Lisette Model Horst P. Horst

Gli sguardi di Lisette Model e Horst P. Horst in mostra a Camera

Gli sguardi di Lisette Model e Horst P. Horst in mostra a Camera

Sguardi profondamente diversi: uno per mostrare il grottesco della commedia umana, l’altro per celebrare la bellezza femminile. Con queste prerogative Camera, Centro Italiano per la fotografia, a Torino inaugura la stagione delle mostre con una doppia personale dedicata a due dei più importanti fotografi del XX secolo, Lisette Model e Horst P. Horst. Punto di riferimento per le generazioni future, la loro formazione è iniziata per entrambi a Parigi negli anni ‘30 ed entrambi osservano l’uomo e la donna e li fotografano, ma con un ritratto opposto. Un percorso che ci porta ad chiedere a noi stessi con quale occhio vediamo il mondo, se più critico e sarcastico a volte pungente come quello di Lisette, oppure glamour e di perfezione come quello di Horst. Un gioco di opposti, uomo-donna, street photography-fotografia di moda, grottesco-eleganza, povertà-ricchezza, che ci permette di addentrare nello sguardo fotografico di una donna e di un uomo, maestri indiscussi della fotografia del Novecento. 

La prima artista che incontriamo è Lisette Model (1901-1983), di origine viennese, la quale inizia la sua carriera come musicista sotto la guida di Arnold Schoenberg, per poi abbandonarla nel momento in cui si trasferisce a Parigi e grazie alla sorella Olga si avvicina allo sviluppo e alla stampa fotografica. Ella affronta la società del suo tempo con quello sguardo documentario ancora acerbo che si rivelerà rivoluzionario solo nel momento newyorkese. La parentesi americana si apre a partire del 1934 quando, durante una vacanza a Nizza, Lisette ritrae la ricca borghesia francese in villeggiatura che non ha nulla da fare se non godere della vista e crogiolarsi nella propria noia. Il sole nizzardo illumina tali figure trasformandole in un grottesco gruppo umano, fatto di obesità e rughe di coloro che non si devono guadagnare da vivere.

Lisette Model, Promenade des Anglais, Nice, c. 1934-1937. © 2021 Estate of Lisette Model Courtesy Galerie Baudoin Lebon, Paris Keitelman Gallery, Brussels mc2 Gallery, Milano/Montenegro

Tali fotografie della Promenade des Anglais vengono pubblicate prima su “Regards” e poi sull’americana “PM’s Weekly”, introducendola così al mondo americano.

Nel 1939 arriva a New York con il marito Evsa Model e ne rimane folgorata. Le luci, le vetrine, la frenesia della città che non dorme mai la fa innamorare di cose e di una multitudine umana che tra le vetrine del commercio si fondono. Nasce così la serie Reflectionaccompagnata tuttavia da alcuni scatti che ricordano la Lisette parigina che si addentra tra le vie meno scintillanti del Lower East Side o tra la frenesia immobile della LightHouse for the Blind.

Lisette Model Horst P. Horst
Lisette Model, Reflections, 5th Avenue, New York, c.1939-1945. © 2021 Estate of Lisette Model Courtesy Galerie Baudoin Lebon, Paris Keitelman Gallery, Brussels mc2 Gallery, Milano/Montenegro

Le sue fotografie ormai hanno raggiunto la piena maturità: i tagli sempre più ravvicinati, i chiaroscuri esasperano le pose e le imperfezioni. Lo sguardo sarcastico e irriverente di chi ritirare un mondo grottesco si trasforma in una abilità di scatto che rifiuta l’ideale classico di bellezza per raccontare la vita Americana in tutti i suoi contrasti. Tra gli scatti più sociologici della sua produzione sono da annoverare quelli realizzati tra la metà degli anni quaranta e inizio cinquanta dedicati a diverse tipologie di spettacoli e spettatori: la noia dell’attesa, la tensione prima delle corse ippiche al Belmont Park si trasformano nell’ipnotismo del pubblico bagnato dalla pioggia al Newport Jazz Festival. La vicinanza alla musica dal vivo e agli spettacoli inizia a partire dagli anni quaranta su incarico di “Harper’s Bazar”, fotografando l’atmosfera ovattata e densa di luce soffusa e di sonorità jazz, accompagnate dalla espressività gestuale dei ballerini e dei travestiti dei night club “per poveri” come Summy’s, Nick’s, Gallagher’s.

Lisette Model Horst P. Horst
Lisette Model, Louis Armstrong, c.1948-1949. © 2021 Estate of Lisette Model Courtesy Galerie Baudoin Lebon, Paris Keitelman Gallery, Brussels mc2 Gallery, Milano/Montenegro

Dal 1951 Lisette inizia il suo insegnamento alla New School for Social Research lasciando un segno indelebile nella storia della fotografia del Novecento formando generazioni successive di fotografi come Larry Fink, erede delle riflessioni e della musica jazz e Diane Arbus seguace dello sguardo critico e socialmente impegnato di Lisette.

Horst P. Horst, Salvador Dalì, 1943, Courtesy Horst Estate. © Horst Estate / Condè Nast

Dall’anti-glamour di Lisette Model al glamour di Horst P. Horst. Il secondo fotografo che incontriamo nel percorso espositivo è Horst P. Horst, all’anagrafe Horst Paul Albert Bohrmann (1906-1999). Formatosi ad Amburgo con i maestri del Bauhaus, alla fine degli anni Venti si trasferisce a Parigi e diventa assistente di Le Corbusier. Stimolato tuttavia dalla vita culturale e mondana parigina si avvicina a George Hoyningen-Huene che lo introduce ai segreti della fotografia e lo avvicina alla rivista “Vogue Paris”. Inizia così la lunga collaborazione che Horst avrà con la rivista di moda e costume sia americana che francese. Il mondo della moda dal giornale, alle modelle, alle maisons diventano per Horst il laboratorio di sperimentazione fotografica dove unire il classicismo greco all’avanguardia surrealista, l’illuminazione teatrale ai ritratti dei luoghi e delle persone del milieu contemporaneo. I ritratti di Dalì, Luchino Visconti, Gertrude Stein appaiono dietro le sete, i rasi, i brillanti indossati da Lisa Fonssagrieves e Helen Bennet.

Lisette Model Horst P. Horst
Horst P. Horst, Jewelry by Cartier, dress by Schiaparelli, modelled by Lud, 1935. Courtesy Horst Estate © Horst Estate / Condè Nast

Il “Goodness drapery” scopre la celebrazione del corpo femminile come in Odalisque (1943), mai provocatorio ma immagine di perfezione naturale che trasforma la pelle femminile in un levigato marmo panneggiato. L’uso del bianco e nero di questa prima produzione (1930-1950) si colora nel raccontare la trasformazione delle tendenze e dei gusti che attraversano la società tra il 1940 e il 1980.

Horst P. Horst, American Vogue, 15 May, 1941. Collezione Carnà, Milano. Courtesy Paci contemporary gallery
© Horst Estate / Condè Nast

È in questi anni che assieme a Diana Vreeland di “Vogue America”, nel 1963, Horst ritorna alle origini della sua formazione di designer e architetto, fotografando gli interni domestici delle icone di stile dell’epoca.

