Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Quanto è bello iniziare a studiare la Divina Commedia. Si è al terzo anno di scuola superiore, nel pieno dell’adolescenza, magari innamoratissimi, persi nel pensiero di quel ragazzo o ragazza che proprio non vuol cessare di incantarci e, in un bel pomeriggio d’autunno, ci vediamo (almeno inizialmente) obbligati a leggere l’incomprensibile opera di quel burbero di Dante Alighieri. Un nome spaventoso, che atterrisce gli studenti alle prime anni e gli studiosi che ormai hanno fatto il callo. Parliamo, in fondo, del Padre della letteratura italiana e della lingua italiana, ed è pur comprensibile lasciarsi prendere dallo sconforto. Ma questi sono sentimenti passeggeri, perché non c’è studente, per quanto pigro, svogliato e disinteressato, che non venga rapito dai versi di quel tristissimo fiorentino. Perché quando Dante iniziò a scrivere la Divina Commedia era triste davvero e mortalmente arrabbiato con i fiorentini.

E mentre era in esilio, non avendo a disposizione altro mezzo per farla pagare a tutti, condannò i suoi nemici alla damnatio memoriae, assai meglio di chiunque altro. E, così facendo, ha reso immortali tutti quanti, specie il papa Bonifacio VIII. Non tutti sono in grado di segregare i propri nemici all’Inferno, e con quale stile! Eppure, vi è un punto della prima cantica dantesca che ha fatto particolarmente impressione a Nicolò Machiavelli, al punto che questi, irato col maestro fiorentino, giunse a dire che avesse «disonorato l’opera sua». E questo perché il nostro poeta prediletto, desideroso di rappresentare con estremo realismo la genia umana, avrebbe «fuggito l’osceno», facendo fare ad un personaggio piuttosto scurrile un gestaccio che Machiavelli proprio non ha perdonato al poeta. Ne parla in un’opera poco conosciuta e mai resa pubblica, in cui immagina di parlare con il grande Poeta. Si sta parlando del Discorso intorno alla nostra lingua.

Nel ventiquattresimo canto, dopo aver attraversato l’Inferno in tutto il suo indicibile orrore, esserci impietositi e irritati, interrogati su alcuni versi misteriosissimi e averne imparato qualcuno per poterlo sfoderare al momento giusto, si cammina insieme a Dante e Virgilio tra le Malebolge, i cerchi più remoti del regno infernale. E qui giungiamo nella bolgia dei ladri, che vengono morsi al collo da un serpente, cadono a terra come cenere e rinascono da essa, esattamente come la fenice.

Un’immagine straordinaria, tra le più belle e spaventose di questo immenso poema:

Ed ecco a un ch’era da nostra proda, / s’avventò un serpente che ‘l trafisse / là dove ‘l collo a le spalle s’annoda. / Né O sì tosto mai né I si scrisse, / com’ el s’accese e arse, e cener tutto / convenne che cascando divenisse; / e poi che fu a terra sì distrutto, / la polver si raccolse per sé stessa / e ‘n quel medesmo ritornò di butto. / Così per li gran savi si confessa / che la fenice more e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa”.

Qui Dante trova un abitante di Pistoia, città detestatissima dal poeta, e il buon Virgilio chiede al figuro chi sia: si parla di Vanni Fucci, un nome che a noi non dice niente, ma che ai tempi di Dante era ben noto per diversi furti e un omicidio. Non a caso, si presenta al poeta dicendo che

vita bestial mi piacque e non umana / sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci / bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.

Precisamente, quest’uomo era considerato il famigerato autore di un furto sacrilego che era avvenuto nel 1293 nella cappella di San Iacopo, all’interno del duomo di Pistoia. Qui, sarebbero state rubate le sante reliquie custodite e un tesoro, straordinariamente ricco. Inizialmente fu arrestato e quasi impiccato un innocente, tale Rampino Foresi, per poi essere acciuffato uno dei complici, il notaio Vanni della Monna. E questi, ormai prossimo all’impiccagione, rivelò di essere stato aiutato da Vanni Fucci, che era già parecchio celebre per le sue malefatte. Il problema, a quel punto, era che il presunto ladruncolo aveva già lasciato la città, senza che si potesse verificare in alcun modo un suo effettivo coinvolgimento. Ma Dante, a prescindere, lo colloca tra i ladri e risolve il giallo con l’inappuntabilità di un Poirot medievale. Naturalmente, gli fa confessare il furto.

