Penny Dreadful: storie di angeli contro demoni

Penny Dreadful è una serie televisiva prodotta dal canale statunitense Showtime. Le tre stagioni sono andate in onda dal 2014 al 2016, ottenendo innumerevoli consensi sia da parte del pubblico sia da parte della critica. Dopo anni dalla fine della terza stagione, Showtime annuncia di aver finanziato uno spin-off dal titolo Penny Dreadful - City of Angels, cambiando completamente cast e ambientazione.

Penny Dreadful
Eva Green come Vanessa Ives nella locandina della seconda stagione di Penny Dreadful, Foto © Showtime Networks Inc. and Showtime Digital Inc.

 

Penny Dreadful: l'origine

John Logan, l'autore della serie, basò il plot su due differenti testi letterari: i penny dreadful (da cui il titolo della serie), libricini di genere horror diffusi durante l'epoca Vittoriana; La lega degli straordinari Gentlemen, nota graphic novel di Alan Moore. Protagonista assoluta è Vanessa Ives (Eva Green) figlia dell'alta borghesia britannica e vittima, in un certo senso, della stessa società in cui vive. I protagonisti maschili che supportano Vanessa, sono Sir Malcom (Timothy Dalton) e l'americano Ethan Chandler (Josh Hartnett).

L'ambientazione è quella dell'età Vittoriana, di fatti i toni e le scelte cromatiche tendono a mettere in risalto l'oscurità e il senso di mortalità che impregnava le strade di Londra. Il filo conduttore delle vicende narrate è il rapporto tra uomo e Dio e, soprattutto, tra bene e male. Questi parrebbero essere temi già trattati, soprattutto nel mondo della serialità televisiva. Tuttavia, Penny Dreadful ha la grandissima capacità di unire il genere gothic (tipico dei romanzi di fine '800) ad una più alta riflessione filosofica sul concetto stesso di umanità.

Durante le tre stagioni, ci vengono presentati diversi prototipi di "mostri": il mostro di Frankenstein (Rory Kinnear), Dorian Gray (Reeve Carney), il licantropo (Josh Hartnett), Dottor Jekyll (Shazad Latif), il conte Dracula (Christian Camargo) la strega Evelyn Poole (Helen McCrory).

Vanessa oscilla continuamente tra il diventare un mostro e il restare umana, rispettando tutti i dettami che delineano la brava donna vittoriana. Il personaggio maschile che le si potrebbe contrapporre, è proprio quello del mostro di Frankenstein (chiamato John Clare in memoria del poeta inglese).  Sia Vanessa sia John si trovano a dover fronteggiare le forze del male esterne, quindi il classico "villain", dovendo, però, affrontare anche i loro demoni interiori che, a volte, prendono il sopravvento. John viene da molti ritenuto un villan solo per via del suo aspetto esteriore, finendo spesso con il diventarlo per far zittire la gente. Vanessa, invece, è spesso posseduta dal demonio che si nutre del suo lato femminile più primordiale.

Back hand of God

Durante la prima stagione, Vanessa è fermamente convinta che la chiesa e i suoi rappresentati potranno aiutarla durante i momenti di possessione e, chissà, magari perfino sconfiggere il demonio che si impossessa di lei. In una delle migliori scene di tutta la serie, un prete incontra Vanessa e le pone la domanda "Do you really want to be normal?"

Qui esplode un'altra importante tematica della serie: la normalità. Vanessa, come ribadisce giustamente il parroco, è stata toccata dalla "backhand of God" quindi, in un certo senso, potrebbe essere una prescelta a cui è stato dato il dono della sofferenza per sconfiggere il male. La normalità, di conseguenza, le impedirebbe di portare a termine la sue missione. La normalità, tanto agognata da tutti i personaggi di Penny Dreadful, viene rappresentata come un ostacolo, come una superficie sotto la quale giace l'angoscia.

 

In conclusione, quello che ha reso (e rende) Penny Dreadful una delle migliori serie della storia della televisione, è proprio l'essenza dell'umanità, un'umanità destinata a vivere al di là del bene e del male.

La presenza costante dell'arte e, in modo particolare, della poesia calca con forza la mano sulle tematiche esistenzialiste. "All sad people like poetry" dice Vanessa a John Clare "happy people like songs". Penny Dreadful è una poesia lunga tre stagioni, contornata da quei poeti che hanno reso grande la letteratura vittoriana (spesso assistiamo a dei veri e propri recitals di Tennyson, Keats, Wordsworth).

City of Angels

Il 26 aprile 2020, Showtime ha rilasciato il primo episodio di Penny Dreadful - City of Angels, spin-off di Penny Dreadful. La nuova serie è ambientata nella Los Angeles del 1938 e si ispira al folklore messicano-americano. Lo spin-off diede il via ad una serie di polemiche già dal rilascio ufficiale di vari trailers durante il 2019. I fan non riconobbero in questo nuovo prodotto le dinamiche e le caratteristiche che hanno reso Penny Dreadful una pietra miliare della televisione.