Lisette Model Horst P. Horst
Horst P. Horst, Marella Agnelli, 1967. Courtesy Horst Estate © Horst Estate / Condè Nast

La dimensione quotidiana di queste immagini, immerse nell’eleganza e nello stile delle dimore e dei giardini, trasmettono la personalità di Cy Twombly a Roma o di Marella Agnelli a Villar Perosa, facendo dello sguardo un indagine sociologica di élite. Gli ultimi lavori degli anni ottanta sanciscono un ritorno al bianco e nero per la pubblicità dell’azienda calzaturiera Round the Clock dove le gambe delle modelle anonime diventano la tela per le fantasie dei tessuti in un tutt’uno plastico di scarpe, abito e corpo femminile che ritorna anche nei provini per Chanel. 

Due artisti pertanto, profondamente diversi l’uno dall’altro ma che entrambi hanno dovuto affrontare una vita che li ha portati ad allontanarsi dall’Europa per reinventarsi negli Stati Uniti, vincendo le sfide che a loro si presentavano davanti, sempre però raccontando attraverso la macchina fotografica gli uomini e le donne a loro contemporanei, imponendosi come maestri indiscussi della fotografia del Novecento. Camera Torino propone questi due fotografi, in mostra fino al 4 luglio,  rendendoli protagonisti di una ripartenza dopo l’esperienza drammatica della pandemia e nella speranza di guardare al futuro con un occhio propositivo. 

Per maggiori informazioni sulla doppia personale di Camera dedicata a Lisette Model e Horst P. Horst:

Lisette Model. Street Life
28 aprile - 4 luglio 2021
http://camera.to/mostre/camera-doppia-lisette-model/

Horst P. Horst. Style and Glamour
28 aprile - 4 luglio 2021
http://camera.to/mostre/camera-doppia-horst-p-horst/


Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione

IL CORPUS JUVARRIANUM PER LA PRIMA VOLTA OFFERTO AL GRANDE PUBBLICO ATTRAVERSO UNA MOSTRA E UNA NOTEVOLE PUBBLICAZIONE

Il 1720 ha rappresentato per la città di Torino un anno di storici e cruciali avvenimenti, dall’annessione ai possedimenti dei Savoia del Regno di Sardegna alla fondazione, in seguito all’editto regio del 25 ottobre, della Biblioteca universitaria dell’Ateneo Torinese, che la stessa Biblioteca Nazionale, a trecento anni di distanza, ha voluto ricordare attraverso uno speciale omaggio al “regista di corti e capitali” Filippo Juvarra.

Per la prima volta viene, infatti, esposto al grande pubblico, al piano interrato dell’edificio di piazza Carlo Alberto, nella sala mostre per l’occasione intitolata al grande architetto messinese, il cosiddetto Corpus Juvarrianum, il più importante e cospicuo fondo di manoscritti, stampe e disegni a lui appartenuto e acquisito dalla Biblioteca tra il 1762 e 1763.

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Nato e cresciuto a Messina, Filippo Juvarra cominciò il proprio percorso di formazione attraverso l’intenso studio del Vignola e l’attività presso la bottega del padre argentiere e, intrapresa la carriera religiosa, si trasferì a Roma dove ebbe modo di interiorizzare il linguaggio della classicità con la pratica dell’indiscusso e fondamentale strumento di lavoro che Carlo Fontana gli consigliò, il disegno.

Non mancarono negli anni le occasioni di dimostrare il proprio talento e il proprio originale estro artistico, elementi che divennero ben presto le chiavi del suo successo internazionale: dai primi incarichi nella città eterna al soggiorno lucchese, dai numerosi interventi nella città sabauda, per volere del re Vittorio Amedeo II, ai viaggi a Lisbona, Parigi, Londra, fino all’ultima chiamata a Madrid dove morì nel 1736.

https://youtube.com/playlist?list=PLPebULDXW6aMaWSHbXLBNd3rXsYH-1uyw

Ed è partendo dalle sue vedute di paesaggi, dalle fantasie architettoniche, dai prospetti, dagli schizzi, o meglio dai "pensieri",  così come egli amava definirli, da lui utilizzati nel corso della sua intera carriera artistica come mezzo di comunicazione di idee e di competenze, che ha saputo mostrarsi non solo un geniale architetto ma un vero artista “a tutto tondo”.

Imponente e quasi impossibile sarebbe l’impresa, avviata da Vittorio Viale già nel 1971, di riuscire a ricostituire l’enorme completo Corpus Juvarrianum, ovvero tutta l’eredità lasciataci dal grande architetto, per mole di materiale e per la dispersione che questa ha avuto nel mondo, ma di certo un grande passo in avanti è stato fatto attraverso il lungo e laborioso lavoro svolto su quanto la Biblioteca Nazionale e Torino, in generale, conserva di questo importante patrimonio.

La mostra, visitabile gratuitamente previa prenotazione fino al 31 maggio (non appena il Piemonte tornerà in zona gialla) è stata curata da Maria Vittoria Cattaneo, Chiara Devoti, Elena Gianasso, Gustavo Mola di Nomaglio, Franca Porticelli, Costanza Roggero e Fabio Uliana, con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, della CRT-Cassa di Risparmio Torinese, di Reale Mutua Assicurazioni, in sinergia con il Dipartimento Interateneo di Scienze, progetto e politiche del territorio, la Scuola di Specializzazione in beni architettonici e del paesaggio e il Politecnico di Torino, oltre che al patrocinio della Regione Piemonte e del Comune di Torino.

Tre sono i principali filoni nei quali si dipana il percorso espositivo, ciascuno dei quali suddiviso in differenti sottosezioni. Il primo, dedicato agli studi eseguiti negli anni di formazione a Messina e a Roma, fino agli interventi da Primo Architetto civile di Sua Maestà, mostra alcuni tra i più celebre ed importanti progetti per edifici religiosi e laici realizzati nella capitale torinese, come la basilica di carattere votivo e funerario di Superga, l’ormai distrutta Chiesa di Sant’Andrea di Chieri e la straordinaria Palazzina di Caccia di Stupinigi mentre, in uno dei due prestiti ricevuti per l’occasione, ovvero il progetto esecutivo per la rettifica della contrada e della piazza di Porta Palazzo, firmato in tutte le sue parti dallo stesso Juvarra, emerge la sua abilità di urbanista della corte reale.

A questi primi esempi vengono affiancati gli album contenti le testimonianze dell’attività di Juvarra come insegnante, già iniziata presso l’Accademia di San Luca di Roma: una serie di esercizi proposti dal maestro che gli allievi erano chiamati a completare per allenarsi ad acquerellare e “far di pianta”, così come ci mostrano gli esiti di uno dei suoi più talentuosi pupilli, Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano.

E ancora una piccola ma singolare sezione dedicata alle targhe e agli stemmi araldici romani, soggetto a lungo sperimentato e studiato da Juvarra tanto da andare a costituire, nel 1711, una vera e propria pubblicazione e che restituisce al pubblico di ogni livello il suo interesse inusuale, e forse poco conosciuto, nei confronti degli elementi decorativi, che dovevano sapientemente dialogare con le strutture architettoniche da lui ideate.