Davanti a Dante, l’uomo arrossisce di trista vergogna, ma non perché si vergogni del suo gesto, ma perché si sente umiliato e ritiene che Dante goda nel vederlo in quello stato. Allora, inizia col dire “apri li orecchi al mio annunzio, e odi”, e lo avverte che se mai riuscisse ad uscire dall’Inferno, troverà una sorte amara ad attenderlo. E a quel punto gli racconterà tutte le future disfatte di Firenze. Lo fa perché il poeta soffra: “E detto l’ho perché doler ti debbia” sostiene infelicemente.

Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge
La bolgia dei ladri nell'illustrazione di Gustave Doré dal XXV° canto dell'Inferno, dall'edizione inglese (tradotta dal Rev. Henry Francis Cary) dell'Inferno (senza data), Cassell, Petter, Galpin & Co., New York, London and Paris

Così, si conclude il ventiquattresimo canto, lasciando i lettori attoniti, ma non appena ha inizio il successivo, Vanni Fucci, in linea con il sacrilegio compiuto in vita, compie un gesto terribile verso Dio, che non compare per la prima volta nella Divina Commedia, ma nel Novellino.

Qui verrebbe da ridere ad un lettore di qualunque secolo, perché si assiste alla prova provata che, gira e volta, passano le epoche, e si resta sempre gli stessi da un secolo all’altro:

Alla fine delle sue parole il ladro / le mani alzò con ambedue le fiche, / gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!

E subitamente, come un novello Laocoonte, Fucci viene attaccato dai serpenti e stretto in una morsa. Ha bestemmiato contro l’Etterno e deve pagarla. Ma precisamente che gestaccio ha fatto quella canaglia di un Vanni?

Era un gesto volgare molto conosciuto all’epoca, che voleva mimare l’atto sessuale e precisamente la sottomissione sessuale. Un equivalente del nostro dito meglio o del gesto dell’ombrello, per intendersi. E si faceva stringendo la mano a pugno e mettendo il pollice tra medio e indice. All’epoca, chi osava fare un simil gesto verso il Signore Iddio e la Vergine Maria o, addirittura, osava mostrare le natiche, andava incontro a multe modiche o a qualche scappellotto. Di certo non veniva soffocato dai serpenti, ma all’Inferno questi gesti irrispettosi venivano presi parecchio sul serio. Specie perché, all’epoca di Dante, i Pistoiesi si erano preoccupati di erigere, sulla torre del castello di Carmignano, due braccia di marmo con le mani che facevano le fiche a Firenze. E non esiste che Dante perdoni chi si burla della sua città. Quindi, potremmo dire che si è tolto più di un dente con Vanni Fucci e che Machiavelli avrebbe dovuto piuttosto ringraziarlo per aver debitamente ripagato Firenze del torto subito.

Manufica, amuleto di epoca romana in faïence, che riprende il gesto delle fiche. Immagine donata a Wikimedia Commons come parte di un progetto del Metropolitan Museum of Art di New York, come da politica di accesso aperto per le risorse grafiche e per i dati. Foto Metropolitan Museum of Art, CC0

 

Riferimenti bibliografici:

Barbero A., Dante, Editori Laterza, Bari-Roma 2020;

Bonatti M., Dante a piedi e volando. La Commedia come racconto di viaggio, Edizioni Terra Santa, Milano 2020;

Cazzullo A., A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia, Mondadori, Milano 2020;

Ferroni G., L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia, La nave di Teseo, Milano 2019;

Sermonti V., L’Inferno di Dante, supervisione di Gianfranco Contini, Bur Rizzoli, Milano 2018;

Veneziani M., Dante nostro padre: il pensatore visionario che fondò l’Italia, Vallecchi, Firenze 2020.


restauro altare Cappella Sindone

L'altare della Cappella della Sindone torna a splendere dopo il restauro

Capolavori d'arte rinati dalle ceneri: l'altare della Cappella della Sindone torna a splendere dopo il restauro

A distanza di tre anni dalla riapertura al pubblico della Cappella della Sindone, capolavoro del barocco torinese dell’architetto e teorico Guarino Guarini, oggetto di un'eccezionale operazione di restauro è anche il prezioso altare, profondamente danneggiato dal tragico incendio del 1997, e finalmente torna a splendere e a meravigliare i visitatori dei Musei Reali di Torino.

