Civita Giuliana: ecco il carro cerimoniale dalla Villa suburbana

Ecco il Carro di Civita Giuliana, reperto straordinario dalla villa suburbana.

Siamo a 700 metri a nord fuori dalle mura di Pompei, in una villa sottratta a scavi clandestini grazie ad un accordo siglato tra Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

L’ultima attività di scavo ha portato al rinvenimento di un reperto unico e straordinario: un grande carro cerimoniale a quattro ruote con elementi in ferro, bellissime decorazioni in bronzo e stagno, resti lignei mineralizzati, impronte di elementi organici con resti di corde e di decorazioni vegetali.

Carro di Civita Giuliana.
Foto del Parco archeologico di Pompei

Il luogo del ritrovamento è antistante alla stalla che già nel 2018 aveva portato alla luce i resti di tre equidi, uno di questi con bardature da parata. L’eccezionalità della scoperta non può riferirsi solamente alla bellezza dell’oggetto in se, ma alla possibilità di ricostruire la storia della villa di Civita Giuliana, dei suoi abitanti e del momento della sua distruzione, causata come per il resto del territorio vesuviano dall’eruzione del 79 d.C.

Carro di Civita Giuliana, restauro. Foto del Parco archeologico di Pompei

Il progetto di scavo ha avuto il grande merito di interrompere le attività clandestine che attraverso tunnel e scavi hanno violato gli ambienti della villa e disperso una documentazione archeologica indispensabile per la conoscenza della villa stessa e del suo territorio. Le attività di ricerca si sono anche accompagnate, con il procedere dello scavo, alla messa in sicurezza e al restauro di quanto emerso con la collaborazione di un team interdisciplinare formato da diverse figure professionali tra cui archeologi, architetti, ingegneri, rilevatori, restauratori, vulcanologi, antropologi e archeobotanici.

Dal punto di vista tecnico lo scavo ha raggiunto i sei metri di profondità rispetto al piano stradale; il carro è stato ritrovato in un ambiente che faceva parte di un portico a due piani aperto su una corte scoperta e tale ambiente risultava coperto da un solaio ligneo che ancora presentava l’ordito delle travi. Successive analisi archeobotaniche del legno hanno anche mostrato l’essenza utilizzata per il solaio, il legno di quercia decidua, un legno spesso utilizzato in epoca romana per gli elementi strutturali.

Solaio, ambiente del carro di Civita Giuliana.
Foto del Parco archeologico di Pompei

Solo dopo il  consolidamento del solaio e la sua attenta rimozione è stato possibile proseguire le indagini che hanno portato, sotto il materiale vulcanico, all’individuazione di un elemento di ferro quale primo elemento del carro cerimoniale di Civita che fortunatamente si è conservato in maniera quasi intatta nonostante i crolli e i cunicoli dei tombaroli che lo hanno solo lambito senza danneggiarlo.

Carro di Civita Giuliana cerimoniale parata
Carro di Civita Giuliana. Foto ®luigispina

La fragilità del carro ha costretto gli archeologi e i restauratori a intervenire con grande attenzione e perizia; un microscavo condotto dai restauratori del parco, specializzati nel trattamento dei legni e dei metalli, si è accompagnato alla colatura di gesso nelle cavità lasciate dal materiale organico permettendo di identificare alcune parti del veicolo come il timone e il panchetto con impronte di funi e cordami.

Carro di Civita Giuliana cerimoniale parata
Carro di Civita Giuliana. Foto ®Luigi Spina

La coltre di cinerite ha conservato le dimensioni originarie del carro e le sue singole parti; la sua struttura si compone di quattro alte ruote in ferro che sostengono un leggero cassone su cui era prevista la seduta contornata da braccioli e schienali metallici per una o due persone. La decorazione del cassone è molto ricca e articolata con lamine bronzee intagliate alternate a pannelli lignei dipinti in rosso e nero; sul retro la decorazione è terminata da una successione di medaglioni in bronzo e stagno con scene figurate, incastonati nelle stesse lamine bronzee e contornati da rilievi con scene a sfondo erotico. Altri medaglioni di minori dimensioni e sempre in stagno presentano amorini impegnati in diverse attività. Una piccola erma femminile con corona, di bronzo, arricchisce la parte inferiore del carro.

Carro di Civita Giuliana cerimoniale parata
Carro di Civita Giuliana. Foto ®Luigi Spina

L’esemplare ritrovato a Civita rappresenta un vero e proprio unicum in Italia, non solo per lo stato di conservazione ma anche perché non si tratta di un carro destinato per il trasporto dei prodotti agricoli e per le merci come i celebri esempi ritrovati nella Casa del Menandro a Pompei e nella Villa Arianna a Stabia; si tratterebbe, piuttosto, di un Pilentum, cioè di un veicolo da trasporto usato nel mondo romano in contesti cerimoniali.