Corpus Juvarrianum
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

Al secondo filone è, invece, affidato il compito di ripercorrere l’attività del Cavalier Juvarra come scenografo, in particolare negli anni romani tra il 1709 e il 1714, con la cruciale esperienza a servizio del Cardinal Ottoboni e dei successivi incarichi. L’approccio con il mondo del teatro gli permise di concepire e saggiare non solo il rapporto tra natura e finzione, visione ed evocazione, ma anche la definizione di sontuosi spazi ariosi continuamente percorribili dallo sguardo. Lo testimoniano molte delle prospettive angolari e dei pensieri rappresentanti vasti saloni e cortili di carceri, realizzati in previsione della costruzione di maestosi apparati scenografici ed inseriti nell’album della Riserva 59.4, un unicum nell’intero corpus dei 18 volumi, poiché creato dallo stesso Juvarra smontando e ricomponendo un personale taccuino di disegni redatto nel 1707 e corredato di numerose didascalie.

Sono stati scelti, a titolo esemplificativo di questo suo importante impegno, i documenti che attestano i lavori eseguiti in occasione dei festeggiamenti, nel 1722, del matrimonio tra Carlo Emanuele e Anna Cristina Ludovica, e della messa in scena dell’opera de il Ricimero, cui segue l’esposizione dello spartito autografo di Antonio Vivaldi dell’Orlando finto pazzo, altro importante tesoro della Biblioteca Nazionale, allo scopo di mettere in relazione due tra i più preziosi e importanti beni conservati dalla biblioteca e rendere conto della fortuna che l’arte del melodramma ebbe a Torino.

La terza e ultima sezione è incentrata sul decennale legame storico-politico tra Sicilia, Piemonte ed Europa, proseguito anche oltre la sostituzione della Sicilia con la Sardegna (1720) fino al 1861, che hanno permesso non solo a Juvarra ma ad un vasto numero di letterati e artisti di approdare in quello che, sempre più velocemente, si stava trasformando in un polo culturale d’eccellenza, e di cui i volumi presentati, in parte di proprietà della Nazionale, in parte di biblioteche private, ne sono la prova.

Il percorso espositivo è inoltre arricchito di un ottimo apparato multimediale, voluto e curato da Tomaso Cravarezza, che consente ai visitatori di sfogliare virtualmente gli album di disegni esposti nelle teche e di apprezzarli nella loro interezza, avendo così modo di costruire un personale “itinerario” tra il Corpus Juvarrianum, alla luce delle proprie conoscenze e curiosità.

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

 

Un vasto e complesso progetto, questo, nato nel dicembre 2019 che ha dovuto affrontare il difficile ostacolo della pandemia, tanto da rendere le operazioni di organizzazione talvolta travagliate e da spingere i suoi stessi curatori, nel corso del tragico anno per il mondo dell’arte e della cultura, il 2020, a dubitare della buona riuscita dell’evento. Ma la speranza più grande è stata da loro riposta nella corposa pubblicazione che avrebbe corredato la mostra del 2021 e che il COVID-19 non avrebbe certamente potuto fermare.

Un grande e originale contributo alla vasta letteratura su Filippo Juvarra, a cura di Franca Porticelli, Costanza Roggero, Chiara Devoti e Gustavo Mola di Nomaglio ed edito dal Centro Studi Piemontesi, che ospita, per la prima volta, l’inventario aggiornato dell’intero corpus (soggetto, datazione, tecnica e bibliografia per ciascun disegno) ed una serie di saggi volti a restituire un inquadramento storico, artistico e culturale della produzione juvarriana.

Il ricavato della vendita verrà impiegato per il finanziamento del restauro del manoscritto Dante Alighieri, Inferno, sec XVI, in occasione dell’anniversario dantesco, ulteriore modo per celebrare l’importante ricorrenza della biblioteca, oltre alla possibilità di poter visitare lo spazio allestito, a fianco della sala mostre, con l’antico laboratorio di restauro del libro inaugurato a seguito del devastante incendio del 1904.

Un’occasione, dunque, di presentare, al grande pubblico e ai più esperti in materia, l’eccezionalità di questo patrimonio librario, offerto nella sua compiutezza e corredato da un ampio apparato critico, a testimonianza della genialità e della grandezza di quel Primo Architetto Civile di Sua Maestà che, a distanza di trecento anni, sa ancora stupire e appassionare.

La playlist coi video della mostra è al seguente link: https://youtube.com/playlist?list=PLPebULDXW6aMaWSHbXLBNd3rXsYH-1uyw

Tutte le foto sono state fornite dall'ufficio stampa della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.


Rigoletto, scacco al re al Teatro Nuovo di Spoleto

“Necessariamente l’orchestra doveva essere in scena, quindi vedendo che c’era una pedana quadrata, non volevo rinunciare a quella che è la missione del Lirico Sperimentale - ovvero trasformare i cantanti in interpreti - e così ho pensato a una partita a scacchi, anche perché Giuseppe Verdi giocava a scacchi, erano le sue pubbliche relazioni” nell’introdurre allo spettacolo la regista Maria Rosaria Omaggio non lascia adito a dubbi: il Rigoletto che vedremo rappresentato al Teatro Nuovo di Spoleto avrà una scacchiera.

Rigoletto scacchi
Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

 

E così è stato ieri sera, alla prima. Anche avere l’orchestra in scena e non in buca ha destato sorpresa e compiacimento, ma anche qualche difficoltà. “Le distanze sono gigantesche e questo crea dei problemi di assestamento e di ritardo del suono – mi aveva spiegato il direttore d’orchestra Marco Boemi – l’orchestra è sui due lati della scacchiera ed è geniale perché in questo modo tutto quello che nelle recite normali è un corrispettivo solo uditivo, qua vedo tutto il pensiero che c’è dietro”. Si riferisce, ad esempio, al flauto che da simbolo di purezza e candore nelle varie arie canta con Gilda (interpretata a rotazione nelle repliche da Zuzana Jeřábková, Vittoria Magnarello e Yulia Merkudinova), il clarinetto che canta con Rigoletto (il ruolo a rotazione di Luca Bruno, Luca Simonetti e Alan Starovoitov), o quando il violoncello, il contrabbasso e il corno inglese colorano la musica di note scure per dedicarsi alla vendetta, all’inganno e al dolore.

Il COVID-19 ha costretto il Teatro Lirico Sperimentale ad un nuovo allestimento, non più definito da Andrea Stanisci come era in principio ma affidato alla Omaggio che racconta il lavoro svolto con i ragazzi durante le prove, perché potessero sentirsi presenti a sé stessi: “Era molto difficile perché non avrebbero potuto appoggiarsi a un tavolo, non avrebbero potuto bere da un bicchiere vero, non avrebbero avuto una sedia dove sedersi, non avrebbero potuto toccarsi perché dovevano mantenere le distanze e quindi la gestualità diventava ancora più difficile, a cavallo di uno scacco, di un personaggio ma anche nelle relazioni fra loro”. Dopo le prime tre anteprime svoltesi in settimana però ensemble, interpreti e il coro diretto dal maestro Mauro Presazzi, sembrano aver acquisito scioltezza nei movimenti e padronanza del testo. Gli intermezzi di applausi parlano chiaro.

