L'anno che a Roma fu due volte Natale

L’anno che a Roma fu due volte natale di Roberto Venturini - recensione

Il mare di Torvaianica. Foto di Andy90, CC BY-SA 3.0

Ho scelto di leggere L’anno che a Roma fu due volte natale.

Prima di tutto perché speravo di trovarci molta Roma. E non sono stata delusa perché in qualsiasi momento della storia Roma e la romanità si presentano al lettore.

Soprattutto la romanità che mi piace di più, quella della gente comune che a volte si mescola con i famosi, guardandoli da vicino senza mai farne davvero parte, vivendo di riflesso la loro fama.

Qui andiamo anche oltre.

Roma due volte Natale Roberto Venturini
Roberto Venturini, scrittore. Foto © 2021 Giliola Chisté

Abbiamo Marco, ex bambino famoso, un tormentone degli anni ‘80. Il bambino del dado Knorr che dice ‘Guarda, papà, un pollo!’.

Ora forse questa frase non dirà molto a chi è stato bambino negli anni ‘90. Ma per noi nati e cresciuti a cavallo tra la fine degli anni di piombo e il riflusso di quello che è stato il decennio più frivolo del secolo scorso quel bambino è una citazione continua che a volte fa capolino ancora oggi.

Ci sono tanti anni ‘80, oltre a tanta romanità. C’è una cultura pop basata sulla televisione commerciale che è comune a tutta la generazione X, pure a quella che cerca in tutti i modi di rifarsi una verginità culturale. Invano.

C’è anche il mondo del cinema visto da una prospettiva particolare, quella del Villaggio Tognazzi dove Marco vive da quando è nato insieme alla sua famiglia, ormai composta solo da lui e dalla madre Alfreda.

C’è la commistione tra il ceto medio a cui appartiene Marco con Alfreda e i personaggi borderline che sono sempre in bilico tra il lecito e l’illecito, come Carlo, pescatore che non ha disdegnato di fare il tombarolo quando tutti intorno a lui lo facevano, e Er Donna, la trans che fa la vita e che adora Alfreda.

Ci sono i veri delinquenti, che non riescono a spaventare nemmeno per mezzo secondo eppure dovrebbero.

C’è Sandra Mondaini che non trova pace perché vuole ricongiungersi a suo marito Raimondo. Ma lui è al Verano e lei è a Lambrate.

Il Cimitero Monumentale del Verano a Roma. Foto di Giulschel, CC BY-SA 4.0

E c’è soprattutto Alfreda. Che è un donnone come potrebbero esserlo tante donne romane, vedova da tempo. Alfreda è il motore della storia. Tutto parte da lei. Lei che sembra non farcela più, davvero, a stare al mondo senza il suo Mario, e che accumula, accumula, accumula per una vita, finché non può più accumulare nulla, rischia di sparire nell’accumulo di roba e ricordi, e poco a poco va via di testa, e vede Sandra Mondaini a casa sua, disperata perché vuole tornare con il suo Raimondo. E per Alfreda come per tutti quelli che hanno vissuto gli anni ‘80 Sandra e Raimondo sono la sintesi del matrimonio perfetto.

Un po’ come nei ricordi di Alfreda è stata la sua unione con Mario.

Da lei parte l’idea di prelevare Raimondo dalla sua tomba di famiglia e riportarlo a Lambrate, da Sandra.

E qui mi fermo.

Perché la storia è di quelle che vanno lette, sì, anche con le sue digressioni continue, perché non sono casuali. Sono il mondo che oscilla tra immaginazione e realtà in cui si è mosso Marco in tutta la sua vita trascorsa a fianco della madre Alfreda.

Quei personaggi esistono anche grazie a tutto quello che hanno assorbito e accumulato. Anche grazie al breve periodo di gloria di un bambino famoso in tutta Italia che è tornato un ragazzo qualsiasi una volta cresciuto. Ma chissà se è davvero cresciuto, alla fine. Sembra di no.

Siamo di fronte a una storia surreale. A tratti mi fa pensare a un Fellini che gioca con la cultura nazionalpopolare impartita dalle televisioni commerciali.

Con le debite proporzioni.

I personaggi a loro modo sono teneri e sentimentali. Tutti. Anche Carlo. Anche il delinquente vero che alla fine non delinque, ma non è detto che non si rifaccia vivo. Questo però è un altro film.

Ah, vero, non è un film.

Però dovrebbe.

Di nuovo non so se è una storia da Strega.

Ma leggetela.

Roma due volte Natale Roberto Venturini L'anno che a Roma fu due volte Natale
La copertina del romanzo di Roberto Venturini, L'anno che a Roma fu due volte Natale, pubblicato da SEM Libri (2021)

L’anno che a Roma fu due volte natale di Roberto Venturini è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


La sicurezza del carapace, secondo Lisa Ginzburg

Cara Pace di Lisa Ginzburg - recensione

Cara pace.

O carapace come la corazza della tartaruga 

Quella che si mette addosso Maddalena per tutta la vita, da quando Gloria lascia lei, la sorella Nina e il padre perché non è in grado di essere una madre di famiglia.

Maddalena è la più grande, la sorella maggiore. Racconta la storia di questa famiglia anomala persino per il mondo di oggi dove esistono famiglie di tutti i tipi, figuriamoci negli anni in cui si svolge la vicenda. Non vengono mai dichiarati ma quando è bambina ci sono le lire. Quando si racconta adulta ha ormai una famiglia con due figli adolescenti. 

