Iloti Penesti Mariandini

Iloti, Mariandini, Penesti: le servitù comunitarie in Grecia

È curioso notare che Chio, Sparta e la Tessaglia erano già note nell’Antichità per possedere un gran numero di schiavi. Secondo Tucidide (8.40.2), Chio era in realtà seconda solo a Sparta in numero di schiavi, mentre per Senofonte (Ell. 6.1.11) l'elevato numero di Penesti della Tessaglia sembra essere stato molto elevato ma non tale da superare i numeri Spartani.

Statue moderne di Platone e Atena dall'Accademia di Atene. Foto di Tanya Dedyukhina, CC BY 3.0

In una discussione su come meglio porsi nei confronti della schiavitù l’oratore ateniese Platone, nelle Leggi (6.776c-778a), riferendosi agli Iloti di Sparta, ai Mariandini di Eraclea Pontica e ai Penesti della Tessaglia affermava che gli schiavi non devono essere né omofoni né trattati troppo duramente, altrimenti, come nel caso degli Iloti della Messenia, le rivolte frequenti possono degenerare in vere e proprie guerre, quando gli schiavi sono linguisticamente omogenei.

Aristotele all'inizio di una discussione sulle qualità delle istituzioni spartane, propone il modo in cui è più opportuno affrontare il problema di fornire la libertà dai bisogni materiali. Il problema è che i Penesti dei Tessali, proprio come gli Iloti, spesso si rivoltarono contro i loro padroni. Lo stesso non è accaduto ai Cretesi, forse perché tutte le città di Creta avevano la stessa forma di schiavitù, e quindi nessuno di loro aveva alcun interesse a sostenere una rivolta in una città vicina, mentre gli Spartani si ritrovavano circondati da nemici.

Allo stesso modo, fra i Tessali, i Penesti originariamente si ribellarono in concomitanza con le guerre contro le popolazioni vicine dei Perrebi, Magneti, e Achei. Fonti successive aggiungono dettagli sparsi per il quadro disegnato da Aristotele, rafforzando l'impressione che già nell’antichità si avesse una percezione coerente di questi sistemi schiavistici quantomeno per la loro struttura e provenienza.

Almeno nel caso di Sparta, e probabilmente anche in altri contesti, schiavi di tipo ilotico erano presenti nelle famiglie dei loro padroni. È chiaro che queste forme di schiavitù sono state interpretate essenzialmente in termini di contadini non liberi. L'elemento comune della loro somiglianza era l'omogeneità etnica degli schiavi. Le scoperte sulle origini di queste forme di dipendenza dimostrano che gli schiavi dovevano essere i discendenti degli abitanti che precedentemente si trovavano in quella regione.

Emidracma in argento coniato dalla Lega della Tessaglia, 470-460 a. C. Foto I am not a number, CC BY-SA 3.0

Alcuni dei testi sulle origini degli Iloti e dei Penesti dicono che non erano schiavi per nascita, ma piuttosto uomini precedentemente liberi, rendendo meno nitida la differenza tra la prima generazione e la loro progenie. Corrispondentemente, i nomi di Iloti e Penesti erano a volte interpretati come nomi etnici, derivanti o da un mitico antenato o dal nome di una città conquistata; il nome dei Mariandini di Eraclea Pontica sembra invece non rientrare in nessuna delle due categorie. Può essere rilevante, però, che nessuno dei nomi collettivi per gli schiavi utilizzato a Creta, è stato pensato per essere un nome etnico. Uno dei nomi per gli schiavi dell'isola, era κλαρῶται, termine derivante dal verbo κλαροω “ripartire per lotto”.

Dracma del Regno di Bitinia con l'effigie di Eraclea Pontica, 345-337 a. C. Foto cgb.fr, CC BY-SA 3.0

Un'altra comunanza tra Iloti, Penesti, e Mariandini, e probabilmente anche gli schiavi dei Cretesi, era l'idea che la loro condizione era stata regolata da ciò che lo storico greco Jean Ducat1 ha definito “contratto di servitù”. Tale contratto è probabilmente l'origine della nozione ellenistica secondo la quale gli Iloti e altre categorie simili potrebbero essere situati “fra libertà e schiavitù”. Come a Sparta, così anche in Tessaglia e a Creta, nel periodo classico le classi dirigenti sono state caratterizzate da un’ideologia militarista. In altre parole, l'idea che i sistemi di schiavitù in queste tre aree si fossero originati dalla guerra corrisponde alla percezione di se stessi come guerrieri vittoriosi. La concezione dei padroni, tra la superiorità marziale e il dominio sugli schiavi, viene espressa in modo molto chiaro nel famoso scolio di Hybrias a Creta citato da Ateneo:

Ho una grande ricchezza: la lancia, la spada e il mio scudo, che protegge la mia pelle. Con questo mio aratro, mieto, con questo ho percorso il vino dolce dalla vite, con questo io sono salutato padrone della gente schiava (δεσπότας μνοίας). Coloro che non hanno il coraggio di portare una lancia, una spada e uno scudo per proteggere la loro pelle, tutti si inchinano davanti a me e cadano in ginocchio, mi chiamano maestro e grande re (Ateneo. 15.695f-696a).

Questo scolio esprime perfettamente il rapporto schiavo-padrone: Hybrias infatti spiega il motivo per cui questi gli obbediscono. In modo più marcato, gli Spartani hanno espresso una percezione simile della schiavitù. Proprio come a Sparta, in Tessaglia e a Creta, anche le peculiarità dei rispettivi sistemi di sfruttamento del lavoro non libero sembrano tener conto di determinati aspetti della struttura e dell'ideologia della classe dirigente. In un mondo dove non c’erano dati quantitativi reali si poteva avere la percezione che Iloti e Penesti erano molto numerosi. La situazione sembra essere diversa a Creta, dove vi è solo un'indicazione debole di una distinzione tra gli schiavi rurali e schiavi acquistati sul mercato ma nessun riferimento ad un elevato numero di schiavi. Non sorprende che le differenze tra questi sistemi di lavoro non libero rispecchino le differenze di organizzazione politica e sociale dei padroni, così come le loro somiglianze rispecchiano le somiglianze sociologiche tra i loro assetti societari.

Nel prossimo articolo arriveremo finalmente alla parte dedicata agli Iloti, in cui saranno raccontate le origini della servitù a Sparta e la storia degli Iloti.

 

1 La tesi di Ducat è citata e discussa da Nino Luraghi, Helots and barbarians: histography and representation, in Stephen Hodkinson, Sparta: Comparative Approaches, Swansea, 2009.


Elea: un progetto per restaurare le monete della città

La città di Elea, dal greco ‛Yέλη, ‛Ελέα, in Lucania, tra le due sub-colonie di Sibari, Laos e Poseidonia, è stata fondata secondo Erodoto intorno al 540 a.C. dai Focei profughi, superstiti della Battaglia di Alalia. Prende il nome da un centro indigeno di piccole dimensioni, Fέλη o Hyele, in cui era presente una sorgente o un corso d’acqua avente lo stesso nome, mentre la forma Elea è attestata per la prima volta in Platone o forse Antioco di Siracusa.

La fondazione di Elea è l’atto finale delle frequentazioni focee in Occidente. I Focei esercitavano l’emporìa, avendo costruito abilmente una rete di empori, tra cui Massalia. Scappati dalla schiavitù persiana per amore della libertà, giungono in Corsica, dove praticano anche la pirateria, e vedono mutare i loro rapporti con l’Etruria meridionale e i Cartaginesi in Sardegna. Dopo la battaglia di Alalia, difatti, cadono per mano di Etruschi e Cartaginesi. Giungono in seguito nello Stretto, grazie ai buoni rapporti con i Reggini, e si apre un altro capitolo della loro storia: la nascita di un nuovo insediamento, Hyele, con la mediazione di Reggio e Poseidonia, le due poleis più potenti in quel contesto. In Erodoto, un “uomo di Poseidonia” che interviene nella fondazione di Elea interpretando correttamente il responso delfico che aveva portato i Focei a recarsi in Corsica per fondare una colonia, simboleggia la volontà di Poseidonia, e pertanto anche di Sibari, che i Focei si stanziassero in quelle zone, tanto che Elea viene considerata una “subcolonia di Poseidonia” o “promossa da Poseidonia e appoggiata da Reggio”.

Nello stesso periodo, un altro gruppo di esuli giunge nel territorio in cui fonderà Massalia. Quindi vi furono due gruppi di esuli da Focea, uno diretto in Corsica e l’altro nella futura Massalia.

Dalle fonti si evince inoltre che i Focei, nelle loro navigazioni, hanno avuto rapporti e contatti con le popolazioni stanziate nel basso Tirreno. Reggio con l’assenso di Poseidonia, che viveva un periodo di affermazione e volgeva la sua attenzione nei confronti dell’Enotria, “dirotta” gli esuli Focei nel luogo in cui sorgerà la futura Elea. Le due poleis sono interessate al controllo di quell’area, pertanto scelgono di aiutare i profughi Focei ad insediarvisi, al fine di interagire con un popolo già avvezzo ai traffici commerciali nel Tirreno.

Dalla documentazione numismatica e da quella archeologica emerge che Poseidonia ed Elea, poco dopo la sua fondazione, fino alla metà del V secolo a.C. fossero in stretti rapporti commerciali. Verso la fine dello stesso secolo iniziarono le ostilità con Poseidoniati e Lucani, dalle quali Elea esce vittoriosa, ed inizia una nuova fase, quella che la vedrà mantenere la sua autonomia nei confronti del mondo osco-lucano, aprendosi e comunicando con questa nuova realtà politico-culturale. In egual modo farà nei secoli IV-II a.C., quando entrerà nell’orbita di Roma e ne diverrà fedele alleata.

In età romana, secondo Plinio “oppidum Elea, quae nunc Velia”, dunque la polis viene denominata Velia, nome che corrisponde al greco Elea.

Il commercio, insieme alla pesca, era l’attività che dava sostentamento ai cittadini di Elea.

Il carattere commerciale della polis è documentato dalle sue monete, che vedono al Diritto la testa di Athena o della ninfa Hyele, e al Rovescio un leone in lotta con un cervo. La città conia monete in argento dalla fondazione, alla fine del VI secolo a.C., fino ai primi decenni del III a.C.

È inoltre una tra le prime poleis magnogreche a battere moneta in bronzo, dalla seconda metà del V fino al I secolo a.C.

I suoi documenti monetali, sia in metallo prezioso che in bronzo, presentano dei tipi che sono riferibili ai culti cittadini: Athena, Eracle, Zeus, Apollo, e il culto “silente” della ninfa Hyele.

 

Il progetto Art Bonus “Le monete di Elea/Velia. Restauro e studio” nasce da una convenzione tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno e la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni. La somma stanziata corrisponde a  € 50.000, a cui si sono aggiunti altri € 50.000 ricevuti dal MiBACT, giacché questo progetto Art Bonus aveva già  ricevuto erogazioni da parte della Fondazione, conditio sine qua non per ricevere un secondo finanziamento.