Ma l’idea degli scacchi è casuale? Chiedo, anche perché la partita che si gioca in scena con pedine viventi è reale ed è stata studiata appositamente dagli istruttori della Federazione Scacchistica Italiana. “Mio padre giocava molto bene a scacchi e anche mio fratello, quindi dedico a loro questa idea - risponde la Omaggio con un sorriso, poi riprende – Verdi non era un grande scacchista, ma veniva accolto molto volentieri soprattutto nel salotto della contessa Maffei a Milano”. La passione che il compositore nutriva per gli scacchi sembrerebbe provata in un articolo francese datato 1855 nel quale la polizia aveva redatto un verbale per aver trovato ubriaco nel Café de la Regence di Parigi Alfred De Musset caduto in terra per eccesso d’assenzio “mentre giocava a scacchi con un italiano, tale Giuseppe Verdi”. Passione che sembra dal gioco aver trasposto anche ne La donna è mobile perché, come precisa la regista “la regina degli scacchi può andare in ogni direzione e quindi la donna è mobile in tutti i sensi”.

Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

Una capacità di astuzia che tuttavia non le porterà fortuna: l’amore ingenuo che Gilda prova per il Duca (a rotazione con Nicola Di Filippo, Pablo Karaman e Giacomo Leone) subirà la provocazione di Maddalena (Dyana Bovolo, Silvia Alice Gianolla, Magdalena Urbanowicz) e l’inganno di un sicario (Giordano Farina, Ferruccio Finetti) prima di cedere al padre l’ironia e al sé stesso giullare grezzo la disperazione.

Rigoletto scacchi
Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

Non solo la partitura ma anche il libretto di Francesco Maria Piave rendono l’opera complessa, a tal punto da dover fare un passo indietro, uno studio interiore sul personaggio e sulla parola. Durante le prove Boemi parla ai ragazzi e per spiegare il concetto porta l’esempio del baritono spagnolo Carlos Álvarez, oggi uno dei Rigoletto di riferimento. “Quando aveva 27 anni il maestro Muti gli chiese di cantare Rigoletto alla Scala e lui gli disse maestro io non lo posso fare: innanzi tutto sono troppo giovane, ma non è tanto il fatto vocale, non posso capire a fondo la psicologia di Rigoletto il personaggio perché non ho figli e perché il concetto del dolore, della sofferenza che ho io non è quello che può avere un padre ultra quarantenne”.

Ma insomma, Verdi cosa ne penserebbe? “Sarebbe contento perché era una persona con delle idee e convinzioni molto radicate, con una sua etica assoluta, ma era molto aperto alle novità sia musicali che sceniche – risponde senza mezzi termini Boemi - La cosa che qui viene fuori è un rispetto pressoché assoluto di tutto quello che lui ha scritto, ma anche in termini di scene lo sarebbe perché sulla scacchiera ogni personaggio è quello che deve essere”.

Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

Potrete constatarlo voi stessi nelle repliche di questa sera 19 Settembre, sempre al Teatro Nuovo, alle ore 20.30 e domenica 20 Settembre alle ore 17.

Rigoletto scacchi

Tutte le foto sono di Valentina Tatti Tonni.

Rigoletto scacchi


Spoleto Serva Padrona Pericca Varrone

Stagione Lirica Sperimentale a Spoleto, una tela per servi e padroni

Dubito ergo sum, è da una tela immaginaria che comincia il racconto del maestro Pierfrancesco Borrelli, incontrato a Spoleto durante la settantaquattresima edizione della Stagione Lirica Sperimentale. Insieme al regista e scenografo Andrea Stanisci, per la seconda volta sullo stesso palco, stanno preparando gli Intermezzi del Settecento nelle opere di Pericca e Varrone di Alessandro Scarlatti e de La Serva Padrona di Giovan Battista Pergolesi su libretto di Gennaro Antonio Federico.

 

Spoleto, Pericca e Varrone

“Penso che eseguire questo tipo di repertorio è un fatto molto stimolante perché è un grande lavoro di ricerca e nessuno può pensare di avere la verità assoluta” continua Borrelli che corrisponde a Stanisci lo stesso grado di umiltà e rispetto che anch’egli terrà a sottolineare. “Lui interviene in scena ma non prevarica mai, abbiamo lavorato bene anche per la sua disponibilità; ci capiamo” dirà lo scenografo riferendosi al direttore. Disponibilità e serenità che ha favorito le prove, brevi e rese difficili dalle disposizioni anti-COVID-19. “Mi hanno affidato l’incarico prima che scoppiasse la pandemia, per cui avevo pensato a una messa in scena in cui i due spettacoli, essendo la stessa sera, sarebbero comunque entrati in relazione in qualche modo – mi ha spiegato Stanisci - Con la pandemia è cambiato tutto e ho dovuto cambiare tutto perché principalmente c’è il fatto delle distanze tra gli interpreti, ci sono state difficoltà di allestimento perché avevo previsto cambi di scena in Pericca e cambi di costume ma non ci potevano essere assembramenti in quinta”.

Spoleto, Pericca e Varrone. Dyana Bovolo e Alfred Ciavarella

La necessità trasformata in virtù di fatto non sembra esser dispiaciuto il pubblico che ieri, nella serata della prima, non ha disdegnato qualche risolino di gusto. I due atti unici, l’uno interpretato da Dyana Bovolo e Alfred Ciavarelli (con Diletta Masetti ed Enrico Toschi come due mimi attori) e l’altro di Pergolesi da Zuzana Jeřábková e Tosca Rousseau alternate, Luca Simonetti e di nuovo Enrico Toschi, hanno permesso variazioni minime nel testo e di lavorare al distanziamento in modo diverso grazie alle gag e ai recitativi.

Spoleto Serva Padrona
Spoleto, La Serva Padrona. Zuzana Jeřábková e Tosca Rousseau alternate con Luca Simonetti

“Quando ci si approccia a La Serva Padrona il primo problema è capire quale testo prendere come riferimento, perché in giro non ci sono manoscritti autografi di Pergolesi ma solamente copie”. Per immergersi nella musica strumentale Borrelli riprende in mano quella tela immaginaria e come fa sulla scena con il suo quintetto d’archi e la cembalista Livia Guarino necessaria per il basso continuo, dirige la partitura con il gesto.

Dopo essere stata rappresentata per la prima volta nel 1733 come intermezzo del Prigionier Superbo, fu eseguita di nuovo solo due anni dopo a Roma con un finale diverso:  “Anziché utilizzare il duetto originario, si è usato il duetto finale del Flaminio (1735) che era un’altra opera di Pergolesi, perché il duetto originario era ritenuto, diciamo, un po' brevino mentre quest’altro era più articolato, più lungo ed era stato molto gradito dal pubblico”.

Spoleto Serva Padrona
Spoleto, La Serva Padrona. Serpina

Problematica non da poco se sommata al successo che ha sempre ricevuto. “A Venezia durante il carnevale è stata rappresentato tantissime volt, ma addirittura negli anni Quaranta del Settecento è stato eseguito in Francia e in Inghilterra. Una delle esecuzioni più famose è proprio quella del 1752 che a Parigi ha creato la querelle de bouffons” tratteggia il direttore. In quegli anni, intellettuali francesi come Rousseau avevano capito che l’opera buffa avrebbe portato un cambiamento nel modo di vedere e di concepire il teatro borghese. “Pretesti teatrali contro personaggi veri” per dirla con Stanisci.