Commissionata dal duca di Savoia Vittorio Amedeo II all’ingegnere e matematico Antonio Bertola (Muzzano, Biella 1647 - 1719), l’opera fu realizzata tra il 1688 e il 1694 per accogliere la reliquia della Sacra Sindone, dal 1453 di proprietà dei duchi savoiardi e trasferita da Chambery a Torino nel 1578.

restauro altare Cappella Sindone
Foto Credits: Musei Reali di Torino

Essa, dovendo adattarsi alla pianta circolare della cappella che l’avrebbe ospitata, precedentemente terminata dall’abate Guarini, e dovendo presentare un fronte che si affacciasse alla navata del Duomo e un altro rivolto alla Galleria della Sindone del Palazzo Reale, fu progettata a sua volta con un impianto circolare, in modo che andasse a costituire il fulcro prospettico per chi, dalla cattedrale, guardava verso la residenza reale.

“Oro et nigro”, questa era la disposizione del committente per la realizzazione e la decorazione tanto della cappella quanto dello stesso altare, e così Bertola concepì questo enorme reliquiario: una sontuosa struttura in marmo nero di Frabosa, arricchito da sculture in legno dorato che vengono illuminate dalla soffusa luce che penetra dalle finestre della singolare e unica cupola.

restauro altare Cappella Sindone
Foto Credits: Musei Reali di Torino

Tutto intorno corre una balaustra marmorea sopraelevata di pochi gradini rispetto al pavimento della Cappella, ornata da otto putti recanti i simboli della Passione, mentre il basamento dell’altare si imposta a sua volta sua una preziosa predella. In alto al centro spicca la Custodia, il luogo preposto alla deposizione della reliquia: una gabbia dorata inserita in una struttura rigorosamente in marmo, decorata da lesene intagliate e statue in oro. La sommità è infine costituita da quattro cartelloni con volute che reggono una decorazione con fregio e da cui vengono fatte pendere le lampade d’argento di mano di Innocente Gaya e Carlo Balbino.

Foto Credits: Musei Reali di Torino

Nella notte tra l’11 e il 12 aprile 1997 il vasto incendio causato da un corto circuito nel precedente cantiere di restauro, ormai ultimato, procurò danni incalcolabili sia alle strutture della cappella sia all’altare, nella maggior parte dei suoi apparati e delle componenti lapidee, lignee e metalliche.

Le operazioni di restauro, cofinanziate dal Ministero della cultura - progetti Art Bonus 2018, dalla Fondazione Compagnia di San Paolo e dalla Fondazione La Stampa - Specchio dei tempi, sono state affidate al Consorzio San Luca di Torino, dirette dall’architetto Marina Feroggio e condotte da una cospicua equipe di conservatori, storici dell’arte e architetti, con l’obiettivo di restituire all’altare la sua immagine architettonica originale.

I lavori hanno rappresentato un’occasione unica di studio scientifico e documentale, nonché un modo per dimostrare al pubblico del Museo che, nonostante un difficile anno vessato dalla pandemia, il cantiere di recupero non si è mai fermato, che la cultura, la tutela e la valorizzazione dei beni culturali non si sono mai fermati.

Il restauro dei supporti litici e dei manufatti in legno ha richiesto un contributo altissimo in termini di ore di lavoro, di materiali utilizzati e di analisi specifiche effettuate in situ e in laboratorio, portando al ripristino e all’integrazione delle parti marmoree e al ricollocamento degli apparati decorativi, fortunatamente scampati all’incendio poiché ricoverati nell’attigua Sacrestia, e degli arredi sacri.

