Dante e la questione della lingua: lezione del prof Francesco Sabatini per l'AICC di Bari

DANTE E LA QUESTIONE DELLA LINGUA - LEZIONE DEL PROFESSOR FRANCESCO SABATINI PER L’AICC DI BARI

Scrivere di Dante non è impresa facile. Parlare del Sommo Poeta e della sua Opera immortale richiede uno sforzo non indifferente. Affrontare la Divina Commedia o qualsiasi altro capolavoro del nostro Dante implica l’approfondimento della conoscenza di noi stessi e della nostra storia. Scoprire Dante e seguire la fonte inesauribile del suo intelletto ci porta a disvelare la dimensione più autentica dell’umano sentire.

Già dal primo ed emblematico verso dell’Inferno, siamo calati nel cuore della cultura europea, tra l’evo antico e l’evo moderno, indotti ad assaporare, lemma dopo lemma, il progetto più ambizioso e vasto della letteratura di ogni tempo, volto a stringere l’intero scibile in un abbraccio ecumenico ed atemporale, a discriver fondo a tutto l’universo. Il poema è ormai eterno, avvolto in un’aurea sacrale e misteriosa.

Dettaglio dal monumento equestre a Niccolò da Tolentino: Domenico di Michelino, Dante ed i tre regni, 1465, Firenze, Santa Maria del Fiore. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Sì, perché le terzine dantesche portano in sé un segreto, l’intima forza caratterizzante di una lingua incredibilmente innovativa e fresca. Dante descrive, nella sua totalità, il mondo che vede e vive in lui. Un mondo con una precisa connotazione storica, ma comprensibile ai nostri occhi per ciò che rappresenta. La Divina Commedia si fa portatrice della visione cristiana della storia, mutandone gli aspetti e i contenuti, ma con lineamenti razionali tipici del pensiero greco e latino, fino a quel momento utilizzati per interpretare la realtà del mondo.

Dante non è il teologo, il moralista che una critica poco attenta descrive. Dante è, prima di ogni altra cosa, un ricercatore appassionato, che si propone di conseguire la piena realizzazione della felicità dell’intero genere umano. L’alto disio dantesco, che è immerso nel suo tempo e del suo tempo raccoglie i dolori, le sofferenze, la miseria e la grandezza, guarda con suprema pietà alla colpa e alla depravazione dell’uomo, attraverso un’immedesimazione unica e commossa. Ogni gesto umano appartiene a Dante, viene da lui interpretato e rivelato, facendo affiorare quell’universalità che fa dell’opera il libro di tutti.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Il 17 gennaio 2020 è stata istituita un’intera giornata dedicata al Sommo Poeta, il Dantedì, da celebrarsi il 25 marzo di ogni anno. La data corrisponde allo stesso giorno del 1300, in cui, secondo la tradizione, Dante si perse nella selva oscura, dando così inizio al suo viaggio. Quest’anno, peraltro, ricorre il settecentesimo anniversario della morte del poeta, avvenuta il 14 settembre del 1321. L’idea del Dantedì, proposta a più riprese dal giornalista e scrittore Paolo Di Stefano, è stata divulgata attraverso un’intensa campagna di promozione, supportata anche dal ministro Dario Franceschini. Il Dantedì è divenuto ormai una ricorrenza a cui non è possibile rinunciare, visto anche il patrocinio di prestigiose istituzioni culturali, quali l’Accademia della Crusca, la Società Dantesca Italiana, la Società Dante Alighieri e l’Associazione degli Italianisti nella Società Italiana per lo studio del pensiero medievale.

Per celebrare la ricorrenza, l’Associazione Italiana di Cultura Classica di Bari, presieduta dalla Professoressa Pasqualina Vozza, ha organizzato, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Bari, un incontro con il Professore Francesco Sabatini, celebre linguista, filologo e lessicografo, Emerito dell'Università degli Studi Roma Tre, nonché presidente onorario dell'Accademia della Crusca. Il Professor Sabatini già nel 2019 aveva tenuto per l’AICC di Bari due seminari sul tema Il Latino nella società contemporanea.