Gli obiettivi del progetto sono il censimento del patrimonio numismatico della polis, il restauro e la schedatura di circa 3000 monete, del periodo sia greco che romano. Verranno studiati documenti monetali provenienti da nuovi contesti di scavo archeologico, diversi per tipologia e funzione, ovvero quelle provenienti da ambiti pubblici e privati, nonché dalla necropoli della prima età imperiale, presso la c.d. Porta Marina Sud. Si tratta di monete provenienti da contesti differenti, che abbracciano anche un ampio arco cronologico. Per l’ambito pubblico citiamo le Terme ellenistiche, l’Agorà, l’edi­ficio-stoà del Terrazzo superiore dell’Acropoli, l’edifi­cio imperiale rinvenuto al di sotto della Masseria Cobellis, mentre per quelli privati la Casa degli Affreschi e abitazioni del Quartiere meridionale.

All’Art Bonus si affianca, inoltre, un progetto di ricerca che ha come obiettivo lo studio in toto delle ultime serie prodotte da Velia, con i tipi testa di Athena/tripode, basato sulla seriazione dei conii, e chiaramente sull’iconografia e lo stile dei documenti monetali. Quest’ultima serie necessitava difatti di studi approfonditi al fine di ricostruire la datazione, la durata di emissione e la quantità di monete battute.

Grazie al supporto del Laboratorio Spettrometria di Massa Isotopica del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare - INFN), sono state effettuate analisi archeometriche, per stabilire sia la provenienza delle materie prime utilizzate, sia per lo studio delle leghe metalliche. Le analisi in questione sono essenziali per comprendere quali siano le procedure più adatte per procedere con il restauro conoscitivo e conservativo.

Il progetto si occupa quindi del restauro, della schedatura, dell’inventariazione e della documentazione fotografica delle monete di Elea/Velia, nonché della compilazione del corpus delle emissioni con i tipi Athena/tripode, ed infine dell’edizione dei risultati raggiunti.

L’approccio interdisciplinare dunque permetterà di aggiungere uno o più tasselli e di riscrivere una delle pagine della storia dell’antica Elea/Velia. Per aver maggiori chiarimenti abbiamo, con piacere e soddisfazione, intervistato i curatori del progetto, docenti di Numismatica greca e romana dell’Università degli Studi di Salerno, la professoressa Renata Cantilena (RC) e il professor Giacomo Pardini (GP).

 

 

La moneta è un documento parlante, in quanto l’autorità emittente sceglie con cura immagini, simboli e leggende, per veicolare dei messaggi che sono, sempre, chiari ed inequivocabili ai destinatari della moneta stessa. Come riescono i typoi di Elea/Velia a parlare dello sviluppo del commercio della città?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Eracle e civetta ad ali chiuse (metà IV
secolo a.C. ca.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Nei tipi delle monete di Elea/Velia, in maniera non dissimile da molte altre poleis greche, le raffigurazioni scelte nel corso del tempo come icona monetale si riferiscono ai principali culti cittadini e, quindi, a divinità quali Atena (della quale su moneta è riprodotta la testa elmata oppure la civetta, uccello a lei sacro), Eracle (testa imberbe o barbata), Zeus (testa con chiome fluenti), Apollo (evocato attraverso il tipo monetale del tripode). La vocazione della città ad attività commerciali si colgono non dalle raffigurazioni, bensì dai valori coniati, anche di scala ridotta, funzionali ad assicurare scambi di vario livello, facilitando operazioni di mercato interno e le transazioni con l’esterno. (RC)

In quale typos emerge la capacità di difendere la grecità di Velia, ovvero il rispetto delle proprie origini, dichiarando a gran voce l’appartenenza dei suoi coloni ad una comune origine focea?

La testa di Atena e il leone sui didrammi in argento di Velia. In alto, la dea Atena con varie fogge di elmo sul dritto (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002)

Il typos che caratterizza con maggiore continuità il nominale maggiore è la testa di Atena, solitamente abbinata con il leone. La dea è la divinità poliade di Focea e delle sue colonie in Occidente, Elea e Massalia (Marsiglia). Strabone parla di sue statue di culto a Focea e a Massalia che la raffiguravano seduta (XIII, 1, 41). Ad Atena era dedicato forse il santuario ubicato sull’acropoli di Elea. La protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda si ritrova sulle prime coniazioni di Elea, di Focea e di Massalia (ultimi decenni del VI a.C.) e, nel corso dei primi decenni del V a.C., sulle monete di queste tre città compare la testa di Atena. (RC)

In altro la dracma in argento con protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda al dritto e il quadrato incuso al rovescio (ca. 530-500 a.C.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno); in basso lo stesso tipo del leone che azzanna il cosciotto su un’emissione in bronzo coniata nella seconda metà del IV secolo a.C. - (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002 - Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Santangelo 5490)

La prima fase della monetazione di Velia, con la coniazione anepigrafe, si daterebbe da 535 agli inizi del V secolo a.C., quando è attestato l’abbandono del quadrato incuso al Rovescio e la comparsa di lettere entro un quadrato in incavo. È d’accordo con questa cronologia?

Le prime emissioni con la comparsa delle lettere iniziali del nome della città hanno al D/ una testa di Atena con elmo corinzio oppure un elmo corinzio. Sono piccoli nominali in argento databili nel primo quarto del V a.C. (RC)

La testa di Atena, il cui culto è attestato anche in altre poleis quali Focea e Massalia, viene raffigurata nelle monete di Elea nello stesso arco cronologico e con le stesse caratteristiche iconografiche? Se sì, si tratta di un ulteriore rimando alle origini e ai contatti commerciali della città? E dell’ipotesi dei contatti con Atene cosa ne pensa?

Che le tre poleis attingano per le loro raffigurazioni monetali ad un comune sostrato cultuale non vi è dubbio. Meno documentata è, invece, una continuità di rapporti commerciali tra colonie e madrepatria. Senz’altro gli ambienti culturali eleati hanno avuto rapporti con Atene negli anni di Parmenide e Zenone (460-450 a.C.), che si recarono in viaggio ad Atene in anni coincidenti con il momento in cui Atene ha interessi di natura politica e commerciale con l’Occidente tirrenico. (RC)

I simboli secondari, come ad esempio la Triskeles, come sono correlati al tipo principale? Ovvero, qual è il messaggio “unico” che veicolavano, nel tempo, le diverse emissioni di Elea?

Il simbolo della triskeles sul rovescio di un didrammo in argento di Velia (primi decenni del III a.C.) - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, collezione Stevens, 126920)

Non è del tutto chiaro il significato dei simboli secondari che compaiono nel campo monetale, accanto al tipo principale del rovescio, soprattutto in emissioni di fine IV- inizi III a.C., quando la produzione è assai abbondante Sono stati variamente interpretati: allusioni a contingenti eventi storici (e in tal caso nella triskeles -, che è un simbolo tipico delle monete di Agatocle, si è voluto vedere un collegamento con Siracusa non documentato però da altre fonti); oppure riferimenti a culti locali; oppure contrassegni utilizzati per un controllo delle emissioni. Il significato dei simboli accessori non è univoco, ma va letto esaminando la lor ricorrenza nell’ambito degli specifici segmenti produttivi in cui appaiono. (RC)

In quali emissioni e grazie a quali tipi monetali sono narrati gli episodi della Velia di epoca romana?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Zeus e civetta ad ali spiegate (ca. III secolo a.C.) - (foto G. Pardini, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Velia, in età romana fino al I a.C., conia solo monete in bronzo per usi locali. Anche in epoca romana i tipi si riferiscono ai culti locali. Le serie emesse dal III a.C. hanno la testa di Zeus , poi di Atena, entrambe associate alla civetta e, infine la testa di Atena e il tripode. L’iscrizione che indica il nome della città (Hyele) è sempre in lettere greche. (RC)

Sarebbe possibile ritrovare la storia urbanistica di Elea in alcuni elementi iconografici?

Mancano su moneta elementi iconografici riferibili alla storia urbanistica di Velia. (RC)

Il progetto di Art Bonus, che interesserà circa 3000 monete di Velia, ha come primo obiettivo il restauro. Quali indagini archeometriche verranno utilizzate?

Alcune fasi del restauro delle monete recuperate dagli scavi di Velia - progetto Art Bonus 2019 ‘Le monete di Elea/Velia’ - (© RE.CO. Restauratori Consorziati, Roma)

Il progetto Art Bonus ‘Le monete di Elea/Velia - Un restauro per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Parmenide’ è nato da una stretta e proficua collaborazione tra la Soprintendenza ABAP per le provincie di Salerno  e Avellino (grazie al Soprintendente, Arch. Francesca Casule, e ai Funzionari Dott.ssa Maria Tommasa Granese e Dott.ssa Rosa Maria Vitola, che hanno creduto in questa avventura) e il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale/DiSPaC dell’Università degli Studi di Salerno, a cui è stato affidato lo studio scientifico di tutte le monete provenienti dagli scavi condotti nel sito di Velia, sotto la direzione di Renata Cantilena, il coordinamento di chi vi parla  e un équipe formata dal Dott. Federico Carbone (Ricercatore), dalla Dott.ssa Flavia Marani (Assegnista di ricerca), insieme a studenti e laureandi. Proprio l’elevato numero dei reperti monetali (circa 10.000 esemplari riferibili alle diverse fasi di vita della città di Velia) e il loro precario stato di conservazione ci hanno spinto a presentare il progetto Art Bonus, che costituisce un’assoluta novità in quanto, per la prima volta in Italia, il mecenatismo privato – la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni-FNC, Roma – è intervenuto (con un’importante contributo e grazie ad un cofinanziamento del MiBACT) per restaurare e in tal modo valorizzare le prime 3040 monete provenienti da una delle più importanti città della Magna Grecia. Il censimento di tutti i reperti monetali, unitamente all’intervento conservativo, ci ha permesso di mettere in luce l’importante eterogeneità del patrimonio monetale restituito da Velia, consentendoci di implementare e/o confermare le nostre conoscenze sulle diverse fasi di vita del sito, e di intraprendere e/o affinare gli studi tipologici sulle diverse serie della moneta in bronzo emesse dalla città, come ad esempio le monete con i tipi Zeus/Civetta o Atena/Tripode. Proprio per comprendere meglio questa emissione, lo studio si è avvalso dell’ausilio di alcune tecniche di indagine proprie della ricerca archeometrica, già sperimentate dal sottoscritto su alcune particolari emissioni presenti a Pompei e nell’ager vesuvianus (grazie ad un protocollo di intesa che l’Università di Salerno ha stipulato con la rete CHNet dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e alla partecipazione dei dottori Stefano Nisi, Marco Ferrante e Pier Renato Trincherini dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso/Laboratory for Isotope Mass Spectrometry). Come per Pompei, abbiamo deciso di integrare e completare i dati ottenuti attraverso gli strumenti tradizionali della ricerca numismatica e archeologica sull’emissione Atena/Tripode con due tecniche archeometriche: l’analisi mediante tecnica ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione quantitativa e qualitativa degli elementi chimici in tracce ed ultratracce, e l’analisi mediante tecnica MC-ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione dei precisi rapporti isotopici del piombo, in modo da rispondere ad alcuni quesiti di carattere storico, ma anche di natura tecnica, per ottenere indicazioni di dettaglio sui metalli impiegati nelle leghe, sui relativi luoghi di approvvigionamento, nonché sulle tecniche di esecuzione delle monete presenti nel nostro campione.