City of Angels è composta da 10 episodi dalla durata di 45-50 minuti ciascuno. Le tinte che prevalgono sono luminose, in fin dei conti ci troviamo in California, la regia è più morbida e abbandona molti stilemi tipici del genere horror. I ruoli dei personaggi sono decisamente più definiti: ci sono i "buoni" e ci sono i "cattivi". Magda (Natalie Dormer) è la sorella cattiva della Santa Muerte (Lorenza Izzo). La lotta tra le due sorelle dà il via alla narrazione, che porta al centro della vicenda Tiago (Daniel Zovatto) un ragazzo messicano figlio di una sacerdotessa della Santa Muerte.

Tiago diventa presto un detective della polizia e si trova a dover fronteggiare una serie di omicidi a sfondo razziale. Madga, infatti, assume varie forme durante l'intera stagione, portando quel briciolo di malignità che farà soccombere l'umanità in favore del coas. Ad ostacolare Madga, ci dovrebbe essere la Santa Muerte. Scrivo "dovrebbe" perché la Santa Muerte sembra essere un personaggio totalmente assente e decisamente poco sviluppato.

Lo scopo principale di City of Angels è sicuramente quello di denunciare il razzismo e la ghettizzazione di tutte le etnie presenti negli U.S.A. Tuttavia, bisogna tristemente concludere che oltre alla rabbia e al dissenso dei protagonisti verso le questioni razziali (ci troviamo davanti ad ovvie critiche contro la politica di Trump) City of Angels sembra essere incapace di andare oltre e dare respiro alla trama. Alcuni critici hanno giustificato determinate scelte narrative, sottolineando che, sicuramente, molte dinamiche saranno approfondite nella seconda stagione. Sfortunatamente, dato il basso numero di spettatori, la seconda stagione di Penny Dreadful - City of Angels pare che non vedrà la luce.

Un altro elemento che, forse, ha sancito la disfatta di City of Angels è il continuo confronto con la sua serie di origine, una serie superiore sia a livello registico sia a livello narrativo. Non posso esprimermi sulle capacità recitative, poiché in molti hanno commesso l'errore di mettere a confronto Eva Green con Natalie Dormer. Il confronto in questa specifica situazione non dovrebbe sussistere, dato che le due attrici hanno incarnato personaggi decisamente differenti (forse di simile avevano solo alcuni outfit e alcuni tratti fisionomici).

Penny Dreadful è stato recentemente eliminato dal catalogo Netflix ed è solamente disponibile sul sito di Showtime.
Questa serie, a lungo snobbata dai festival (nessuno ha mai capito come Eva Green non abbia nemmeno ottenuto una nomination agli Emmy) pare essere stata dimenticata anche da fan meno accaniti.
Personalmente ne consiglio la visione e spero vivamente che Netflix decida il prima possibile di reinserire Penny Dreadful sulla sua piattaforma.

Penny Dreadful City of Angels
La locandina della serie TV Penny Dreadful - City of Angels, 2020 Showtime Networks Inc. and Showtime Digital Inc.

Il colore viola: parla della vita, parla di noi

Il colore viola è un film del 1985 diretto da Steven Spielberg e prodotto dalla casa produttrice americana Amblin EntertainmentLa pellicola fu un grande successo di pubblico e di critica. Tuttavia, nonostante gli innumerevoli consensi e le 11 candidature agli Oscar, Il colore viola non riuscì a vincere l'ambita statuetta.

Akosua Busia and Desreta Jackson in The Color Purple.

It's about life

Il film di Spielberg è tratto dall'omonimo romanzo di Alice Walker, vincitore del premio Pulitzer. Protagoniste della storia sono due sorelle di nome Celie (Desreta Jackson-Whoopi Goldberg) e Nettie (Akosua Busia) bambine di colore cresciute in una piantagione nel sud degli Stati Uniti nei primi anni del Novecento. Celie, dopo aver subito violenze sessuali dal padre e aver partorito due figli, viene data in sposa a Mr Albert Johnson (Danny Glover). La separazione dall'amata sorella e le continue percosse ricevute dal nuovo marito rendono la vita di Celie triste e difficoltosa. Dopo aver preso coraggio, Celie convince Albert a far trasferire Nettie a casa loro, creando il primo punto di svolta sia per la crescita dei personaggio sia per la narrazione.

Desreta Jackson and Akosua Busia in The Color Purple.

Nettie, grazie alla sua grande forza di volontà, si iscrive a scuola. Celie la aspetta in casa, dove è costretta a pulire anni di sporcizia e a crescere figli non suoi. Nettie desidera che la sorella sia libera, così le insegna a leggere tra una faccenda e l'altra. A rompere questo legame sarà Albert il quale, dopo essere stato rifiutato da Nettie, caccia via la giovane, minacciandola di morte se solo si fosse riavvicinata alla proprietà. Durante questo struggente addio Celie grida "Scrivi" e Nettie le risponde "Solo la morte potrà impedirmelo."