 

Foto Credits: Musei Reali di Torino

Il recente passaggio della maggior parte delle regioni italiane alla zona gialla ha finalmente permesso la riapertura dei musei e dei luoghi di cultura, concedendo ai tesori d’arte di essere scoperti o riscoperti dal grande pubblico e di continuare a raccontare storie di grandi tragedie e di straordinarie rinascite come questa.

restauro altare Cappella Sindone
Foto Credits: Musei Reali di Torino

Foto Credits: Musei Reali di Torino


Paolino di Nola

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

Il 15 maggio 1909, dopo quasi un millennio di assenza, le reliquie di Paolino facevano ritorno alla sua amata Nola. Queste erano state traslate – o forse sarebbe meglio dire trafugate – da Nola nel IX secolo da Sicardo di Benevento (†839): il Ducato di Benevento dalla metà del secolo precedente aveva avviato una politica di appropriazione di reliquie dai territori limitrofi, che se da un lato rispondeva al bisogno di salvare i corpora sanctorum da scorrerie saracene o incursioni e devastazioni barbariche, dall’altro era tesa al rafforzamento del prestigio della città e della sua Chiesa1.

Paolino di Nola Duomo reliquie
Urna con le reliquie di Paolino di Nola, presso il Duomo. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Sappiamo, infatti, che dall’VIII secolo in poi Benevento accumulò un ricco tesoro di reliquie tra cui vale la pena ricordare quelle di Massimo, vescovo di Nola, Gennaro, vescovo di Napoli, l’apostolo Bartolomeo, Deodato di Nola, vescovo dopo il nostro, Trofimena da Amalfi e Paolino2. Interessante il fatto che Benevento si riappropriasse del “suo” Gennaro e che fossero non pochi i santi nolani traslati. Mentre per altri santi possediamo un testo della translatio a Benevento, per il vescovo nolano purtroppo siamo sprovvisti di un racconto.

L’unica fonte che accerta la presenza del corpo di Paolino a Benevento è la Chronica monasterii Casinensis (II, 24), che riporta più o meno intorno all’anno 1000 la notizia del successivo trasferimento delle reliquie da Benevento a Roma.

Anno tertio abbatis huius, qui est millesimus ab incarnatione dominica, prefatus imperator Beneventum venit et causa penitentie, quam illi beatus Romualdus inuxerat, abiit ad montem Garganum. Reversusque consequenter Beneventum petiit a civibus corpus sancti Bartholomei apostoli. Qui nichil tunc ei negare audentes habito cum archiepiscopo, qui tunc eidem urbi presidebat, consilio corpus beati Paulini episcopi, quod satis decenter apud episcopium aiusdem civitatis erat reconditum, callide illi pro corpore apostoli obtulerunt, et eo sublato recessit huiusmodi fraude deceptus. Quod postquam rescivit, nimium indignatus corpus quidem confessoris, quod detulerat, honorifice satis ad Insulam Rome recondidit, evestigio autem Beneventum regressus obsedit eam undique per tempus aliquod, se d nichil adversus eam prevalens Romam reversus est3.

Leone di Ostia racconta che Ottone III, dopo il pellegrinaggio al santuario micaelico del Gargano, visitò Benevento e richiese il corpo dell’apostolo Bartolomeo. Non volendo perdere il prestigio di una così preziosa reliquia, il vescovo Alfano optò per una sostituzione di corpi: Paolino fu dato all’imperatore al posto di Bartolomeo! Ad Ottone III non sfuggì l’inganno ma preferì portare il corpo a Roma, deponendolo presso l’Isola Tiberina. Qui, secondo la tradizione successiva, Ottone avrebbe portato anche il corpo di Bartolomeo, e qui, per più di 8 secoli, le spoglie mortali di Paolino riposarono4.

Il 28 maggio 1900, in occasione del pellegrinaggio nolano a Roma per l’Anno Santo, il vescovo Agnello Renzullo rivolse a papa Leone XIII la richiesta per ottenere il Corpo del Santo. In realtà tale richiesta era stata già avanzata qualche anno prima dal vescovo Giuseppe Formisano a Pio IX5. La domanda del vescovo Renzullo fu accompagnata da un volume, che raccoglieva «i voti di tutto l’Episcopato Campano e dei fedeli della Diocesi raccolte per Parrocchia»6. L’11 marzo successivo Leone XIII ordinò la ricognizione del corpo in vista della restituzione7. In quell’occasione Luigi Ranieri, decano del capitolo della cattedrale, diede alle stampe la dissertazione sulla restituzione delle reliquie: De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio8.