Sì, Pergolesi segnò una linea di demarcazione tra la musica barocca a cui era ancora evidentemente legato Scarlatti – evidente nella musica spezzata e nel libretto con il susseguirsi di recitativi, duetti e arie – e il concetto di modernità a cui, anche in soli ventisei anni e con gli insegnamenti della scuola napoletana, riuscì a superare. Esempio fra tutti lo Stabat Mater: “Per quanto riguarda la musica sacra,

Alessandro Scarlatti era considerato all’epoca uno dei più grandi compositori e quindi a Napoli venivano rappresentate in occasioni religiose le sue opere. Un classico che veniva rappresentato nel periodo pasquale era lo Stabat Mater, il più famoso era proprio quello di Scarlatti e per dieci anni fu sempre rappresentato – incuriosisce Borrelli - Quando nel 1736 Pergolesi scrisse il suo Stabat Mater fu preferito a quello di Scarlatti perché venne considerato più moderno, di uno stile ormai nuovo rispetto a quello di Scarlatti che era datato e che musicalmente era considerato obsoleto”.

Spoleto Serva Padrona Pericca e Varrone
Spoleto, Pericca e Varrone. Dyana Bovolo

Ma torniamo agli Intermezzi “inusuali” andati in scena a Spoleto, con repliche al Teatro Caio Melisso questa sera, 12 settembre alle ore 21, e domani alle ore 17 quando Serpina diventerà padrona lasciandosi dietro i due servetti buffi (Pericca e Varrone) che, con i costumi di Clelia De Angelis e le luci di Eva Bruno, avranno alzato il sipario. Per non disperderli nei secoli e in platea si noterà il ponte musicale, il distanziamento e il riscatto sociale.

Spoleto Serva Padrona Pericca e Varrone
Spoleto, Pericca e Varrone

Prima dell’avvento dell’editoria l’unico modo per diffondere la musica era copiarla: si trovano allora molti manoscritti de La Serva Padrona e incerta è la paternità di molte altre opere. “Quella a cui io ho fatto più riferimento è una copia manoscritta della metà del Settecento che si trova nella biblioteca del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, anche se lì non è completamente affidabile perché è già una copia di metà del Settecento che inserisce, oltre all’organico originale, anche due oboi e due corni che in origine appunto non c’erano” svela sulla fonte Borrelli.

E tuttavia, infine, il pubblico si alza in piedi, applaude, grida gioia dai palchi. La gioia nel core dell’ultimo duetto che spegne la luce sul lampadario dismesso.

 

Spoleto Serva Padrona
Spoleto, Pericca e Varrone e La Serva Padrona: applausi finali; in primo piano Pierfrancesco Borrelli

 

Tutte le foto sono di Valentina Tatti Tonni

Spoleto, Pericca e Varrone e La Serva Padrona: applausi finali.

Quale mondo senza la Rosa?

Solitamente non recensisco narrativa, tanto meno di questo genere. Ma quando ho visto la lista delle nuove uscite della add Editore, qualcosa mi ha colpito nel titolo Il romanzo della rosa di Anna Peyron, non fosse altro per la suggestione indotta dalla passione che mia madre ripone nella botanica. La Peyron, “vivaista anomala” come lei stessa si definisce, scrive su La Stampa e su Gardenia e prima di dedicarsi alle piante lavorava in una galleria di arte contemporanea. “Puntata dopo puntata prendo sempre maggior confidenza con la scrittura e alterno argomenti e storie legate alle rose che possano incuriosire anche chi non ha un giardino. Neppure un solo vaso di rose sul balcone”, scrive sul finire del libro. E ancora: “Ho intrapreso un lavoro di cui non avevo alcuna esperienza, alcuna conoscenza diretta, di cui non mi era stato tramandato alcun sapere”.

Il romanzo della rosa di Anna Peyron. Foto di Valentina Tatti Tonni

È a Castagneto Po, in Piemonte, che nei primi anni Ottanta apre un vivaio di cacti, affascinata dalle forme geometriche e scultoree. “Ritrovo tante analogie con il mondo dell’arte: le piante stanno ai lavori degli artisti come i giardini alle collezioni e gli arboreti stanno ai musei come gli orti botanici alle gallerie”, scrive dopo che il fiore ha svelato le sue storie al lettore. Poi, nel 1984, in visita al Chelsea Flower Show di Londra si imbatte in uno stand che riproduce un giardino elisabettiano “dove tra vasi di garofonini e gigli si mescolano seducenti rose alba, galliche e damascene. (…) Non avevo mai visto nulla del genere in Italia. – spiega – Subito accarezzo il sogno di dedicarmi alla coltivazione di quelle rose”.

Peyron inizia così un viaggio secolare, insieme a quello intrecciato di Marie-Josèphe Rose Tascher de La Pagerie che dalla Martinica dove nasce nel 1763 diverrà a Parigi imperatrice dei francesi accanto a Napoleone. È la storia di Giuseppina (nome italianizzato di Joséphine come la chiamava Bonaparte), del giardino Malmaison dove verranno sparse infine le sue ceneri e delle rose, che tutti i grandi signori dell’epoca per i propri parchi prenderanno ad esempio. Ci viene mostrato un Napoleone che sebbene impegnato nelle campagne militari è unito a Giuseppina con amore della floricoltura, con lei fa in modo che Malmaison diventi un vero parco in cui le rose possano essere distribuite in libertà.

Foto di Albrecht Fietz

I capitoli narrano di luoghi e di protagonisti ed è così che si passa dalla Reggia di Caserta a San Pietroburgo, dall’Australia e dalla Cina fino alla Costa Azzurra con la ricerca del colore e del profumo. “È il periodo in cui grandi pittori scoprono la Riviera. – orienta l’autrice – Quando pensiamo a Claude Monet e al suo celebre giardino di Giverny, sono soprattutto lo stagno e le celebri ninfee che ci vengono alla mente. E se le ninfee hanno un ruolo centrale nella rappresentazione pittorica del giardino, è anche vero che ci sono moltissime rose a far bella mostra di sé trionfando in una miriade di colori e di forme”.

Sorprende il tentativo culturale di Peyron che, in poco più di duecento pagine, scava nella Storia, la restaura intensamente dei suoi significati e la restituisce al lettore in una chiave originale. L’autrice non vuole affatto esibire la Rosa, con la erre maiuscola, per sottolinearne il prestigio e la bellezza ormai quasi scontate, bensì ne vuole far conoscere le peculiarità sia ai rodofili che nel viaggio partono avvantaggiati sia al neofita che come me, sul balcone, non ha un solo vaso di rose.

il romanzo della rosa Anna Peyron
Anna Peyron, Il romanzo della rosa. Storie di un fiore, pubblicato da add editore (2020) con prefazione di Ernesto Ferrero e illustrazione di copertina di Gabriele Pino, pagg. 240, Euro 16

La selva degli impiccati Marcello Simoni

Il poeta-brigante e la reliquia diabolica: La selva degli impiccati di Marcello Simoni

Il poeta-brigante e la reliquia diabolica:

La selva degli impiccati di Marcello Simoni

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

La biografia di Marcello Simoni, puntualmente riportata nell'aletta in quarta di copertina, riserva diverse sorprese a chi non conosce questo scrittore. Innanzitutto, a dispetto della sua giovane età, egli può già vantare una cospicua carriera: il suo primo romanzo Il mercante di libri maledetti è infatti uscito nel 2011 per Newton-Compton; in soli nove anni Simoni ha prodotto circa trenta romanzi e un gran numero di racconti brevi e saggi.

