Dal Booker allo Strega: inclusività e diversità nei premi letterari

Mentre leggevo, qualche settimana fa, i nomi dei finalisti del Booker Prize 2020, mi ha attraversata un pensiero fugace ma ben definito, quasi inevitabile: quanto deprimente può essere il confronto di questa shortlist con le cinquine dei più prestigiosi premi letterari per romanzi italiani?

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Premi letterari: a che punto siamo per inclusività e diversità? Foto di Roberta Berardi

La risposta è semplice: molto deprimente. Non perché la qualità dei libri in lingua inglese finalisti al Booker Prize sia necessariamente più alta di quella dei libri italiani selezionati dai comitati dello Strega e del Campiello – non avendoli letti tutti, non saprei come giudicare – ma per l’inquietante dominanza nei premi italiani del fenotipo scrittorio del “maschio bianco”.
Ha fatto discutere la comprensibilmente risentita reazione di Valeria Parrella, l’unica donna finalista per lo Strega, durante la sua intervista la sera della premiazione, quando ha tristemente constatato che il dibattito su movimento #MeToo e letteratura sarebbe avvenuto fra due uomini: “e lei ne vuole parlare con Augias? Auguri!”, ha detto Parrella al giornalista, esternando sentimenti comuni a molte scrittrici donne, o semplicemente a molte donne.

Il risentimento di Valeria Parrella merita di caricarsi di ulteriore significato se guardiamo ai nomi dei finalisti dei tre premi appena menzionati.

Allo Strega, su sei finalisti sei erano bianchi e cinque erano uomini. La longlist non era affatto più incoraggiante, se pensiamo che al fianco di Valeria Parrella, c’erano solo altre due donne, Marta Barone e Silvia Ballestra. Al Campiello, si è presentata una situazione analoga: ancora una volta, tutti erano bianchi, e una sola era donna. Tra l’altro, non si trattava neanche di una romanziera, ma di Patrizia Cavalli, autrice senz’altro illustre, ma tutto sommato una poetessa voltasi alla prosa solo ora, in età avanzata, come forma di autocelebrazione di un’intensa carriera. Il Booker Prize, invece, su sei finalisti, ci presenta ben quattro persone di colore, di cui solo una è un uomo. La longlist era ugualmente riccamente popolata di donne.

Se per il colore della pelle, qualcuno può semplicisticamente obiettare che in Italia la maggior parte degli scrittori sono di fatto bianchi, sulla questione di genere non ci sono scuse. Il panorama della narrativa italiana contemporanea pullula di donne, più o meno esordienti. Di scrittrici in gamba e con idee originali.
Il problema sembra presentarsi in una forma simile anche in altri premi dell’Europa continentale: in Francia, il premio Goncourt ha attualmente solo quattro donne su quindici in longlist.

Sembra che i premi letterari anglofoni abbiamo invece deciso di puntare sui principi di diversità e inclusività, in modo da assicurare che le scelte del comitato rispecchino la società multiforme che la letteratura finisce per rappresentare. Alle scelte della giuria del Booker, si affiancano quelle simili della giuria del National Book Award americano, dalla longlist estremamente variegata sia in termini di genere che di origini degli scrittori. Il Pulitzer, quest’anno, ha assegnato per la seconda volta il premio per la narrativa a Colson Whitehead, uno scrittore di colore.

È facile bollare queste scelte come banali e comode mosse commerciali. Si tratta, è vero, di scelte politiche, ma sono scelte politiche di cui è difficile negare la necessità in questo momento storico. Sono segnali, messaggi di un cambio di mentalità non solo auspicabile, ma impellente. Segnali che è giusto arrivino proprio da chi detiene il potere nell’editoria e nei media in generale. Segnali che l’Italia si ostina a voler dare solo in una forma fittizia, di facciata, quando lascia a Corrado Augias l’onere e l’onore di dibattere di scrittura al femminile, credendo così di aver archiviato il problema del politically correct, e potendo così tornare senza troppi sottili stratagemmi a premiare un uomo.

Colson Whitehead. Foto di David Shankbone, CC BY 3.0


L'incanto del pesce luna: alla riscoperta del romanzo grottesco

Una cinquina insolita, quest’anno, quella del premio Campiello: ben due su cinque – Francesco Guccini, il cantautore dall’assai arzigogolata penna quando si destreggia con la narrativa, e Patrizia Cavalli, poetessa di raffinatezza squisita – non sono nemmeno principalmente noti come romanzieri e il lavoro finalista di Cavalli, del resto, non è proprio esattamente un romanzo.

Degli altri tre, romanzi più canonici e d’altronde scritti da più canonici romanzieri, L’incanto del pesce luna, di Ade Zeno, edito da Bollati Boringhieri, spicca per originalità e forza narrativa.
Si tratta di un romanzo piuttosto breve, ma denso di eventi. Eventi dal sapore amaro e grottesco, che ci portano a tratti ad odiare il protagonista, Gonzalo, e ad entrare in empatia con lui (se non proprio, a volta, a compatirlo) altrettanto spesso. La storia è, come si diceva, quanto mai grottesca, nel senso più letterale del termine, quello di inaspettato e spaventato disgusto, che tuttavia produce un effetto di comico interesse.

