balena di Matera Balaenoptera cf. musculus di Matera

Scoperta a Matera la più grande balena fossile del mondo

Scoperta a Matera la più grande balena fossile del mondo

Nello studio coordinato da Unipi nuovi importanti dati sul gigantismo estremo dei mammiferi marini

 

Lo scheletro fossile di un’enorme balena scoperto nel 2006 nel Comune di Matera, sulle rive del lago artificiale di San Giuliano, torna ora al centro dell’attenzione grazie a uno studio appena pubblicato sulla rivista internazionale Biology Letters, edita dalla prestigiosa Royal Society di Londra. La ricerca ha coinvolto i paleontologi Giovanni Bianucci, Alberto Collareta, Walter Landini, Caterina Morigi e Angelo Varola del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, Agata Di Stefano del Dipartimento di Scienze Biologiche Geologiche e Ambientali dell’Università di Catania e Felix Marx del Directorate Earth and History of Life, Royal Belgium Institute of Natural Sciences di Bruxelles.

balena di Matera Balaenoptera cf. musculus di Matera
Scavo dello scheletro fossile di Balaenoptera cf. musculus sulle rive del lago di San Giuliano, Matera (foto G. Bianucci).

“I caratteri morfologici del cranio e della bulla timpanica, che è una parte dell'orecchio interno che serve ad amplificare i suoni – afferma Giovanni Bianucci che ha preso parte allo scavo e ha coordinato lo studio del reperto - rivelano le forti affinità tra la balena di Matera e l’attuale balenottera azzurra (Balaenoptera musculus), confermate anche dalla stima della lunghezza massima dell’animale che superava i 26 metri. Si tratta del più grande fossile di balena mai descritto e, forse, della più grande balena che abbia mai solcato le acque del Mar Mediterraneo. Questo dato è importante non solo perché ci permette di inserire questo fossile nei Guinness dei primati, ma anche, e soprattutto, perché l’aumento estremo delle dimensioni è uno degli aspetti più interessanti dell’evoluzione”.

Confronto tra la bulla timpanica della balenottera azzurra attuale e della balena fossile di Matera con in evidenza i caratteri simili (foto e composizione di F. Marx e G. Bianucci).

Il gigantismo è, infatti, un fenomeno che è comparso e si è affermato, in maniera indipendente e in tempi diversi, in molte linee evolutive di vertebrati. Al di là di un generico vantaggio che le grandi dimensioni potrebbero aver dato ad una specie nella competizione con quelle di taglia più piccola, molti aspetti del fenomeno restano oscuri. In particolare, negli ultimi anni l’attenzione dei ricercatori si è focalizzata sul gigantismo estremo evoluto dai misticeti, quei cetacei che nel corso della loro evoluzione hanno sostituito i denti con i fanoni per filtrare dalla massa d’acqua i piccoli organismi di cui si nutrono.

Cranio in veduta dorsale della Balaenoptera cf. musculus di Matera con in evidenza le parti conservate (foto del cranio di Akhet s.r.l.; disegno e composizione di G. Bianucci e F. Marx).

Questi mammiferi marini, comunemente noti come balene, hanno il proprio rappresentante più spettacolare proprio nella balenottera azzurra, che può superare i 30 metri di lunghezza e le 180 tonnellate di peso, attestandosi dunque come il più grande animale, in termini di massa, mai comparso sulla Terra. Tra le possibili cause del gigantismo dei misticeti ipotizzate da studi recenti va ricordata la pressione selettiva esercitata dai grandi predatori marini del passato, come Livyatan melvillei (un parente del capodoglio trovato fossile in Perù) e lo squalo gigante Carcharocles megalodon, che avrebbe avvantaggiato le balene più grandi e quindi meno vulnerabili agli attacchi. Anche il progressivo raffreddamento del pianeta potrebbe aver favorito l’enorme aumento della taglia delle balene. In particolare, la messa in posto delle calotte glaciali contribuì alla ridistribuzione di cibo nei mari concentrandolo soprattutto in quelli polari. Molte balene si spostarono a loro volta in queste aree fredde per nutrirsi, dovendo tuttavia compiere lunghi viaggi stagionali per tornare a riprodursi nelle acque calde tropicali. In questo caso la pressione selettiva avrebbe favorito le balene più grandi perché in grado di immagazzinare una quantità maggiore di risorse energetiche per affrontare le lunghe migrazioni.

balena di Matera Balaenoptera cf. musculus di Matera
Ricostruzione artistica di Balaenoptera cf. musculus di Matera (disegno di Alberto Gennari).

