Il premio Nobel e la passione per la prosa

Dopo un anno di silenzio e scandali, l’Accademia svedese torna ad assegnare il premio Nobel per la letteratura, e lo fa per entrambe le annate 2018 e 2019. I nuovi laureati sono rispettivamente la romanziera polacca Olga Tokarczuk e il poliedrico scrittore austriaco Peter Handke.

Al netto dei pianti di rito da parte degli estimatori più accaniti dei soliti sospetti Murakami, Yeoshua e Grossman, la scelta non sconvolge (il nome di Olga Tokarczuk non era ignoto agli scommettitori), ma non si presenta neanche ovvia.

Premio Nobel letteratura prosa Olga Tokarczuk
Olga Tokarczuk. Foto di Martin Kraft (photo.martinkraft.com), CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Le motivazioni dell’Accademia:

Olga Tokarczuk “per un'immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l'attraversamento dei confini come forma di vita”.

E Peter Handke “per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell'esperienza umana”.

Premio Nobel letteratura prosa Peter Handke
Peter Handke. Foto Wild + Team Agentur - UNI Salzburg, CC BY-SA 3.0

L’Accademia di Svezia ci regala, con questa doppia scelta, un’importante riflessione sulla letteratura contemporanea, ovvero, oserei dire ancora meglio, sulla prosa contemporanea.

Tokarczuk, che pure ha pubblicato una raccolta di poesie, è principalmente nota per essere la raffinatissima autrice di romanzi (molto classico il suo esordio con Il viaggio del libro-popolo) e soprattutto ‘non-romanzi’, ossia splendidi miscugli di racconti, resoconti e brevi saggi, tra cui il più recente e forse il più famoso fra quelli tradotti in italiano è I Vagabondi, un romanzo frammentario (già vincitore del Booker International Prize nel 2018), composto da 116 piccoli racconti dalla lunghezza variabile, aventi a che fare con viaggi – con l’atto del viaggiare, per essere precisi, non con la permanenza.

Dal canto suo, sebbene Handke abbia scritto anche molta poesia, è per i suoi romanzi, la sua saggistica e la sua prosa teatrale che è famoso in tutto il mondo: stilare una lista di titoli di rilievo sarebbe riduttivo, ma si dovrà quanto meno ricordare il suo testo avanguardistico Insulti al pubblico, in cui, in assenza di trama, il drammaturgo cerca di imbarazzare gli spettatori, coinvolgendoli e spaventandoli. Decisamente più tradizionale è il romanzo La donna mancina, da cui, essendo Handke anche sceneggiatore (la sua penna ha significativamente collaborato a Il cielo sopra Berlino), ha curato la trasposizione cinematografica.

Questa nuova coppia di eletti nell’olimpo della letteratura mondiale si inserisce bene in una tacita tendenza dell’accademia svedese a prediligere la prosa – e, spesso, il romanzo, in particolare – alla poesia.
Se guardiamo agli ultimi vent’anni di assegnazione del prestigioso premio, ben pochi sono i poeti, o in generale i non prosatori, giusto per voler includere l’alquanto infelice e quasi imbarazzante caso di Bob Dylan nel 2016, un errore di percorso, forse, se – non solo evidentemente sopravvalutato dall’accademia – mancò anche di mostrare riconoscenza e, pur accettando il premio (ovverosia, il denaro), non presenziò alla cerimonia di assegnazione trincerandosi dietro una becera scusa. Ma torno al punto cruciale: se si eccettuano Dylan nel 2016, Tranströmer nel 2011, e, volendo, anche Pinter nel 2005, è almeno dal 1998 – ma si può andare ancora indietro – che la prosa (spesso, spessissimo, il romanzo) domina in modo preponderante sulla poesia. Eppure, stando alle statistiche, non sembra che nel mondo si sia a corto di poeti.

A questo punto, per concludere questi brevi rallegramenti per la felice ed elegante scelta per questi 2018 e 2019, non possiamo che augurarci molti altri anni di buona letteratura, ma forse anche e soprattutto di buona poesia!