Considerata l’estrema fragilità del carro di Civita e il rischio di un nuovo intervento dei tombaroli il team del Parco archeologico di Pompei, terminato lo scavo, ha trasportato i vari elementi del carro nei laboratori di Pompei dove i restauratori stanno procedendo a rimuovere il materiale vulcanico che ancora ingloba alcuni suoi elementi e a iniziarne i lavori di restauro e ricostruzione.

Carro di Civita Giuliana, restauro. Foto del Parco archeologico di Pompei

I lavori di scavo sono stati sistematicamente documentati anche attraverso le nuove tecnologie come il rilievo con laser scanner.

La prima stagione di scavi della villa di Civita ha portato in luce una struttura a pianta rettangolare in opus reticulatum su due piani e con cinque ambienti tutti interessati dal crollo delle tegole del tetto e del pavimento del piano superiore di cui è rimasta traccia solo nelle orditure delle travi. Uno degli ambienti ha permesso la realizzazione dei calchi in gesso di due arredi mentre un altro ambiente è quello che ha fatto emergere i resti dei tre equidi, adiacente a quello dove è stato ritrovato il carro. La bardatura di uno dei cavalli, con morso e briglie in ferro ed elementi decorativi in bronzo forse applicati su elementi di cuoio, potrebbe ricondurre ad animali utilizzati durante le cerimonie; anche per questo, sulla base delle notizie tramandate dalle fonti e dai pochi riscontri archeologici, il carro di Civita può essere identificato come un Pilentum.

Carro di Civita Giuliana cerimoniale parata
Carro di Civita. Foto ®Luigi Spina

E’ una scoperta straordinaria per l'avanzamento della conoscenza del mondo antico. – dichiara Massimo Osanna, Direttore uscente del Parco archeologico - A Pompei sono stati ritrovati in passato veicoli per il trasporto, come quello della casa del Menandro, o i due carri rinvenuti a Villa Arianna (uno dei quali si può ammirare nel nuovo Antiquarium stabiano), ma niente di simile al carro di Civita Giuliana.

Si tratta infatti di un carro cerimoniale, probabilmente il Pilentum noto dalle fonti, utilizzato non per gli usi quotidiani o i trasporti agricoli, ma per accompagnare momenti festivi della comunità, parate e processioni. Mai emerso dal suolo italiano, il tipo di carro trova confronti con reperti rinvenuti una quindicina di anni fa all’interno di un tumulo funerario della Tracia (nella Grecia settentrionale, al confine con la Bulgaria). Uno dei carri traci è particolarmente vicino al nostro anche se privo delle straordinarie decorazioni figurate che accompagnano il reperto pompeiano.

Le scene dei medaglioni che impreziosiscono il retro del carro rimandano all'eros (Satiri e ninfe), mentre le numerose borchie presentano eroti. Considerato che le fonti antiche alludono all’uso del Pilentum da parte di sacerdotesse e signore, non si esclude che potesse trattarsi di un carro usato per rituali legati al matrimonio, per condurre la sposa nel nuovo focolare domestico.

Se l’intera operazione non fosse stata avviata grazie alla sinergia con la Procura di Torre Annunziata, con la quale è stato sottoscritto un protocollo di intesa per il contrasto al fenomeno criminale di saccheggio dei siti archeologici e di traffico dei reperti e opere d’arte, avremmo perso documenti straordinari per la conoscenza del mondo antico”.


Un terzo cavallo scoperto nella villa di Civita Giuliana

Un terzo cavallo è stato scoperto nella villa rustica di Civita Giuliana, a qualche mese di distanza dalle importanti scoperte che hanno portato anche alla realizzazione , per la prima volta, del calco di un altro cavallo.

Foto di Cesare Abbate

Nella zona nord, fuori le mura di Pompei, lo scorso marzo, in un’operazione congiunta della Procura della Repubblica di Torre Annunziata, del Parco archeologico, del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata e il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli si era dato avvio ad un importante intervento di scavo allo scopo di arrestare l’attività illecita di tombaroli a danno del patrimonio archeologico dell’area.

La zona esterna ai confini di Pompei, il suburbio, è sempre stato popolato da numerosi complessi insediativi che rispondevano ad esigenze di carattere produttivo (vino, olio), residenze sia temporanee che di soggiorno fisso da parte del proprietario. Gli scavi in località Civita Giuliana, a 700 metri a nord ovest dalle mura dell’antica Pompei, hanno infatti rivelato una villa rustica, già in parte indagata agli inizi del ‘900 e solo recentemente oggetto di scavi stratigrafici da parte degli archeologi. Tra il 1907- 1908, ad opera del Marchese Giovanni Imperiali su concessione del Ministero della Pubblica Istruzione, fu data la possibilità di scavare nella zona a nord dell’area attualmente portata alla luce e già ad emergere furono importanti resti del settore residenziale e produttivo della villa (15 ambienti).