Elea Velia monete
Il seminario di numismatica condotto sui reperti monetali da Velia e organizzato presso il Laboratorio di Archeologia ‘M. Napoli’ del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno - (foto F. Marani, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Un’iniziativa a trecentosessanta gradi che, oltre alla tutela e alla valorizzazione, ha una ricaduta assai importante che investe la formazione dei giovani che scelgono di avvicinarsi alla numismatica antica durante il loro percorso di studi archeologici presso l’Università di Salerno. L’occasione del progetto, infatti, ci consente di formare studenti e giovani ricercatori che vengono coinvolti nelle attività laboratoriali e seminariali su questo materiale eccezionale o attraverso la partecipazione a tirocini formativi presso la Soprintendenza. Un progetto, dunque, che rappresenta anche un investimento sul capitale umano del nostro Paese, in termini di opportunità per favorire un’alta formazione tecnico-scientifica e professionale nell’ambito dei beni culturali del nostro Paese. (GP)

Cosa vi ha spinti alla scelta di compilare il corpus delle emissioni con i tipi Atena/tripode in base alla seriazione dei conii? E quali aspettative avete circa i risultati che emergeranno dallo studio in questione?

Monete delle serie Atena/Tripode emesse tra II e I secolo a.C.: a destra le monete rinvenute negli scavi di Velia - (foto L. Vitola, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Salerno e Avellino); a sinistra un esemplare della stessa serie conservato presso il Medagliere del Museo Archeologico di Napoli - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Fiorelli 3012)

Queste serie  sono state emesse in gran numero e gli scavi ne hanno restituite oltre un migliaio. L’esame di taluni contesti di scavo induce a ritenere che esse fossero ancora in uso fino alla prima età augustea, in un’epoca in cui avevano già smesso di coniare quasi tutte le città greche della Magna Grecia. Mancano però dati certi per valutare la data di avvio e la durata della coniazione. Lo studio della sequenza dei conii può fornire, in proposito, importanti indicazioni e, inoltre, può suggerire l’entità della produzione. (RC)

A quali conclusioni può portare, a Suo avviso, l’approccio interdisciplinare? Ovvero quanto la numismatica e le altre discipline possono aiutarsi vicendevolmente per ricostruire la storia del sito di Elea/Velia?

L’approccio interdisciplinare è indispensabile. L’archeologia, le fonti letterarie, la documentazione epigrafica, le monete (attraverso i loro tipi, il peso dei valori coniati, i luoghi di ritrovamento e le aree di circolazione) concorrono a ricostruire la storia socio-economica, gli aspetti cultuali e culturali, l’organizzazione degli spazi urbani. In definitiva solo attraverso l’esame dei dati offerti dalle varie fonti documentarie si è in grado di conoscere il passato di questa importante città della Magna Grecia. Importante, tuttavia, è non giustapporre le evidenze, ma utilizzare ciascuna di esse per quanto realmente sia in grado di offrire. (RC)

 

 

 


Matrix

Matrix: il Simulacro della Matrice a cavallo tra due millenni

Matrix è un film a cavallo tra due mondi, tra due millenni, tra due modi di intendere e fare il cinema. Una fusione tra onirico, epico, futuribile, ma casual e punk. La scelta è stata quella di mixare due modi di sentire quasi opposti: da un lato la pesantezza strutturale di una sceneggiatura ricca di pathos, con la sua intensità narrativa; dall'altro l'estrema audacia di un ritmo originale, con un'orchestrazione che conta su tracce musicali epiche, fuse con musica techno e autori come Juno Reactor, Prodigy. Come dimenticare l'immancabile Du hast dei Rammstein, che spiazza sempre alla prima visione?

Un'alchimia che ha funzionato, e che negli anni ha conferito a Matrix l'aura di film cult del genere sci-fi, alla stregua di Alien e Terminator, oltre che di miglior esponente del genere cyberpunk postmoderno, affermazione tuttora valida a distanza di due decenni. Secondo quanto dichiarato dagli stessi ex fratelli Wachowski (oggi sorelle), l'ispirazione partì in primis dai romanzi 1984 (George Orwell) e Simulacri e Impostura (Jean Baudrillard), per il quale troviamo all'interno del film anche un Easter Egg, oltre a svariate opere quali Ghost in the Shell (che ispirò il funzionamento dell'interfaccia neuroanalogica con il quale le macchine collegano le menti umane alla matrice) o il mito della caverna di Platone. Il film riscosse inaspettatamente un notevole successo di critica e pubblico, oltre ad aver dato luogo a un vero e proprio impatto culturale, diventando a sua volta fonte di ispirazione per altre opere, in primis i suoi stessi sequel (Reloaded, Revolutions, non previsti, e l'attualmente in lavorazione quarto capitolo, in uscita nelle sale per maggio 2021).

Dal lato tecnico, Matrix è stata una produzione spartiacque, a cavallo tra il vecchio e il nuovo modo di concepire e fare cinema. Sfrutta infatti tutte le tecniche oggi utilizzate, di cui ne fu in parte collaudatore, quali il green screen di primo piano "trackato" (collegato attraverso dei punti mediani sulla profondità di campo sui tre assi di tridimensione) su sfondi digitali, o le iconiche scene in slow motion omnidirezionale, utilizzate combinando la tecnologia del green screen con l'utilizzo di corpi macchina piazzati lungo la traccia di ripresa, a distanze previste dalla concatenazione del frame rate in base al movimento dell'attore. Sul lato della grafica digitale, ha sancito un significativo salto in avanti, introducendo su campi, modelli e personaggi digitali, un maggior numero di luci dinamiche (punti luce coerenti che simulano la luce reale), il post-processing motion blur (che simula la velocità coerente visiva di elementi digitali in movimento) e gli effetti particellari digitali (fumo, molecole, densità atmosferica, legati ad un motore fisico che renderizza in maniera coerente i movimenti di questi ultimi).

Come se tutta questa spinta in avanti non bastasse per rendere Matrix un piccolo gioiello per gli occhi, si gode anche di un cuore pulsante innovativo, dell'originalità di creare - in un universo fantascientifico - dei personaggi carismatici, ben definiti e strutturati. La legge dello stereotipo, che invade spesso produzioni di alto livello, qui viene audacemente a mancare. Tutti gli attori calzano bene nei loro ruoli: spicca sicuramente Keanu Reeves (Neo/Thomas Anderson), ma probabilmente il ruolo più calzante, tanto per l'interpretazione quanto per la fisicità è da attribuire a Hugo Weaving (Agente Smith) che è andato a vestire i panni di Smith, un programma di controllo di Matrix che costituisce l'antagonista del film e controparte di Neo. Ignorando la tendenza di Hollywood nel creare villain banali e perfettamente "cattivi", si è riusciti a sfornare un trionfo di empietà e malevolenza, trasmettendo solo l'ostilità che egli ha verso il protagonista. In particolare, questo è vero quando lo si sente pronunciare uno dei suoi monologhi:

"Desidero condividere con te una geniale intuizione che ho avuto, durante la mia missione qui. Mi è capitato mentre cercavo di classificare la vostra specie. Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga. E noi siamo la cura."
Per chi sicuramente ha dato uno sguardo a Orwell e Baudrillard - un po' i premonitori dell'era moderna - pare chiaro come i registi abbiano attinto a piene mani, in particolare dall'idea dell'occhio che vede tutto di Orwell, e della visione introspettiva del singolo soggetto che pensa diversamente dalla massa, prendendo parte ad un processo di alterazione della società.

Questo concetto, legato al concetto piramidale di società fittizia, dove i pochi (le macchine) controllano i molti (l'umanità), attraverso una complessa simulazione artificiale, è un'idea nel quale la società moderna si rispecchia tutt'oggi.

Ad esempio, molti di noi non hanno idea di come funzionino i propri smartphone o i propri computer, però lo scopo che hanno oggi nelle nostre vite lo comprendiamo bene. In un certo senso noi dipendiamo dalle macchine, perché appunto, le utilizziamo senza sapere effettivamente come funzionino. "Matrix è una realtà virtuale creata per controllarci, al fine di convertire l'essere umano in energia".

Concetto all'avanguardia, premonitore, fatto per creare dentro lo spettatore una domanda: la società in cui vivo è davvero in grado di definirmi? Dalla nascita, sono realmente libero di scegliere, la mia libertà è libera?

Sappiamo tutti in fondo che la nostra libertà è limitata, illusoria: abbiamo la possibilità di scegliere chi essere, e la parola libertà, altro non è che una parola, è la correlazione che collega il significato alla parola, l'essere liberi, che nella società moderna si limita a fare una scelta tra un numero limitato di opzioni. La società può dirti chi sei perché quella stessa società ha prestabilito ruoli da riempire, una scelta così amplia da dare quasi l'illusione di concedere libertà.

In conclusione, Matrix è stato ed è un grande classico del cinema postmoderno, invecchiato egregiamente e forse più apprezzabile oggi che nel '99. Una chicca che consigliamo ai nostri lettori.

The Matrix
Poster del film The Matrix. © 1999 Warner Bros. Entertainment Inc. (US, Canada, Bahamas and Bermuda); © 1999 Village Roadshow Films Limited. (All Other Territories), Fair use
Matrix
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In viaggio con gli dei Giulio Guidorizzi Silvia Romani

In viaggio con gli dei: un tuffo nel cuore del mito

In viaggio con gli dei è un saggio scritto dal professor Giulio Guidorizzi insieme alla professoressa Silvia Romani, con le illustrazioni di Michele Tranquillini che sono dei magici espedienti per rendere la lettura ancor più piacevole e stimolante. C'è da dire che il libro, pur raccontando con acume e rigore scientifico la storia e il patrimonio mitologico greco, spesso si abbandona (per fortuna!) a ispirate e apprezzatissime parentesi di scrittura poetica e evocativa. È indubbio che in queste pagine ci sia tutto l'amore e la passione dei due autori. Così In viaggio con gli dei diventa un percorso di iniziazione anche a livello personale, un tuffo profondo negli abissi del mito greco. Non sono le solite riproposizioni archetipiche di stampo junghiano o antropologico, bensì delle vere e proprie esplorazioni nel cuore del mito e della bellezza primigenia del mondo greco.

⠀ Il tutto sembra seguire un leitmotif - a volte sul piano logico, a volte su quello semi-leggendario - che ricorda il filo di Arianna che Teseo usò per fuggire dal labirinto di Cnosso, un filo che attraversa il mar Egeo e scala le salite dell'Acropoli ateniese, dove Pericle scolpì la sua fama nei monumenti e nelle metope del Partenone.

⠀Il percorso serpeggia intorno alle isole degli dèi, ai santuari, agli altari di Olimpia e alle città, da dove omerici Re sono partiti per vendicare l'onta subita da Menelao per mano di Paride. Scopriamo così le rocche degli Atridi a Micene, con le sue leonesse pronte a sorvegliare l'ingresso; la misteriosa città di Pilo, da dove partì il più anziano dei re dell'Iliade, Nestore il saggio. Veniamo poi catapultati nella primordiale Dodona, città-santuario in Epiro, dove le foglie delle querce sacre vibrano al passaggio del vento e della figura di Zeus; qui anche Alessandro Magno cercò consiglio, udendo l'atavico richiamo delle terre materne.