Francesco Sabatini Dante Alighieri
Francesco Sabatini (Avezzano, 2017). Foto di Marica Massaro, CC BY-SA 4.0

In questa occasione, invece, il professore si è occupato della questione riguardante la formazione della lingua italiana, la cui problematica è trattata ampiamente nel De vulgari eloquentia. L’opera affronta, come si può facilmente immaginare dal titolo, il tema dello sviluppo della lingua volgare dal latino e fu realizzata tra il 1303 e il 1305. Si tratta di un trattato in latino, rivolto ai dotti, che Dante voleva persuadere della bellezza della lingua del bel paese là dove ‘l sì sona. Non ci si sofferma mai abbastanza sulla portata dell’opera e sulla sua incisività.

Dante, prima ancora di occuparsi nello specifico della lingua italiana, tratta a fondo il tema dell’origine del linguaggio verbale umano, gettando le basi per le conclusioni a cui approdò, secoli dopo, Linneo. Leggendo Tommaso d'Aquino e Isidoro di Siviglia, arriva a tracciare una linea di estrema modernità, che vede nel linguaggio la marca distintiva ed esclusiva della specie umana. L’opera, quindi, si sviluppa da un autentico interesse antropologico e filosofico per il fenomeno, che il poeta affronta con lucidità e fermezza e che sarà alla base del suo più noto capolavoro, scritto in volgare proprio per coinvolgere il grande pubblico e dimostrare l’aderenza della lingua stessa a temi di alto valore speculativo.

Attraverso il suo “ingegno e gli scritti e la cultura di altri”, il poeta dà inizio ad un’indagine che lo porta a ricercare il volgare illustre, ovvero la lingua che possa distinguersi per eleganza e prestigio tra i vari volgari italiani. Passa in rassegna le condizioni linguistiche europee, dividendole in tipologie storico-geografiche, affrontando il problema della lingua letteraria unitaria e aprendo la questione della lingua, destinata a rimanere irrisolta per secoli.

I paragrafi iniziali forniscono importanti informazioni sui volgari diffusi in Italia, identificati e suddivisi in una quindicina di tipologie dallo stesso poeta. Nessuno dei volgari municipali, però, dimostra di possedere le caratteristiche adeguate ad una lingua letteraria che sia comune all’intera Penisola, una koinè che dia forma alle alte tematiche trasmesse in prosa e in versi. La lingua volgare, spontanea e naturale, deve scostarsi dall’artificiosità del latino, occuparsi di qualsiasi argomento, ma rispondere a quattro importanti requisiti. Il volgare letterario deve infatti essere illustre, cardinale, aulico e curiale. Doveva dar lustro a chi lo parlava, essere il cardine attorno al quale tutti gli altri dialetti ruotavano, essere aulico e curiale, poiché avrebbe dovuto essere degno delle corti e dei tribunali. Nessuno dei volgari che Dante aveva elencato  poteva, a suo giudizio, prestarsi a tale scopo.

De vulgari eloquentia Dante Alighieri Francesco Sabatini
Un'edizione (1577) del De vulgari eloquentia di Dante Alighieri. Foto Disponibile nella biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC, Pubblico dominio

Occorreva concepirlo come una creazione retorica che rispondesse alla lingua adoperata per iscritto dai principali scrittori del tempo, incluso lo stesso Poeta. Le brillanti idee dantesche racchiuse nel De vulgari eloquentia, base teorica ed ineludibile per comprendere la Commedia, non godettero di subitanea fama, a causa della scarsa circolazione dell’opera. È evidente, però, che la messa in pratica delle teorie linguistiche dantesche, ovvero la lingua adoperata per il sommo poema, godette di un successo senza precedenti, viste le numerose ed immediate attestazioni della lettura dell’opera in varie parti della Penisola. La Commedia iniziò presto ad essere recitata e commentata, venne fatta circolare attraverso copie e se ne trova traccia nei documenti notarili del tempo.

Il Poeta riuscì ad unire una terra atavicamente divisa sotto la sua egida, che divenne indiscussa. La sua grandezza risiedette proprio nel dar voce al bisogno di una lingua comune, che unisse le varie realtà politiche italiane sotto un unico vessillo. Dante voleva dar vita a quel progetto di unione culturale, che inevitabilmente avrebbe portato ad un’unificazione politica. La lingua doveva farsi veicolo di pensiero, saldare i legami e permettere la creazione di una società nazionale compatta. Ecco che la Commedia, al di là delle tematiche politiche che animano le sue pagine, diviene un laboratorio necessario alla creazione della nostra identità.