La maggior parte dei titoli delle sue opere contiene riferimenti a libri proibiti e/o maledetti, ad abati e abbazie, reliquie e biblioteche: Simoni si è infatti specializzato nel filone dei thriller medievali che negli anni '80 venivano definiti, non senza un vago tono dispregiativo, i cloni della Rosa. Tuttavia è bene specificare che, lungi dal copiare pedissequamente l'opera di Umberto Eco, Marcello Simoni ha saputo proporre una personale visione del genere “giallo gotico” che gli ha consentito di ritagliarsi un posticino di tutto rispetto nel panorama editoriale italiano: il suo romanzo del 2019 Il lupo nell'abbazia è comparso nella prestigiosa collana dei Gialli Mondadori, mentre la trilogia avente come protagonista l'inquisitore Girolamo Svampa è stata pubblicata da Einaudi; per la stessa casa editrice è in libreria da qualche settimana La selva degli impiccati.

In questa sua ultima opera Simoni compie la difficile scelta di distaccarsi del tutto (o quasi) dalla sua comfort zone popolata di monaci sanguinari e manoscritti malefici; il protagonista è François Villon, poeta maledetto realmente vissuto nella Francia del XV secolo, al quale viene risparmiata la pena capitale in cambio di un patto scellerato: dovrà infatti collaborare con le autorità parigine per catturare Nicolas Dambourg, capitano dei briganti denominati coquillard, dei quali lo stesso Villon ha fatto parte; la faccenda è però resa complicata non solo dall'amicizia che lega il poeta a Dambourg, ma anche dalla scomoda presenza di una reliquia demoniaca, bramata e ricercata da una moltitudine di persone.

Xilografia che ritrarrebbe François Villon, realizzata da Pierre Levet per il Grand Testament de Maistre François Villon, Parigi, 1489. Immagine in pubblico dominio

Riassumere in poche frasi La selva degli impiccati non è semplice: molte sono infatti le trame secondarie collegate a quella principale, ciascuna delle quali coinvolge un gran numero di personaggi e le relative vicende; si tratta di un feuilleton con tutti i crismi, nel quale ciascun capitolo costituisce un nucleo narrativo a sé. In esso riecheggiano svariati generi, dal thriller all'horror al picaresco, in un amalgama tutto sommato compatto; la storia complessiva che ne emerge è avvincente e in grado di catturare l'attenzione del lettore: più che a Eco, Simoni sembra volersi ispirare a Victor Hugo, citato in esergo e nelle prime pagine del romanzo, dove si ha perfino una fugace visione della “Festa dei Folli” ampiamente descritta in Notre-Dame de Paris.

È però il tono avventuroso a permeare l'intero libro: il Villon dipinto dal Simoni è molto più simile al Conte di Montecristo di Dumas padre che a un Gwynplayne o a un Jean Valjean; mascalzone e scavezzacollo quanto basta, il poeta de La ballata degli impiccati non riesce affatto a essere un antieroe come il suo autore lo vorrebbe, e finisce per barattare il suo lato oscuro con una pittoresca, a tratti romantica umanità. L'influsso di Dumas è particolarmente evidente nella parte centrale del libro, ambientata in una foresta zeppa di briganti che ricorda da vicino la Sherwood descritta nel Robin Hood dumasiano.

François Villon, La ballade des pendus, J. Trepperel éditeur (Paris 1500) - Bibliothèque nationale de France - Gallica, immagine in pubblico dominio

Proprio le ambientazioni sono un punto di forza del libro: Simoni è particolarmente audace nel dare la sua visione di una Francia oscura e nebbiosa, nella quale corruzione e malvagità serpeggiano sotto una pelle di stretti vicoli e sordide osterie; molti sono i personaggi grotteschi, il cui fascino rischia tuttavia di far sfigurare quelli principali, eroi o antieroi che siano. La trama principale è portata avanti con disimpegno, in un continuo rovesciarsi di ruoli e situazioni che occasionalmente sfiora la genialità; il tutto condito da duelli e torture, impiccagioni e perfino quel pizzico di romance che il lettore si aspetta e che, puntualmente, gli viene dato in pasto. In sintesi, se la vicenda principale e il suo setting sono originali e ben confezionati, non lo sono tutti gli elementi di contorno, che rispondono fin troppo ai cliché del genere.

Non è questo, tuttavia, il vero problema della Selva, che soffre semmai di un ritmo non omogeneo: Il continuo alternarsi dei punti di vista causa infatti frequenti sfasamenti tra sezioni rapide e ricche d'azione e frangenti lunghi e tediosi nei quali vengono distillati i molti (non sempre necessari) spiegoni; è la prima metà del libro a risentire maggiormente di questo difetto, che porterà i lettori meno pazienti a saltare interi capitoli e a perdere frammenti indispensabili di questo mosaico; viceversa la parte finale risulta fin troppo veloce e ricca di eventi, tanto che a fine lettura si potrebbe avere la sensazione che non tutti i conti tornino come dovrebbero. Uno studio più attento dello schema narrativo avrebbe forse evitato questi scompensi.

Anche la caratterizzazione dei personaggi risulta in qualche modo discontinua: a molti di essi viene data una dignità eccessiva in relazione al loro ruolo nell'economia della storia, mentre altri, più affascinanti e meglio costruiti, spariscono del tutto nelle fasi più avanzate della vicenda. Simoni, inoltre, correda il romanzo di una lunga nota ex-post, nella quale spiega che gran parte dei personaggi citati è realmente esistita, ma manca una documentazione adeguata per ricostruirne la biografia: una vera e propria excusatio non petita per aver inventato di sana pianta le loro vicissitudini, espediente che sarebbe stato del tutto perdonabile anche senza questa spiegazione.

Occorre infine rimarcare un editing non sempre preciso, che glissa su evidenti errori di sintassi come il continuo utilizzo dell'avverbio affatto con funzione di negazione.

Queste pecche, è bene precisarlo, non compromettono la leggibilità de La selva degli impiccati, che di certo donerà agli appassionati del genere un'avventura di tutto rispetto, gustosa al punto giusto e ben congegnata, con una morale di fondo che, senza fare spoiler, risulterà sorprendentemente attuale.

La selva degli impiccati Marcello Simoni
La copertina del romanzo La selva degli impiccati di Marcello Simoni, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Big

Chapelle Expiatoire Rivoluzione Francese Catacombe ossario

Una necropoli post-rivoluzionaria nel cuore di Parigi?