È un viaggio bellissimo, illustrato e ricco di fotografie, adatto agli appassionati e a coloro che vogliono conoscere la terra degli eroi ellenici in tutte le sue sfaccettature. Consigliato, perché quando si legge di questa terra, la Grecia ti rimane dentro, nel profondo dell'animo, fino alla morte. Come accadde a George Gordon Byron, martire poetico nell'abbraccio di Missolungi durante la Rivoluzione greca contro il dominio ottomano. Potrei dilungarmi a narrare i vari miti riproposti dai due autori, ma vi consiglio caldamente di recuperare questo bellissimo saggio edito da Raffaele Cortina Editore, che si conferma una garanzia nella realtà editoriale italiana.

Andremo ora conoscere direttamente i due autori di In viaggio con gli dei, Giulio Guidorizzi e Silvia Romani, in questa intervista doppia. Buona lettura!

Atene, foto di Gonbiana 

1) Esplorare la Grecia, terra di dèi e eroi, è sicuramente un viaggio magico. Una cosa che mi sono sempre chiesto è: come ci si sente a visitare dei luoghi densi di miti, aneddoti, racconti e allo stesso tempo dei siti archeologici resi famosi dai loro scopritori? Ovvero, a mio avviso, subentra anche una “mitologia” dell'archeologo, figure come Arthur Evans e Heinrich Schliemann sono altrettanto leggendarie e hanno plasmato il nostro immaginario. In un determinato luogo coesistono i “miti” di questi amanti dell'epos greco e le forze primordiali dell'Ellade del passato, modernità e antichità si esibiscono sul medesimo palcoscenico. Lei cosa ha provato a varcare la famosa “Porta dei Leoni” di Micene per poi osservare le tombe degli Atridi scoperte da Schliemann?

G. G.: Fu tanti anni fa, durante il mio primo viaggio in Grecia. Allora il turismo di massa era agli inizi, ed ebbi la fortuna di visitare Micene insieme a un archeologo greco. Viaggiai su un bus davvero scalcagnato, come si usava allora in Grecia.  L’impatto con le rovine di Micene mi lasciò un’impressione profonda: un paesaggio cupo, possente, e quei due leoni - anzi leonesse - che mi accoglievano nel silenzio ventoso della cittadella… Avrei potuto ben immaginare Agamennone che mi attendeva tutto chiuso nelle sue armi di bronzo. Micene è un posto speciale, non ha niente della solarità così familiare a chi viaggia in terra greca.

Cnosso, foto di davestem

2) Creta è un'isola magica, il luogo dove Zeus crebbe al riparo dall'ira di suo padre. Creta, in particolare Cnosso, diventa anche un simbolo di una civiltà dimenticata e dal fascino misterioso, colpa anche della Lineare A (di difficile traduzione) e delle scoperte di Evans. Cnosso quindi matura una doppia genealogia mitica, quella del suo passato glorioso e ancora incorniciato dal mito e dalla leggenda e quella più recente che deriva dal lavoro dell'archeologo Evans. Come coesistono oggi la Creta “reale” con quella “romantica” di Evans?

S. R.: Evans, fin dalle origini, ha pensato a Cnosso come una sorta di parco archeologico a tema. Aveva un’idea molto precisa di quel che Cnosso e la civiltà cretese in genere dovessero essere in origine: un ibrido fra il Liberty, il Decò e i colori violenti di un mondo in cui il blu, il rosso, il nero intenso servivano bene a rappresentare un’isola-continente affacciata sul mare. Una volta scoperto, il palazzo di Minosse è uscito dall’oblio, dopo millenni di silenzio, ma si è anche vestito di un abito che forse non è stato mai il suo. Ciò non rende l’eredità dell’universo minoico meno fondamentale per la contemporaneità: molto, infatti, da quel marzo del 1900 in cui Evans ha immerso la pala per la prima volta sulla collina di Kephalà, è stato fatto per valorizzare il valore identitario di quella che, ancor oggi, è la scoperta archeologica più importante di ogni tempo, per l'Occidente.

3) Tra le località che mi hanno colpito di più mentre ero In viaggio con gli dei ci sono sicuramente il monte Liceo e Epidauro, due luoghi che conservano le tracce di un passato magico e misterico. L'Arcadia selvaggia, cannibale, bestiale da un lato e la città di Asclepio e dei sogni dall'altro, due realtà ben diverse eppure molto simili e primigenie; secondo lei quanto sono importanti gli archetipi nati tra le foreste del Liceo e tra le strade di Epidauro?

G. G.: Consacrare una città a un dio, e per giunta un dio che compare nei sogni! E a un dio, inoltre, che soffrì, come soffrivano gli esso umani che andavano a cercare le sue grazie. Eppure, credo che pochi di coloro che visitano oggi le rovine siano consapevoli di ciò che accadeva allora in quel luogo; bisogna fare uno sforzo per immaginare i malati sdraiati sui loro tettucci, e con la loro piccola storia personale, il loro dolore privato, la loro speranza. Ma se ci si ferma davanti a quelle iscrizioni (che dovrebbero essere valorizzati dai curatori del museo) ci si può anche commuovere pensando a quanta gente comune è passata da quel luogo, affidandosi ai propri sogni.
Se l’umanità, e l’immagine dolce di un dio che soccorre è la cifra di Edipauro, il Liceo è l'opposto: cupo, minaccioso. quasi terrificante. Lì i Greci stessi vedevano le prime fasi della civiltà, quando l’uomo poteva essere anche un lupo, e la distanza tra natura e civiltà era ancora ridottissima.

4) Tra le località che mi hanno colpito di più c'è sicuramente Dodona, un santuario avvolto dal mistero e da forze primitive, un luogo calcato dai grandi della storia per interrogare l'oracolo nascosto tra le querce. Dodona può ancora essere una fonte per testimoniare il rapporto tra uomo, natura e le sfere del divino?

S. R.: Anche chi di noi abbia meno consuetudine con l’esperienza del viaggio in Grecia ha sperimentato almeno una volta la sensazione di trovarsi in compagnia di una presenza invisibile: come un soffio leggero o un’ombra appena oltre il campo visivo. Ecco, Dodona e le querce che stormiscono in questo spazio quasi metafisico sono la meta perfetta per chi sia alla ricerca di una forma speciale di straniamento o di incontro magico con la natura.

5) Delfi è un santuario, una città e soprattutto un simbolo per tutte le poleis greche. “Conosci te stesso” è una delle massime socratiche più famose di sempre, ma in realtà si trovava inscritta nel tempio di Apollo a Delfi, oggi quanto è importante ascoltare gli insegnamenti del mondo greco e “conoscere se stessi”?

G. G.: Il “conosci te stesso” era la massima adottata da Socrate, e da allora ci accompagna; la nostra civiltà non ha posto al suo centro l’Amman o l’Universo, ma questo piccolo universo segreto che ognuno porta con sé, e dove ogni giorno si compie il suo dramma di vivere. per questo è necessario  conoscerci. Certo, da allora c’è stata una lunga strada; ma la domanda resta la stessa, e in fondo anche chi va da uno psicanalista lo fa per rispondere allo stesso mistero. Se io fossi uno psicanalista, accanto alla fotografia di Freud terrei quella di Apollo, magari quella che raffigura il viso così misterioso ed enigmatico dell’Apollo che si vede al museo di Delfi. Aggiungerei che l’Apollo di Socrate è forse qualcosa di diverso da un dio: un compagno di strada segreto, potremmo quasi dire. Ora gli oracoli non esistono più. ma potremmo dire che per uomini come Socrate andare a Delfi non voleva dire misurarsi con un dio, ma cercare una sapienza.

6) A seguito della battaglia di Pidna del 168 a. C. Roma assorbe il regno di Macedonia nella schiera dei suoi territori: un duro colpo per la stirpe reale macedone costretta ad abbandonare Ege. Qualcos'altro tuttavia sopravvive, non solo i tesori dei reali macedoni. Parlo di affreschi ricchi di pathos e miti, testimonianze che scagionano i macedoni dalle accuse di essere dei “barbari del nord” da parte degli elleni. Ci sono differenze tra il patrimonio culturale macedone e quello “originale” greco? O entrambi conservano le medesime strutture?

S. R.: Ora siamo inclini a immaginare la civiltà greca in genere come un mondo molto più poroso e dai confini meno perimetrati di quel che abbiamo inteso fino a qualche tempo fa. L’arte greca, in particolare, è sempre stata esposta, fin dalla civiltà minoica, alle influenze dei popoli oltre confini. Di recente, e sempre di più, intuiamo quanto l’Oriente, latamente inteso, abbia contribuito nell’arricchire l’arte, la letteratura, la religione dei Greci. Quindi, con buona pace dei nazionalisti, Greci e Macedoni hanno condiviso un universo artistico e culturale che si è formato grazie a contaminazioni reciproche.

4) Tra tutti i miti e gli episodi leggendari raccontati nel libro In viaggio con gli dei quali sono i suoi preferiti? E se dovesse scegliere un compagno di viaggio da qualsiasi epoca storica con chi percorrerebbe il medesimo itinerario descritto nel libro?

G. G.: Forse, quello raffigurato nel frontone di Olimpia, cioè la sfida tra Pelope ed Enomao per l’amore di Ippodamia. Lì vedo sprigionarsi alcune energie primordiali, non controllate, che covano nel cuore degli esseri umani: eros e thànatos, amore e morte, il desiderio, il sesso, la violenza, il coraggio, l’astuzia, la sfida. E alla fine, la nascita di qualcosa di nuovo che prima non c’era. Con chi viaggerei? Mah, se dovessi scegliere e se mi accettasse come compagno di strada, viaggerei con Platone: mi mostrerebbe i luoghi e mi racconterebbe infinite cose che non so e che mi renderebbe più saggio a ogni passo

S. R.: Mi è davvero difficile scegliere: forse, i miti legati al mare, per mio gusto personale; l’immagine di Teseo che si tuffa in mare, a largo di Cnosso, oppure la nave di Dioniso che entra in porto, al Pireo, e si avvia a prendere possesso di Atene. Quanto alla seconda domanda, invece, la mia risposta è più sicura. Ho sempre sognato di viaggiare in Grecia con il famoso Lawrence d’Arabia che amava moltissimo la letteratura antica (ha anche tradotto l’Odissea in inglese). Sarebbe di certo uno straordinario compagno di viaggio.

in viaggio con gli dei Giulio Guidorizzi Silvia Romani
La copertina di In viaggio con gli dei - Guida mitologica della Grecia, di Giulio Guidorizzi e Silvia Romani, edito da Raffaello Cortina Editore

"Le ateniesi" di Alessandro Barbero: un dramma nella commedia

Quando si parla di Atene e del suo imperium si resta quasi basiti dinanzi alla grandezza ed efficienza del suo governo democratico, soprattutto se si esamina l’età classica, ovvero il periodo più ricco e prolifico, sia dal punto di vista socio-politico che letterario. Ma anche Atene, alla pari delle altre città-stato, non era esente da storture e da una politica non in linea con i dettami democratici.