Un continuo evolversi di sperimentalismi, un susseguirsi costante di invenzioni e raffinamenti. Dante dimostrò di aver assimilato il motto di Isidoro di Siviglia, che, nelle Etimologiae (IX I 11), scriveva “Ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt”, sono le lingue che fanno i popoli, non i popoli che fanno le lingue. Il poeta si sobbarca il ponderoso incarico di creare una lingua per dare voce ad un popolo. Nell’ultimo canto del Paradiso, culmine dell’esperienza trascendente, Dante prova a spiegare ai lettori la visione finale, la folgorazione al cospetto della luce divina. Nel tentare di rendere a parole l’esperienza di cui è stato testimone, scrive:

O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

(Paradiso, Canto XXXIII 67-72)

 

Chi è la futura gente a cui il poeta fa riferimento? Dante parla a chiunque sia ancora in grado di comprenderlo. Parla a noi posteri, figli della sua loquela. A distanza di settecento anni, siamo ancora cullati dai versi di tutta la sua produzione, che continua a rischiarare il cammino della nostra esistenza, oggi più che mai bisognosa de lo dolce lume del suo genio.


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#Dante700, a Perugia un omaggio al Sommo Poeta attraverso le parole di Boccaccio

#Dante700, a Perugia un omaggio al Sommo Poeta attraverso le parole di Boccaccio - Esposizioni sopra la Comedìa in Galleria - Iniziative della Galleria Nazione dell’Umbria

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#Dante700: a Perugia un omaggio a Dante Alighieri attraverso le parole di Giovanni Boccaccio

«Né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né 'l debito amore lo qual dovea Penelopé far lieta, vincer potero dentro di me l'ardore, ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore» (Divina Commedia, Inferno, versi 97-99 del Canto XXVI). Il grande letterato d’Italia e poeta della natura umana, a distanza di secoli non termina mai di stupire i suoi lettori. Così, a settecento anni dalla morte di Dante Alighieri (1265 – 1321) e dal termine della composizione della sua opera più celebre (1304 – 1321), sorgono copiosi i progetti che ne celebrano l’anniversario, molti dei quali anche solo virtuali per condividere informazioni e citazioni con tutti nonostante gli attuali limiti vigenti.

In tale occasione la Galleria Nazionale dell’Umbria, sita a Perugia, ha organizzato un ciclo di conferenze in streaming che descriverà Dante da più prospettive, talune insolite e singolari, cui è possibile partecipare collegandosi alla pagina Facebook del museo. Venerdì 5 marzo 2021 si è svolto “Trattar del Trattatello. Dante raccontato da Giovanni Boccaccio”, il primo di un intero mese di rassegne riservate al Sommo Poeta, la cui vita viene descritta attraverso le parole di colui che per primo ne ha parlato e l’ha apprezzato.

Fino agli anni Trenta del Trecento la Comedìa era diffusa attraverso dei Codici e manoscritti indirizzati ai nuovi ricchi, coloro che adesso definiremmo “borghesi”, che non conoscevano il latino e potevano fruire del poema proprio poiché scritto in volgare. Una scelta innovativa e generalmente mal vista, infatti sarà Boccaccio in persona a tentar di convincere Petrarca della bontà dell’uso del volgare. Il suo Trattatello in laude di Dante è una biografia, o per meglio dire “story-telling”, che riesce a creare un mito e dimostrare la sua grande ammirazione verso Alighieri. Boccaccio ne descrive il carattere irascibile, narra la storia della sua famiglia e gli dedica letture pubbliche, inserendo la sua figura sia all’interno della tradizione epica, che nella tradizione celebrativa latina attraverso Virgilio, ed anche nella nuova tradizione italica. Questo il sunto della prima conferenza riservatogli.