Non era di sicuro la soluzione ideale di un giudice non affidare due figlie a nessun genitore ma farle diventare le padrone della loro casa, sotto la responsabilità di una tata, il padre ospite e la madre interdetta dall'accesso all'intimità delle pareti domestiche con la sua prole.

Non solo non entrerà mai nella casa delle figlie. Loro entreranno nella sua il giorno del suo funerale e mai più.

Maddalena racconta in prima persona. Racconta gli altri, perché lei scompare. Per molto tempo, persino da adulta, c'è Nina, c'è l'inadeguatezza del padre, c'è la tata, c'è l'assenza molto pesante della madre.

Lei non c'è. Non c'è nemmeno quando racconta la sua vita lontana da Roma dove è cresciuta con la sorella, si vede suo marito, si vede la sua famiglia, ma sia sorella, la minore, è sempre al centro.

Maddalena si protegge con un carapace emotivo, cerca una pace che non c'è. Per una vita assiste.

Ha un unico guizzo in cui è presente. Alla fine del romanzo. 

E alla fine del romanzo c'è l'inizio della storia, quella che sarebbe stato bello sentire.

Invece no.

Il romanzo di Lisa Ginzburg lascia un po' a metà. Sono belli i personaggi guardati dalla voce di Maddalena, sono a loro modo riconoscibili, caratteri osservati tanto, minuziosamente.

È bello il racconto dell'infanzia visto da fuori, come se Maddalena fosse lì solo per caso.

Ma manca Maddalena. Si protegge per tutto il tempo anche agli occhi del lettore. Non si fida nemmeno di lui.

È da leggere? Di sicuro, perché oltre a bei personaggi c'è una buona scrittura. Con una costruzione magari un po' insolita, che sa di vecchio, ma un vecchio rassicurante. 

Per esempio io l’ho scelto leggendo un estratto e ho deciso che volevo sapere come andasse avanti, dove sarebbe andato a parare.

Il racconto dell’infanzia delle due bambine in cui una è presente e l’altra scompare, come se essendo la più grande dovesse caricarsi di tutti, fa venire voglia di continuare.

Ma quando continua, quando le due sorelle crescono, allora si perde un po’. Le due vite slegate smettono di essere così trascinanti, e improvvisamente ci si chiede ‘Maddalena, ma tu esisti ancora?’.

Non basta la ricomparsa alla fine. Lascia un senso di incompiuto, insieme alla speranza che in qualche modo Maddalena ricompaia altrove, che magari sia solo un primo atto.

Non so se sia davvero un romanzo da Premio Strega. 

È intimo, molto più che intimista. A mio parere, uno Strega dovrebbe essere un romanzo che esce dall'intimità e avvolge con una storia universale.

Di universale per me qui c'è poco. 

Non significa però che non meriti un posto in libreria.

Cara pace Lisa Ginzburg Ponte alle Grazie
La copertina del romanzo Cara pace di Lisa Ginzburg, pubblicato da Ponte alle Grazie nella collana Scrittori

Cara pace di Lisa Ginzburg è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


Adorazione Alice Urciuolo

Adorazione di Alice Urciuolo: la declinazione di un sentimento

Adorazione, Alice Urciuolo – recensione di Francesca Barracca

 

Adorazione Alice Urciuolo
Adorazione di Alice Urciuolo. Foto di Francesca Barracca

Romanzo di formazione, trasformazione, evoluzione e involuzione, Adorazione è l’esordio letterario di Alice Urciuolo, sceneggiatrice, tra le autrici della serie di successo Skam Italia. Anche stavolta, l'autrice sceglie di far parlare degli adolescenti. Personalità diverse, ma ragazzi accomunati dalla condivisione di un lutto: la morte della loro amica Elena per mano del fidanzato e dalla loro condizione di  “vittime” di un’eredità culturale difficile da togliersi di dosso.

Lo sfondo è quello di un piccolo centro di fondazione fascista della provincia di Latina, Pontinia. Vanessa, Diana, Vera, Giorgio, Christian e Gianmarco affrontano la propria personale lotta alla sopravvivenza nel mondo dell’adolescenza, chi con più chi con meno intensità, intrecciando più volte i rispettivi cammini. Del resto, Adorazione è anche un romanzo fatto di relazioni: giuste, ingiuste, disfunzionali, tossiche, affettive che siano, ognuna di esse restituisce un pezzo di una trama più grande in cui alla definizione di sé contribuisce in maniera inevitabile il rapporto con l’altro.

Adorazione è la declinazione del sentimento in tutte le sue sfumature, fino a sfociare in estremismo: l’ammirazione può trasformarsi in ossessione, la celebrazione come divinità può comportare depersonalizzazione e messa in discussione di sé stessi, l’amore può rivelare i suoi aspetti più tossici in relazioni in cui mancano gli strumenti necessari per affrontare la vita, perché nessuno o chi ne deteneva il compito non è stato in grado di indicarli.

Adorazione Alice Urciuolo
Adorazione di Alice Urciuolo. Foto di Francesca Barracca

Adorazione non è soltanto la storia di Vanessa, Diana, Vera, Giorgio e Christian, è la storia di chiunque si trovi, o si sia mai ritrovato, a lottare contro il retaggio culturale di una piccola provincia; è il riflesso di una società in cui si dà spazio alle apparenze e nella quale i giovani fanno fatica a liberarsi dell’eredità genitoriale. Il tentativo di liberarsene che pure si percepisce, di tanto in tanto, quasi mai va a buon fine, ma aleggia la speranza che ci si immetta, prima o poi, sulla via della consapevolezza. Adorazione, infatti, è anche il racconto di un’estate di trasformazione e di evoluzione, anche se si tratta soltanto di un momento, di una scintilla che, se alimentata, può permettere al fuoco di divampare nel cuore e in tutte le ossa di Vanessa e Diana, stanche di dover rispondere come marionette a standard superficiali ed etichette non veritiere.