Nel romanzo Le ateniesi di Alessandro Barbero (Mondadori 2015) si ha la possibilità di esaminare proprio quelle storture che rendono Atene una città-stato comune e non idealizzata.

Alessandro Barbero al Festival della Comunicazione di Camogli (2015). Foto di Alessio Jacona, Festival della Comunicazione. CC BY-SA 2.0

Lo storico medievista mette in scena tre storie differenti che, ambientate in un periodo cruciale della storia ateniese del V a.C., il 411 a.C., tracciano uno spaccato della realtà dell’Atene di epoca classica.

Il 411 a.C. è, si potrebbe dire, un anno ‘spartiacque’ che vede Atene lacerata dal conflitto peloponnesiaco e distrutta dall’infelice spedizione siciliana e, ancor prima, dalla sciagurata sconfitta a Mantinea nel 418 a.C. Ma il 411 a.C. è anche l’anno del tentativo di colpo di stato, organizzato da un esiguo numero di ricchi oligarchi, teso ad abbattere il governo democratico, ormai obsoleto, in favore di una nuova forza politica potenzialmente garante di una maggiore stabilità imperiale: l’oligarchia.

Proprio il golpe oligarchico è alla base di una delle tre storie raccontate nel romanzo. Nei primi capitoli, Barbero, dopo aver presentato i personaggi principali del racconto, mette in scena un lussuoso banchetto, a casa di Eubulo, un ricco ateniese, cui prendono parte i più ragguardevoli tra gli antidemocratici del tempo, tra questi Crizia, personaggio emblematico e zio di Platone. Durante la lussuosa cena, i diversi convitati discutono sulla fattibilità del colpo di stato oligarchico e su come convincere il popolo ateniese dell’impraticabilità della democrazia. Con l’aiuto di Crizia, Eubulo, personaggio sul quale aleggia una luce fortemente negativa, e i diversi convitati decidono di abbattere la democrazia con il regime del ‘terrore’: commettere diversi omicidi e imputare alla democrazia stessa una scarsa sorveglianza del popolo di Atene. Il progetto oligarchico riceve consenso tra i convitati che, dopo essersi inebriati col vino e aver goduto di schiave e giovanotti, abbandonano la casa di Eubulo sicuri che il loro piano riuscirà a procurargli il consenso popolare.

Accanto a questi personaggi e intrecciate al golpe oligarchico, Barbero racconta, nei capitoli centrali e finali del romanzo, due storie che viaggiano parallelamente tra di loro per farle incrociare, poi, nel finale del romanzo.

A fare da contraltare ad Eubulo e Crizia, Barbero presenta Polemone e Trasillo, due reduci di guerra, sopravvissuti alla disfatta di Mantinea e ormai dediti al lavoro dei campi. I due personaggi sono presentati con connotati positivi: instancabili lavoratori e onesti padri di famiglia.

Durante le feste in onore di Dioniso, Polemone e Trasillo decidono di recarsi in città per assistere alla rappresentazione di una commedia di Aristofane, la Lisistrata. Nei capitoli relativi alla rappresentazione scenica vien fuori l’estro geniale di Barbero che non solo riporta fedelmente alcuni spezzoni della commedia aristofanea, ma ne ripropone, in chiave moderna, una sorta di ‘parafrasi’. Lo storico medievista è ricercato nei dettagli e accurato nelle descrizioni degli attori sulla scena, ma non soltanto, Barbero riporta, anche, i giudizi del pubblico seduto in platea che non si sarebbe mai aspettato la messa in scena di una commedia così fortemente polemica: sia nel V a.C. che nel romanzo, la Lisistrata è accolta da pareri contrastanti; l’idea di Aristofane, seppur ricercata e ingegnosa, di permettere alle donne di ‘prendere il potere’ e porre fine alle ostilità tra Atene e Sparta con lo sciopero del sesso, era, nell’antichità, ed è, nel romanzo, una trovata comicamente fantasiosa.

Parallelamente al racconto della rappresentazione della commedia di Aristofane, Barbero espone la terza ed ultima storia che vede come protagoniste Charis, figlia di Polemone, e Glicera, figlia di Trasillo.

L’Atene classica era una società fortemente maschilistica, votata a rendere le donne degli oggetti mira delle passioni e dei desideri più sfrenati dei giovani ateniesi. Barbero non si sottrae nel raccontare, anche, una vera e propria tragedia che vede protagoniste, per l’appunto, le figlie di Polemone e Trasillo.

Charis e Glicera, stanche delle oppressioni paterne, decidono di contravvenire agli ordini dei propri padri, accettando l’invito a casa di un giovincello, Cimone, figlio dell’antidemocratico Eubulo, dove ha luogo un vero e proprio massacro. Cimone e i suoi compagni, Argiro e Cratippo, sui quali l’autore spende parole di vero e proprio sprezzo, inebriati dal vino, seviziano le due ragazze, riducendole quasi in fin di vita.

I capitoli relativi al dramma di Charis e Glicera sono raccontati da Barbero con una tale perizia di particolari tale da permettere al lettore di immaginarsi la scena dinanzi ai suoi occhi.

Il dramma che si consuma nella casa di Cimone sottolinea come in una società, quale che era Atene, le donne non avevano la benché minima possibilità di riscatto rispetto alla supremazia maschile che, nella sua più sprezzante e terribile forma, abbatteva ogni tentativo di libertà femminile.

Di seguito, alcune considerazioni circa le conclusioni del romanzo, con l'intreccio delle tre diverse storie, al fine di illustrare le soluzioni magistralmente congegnate dall'Autore.

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Festival filosofia Magna Grecia Elea Velia

Il Festival della Filosofia in Magna Grecia

"Agli uomini, infatti, il Cronide dettò questa legge: è proprio dei pesci, delle fiere, dei volanti uccelli divorarsi l'un l'altro, perché non esiste giustizia fra loro; ma agli uomini diede la giustizia, che è cosa di gran lunga migliore. Se uno, conoscendo la verità, la proclama, a lui Zeus dall'ampia pupilla darà la felicità; chi invece coscientemente giurerà il falso e renderà falsa testimonianza, ingannando la giustizia commetterà irreparabile crimine e lascia 
dopo di sé la progenie sempre più oscura , mentre fiorirà la discendenza dell'uomo che ha giurato il vero".
(Esiodo, “Opere e giorni”, vv. 248-269,276-285).
Si sta svolgendo in questi giorni, precisamente dal 23 al 26 Ottobre, in Cilento, una nuova edizione dell'ormai attesissimo Festival della Filosofia in Magna Grecia, il cui tema centrale, per espresso volere degli organizzatori, è costituito dalla "Dike", termine con cui nell'antica Grecia veniva caratterizzata la Giustizia, tematica quanto mai attuale.
La manifestazione coinvolge studenti liceali provenienti da ogni parte d'Italia, i quali, nei quattro giorni della manifestazione, saranno protagonisti di incontri con filosofi, laboratori didattici e passeggiate filosofiche in un territorio, quello cilentano, che tanto ha donato nel suo glorioso passato al moderno pensiero occidentale.
I luoghi in cui sono previste queste attività, infatti, sono tra i più rappresentativi del mondo antico, almeno per quanto concerne l'ambito della Regione Campania, vale a dire il Parco Archeologico di Paestum e quello di Elea-Velia, e la deliziosa cittadina di Vallo della Lucania.
Festival filosofia Magna Grecia Elea VeliaSi è partiti Mercoledì 23 con la lezione-spettacolo a cura di Annalisa Di Nuzzo e Salvatore Ferrara, con gli attori Noemi Perfetto, Riccardo Marotta e Ilaria Cecere; prevista anche una giornata filosofica esperenziale attraverso la lettura di alcune pagine dell'Antigone di Sofocle ed il rapporto tra le leggi di Socrate e Platone.
La manifestazione prevede nei giorni 24 e 25 Ottobre anche passeggiate filosofico-teatrali negli scavi archeologici di Paestum ed Elea-Velia e dialoghi filosofici moderati da Massimo Adinolfi, ordinario di Filosofia Teoretica alla Fondazione Alario di Ascea, insieme a numerosi altri eventi tra i quali laboratori pratici coordinati da Alessio Ferrara, agorà tra docenti, Animafilosofia e concorsi  a cura di Andrea Lucisano.
"Durante il percorso filosofico-teatrale - sottolinea Annalisa Di Nuzzo - saranno definiti i fondamenti della filosofia politica. Attraverso il confronto e la libera discussione si proverà a promuovere le competenze di cittadinanza e costituzione che contribuiscono di fatto a creare un senso di appartenenza al luogo in cui si vive, al proprio paese, all'Europa ed al mondo intero, attraverso la disponibilità a partecipare al processo decisionale proprio della democrazia, cosi' imprescindibile già per gli antichi".
Per Giuseppina Russo, presidente del Festival della Filosofia in Magna Grecia, "la manifestazione ha consolidato una dimensione nazionale ed internazionale coinvolgendo oltre quarantamila liceali nelle precedenti edizioni e diffondendo la conoscenza del patrimonio culturale e archeologico dei territori della Grecia e della Magna Grecia, per i quali il festival, esaltando il genius loci, in collaborazione con gli enti locali, le istituzioni e i soggetti impegnati nella valorizzazione del territorio, è un ponte ideale tra i luoghi rappresentativi del pensiero occidentale"
Insomma, parafrasando il grande Parmenide, l'illustre filosofo vissuto tra il VI e il V sec. a.C. e nativo proprio di Elea-Velia, se è vero che "l'Essere è e il Non Essere non è", restiamo convinti che questo Festival SIA davvero una bellissima iniziativa.
Locandina del Festival della Filosofia in Magna Grecia

Una ‘carnevalata’ platonica

È stata superata, o quasi, l’era della donna succube dell’uomo e priva di ogni diritto. Ci si trova, ormai, in un’epoca che assiste ad una emancipazione femminile che spiazza, addirittura, il più ardito miscredente.

L’antichità greca e romana, al contrario, è definita l’era del dominio maschile su quello femminile. Le donne, ad Atene, avevano pochissimi diritti, anzi quasi nulli. È esagerato, forse, metterle sullo stesso piano di uno schiavo, ma la loro condizione si discostava di poco da quella schiavistica. Nell’Economico, Senofonte, nel tracciare il quadro generale dell’amministrazione della casa (oikos), affida alla figura femminile l’onere delle faccende domestiche. Ad Atene l’idea cardine, soprattutto tra i democratici di ceto medio, era quella relativa ad una vita di ‘clausura’ per le donne, mentre gli uomini potevano frequentare piazze e dedicarsi attivamente alla vita politica.

A portare una ventata idealmente innovativa ad Atene è Platone. Il famoso discepolo di Socrate, nella Repubblica, in ispecie nei libri IV e V, dialogo scritto nel IV a.C. (la datazione dei dialoghi platonici è pressoché discussa), prospetta un cambiamento radicale dell’amministrazione della città.