Celie cresce e da adolescente diventa una donna: non ha mai ricevuto una lettera di Nettie. A questo punto il personaggio interpretato da una giovane Whoopi Goldberg, è rassegnato e tenta di sopravvivere all'interno delle continue violenze domestiche. A rompere questo cerchio di brutalità saranno due personaggi femminili: Shug Avery (Margaret Avery) il grande amore di Albert, e Sofia (Oprah Winfrey) la futura nuora di Celie.

Il colore viola The Color Purple Steven Spielberg

It's about love

Il rapporto tra Shug e Celie è, inizialmente, conflittuale per via di Albert. Fortunatamente, grazie ad un dialogo in cui le due donne parlano di tutto ciò che una donna (per giunta di colore) deve subire, il conflitto verrà meno e darà il via ad un secondo periodo che le vedrà amiche.

Nel 1916, c'è il matrimonio tra Harpo (Williard E. Pugh) il figlio di Albert e Sofia, una donna risoluta ed emancipata che sposa il giovane Harpo per amore e non perché costretta dalla famiglia. Celie è improvvisamente circondata da figure femminili forti e, difatti, non riesce immediatamente a rapportarsi con loro, data la sua apparente natura timida e dimessa. La presenza di Shug e Sofia è fondamentale per la crescita di Celie e, soprattutto, per soddisfare quel bisogno di amore che tutti proviamo durante lo scorrere della nostra vita.

Nel 1922, Harpo decide di aprire un blues bar, seguendo la scia dei due travolgenti generi musicali noti come jazz e blues. Il blues bar diventa un punto di incontro della comunità di colore e del nucleo famigliare di Celie. Shug diventa la cantante di punta del locale, alimentando la gelosia di Albert.

Il rapporto tra Celie e Shug subisce un ulteriore variazione, sfociando una celata storia d'amore (nel libro molto esplicita, a differenza del film). Celie, quindi, conosce l'amore, ma questo non sarà sufficiente per fuggire da quella prigione che il patriarcato ha costruito intorno a lei e a tutte le donne protagoniste della storia.

It's about us

Nel 1936, la narrazione si spezza definitivamente. I ruoli prestabiliti dal contesto sociale vengono meno e le carte si mescolano. L'arco temporale 1936-1937 sancisce la liberazione definitiva di ogni personaggio, maschile o femminile che sia. Celie riesce a ribellarsi alla volontà di Albert e fugge con Shug. Sofia, dopo aver passato anni in prigione per aver risposto ad una donna bianca, torna ad essere il capo famiglia. Per quanto riguarda gli uomini, la loro liberazione spezza le catene di una struttura sociale che li vuole duri, maneschi e, soprattutto, capofamiglia. Albert, che per anni ha nascosto a Celie le lettere di Nettie, decide di investire i suoi risparmi per far rincontrare le due sorelle. Harpo decide di essere un marito amorevole e rispettoso di una donna indipendente come Sofia.

Perché Il colore viola parla di noi? Sicuramente il film di Spielberg punta i riflettori su una comunità specifica e, soprattutto, sulla questione della segregazione razziale negli USA. Tuttavia, il significato di quest'opera va ben oltre il colore della pelle. Le scene in interni, che si tratti della casa di Albert o del bar Harpo, creano un ambiente intimo e tremendamente privato in cui, però, tutti quanti abbiamo vissuto in un modo o nell'altro. Le dinamiche di potere dell'uomo sulla donna e del bianco sulla persona di colore sono gestite da Spielberg con l'uso di una regia morbida e lineare, pronta ad alternare strette inquadrature a campi medi sui campi in fiore.

Il colore viola è un film da riprendere tra le mani, dato soprattutto le proteste contemporanea che hanno dato il via al movimento #blacklivesmatter, perché è uno dei migliori film contro il razzismo mai realizzati. Possiamo definirlo tale, perché parliamo di un film che non usa mai il termine "razzismo", ma si "limita" a dimostrarlo senza indugiare in virtuosismi registici. "Tutto vuole essere amato" dice Shug a Celie durante una passeggiata tra i fiori violacei della piantagione. In definitiva, noi gridiamo, protestiamo e piangiamo per questo: per essere amati.

