clemente XIII, che venne nominato Gran Priore dell’Ordine di Malta nel 1763.

La ristrutturazione piranesiana, terminata nell’ottobre del 1766, coinvolse non soltanto la chiesa, ma anche la realizzazione di un ingresso scenografico e monumentale al complesso, l’attuale piazza dei Cavalieri di Malta, con un muro di recinzione perimetrale in cui si moltiplicano stele commemorative, trofei e obelischi, carichi di simboli allusivi alle imprese militari e marittime dei Cavalieri. Allo stesso tempo, il ricco apparato decorativo rende omaggio all’antichità romana, etrusca ed egizia insieme. La composizione trova il suo vertice nella facciata-propileo con l’ingresso al Priorato, da cui oggi si gode la celebre vista, attraverso gli alberi, della cupola di San Pietro. La chiesa riceve nell’occasione una nuova facciata, anch’essa ricolma di emblemi militari, con una simbologia che coniuga elementi veneziani e romani. Al suo interno la solenne spazialità, l’esuberanza decorativa delle superfici e la complessa volumetria dell’altare maggiore testimoniano un debito verso le ricerche formali di età barocca.

La chiesa accoglie le spoglie mortali di Piranesi.

Nella sala sono esposte le interpretazioni fotografiche del complesso architettonico espressamente eseguite per quest’occasione da Andrea Jemolo, da tempo attivo in lavori di fotografia d’architettura per numerosi committenti internazionali. La campagna fotografica è stata eseguita con la collaborazione di Roberto Ceccacci. La post-produzione è opera di Daniele Coralli.

Si ringrazia per la disponibilità alle riprese il Gran Priorato dei Cavalieri dell’Ordine di Malta.

SALA 16

L’antica Paestum

Nel corso della sua visita a Paestum, nel 1777, Piranesi esegue tutti i disegni destinati alle future incisioni all’acquaforte che tuttavia, a causa del suo grave stato di salute, non riesce a eseguire. L’opera sarà completata e curata dal figlio Francesco che, l’anno dopo la morte del padre, sopravvenuta a soli 58 anni nel 1778, e appena due mesi dopo l’imprimatur papale, la darà alle stampe col titolo Différentes vues de quelques restes de trois grandes édifices qui subsistent encore dans le milieu de l’ancienne ville de Pesto…, di cui si presentano alcune acqueforti in questa sala. Il volume contiene diciassette tavole, di cui otto firmate da Giambattista, più un frontespizio e due incisioni firmate da Francesco.

Nella scelta del titolo francese, con cui l’opera fu data alle stampe, s’intravede forse già la direzione verso Parigi che avrebbero preso i figli di Giambattista ̶ Laura, Pietro e Francesco ̶ nel fondare in quella città, nel 1800, la “Calcographie des Piranesi frères”, attraverso cui continueranno l’edizione dei rami paterni, accresciuti da opere proprie.

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INFO

Mostra

Piranesi. La fabbrica dell’utopia

Dove

Museo di Roma Palazzo Braschi

Piazza Navona, 2; Piazza San Pantaleo, 10

Apertura al pubblico

16 giugno -15 ottobre 2017

Dal martedì alla domenica dalle ore 10 – 19

(la biglietteria chiude alle 18) chiuso il lunedì

Inaugurazione

15 giugno 2017 ore 18.00

Enti promotori

Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con la Fondazione Giorgio Cini di Venezia

Organizzazione di

Associazione Culturale MetaMorfosi e Zètema Progetto Cultura

A cura di

Luigi Ficacci e Simonetta Tozzi

Catalogo

Visualizzazione Immersiva

De Luca Editori d’Arte

Laboratorio PERCRO, TECIP-Scuola Superiore Sant’Anna

SPONSOR SISTEMA MUSEI CIVICI

Con la collaborazione di

MasterCard Priceless Rome

Sponsor Tecnico

Il Messaggero

Media partner

SPONSOR MOSTRA
In collaborazione con

Sponsor ufficiale

Sponsor tecnici

Ferrovie dello Stato Italiane

Fondazione Giordano; Fondazione Hruby
Listone Giordano
Montenovi; Rotas; Skyarte; Artemagazine

Biglietti

Biglietto “solo mostra”: intero € 9; ridotto € 7; Speciale Scuola € 4 ad alunno (ingresso gratuito ad un docente accompagnatore ogni 10 alunni); Speciale Famiglia: € 22 (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni)
Biglietto integrato Museo di Roma + Mostra (per non residenti a Roma): intero € 15; ridotto: € 11
Biglietto integrato Museo di Roma + Mostra (per residenti a Roma):
intero € 14; ridotto € 10

Info

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 - 19.00)
www.museodiroma.it; www.museiincomune.it

Testi e immagine da Ufficio stampa Zètema Progetto Cultura.


Roma: 127.163 visitatori per la mostra Artemisia Gentileschi

Successo per la mostra Artemisia Gentileschi:

la grande passione si conclude con 127.163 visitatori

 
 
Dopo 159 giorni di apertura, la mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo conferma il forte fascino di una delle più grandi e passionali pittrici della storia seducendo un pubblico di 127.163 visitatori e attestandosi uno dei maggiori eventi espositivi di questa primavera culturale a Roma del 2017.
I temi crudi, i colori abbaglianti e i controversi personaggi delle opere della Gentileschi hanno saputo creare un coinvolgimento emotivo negli spettatori che – fin dai primi giorni di mostra - hanno evidenziato un rilevante interesse nel conoscere il vissuto e l’anima di Artemisia.
Una larga partecipazione da parte del vasto pubblico che ha potuto con l’occasione riscoprire anche le meravigliose sale del piano nobile di Palazzo Braschi riaperte appositamente per ospitare la ricchissima retrospettiva.
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Roma: replica tre appuntamenti "Artemisia e le altre. Storie di donne, dipinte da Artemisia"

In replica tre appuntamenti

ARTEMISIA E LE ALTRE

Storie di donne, dipinte da Artemisia

Giovedì 2, 9 e 16 marzo 2017  -  Museo di Roma a Palazzo Braschi

per la mostra “Artemisia Gentileschi e il suo tempo”  (fino al 7 maggio 2017)

 
Dopo il successo dei primi 5 incontri del ciclo “ARTEMISIA E LE ALTRE. Storie di donne, dipinte da Artemisia” dedicate ad alcune figure femminili dipinte da Artemisia Gentileschi ed esposte nella grande mostra “Artemisia Gentileschi e il suo tempo” (fino al 7 maggio 2017) il Museo di Roma a Palazzo Braschi propone tre ulteriori appuntamenti nel mese di marzo, alle ore 17.00
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