Ecclesiazuse
Leo von Klenze, Ideale Ansicht der Akropolis und des Areopag in Athen (1846), Neue Pinakothek, Monaco di Baviera. Olio su tela, 102,8 x 147,7 cm, Inv. Nr. 9463. Pubblico dominio

Non sarà sfuggito a chi si è dedicato, per studio o interesse, ai dialoghi platonici, l’elemento cardine all’interno del panorama ideale del filosofo, cioè i reggitori filosofi a capo della Kallipolis (lo Stato migliore). Un’idea stravagante, quasi insolita, quella prospettata dal filosofo.

Nel dialogo Repubblica, Platone ‘mette in scena’ (i dialoghi di Platone erano percepiti, anche, come delle vere e proprie opere sceniche) i tre personaggi che saranno i protagonisti dell’intero dialogo: Socrate, Glaucone e Adimanto; il luogo d’ambientazione è la casa di Polemarco presso la quale Socrate si dirige dopo aver assistito alle celebrazioni in onore della dea Bendis. Spronato da Glaucone e Adimanto, Socrate dà inizio ad una discussione sul concetto di giustizia. Inizialmente il filosofo ne traccia le caratteristiche generali per poi giungere a trattare la giustizia come elemento fondamentale per uno Stato. Ed è proprio in questa circostanza che Socrate, tramite Platone, comincia a presentare l’immagine della Kallipolis: da una città-stato primordiale, basata sull’agricoltura e l’artigianato, ad una evoluzione più complessa della stessa. Platone fa tracciare al suo maestro l’idea di uno Stato nuovo, idea che aveva già ben maturato durante il suo primo viaggio in Sicilia nel 389 a.C. circa (il racconto del suo primo viaggio è contenuto all’interno della discussa Settima lettera).

Ma qual è l’idea platonica avanzata da Socrate nel dialogo? L’originalità della proposta del filosofo si basa sulla volontà di affidare le sorti del nuovo Stato ai filosofi-reggitori che amministreranno con coraggio e sapienza; quest’ultimi, però, non saranno gli unici a comporre l’organigramma statale, infatti ci saranno i guardiani, finalizzati alla difesa dello Stato, ed infine i lavoratori, destinati alla produttività dello stesso. A completare questa struttura innovativa dello Stato, Platone fa elencare a Socrate, anche, le regole che questa Kallipolis dovrà avere: comunanza di beni e, finanche, dei figli; i figli, infatti, saranno educati in comune e i migliori saranno scelti per diventare guardiani-reggitori (Platone potrebbe essere definito, con la cautela del caso, il precursore di quel comunismo che vedrà in Marx il più alto esponente). Il filosofo bandisce, per dirla in breve, la proprietà privata; nella Kallipolis sarà vietata ogni lotta o desiderio di supremazia, tutti i cittadini avranno pari diritti e beni, solo così uno Stato può essere definito ‘armonioso’. Ma a creare ‘scandalo’ si aggiunge la proposta platonica di ‘far uscire’ di casa le donne. Socrate, infatti, rivolgendosi a Glaucone e Adimanto, afferma che le donne nel nuovo Stato avranno maggiore considerazione, parteciperanno, come gli uomini, attivamente alla vita della Kallipolis e riceveranno la migliore educazione: musica e ginnastica. Quest’ultima proposta contrastava con gli ateniesi più conservatori; era inimmaginabile, per molti, che la donna potesse essere messa alla pari dell’uomo. A conferma dell’ideale conservatore ateniese, si può citare il capitolo 122 della Contro Neera di Demostene, oratore vissuto nel IV a.C.: «In questo consiste la convivenza matrimoniale con una donna, nel far figli con lei, nel presentarli ai frateri e ai demoti come figli legittimi, e nel far sposare le figlie come figlie proprie. Noi ci teniamo le cortigiane per il nostro piacere, le concubine per la cura quotidiana del nostro corpo, le mogli per la procreazione di prole legittima, e per avere una fida custode del focolare»; le parole dell'acutissimo Demostene rappresentano, degnamente, l’ideale maggioritario tra gli ateniesi del tempo.

Aristofane Ecclesiazuse
Aristofane, busto dalle Gallerie degli Uffizi, Firenze. Foto in pubblico Dominio

C’è stato, anche, chi ha criticato la proposta platonica facendone una parodia. Tra questi spicca il nome di Aristofane, commediografo attivo, soprattutto, nella seconda metà del V a.C. e ferventissimo osservatore delle storture dell’Atene del tempo. Famose sono le sue invettive comiche contro personaggi del calibro di Socrate, Alcibiade e Cleone; non poteva mancare Platone, ovviamente!

Michail Michailovič Bachtin. Foto di anonimo negli anni '20 del Novecento. Pubblico dominio

Nel 391 a.C. il commediografo porta in scena, alle Lenee (feste in onore di Dioniso durante le quali si mettevano in scena commedie e tragedie – seppur quest’ultime in misura minore -), le Ecclesiazuse (Le donne all’assemblea popolare). La commedia può essere ritenuta un vero manifesto anti-platonico. La genialità aristofanea è chiara sin dall’inizio: le donne, guidate da Prassagora, decidono di travestirsi da uomini (primo elemento parodico) ed andare all’assemblea popolare (parodizzazione della realtà: le donne non avevano nessuna facoltà di potervi accedere) e si candidano alla guida della città. Gli uomini vengono detronizzati e le donne comandano. Aristofane porta allo stremo la teorizzazione della parità uomo-donna di Platone. Il commediografo mette in pratica quel concetto che secoli dopo Michail Bachtin, filosofo e critico letterario russo, definisce ‘carnevalizzazione della letteratura’ (durante il carnevale si assiste al sovvertimento dei ruoli: i poveri si travestono da ricchi e quest’ultimi vestono i panni di mendicanti e nullatenenti). Ed è chiaro l’attacco parodico indirizzato al discepolo di Socrate, ancora più sprezzante se si pensa che, alla comunanza dei beni, Aristofane aggiunge quella dell’amore (eros).

Con la commedia Ecclesiazuse, Aristofane dà vita ad una disputa ‘letteraria’ con Platone che non esita a rispondere all’attacco del commediografo. Questa disputa è stata analizzata in un pregevolissimo volume del professor Luciano Canfora, edito da Laterza nel 2014: La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone.

Luciano Canfora. Dettaglio di foto opera di Edvige Galluzzi, CC BY-SA 4.0

Il filosofo, infatti, nel V libro della Repubblica fa dire a Socrate: «È uomo vano colui che ritiene ridicolo qualcosa che non sia il male; è uomo vano colui che vuol far ridere avendo di mira come ridicolo un qualche spettacolo che non sia quello della dissennatezza e della malvagità». È palese l’attacco al commediografo da parte di Platone e, come afferma il professor Canfora: «[Platone] lo [Aristofane] attacca andando al cuore del problema esteticola sua concezione del bello -»; infatti, come si è detto, Aristofane nelle Ecclesiazuse parla della comunanza dell’amore (eros) e di come, sia gli uomini che le donne, prima di accedere all’uomo o alla donna desiderata, dovranno soddisfare, per gli uomini, la donna più brutta, per le donne, l’uomo più brutto.

La vendetta platonica non si ferma al V libro della Repubblica; nel 387 a.C., pochi anni dopo, quindi, la messa in scena delle Ecclesiazuse, Platone scrive il dialogo Simposio, nel quale protagonisti indiscussi sono: Socrate, Fedro, Alcibiade ed Aristofane. A quest’ultimo, Platone fa pronunciare un inno d’elogio all’amore omosessuale. La vendetta di Platone è servita! Aristofane, infatti, nelle sue commedie, si era più volte scagliato contro l’amore omosessuale e fa specie che, nel Simposio, proprio lui si sia cimentato in un elogio spassionato dell’omoerotismo.

Al di là della disputa Platone/Aristofane, analizzata magistralmente dal professor Canfora, disputa che ha visto i due pionieri battersela per i propri ideali, è necessario prendere in considerazione la portata della proposta platonica. Il professor Canfora intitola il proprio volume: La crisi dell’utopia, infatti, quella di Platone, è una proposta utopistica, irrealizzabile, soprattutto se si pensa alla situazione socio-politica dell’Atene dei primi anni del IV a.C.: sconfitta e allo stremo delle forze. La proposta platonica, oltre ad utopistica, si potrebbe definire una ‘carnevalata’: come per le Ecclesiazuse, Aristofane sovverte i ruoli predominanti: le donne al comando e gli uomini succubi, anche Platone, in un certo senso, stravolge, o meglio capovolge, la situazione socio-politica e l’ordine delle credenze degli ateniesi del tempo. Ecco perché il disegno platonico si conclude con un nulla di fatto, lo stesso discepolo di Socrate se ne ravvede. Atene sarebbe potuta idealmente diventare una Kallipolis, ma la storia dice altro.


Riuscirà il ‘cavallo’ della razionalità a saltare l'‘ostacolo’ dell'irrazionalità?

RIUSCIRÀ IL ‘CAVALLO’ DELLA RAZIONALITÀ A SALTARE L’‘OSTACOLO’ DELL’IRRAZIONALITÀ?

La morte di Orfeo in un kantharos in argento del 420-410 a. C., parte della Collezione Vassil Bojkov (Sofia, Bulgaria). Foto di Gorgonchica, CC BY-SA 4.0

Quando cerchiamo di analizzare ciò che ci circonda, spesso ci chiediamo quale origine abbia quel determinato oggetto da noi preso in esame. Gli archeologi, per esempio, si interrogano sull’origine di un reperto ritrovato, i papirologi sui papiri e così via. Tutto rimanda, per la maggior parte dei casi, al mondo greco-romano (e non solo, si potrebbero aggiungere, anche, oggetti – reperti e papiri - e usanze derivanti dal mondo orientale), quel mondo così lontano, ma anche così vicino, che ha lasciato tracce ancora visibili. Però non ci si interroga solo su elementi tangibili, ma anche su usi e costumi che hanno radici lontane nel tempo.

Ancora oggi, per esempio, si dà grande importanza ai sogni e come questi abbiano una ricaduta su eventi futuri; esistono, ancora, maghi e medium che profetizzano il futuro. Tutte queste credenze affondano le loro radici in un mondo lontano, probabilmente antecedente allo stesso mondo greco-romano civilizzato. Omero, per esempio, sia nell’Iliade che nell’Odissea, parla di profezie e sogni premonitori, lasciando trasparire un’origine divina. Gli stessi greci avranno mutuato queste credenze da quelle civiltà, definite l’una minoica e l’altra micenea, che precedettero il mondo greco arcaico. Questi argomenti sono stati egregiamente esaminati in un pregevole volume del regius professor di Oxford Eric R. Dodds, I Greci e l’Irrazionale, che, ancora ora, risulta di fondamentale importanza per chi si volesse avvicinare allo studio dei fenomeni e razionali e irrazionali di una civiltà che molto ha contribuito alla creazione dell’odierno occidente civilizzato.