“Poiché tutte le balene fossili sono molto più piccole delle enormi balenottere attuali – spiega Alberto Collareta - fino ad oggi i modelli macroevolutivi hanno sostenuto che il gigantismo dei misticeti fosse un fenomeno molto recente, originatosi durante il periodo Quaternario, coincidente con gli ultimi due milioni e mezzo di anni. Questa idea ha trovato supporto in studi recenti che, attraverso modelli macroevolutivi, sostengono che l’estremo gigantismo dei misticeti sia un fenomeno limitato agli ultimi 2-3 milioni di anni. Un punto debole di queste ricerche consiste però nel fatto che i resti fossili di misticeti risalenti agli ultimi milioni di anni sono molto scarsi e pertanto l’ipotesi della recente accelerazione nell’aumento della taglia si basa prevalentemente sulle dimensioni gigantesche delle balene attuali”.

Evoluzione della taglia dei misticeti nel tempo geologico. In evidenza la balena di Matera e tre misticeti fossili del Perù utilizzati per ridefinire il trend evolutivo (grafico modificato da Graham J. Slater e colleghi; disegno di B. musculus di Carl Buell).

Lo studio della balena di Matera porta un contributo fondamentale per chiarire gli aspetti ancora oscuri di questi importanti processi evolutivi. Le analisi dei microfossili associati alla balena, condotte da Agata di Stefano e Caterina Morigi, hanno infatti fornito una datazione compresa tra 1,49 e 1,25 milioni di anni fa, all'interno di un intervallo temporale (il Pleistocene inferiore) relativamente vicino al presente, in cui il record fossile dei cetacei è quasi inesistente o quanto meno non accessibile poiché le rocce che ne potrebbero contenere i resti fossili si trovano in gran parte ancora nei fondali marini.

“Inserendo i dati ottenuti dallo studio preliminare della balena di Matera e di altri reperti recentemente rinvenuti in Perù nei modelli macroevolutivi più largamente accettati – afferma Felix Marx - si è scoperto che l’estremo gigantismo dei misticeti è un fenomeno più antico di quanto si pensasse e che l’aumento delle dimensioni è stato probabilmente più graduale di quanto prima teorizzato”.

“Considerato il profondo impatto che i misticeti hanno avuto sull’evoluzione degli ecosistemi marini a scala globale, nonché la loro fondamentale influenza nel foggiare la struttura ecologica degli oceani moderni – conclude Giovanni Bianucci - conoscere in dettaglio questi processi evolutivi è di fondamentale importanza per decifrare le dinamiche evolutive dell'ambiente marino e i delicati equilibri delle comunità biologiche dell'oceano globale e quindi anche per capire quali potrebbero essere gli effetti dovuti alla scomparsa di questi giganti del mare. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che la balenottera azzurra, dopo essere riuscita a sopravvivere con successo per oltre un milione di anni, è stata portata sull’orlo dell’estinzione da soli cento anni di caccia spietata da parte dei balenieri e ancora non sappiamo come la sua definitiva scomparsa potrebbe cambiare il delicato equilibrio naturale di cui fa parte”.

 

Testo e immagini dell'Università di Pisa


Rocca di Cambio. Dinosauri a Monte Cagno

ROCCA DI CAMBIO (AQ). DINOSAURI A MONTE CAGNO
Riconosciuto il notevole interesse culturale del sito che conserva le impronte del più grande dinosauro teropode rinvenute sul territorio italiano.