La scomparsa di Leone XIII nel 1903, purtroppo, bloccò la faccenda che rimase in sospeso fino al 1908. Il 1 settembre il vescovo Renzullo si rivolse al nuovo pontefice Pio X; toccando la corda sentimentale in occasione del giubileo sacerdotale del pontefice, confortato dal comune desiderio dell’Episcopato campano e quasi desiderando il ritorno di Paolino come contrapposto per Giordano Bruno, cui allude alla fine della lettera, così gli scrisse:

Agnello Renzullo Vescovo di Nola espone e domanda alla Santità Vostra quanto segue. Possano i secoli ed il nome del gran Vescovo Paolino non si cancella dalla memoria di questo gregge Nolano, né scema in esso il vivo desiderio più che millenario di ricevere le amate ossa di Lui, rapite dai Longobardi e poscia da Benevento trasportate nell’alma Roma.
Fu tante volte fatto ricorso ai Romani Pontefici per la grazia della restituzione, ma vari ostacoli impedirono sempre l’esaudimento delle nostre preghiere.
Non è molto, all’immortale Vostro Predecessore furono presentate le suppliche di tutto l’Episcopato Campano, di molti Municipi della regione e di molti corpi morali; ma la sospirata grazia non poté essere concessa.
Ora, in quest’anno del Vostro Giubileo Sacerdotale, anno in cui l’Augusto e Magnanimo cuore vostro è disposto a dispensare le maggiori grazie, io, conscio dei voti dei miei Confratelli e dei miei figliuoli, raccolgo in me le preghiere di tutti e le umilio al Vostro Soglio Pontificio, implorando istantissimamente che concediate la grazia a maggior gloria di Dio, a maggior venerazione del gran Santo, a documento del Vostro Giubileo Sacerdotale, ad incremento della nostra pietà, a contrapposto solenne in questa città all’infausta memoria e monumento del frate apostata nolano9.
Nella ferma speranza di essere esaudito, mi prostro con la massima devozione al bacio dei Sacri Piedi ed imploro l’Apostolica Benedizione.10

Il papa accolse volentieri la richiesta e già il 10 settembre diede il consenso, apposto di sua mano in calce alla lettera di mons. Renzullo. Il 28 febbraio 1909 lo stesso vescovo ne diede lieto annuncio alla Diocesi, in una notificazione entusiastica in cui tesseva le sue lodi per Paolino, santo del Clero, dei Religiosi, del Laicato, dei Reggitori dei popoli, dei Nobili, degli Artisti, dei Letterati, dei Coniugati, dei Plebei, dei Poveri e degli Afflitti, sintetizzandone così il poliedrico spessore umano, intellettuale e spirituale11.

Alle ore 11,00 del 14 maggio 1909 avvenne in Vaticano la consegna delle ossa. Erano presenti accanto al vescovo di Nola gli allora vescovi di Piedimonte, Acerra, Castellammare di Stabia e Gaeta, i principi Filippo e Giuseppe Lancellotti, la marchesa Filiasi, il sindaco di Nola, dott. Felice De Sena e altri sindaci della Diocesi. Alle 17,05 del 15 maggio le reliquie di Paolino arrivarono a Nola su un treno speciale e furono accolte da una folla gioiosa, che le accompagnò fino alla Chiesa del Carmine dove rimasero per la notte. Il giorno successivo furono portate in Cattedrale, dopo una processione di circa quattro ore. In Cattedrale, tra l’altro riaperta dopo la ricostruzione proprio in quell’anno, le reliquie furono esposte alla venerazione fino al 23 maggio, giorno in cui furono richiuse nell’urna e processionalmente collocate nell’attuale cappella laterale12.

Duomo di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Fu notato che il definitivo ritorno di Paolino a Nola, dopo il suo primo arrivo come governatore della Campania e il successivo trasferimento dopo la conversione e l’ordinazione presbiterale, avvenne esattamente 1500 anni dopo la sua elezione a vescovo nel 40913. Tantissime furono le manifestazioni anche letterarie in occasione di tale evento, raccolte nel 1990 in un volume del Centro Studi e Documentazioni su Paolino di Nola, frutto di un convegno tenuto nel 1989 nell’ottantesimo anniversario della traslazione di Paolino14.