Foto lil_foot_ da Pixabay 

Luce d'agosto William Faulkner

Luce d’agosto: la tragedia americana di William Faulkner

Se la grande letteratura del ‘900 ha prodotto qualcosa che si avvicina alla forza suggestiva della tragedia greca di V secolo a.C., questo qualcosa è certamente Luce d’agosto di William Faulkner. Il premio Nobel, due volte premio Pulitzer e sceneggiatore americano è annoverato tra le più grandi penne del secolo passato. Celebre è infatti la sua scrittura magmatica e a tratti oscura, soprattutto quando si perde nei meandri di menti ‘ritardate’ o allucinate - come quelle dei fratelli Compson de L’urlo e il furore - o nella narrazione corale e multipolare di Mentre morivo (entrambi romanzi-capolavoro, ignorati dai suoi contemporanei e acclamati dai nostri). Il flusso di coscienza di matrice joyciana in Faulkner assorbe tutto, anche la realtà, mescolandola, quasi senza soluzione di continuità, ai pensieri dei suoi personaggi. Tra continui flashback e flashforward, il lettore si muove, tra le sue pagine, a tentoni, come in una nebbia, ma invogliato ad ogni giro di frase a proseguire il cammino, alla ricerca della luce, della parola che scioglie l’intreccio e lo riempie di significato.

Le storie che Faulkner narra riguardano vicende torbide e squallide, dalle atmosfere pulp e gotiche. Incesti, omicidi, delitti di sangue, adulteri, stupri erano il fulcro delle tragedie dell’antichità, e lo sono anche delle storie dello scrittore di New Albany, che nella contea immaginaria di Yoknapatawpha, Mississippi ambienta la maggior parte dei suoi racconti.

Luce d'agosto William Faulkner
La "Faulkner Portable", la macchina da scrivere Underwood Universal Portable appartenuta a William Faulkner. Foto di Gary Bridgman, CC BY-SA 3.0

Dopo il flop dei suoi ‘capolavori’ d’esordio, Faulkner raggiunge finalmente il successo con Santuario (1931) e Luce d’agosto (1932). Agli albori degli anni ’30 gli Stati Uniti sono nel pieno della recessione economica, la Jim Craw Law legalizza la segregazione razziale e il proibizionismo è ormai agli sgoccioli. Ed è proprio il contrabbando di alcool a fare da sfondo ai due romanzi di Faulkner più apprezzati dal pubblico dell’epoca: da un lato un cupo dramma senza possibilità di redenzione, Santuario, con al centro la vicenda personale (e scandalosa) di Tample Drake, giovane ragazza violentata in un capanno e poi segregata in un bordello di Memphis dal glaciale contrabbandiere senza scrupoli Popeye; dall’altro Luce d’agosto, la storia travagliata di Joe Christmas, uomo dalla pelle ‘color pergamena’ e ‘sangue negro’ nelle vene, anche lui contrabbandiere di alcool e assassino della donna bianca che amava, l’unica donna bianca che potesse amare a Yoknapatwapha: Joanna Burden, ultima superstite di una famiglia di abolizionisti del New England, trapiantata nell’ostile Mississippi schiavista, dopo la guerra civile.

È la natura equivoca e ambigua di Joe Christmas, metà bianco e metà nero, a renderlo uno degli antieroi più affascinanti e rari della letteratura americana. Come gli eroi tragici della tragedia greca, le cui contraddizioni venivano portate all’estremo sino ad implodere sulla scena, così Joe Christmas assurge a personaggio sommamente tragico: il suo non ri-conoscersi, non conoscere la propria reale natura ‘bianca’ o ‘nera’ nel mondo segregazionista e fanatico del Mississippi degli anni ’30, non può che spingerlo a rotta di collo verso un destino ineluttabile. Su di lui, come una spada di Damocle, pende (e penderà sino agli ultimi istanti di vita) quel ‘non conoscere’ la propria reale natura che era stata la causa dell’abbandono ancora in fasce in un orfanotrofio e poi dell’adozione da parte del fanatico religioso McEachern, che si era assunto il ‘fardello’ di redimerlo dalla sua natura ‘nera’ educandolo ad una vita di sacrifici e devozione religiosa che non gli impedirà però di ribellarsi e uccidere il suo padrone-patrigno.