Si è concluso pochi giorni fa l'iter con il quale, su proposta della Soprintendenza per L'Aquila e cratere, è stato dichiarato il notevole interesse culturale del sito paleontologico caratterizzato dalle impronte di un grande dinosauro, su una parete calcarea sub verticale del Monte Cagno, nel comune di Rocca di Cambio (AQ).
L’eccezionale scoperta, fatta dai ricercatori Fabio e Giulio Speranza risale al 2006, ma solo nel 2017, grazie alla tecnologia della fotogrammetria digitale con drone, è stato possibile completare lo studio scientifico realizzato da un team di tecnici dell’INGV e da paleontologi esperti in icnologia della Sapienza - Università di Roma.
Le impronte appartengono a uno o più teropodi, dinosauri bipedi carnivori che risalgono al Cretacico inferiore, più precisamente all’Aptiano, circa 125-113 milioni di anni fa.
L’impronta di un dinosauro “accovacciato” in posizione di riposo, di circa 135 cm di lunghezza, ha permesso di valutare la dimensione del teropode: un esemplare enorme, il più grande di quelli oggi noti in Italia.
Sulla superficie dello strato sub verticale si riconoscono numerose altre impronte tra cui quelle lasciate da un esemplare in movimento.
Le orme di Monte Cagno aprono importanti novità sulle specie di dinosauri presenti nel territorio italiano, sulla loro ecologia e le possibili rotte di migrazione. Le impronte dei dinosauri sono la testimonianza infatti di migrazioni dei dinosauri dal grande continente di Gondwana (che riuniva Africa, Sud America, Antartide, India e Australia) verso le piattaforme carbonatiche intraoceaniche (ambienti simili alle attuali Bahamas) presenti nell'oceano Tetide.
"I passi successivi - afferma la Soprintendente Alessandra Vittorini - vedranno il lavoro congiunto della Soprintendenza, della Regione Abruzzo, del Comune di Rocca di Cambio, dell’Ente Parco Naturale Regionale Sirente-Velino e dei ricercatori dell’INGV e della Sapienza-Università di Roma che hanno condotto gli studi specifici. Già nei mesi scorsi si erano attivati i primi contatti istituzionali, in base ai quali la Soprintendenza aveva preso l'impegno di attivare il percorso di riconoscimento di interesse culturale, che si è rapidamente concluso. Ora lavoreremo tutti insieme per un progetto finalizzato alla valorizzazione e alla fruizione del sito, anche in funzione delle potenzialità divulgative e turistiche.".
Il decreto di dichiarazione di notevole interesse culturale è stato emanato dal Segretariato regionale, a seguito delle valutazioni e dell'approvazione della Commissione regionale MIBACT per il patrimonio culturale dell’Abruzzo.
L'istruttoria e la proposta di dichiarazione sono state curate dal funzionario paleontologo Maria Adelaide Rossi e dal funzionario geologo Silvano Agostini (della Soprintendenza ABAP Abruzzo), nell'ambito della collaborazione attivata con la Soprintendenza per L'Aquila e cratere.
Per saperne di più:
P. Citton, M. Romano, R. Carluccio, F. D’Ajello Caracciolo, I. Nicolosi, U. Nicosia, E. Sacchi, G. Speranza and F. Speranza - The first dinosaurtrack site from Abruzzi Monte Cagno, Central Apennines, Italy, in CretaceousResearch
January 2017 DOI: 10.1016/j.cretres.2017.01.002
INGV - Abruzzesi le nuove impronte di Dinosauro https://www.youtube.com/watch?v=oVzIZsviu9o 
Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone

Milano: presentata la scoperta di un sauropode di 112 milioni di anni fa

Museo di storia naturale

Presentata oggi la scoperta di un nuovo dinosauro ‘italiano’ compiuta dai paleontologi del museo

Le ossa ritrovate, risalgono a 112 milioni di anni fa e appartengono ad un sauropode, che rappresenta il primo dinosauro erbivoro quadrupede dal collo lungo scoperto in Italia

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Milano, 19 aprile 2016 – È stata illustrata oggi al Museo civico di storia naturale la scoperta portata a termine da un team di ricercatori guidati da Cristiano Dal Sasso, paleontologo del museo stesso, sui Monti Prenestini, a meno di 50 km da Roma, di ossa appartenenti a un titanosauro lungo 6 metri.

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Le ossa ritrovate, seppur poche, risalgono a 112 milioni di anni fa e appartengono ad un sauropode, che rappresenta il primo dinosauro erbivoro quadrupede dal collo lungo scoperto in Italia, e il più antico rappresentante del gruppo dei titanosauri in Europa meridionale. Da qui il soprannome di Tito, che evoca anche il nome di un imperatore romano della vicina capitale.

“Ben tre dei cinque  dinosauri ritrovati in Italia sono stati trovati e studiati da paleontologi del Museo di storia naturale di Milano, che si conferma così uno dei più importanti centri di studio e di ricerca anche in questo campo – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno durante la presentazione in Aula magna –. I musei civici milanesi infatti, oltre a conservare e valorizzare patrimoni preziosi d’arte e scienza, sono anche laboratori di ricerca e centri di studio di rilevanza internazionale”.