Quando ci si approccia allo studio della letteratura greca e, in ispecie, ad Omero, spesso si legge dell’importanza della civiltà di colpa e di vergogna che è alla base degli eroi omerici. È possibile immaginare un Ettore che decide di restare con Andromaca e il piccolo Astianatte contravvenendo all’obbligo di difendere la sua amata Troia? La risposta è semplice: un ‘no’ perentorio. Il ‘no’ di Ettore è dettato proprio da quella tipologia di civiltà alla base della coscienza dell’eroe omerico. Si provi ad immaginare la vergogna, per un guerriero (o meglio, eroe), nell’essere definito un ‘vigliacco’ per non aver difeso il suo popolo; e si pensi, anche, se si vuole, ad una possibile ‘colpa’ per una eventuale sconfitta. L’eroe omerico era intransigente e lo era per i dettami di quella civiltà di cui si è accennato poco sopra. Dodds giudica questa tipologia di pensiero dettata da una credenza comune: non bisognava rifiutare la pianificazione divina. L’ira degli dèi (phthonos theon) impauriva tutti, anche il più valido guerriero. L’eroe omerico, per esempio, poteva incorrere nella hybris (tracotanza): non si poteva osare più di quanto era dovuto.

L’origine divina di questa tipologia di credenza, civiltà di vergogna e di colpa (shame culture e guilt culture), è confermata da Dodds; lo studioso ritiene che alla base della civiltà omerica e, anche, pre-omerica, vi fosse, nella credenza popolare, l’idea della presenza incombente e minacciosa della divinità. Questa presenza giustifica, anche, un’altra tematica affrontata dal regius professor nel suo volume, cioè la pazzia e come essa fosse percepita dagli uomini.

Gli antichi distinguevano due tipologie di pazzia: quella legata al soprannaturale e quindi derivante dall’influenza di una divinità e quella legata ad uno stato patologico. Per quanto riguarda la prima tipologia, Apollo è una delle divinità più legate a questa prima categoria di pazzia, definita, nel Fedro platonico, ‘furore profetico’; legate alla cultura apollinea sono la Pizia e la Sibilla. È famoso l’oracolo di Apollo a Delfi, presso il quale molti si recavano alla ricerca di un responso; non era la divinità in persona a parlare, ma una profetessa, la Pizia, che, in stato di trance profetica e plena deo, riferiva il responso divino. Questa tipologia di pazzia/furore era comune nella credenza dei greci (basti pensare che, prima di ogni evento bellico, ci si recava presso l’oracolo alla ricerca di un consenso). Si è detto, anche, che spesso questa pazzia/furore era dettata da una patologia; in genere i malati non erano riconosciuti come intermediari di una divinità, anzi erano cacciati dalla comunità (ad Atene, per esempio, erano soliti cacciarli con sassi o, addirittura, sputi). Ma non tutti erano soliti allontanare questi malati; alcuni credevano che la loro patologia fosse una conseguenza di una inferenza divina (esaustivo, in questo senso, il De morbo sacro di Ippocrate).

Penteo fatto a pezzi da Agave e Ino. Ceramica attica (lekanis) a figure rosse, 450-425 a. C. Foto di Marie-Lan Nguyen (2007)

Questa pazzia/furore non si manifestava soltanto attraverso la profezia di un ‘impossessato’, ma anche attraverso danze specifiche legate, nella maggior parte dei casi, al culto dionisiaco (è icastica la scena della danza delle Baccanti nell’omonima tragedia di Euripide). Questa danza aveva una funzione catartica, cioè purificare l’anima degli adepti. Platone definisce questa tipologia di furore/pazzia ‘telestico o rituale’.

Anche i poeti potevano essere ‘impossessati’ da una divinità e comporre in stato di trance. Generalmente erano le Muse a invogliare i poeti a comporre i loro versi (Esiodo, per esempio, nell’incipit della sua Teogonia afferma che furono le Muse Eliconie a spronarlo a comporre l’opera). Anche in questo caso Platone categorizza questa tipologia di furore/pazzia definendolo ‘poetico’.

Tutte queste categorie sono legate da un lato, alla funzione catartica, dall’altro, alla funzione profetica e poetica. Si potrebbe prendere in considerazione un’altra tematica analizzata da Dodds, cioè la valenza dei sogni e la cultura sciamanistica.

Come suddetto, ancora oggi i sogni hanno una valenza fortemente premonitrice. Questo stesso valore era percepito dagli antichi greci. Nei sogni, spesso, si manifestavano parenti o persone vicine al sognante, raramente divinità (i greci, per esempio, affermavano di ‘vedere’ nel sogno), e spesso queste parlavano al soggetto avvertendolo o consigliandolo. Sono famose, per esempio, le scene di sogni nell’Iliade e nell’Odissea; la figura onirica entrava nella camera da letto del sognante attraverso il buco della serratura e si manifestava. Non tutti i sogni, però, erano fausti, c’erano sogni angoscianti e infausti e gli antichi, generalmente, tendevano a rendere oggettivo il messaggio dell’eidolon (immagine) del sogno. Il sogno poteva avere, anche, una funzione guaritrice, basti pensare al culto di Asclepio che si diffuse sul finire del V a.C. (fondamentale la pubblicazione della Cronaca del tempio di Epidauro nel 1883). Alcuni casi di guarigioni nei sogni sono presenti nei racconti di persone che, durante il sonno o la veglia, venivano curati e si risvegliavano sani. Su questa tematica Dodds si mostra parecchio scettico: o erano sogni reali ovvero i malati erano drogati o ipnotizzati e immaginavano la figura di un guaritore dietro la quale, con molta probabilità, si nascondeva un sacerdote. Questa credenza che può sembrare arcaica, in realtà continuò ad essere presente nella cultura dei greci del V a.C. (Aristofane, per esempio, nel Pluto parla di guarigioni di malati per mano di serpi) e, forse, anche nel IV a.C.

Legata alla credenza dei sogni, nell’antichità si afferma anche la ‘cultura sciamanistica’. Oggi siamo abituati a giudicare gli sciamani come guaritori provenienti dalla Siberia e dall’area asiatica. Dodds, in realtà, parla di sciamani che entrarono in contatto con la cultura greca. La Tracia è rappresentata come la regione principale di questa tipologia di credenza; infatti Orfeo, originario della Tracia, è giudicato uno sciamano, un guaritore che assisteva i diversi ‘clienti’ sia psichicamente che fisicamente (Dodds parla anche di un tale Zalmoxis come lo sciamano per eccellenza). Alla base di questa cultura, che i greci giudicavano antichissima, c’è l’idea che l’anima (psyche) avesse un’entità divina e che questa si esplicasse durante il sonno, giudicato, per l’appunto, l’approdo più vicino alla morte. La cultura sciamanistica prevedeva che l’anima continuasse a vivere dopo la morte, motivo per il quale, spesso, gli antichi, insieme al cadavere, seppellivano gli oggetti più vari, sicuri che quell’anima avesse ancora bisogno di bere, mangiare, vestirsi ecc. (questa è una credenza antichissima, appartiene, infatti, ai popoli dell’Egeo sin dall’epoca neolitica). Il fatto che l’anima, dopo la morte, continuasse a ‘vivere’, giustifica, in un certo qual modo, l’immagina (eidolon) che alcuni affermavano di vedere durante il sonno; probabilmente quell’eidolon (immagine) era l’anima di un defunto che era andato a far visita al sognante e, con molta probabilità, profetizzava gli eventi futuri. Inizialmente si credeva nell’unità anima/corpo, cioè gli antichi erano soliti nutrire il defunto con il fine di far ‘vivere’ l’anima racchiusa in quella carcassa. Furono i poeti omerici a distinguere l’anima dal cadavere, quindi a liberare l’entità divina da quella terrena.

Tutte queste credenze, prese in esame soltanto in maniera cursoria (nel rispetto del pregevole volume di Dodds), hanno dato vita a diverse discussioni legate alla loro veridicità. C’è stato chi, al contrario dei più fervidi seguaci, ha criticato fortemente la religione e, con essa, l’apparato di cui era provvista. Si pensi a Socrate, condannato, non solo per aver corrotto i giovani rampolli ateniesi, ma anche per la sua feroce critica nei confronti della religione tradizionale; Ecateo, che giudicava la religione ridicola; Senofane, che mise alla berlina i miti omerici e spergiurò sulla divinazione; Eraclito, che attaccò tutto il ‘conglomerato’ delle credenze più antiche; a queste personalità, si possono aggiungere, anche, Democrito, Diogene. Il V a.C. è il periodo dell’‘illuminismo greco’, quel periodo di intellettuali tesi a far valere la ragione alla fede ed è proprio in questo periodo che si avvicendano i diversi processi per ‘ateismo’ (il processo di Socrate è il più controverso). Anche Platone, nella Repubblica e nelle Leggi, ha tentato di rendere più razionale il ‘conglomerato’ di quelle credenze mistiche che erano alla base della cultura greca e pre-ellenica e che, ormai, si erano radicate nella mentalità della polis.

Il tentativo dei Sofisti e dello stesso Platone, però, non sono andati a buon fine, anzi lo stesso Dodds afferma che gli antichi ‘illuministi’ non potevano riuscire a spiegare l’irrazionale dal momento che erano privi di quegli strumenti atti a decifrare la mentalità mistica che non si poteva spiegare se non attraverso la mitologia. Ancora, il regius professor, nelle battute finali del suo volume, utilizzando la metafora del cavallo e del cavaliere, afferma: «Fu il cavallo a rifiutare il salto, o fu il cavaliere? […] Personalmente credo che sia stato il cavallo […] i creatori del primo razionalismo europeo non furono mai […] razionalisti soltanto; cioè sentivano profondamente, anche con l’immaginazione, la potenza, le meraviglie e i pericoli dell’irrazionale. Ma tutti quegli eventi che si verificano oltre la soglia della coscienza potevano descriverli soltanto nel linguaggio della mitologia o dei simboli; mancava loro uno strumento per intenderli […] Invece l’uomo moderno ora comincia a foggiarsi tale strumento […] Eppure ci si offre così una speranza: se ce ne serviremo intelligentemente, arriveremo a conoscere meglio il nostro cavallo; conoscendolo meglio, sapremo condurlo, con un allenamento migliore, a vincere la paura; vinta la paura, cavallo e cavaliere potranno un giorno affrontare il salto decisivo […]».

In conclusione, il volume di Dodds, si presta alla lettura di chi, specialista o semplice appassionato, voglia avvicinarsi all’irrazionale greco e comprenderne, nel limite degli strumenti, le ragioni più profonde. Insomma, per dirla con Maurizio Bettini, che cura l’introduzione al volume del regius professor, alla domanda «Perché leggere questo libro», si dovrebbe rispondere «Semplicemente perché è uno dei libri più belli che siano mai stati scritti sul mondo greco e su quello antico in generale».

Eric Robertson Dodds I Greci e l’irrazionale razionalità irrazionalità Grecia
Il classicista Eric Robertson Dodds, in una foto anonima del 1949

Bibliografia

Eric R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, Milano 2013 (a cura di M. Bettini, Riccardo di Donato, Arnaldo Momigliano; trad. it. di Virginia Vacca de Bosis) [=Eric R. Dodds, The Greeks and the Irrational, University of California Press, Berkeley and Los Angeles 1951].