Paolino di Nola
Statua in cartapesta di San Paolino di Nola, sulla punta del giglio. Foto di Achille Battimelli, in pubblico dominio

Piace concludere con una curiosità e con qualche verso di Paolino. La curiosità. Quando il vescovo Renzullo inviò la sua richiesta al papa, la sua lettera fu accompagnata da altre 12 scritte da vescovi campani, nella quale si mostravano entusiasti della proposta di mons. Renzullo di proclamare Paolino protettore dei Seminari Campani15. La richiesta forse su solo un proposito, che per altre vie e in forme più grandi si sarebbe avverata nel 2016, quando Paolino fu proclamato patrono di tutta la Campania insieme a San Gennaro.

La basilica paleocristiana di Cimitile, con le tombe di san Felice e san Paolino di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

I versi. Paolino fu profondamente legato a Nola e, in particolare a Cimitile, tant’è che la preferì alla Gallia e alla Spagna e, quando poté celebrare il primo dies natalis dell’amato san Felice ricorda la tanta strada percorsa tra pericoli e amore per raggiungerlo. Queste le parole rivolte a Felice, che ce lo rendono umanissimo e vicinissimo, bramoso come tutti di tornare alla patria del cuore:

Ex illo qui me terraque marique labores
distulerint a sede tua procul orbe remoto,
nouisti; nam te mihi semper ubique propinquum
inter dura uiae uitaeque incerta uocaui.
Et maria intraui duce te, quia cura pericli
cessit amore tui, nec te sine; nam tua sensi
praesidia in domino superans maris aspera Christo;
semper eo et terris te propter tutus et undis. […]
Sis bonus o felixque tuis dominumque potentem
exores, liceat placati munere Christi
post pelagi fluctus mundi quoque fluctibus actis
in statione tua placido consistere portu.
Hoc bene subductam religaui litore classem,
in te conpositae mihi fixa sit anchora uitae.

Tu conosci quali peripezie per terra e per mare da quel tempo mi abbiano tenuto lontano dalla tua dimora in un paese remoto; infatti ti ho invocato sempre e dovunque a me vicino tre le asperità del viaggio e le incertezze della vita. E mi accinsi a percorrere i mari sotto la tua guida, perché la preoccupazione del pericolo cedette per amore di te, né senza il tuo aiuto; ho sentito infatti la tua protezione superando in Cristo Signore le insidie della navigazione; con la tua protezione sempre avanzo sicuro e per terra e per mare. […] Sii benigno e favorevole ai tuoi devoti e prega il Signore potente affinché sia concesso a noi, che dopo i flutti del mare placato per la grazia di Cristo, superati anche i flutti del mondo, ci fermiamo nella tua casa come in placido porto. A questo lido ho ormeggiato la mia nave felicemente giunta a riva16.

L'argomento è stato già trattato dall'autore sul sito della Diocesi di Nola.

1 Cf. G. Luongo, Alla ricerca del sacro. Le traslazioni dei santi in epoca altomedievale, in A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990, pp. 33-34.

2 Ivi, pp. 35-36.

3 MGH SS. 34, p. 208.

4 Filippo R. De Luca riporta la notizia di ben tre ricognizioni del corpo, avvenute rispettivamente nel 1711, nel 1806 e nel 1867 (cf. F.R. De Luca, I documenti relativi alla traslazione del corpo di S. Paolino conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Nola, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 41-42).

5 Presumibilmente tra il 1855 e il 1878.

6 De Luca, I documenti relativi…, p. 42.

7 Sappiamo che cardinale Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona e titolare della Basilica di S. Bartolomeo sull’Isola tiberina si era opposto, temendo di perdere così importanti reliquie; cf. De Luca, I documenti relativi…, p. 42 e p. 44.

8 L. Ranieri, De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 64-121.

9 Si tratta di Giordano Bruno.

10 Appello del vescovo Agnello Renzullo a Papa Pio X per la restituzione del corpo di S. Paolino in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 123-124.

11 Agnello Renzullo, Notificazione del ritorno del corpo di S. Paolino, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 141-145; l’elogio di Paolino si trova a p. 144.