Il settore residenziale si articolava intorno ad un peristilio e su due lati era delimitato da un porticato con colonne in muratura. Degli ambienti messi in luce sul lato orientale del peristilio, solo cinque hanno avuto un’adeguata documentazione fotografica che ha permesso di ubicare con precisione le strutture. Le pareti erano decorate in III e IV stile e gli ambienti hanno anche restituito oggetti legati alla vita quotidiana, all’ornamento personale e al culto domestico dei residenti. Del settore produttivo, invece, non si hanno informazioni tali da poterlo ubicare in maniera precisa, ma sicuramente doveva essere dotato di un torcularium, di una cella vinaria e di altri ambienti per lo stoccaggio delle derrate prodotte dal fondo agricolo che circondava la villa. Di incerta posizione anche un lararium dipinto su un angolo del cortile.

I resoconti degli scavi del Marchese Imperiali sono stati pubblicati nel 1994 dall’allora Soprintendenza di Pompei con una monografia. Ulteriori resti di strutture sono state trovate in maniera casuale nel corso degli anni e dalla stessa Soprintendenza nel 1955, ma l’incuria e l’abbandono hanno fatto si che la zona fosse preda di scavi clandestini individuati solo grazie alle proficue indagini svolte dai Carabinieri. Questi professionisti dell’illecito avevano infatti realizzato dei cuniculi che seguivano perfettamente le pareti perimetrali degli ambienti, provocando irreparabili brecce nei muri antichi, danneggiamento degli intonaci e la perdita di importantissimi reperti e strati archeologici. L’esigenza di interrompere questo scempio, ha portato finalmente l’avvio di nuovi scavi grazie alla sinergia tra il Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

La prima stagione di scavi ha portato in luce una struttura a pianta rettangolare in opus reticulatum , su due piani e con cinque ambienti emersi tutti interessati dal crollo delle tegole del tetto e del pavimento del piano superiore, di cui è rimasta traccia solo delle orditure delle travi. Al momento sono stati esplorati solo due ambienti, di cui uno ha permesso la realizzazione dei calchi in gesso di due arredi, sicuramente un letto e forse un altro esemplare simile, e l’altro, in corso di scavo, di due equini che hanno trovato la morte durante l’eruzione del 79 d.C.

Uno degli animali, evidentemente sfuggito all’attenzione degli scavatori clandestini, è stato ritrovato integro, con l’apparato scheletrico completo in connessione, bardato con morso e briglie in ferro e sull’osso occipitale, tra le orecchie, elementi decorativi in bronzo applicati probabilmente su elementi di cuoio non rinvenuti.

Il secondo animale, di taglia inferiore, presenta invece solo parte delle zampe. Le attuali operazioni di scavo, avviate nel mese di luglio, hanno messo in luce integralmente tale ambiente e  hanno individuato la parte restante del secondo cavallo e un terzo equide con i resti di una ricca bardatura di tipo militare. Dei due, l’uno giace riverso sul fianco destro, con il cranio ripiegato sulla zampa anteriore sinistra. Presumibilmente legato alla mangiatoia, non era riuscito a divincolarsi. L’altro giace riverso sul fianco sinistro, e sotto la mandibola conserva il morso in ferro. Purtroppo, la realizzazione dei tunnel e la cementificazione delle cavità hanno reso impossibile la realizzazione del calco del terzo cavallo.

Durante la fasi di scavo del corpo sono, inoltre,  venuti alla luce cinque reperti bronzei. Sulle coste della gabbia toracica, fortemente rimaneggiate, si sono individuati quattro reperti in legno di conifera rivestiti di lamina bronzea  di forma semilunata ; un quinto oggetto, sempre in bronzo, è stato recuperato sotto il ventre, in prossimità degli arti anteriori, formato da tre ganci con rivetti collegati da un anello a un disco.

La forma di questi elementi e i confronti in letteratura fanno ipotizzare che appartengano a un tipo particolare di sella definita a quattro corni, formata da una struttura di legno rivestita con quattro corni, due anteriori e due posteriori, ricoperta da placche di bronzo che servivano per dare stabilità al cavaliere, in un periodo in cui non erano state inventate le staffe. Selle di questo tipo sono state utilizzate nel mondo romano a partire dal I secolo d.C. ed in particolare in ambito militare. Le giunzioni ad anello erano quattro per ogni bardatura e servivano a collegare diverse cinghie di cuoio per bloccare la sella sul dorso del cavallo . Si tratta sicuramente di bardature militari da parata.

Altri “ornamenta” del cavallo sono stati individuati dietro la schiena, dove tracce di fibre vegetali lasciano ipotizzare la presenza di un drappo/mantello e nello spazio tra le zampe posteriori ed anteriori, in cui un ulteriore calco suggerisce la presenza di una sacca. E' probabile che parte dei mancanti finimenti siano stati trafugati dai tombaroli.

A partire da quest’anno, ulteriori scavi saranno finanziati dal Parco Archeologico di Pompei  per la cifra di due milioni di euro per proseguire le indagini di scavo e al termine pensare ad un’apertura al pubblico.