 

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#Dante700: a Perugia un omaggio a Dante Alighieri attraverso le parole di Giovanni Boccaccio

A questo convegno del 5 marzo, con la presentazione di Ilaria Batassa, funzionario deputato alla promozione e alla comunicazione della Galleria che descrive Dante come «un classico a tutti gli effetti pur non scrivendo in lingua latina», faranno seguito le conferenze di venerdì 12 e 19 marzo. Ambedue previste alle ore 17:00, saranno tenute da Maurizio Tarantino e Claudio Ferracci, rispettivamente dirigente del Settore Cultura del Comune di Ravenna e direttore della Biblioteca delle Nuvole di Perugia: la prima conferenza riguarderà “La lingua di Dante tra popolarità e tradizione”, mentre la seconda si intitola “Gulp! C’è Dante in Galleria”.

Giovedì 25 marzo sarà il #Dantedì, giorno in cui alle ore 17,00 verrà letta e commentata la prima delle “Esposizioni sopra la Comedia” composta dal già menzionato Giovanni Boccaccio. Infine, dal 26 al 28 marzo vi sarà una mostra virtuale effettuata da Magister Art e curata da Ilaria Batassa: l’esposizione sarà disponibile sulla pagina Facebook e sull'account Instagram della Galleria Nazionale dell’Umbria, consentendo a tutti gli utenti interessati di poter assistere al di là dei vincoli di spostamento regionale.

Inoltre, per ben ventotto giorni i social della Galleria saranno sommersi dalla condivisione quotidiana
di una combinazione di citazioni, figure e canzoni riguardanti l’illustre Commedia, o ad essa attinenti,
per congiungere così il passato con il futuro.

«Se non che la mia mente fu percossa da un fulgore in che sua voglia venne. A l'alta fantasia qui
mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'igualmente è mossa, l'amor che
move il sole e l'altre stelle» (Divina Commedia, Paradiso, versi 140-145 del Canto XXXIII). Con
questi versi finali dell’opera mi aggrada terminare una brevissima esposizione dedicata a colui che
più di tutti ha esaltato l’amore per la conoscenza.

Per le immagini si ringrazia la Galleria Nazionale dell’Umbria.


Beatrice Dante Alighieri

Beatrice e Laura: le muse che hanno ispirato Dante e Petrarca

Laura e Beatrice sono tra le muse ispiratrici più conosciute nel panorama letterario europeo. Donne in grado di mobilitare le facoltà del pensiero petrarchesco e dantesco, riflettono due differenti visioni dell’amore.

Beatrice Dante Alighieri
Henry Holiday, Dante incontra Beatrice al ponte Santa Trinita, dipinto a olio, 1883, Walker Art Gallery, Liverpool, Pubblico dominio

La donna “gentile e onesta” descritta da Dante nella Vita Nova è una creatura terrena alla cui bellezza è affidato il compito di rappresentare simbolicamente l’essenza di Dio (“Venuta dal ciel a miracol mostrare” – Vita Nova, cap. XXVI). Nei panni di mediatrice fra il mondo immanente e la sfera divina, Beatrice veicola il messaggio di salvezza che il supremo Fattore ha indirizzato agli uomini e diventa per Dante una fonte positiva e uno stimolo al bene. Il suo personaggio, nel periodo “in vita”, deve assolvere un ruolo dettato dall’Alto, ovvero quello di rappresentare, in quanto fenomeno terrestre, il mondo dei valori. In ciò consiste la caratterizzazione simbolica di Beatrice: dimostrare, nella vita umana, l’esistenza di una realtà intrinseca e connaturata a un’altra realtà. Questa funzione figurale si adempie nell’aldilà in seguito alla sua morte, quando diviene una beata del paradiso che avvia Dante verso la perfezione spirituale. La donna amata è ora in grado di potenziare le facoltà umane del poeta e di guidare il suo fedele fino agli altissimi cieli, realizzando pienamente se stessa e portando a termine il compito che le era stato affidato nel mondo terreno: rappresentare la parola celeste e condurre alla beatitudine (da qui il nome allusivo di “Beatrice”).

Laura Francesco Petrarca
"Laura e il poeta", raffigurati insieme in un affresco anonimo della casa del Petrarca ad Arquà. L'affresco fa parte di un ciclo pittorico realizzato nel corso del Cinquecento mentre era proprietario Pietro Paolo Valdezocco.