In medio stat virtus: il Cortegiano di Baldassar Castiglione

Il mese in corso è senza dubbio ricco di ricorrenze per tutti gli appassionati di letteratura: l’8 febbraio del 1529 moriva a Toledo Baldassar Castiglione.

Diplomatico, umanista, letterato e anche militare italiano, è conosciuto soprattutto grazie al suo famosissimo Cortegiano, una prosa che si colloca nel solco della trattatistica cinquecentesca e che pur avendo le sembianze di un “manuale di comportamento”, ha in sé anche una proposta linguistica al pari di quella di letterati come Pietro Bembo, Niccolò Machiavelli e Gian Giorgio Trissino, rendendolo partecipe della cosiddetta “questione della lingua”.

Baldassar Castiglione Baldassare Castiglione il Cortegiano
Raffaello Sanzio, Ritratto di Baldassare Castiglione, foto di Elsa Lambert di C2RMFPubblico Dominio

Un breve cenno alle vicende dell’autore è però doveroso. Castiglione nacque nei pressi di Urbino nel 1478 da una famiglia agiata. Dopo essere stato a servizio, molto benvoluto, presso diversi signori, quali Ludovico il Moro e i Gonzaga, rientrò ad Urbino e trovò in questa corte, sotto Guidobaldo di Moltefeltro ed Elisabetta Gonzaga, l’ambiente ideale, quello dove ogni uomo vorrebbe vivere. A questo periodo risale Il libro del Cortegiano (1516). Rimasto vedovo pochi anni dopo il matrimonio, decise di intraprendere la carriera ecclesiastica e conseguentemente entrare al servizio di papa Leone X, da cui si era già recato in passato nelle vesti di ambasciatore del duca di Urbino. A Roma Castiglione terminò anche una seconda redazione dell’opera che aveva in mente, il Cortegiano, che si era già premurato di diffondere tra i letterati nella sua prima redazione (era pressoché normale che un’opera, prima di essere data alle stampe, circolasse manoscritta: l’opinione, interesse o anche solo dei consigli erano importanti per un autore. A tal proposito, è  notevole testimonianza una lettera che Castiglione inviò a Bembo, datata 15 gennaio 1520, in cui si evince come l’autore del Cortegiano avesse chiesto all’autore degli Asolani un parere non ancora giuntogli sul suo trattato, e sperasse fosse così per lo smarrimento della missiva di risposta, non per disinteresse nei confronti dell’opera: “ Signor messer Pietro, alli dì passati scrissi a vostra Signoria dolendomi della mia disgrazia, occorsami per lo mezzo di monsignor nostro di Baius, che fu il perdere la lettera ch’ella mi scrivea sopra il mio ‘Cortegiano’; e la pregai che si degnasse di replicarmi qualche cosa delle contenute in quella. E per non aver avuto risposta alcuna, mi è parso replicare questa e di nuovo ripiegarla del medesimo; ché sto pur troppo sospeso non avendo almen qualche scintilla in generale, se non si può in particolare del suo giudicio sopra questo povero ‘Cortegiano’, sicché vostra Signoria si degni di compiacermene. Desidero ancor sommamente sapere del ben esser suo, però la prego a darmene avviso. Io, Dio grazia, son sano con tutta la casa mia e a vostra Signoria di cuore mi raccomando.”; è evidente il tono reverenziale nei confronti di quella che a tutti gli effetti era diventata un’autorità in campo letterario nonostante non avessero ancora visto la luce le Prose della volgar lingua).

Uno dei ritratti più famosi di Pietro Bembo conservato alla National Gallery di Londra, ad opera di Tiziano Vecellio, Pubblico dominio

Mentre ultimava una terza redazione del suo trattato sulla vita di corte, nel 1524 papa Clemente VII lo nominò nunzio pontificio in Spagna, presso l’imperatore Carlo V. L’opera fu data alle stampe a Venezia presso Aldo Manuzio nel 1528 senza la revisione dell’autore. Castiglione morì l’anno seguente in preda a violenti attacchi di febbre, pianto dall’imperatore Carlo V in persona che si dice lo ricordasse come “uno dei migliori cavalieri del mondo”.

Ma venendo finalmente all’opera: cosa è il Cortegiano? Perché tre redazioni, ci sono differenze? Quali sono la struttura e i temi? Perché ha una valenza tale?

Tra il XV e il XVI secolo fiorirono trattatistiche di vario genere. In particolare la svolta di civiltà che vi fu spinse alcuni intellettuali a proporre quasi un nuovo codice di comportamento, che si adattasse ad una nuova cultura. Paolo Cortesi ad esempio scrisse De cardinalatu (una serie di precetti per la vita pubblica e privata dei cardinali), Niccolò Machiavelli scrisse De principatibus (più famoso come Il Principe), Giovanni Della Casa scrisse il Galateo ovvero de’ costumi (o semplicemente Galateo). Anche Baldassar Castiglione volle proporre un manuale di comportamento in quattro libri. La forma scelta è quella dialogica tra diversi interlocutori tra cui alcuni di spicco: Ludovico di Canossa, Federigo Fregoso, Giuliano de’ Medici, Ottaviano Fregoso e Pietro Bembo. Il dialogo è retrodatato al 1506.

Preferì scrivere l’opera in volgare, di modo che fosse di più immediata comprensione rispetto al modello a cui si era ispirato, il Tractato dello cortesano di Diomede Carafa (1487).

Se si confrontano tra loro le edizioni, si noteranno modifiche significative: il motivo conduttore del trattato è illustrare appunto, dopo una lettera dedicatoria a Michele de Silva, le qualità del perfetto cortigiano. Nel primo libro ci si focalizza sulla dote principale, la grazia, nel modo di porsi, di conversare, intrattenere e di ostentare una cultura anche fittizia. Nel secondo libro seguono le doti secondarie, quelle del canto, della danza e del saper primeggiare nelle giostre, il tutto nella più assoluta umiltà. Il resto del trattato è stato rivisto durante gli anni. Nella prima edizione del 1516 ad esempio vi erano delle lunghe trattazioni, alquanto misogine, sulla donna e sul suo ruolo all’interno della corte, poi smentite, attraverso le parole di Giuliano de’ Medici, nel libro terzo, probabilmente in virtù della profonda stima che nutriva Castiglione per la duchessa di Urbino nonché protagonista della vita culturale di corte, Elisabetta Gonzaga  (“perché molte virtú dell’animo estimo io che siano alla donna necessarie cosí come all’omo; medesimamente la nobilità, il fuggire l’affettazione, l’esser aggraziata da natura in tutte l’operazion sue, l’esser di boni costumi, ingeniosa, prudente, non superba, non invidiosa, non malèdica, non vana, non contenziosa, non inetta, sapersi guadagnar e conservar la grazia della sua signora e de tutti gli altri, far bene ed aggraziatamente gli esercizi che si convengono alle donne. Parmi ben che in lei sia poi piú necessaria la bellezza che nel cortegiano, perché in vero molto manca a quella donna a cui manca la bellezza. Deve ancor esser piú circunspetta ed aver piú riguardo di non dar occasion che di sé si dica male, e far di modo che non solamente non sia macchiata di colpa, ma né anco di suspizione, perché la donna non ha tante vie da diffendersi dalle false calunnie, come ha l’omo”[…] dico che a quella che vive in corte parmi convenirsi sopra ogni altra cosa una certa affabi1ità piacevole, per la quale sappia gentilmente intertenere ogni sorte d’omo con ragionamenti grati ed onesti, ed accommodati al tempo e loco ed alla qualità di quella persona con cui parlerà, accompagnando coi costumi placidi e modesti e con quella onestà che sempre ha da componer tutte le sue azioni una pronta vivacità d’ingegno, donde si mostri aliena da ogni grosseria; ma con tal maniera di bontà, che si faccia estimar non men pudica, prudente ed umana, che piacevole, arguta e discreta” capp IV-V. Si nota il rimarcamento della posizione di subalternità della “donna di palazzo”, la quale ha comunque un ruolo immancabile all’interno della società cortigiana; tutto il terzo capitolo della redazione definitiva le è dedicato); sono affrontate tematiche nuove, prima su tutte il rapporto che il cortigiano deve intessere con il principe (libro quarto): un rapporto di onestà totale. Il cortigiano può, anzi deve correggerlo, consigliarlo, influenzarlo affinché pratichi un buon governo. Perché ciò accada, occorre che il principe sia circondato da sudditi con qualità morali, che vogliano il bene loro e della corte intera attraverso di lui. Questa sembra essere una piacevole apertura dell’opera, fino a ora incentrata solo sull’utilitarismo. Chiude l’opera un elogio all’amore spirituale pronunciato da Bembo.

Elisabetta, figlia di Federico I Gonzaga e moglie di Guidobaldo di Montefeltro in un ritratto attribuito a Raffaello, foto SponsorhousePubblico dominio

Insomma, si nota come nel corso degli anni Castiglione avesse avuto modo di spostarsi di corte in corte, osservare diverse situazioni e studiarle fino a giungere alla formulazione di un modello di comportamento che fosse il meno idealizzato possibile, nonostante venga tacciato di idealismo, se paragonato al realismo machiavelliano del Principe. Secondo Salvatore Battaglia, non bisognerebbe lasciarsi ingannare dalla tipologia di trattazione o dagli antichi che l’autore dichiara di aver preso a modello nella lettera dedicataria (nomi altisonanti come Cicerone, Platone, Senofonte) ma guardare a quanto tenti di “calare nel reale” gli esempi che propone. Come non guardare in ultimo alla lingua. Castiglione infatti scrisse, come si è già evidenziato, in volgare, ma è esso un volgare d’uso, mobile, basato sul bon giudicio, l’unica lingua che poteva essere coerente con un dialogo tra persone; va da sé che si sia opposto dunque alla teoria imitativa, toscana e arcaizzante che aveva proposto Bembo nelle sue Prose. Al contempo era una proposta ancora diversa da quella di Machiavelli, che sosteneva sì la lingua toscana, ormai la più diffusa in tutta Italia grazie alla letteratura, ma nella sua forma moderna e parlata. Ancora diversa era la teoria italiana che propose nel 1529 Trissino (per tutti gli approfondimenti a piè pagina*).

Ritratto di Castiglione attribuito a Tiziano, Pubblico dominio

Nonostante vada apertamente contro quella che fu la teoria vincente, il Cortegiano ha avuto fortuna immediata in tutto il continente e prima della fine del XVI secolo fu tradotto nelle principali lingue europee, assunto a prontuario di buone maniere, inimitabile e citato ovunque.

Frontespizio di un'edizione inglese del Cortegiano di Baldassar Castiglione, file di Bryan DerksenPubblico dominio

Fonti

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011

“La lingua italiana. Profilo storico” di Claudio Marazzini; Bologna, 2002

“La letteratura del comportamento e l’idea del Cortegiano” di Salvatore Battaglia; Milano, 1970

*“Questione della lingua” in Enciclopedia dell’italiano di Claudio Marazzini, 2011

“Baldassar Castiglione” in Enciclopedia dell’Italiano di Elisabetta Soletti, 2010