Il colore viola The Color Purple Steven Spielberg
La locandina del film Il colore viola (The Color Purple), diretto da Steven Spielberg. Amblin Partners, Amblin Entertainment, © 2020 Storyteller Distribution Co., LLC

Tutte le foto del film Il colore viola sono Amblin Entertainment, © 2020 Storyteller Distribution Co., LLC · All Rights Reserved


Pat Sullivan Felix the cat il gatto

Pat Sullivan: una vita in bianco e nero

SOGNI ANIMATI II

Pat Sullivan: una vita in bianco e nero

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pat Sullivan
Pat Sullivan in una foto di ignoto, da p. 48 dell'edizione del 3 Aprile dello Exhibitors Herald (Apr. - Jun. 1920), in pubblico dominio

Il binomio “genio e sregolatezza” viene spesso utilizzato per riassumere le biografie di celebri personaggi il cui formidabile estro andò di pari passo con uno stile di vita esagerato e, quasi sempre, dai risvolti tragici: in genere si parla in questo modo di pittori, scrittori e attori, ma non mancano esponenti di forme d'arte meno convenzionali, come matematici e pionieri dell'informatica. Anche nel mondo dell'animazione vi sono state personalità particolarmente controverse, il cui spessore artistico si accompagna a una vita problematica: paradigmatica, in tal senso, è la storia di Pat Sullivan, che fu in grado di cambiare la concezione stessa dei cartoni animati ma non di salvarsi da un'esistenza ricca di drammi ed eccessi.

Un ragazzo difficile

Patrick Peter “Pat” Sullivan nacque nei sobborghi di Sydney il 22 febbraio 1885 da una famiglia d'origine irlandese; poco più che ventenne emigrò negli Stati Uniti, dove lavorò dapprima come fumettista per alcuni giornali per poi interessarsi all'animazione: tra 1914 e 1915 prestò servizio in due dei primi studios storicamente esistiti, quello di John Randolph Bray e quello di Raoul Barré. Già nel corso di queste prime esperienze emerse la difficile personalità di Sullivan: il ragazzo era un fervente cattolico e difendeva le proprie idee religiose al punto di scatenare vere e proprie risse; inoltre già in questi anni risultarono evidenti il suo narcisismo e la tendenza a bere più del dovuto. In effetti Sullivan si dimise dagli studios di Bray dopo pochi mesi di lavoro perché “non si sentiva sufficientemente valorizzato”; in seguito fu Barré a licenziarlo per divergenze creative, sottolineando il fatto che ai suoi occhi fosse un incompetente.

Nel frattempo il mondo dell'animazione andava incontro a decisive trasformazioni: nel 1916 il magnate americano William Randolph Hearst fondò i propri studios, i primi a presentare un assetto aziendale gerarchico e ben definito, che fu poi replicato dalle case di produzione più famose (Disney e Fleischer in testa); Hearst, la cui abilità negli affari era proverbiale, offrì ai migliori artisti degli studios di Bray e Barré degli stipendi da capogiro, assicurandosi una forza lavoro di prim'ordine e causando al contempo il fallimento delle altre due case di produzione. Sullivan, che all'epoca era già stato cacciato da Barré, non rientrò tra le fila di questi animatori: quasi per ripicca decise di investire i suoi scarsi risparmi per fondare un suo studio personale.

Questa impresa si rivelò sorprendentemente efficace: Sullivan aveva acquistato i diritti di due serie a fumetti alle quali aveva lavorato, Sammy Johnsin e The Tramp (ispirata al personaggio di Charlot), che all'epoca godevano di fama più che discreta; i cartoni animati che ne furono tratti riscossero un buon successo.

Occorre tuttavia considerare che già in partenza l'animatore commise dei gravi errori: piuttosto che guardare al modello Hearst, che prevedeva una suddivisione del potere decisionale tra il direttore e i membri del consiglio d'amministrazione, Sullivan decise di impostare la propria azienda con un assetto padronale, accentrando nella sua persona tutte le responsabilità. Le conseguenze di questa scelta non tardarono a mostrarsi: a causa dei suoi problemi d'alcolismo l'uomo era solito gridare contro i suoi dipendenti mentre era ubriaco, arrivando addirittura a licenziarli per futili motivi e non ricordare nulla il giorno dopo; Al Eugster, uno dei suoi animatori, dichiarò che Sullivan fosse “l'uomo d'affari più coerente del mondo: coerente nel non essere mai sobrio”.

Molti, poi, furono gli animatori afroamericani che denunciarono un razzismo di fondo nella sua gestione degli studios; infine, quando nel 1917 l'uomo fu incarcerato per un'accusa di violenza ai danni di una minorenne, gli studios, privi del loro direttore, dovettero chiudere e restare fermi per circa un anno.

Il successo di Felix the Cat

Nonostante queste controversie, l'accoglienza positiva delle due serie consentì agli studios di prosperare per alcuni anni senza picchi di particolare eccellenza; una vera e propria svolta avvenne solo sul finire del decennio, con l'invenzione di Felix the cat. Questo personaggio, che in Italia è noto anche col nome di Mio Mao, fece il suo debutto ufficiale nel cortometraggio Feline Follies (novembre 1919); il finale a sorpresa lascia intendere piuttosto chiaramente che nelle intenzioni iniziali questa dovesse essere la sua unica apparizione: invece, in maniera del tutto inaspettata, il pubblico gradì questo gatto al contempo simpatico e caustico, le cui avventure mostravano una vena di adulto sarcasmo.