Luce d'agosto William Faulkner
Uno stabilimento per la lavorazione del legno negli anni '30, simile a quello descritto nel romanzo. Foto U.S. National Archives and Records Administration

Tuttavia, è l’amore ‘impossibile’ per Joanna la chiave di volta della vicenda umana di Joe, quell’amore che lei voleva in qualche modo ‘istituzionalizzare’, spingendolo ad abbandonare la vita facile del contrabbandiere di alcool. Unire due mondi che tutti volevano separati: è questo che fa esplodere la contraddizione profonda, ossia l’impossibilità di riconoscersi in una delle sue due nature in quanto entrambe mescolate nel proprio sangue; l’impossibilità di vivere una vita da bianco, lui sempre dimidiato, che per non pagare le prostitute nei bordelli si fingeva bianco per poi dichiararsi negro.

Nella tragedia antica, l’eroe tragico è messo in scacco nel momento in cui ‘riconosce’ di essere vittima di un dissidio insolubile legato alle proprie azioni consapevoli o meno: Edipo si acceca dopo la scoperta dell’incesto con sua madre e dell’omicidio del padre; suo figlio Eteocle è diviso tra la difesa della città e il legame che lo lega a suo fratello Polinice che voleva usurpare il suo trono; Aiace si suicida per la vergogna delle sue azioni mentre era acciecato dalla follia.

Nella tragedia americana di Faulkner, invece, il dissidio è nella natura stessa del suo antieroe: Joe Christmas è egli stesso la ‘sua’ contraddizione e l’omicidio dell’unica donna che lo potesse amare non è che la conseguenza del riconoscimento di questa sua condizione.

Ma non è tutto: a ben vedere, questo suo dissidio - il suo essere l’«ombra di un bianco»- è in verità il dramma di un’intera nazione. Joe Christmas, infatti, porta nelle sue vene quella ‘maledizione’ americana che è la «razza nera». Così la definisce il padre di Joanna Burden mentre mostra alla figlia la tomba in cui erano sepolti suo padre e suo figlio, ammazzati dal colonnello schiavista Sartoris: «Ricordatelo. Il tuo nonno e il tuo fratello giacciono lì, trucidati non da un bianco ma dalla maledizione che Dio ha gettato su un’intera razza prima che il tuo nonno o il tuo fratello o io o te fossimo mai stati anche solo pensati. Una razza condannata alla maledizione di essere in eterno per la razza bianca la maledizione e la condanna per i suoi peccati. […] la maledizione della razza nera è la maledizione di Dio. Ma la maledizione della razza bianca è il negro che sarà in eterno l’eletto di Dio perché una volta Egli lo maledisse».

La maledizione, che nella tragedia greca il dio scagliava come punizione contro il ghenos, la stirpe familiare, minandone l’integrità di generazione in generazione, in Luce d’agosto diventa la maledizione di tutta la nazione. Il dramma del razzismo, d’altronde, innerva la società americana e ne ha segnato irrimediabilmente la storia e la cultura. Il razzismo, inteso come la concezione della superiorità antropologica dell’uomo bianco su quello nero, per gli americani del Sud, come Faulkner e i suoi avi, non era semplice odio o paura del diverso, ma rappresentava l’architrave della propria identità culturale e, dopo la guerra civile, invece di essere estirpato dall’abolizione della schiavitù, si estese come un virus dal Sud in tutto il Paese.

Luce d'agosto William Faulkner
Rex Theatre for Colored People, Leland, Mississippi, giugno 1937. Un luogo di segregazione. Foto di Dorothea Lange

Joe Christmas, dunque, non è che un mescolamento innaturale, un «abominio della carne» (queste le parole deliranti del folle Doc Hines, il nonno che lo aveva abbandonato in orfanotrofio), vero e proprio emblema di una nazione che non può ignorare - sembra dire Faulkner -, con l’illusione segregazionista, il suo dissidio e la maledizione per il proprio peccato originale. Ed è in questa follia collettiva, in questo fervore religioso quasi oracolare (che anima molti dei personaggi chiave di questa vicenda), che si consuma la tragedia di Joe Christmas, una tragedia tutta americana.