Se si sceglie di leggere Adorazione senza fermarsi alla superficie e a quelli che, a prima vista, potrebbero sembrare cliché e situazioni dell’adolescenza banalizzate, che a tratti rischiano di non rappresentare più un adolescente medio del nuovo millennio, Adorazione diventa una verità nuda e cruda. Non la verità, ma una verità, quella di giovani cresciuti in un ambiente sociale e culturale asfissiante in cui ancora sussistono temi considerati tabù.

Basta guardare al modo in cui si affronta, o meglio, al modo in cui non si affronta affatto, il femminicidio di Elena o all’assenza di un dialogo vero e proprio tra figli e genitori, tutti più o meno inadeguati nel proprio ruolo. Per controreazione, i protagonisti, che si impara a odiare e amare proprio come se si avesse a che fare con degli amici, scelgono di rispondere da soli, provando a distruggere i tabù, andando alla ricerca della propria libertà sessuale, di parole di sostegno e di conforto che non arrivano come dovrebbero e di legami che, dietro la promessa di attenzioni, celano distruzione.

Adorazione è il silenzio che scava fino a creare voragini incolmabili, perché nascondersi dietro il non detto è più semplice che prendersi le responsabilità delle proprie parole e azioni. Non importa se ciò rischia di non aiutare nell’elaborazione del lutto, di creare un muro con l’esterno, ciò che importa è che si continui a fingere che sia tutto sotto controllo, che le apparenze vengano salvate, che il mondo continui a essere ancorato ai propri rigidi schemi.

Alice Urciuolo ha raccontato un’altra versione degli adolescenti messi sullo schermo con Skam e l’ha fatto con la semplicità e la freschezza di un linguaggio immediato, nudo e crudo proprio come la realtà che ha descritto. Un linguaggio in cui i dialoghi funzionano proprio come quelli di un film in cui si viene coinvolti irrimediabilmente, ma che fa del tacito un suo punto di forza, perché il segreto di Adorazione sta proprio in questo: in quanto non si dice, nella staticità apparente che apre inavvertitamente riflessioni continue.

Adorazione di Alice Urciuolo
La copertina del romanzo Adorazione di Alice Urciuolo, pubblicato da 66thand2nd (2020)

Adorazione di Alice Urciuolo è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Teresa Ciabatti Sembrava bellezza Mondadori

Sembrava bellezza o lo era davvero? Teresa Ciabatti e la sua ultima fatica letteraria

Dopo aver raggiunto la cinquina del Premio Strega nel 2017 con La più amata, Teresa Ciabatti ritorna finalista (questa volta, per ora, ancora solo in dozzina) con la sua ultima fatica, Sembrava bellezza, edito da Mondadori.
Il romanzo si presenta come una finta autofiction. L’autrice ci mette in guardia sin dall’inizio, in barba alla prassi, sul fatto che tutto quello che ci sta per raccontare è realmente accaduto. Una pretesa di veridicità e autenticità che crolla, però, facilmente, di fronte al fatto che il racconto è narrato in prima persona – una prima persona ben coinvolta in quello che sta dicendo – ma è evidente che non si tratta della storia personale di Teresa Ciabatti. L’autrice, dunque, ci inganna: occorre che noi si creda che ciò che lei scrive sia la verità, perché così vuole la “moda” letteraria del momento, ma lei in realtà inventa o quantomeno distorce la realtà, la farcisce di invenzione.

La trama è interessante e tocca alcune questioni di una certa profondità (il bullismo, la salute mentale, la malattia, la genitorialità) e, per quanto possa risultare un po’ trito l’espediente dello scrittore che si mette a riflettere su se stesso e sulla sua carriera, il libro è indubbiamente intenso in certi punti. La storia che Ciabatti ci racconta non è quella di una scrittrice di successo in crisi, come potrebbe sembrare dalle prime righe del romanzo. Quello di cui ci parla è una specie di viaggio a ritroso nella sua adolescenza e via via verso il suo presente, attraverso il rapporto con la migliore amica di scuola, tornata improvvisamente a far parte della sua vita.

Attraverso questo rapporto ritrovato, la protagonista (l’autrice o comunque il suo alter ego letterario) scava nei suoi ricordi e si riconnette a vicende sepolte del suo passato, recuperando anche personaggi archiviati e dimenticati. In particolare, riporterà nella sua vita la bellissima sorella della suddetta migliore amica, vittima di un incidente da ragazzina che le ha causato danni cerebrali irreversibili. Attraverso questa vicenda, torneranno a galla molti dei suoi sensi di colpa, le frustrazioni, il rapporto controverso con il suo corpo, antichi odi e antichi desideri e, di conseguenza, antiche conoscenze, cercate e ritrovate. Tutto questo scavare, recuperare e rivivere si intreccia con i rapporti più profondi della vita della protagonista: il marito da cui ha da poco divorziato e soprattutto la figlia, che la odia dal profondo del cuore e non sembra essere pronta né desiderosa di instaurare un rapporto sano con sua madre.