Gli storici e gli appassionati dell'orrore sanno che a Parigi c'è un luogo dove riposano, mescolati alle tante persone comuni morte per le più svariate causa, le ossa (o meglio, quel che ne rimane) delle vittime del Terrore. Questo luogo sono le Catacombe di Parigi. Ma una nuova scoperta, annunciata dal direttore della Chapelle Expiatoire, Aymeric Peniguet de Stoutz,  mette in dubbio quella che pareva una certezza granitica: nel monumento sarebbe stato trovato un ossario risalente alla Rivoluzione Francese. Siamo di fronte alla possibilità di ritrovare i corpi di Robespierre e Danton?

Le Catacombe

Le Catacombe di Parigi. Foto di Michael Reeve, CC BY-SA 3.0

La creazione di questo enorme deposito di ossa è stato creato in circa un secolo, sfruttando una parte del reticolato sotterraneo di preesistenti miniere. Lo scopo di queste catacombe, che in realtà presero questo nome soltanto dopo il loro completamento, fu soprattutto quello di liberare il suolo del centro città dai resti dei cimiteri. Già poco prima della Rivoluzione, le idee illuministe sull'igiene avevano portato alla chiusura del cimitero dei Saints-Innocents nelle Halles. La traslazione dei resti (sia quelli identificati che non identificati) continuò poi durante la rivoluzione e l'età napoleonica. In età huysmaniana, quando il volto di Parigi piano piano prendeva l'aspetto attuale, ricominciò la traslazione dei resti anche dai cimiteri delle zone toccate dalla nuova pianificazione della città. Alcuni di questi cimiteri, come quello appena nominato, erano stati usati durante la Rivoluzione per seppellire i giustiziati del Terrore. Fino ad ora, dunque, si è sempre dato per scontato che i resti delle grandi personalità della Rivoluzione fossero finiti confusi con tutte le altre ossa nelle Catacombe di Parigi.

 

La Chapelle expiatoire

Chapelle Expiatoire Rivoluzione Francese Catacombe ossario
Chapelle Expiatoire. Foto di Annick314, CC BY-SA 3.0

Nel 1814 Louis XVIII acquistò il terreno del cimitero della parrocchia della Madeleine, situato a lato dell'attuale rue d'Anjou. Questo cimitero fu utilizzato per seppellire alcune delle vittime illustri della ghigliottina, fra i quali Louis XVI e Marie-Antoinette e infatti l'interesse principale di Louis XVIII era proprio quello di ritrovare le salme del fratello e della cognata per permettere la loro traslazione nella Basilica di Saint-Denis, la necropoli reale che ospita le spoglie di (quasi) tutti i reali di Francia. Su questo luogo fu fatta edificare una cappella votiva, dal simbolico nome di Chapelle Expiatoire, in onore non solo della coppia reale, ma anche di coloro che furono giustiziati per avere difeso la monarchia (compreso Philippe Egalitè,  duca d'Orléans e cugino del re, perdonato post-mortem). Si pensava che, per costruire l'edificio, una volta riesumate le salme reali,  fosse stato bonificato dagli altri resti, trasportandoli nelle Catacombe.

La scoperta

Chapelle Expiatoire. Foto di Annick314, CC BY-SA 3.0

Qualche giorno fa il direttore della Chapelle Expiatoire, Aymeric Peniguet de Stoutz, ha annunciato la scoperta di un ossario, contenente i resti di 500 persone ghigliottinate tra il 21 gennaio 1793 (data dell'esecuzione di Louis XVI) e il 27 luglio 1794/9 Termidoro II (esecuzione dei Robespierristi). L'annuncio è avvenuto dopo la conclusione di una serie di indagini iniziate nel 2018. Una serie di saggi effettuati dall'archeologo Philippe Charlier con una telecamera hanno permesso di individuare dietro una parete del colonnato, che, secondo la pianta dell'edificio, non avrebbe dovuto nascondere nulla, quattro ossari di legno e cuoio, contenenti resti umani. Il confronto con fonti d'archivio ha permesso di ipotizzare l'attribuzione e la datazione dei resti. La cappella, dunque, non sarebbe soltanto un monumento in memoria di Louis XVI e Marie-Antoinette, ma anche una vera e propria necropoli della Rivoluzione. Si tratterebbe, quindi, di attribuire un nuovo significato all'intero monumento.

 

Alla ricerca dei corpi perduti

L'annuncio ha avuto un effetto mediatico dirompente, anche perché riaccende una curiosità antica: quella di ritrovare i corpi della rivoluzione, per farne sia oggetto di studio che di culto laico. I tentativi di riesumazione eseguiti nell'Ottocento, proprio a cominciare dai corpi dei reali, sono sempre stati complessi e dai risultati incerti. Gli stessi rivoluzionari, infatti, ebbero cura di seppellire i corpi delle grandi personalità in modo che le spoglie non diventassero oggetto di commemorazione o di vilipendio, seppellendoli nella calce viva (misura igienica oltre che ideologica), spogliandogli di abiti ed oggetti personali che potessero renderli riconoscibili e disponendoli nella medesima posizione (con la testa tra le gambe). Il ritrovamento della salma stessa di Louis XVI suscitò molti dubbi ed è ancora materia incerta.

Oltre il clamore mediatico, è il caso di agire con cautela e non fare ipotesi troppo azzardate.

Non bisogna necessariamente pensare a una sorta di necropoli della rivoluzione, quanto a un'operazione dettata più dal bisogno: quei corpi potrebbero essere stati semplicemente rimossi dal terreno del cimitero sul quale sorge la cappella. Può darsi, dunque, che tra quelle ossa ci siano anche quelle di alcuni dei condannati (anche se il cimitero era già in attività prima della Rivoluzione).

La finestra temporale indicata da de Stoutz, infatti, sembra oltremodo larga,  poiché il cimitero fu dismesso nella primavera del 1794, prima delle epurazioni di Germinale.

Il Palazzo delle Tuileries attorno al 1860. Fu distrutto nel 1883, in considerazione degli ingenti danni dovuti all'incendio del 1871, relativi ai fatti della Comune di Parigi. Foto di ignoto in pubblico dominio

Sembra improbabile che Louis XVIII abbia voluto traslare dagli altri cimiteri usati durante il Terrore (in particolare il cimitero degli Errancis, attuale rue Monceau, utilizzato tra la primavera e l'estate del 1794) i corpi dei regicidi per seppellirne le ossa proprio in un monumento dedicato alla coppia reale giustiziata; mentre quei resti, mescolati insieme ai morti comuni e ai morti dell'assalto alle Tuileries del 10 agosto 1792 (per esempio gli Svizzeri che difendevano il palazzo e che furono massacrati dalla folla), potrebbero appartenere, almeno nell'intenzione di chi la costruì, i giustiziati per le loro idee monarchiche o per aver in passato collaborato con la monarchia costituzionale, dai Girondini a Madame du Barry, passando per la celebre femminista Olympe de Gouges.

Speriamo che le nuove indagini, che dovrebbero essere svolte l'anno prossimo, riescano a fare chiarezza.

 


La Rivoluzione delle donne giacobine: le Nocturnales di Beatrice Da Vela

Il notturlabio è uno strumento che serve per la misurazione degli astri, un corrispettivo dell'astrolabio.

Dal notturlabio Beatrice Da Vela prende il titolo per il suo Nocturnales (Triskell Edizioni), la storia di quattro donne giacobine rimaste a portare avanti la memoria della rivoluzione terminata nel Termidoro 1794, con la morte di Robespierre e dei suoi ultimi sostenitori.