Pat Sullivan Felix the cat il gatto
La celebre “camminata pensierosa” (Felix pace), in Oceantics (1930). Immagine in pubblico dominio

Questo spinse Sullivan a produrre nuovi cortometraggi di Felix; film dopo film il personaggio fu rifinito nella grafica e nel carattere; in particolare furono portati all'estremo tutti quei comportamenti stereotipati e ripetuti ossessivamente che lo rendevano unico e riconoscibile: Felix era in grado di togliersi la coda e utilizzarla come bastone, levarsi lo scalpo a mo' di cappello per salutare una bella fanciulla, afferrare i punti esclamativi utilizzati per visualizzare le sue emozioni (siamo ancora all'epoca dei film muti) e adoperarli nelle maniere più disparate; celeberrima divenne poi la sua “camminata pensierosa” (Felix pace), che in genere preludeva a un'idea strampalata in grado di dare una svolta alla trama. Per la prima volta il pubblico imparò a riconoscere e amare un personaggio animato: è per questo motivo che Felix è oggi considerato il primo personaggio seriale vero e proprio della storia dell'animazione, modello ideale per qualsiasi eroe animato sia stato mai creato in seguito fino ai nostri giorni.

Roscoe Arbuckle mentre tiene il gatto Ethel del Lasky Studio come modello per Pat Sullivan, il quale disegna Felix the Cat per il Paramount Magazine. Foto di ignoto, da p. 78 dell'edizione del 12 Marzo dello Exhibitors Herald (Jan. - Mar. 1921), in pubblico dominio

Anche le origini di questo personaggio, tuttavia, diedero adito a una serie di questioni, prima tra tutte la paternità: all'indomani del successo di Felix scoppiò infatti una diatriba tra Pat Sullivan e Otto Messmer, uno dei suoi animatori, a proposito di chi dei due lo avesse realmente inventato. Messmer dichiarava infatti di aver concepito autonomamente il personaggio in tutte le sue caratteristiche; Sullivan (che comunque ne deteneva i diritti e dunque era legalmente il proprietario ufficiale) gliene riconosceva solo lo sviluppo grafico, ribadendo che fosse un prodotto della sua inventiva. A proprio suffragio Sullivan addusse numerose prove, tra le quali un altro cortometraggio intitolato The Tail of Thomas Kat (oggi perduto), realizzato interamente da lui e con protagonista un prototipo di Felix; alcuni animatori si schierarono invece a favore di Messmer, dichiarando che l'alcolismo di Sullivan gli consentisse a malapena di gestire gli studios, e che i suoi contributi creativi fossero insignificanti.

In ogni caso Messmer ottenne da Sullivan la promozione ad animatore capo e diresse la maggior parte dei corti di Felix, e questo bastò a dirimere pacificamente le questioni tra i due; tuttavia ancora oggi non è ben chiaro chi di loro abbia inventato Felix, e gli storici dell'animazione si dividono tra i sostenitori dell'una o dell'altra tesi.

Un repentino fallimento

Felix il gatto e Charlie Chaplin in Felix in Hollywood (1923). Immagine in pubblico dominio

L'ascesa di Felix continuò per tutto il terzo decennio del '900, durante il quale gli studios non ebbero praticamente alcun rivale; molti personaggi tentarono di replicarne le caratteristiche, ma nessuno di essi ebbe particolare successo: tra di essi ricordiamo Koko il Clown di Fleischer e Oswald il coniglio fortunato, prima creazione di Walt Disney a sua volta protagonista di un clamoroso caso di furto di diritti. Lo stesso Barré, che dieci anni prima aveva licenziato Sullivan, nel 1926 dovette chiudere definitivamente la propria azienda e andare a lavorare presso il suo vecchio dipendente.

Nell'ottobre 1928, tuttavia, ci fu una svolta epocale: gli animatori Amadee von Beuren e Paul Terry rilasciarono il cortometraggio Dinner Time, il primo a far uso del sonoro; un mese dopo Walt Disney pubblicò invece Steamboat Willie, terzo cartoon di Mickey Mouse, che presentava per la prima volta una colonna sonora perfettamente sincronizzata all'azione. In breve i cortometraggi sonori divennero il punto di riferimento per la cinematografia d'animazione, al quale tutte le case di produzione dovettero adeguarsi; Sullivan operò invece una scelta in controtendenza e rifiutò di aggiungere il sonoro ai film di Felix.

Per decenni questa decisione è stata imputata alla scarsa capacità imprenditoriale dell'animatore, aggravata dai suoi problemi con l'alcol e dal suo temperamento difficile; in tempi recenti, tuttavia, essa è stata vista sotto una luce differente: molti furono infatti i cineasti che sulle prime rifiutarono di aggiungere il sonoro ai propri film, considerando il sonoro una moda passeggera; inoltre Felix era stato concepito per una cinematografia priva di sonoro e le sue caratteristiche basilari si fondavano sul fatto di essere muto; probabilmente Sullivan temeva che adattare il personaggio alle nuove mode avrebbe comportato un suo snaturamento; la stessa cosa sarebbe accaduta anni dopo a Walt Disney, quando si trattò di far passare Topolino al technicolor.