12 Il resoconto di quelle giornate fu pubblicato nel «Bollettino religioso per la Diocesi di Nola» – Anno VIII – n. 86 – Giugno 1909, che si può leggere in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp.149-163.

13 Ivi, p. 163.

14 A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990.

15 De Luca, I documenti relativi…, p. 45.

16 Paul. Nol. carm. 13, vv. 10-17. 31-35; trad. italiana in A. Ruggiero, Paolino di Nola. I carmi, Strenae Nolanae 6, Marigliano 1996, pp. 214-217.


La selva degli impiccati Marcello Simoni

Il poeta-brigante e la reliquia diabolica: La selva degli impiccati di Marcello Simoni

Il poeta-brigante e la reliquia diabolica:

La selva degli impiccati di Marcello Simoni

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

La biografia di Marcello Simoni, puntualmente riportata nell'aletta in quarta di copertina, riserva diverse sorprese a chi non conosce questo scrittore. Innanzitutto, a dispetto della sua giovane età, egli può già vantare una cospicua carriera: il suo primo romanzo Il mercante di libri maledetti è infatti uscito nel 2011 per Newton-Compton; in soli nove anni Simoni ha prodotto circa trenta romanzi e un gran numero di racconti brevi e saggi.

La maggior parte dei titoli delle sue opere contiene riferimenti a libri proibiti e/o maledetti, ad abati e abbazie, reliquie e biblioteche: Simoni si è infatti specializzato nel filone dei thriller medievali che negli anni '80 venivano definiti, non senza un vago tono dispregiativo, i cloni della Rosa. Tuttavia è bene specificare che, lungi dal copiare pedissequamente l'opera di Umberto Eco, Marcello Simoni ha saputo proporre una personale visione del genere “giallo gotico” che gli ha consentito di ritagliarsi un posticino di tutto rispetto nel panorama editoriale italiano: il suo romanzo del 2019 Il lupo nell'abbazia è comparso nella prestigiosa collana dei Gialli Mondadori, mentre la trilogia avente come protagonista l'inquisitore Girolamo Svampa è stata pubblicata da Einaudi; per la stessa casa editrice è in libreria da qualche settimana La selva degli impiccati.

In questa sua ultima opera Simoni compie la difficile scelta di distaccarsi del tutto (o quasi) dalla sua comfort zone popolata di monaci sanguinari e manoscritti malefici; il protagonista è François Villon, poeta maledetto realmente vissuto nella Francia del XV secolo, al quale viene risparmiata la pena capitale in cambio di un patto scellerato: dovrà infatti collaborare con le autorità parigine per catturare Nicolas Dambourg, capitano dei briganti denominati coquillard, dei quali lo stesso Villon ha fatto parte; la faccenda è però resa complicata non solo dall'amicizia che lega il poeta a Dambourg, ma anche dalla scomoda presenza di una reliquia demoniaca, bramata e ricercata da una moltitudine di persone.

Xilografia che ritrarrebbe François Villon, realizzata da Pierre Levet per il Grand Testament de Maistre François Villon, Parigi, 1489. Immagine in pubblico dominio

Riassumere in poche frasi La selva degli impiccati non è semplice: molte sono infatti le trame secondarie collegate a quella principale, ciascuna delle quali coinvolge un gran numero di personaggi e le relative vicende; si tratta di un feuilleton con tutti i crismi, nel quale ciascun capitolo costituisce un nucleo narrativo a sé. In esso riecheggiano svariati generi, dal thriller all'horror al picaresco, in un amalgama tutto sommato compatto; la storia complessiva che ne emerge è avvincente e in grado di catturare l'attenzione del lettore: più che a Eco, Simoni sembra volersi ispirare a Victor Hugo, citato in esergo e nelle prime pagine del romanzo, dove si ha perfino una fugace visione della “Festa dei Folli” ampiamente descritta in Notre-Dame de Paris.

È però il tono avventuroso a permeare l'intero libro: il Villon dipinto dal Simoni è molto più simile al Conte di Montecristo di Dumas padre che a un Gwynplayne o a un Jean Valjean; mascalzone e scavezzacollo quanto basta, il poeta de La ballata degli impiccati non riesce affatto a essere un antieroe come il suo autore lo vorrebbe, e finisce per barattare il suo lato oscuro con una pittoresca, a tratti romantica umanità. L'influsso di Dumas è particolarmente evidente nella parte centrale del libro, ambientata in una foresta zeppa di briganti che ricorda da vicino la Sherwood descritta nel Robin Hood dumasiano.