Notturlabio francese del Seicento, presso lo Oxford University Museum of the History of Science. Foto Flickr di takomabibelot, CC BY 2.0

Le Nocturnales sono Eléonore, Babette, Henriette: donne che credono nella rivoluzione e nei loro uomini e costrette a fare i conti con la fine dell'ideale giacobino quando tutto finisce.

A loro si aggiunge Charlotte, sorella di Robespierre, che degli avvenimenti è una vittima: non le interessa la politica, vorrebbe forse una vita normale, ma il suo cognome la costringe a prendersene carico.

Siamo in presenza di un romanzo storico, preciso nel suo racconto, puntuale nelle descrizioni e nella ricerca delle fonti, dove ha potuto trovarle perché sulle donne della Rivoluzione Francese c'è stata una rimozione lunga duecento anni.

Ma siamo soprattutto in presenza di una storia femminista.

E non è un modo di dire.

All'inizio vediamo quattro donne rimaste sole dopo la morte o la carcerazione dei loro uomini: donne che resistono alla prigione con tutti i mezzi a loro disposizione, nel caso di Charlotte anche cedendo a un ricatto. O con un matrimonio che restituisce moralità, nel caso di Henriette.

Nocturnales Le ultime giacobine Beatrice Da Vela
La copertina di Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela. Foto di Giuliana Dea

Eppure queste donne sole hanno qualcosa che le accomuna, volenti o meno: hanno condiviso l'ideale di un mondo più equo ereditato dai loro uomini e possono ancora contare sull'aiuto reciproco.

C'è un grandissimo balzo in avanti nella coscienza di queste quattro donne, evidente anche nel racconto. Finché sono costrette a misurare le parole come si conviene ai veri rivoluzionari sono soggetti passivi delle loro vite. Tutto ruota intorno alle grandissime personalità, destinate anche alla memoria nei libri di storia, di Robespierre, Saint-Just, Le Bas.

Quando i loro uomini spariscono dall'orizzonte devono sopravvivere da sole.

E ci riescono, con l'aiuto reciproco. Non sono più gli uomini i protagonisti delle loro vite, ma le loro scelte.

Henriette - l'amante di Saint-Just - sceglie il male minore, un matrimonio senza amore che però le permette di tornare là dove può essere circondata dalle sue simili: la Parigi della rivoluzione, anche se la rivoluzione non è più. Ma è pur sempre il luogo dove succedono le cose e dove può essere sé stessa, almeno fuori dalla casa coniugale.

Babette, giovane vedova con un figlio, scopre di poter amare ancora e di non doversi rintanare dietro uno status di eterna vedovanza.

Charlotte, per chi scrive il personaggio più sfortunato, riesce a lasciarsi dietro le convezioni che la tenevano imprigionata, comprende che l'amore può anche non avere una certificazione ufficiale e riesce a riconciliarsi con la compagna del fratello e con Maxime stesso cominciando a tenere traccia scritta dei suoi ricordi.

Eléonore, la più difficile da decifrare, resta per molto tempo legata alla sua ossessione per Robespierre. Ne esce prima del baratro, e a salvarla sarà di nuovo una donna, Marianne, l'unico personaggio inventato pur se costruito su basi reali (è un miscuglio di caratteri).

Alla fine del romanzo queste quattro donne non avranno più bisogno degli uomini per esistere come individui. Non vivranno più in funzione dei loro compagni e fratelli.

Da soggetti passivi diventeranno soggetti attivi.

E prenderanno la decisione di tramandare il ricordo della Rivoluzione a chi verrà dopo di loro.

Siamo davanti a un romanzo storico che racconta delle donne di una modernità sconcertante, che potrebbero essere nostre contemporanee e che probabilmente vorremmo avere accanto molto più dei loro compagni nei momenti di difficoltà.

Se non è femminismo questo tipo di sorellanza, chi scrive non ha capito nulla del femminismo.

Nocturnales
La copertina del romanzo storico Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela, pubblicato da Triskell Edizioni

HomeMusicians: ogni sera musica fresca sui nostri schermi

HomeMusicians: la rassegna dell’Associazione Cam.To porta ogni sera video fatti in casa di musicisti, nazionali e internazionali, sugli schermi di tutti gli italiani in quarantena

In questa parentesi in cui tutti ci troviamo, mai come in tempi passati, una buona connessione Internet fa la differenza. Tra i molti intoppi causati da questa pandemia, si annovera sicuramente una situazione di stand by del settore culturale; nello specifico, in riferimento agli spettacoli dal vivo.

In questo scenario surreale – seppur per certi versi fortunato – , inimmaginabile anche per registi di film horror, ovvero quello di uno status di “quarantena perpetua”, molti di noi trovano nei social network una finestra su di un mondo che, in maniera quasi illusoria o, se vogliamo, esorcizzante, sembra in certe cose non essersi fermato.

Così l’Associazione Cam.To (Cultura, Arte, Musica Torino) che, già da tempi non sospetti si occupa dell’organizzazione di concerti musicali, rassegne e mostre, ha deciso di lanciare una rassegna fuori dagli schemi. Con il nome “HomeMusicians”, che potrebbe già suggerire qualcosa, ovvero “Musicisti a casa”, l’Associazione ha raccolto, e raccoglie quotidianamente, video di molti musicisti che, costretti anche loro alla quarantena casalinga, hanno registrato con un semplice smartphone alcune loro performance sui propri strumenti che fortunatamente gli fanno compagnia in clausura. Alcuni, non avendo questa possibilità, hanno comunque fornito video registrati in tempi recenti.

HomeMusicians
Foto di Niek Verlaan

Ogni sera, rigorosamente in orario da concerto, alle ore 21:15, sulla Pagina Facebook “Associazione Culturale Cam.To” viene così pubblicato un video inedito di un musicista, con tanto di “lancio” al pomeriggio con una foto dello stesso.

Tanti i musicisti che hanno aderito dall’iniziativa troviamo clavicembalisti, pianisti, violinisti, organisti (solo per citarne alcuni) ma anche quartetti e duetti, come il Quartetto Effe (tre violini e un violoncello) che ha regalato al pubblico virtuale l’esecuzione di “Arrival of The Birds”, tratto dalla colonna sonora de “La teoria del tutto”, con un’esecuzione delle quattro ragazze musiciste registrata davanti al loro smartphone in quattro parti diverse d’Italia.

Molte sono state anche le risposte all’appello dell’Associazione da diverse parti del mondo; tra i musicisti che hanno sposato l’iniziativa di regalare musica di alta qualità negli schermi dei confinati troviamo anche artisti internazionali come Jiae Teresa Kwak, giovane organista di Seul, Ana Sofia Sousa, violinista ad Aveiro in Portogallo, María Márquez Torres, pianista di Malaga e Lucile Dolat, organista a Parigi.

Abbiamo scelto di non menzionare tutti i musicisti poiché la rassegna HomeMusicians proseguirà fino al termine della quarantena italiana, e pertanto se ne aggiungeranno di nuovi ogni sera, ma questo è anche un invito ad andarli a scoprire di persona. Buona visione e buon ascolto.