Intorno al 1930, comunque, fu chiaro che Felix stava perdendo fama e consensi; Sullivan tentò di correre ai ripari quando era già troppo tardi: a causa della scarsa disponibilità economica l'animatore fu costretto ad adoperare una tecnologia meno costosa ma decisamente obsoleta, che fu implementata in fretta e furia ad alcuni film già completati e concepiti senza sonoro. Questi cortometraggi registrarono un clamoroso insuccesso, e i mancati incassi portarono gli studios a un irreparabile dissesto finanziario.

Sullivan cadde in depressione e il suo alcolismo peggiorò; nel 1931 sua moglie Marge morì in un ambiguo incidente domestico, mentre un anno dopo gli fu diagnosticata la sifilide. L'animatore tentò di investire le sue ultime risorse nel rimodernamento degli studios e in un rilancio del suo personaggio più famoso; alla fine del 1932 annunciò di aver messo in cantiere dei nuovi film sonori di Felix, ma nel frattempo le sue condizioni fisiche e mentali si erano irrimediabilmente deteriorate: nel febbraio 1933, a una settimana dal suo quarantottesimo compleanno, Pat Sullivan morì per le complicazioni di una polmonite.

L'eredità di Pat Sullivan

In seguito alla morte di Sullivan il gatto Felix continuò a vivere sulle pagine dei fumetti, per poi godere di alcuni revival: negli anni '60 Otto Messmer rilevò i diritti del personaggio e promosse la produzione di nuovi cortometraggi a colori, mentre tra la fine degli '80 e l'inizio dei '90 gli furono dedicati un lungometraggio e una serie TV a esso ispirata. Nessuno di questi prodotti conobbe lo stesso successo della serie originale, principalmente perché il personaggio fu effettivamente alterato nelle sue caratteristiche di base: il Felix di Sullivan si rivolgeva a un pubblico adulto e le sue avventure, pur comicamente surreali, riflettevano la società americana del tempo; questo non accadde nelle successive riproposizioni, in cui Felix si trovava a interagire con mondi e personaggi fiabeschi e fin troppo infantili. In ogni caso la sua fama non è mai venuta meno, complice anche il suo massiccio utilizzo nel settore del merchandising.

La vicenda umana e professionale di Pat Sullivan servì da monito a tutti gli imprenditori che si cimentarono col mondo dell'animazione, tanto in negativo nella visione aziendale degli studios quanto in positivo nella serializzazione dei personaggi e nel continuo bisogno di adeguarsi alle mode: tutte caratteristiche pienamente riscontrabili anche oggi, a distanza di quasi un secolo.


Anche il leone deve avere chi racconta la sua storia, non solo il cacciatore

In questi giorni, volenti o nolenti, abbiamo avuto più o meno tutti la possibilità di rimanere a casa e di dedicarci alla lettura. Io, ad esempio, ho riscoperto una passione che risale ai tempi dei primi anni di università: la storia dell’Africa. Durante il mio percorso universitario non avevo mai letto il manuale di Anna Maria Gentili, Professoressa Emerita dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, (Carocci, pp. 471, 18 euro), ma per fortuna ho avuto tempo di rimediare.

Anna Maria Gentili, infatti, in sole 471 pagine, propone un interessante quanto complesso excursus sulle vicende dell’Africa sub-sahariana dall’Ottocento, secolo delle trasformazioni all’Africa indipendente, e delle popolazioni che abitano il territorio senza tralasciare le loro problematiche politiche, economiche e sociali. Non deve essere stato affatto facile per la Gentili, anche se stiamo parlando di una delle maggiori storiche dell’Africa italiane, ripercorrere secoli di storia di un territorio cosi vasto (e complesso sotto diversi punti di vista). L’autrice sfoggia un dono di sintesi e un’esposizione così chiara ed esaustiva delle cause e degli effetti di certe dinamiche che, a tratti, più che di un manuale destinato a studenti universitari e ad esperti del settore, Il leone e il cacciatore sembra un vero e proprio romanzo.

Non a caso, il libro si apre con una bellissima metafora tratta da Chinua Achebe, un famoso scrittore nigeriano: “anche il leone deve avere chi racconta la sua storia. Non solo il cacciatore”. In effetti, siamo stati abituati a conoscere e ad approcciarci all’Africa quasi sempre e solo attraverso un punto di vista europeo, occidentale, e cosi facendo quasi mai si possono notare tutte le diverse sfaccettature delle dinamiche storiche, politiche e sociali dell’Africa sub-sahariana.