Ciò che può rendere questo romanzo, in base al gusto personale, estremamente accattivante o, viceversa, terribilmente irritante, è il modo in cui è scritto. Ciabatti sceglie la strada per certi versi comoda di uno stile molto in voga, che annulla il confine fra narratore e lettore, che amalgama una sorta di flusso di coscienza narrativo ad un monologo quasi teatrale. La voce narrante vuole risultarci a tutti i costi simpatica, in un certo senso amica. Cerca disperatamente l’approvazione del lettore, pur fingendo un certo distacco. Scherza, si fa battute addosso, piange, cerca di coinvolgerci, sputa, ogni tanto, parole a caso. Anche ricorrenti, come lo pseudo-ritornello “datemi un cigno”, culmine continuo degli sfoghi e dei lamenti della protagonista, che sta male, non ce la fa più, desidera la bellezza del titolo, e i cigni – si sa – sono assai belli. Nel recensire un altro dei finalisti dello Strega 2021, Emanuele Trevi, con Due vite, ho parlato con piacere del suo stile limpido, preciso, chiaro ma ricco, magnificamente letterario e, in particolare, della descrizione che Trevi fa dell’asciuttezza quasi impersonale, assolutamente eterea, splendida e algida, della scrittura di Rocco Carbone. Ecco, non saprei immaginare niente di più diverso della scrittura trascinata, iper-personale e “a tu per tu” di Ciabatti da questa gelida bellezza della scrittura di Carbone.

Sembrava bellezza, ci dice il titolo. Io mi chiedo: lo era davvero?


Teresa Ciabatti Sembrava bellezza
La copertina del romanzo di Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza, pubblicato da Mondadori (2021)

 

Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 


Giulia Caminito acqua del lago dolce

Come diventare una ragazza cattiva: L'acqua del lago non è mai dolce

In una rosa di candidati più promettente che mai, per il Premio Strega 2021, spicca per la lodevole commistione di potenza e leggerezza, brutalità e acume, l’ultimo romanzo di Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce, edito da Bompiani.

Ci troviamo davanti a un romanzo di formazione (o meglio de-formazione) in piena regola: seguiamo le vicende della protagonista, nonché voce narrante del romanzo, tutto raccontato in prima persona, a partire dall’infanzia sino alla giovinezza inoltrata – la incontriamo per la prima volta che non ha ancora dieci anni e la abbandoniamo all’ultima pagina che si è ormai laureata da un po’ di tempo.

Per una buona parte del romanzo, a fare da sfondo alla storia (e in un certo senso anche a rivestire il ruolo da co-protagonista) è il lago di Bracciano, specchio fisico e metaforico degli stati d’animo e della storia personale di questa ragazzina e poi giovane donna di cui, al contrario di tutti gli altri protagonisti, il lettore saprà il nome (che, per amore dell’espediente letterario scelto da Caminito, non rivelerò qui) soltanto nelle ultimissime pagine.

Il fil rouge di questa formazione/deformazione è rappresentato dalla povertà, dalla vita grama, prima nella metropoli e poi in provincia, da tutte le conseguenze che la mancanza di denaro e di mezzi hanno sul carattere della protagonista. E poi, dalla famiglia: una madre brusca, dalle capacità limitate e un po’ perverse (seppur genuine) di mostrare il suo affetto ai figli, una donna dal temperamento battagliero, dal forte senso della giustizia ma anche dell’ingiustizia e della vendetta, dai modi di fare induriti dal tempo e dalle delusioni; un padre soccombente, costretto su una sedia a rotelle, senza capacità materiali di incidere in modo sostanziale sulla vita dei figli; un fratello “ribelle”, dalle idee radicali e un po’ ingenue, ripudiato dalla madre (ma in fondo a lei fedele) e tanto amato dalla protagonista.

Questo scenario, sommato ai molti nefasti accidenti della vita (dal bullismo a scuola per i rossi capelli al suicidio di un’amica non proprio tanto amata, alla delusione di un dottorato promesso e alla fine non ottenuto), trasforma la nostra protagonista in una “ragazza cattiva”, capace di sentire a fondo una grande varietà di sentimenti umani, incluso l’odio, l’odio puro, quello che porta alla violenza, al desiderio di vendetta, ad azioni pericolose per se stessi e per gli altri.

La protagonista non è incapace di amare. Tutt’altro. La scopriamo vulnerabile tanto alle cotte adolescenziali quanto ad amori più maturi, la vediamo legarsi potentemente ad amici e amiche, aspettandosi molto in cambio. Ma la vediamo anche disprezzare, picchiare, anche desiderare di uccidere. Una catarsi completa non c’è, eppure, alla fine, la vediamo – ferita ancora una volta nel profondo dagli eventi di una vita ingiusta – reagire con una forza ingenua e delicata, quella dei bambini, una forza che perdona, che spera. Un tuffo ancora nel lago della sua adolescenza, a redimere una vita non completamente ben spesa, ma ancora giovane, ancora in tempo.

Lo stile di Giulia Caminito è asciutto e limpido, ma non privo di immagini forti e di lessico ricercato. La prima persona accentua e rafforza i sentimenti violenti che fanno da padroni nel romanzo. L’azione di certo prevale sulla descrizione, ma la scrittura di Caminito rende perfettamente la brutalità dei sentimenti dei protagonisti, la polarità fra città e provincia, tra il centro di Roma e il lago, tra la vita frenetica e quella apparentemente calma ma realmente turbolenta lontana dalla metropoli; e, in ultima analisi, la polarità fra la formazione e deformazione dei personaggi.