È questa una prima differenza tra la donna stilnovistica e la musa ispiratrice di Petrarca: mentre l’amore di Dante è destinato a un “gentilissimo fantasma” dotato di tutti i sensi attribuibili a una figura mortale, pur fungendo da intermediario tra l’uomo e Dio, il sentimento petrarchesco è incentrato sulla “bella forma”: a far innamorare Petrarca è la bellezza fisica di Laura (i capelli biondi, le guance infocate, i sereni occhi, il dolce viso), mentre la sua virtù e il suo narcisismo (L’oro, le perle e i fior vermigli e bianchi) rendono l’amore del poeta un sentimento infelice perché inappagato. È il corpo femminile ad avvicinare il poeta alla donna, non più concepita come creatura sovrumana ma come Donna dotata di una sua personalità. Di Laura, infatti, sono noti i dati anagrafici (nome e luogo di nascita) e le diverse stagioni della sua vita (giovinezza, invecchiamento, malattia, morte), volte a testimoniare il fluire della temporalità. Alla staticità di Beatrice, donna incorniciata in un’eterna giovinezza, subentra la volubilità di Laura, figura che patisce gli effetti dello scorrere del tempo. Nel sonetto XC del Canzoniere “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi”, uno dei più noti e apprezzati, la bellezza della donna lascia il posto ai primi segni dell’invecchiamento:

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che ’n mille dolci nodi gli avolgea,
e ’l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;

e ’l viso di pietosi color’ farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma; e le parole
sonavan altro, che pur voce humana.

Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i' vidi: e se non fosse or tale,
piagha per allentar d’arco non sana.

Come per Dante, la lontananza fisica di Laura non ostacola il desiderio amoroso di Petrarca, che rimane vivo anche di fronte alla morte della sua amata. La donna perde le sue connotazioni reali per assumere significati simbolici (amore, gloria, patria, natura) ma il fantasma del suo corpo continua a sedurre il poeta. Laura sembra anzi acquisire un carattere solo dopo la morte, diviene “più donna e meno dea” e quindi umana quando si trasforma in creatura celeste. Lo stesso si potrebbe dire per la Beatrice dantesca, creatura taciturna in vita e vivente dopo la morte. La sua caratterizzazione si spiega in una duplice ottica: nell’essere reale e, al tempo stesso, nell’annunciare una verità più elevata (dall’alto regno degli angeli, Beatrice scende nell’inferno per salvare Dante e alle soglie del Paradiso ricompare al poeta per giudicarlo definitivamente). L’”altro viaggio” (If, I, 91) di Dante attraverso i regni dell’aldilà ha inizio per merito di Beatrice che, mossa dall’amore, chiede all’anima del poeta latino Virgilio di soccorrere Dante che rischia la morte. Il personaggio femminile messo in scena dal poeta viene assimilato a un’intelligenza angelica, che conduce Dante verso la salvezza e ne consente il “transumanar”, ovvero il superamento della condizione umana: lo sguardo di Beatrice, in cui si riflette la divina luce solare, dà l’avvio all’ascesa paradisiaca di Dante, che giunge nella gloria celeste tramite gli occhi della sua amata. Nell’”alto triunfo del regno verace” (Pd, XXX, 98), cioè l’Empireo, Dante ottiene la grazia della visio Dei finale, che rappresenta il culmine della sua esperienza oltremondana.

Mentre Dante raggiunge il cielo dei beati per mezzo della sua “altezza d’ingegno” (If, X, 59), ovvero il processo di elevazione spirituale dell’anima, e giunto al culmine “ficca lo viso per la luce etterna” – volge lo sguardo al Sommo Bene – (Pd, XXXIII, 83), Petrarca, nell’ultimo componimento del Canzoniere dedicato alla Vergine Maria, piega le “ginocchia della mente” e attende di essere salvato dalla Grazia. Il suo più grave peccato, quel “giovanil errore”, consiste nell’aver dedicato i suoi versi a una donna e non a Dio: il vano amore per Laura è stato oggetto di derisione e allo stesso tempo ha fatto comprendere al poeta l’importanza della consacrazione della vita a Dio. L’amore per la donna lascia il posto alla devozione per la Vergine, che rappresenta il nuovo modello di femminilità incarnato da Laura. Rifiutando in vita l’amore di Petrarca, Laura conduce il poeta in paradiso, aprendo le speranze a una nuova possibilità di incontro con Petrarca, e diviene l’artefice di un processo di purificazione che indica al poeta la strada della conversione e del pentimento. Come Beatrice, dopo la morte, rivive in Laura nella sua personalità di Donna, Laura assume la connotazione di Beatrice indirizzando Petrarca verso la “retta via”.