Di seguito, la recensione procede con accenni alla trama del romanzo.

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Con passi giapponesi Patrizia Cavalli

Con passi giapponesi, frammenti di un'autobiografia

Era sarda. Molti altri lo sono, ma lei se ne vergognava. Perché quel suo dialetto crudo non c'era modo di farlo mansueto

Grazie a questo incipit magnis itineribus entriamo nell'ultima fatica di Patrizia Cavalli. Il prosimetro Con passi giapponesi, candidato al Premio Campiello, raccoglie prose poetiche e componimenti (per la maggior parte tutte opere inedite) scritte dalla poeta nel corso di un decennio e qui riuniti in una folgorazione di pagine, che forse è autobiografia, forse una collezione di diapositive. I brani durano quasi tutti lo spazio di un baleno ed è proprio uno squarcio luminoso nella semantica delle parole la grande forza di questo libro: ogni espressione è cesellata eppure rapida, gli accostamenti tra le parole annunciano nello spazio di una frazione di secondo qualcosa di altro, lasciando in bocca reminiscenze di Ermetismo e correlativi oggettivi.

Il titolo dell'opera - che è poi il titolo del primo brano - ha una molteplice valenza, come ogni parola di questa raccolta: sono pietre che servono a proteggere una soffice manto erboso a primavera, proteggendone l'essenza di rinascita, sono il sentiero che guida chi legge all'avventurosa scoperta di un'intimità subitanea e spinosa, ma riportano anche alla nostra fantasia profumi di camelie e la frequenza dei passi frettolosi e leggiadri di Cho Cho-san. Ma è anche un titolo che ricorda altre confessioni, come quelle della più giapponese delle scrittrici nostrane, Dacia Maraini (e in effetti le emozioni che Con passi giapponesi suscita fanno venire in mente La grande festa).

Il silenzio, presso certi popoli tra i quali gli italiani, è considerato un sintomo di malumore e di ospitalità: avrei tanto voluto avere amici capaci anche di silenzio!

La lingua media si mescola vorticosamente con la ricerca di significati nuovi, che riescano a sconfiggere l'inesorabilità del tempo, rendendo l'esperienza di una vita non solo unica, ma immobile e dunque eterna. Eppure c'è spazio per tanta quotidianità in queste prose, per momenti che per chi non ha il coraggio di guardare oltre la materia delle cose, sono scontati. Per esempio uno dei brani più lunghi è dedicato alle gattare (proprio Gattare è il titolo), una pièce teatrale che si trasforma in una galleria di piccoli ritratti di donne dedite a questi felini. A fare da raccordo tra il personale e il letterario un frammento di ricordo della scrittrice Elsa Morante, forse la più famosa autrice italiana appassionata di gatti, che, come un'eidolon iliadico accompagna tutto il viaggio di questo libro, la cui violenza di una sincera delicatezza ricorda le pagine di Ara coeli.

Esporre il proprio corpo di fronte non era dunque una faccenda trascurabile. Esporre il proprio corpo al vaglio dei suoi sguardi era come affidarlo a una centrifuga: uno scompiglio subito ne invadeva la forma e ne allentava le congiunzioni...

Il corpo della poeta, come in tutta la produzione di Cavalli, è uno dei fili rossi che percorre la raccolta. Un corpo massacrato dal giudizio, che soffre più per la paura degli anni che saranno, che per i segni lasciati dal passato, che si intorpidisce insieme alla mente o si risveglia nella celebrazione della natura e dei sensi. Ma nel libro fanno irruzioni anche i corpi e le anime delle donne amate, che si riuniscono in una sorta di archetipo ideale:

Io che non ho mai conosciuto l'amore con un uomo, ma sempre ho sentito parlare di disastri e di potere, ora con te, donna assoluta, principio e coscienza delle donne. maestra della differenza sessuale, principessa di seminari sull'oppressione e la miseria delle donne, ora io conosco ogni oppressione...

Forse questa prosa, contenuta nella sezione finale del libro, è la chiave di lettura di tutto il percorso. Varietà, è la chiave dell'intera opera: una discesa vorticosa nell'abisso del personale che diventa patrimonio della polis attraverso la letteratura. Letteratura che, restituendo significati di realtà alle parole tende al sublime, ma assolve allo stesso tempo una funzione civile: quella di ridonare a chi legge un linguaggio rinnovato e nuovamente capace di comunicare la realtà più nascosta.

Con passi giapponesi Patrizia Cavalli
La copertina del libro Con passi giapponesi di Patrizia Cavalli, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Supercoralli

Con passi giapponesi di Patrizia Cavalli è tra i 5 finalisti selezionati dalla Giuria dei Letterati per la 58^ edizione del Premio Campiello Letteratura.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.