Giulia Caminito acqua del lago dolce
La copertina del romanzo di Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce, pubblicato da Bompiani (2021) nella collana Narratori Italiani

L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


Due vite: la storia di un'amicizia attraverso la critica letteraria

Due vite di Emanuele Trevi: la storia di un'amicizia attraverso la critica letteraria

Pongo il segnalibro a pagina 16 de L’apparizione, l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Rocco Carbone, la cui opera, ad eccezione del titolo succitato, risulta attualmente tristemente irreperibile nelle librerie sia fisiche sia online. Il motivo di questo mio improvviso interesse per lo scrittore calabrese è, come per molti appassionati di letteratura contemporanea e di premi letterari, il frutto della lettura del “romanzo” Due vite di Emanuele Trevi, di recente uscito per Neri Pozza.

Diciamolo subito: si tratta verosimilmente del candidato allo Strega 2021 che più meriterebbe la vittoria. La raffinatezza e l’eleganza della scrittura, la precisione delle descrizioni con cui certe immagini fisiche e mentali ci vengono regalate dall’acuta penna di Trevi non è facile ritrovarle in quasi nessun romanzo recente, e senz’altro compensano la natura ibrida o quasi indefinita di questo libro, che concorre al premio in qualità di romanzo, ma che in fondo romanzo non è.

Le due vite del titolo sono quelle di Rocco Carbone e di Pia Pera, entrambi autori italiani recentemente scomparsi (nel 2008 e 2016, rispettivamente) e la cui brillante opera non è probabilmente abbastanza nota al pubblico dei lettori italiani – io stessa confesso che non conoscevo affatto Rocco Carbone prima di leggere il libro di Trevi e solo adesso sto cercando di sopperire in qualche modo a questa mancanza, augurandomi che gli editori, dato il successo di Due vite, trovino opportuno ristamparne l’opera intera. I racconti delle due vite procedono in parallelo, a capitoli alternati, ma non sono indipendenti.

Questo “romanzo” (per facilitarmi la scrittura, d’ora in poi lo chiamerò così, nel tacito accordo fra me e chi mi legge, che comunque il lavoro di Trevi in questo caso romanzo non è) è, in primo luogo, il racconto di un’amicizia a tre: Pia Pera e Rocco Carbone non erano solo amici di Emanuele Trevi, ma anche amici fra loro. La storia – o meglio, le storie – che leggiamo sono l’intreccio di un ampio repertorio di ricordi, non tutti dolci, gradevoli e gioviali, ma anche talvolta aspri, oscuri, involuti, come è normale che sia per chi sceglie di narrare un rapporto umano autentico.

Si parla molto di autofiction (e su questo tema spero di tornare presto con più elementi e più valutazioni) come il genere dominante del romanzo e dei racconti in questo secolo. Forse è in questo solco che Trevi vuole inserirsi, sperimentando su un genere in voga, creando a sua volta un sotto-genere: l’autofiction che incontra la biografia letteraria, l’autofiction che ha come fulcro l’altro e non il soggetto scrittore, l’autofiction che si trasforma in saggio di letteratura.

In effetti, in un certo senso, questi due racconti distinti ma che si intersecano, da trama di romanzo sperimentale si trasformano in un piccolo saggio di critica letteraria contemporanea. Una storia della letteratura italiana “minore” (anche se poi è minore solo per i mercati e “maggiore” per la grandezza della scrittura) raccontata da chi quegli autori li ha conosciuti da vicino, ne ha studiato da amico l’ascesa, la carriera, i dubbi e i progetti, le esitazioni, i fallimenti. E, in fondo, anche la poetica.

Queste due vite non sono solo belle da leggere perché ci illuminano sulla produzione letteraria di due autori sopraffini, né sono banalmente avvincenti in sé perché ci raccontano la storia personale di due esseri umani dal vissuto interessante. Ciò che fa eccellere il romanzo di Emanuele Trevi rispetto a molte altre letture contemporanee è la bellezza della sua lingua. Non parlo semplicemente di un italiano chiaro e limpido o di facile lettura, ma mi riferisco al peso data a ogni singola parola, alla ricercatezza de linguaggio, alla perfetta armonia e musicalità di ogni frase che Trevi soppesa prima di scrivere.

Emanuele Trevi. Foto di Dread83, CC BY-SA 3.0

Sullo stile Trevi stesso riflette, ad un certo punto, parlando di Rocco Carbone: ci racconta di una scrittura asciutta, distaccata, esatta. L'opposto totale, mi sembra di poter dire, di molta scrittura accattivante che ci ritroviamo spesso a leggere oggi, in romanzi in cui l’autore si trasforma in un amico del lettore e nella lingua non c’è più traccia di precisione, di descrizione, di eleganza, ma viene fuori solo il drammatico caos dei pensieri quotidiani, della chiacchiera di ogni giorno – penso ad esempio a un altro candidato allo Strega 2021, Sembrava Bellezza, di Teresa Ciabatti, in cui la lingua, al contrario di quella di Rocco Carbone (ma anche dello stesso Trevi) è una sorta di miscuglio decostruito di pensieri più o meno coerenti (su questo, però, cercherò di non divagare e di ritornare a breve con una recensione specifica).

Tornando al fulcro della discussione, molti sono i meriti di Due vite. Fra i tanti, i più nobili, a mio parere, sono senz’altro quello di aver elevato la scrittura e la lingua ad uno stile superiore, e soprattutto quello di averci regalato la curiosità per l’opera di due autori contemporanei che, altrimenti, molti di noi avrebbero rischiato di perdere nel marasma dei milioni di romanzi che popolano le librerie.