“L’Africa nera non è solo l’Africa dei neri, rimane l’Africa ignota e incomprensibile perché non ne accettiamo la storicità: il “cuore di tenebra”che non sappiamo e non vogliamo decifrare, anche perché il farlo agiterebbe i fantasmi del nostro persistente pregiudizio.”

Come nota la Gentili, sono solo gli anni delle indipendenze dei vari Stati Africani, nei primi anni sessanta, a non “passare inosservati”e a far puntare i riflettori sul continente, ed è solo grazie alla decolonizzazione che la storia di questi popoli non passa inosservata, e “parve che potesse spezzarsi la sua emarginazione” da parte degli Stati Occidentali.

Tutto questo, chiaramente, ha una spiegazione storica e politica: dopo la Seconda Guerra Mondiale, periodo in cui si celebrava “il riscatto dall’oscurantismo razzista, anche il “terzo mondo”conquistava alfine la libertà e l’uguaglianza che gli erano state negate in nome della “civilizzazione”coloniale.”

Purtroppo, però, dopo questo periodo di interesse per gli Stati africani e lo studio delle loro differenti culture, lingue e tradizioni, si tornò di nuovo a quella emarginazione a cui l’Africa era stata condannata per diverso tempo. Si finì, appunto, per “recuperare e rafforzare la tendenza a considerare le società africane vuoi come vittime senza speranza di disastri naturali e della corruzione dei politici, vuoi come protagoniste di conflitti determinati da ataviche e insopprimibili lealtà tribali.”

Certo, la Gentili, nel manuale, è costretta a trattare solo alcuni dei temi e delle problematiche del continente, e il lettore trova dei riferimenti non sempre approfonditi su tutte le aree del continente, ma questo sembra normale visto che si tratta di una realtà così ampia e molto diversa al suo interno. Sembra quasi impossibile poter pensare, infatti, ad un solo manuale in grado di racchiudere secoli di vicende storiche, sociali e politiche complesse come quelle dell’Africa ed una loro trattazione omogenea in tutte le aree del continente.

Nel libro della Gentili, ad ogni modo, vengono trattate una serie di tematiche fondamentali per la comprensione dei fenomeni storici e politici africani: gli interessi economici delle grandi potenze europee decise ad “accaparrarsi” le aree più strategiche per il commercio e lo sfruttamento delle risorse del territorio già dalla prima metà dell'Ottocento, la nascita di governi coloniali che “significherà solo l’abolizione de jure della schiavitù” e i “sistemi produttivi spesso fondati sul lavoro forzato e obbligatorio”. Si passa poi ad un ampio capitolo sulla spartizione coloniale, per poi giungere ad una mappa dell’occupazione coloniale con dei focus particolari su alcui Stati, per poi soffermarsi, durante l’ultimo capitolo, sull’Africa indipendente e sulle conseguenze che l’indipendenza ha portato nei vari Stati del territorio africano.

Il manuale Il leone e il cacciatore di Anna Maria Gentili è un ottimo strumento per comprendere l’evoluzione storica di un continente, in fondo, a noi quasi sconosciuto.
Del resto, per capire le vicende politiche di oggi e ciò che viviamo oggi, sarebbe impossibile senza comprendere ciò che è successo ieri.

Il leone e il cacciatore di Anna Maria Gentili
La copertina del manuale Il leone e il cacciatore. Storia dell'Africa sub-sahariana di Anna Maria Gentili, pubblicato da Carocci editore nella collana Aulamagna

Foto di zgmorris13


Quella volta in cui tutti i bambini scapparono di casa

Per parlarvi del nuovo libro di Marina Presciutti, Il giorno in cui tutti i bambini scapparono di casa, mi viene in mente una frase del filosofo francese Michel De Montaigne: “I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna considerarli come le loro azioni più serie”. Di fatto il gioco mascherato messo in atto dai bambini del paese di Arcipippoli mostra fin dalle prime pagine l’azione seria, motivata da una questione che va al di là dell’infanzia.

Cosa succederebbe se d’un tratto una bambina di otto anni (migrante, siriana, orfana) venisse allontanata da scuola, così, senza apparente motivo? Nell’adulto il rimando storico sarebbe inevitabile, pungola le consuete ingiustizie sociali e la sua analisi sarebbe forse più spregiudicata, ma quali spiegazioni potrebbe darsi un suo compagno di età poco inferiore? La Presciutti allora, prendendo spunto dal quotidiano, impasta al ricco linguaggio, con inflessioni partenopee, temi sull’educazione, sulla cultura e sul razzismo per restituire al lettore, sia esso ragazzo o adulto, un profondo, evocativo e non banale racconto, “uno specchio di fragilità su cui riflettersi”. Per immedesimarsi, forse più nella voce narrante e nel professor Porzio piuttosto che nella piccola brigata, seleziona le parole con accurata dovizia trasferendo sul lemma del “migrante” un significato più innocente ma non meno consapevole. I bambini, infatti, non trovando logica o senso nella decisione degli adulti di allontanare la compagna di scuola, scelgono di intraprendere un’avventura collettiva che li faccia diventare tutti migranti

Alla mente attenta l’indizio sulle loro intenzioni non sfugge e ci viene infatti fornito fin dalle prime battute, tanto che quando con il fiato sospeso fino alla fine ci chiediamo dove stiano andando, per raggiungere la libertà l’autrice disegna loro la via della fuga facendo leva sui loro sogni e sulle loro convinzioni.