 

Fonti
Metafora e storia. Studi su Dante e Petrarca – Raimondi; 2008
La letteratura italiana. Dalle origini al Cinquecento – Raimondi; 2017
Storia della letteratura italiana – De Sanctis; 2015
Letteratura italiana delle origini – Gianfranco Contini; 2013
Itinerari nella letteratura Italiana – Bonazzi, Campana, Giunta, Maldina; 2018
La letteratura come dialogo - Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; 2012
Le due voci d’Europa “per Laura o Beatrice?” – Raimondi, Mazzotta, Rondoni; 2004;
Bibliomanie.it: Per Laura o per Beatrice? Le due voci d'Europa


larario Pompei Regio V

Un maestoso larario riemerge tra i lapilli della Regio V a Pompei

Alle nuove scoperte non ci si abitua mai e da quando il cantiere della Regio V ha preso avvio, Pompei ci regala sempre qualche tassello in più della sua storia. Ad emergere questa volta, dopo secoli, è un ricco larario in un ambiente ancora in corso di scavo in una casa già indagata ad inizio Novecento.

larario Pompei Regio VPer confronti, il larario sicuramente risulta essere uno dei più belli fino ad ora visti nella città vesuviana, se non per i temi abbastanza classici, per l'eleganza e la raffinatezza delle pitture. Al centro di una parete con natura lussureggiante si trova l'edicola sacra con la raffigurazione del Lari, dei protettori della domus e, al di sotto, due grandi serpenti agatodemoni, portatori di prosperità e di buon auspicio.

larario Pompei Regio VLo spettatore antico e moderno trova davanti a se un continuo gioco tra illusione e realtà, tra natura dipinta e rigoglio vegetale, che doveva trovare un richiamo nella presenza di un'aiuola sottostante il larario con un pavone dipinto che sembra calpestare il giardino paradisiaco.

larario Pompei Regio V

Un altro parallelismo tra gioco illusionistico e realtà è creato dalla presenza di un'arula fittizia dipinta con uova e pigna e un'arula vera in pietra ritrovata nel giardinetto e sulla quale vi sono tracce di bruciato di quelle offerte che gli abitanti della casa avevano dedicato agli dei protettori, garanti di prosperità e benessere.

larario Pompei Regio VSulla parete opposta, invece, vi è raffigurata una scena di caccia su fondo rosso con un bestiario molto vario dove spiccano animali di colore chiaro che circondano un cinghiale nero, quasi un'allusione allo scontro tra bene e male.

larario Pompei Regio VSicuramente la destinazione dell'ambiente è di tipo cultuale, anche se ancora da definire sono gli spazi, considerata anche la presenza di elementi insoliti come la vasca bordata dal giardinetto, posta al centro dell'ambiente e lo spazio soppalcato ancora da scavare.

larario Pompei Regio V

Questi straordinari ritrovamenti che continuano a regalare grandi emozioni, rientrano nel più vasto intervento di manutenzione, quello della messa in sicurezza dei  fronti di scavo – dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna - che sta interessando i circa 3 km di fronti  che delimitano l’ area non scavata di Pompei. Un intervento fondamentale in una delle aree più  a rischio del sito, mai prima trattata complessivamente e che oggi grazie all’operazione di riprofilamento dei fronti, che ha lo scopo di ridurre la pressione del terreno sulle aree già scavate, ci sta anche consentendo di portare alla luce ambienti intatti con splendide decorazioni.”

larario Pompei Regio VFoto dall'Ufficio Stampa Parco Archeologico di Pompei - presso Antiquarium Boscoreale, per gentile concessione di Ciro Fusco

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