Due vite Emanuele Trevi Neri Pozza
La copertina del libro Due vite di Emanuele Trevi, pubblicato da Neri Pozza (2020) nella collana Piccola Biblioteca

Due vite di Emanuele Trevi è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


Splendi come vita Maria Grazia Calandrone

Splendi Come Vita, Maria Grazia Calandrone e la poetica dell'amore mai perduto

Ieri ho preso, finito, assorbito, ma non metabolizzato Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone.

Che libro. Denudato dalla prosa, spogliato dal concetto di trama, crudo e lirico come solo la vita stessa sa rendere. Un (non) romanzo che balla con la magia dell'amore e il disincanto della tragedia. Poesia viva. Lettera d'addio e ritrovamento.

L'autrice, Maria Grazia Calandrone, nasce da una relazione extraconiugale, illegittima e "criminale" negli anni '60. Sua madre viene dalla provincia molisana, l'amante di lei è un commerciante che gira l'Italia. Entrambi tradiscono il proprio partner e lo confessano subito, non si nascondono e scappano insieme verso un'altra vita. Poi incombono le denunce per abbandono del tetto coniugale (i divorzi non c'erano), vengono bollati come criminali e tra la vergogna e le accuse nascono problemi economici non sopportabili. Abbandonano Maria Grazia quando ha solo 8 mesi, su uno dei giardini di Villa Borghese a Roma.

Valle dei Platani a Villa Borghese. Foto di Alessandro.P.76, CC BY-SA 4.0

E poi, insieme, sua madre e suo padre si uccidono gettandosi nel Tevere. Lasciano un biglietto per la questura, per i posteri, dove si scusano e cercano di affidare il frutto del loro amore a chi vorrà adottarla. E Maria Grazia troverà Consolazione.

Consolazione detta Ione, una donna di mezza età, sposata con un partigiano-operaio, eroe di mille fatiche. Professoressa di lettere, Consolazione nutre sua figlia adottiva a poesie: Maria Grazia ha così tre nascite. Quella biologica, quella adottiva e la glossogenesi. Perché Maria Grazia vive attraverso il verso, oltre il significato e il significante. Bambina di parole, donna fatta  di epica della famiglia.

Ma qualcosa si spezza. La madre confessa alla giovanissima Maria che è stata adottata, ma una bambina di 4 anni può forse comprendere davvero questo fatto? La bambina risponde "sei tu, mia madre". Ma nasce una distanza perché Consolazione vede fantasmi e immagina tragedie dove non sono, pensa che sua figlia ha smesso di amarla quando semplicemente non è vero. Che questo disamore non è reale ma un incubo, un attacco di panico lungo una vita. Pazzia, amore, casa. Luoghi di infanzia e cose perdute.

Per me, Splendi come vita è la testimonianza che si può sconfiggere l'autoreferenzialità del romanzo autobiografico e andare oltre: un esperimento di duecento pagine. Ognuna una poesia, un microromanzo. Ma che significa amare davvero un genitore?

Genitori si diventa ma non si apprende niente, non ci sono istruzioni, è un lavoro senza tirocinio e apprendistato. Ma nemmeno essere figli è semplice. Abbiamo sempre, costantemente, paura di deludere. Dai dieci ai quarant'anni. Siamo sempre bambini, siamo figli - parafulmine perché amiamo e ci prendiamo anche il peggio, come i genitori sono il nostro airbag di vita. Il nostro primo cuscino.

Ho pianto, lo ammetto, e io odio i romanzi familiari, odio l'autobiografia, odio gli standard narrativi. Ma ho amato tanto, in maniera irresistibile e irrefrenabile.

Gli spazi bianchi, gli a capo delle poesie, i paragrafi che nuotano nel nulla, le parole abbandonate al sogno della pagina bianca, ma come me lo spiega un critico letterario che intorno a un ammasso di segni grafici, lemmi, parole, sillabe, accenti e chissà cos'altro c'è la forza gravitazionale in cui orbita un mondo?

Il mondo perduto delle persone che ci lasciano.

Eppure, Madonna se ci sono ancora.

Fa così male per tutta la bellezza.

Splendi come vita Maria Grazia Calandrone
La copertina del romanzo autobiografico Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone, pubblicato da Ponte alle Grazie nella collana Scrittori

Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Beati gli inquieti Stefano Redaelli

Beati gli inquieti, psicosi della letteratura

Beati gli Inquieti di Stefano Redaelli - recensione

Impossibile addentrarsi nella squisita scrittura di Redaelli senza perdersi, in questo deserto di parole e attacchi di panico narrativi, il lettore è un granello di coscienza nell'infinito non-cognitivo.  L'autore dissemina in Beati gli Inquieti tutti i suoi studi specialistici sul rapporto tra follia e letteratura, tra il mondo della ragione e l'incanto della pazzia vitalistica, perché abbandonarsi alla disragione significa esplorare la realtà perché su un piano più squisitamente sottile il folle, nella sua dissennatezza, vede davvero; senza i paraocchi delle convenzioni sociali, spogliandosi dei costrutti mentali che inibiscono le verità dell'inconscio.

Antonio è uno scrittore e ricercatore universitario impegnato nella stesura del suo libro ed è intenzionato a documentarsi sulla follia e sul rapporto che lega la malattia mentale alla spiritualità. Antonio deve attraversare il deserto del peccato e della tentazione, sopravvivere ai suoi 40 giorni nel deserto mentale dove il senno non sembra germogliare per carpire ciò che nascondono i malati. Per compiere questo esodo nella mente delle persone Antonio si reca alla Casa delle Farfalle, centro di cure psichiatriche gestito dalla Dottoressa che lascerà ad Antonio il permesso di soggiornare nella sua struttura. Antonio fingerà di essere uno dei pazienti, una nuova incognita nella routine preconfezionata di Carlo, Marta, Cecilia, Simone e Angelo.