Scipionyx detto “Ciro” è stato il primo dinosauro ritrovato, sempre grazie al team del Museo di storia naturale, ed è un teropode, cioè un dinosauro carnivoro bipede. La presenza in Italia centrale di un dinosauro medio-grande (quando morì, Tito era lungo almeno 6 metri, ma stava ancora crescendo) indica che nel Cretaceo inferiore la nostra paleo-penisola doveva formare una catena di piattaforme più ampie del previsto, che consentivano il passaggio di dinosauri e altri animali terrestri tra Africa ed Europa attraverso il Mare di Tetide, antenato del Mediterraneo. La scoperta dunque aggiunge dati paleogeografici importanti anche per la conoscenza della preistoria d’Italia.

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Testo e immagini dal Comune di Milano


L’identitikit di animali estinti a portata di click

L’identitikit di animali estinti a portata di click
Dal laboratorio di paleontologia della Sapienza nasce il portale PaleoFactory
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Il laboratorio di paleontologia di Scienze della Terra della Sapienza ha da oggi una nuova vetrina che si chiama PaleoFactory. Da questo portale infatti è possibile monitorare le attività del laboratorio e avere informazioni sulle ricerche in atto. L’immagine scelta dai curatori è quella di una tigre dai denti a sciabola, il predatore preistorico del quale il laboratorio conserva un intero cranio perfettamente intatto.
Il laboratorio PaleoFactory, diretto da Raffaele Sardella, del dipartimento di Scienze della Terra, ha come obiettivo lo studio degli organismi del passato e la loro evoluzione attraverso metodi all’avanguardia. Il team di ricerca si occupa dell’analisi di reperti fossili grazie all’utilizzo di tecnologie moderne quali la computer graphic e la TAC, accanto ai metodi di indagine più tradizionali. Il gruppo di paleontologi della Sapienza, il cui lavoro si caratterizza per un’ampia multidisciplinarietà, sta già portando avanti e sviluppando alcuni progetti attivi da qualche anno presso l’Università in diversi ambiti, dagli studi scientifici tout court, fino divulgazione e alla didattica.
Una delle ricerche più recenti del team, che ha suscitato grande interesse scientifico, è stata quella relativa a un fossile straordinario. Si tratta del calco naturale di un grifone preistorico, che si è conservato per millenni all'interno di una roccia vulcanica, il Peperino Albano, nella zona degli attuali Castelli Romani. La roccia stata prodotta dall'attività di un grande vulcano, che nella parte finale del Pleistocene (circa 30 mila anni fa) era ancora attivo nella zona. La scoperta di questo grifone preistorico, avvenuta alla fine dell'Ottocento, è dovuta allo studioso italiano Romolo Meli, che raccolse dei blocchi di roccia contenenti evidenti tracce delle penne di un grande rapace. L'attenta analisi delle cavità presenti nelle rocce ritrovate permisero allo scienziato di classificare il fossile come appartenente alla specie del grande avvoltoio grifone (Gbps fulvus). Eccezionalmente, varie parti del corpo dell’animale, come la testa o le zampe, oltre a molte penne delle ali, avevano lasciato delle cavità nella pietra, che ne permisero la ricostruzione.
Ma se fino all'inizio del XXI secolo l'unico metodo per avere informazioni sull'aspetto di questo antichissimo rapace era l’osservazione diretta, negli ultimi anni l'applicazione combinata delle TAC effettuate sui blocchi e delle più moderne tecniche di elaborazione delle immagini al computer, ha permesso al team di PaleoFactory di ricostruire nel dettaglio e senza danneggiare i delicati reperti il suo aspetto originale. Il quadro derivante da questi nuovi studi confermava le indicazioni generalmente conosciute per questo fossile, ma consentiva anche di approfondire alcuni suoi aspetti, come ad esempio la vera causa della sua morte. Il grifone venne ucciso da uno shock termico dovuto all'emissione di materiale vulcanico, ma questo avvenne a temperature tali da non bruciare completamente il suo corpo, che lasciò quindi nella roccia un calco naturale. I risultati di questo nuovo approccio metodologico allo studio del fossile di Peperino sono stati pubblicati da Bellucci, Iurino, Schreve e Sardella nel 2014 sulla rivista internazionale Quaternary Scence Review. Le ricerche riguardanti il grifone proseguono ancora oggi e potranno rivelare ancora molto sugli ultimi momenti della vita del grande rapace e sull'ambiente naturale in cui viveva 30 mila anni fa.
Oltre a promuovere al pubblico studi e scoperte, la nuova pagina web di PaleoFactory si propone di diventare una sorta di vetrina per le attività e per le persone coinvolte nel gruppo di ricerca, come tesisti, dottorandi e collaboratori, e di essere un importante strumento di dialogo con studenti, insegnanti, ricercatori, appassionati. Attraverso il portale è possibile consultare catalogazione di collezioni di fossili, e richiedere l’utilizzo di servizi quali le ricostruzioni virtuali di ambienti e organismi del passato, la preparazione, la stampa in 3D e la ricostruzione fisica dei reperti, gli scavi paleontologici e le ricognizioni sul campo.
Testo dall’Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma.
Mammut lanoso, modello dal Royal BC Museum, a Victoria (Canada), foto di Flying Puffinda WikipediaCC BY-SA 2.0, caricata da FunkMonk.
 