Luce d'agosto William Faulkner
William Faulkner, fotografato da Carl Van Vechten (11 dicembre 1954). Foto Prints and Photographs division della United States Library of Congress, digital ID cph.3f06403

Eppure in Luce d’agosto manca quel nichilismo cieco e senza redenzione che corrode le anime ‘perdute’ di Santuario: è la Speranza infatti ad aprire e chiudere il romanzo, nella persona di Lena Grove, la giovane giunta a piedi, incinta, dall’Alabama, da sola e scalza, in cerca del padre della creatura che porta in grembo. Grazie a lei, alla sua ingenuità, che è seconda solo alla sua forza ostinata, Faulkner guida il lettore nell’abisso di Joe Christmas, ossia quella Dark House (titolo originale del romanzo, a cui fu poi preferito Light in August) che in fondo non è che l’America-Mississippi; ed è sempre grazie a lei, alla fine, che ne esce con gli occhi rivolti verso il Domani, verso il Tennessee.

Luce d'agosto William Faulkner
La prima edizione di Luce d'agosto di William Faulkner.

Nobel Quasimodo, avviata procedura per vincolo

NOBEL QUASIMODO, AVVIATA PROCEDURA PER VINCOLO

Salvatore_Quasimodo_1959

Il 30 novembre 2015 la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per il Comune e la Provincia di Torino del MIBACT ha avviato, sulla base della perizia effettuata dal direttore della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, appositamente incaricato dalla Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali, il procedimento per la dichiarazione di interesse storico-artistico particolarmente importante  del Lotto 401, che andrà all’asta il prossimo 2 dicembre presso le Aste Bolaffi (via Cavour 17, Torino). Il Lotto 401 comprende i documenti riguardanti il Nobel per la letteratura ricevuto da Salvatore Quasimodo nel 1959.
Si tratta della medaglia d’oro, insieme al cofanetto, del Premio Nobel con il busto di Alfred Nobel a sinistra e nel rovescio l’allegoria della musa Tersicore stante a destra nell’atto di suonare la lyra a un giovane uomo parzialmente nudo seduto a sinistra; della laurea: due fogli manoscritti miniati su pergamena, montati su legatura in cuoio con fregi dorati; del ritratto ufficiale del poeta utilizzato dall’Accademia di Svezia, scatto della fotografa Anna Riwkin; della registrazione della cerimonia della consegna del premio Nobel del 1959 su Dvd.
Tale procedura garantisce  la permanenza della medaglia e dei beni annessi all’interno del territorio nazionale, evitandone l’esportazione.
Roma, 1 dicembre 2015
Ufficio Stampa MiBACT

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone
Salvatore Quasimodo, foto della Nobel Foundation (http://nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1959/quasimodo-bio.html), da WikipediaPubblico Dominio, caricata da Materialscientist.
 


Morto il matematico John Nash

23 - 24 Maggio 2015
John_Forbes_Nash,_Jr._by_Peter_Badge
Morti Sabato 23 nel New Jersey, in un incidente automobilistico che ha coinvolto il taxi sul quale viaggiavano, John Nash (86) e sua moglie Alicia (82).
Il matematico, il cui nome completo è John Forbes Nash Jr., era celebre per il riconoscimento del Premio Nobel per l'Economia, ricevuto nel 1994 per il suo contributo alla teoria dei giochi, e per essere stato l'ispirazione dietro il film "A Beautiful Mind" (2001), scritto sulla base della biografia non autorizzata di Sylvia Nasar. Nash ha convissuto per oltre trent'anni con la schizofrenia. Tra i molti ad esprimere cordoglio, l'Università di Princeton, dove Nash continuava a svolgere attività di ricerca, oltre che il regista del film, Ron Howard, e gli attori Russel Crowe e Jennifer Connelly.
La scorsa settimana Nash era in Norvegia per ricevere il Premio Abel, diviso con Louis Nirenberg, per il loro lavoro nell'analisi geometrica. I suoi lavori sulla teoria dei giochi non cooperativi costituiscono lo sviluppo di idee di maggiore importanza e influenza del secolo passato.
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