Pazienti, a volte totem di personalità allucinate, entità primigenie radicate in archetipi che sembrano personalità.  Carlo è l'uomo dei calli, della sostanza e del lavoro,  un discendente di Anteo, il gigante che trae la forza della terra e se allontanato da essa si indebolisce. Forse un golem rilegato alla Casa delle Farfalle, un frammento dei popoli abramatici che incidevano le parole sacre di Dio sull'argilla, sulla terra.  C'è Marta. una Maddalena dalla bellezza suadente, generosa nel corpo e negli atteggiamenti che profuma come la più atavica delle essenze ammalianti.  Cecilia invece è poesia su gambe, versificazione umana dell'arte espressiva, singolarità bipolarizzata poiché in lei convive molto di più oltre all'amore della scrittura.  Simone l'uomo fatto di libri e parole, Angelo che per contrasto vede i demoni della follia complottista ovunque, che vede oltre l'infinito delle nostre possibilità di ragionamento.

Beati gli Inquieti è poesia, declinata in uno scroscio ininterrotto di suggestioni, lampi d'ingegno, psicosi e tempeste emotive che lacerano il tessuto cerebrale e sentimentale di qualsiasi lettore. Beati gli inquieti è una costellazione di neo disseminati su un corpo nudo che si devono unire per formare triangoli scaleni, isosceli, rettangoli; così fanno alcuni dei pazienti. Servono coordinate, cateti ed ipotenuse per ricreare un teorema di Pitagora che calcola la profondità di quel deserto che annichilisce chiunque osi peregrinare nella mente degli inquieti. Malati eppure beati perché si cibano di una vera libertà, gli inquieti di Redaelli sono note musicali di un'esecuzione sinfonica che restituisce al lettore punti di vista diversificati per una vera polifonia dell'io narrante. Io narrante confusionario, alternato, decostruito e destrutturato dove la pazzia non è allucinazione prospettica della normalità ma lente di ingrandimento per sondare gli abissi del nostro ego.

Neo. Edizioni non pubblica solo un romanzo che a mio avviso è una summa accademica e professionale del professor Redaelli, ma un'opera poetica di altissima levatura che merita davvero la sua candidatura al Premio Strega, perché con delicatezza virulenta c'è un ritratto esemplare delle malattie mentali, della filosofia e dei mondi onirici. Questo romanzo è uno dei titoli più belli che chi scrive ha letto di recente, un testo invidiabile, una lezione di scrittura creativa di rara potenza che si manifesta in maniera distruttiva nella perfezione dell'epilogo.

Beati gli inquieti Stefano Redaelli
La copertina del romanzo Beati gli inquieti di Stefano Redaelli, pubblicato da Neo. Edizioni

Beati gli inquieti di Stefano Redaelli è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Dal Booker allo Strega: inclusività e diversità nei premi letterari

Mentre leggevo, qualche settimana fa, i nomi dei finalisti del Booker Prize 2020, mi ha attraversata un pensiero fugace ma ben definito, quasi inevitabile: quanto deprimente può essere il confronto di questa shortlist con le cinquine dei più prestigiosi premi letterari per romanzi italiani?

premi letterari inclusività diversità
Premi letterari: a che punto siamo per inclusività e diversità? Foto di Roberta Berardi

La risposta è semplice: molto deprimente. Non perché la qualità dei libri in lingua inglese finalisti al Booker Prize sia necessariamente più alta di quella dei libri italiani selezionati dai comitati dello Strega e del Campiello – non avendoli letti tutti, non saprei come giudicare – ma per l’inquietante dominanza nei premi italiani del fenotipo scrittorio del “maschio bianco”.
Ha fatto discutere la comprensibilmente risentita reazione di Valeria Parrella, l’unica donna finalista per lo Strega, durante la sua intervista la sera della premiazione, quando ha tristemente constatato che il dibattito su movimento #MeToo e letteratura sarebbe avvenuto fra due uomini: “e lei ne vuole parlare con Augias? Auguri!”, ha detto Parrella al giornalista, esternando sentimenti comuni a molte scrittrici donne, o semplicemente a molte donne.

Il risentimento di Valeria Parrella merita di caricarsi di ulteriore significato se guardiamo ai nomi dei finalisti dei tre premi appena menzionati.

Allo Strega, su sei finalisti sei erano bianchi e cinque erano uomini. La longlist non era affatto più incoraggiante, se pensiamo che al fianco di Valeria Parrella, c’erano solo altre due donne, Marta Barone e Silvia Ballestra. Al Campiello, si è presentata una situazione analoga: ancora una volta, tutti erano bianchi, e una sola era donna. Tra l’altro, non si trattava neanche di una romanziera, ma di Patrizia Cavalli, autrice senz’altro illustre, ma tutto sommato una poetessa voltasi alla prosa solo ora, in età avanzata, come forma di autocelebrazione di un’intensa carriera. Il Booker Prize, invece, su sei finalisti, ci presenta ben quattro persone di colore, di cui solo una è un uomo. La longlist era ugualmente riccamente popolata di donne.

Se per il colore della pelle, qualcuno può semplicisticamente obiettare che in Italia la maggior parte degli scrittori sono di fatto bianchi, sulla questione di genere non ci sono scuse. Il panorama della narrativa italiana contemporanea pullula di donne, più o meno esordienti. Di scrittrici in gamba e con idee originali.
Il problema sembra presentarsi in una forma simile anche in altri premi dell’Europa continentale: in Francia, il premio Goncourt ha attualmente solo quattro donne su quindici in longlist.