Di due milioni di anni più antica la divergenza umana dai primati

16  Febbraio 2016

Denti fossili di 8 milioni di anni fa di Chororapithecus abyssinicus. Credit: Gen Suwa
Denti fossili di 8 milioni di anni fa di Chororapithecus abyssinicus. Credit: Gen Suwa

L'antenato comune per scimmie e umani, il Chororapithecus abyssinicus, si sarebbe evoluto in Africa e non in Eurasia, due milioni di anni prima di quanto finora ritenuto.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature, sposta indietro nel tempo la divergenza tra umani e gorilla (dieci milioni di anni fa) e tra umani e scimpanzé (otto milioni di anni fa). La ricerca non si basa più su stime, ma su analisi effettuate su fossili di Chororapithecus abyssinicus di 8 milioni di anni fa.
Grazie alle scoperte degli ultimi anni, la nostra conoscenza della famiglia degli Hominidae (che si compone di scimpanzé, gorilla, orangutan e umani) si è molto arricchita. Tra i ritrovamenti, quello del Chororapithecus abyssinicus, avvenuto nel 2007 nella formazione Chorora che corre lungo la parte meridionale del triangolo di Afar in Etiopia. Grazie a nuove analisi, nuove osservazioni sul campo e tecniche geologiche, la stessa squadra responsabile di quel rilevamento ha rivisto la precedente datazione, presentandola nel nuovo studio.
Una parte degli autori dello studio scoprirono pure, negli anni '90, i resti di 4,4 milioni di anni fa relativi all'Ardipithecus ramidus, e quelli del suo "parente" più vecchio di un milione di anni, l'Ardipithecus kadabba. Mentre gli studi erano ancora in corso, fu pubblicato quello relativo al Chororapithecus abyssinicus, un gorilla i cui denti fossili ci parlano di una creatura simile a un gorilla, adattata a una dieta di fibre. Sulla base di questi ritrovamenti, si collocò la divergenza attorno a 5 milioni di anni fa. Il Chororapithecus abyssinicus avrebbe fornito le prove fossili che il nostro antenato comune migrò dall'Africa e non dall'Eurasia, anche se la discussione in merito non è chiusa.
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Popolazioni di animali estinti e scomparsa dei fossili

10 Febbraio 2016

Resti di mammuth ucciso da umani, presso LaPrele Creek nella Contea di Converse, Wyoming, 13.000 anni fa circa. Credit: Danny Walker and Wyoming State Archaeologist's Office Photo
Resti di mammuth ucciso da umani, presso LaPrele Creek nella Contea di Converse, Wyoming, 13.000 anni fa circa. Credit: Danny Walker and Wyoming State Archaeologist's Office Photo

Un'analisi statistica mostra ampie variazioni nei tassi coi quali le ossa degli antichi animali americani vengono perdute.
Molte più testimonianze fossili di animali come mammuth, mastodonti, cammelli, cavalli e bradipi terricoli si sono perdute negli Stati Uniti continentali, rispetto all'Alaska e alle aree nei pressi dello Stretto di Bering.
Chiaramente, nelle regioni artiche la conservazione delle ossa è facilitata dalle temperature più basse e dal permafrost, mentre più a sud molte più ossa vengono perse. La conseguenza è che nello stimare le popolazioni di questi animali estinti bisogna tener conto di questi fattori.
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Grecia: alla scoperta di Marathousa 1, nuovo sito del Paleolitico Inferiore