Presciutti sembra proporre una riflessione che vada oltre il luogo comune, impreziosendola di esperienze, di citazioni (non è passata inosservata quella sulla società liquida di Zygmunt Bauman), di dignità. Nel viaggio “la condizione di dignità” a cui fa riferimento l’autrice è quella “di chi lotta per migliorare la propria vita”, anche qui dove tutto è “piccolo piccolo” ma non i sentimenti.

Ricordo che Montaigne sosteneva anche che nulla di nobile può essere raggiunto senza il pericolo, ovvero senza pagarne un prezzo che è ben presente in questo libriccino. Forse di proposito lo scrivo solo ora ma c’è una parola che al di là della recensione fine a sé stessa, del contesto e della struttura narrativa, più di tutte mi sembra poter spiegare ogni cosa, che nella lettura ritorna, nei capitoli rimbalza nel suo uso quando tutto intorno sembra svuotato: quella parola è Cuore, senza aggiunta di colore.

Il giorno in cui tutti i bambini scapparono di casa Marina Presciutti
La copertina del libro Il giorno in cui tutti i bambini scapparono di casa di Marina Presciutti, pubblicato da il seme bianco

 

Marina Presciutti, Il giorno in cui tutti i bambini scapparono di casa, ed. Il Seme Bianco 2020, pagg. 77, euro 9,90.

 

 

 


Eliminare il concetto di razza dalla ricerca genetica umana

4 Febbraio 2016
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Un nuovo studio, pubblicato su Science, sottolinea la necessità di abbandonare definitivamente le categorie razziali negli studi sulla genetica umana. I motivi sono molteplici.
Innanzitutto, le classificazioni razziali non hanno senso in termini genetici, e i gruppi razziali mancano di confini genetici definiti. Gli assunti razziali non sono le linee guida biologiche che alcuni ritengono, ed in passato alcuni studi hanno dovuto respingere alcune affermazioni razziste che erano emerse.
Non bisogna inoltre confondere i concetti di razza e stirpe. Il secondo concetto si riferisce a una relazione individuale da collegarsi a una storia genealogica. Bisognerebbe perciò smettere di utilizzare il termine razza e utilizzare solo i termini stirpe e popolazione, questi peraltro da definire in modo chiaro.
Lo studio "Taking race out of human genetics", di Michael YudellDorothy RobertsRob DeSalleSarah Tishkoff, è stato pubblicato su Science.
Link: Science; Drexel University.
Struttura del DNA (opera di Uploader's work on original work by mstroeck - Uploader's work on original work by mstroeck - caricato da Giac83), da WikipediaCC BY-SA 3.0.


La segregazione a scuola influenza ancora la mente degli Afro-Americani dopo 61 anni

11 Maggio 2015
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Secondo un nuovo studio, la fine della segregazione razziale nelle scuole avrebbe determinato un vantaggio lieve ma significativo da un punto di vista statistico, per quanto riguarda le prestazioni in campo cognitivo, in particolare per quanto riguarda il linguaggio e la velocità di percezione. Si è anche scoperto che i partecipanti allo studio che avevano frequentato scuole senza più segregazione non mostravano vantaggi in termini di declino cognitivo nel tempo.
Lo studio arriva in vicinanza della ricorrenza della storica decisione presa dalla Suprema Corte degli Stati Uniti, il 17 Maggio del 1954, che sancì definitivamente l'incostituzionalità delle leggi degli stati che stabilivano scuole pubbliche separate a seconda del colore della pelle.
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World Fantasy Awards: si discute il premio a Lovecraft

17 Settembre 2014
H._P._Lovecraft,_June_1934
Il comitato dei World Fantasy Awards sta mettendo in discussione il premio a Howard Phillips Lovecraft, per il suo essere razzista. La decisione ha ovviamente scatenato polemiche: spesso gli artisti hanno anche un lato oscuro ed è spesso difficile relazionarsi ad esso.
Alcuni, come Nnedi Okorafor, sono rimasti confusi dalla scoperta di questo lato della personalità dell'autore, altri come Daniel José Older, hanno proposto una petizione al comitato dei WFA, per premiare Octavia Butler anziché Lovecraft. Altri, come Laura Miller del Salon, invitano ad accettare queste verità e questi lati oscuri, discutendone senza rifiutare l'opera dell'autore nell'insieme.
Link: The Guardian; The Salon
Foto di Lovecraft, Giugno 1934, di Lucius B. Truesdell, da Wikipedia, Public Domain, copyright expired, Uploaded by Xomthas.