Sembra che i premi letterari anglofoni abbiamo invece deciso di puntare sui principi di diversità e inclusività, in modo da assicurare che le scelte del comitato rispecchino la società multiforme che la letteratura finisce per rappresentare. Alle scelte della giuria del Booker, si affiancano quelle simili della giuria del National Book Award americano, dalla longlist estremamente variegata sia in termini di genere che di origini degli scrittori. Il Pulitzer, quest’anno, ha assegnato per la seconda volta il premio per la narrativa a Colson Whitehead, uno scrittore di colore.

È facile bollare queste scelte come banali e comode mosse commerciali. Si tratta, è vero, di scelte politiche, ma sono scelte politiche di cui è difficile negare la necessità in questo momento storico. Sono segnali, messaggi di un cambio di mentalità non solo auspicabile, ma impellente. Segnali che è giusto arrivino proprio da chi detiene il potere nell’editoria e nei media in generale. Segnali che l’Italia si ostina a voler dare solo in una forma fittizia, di facciata, quando lascia a Corrado Augias l’onere e l’onore di dibattere di scrittura al femminile, credendo così di aver archiviato il problema del politically correct, e potendo così tornare senza troppi sottili stratagemmi a premiare un uomo.

Colson Whitehead. Foto di David Shankbone, CC BY 3.0


La nuova stagione, amore e odio per una terra madre

La nuova stagione, ultimo romanzo di Silvia Ballestra, racconta le vicissitudini di due sorelle marchigiane, Olga e Nadia, che cercando di disfarsi della terra lasciata loro in eredità dal padre. Non lo fanno per urgente bisogno di soldi o di fuga, ma perché semplicemente la vita, a volte, prende altre strade e ciò che è stato (i nostri "natii borghi selvaggi", l'eredità tangibile e pesante di una famiglia) non ci rispecchiano più. Perché inizia, appunto, una "nuova stagione" che magari con la prima non ha apparentemente alcuna relazione. A fare da cesura, piccoli e grandi eventi traumatici, come può esserlo un terremoto.

"Pensavamo che non eravamo certo i primi ad assistere a sconquassi del genere lì, ma pensavo pure che i precedenti più gravi risalivano a centinaia di anni prima."

Questa terra, che è la vera protagonista di tutta la narrazione, è una landa di collina, coltivata a palme in un declivio tra il Monte della Sibilla e il Vettore. Un paesaggio splendido, antropico eppure selvaggio, abitato da generazioni e sconquassato da una qualche faglia che lo fa tremare, cercando di distruggere ogni traccia umana. Questa terra, che sa riempire di coccole e di rimproveri,  che le due sorelle vorrebbero lasciare ma con grande senso di colpa, che amano in modo assoluto ma doloroso, è la madre di tutte le protagoniste della storia. Tutte, compresa la voce narrante, una sorta di auto-fiction dell'autrice, che sembra voler raccontare in questo libro anche il proprio legame con il proprio luogo di origine. E come nei migliori manuali di psicologia, il rapporto tra una madre onnipresente e le figlie non può essere che complesso e affascinante.

Il Monte Vettore. Foto Flickr di pizzodisevo da/Palmiano, CC BY-SA 2.0

Poi ci sono le palme, bella e sinuosa reminiscenza omerica, che in un gioco di metafore e simboli sono il legame tra questa madre e queste figlie. Le palme, un tempo commercio molto redditizio, sono ora rifiutate da tutti. Eppure rimangono restie a seccare e quasi impossibili da smaltire una volta eradicate, come un amore che non si può soffocare e che non vuole rassegnarsi a spegnersi in solitudine. E tuttavia anche quel legame viene con fatica reciso:

"Il lavoro andò avanti una settimana con un paio di interruzioni per impegni dei due e con un pomeriggio saltato perché, con grande sgomento di Olga, aveva minacciato la pioggia.

Sul terreno, come un muto rimprovero, rimasero centinaia di grosse buche, parecchie acacie e coriacei sfalci secchi sparsi a perdita d'occhio come paglia."

Rimangono, forse nascoste, le radici. Quelle che non ci permettono mai di andare veramente o che, come sirene, ci chiamano per tornare:

"Ma questa storia non è mica conclusa" mi disse ridendo luciferina. "Parto, ma torno per la sagra del ciauscolo. Poi ci sarà, ancora, l'estate di San Martino e, prima di Natale, le fochere dell'Immacolata."

Il Monte della Sibilla visto da Montefortino. Foto di Parsifall, CC BY-SA 3.0

Questa riflessione sulla terra e sul legame coi luoghi della propria origine sembra essere una costante della letteratura di questi anni. Mi vengono in mente, oltre a questo romanzo, Le cose da salvare di Rossetti, Portami dove sei nata di Scorranese, Bella mia di Pietrantonio... Tutte narrazioni che vertono intorno a una terra che crolla, che non è più quella di prima ed è interessante che siano tutti romanzi di autrici donne. Forse un nuovo filone della narrativa italiana che varrà la pena per qualche critico di indagare. Intanto leggete questo libro e forse scoprirete che anche da poche radici rimaste mutilate sul terreno nascono nuovi germogli.

 

La nuova stagione
La copertina del romanzo La nuova stagione di Silvia Ballestra, pubblicato da Bompiani

La nuova stagione è stato candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Si ringrazia

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.