25 Novembre 2015
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Scoperto nel 2013, Marathousa 1 è uno dei più antichi siti archeologici in Grecia, risalendo al Paleolitico Inferiore. È situato presso l’antica Megalopolis, nella regione dell’Arcadia in Peloponneso. È anche il solo sito nei Balcani dove vi sono prove di macellazione di elefanti per l'epoca.
L'associazione di strumenti litici a resti dell'animale, che ne presentano pure i segni, fa ritenere che si tratti di un sito per la macellazione di elefanti. Per la precisione, si tratta dell'elefante dalle zanne dritte, Elephas antiquus, del quale si è ritrovato uno scheletro quasi completo. I resti conservatisi di molti altri animali (roditori, uccelli, rettili, anfibi, molluschi) e della vegetazione sono pure eccezionalmente preservati.
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Marathousa 1 è collocata presso una miniera a cielo aperto di carbone, ma un tempo nell’area vi era una foresta decidua presso un lago. Il sito è datato in via preliminare tra i 300 e i 600 mila anni, al Pleistocene Medio.
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Australia: estinzioni di animali in connessione con l'arrivo degli umani

21 Ottobre 2015
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Secondo quanto emerso dagli incontri della Society of Vertebrate Paleontology a Dallas (in Texas), 14 mila anni dopo l'arrivo degli umani in Australia si sarebbero verificate estinzioni di grandi mammiferi, uccelli e rettili, e perciò in probabile connessione con la caccia.
Le discussioni sulle cause delle estinzioni di animali sono oggetto di dibattito: questo ultimo contributo tenta di gettare luce sul problema grazie a datazioni più precise. Le estinzioni si collocherebbero tra i 27 e i 40 mila anni fa, mentre l'arrivo degli umani tra i 50 e i 61 mila anni fa.
Link: Society of Vertebrate Paleontology
Scheletro di leone marsupiale (Thylacoleo carnifex) nella Victoria Fossil Cave, Naracoorte Caves National Park, nell'Australia meridionale, foto di Karorada WikipediaPubblico Dominio, caricata da BetacommandBot.
 


Primi Australiani e grandi lucertole predatrici nell'Ultima Era Glaciale

24 Settembre 2015
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Il ritrovamento di un minuscolo fossile di una lucertola gigante, proveniente dagli scavi presso le Grotte Capricorn, cambierebbe la nostra visione degli abitanti dell'Australia durante l'ultima Era Glaciale.
Si tratterebbe, infatti, della prima prova della loro coesistenza con le grandi lucertole predatrici. E se da un lato la scoperta ci fornisce un ulteriore motivo per intendere che la vita di questi primi Aborigeni durante l'Era Glaciale non fu proprio semplice, dall'altra gli umani possono essere ora considerati come una potenziale causa dell'estinzione di questi rettili nell'area. Un'ipotesi già considerata dagli studiosi, ma che prima d'ora mancava nel dimostrare la sovrapposizione delle due presenze.
Il fossile di 50 mila anni fa (epoca dell'arrivo dei primi aborigeni in Australia) è un osteoderma, parte della struttura che protegge l'animale, e che si trova in rettili esistenti (come il Drago di Komodo) ed estinti. Gli studiosi non sanno ancora se il fossile appartiene a un Drago di Komodo, che un tempo si trovava in Australia, o a un rettile estinto come la Megalania. Le grotte Capricorn si trovano vicino Rockhampton, nel Queensland Centrale, e sono una miniera di milioni di ossa fossili provenienti da diverse specie.
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Nuovo studio sul collegamento tra usura dentaria nei fossili e dieta

12 Agosto 2015
L'usura dentaria è tra gli elementi presi in considerazione dai paleontologi per studiare la dieta dei nostri antenati e degli animali. Altri hanno affermato che essa riflette l'habitat piuttosto che la dieta.
Un nuovo studio ha convalidato la validità delle ricerche che per anni hanno utilizzato l'usura dentaria come strumento per determinare le antiche diete, e al contempo offre un modello per i paleontologi.
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