François Villon, La ballade des pendus, J. Trepperel éditeur (Paris 1500) - Bibliothèque nationale de France - Gallica, immagine in pubblico dominio

Proprio le ambientazioni sono un punto di forza del libro: Simoni è particolarmente audace nel dare la sua visione di una Francia oscura e nebbiosa, nella quale corruzione e malvagità serpeggiano sotto una pelle di stretti vicoli e sordide osterie; molti sono i personaggi grotteschi, il cui fascino rischia tuttavia di far sfigurare quelli principali, eroi o antieroi che siano. La trama principale è portata avanti con disimpegno, in un continuo rovesciarsi di ruoli e situazioni che occasionalmente sfiora la genialità; il tutto condito da duelli e torture, impiccagioni e perfino quel pizzico di romance che il lettore si aspetta e che, puntualmente, gli viene dato in pasto. In sintesi, se la vicenda principale e il suo setting sono originali e ben confezionati, non lo sono tutti gli elementi di contorno, che rispondono fin troppo ai cliché del genere.

Non è questo, tuttavia, il vero problema della Selva, che soffre semmai di un ritmo non omogeneo: Il continuo alternarsi dei punti di vista causa infatti frequenti sfasamenti tra sezioni rapide e ricche d'azione e frangenti lunghi e tediosi nei quali vengono distillati i molti (non sempre necessari) spiegoni; è la prima metà del libro a risentire maggiormente di questo difetto, che porterà i lettori meno pazienti a saltare interi capitoli e a perdere frammenti indispensabili di questo mosaico; viceversa la parte finale risulta fin troppo veloce e ricca di eventi, tanto che a fine lettura si potrebbe avere la sensazione che non tutti i conti tornino come dovrebbero. Uno studio più attento dello schema narrativo avrebbe forse evitato questi scompensi.

Anche la caratterizzazione dei personaggi risulta in qualche modo discontinua: a molti di essi viene data una dignità eccessiva in relazione al loro ruolo nell'economia della storia, mentre altri, più affascinanti e meglio costruiti, spariscono del tutto nelle fasi più avanzate della vicenda. Simoni, inoltre, correda il romanzo di una lunga nota ex-post, nella quale spiega che gran parte dei personaggi citati è realmente esistita, ma manca una documentazione adeguata per ricostruirne la biografia: una vera e propria excusatio non petita per aver inventato di sana pianta le loro vicissitudini, espediente che sarebbe stato del tutto perdonabile anche senza questa spiegazione.

Occorre infine rimarcare un editing non sempre preciso, che glissa su evidenti errori di sintassi come il continuo utilizzo dell'avverbio affatto con funzione di negazione.

Queste pecche, è bene precisarlo, non compromettono la leggibilità de La selva degli impiccati, che di certo donerà agli appassionati del genere un'avventura di tutto rispetto, gustosa al punto giusto e ben congegnata, con una morale di fondo che, senza fare spoiler, risulterà sorprendentemente attuale.

La selva degli impiccati Marcello Simoni
La copertina del romanzo La selva degli impiccati di Marcello Simoni, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Big

Cucire come segno di autorità nel Medio Evo

19 Aprile 2015
[Dall'Abstract: ]Dall'analisi di manoscritti, reliquie, indulgenze, e persino una mitra di un vescovo, uno studio di Kathryn M. Rudy mette in evidenza come il cucire fosse un modo di permettere o intensificare lo scopo rituale degli oggetti, che si tratti di scopo cerimoniale, devozionale o di autorità. Mentre un discorso opera con l'espressione, le cuciture formano aggiunte visibili e spesso cerimoniose tra materiali, allo scopo di esaltare, abbellire, asserire e stratificare l'autorità, o avvolgere un oggetto nei tessuti come se si trattasse di una reliquia.
Lo studio "Sewing as Authority in the Middle Ages", di Kathryn M. Rudy, è stato pubblicato sullo Zeitschrift für Medien-und Kulturforschung, Vol.6:1 (2015).
Link: Medievalists 1, 2; Academia.edu